I consigli del Maître: Le rotte e i vincitori della globalizzazione

Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

Da dove passa la globalizzazione. Nel gran parlare che si fa della globalizzazione, si dimentica sempre di sottolineare come praticamente questo processo si sviluppi nella pratica e in cosa consista. Ci sono molti modi per raccontare le rotte della globalizzazione, ma uno di solito poco frequentato è quello che mette in evidenza le rotte commerciali, ossia le linee di trasporto attraverso le quali ogni giorno si spostano milioni di tonnellate di merci di ogni tipo. Gli esperti ci dicono che la stragrande maggioranza di questo traffico merci passa dal mare. Ossia dagli oceani. Ecco quali sono le rotte principali.

Noterete che gran parte delle rotte dei container, tramite i quali avviene gran parte della spedizione merci, passano dal mare meridionale della Cina, una delle zona più calde del pianeta della quale si parla molto poco al di fuori dei circuiti specializzati. Eppure laggiù si sta consumando un confronto silenzioso altamente strategico per il futuro della globalizzazione, con la Cina a far la voce grossa, visto che rivendica la sovranità su una parte ampia di questo mare, e i paesi vicino che protestano, con il supporto degli Usa che ogni tanto fanno vedere da quelle parti le loro portaerei. Una storia da seguire con grande attenzione.

Chi ha guadagnato dalla globalizzazione. Un articolo pubblicato dalla Bis, la Banca dei regolamenti internazionali di Basilea, monitora con chiarezza che i soggetti economici che più di altri hanno tratto giovamento dalla globalizzazione sono le grandi imprese multinazionali, che hanno potuto sfruttare tutti i vantaggi, fiscali e regolatori e perfino statistici, per gonfiare i propri ricavi e la loro ricchezza finanziaria.

L’articolo ci fa sapere altre informazioni assai utili. La prima è che quest’oceano di liquidità che ha gonfiato le casse delle multinazionali contribuisce a tenere distesa la situazione nei mercati monetari, da una parte, e poi serve non solo  a finanziari i governi ma anche le stesse banche. Le multinazionali non sono diventate solo più ricche: sono diventate sistemi e quindi più potenti.

I numeri dell’economia digitale Usa. Nel gran parlare che si fa dell’economia digitale si omette sempre di ricordare quanto sia difficile quantificare il suo impatto nell’economia tradizionale, ossia sulla produzione globale. Per questo è molto istruttiva la lettura di un paper del Bureau of economic analysis Usa dedicato proprio al peso specifico di questo settore nell’economia americana. Se ne traggono alcuni interessanti elementi. Il primo lo vediamo da questo grafico:

Come si può osservare, l’economia dei bit ormai ha un peso specifico rilevante nella composizione del pil, pari al 5,9%, che equivale a 1.102 miliardi di produzione in dollari correnti. Ma il secondo grafico aggiunge un altro elemento.

Il contributo all’occupazione di questa economia è alquanto modesto: parliamo di 5,9 milioni di posti di lavoro, il 3,9% del totale dell’occupazione. Quindi devono essere molto produttivi. Al contrario di quelli del governo, che occupano il 18% dei posti lavoro e sviluppano meno del 15% del pil.

Bitcoin? Macché: banconote! L’odore (o il colore) dei soldi batte la tecnologia. Secondo gli ultimi dati diffusi dalla Bis, sono aumentati i pagamenti elettronici, ma con essi sono cresciuti anche quelli che utilizzano le vecchie banconote, che evidentemente non passano mai di moda.

E’ interessante osservare altresì che questa crescita è andata di pari passo con quella dell’aumento di richiesta di banconote di grosso taglio.

E questo andamento è cresciuto con l’incedere della crisi. Si potrebbe pensare che tutto ciò sia determinato dall’economia illegale. Ma forse il dato del Giappone, che ha registrato un notevole aumento della domanda di banconote, dovrebbe farci riflettere. Il Giappone è il paese più anziano del mondo. Forse la demografia, che nel caso di una maggioranza relativa di anziani implica il prevalere delle consuetudini, spiega molto di questi andamenti. Dovremmo considerarlo.

 

 

Cronicario: Blackrock ci sottopesa? Ci salveranno gli stiliti

Proverbio del 20 marzo Il povero è uno straniero in patria

Numero del giorno: 1.891.000 Contratti a tempo determinato attivati in Italia nel IV Q 2017

Uno dice: attenti ai mercati. Eh, capirai, rispondono gli impavidi: mica c’abbiamo bisogno dei mercati, noi che abbiamo eletto un parlamento di geni. Che poi se dovessimo credere a quello che si legge sui giornali su questi geni al lavoro – ma non c’è pericolo – dovremmo esodare in massa. Comunque: a quanto pare gli onorevoli eletti al momento se ne infischiano dei mercati. E fanno bene, dice l’orda che li ha votati e che se ne frega addirittura altamente dei mercati e del fatto – mediamente perché lo ignora – che abbiamo all’estero un cinqueseicento miliardi di debito pubblico, malgrado la Bce, per via QE, ne abbia scaricato una quota di tutto rispetto (a vantaggio delle banche a quanto pare) nel bilancione di Bankitalia, che poi sempre debito nostro è, anche se non si dice.

Ora uno può pure disinteressarsi dei mercati, specie quando c’è una Bce che ancora regge il moccolo al nostro indebitarci, che infatti procede indefesso. Ma prima o poi i mercati finiscono con l’interessarsi a noi e succede, come è successo oggi, che un pezzo grosso dei mercati – che non ci crederete ma esistono davvero – decide di “sottopesare” i nostri titoli pubblici. Sottopesare non vuol dire che sono dimagriti i titoli, ma che occupano meno spazio nel suo portafoglio.

Ora uno se ne può anche infischiare di Blackrock, perché i mercati – si sa – sono a dir poco odiosi, e il pueblo unido jamàs serà vencido o come si dice oggi. Rimane il fatto che ogni anno dobbiamo rinnovare un duetrecento miliardi di debito che serve, fra l’altro, a pagare gli stipendi anche a molti di quelli che odiano a buona ragione i mercati. Ora se uno guarda all’andamento del mitico spread sembra che tutto taccia.

Ma chi conosce i mercati lo sa quanto sono infidi. Basta che ti distrai e bum: ti ritrovi qua.

Sicché capirete perché noi modesti osservatori viviamo con una certa trepidazione la deriva vagamente lisergica della nostra vicenda politica. Visto che ormai si sono esaurite tutte le possibili combinazioni del gioco “chi si allea con”, e pur sperando che si prendano tutto il tempo necessario a fare un governo, ho il sospetto che alla fine il futuro che ci aspetta sia quello illustrato con rara efficacia oggi da un giovane barese di 27 anni, divenuto d’improvviso uno stilita.

Raccontano che, dopo una lite con la famiglia, che gli rimproverava il suo stato di disoccupato, il giovane afflitto sia andato a rifugiarsi in cima a un traliccio, immagino perché qualcuno gli abbia raccontato che in Italia ormai si lavora solo a termine

Il giovane barese, che chissà quante volte era stato licenziato quest’anno, avrà pensato che da lassù espierà di sicuro i suoi peccati e anche quelli dei suoi genitori, che chissà quante volte l’hanno rimproverato per esser stato licenziato quest’anno, e per sovrammercato anche i nostri, come vuole la la vulgata dei santi abitatori di colonne. Che dirgli, a questo giovane stilita? Possiamo consolarlo spiegando che speriamo che il suo esempio venga seguito. Così i nostri geni al lavoro nel parlamento potranno fare un governo per dare a tutti un traliccio di cittadinanza, nel caso non ce ne fossero già a sufficienza, e risolvere così d’incanto tutti i nostri problemi: con la Bce, la commissione Ue, BlackRock e i malnati mercati, che ricordano un po’ i genitori che rimproverano ai figli la disoccupazione. Siamo tutti giovani baresi.

A domani.

Cronicario: E se vi prude il commercio, grattatevi con la Brexit

Proverbio del 19 marzo Se apri gli occhi al cuore vedrai cose invisibili

Numero del giorno: 2,2 Perdita % del settore delle costruzioni europeo a gennaio

Non ci crederete, ma il commercio estero tiene ancora e chissà per quanto, se lo zio Trump continuerà a solleticarlo nelle parti basse. Rimane il fatto che a gennaio ci siamo beccati una lieve perdita congiunturale pure se reggiamo botta su base annua.

Sembriamo persino migliorati, se considerate che a gennaio 2017 il deficit commerciale era di 575 milioni, invece degli 87 di gennaio 2018. E tuttavia non è davvero il caso di festeggiare. La bolletta energetica di gennaio sta intorno ai tre miliardi e rimane il punto maggiore di preoccupazione per chiunque debba tenere in piedi la baracca. E il perché si può facilmente intuire guardando questa tabella.

In pratica tutti i guadagni del mese non sono bastati a pagare il costo dell’energia. Abbiamo un buco enorme da dove la barca Italia imbarca acqua. Anzi: petrolio.

Questo problema, per il quale nessuna delle nostre sopraffine intelligenze ha una soluzione, mi provoca un certa ansia che peggiora appena leggo i dati Eurostat, sempre sul commercio estero ma dell’Eurozona e dell’Ue.

L’EZ ha spuntato 3,3 miliardi di surplus, a fronte di una perdita di 1,4 miliardi a gennaio 2017. In grande spolvero il commercio intra-euro, cresciuto dell’8,8%. Questa la situazione dei paesi.

Ma più che questo, dovete vedere quest’altra tabella.

Lo vedete, sì, chi è il primo partner dell’Ue a 28?

Esatto. E se a questo aggiungete pure che l’Ue a 28 presto diventerà a 27… A proposito: proprio oggi il negoziatore per l’Ue Michel Barnier ha detto che è stato trovato un accordo “sulla maggior parte delle questioni” per la definizione del divorzio fra Ue e UK. Manca ancora un’intesa sull’Irlanda e poco altro, ma il grosso è fatto. Se il commercio estero vi procura un certo prurito fastidioso, provate a grattarvelo con la Brexit. Magari peggiora.

A domani.

L’ultima frontiera del conflitto fra sovranisti e mondialisti: la contabilità

Leggo l’abstract di un bell’articolo pubblicato sull’ultimo quarterly report della Bis e improvvisamente mi compare l’ultima frontiera lungo la quale si articola il conflitto, chiamiamolo così, fra i sovranisti e i mondialisti che tratteggia la nostra contemporaneità: la contabilità. Vale la pena riportarlo pressoché integralmente: “Man mano che l’economia globale diventa più integrata, aumenta la tensione tra la natura dell’attività economica e il sistema di misurazione che tenta di adeguarvisi. Molte politiche sono ancora determinate misurando l’attività economica a livello nazionale. Ma, sempre più, le aziende e la loro proprietà sono globali, e l’attività economica si svolge in modo geograficamente sparpagliato. Analizziamo diversi problemi importanti creati da questa tensione”.

Una tensione innocua, per carità. Roba da studiosi dei flussi finanziari. Epperò fonte di preoccupazione perché le rappresentazioni che arrivano dalle contabilità nazionali, che come abbiamo già intuito sono in qualche modo distorte dalla realtà della mondializzazione, sono poi la base dati sulla quale vengono costruite le politiche economiche. Un esempio chiarirà subito la complessità della questione. Nelle sue dichiarazioni rilasciate in occasione della presentazione del rapporto, Hyun Song Shin, capo della ricerca della Bis, ha ricordato il caso dell’Irlanda che “nel 2015 ha registrato una crescita del 26% del pil sebbene l’attività economica interna sottostante fosse rimasta invariata”. Questo risultato è conseguenza proprio del modo in cui la contabilità nazionale misura i flussi globali.

“I conti nazionali – spiega Shin – si basano sulla nozione di residenza, ma “residenza” è un concetto giuridico che non coincide sempre con la localizzazione fisica dell’attività di produzione di una società e con il luogo dove i suoi dipendenti lavorano”. La conseguenza di questa impostazione, che deriva dalla consuetudine di analizzare i dati economici degli stati come se fossero isole, frutto della tradizione che vuole lo stato come unità economica, porta con sé alcune conseguenze importanti nel momento in cui le unità economica agiscono su base globale. “Una società che delocalizza la produzione in centri offshore e che vende ai consumatori di tutto il mondo è spesso considerata come esportatrice di beni dal paese di origine, specie quando sono usati apporti di proprietà intellettuale. La rilocalizzazione del domicilio legale può provocare una serie di cambiamenti nella bilancia dei pagamenti di quei paesi che fanno parte della catena di approvvigionamento. Nelle economie aperte di piccole dimensioni, le partite correnti e il PIL sono sensibili alla rilocalizzazione delle multinazionali”. E qui arriviamo al caso dell’Irlanda, dove molte multinazionali hanno delocalizzato e che quindi è un laboratorio ideale per osservare le distorsioni che la “tensione” fra le pratiche di contabilità nazionale e la realtà multinazionale.

Un altro semplice esempio servirà a illustrare tale complessità. Un’azienda residente in uno stato A – gli autori parlano di isola, riferendosi all’unità economica ma il senso è quello di una singola nazione – può siglare un contratto con uno stato B per produrre dei beni e poi può vendere questi beni a uno stato C. “Il bene viene spedito da B a C – spiegano – senza mai toccare le coste di A. La vendita sarebbe comunque considerata come un’esportazione dell’isola A ed entrerebbe nelle sue statistiche commerciali e del PIL. Il PIL dell’isola A salirà anche se nessun lavoratore è impiegato sull’isola”. Questa situazione viene determinata dall’applicazione del concetto di residenza che, riferito a un’azienda, vuol dire per grandi linee che questa azienda ha un forte connessione con un territorio che sta al centro del suo predominante interesse.

Se prendiamo in considerazione il caso del domicilio, somiglia a quello di residenza, ma se ne distingue perché indica la permanenza di un soggetto in un determinato territorio. Per un’azienda di solito si intende il luogo dove tiene la sua sede centrale. E questo non è un semplice dettaglio, visto che tutte le relazioni giuridiche che legano all’azienda le sue filiali e i subappaltatori fanno riferimento proprio al domicilio. “Quando un’azienda cambia il suo domicilio, ne derivano una serie di altri cambiamenti”.

Il punto è che, secondo gli autori, in un contesto globale le due tipologie residenza/domicilio generano due diverse prospettive contabili, statistiche, legali e regolatorie. “Nel quadro statistico internazionale, la vista sulle isole assegna gli agenti economici al paese in cui si ritiene risiedano. Un approccio alternativo è quello di assumere una visione consolidata, che assegna entità economiche al paese di sede dell’istituzione madre. Quest’ultimo approccio è, quindi, più strettamente allineato con la nozione di domicilio. In un quadro consolidato, l’intero gruppo aziendale è assegnato al paese dove si trova il quartier generale, indipendentemente da dove possano risiedere le sue unità operative costitutive”.

E’ utile ricordare che il sistema dei conti nazionali su sviluppato negli anni ’30 e ’40, quindi in un’epoca in cui la mondializzazione era terminata da un pezzo e prevaleva l’idea degli stati nazionali. Da allora il mondo è molto mutato e non è certo un caso che il Fmi abbia più volta aggiornato il manuale della bilancia dei pagamenti (il cosidetto BPM6, del 2009) che ha proprio lo scopo di creare una cornice di regole comuni alle quali i paesi possono far riferimento per redigere la loro contabilità estera. Senza regole comuni sarebbe impossibile qualunque confronto, evidentemente. Ma evidentemente la globalizzazione è stata più veloce di quanto si potesse prevedere, “aumentando la tensione fra la natura dell’attività economica e la sua misurazione”. L’economia si disperde in diversi paesi, lungo i quali si articolano le proprietà delle imprese e la loro produzione e questo “richiede di riorganizzare le unità istituzionali disperse intorno al mondo”.

Osservare il mondo attraverso le nuove lenti globali può condurre a scoperte stupefacenti. Ma soprattutto genera un’altra tensione assai più difficile da distendere: quella fra ciò che crediamo di sapere, e sulla cui base prendiamo decisioni, e ciò che ignoriamo, che perciò non viene considerato e quindi aumenta le probabilità di commettere errori di valutazione. E questo, in un momento nel quale l’economia genera molti problemi, non è il miglior viatico per la loro risoluzione.

(1/segue)

Puntata successiva

 

Cronicario: I lavoratori poveri del Lussomburgo

Proverbio del 16 marzo Dove parla l’oro, tutto tace

Numero del giorno: 70.000.000.000 Costo cancellazione legge Fornero secondo la Uil

Stavo arrotando l’urlo di dolore quando ho saputo che Eurostat stava per rilasciare i dati sull’aumento notevolissimo dei lavoratori in povertà. Mi ricordavo infatti che noi italiani abbiamo assicurato una performance niente male, di sicuro aiutati dall’andamento soddisfacente del nostro costo del lavoro, che anche oggi ci regala ampie soddisfazioni.

Lo so che è scritto piccolo, ma fidatevi: nel quarto trimestre 2017 è sceso dello 0,2%, contribuendo sicuramente ad alimentare la nostra spettacolare crescita dei redditi.

Dicevo, mi stavo preparando ad arrotare l’urlo di dolore, pronto a squadernare la difficile condizione di componente di una famiglia monoreddito con prole che bordeggia con gioia lo scoperto di conto corrente, quando improvvisamente Eurostat ha pubblicato questo grafico:

Ora non è tanto avere la conferma che in Italia più di uno su dieci che lavora sta in povertà che mi manda in confusione: lo sospettavo. Quanto scoprire che i lavoratori in povertà sono più numerosi in Lussemburgo che da noi: addirittura il 12%. Peggio stanno solo in Spagna, Grecia e Romania. Il Lussemburgo, capite?

Dovrebbe chiamarsi Lussomburgo, altroché. Non ci credete. Vabbé: vi do una dritta. Sapete quant’è il salario minimo lassù?

Ripetete con me: millenovecentoventitré euri al mese. Chiudete gli occhi e adesso visualizzate il reddito medio italiano (il salario minimo manco esiste da noi perché siamo pudibondi).

I dati sono vecchiotti, ma non state a preoccuparvi, la situazione non sarà cambiata granché, anzi forse è peggiorata. In sostanza il nostro salario medio somiglia alla paga minima dei poveri lavoratori del Lussemburgo. Eh, direte, ma chissà quanto costa la vita laggiù. Ve lo dico io.

Un 20% scarso in più (dati 2017) a fronte di uno stipendio medio che è quasi il doppio. Pensa che vitaccia che fanno i lavoratori poveri in Lussomburgo.

Beati loro.

A lunedì.

 

 

Cartolina: Il vero obiettivo degli anti global

C’è un gran girarci intorno al vero obiettivo dei vari profeti anti global, sovranisti, populisti o come meglio suggerisce la vostra fantasia. Qualcuno parte da lontano, evocando il continuo prosciugarsi della labor share, effetto di una storica ricomposizione dei pesi fra capitale e lavoro. Altri, ugualmente sofisticati, scomodano stagnazioni secolari e deflazioni dei salari che seguono trend altrettanto epocali determinati dalle orde asiatiche, entrate a pieno giro nella giostra dell’economia globale e invocano, keynesianamente, interventi pubblici, più o meno nazionali, monetari o fiscali. I meno scafati se la prendono col libero commercio, che uccide il negozio del vicino e l’industria nazionale, e spacciano il protezionismo come la panacea di tutti i mali di oggi infischiandosene di quelli di domani. Poi ci sono gli amanti delle semplificazioni, che riducono tutto al reddito e allora perché non darne uno a ognuno e risolvere d’incanto i nostri problemi? Tutti costoro indicano la direzione ma si guardano bene dal puntare il dito, forse per un residuo senso del pudore, o forse perché notare che le uniche ad averci guadagnato dalla globalizzazione, e specialmente a partire dalla crisi, sono state le multinazionali darebbe ai loro discorsi un sapore troppo retro’ persino in un tempo denso di nostalgie come il nostro. Gli anti global, sovranisti, populisti o come si chiamano, lo sappiano o no,  ce l’hanno a morte con le multinazionali, che vivono e prosperano nella globalizzazione. Non vogliono che le imprese siano libere di fare affari dove e come meglio loro convenga e sognano uno stato che le metta in riga e provveda a loro come a ogni cosa, a partire da ognuno di noi. Questo è il vero obiettivo. Tutto il resto è noia.

Cronicario: Una base per il nuovo governo: il reddito di paranza

Proverbio del 15 marzo Chi parte per un viaggio torna diverso

Numero del giorno: 2.280.000.000.000 Debito pubblico italiano a gennaio

Diciamolo va: questa cosa del reddito di cittadinanza ormai è squalificata. Se n’è parlato tanto ma non ci ha capito niente nessuno, salvo arguire tutti che non si farà mai. Ma poi diciamolo: ma voi lo vorreste davvero un reddito in cambio di niente?

Non ci credo dai. In fondo da qualche parte nel nostro cuore siamo anche un po’ svizzeri, come insegna il Canton Ticino. Come che c’entra la Svizzera?

Eh già: non solo hanno fatto il referendum per istituire questo benedetto reddito, ma hanno anche detto no.

Non vi stupite: hanno fatto lo stesso bocciando la proposta di togliere il canone tv.

Ora il punto rimane: questo benedetto reddito di cittadinanza è uno degli inciampi costante di qualunque discussione fra i politici quando pensano a come fare un governo, malgrado ormai sia chiaro che è come il sole che non ci credono manco loro. Per dire, oggi un pezzo da novanta della Lega ha detto che è ben disposto a mettersi seduto a discutere con i 5S, a partire da quello che hanno in comune

fino anche a parlare del reddito di cittadinanza, “ma alla leghista”. Variazione sul tema che fa il paio con la sottolineatura più gettonata dall’ex maggioranza, ossia che in fondo in fondo il reddito di cittadinanza fa il paio con quello di inclusione. Diciamo che è una versione allargata, va. Ed ecco allora che tutti insieme appassionatamente si trovano a discutere del Grande Tema, che è il reddito – leggi: fare arrivare soldi al popolo – che ha il potere magico di coagulare il Partito Unico del Deficit.

Perciò, cari politici, se proprio volete trovare un accordo, capace di salvare capre e cavoli, e soprattutto la vostra faccia, mi permetto un suggerimento. Non parlate più di reddito di cittadinanza. Da oggi in poi si chiama reddito da paranza. E chi non capisce, si informi.

A domani.

Il futuro della globalizzazione passa dal Mare Cinese meridionale

Lunedì mattina, 5 marzo, la portaerei Usa Carl Vinsom si è fatta vedere nel porto vietnamita di Da Nang. Fatto storico, visto che è la prima portaerei americana a costeggiare il Vietnam dal 1975, quando terminò il conflitto, e insieme simbolico, visto che il Vietnam è uno degli stati impegnati nella lunga tenzone che da anni si combatte silenziosamente, a suon di isole artificiali e insediamenti militari, nel mare meridionale della Cina. Ovviamente i cinesi sono stati i primi a reagire. Il ministro degli esteri cinese, parlando dopo pochi giorni a una conferenza stampa a margine del National People’s congress, la sessione annuale del parlamento cinese, ha detto genericamente che “poteri esteri” stanno mostrando i muscoli e creando grandi disturbi nella regione del Mare cinese meridionale. E così, d’improvviso, la questione del conflitto silenzioso è tornata attuale, proprio nel momento in cui l’amministrazione Trump svela il suo piano di dazi sulle importazioni di acciaio e alluminio che sembra fatto apposta per penalizzare, oltre all’industria europea, quella cinese.

I dazi, che certo non lasceranno indifferente Pechino, sono solo l’ultimo fronte di tensione che gli Usa dovranno affrontare con i cinesi. Ma probabilmente il caso della portaerei in Vietnam ha creato maggiore nervosismo al governo cinese per la semplice ragione che si tratta di una interferenza in un processo assai complesso che Pechino sta portando avanti da anni con i paesi dell’Asean e che dovrebbe condurre alla redazione di un codice di condotta, annunciato nel novembre scorso, per la gestione della regione del Mare cinese meridionale, zona tanto contesa quanto strategica. Le ragioni sono molteplici. I fondali sono molto pescosi e si pensa contengano anche importanti riserve di idrocarburi. Ma soprattutto è una zona da dove si dipanano importanti rotte commerciali, attraversate da numerose navi piene di container, ossia l’ossigeno che alimenta l’economia esportatrice della Cina.

Come si può osservare dal grafico, oltre alla linea diretta di trasporto marittimo verso gli Usa attraverso il Nord Pacifico, esistono almeno quattro rotte che attraversano il Mar cinese meridionale che sono vitali per i traffici diretti verso l’Europa, l’Africa e il Sud America. Alcuni specialisti stimano che attraverso il Mare cinese meridionale passi la metà del traffico merci del mondo. In sostanza, si tratta di una regione altamente strategica per il futuro della globalizzazione, che com’è noto procede innanzitutto per mare, con la stragrande maggioranza delle merci trasportate su container e cargo. Un grafico tratto dall’ultima Review of maritime transport dell’Unctad illustra benissimo questa situazione.

Come si può osservare, l’andamento del trasporto marittimo di merci segue pressoché quello del commercio internazionale. E non è certo un caso che la Cina possegga (insieme alla Germania e alla Grecia) il 39% delle flotte commerciali del mondo. Si stima che Pechino disponga di 5.000 navi mercantili e abbia costruito, insieme a Giappone e Corea del Sud, le navi sulle quali ha il 92% delle merci nel 2016.

Al tempo stesso, lungo il Mare cinese meridionale transitano un terzo dei trasporti di greggio globale e la metà del gas naturale destinati alla Cina, ma anche alle altre potenze asiatiche. E la Cina, in particolare, vede passare il 70% dei suoi acquisti di petrolio attraverso lo stretto di Malacca.

L’economia del mare, per la Cina, è a dir poco vitale, e perciò non deve stupire che qualche anno fa, nell’ambito del tredicesimo piano quinquennale, gli estensori abbiano ribadito che una delle priorità assolute è diventare una “potenza marittima”, attraverso la modernizzazione della flotta e insieme tramite l’occupazione di territori strategici nel Mar Cinese meridionale e orientale. In uno dei libri bianchi della difesa pubblicato dal governo cinese, si legge che Pechino conferisce “grande importanza alla gestione dei mari e degli oceani e alla protezione dei diritti e degli interessi marittimi”. Ecco perché la Cina deve rafforzarsi e “costruire una marina da combattimento efficiente e multifunzionale”. Il passaggio dalla marina commerciale a quella militare spiega bene il notevole incremento nella spesa militare, che abbiamo già osservato, e insieme ricorda l’epopea della marina tedesca prima della Grande Guerra, che la Germania di allora creò per insidiare la supremazia inglese sui mari, prima commerciale e poi militare per soddisfare le sue velleità coloniali. La storia tende a ripetersi, pure se cambiano i personaggi e gli interessi.

Questa chiave di lettura spiega perché Pechino da parecchio tempo abbia tracciato la sua linea immaginaria, conosciuta come Linea dei nove trattini, lungo il Mare Cinese meridionale e anche perché, come di recente è stato documentato, vi abbia costruito intorno delle isole artificiali dove ha installato infrastrutture militari che hanno mandato su tutte le furie gli altri paesi che insistono sul Mare, fra i quali il Vietnam, appunto, e anche le Filippine. Tale modo di fare è proseguito noncurante anche di una sentenza della Corte dell’Aja, richiesta proprio dalle Filippine, che nel luglio 2016 stabilì che le acque rivendicate dai cinesi erano acque internazionali, che però è rimasta lettera morta. E spiega anche perché gli Usa, sostenuti anche da altri paesi come la Gran Bretagna e l’Australia, si erigano a paladini della libera navigazione dei mari e ogni tanto facciano capolino nel Mare cinese meridionali esibendo l’artiglieria. Perché la diplomazia è una bella cosa, ma alla fine è la spada che traccia il solco dove passano i mercati. La Cina lo sa e gli Usa meglio di lei. E non c’è rischio che lo dimentichino.

(2/fine)

Prima puntata

Cronicario: Anche Supermario s’appella a San Precario

Proverbio del 14 marzo L’avidità sminuisce ciò che si raccoglie

Numero del giorno: 3,14 Oggi si festeggia il pi greco

Mi ero ripromesso di parlare solo della giornata del pi greco oggi, perché nella mia sostanziale devianza economica avevo capito che era la giornata del pil greco, che in Grecia va come va anche se ormai non ne parla più nessuno perché la Grecia è demodé come il ghigno di Varoufakis.

Ma poi mi è cascato l’occhio sulla locandina delle festa ed è stato ancora più esaltante: festeggiare il pi greco, senza l, è addirittura geniale: il numero più bello e sconclusionato del mondo che se ve lo chiedo a bruciapelo manco vi ricordate cos’è.

Tranquilli, neanche ve lo dico. Sappiate solo che la comunità statistico-scientifica internazionale si è mobilitata per celebrare questo numeretto, peraltro approssimato, che sta alla base di una miriade di applicazioni tecnologiche che se ve le dicessi rimarreste a bocca aperta. Ma tranquilli, non vi dico neanche questo perché il mio proposito di fare un giorno di vacanza e trasformarmi in Piero Angela ha cozzato duramente con la realtà. E non mi riferisco al fatto che proprio nel giorno del pi greco è morto Stephen Hawking, ma che sempre nella giornata del pi greco un altro grande scienziato ha rivelato al mondo una dura verità:

Antefatto. Oggi il nostro Supermario Draghi si è trovato a parlare a un convegno a Francoforte dove ha detto un sacco di cose bellissime. Tipo che entro il 2020 la Bce stima che la disoccupazione arriverà al 7,2% e che da metà 2013 sono stati creati 7,5 milioni di posti di lavoro. Meglio ancora: “Tutti i posti di lavoro persi durante la crisi sono stati recuperati e il tasso di disoccupazione è ai minimi da dicembre 2008”.

Ma poi, mentre gli ascoltatori pendevano dai suoi occhiali, lui li ha fulminati con una scioccante rivelazione: “Ci sono interrogativi sulla qualità di questi posti di lavoro” con “un aumento del part-time e di quelli a termine”.

Ma chi l’avrebbe mai detto? 

Lo choc della rivelazione dura finché non mi ricordo che anche il nostro Supermario è un precario. Gli hanno fatto un contratto a otto anni, ma fra poco termina e chissà che gli riserverà il futuro.

Lui si che ci capisce.

A domani.