Bitcoin for dummies: Il geroglifico della criptovaluta

Tutto al contrario di come dovrebbe essere, la moneta bitcoin, con il sistema Bitcoin che la veicola, è un geroglifico che richiede una corposa stele di rosetta per essere compreso. A differenza della moneta ufficiale, che possiamo maneggiare e comprendere, quella virtuale è criptica. Tanto la moneta ufficiale è essoterica, quanto quella virtuale è esoterica. Con l’aggravante che la sua complicazione è ciò che la rende fiduciaria, pure se dichiara di non esserlo. E’ fiduciaria nella misura in cui la fiducia cadùca che riponiamo in chi gestisce la moneta, viene restituita a un universo di macchine organizzate in nodi di rete che, proprio perché macchine, trovano l’elemento fiduciario nella complicazione che il sistema esprime ed esige prima di emettere moneta e poi quando la fa circolare.

La fiducia in bitcoin risiede nel suo essere una criptovaluta, quindi incomprensibile. E’ un puro atto di fede che trova nella macchina il suo garante di ultima istanza e che quindi è tanto maggiore quanto è complesso l’algoritmo che ne sostanzia il funzionamento. E’ la macchina, e la logica ad essa sottesa, che rende Bitcoin/bitcoin degno di fiducia proprio perché la macchina impedisce all’uomo di interferire con un atto di volontà nel sistema stesso. Ed ecco perché ciò ci conduce a un’altra caratteristica del sistema che lo differenzia sostanzialmente da quanto accade con la valuta ufficiale. Le transazioni con bitcoin/Bitcoin, infatti, una volta validate, sono irreversibili. La blockchain certifica ciò che è avvenuto, lo rende manifesto e lo consolida in una relazione economica dalla quale non è più possibile recedere.

Per arrivare a questo punto sono necessari alcuni procedimenti preliminari. Il primo prevede che ogni utilizzatore del sistema sia titolare di una chiave pubblica, che lo identifica sulla rete, alla quale sia associata una chiava privata che solo lui conosce e che gli consente di attivare la transazione. In sostanza il sistema ricalca quanto accade per un qualunque account informatico. Una casella di posta elettronica, ad esempio, ha un nome pubblico, che consente di ricevere e inviare la posta, e una password, che consente solo al proprietario di consultarla. Allo stesso modo nel sistema bitcoin i due elementi si combinano in un wallet, ossia un portafoglio elettronico, dove l’utente custodisce i suoi bitcoin e al quale attinge ogni volta che vuole spenderli. Quindi se un utente X vuole indirezzare un pagamento verso un utente Y, deve utilizzare la chiave pubblica di Y per cifrare il messaggio – ossia le coordinate del pagamento – e Y deve usare la sua chiave privata per leggerlo, quindi riconoscendo così la paternità. Il vantaggio di questo sistema di cifratura, che si definisce cifratura asimmetrica, è che X e Y possono scambiarsi messaggi senza conoscersi.

Rimane però un problema. Poiché Bitcoin usa una rete pubblica per scambiare questi messaggi, nel corso della trasmissione potrebbe accadere che un terzo soggetto Z interferisca scambiando il messaggi di X a Y con un altro messaggio con la chiave pubblica di Y che perciò non può sapere se sta ricevendo il messaggio di X o quello di un altro. Per evitare questa interferenza il mittente originario X deve utilizzare la chiave pubblica del destinatario Y autentificandolo in precedenza con la propria chiave privata. Si realizza quindi un sistema di doppia cifratura.

Gli ideatori del sistema, tuttavia, hanno reputato che ciò non fosse sufficiente a garantire la correttezza e l’integrità del messaggio. E perciò hanno inserito un’altro meccanismo di sicurezza nella transazione che si chiama funzione Hash. Quest’ultima è un oggetto matematico che consente di trasformare un messaggio più o meno lungo in un codice alfanumerico – che poi è quello che si vede all’interno dei vari blocchi della blockchain, L’applicazione della funzione hash consente di arrivare al cosiddetto Digest, ossia la firma digitale del messaggio, che consente di identificarlo con semplicità (per modo di dire) rendendolo al tempo stesso univoco, integro e autentico.

Tali funzioni Hash sono in sostanza algoritmi che rendono ancora più criptica, nel senso di impenetrabile, la transazione. In Bitcoin viene utilizzata una funziona Hash denominata SHA-256 che codifica qualunque messaggio a 256 bit trasformando qualunque messaggio in un codice di testo in 64 caratteri che rende tale messaggio unico.

Ricapitoliamo: il mittente scrive il suo messaggio, lo cripta con la funzione Hash e poi lo cifra con la propria chiave privata inviandolo al destinatario identificato tramite la sua chiave pubblica. Quest’ultimo, una volta ricevuto, prima lo decifra e poi le decripta e così ha certezza della regolarità della transazione. Dulcis in fundo, quest’ultima viene iscritta nella blockchain. In tal modo diviene visibile a tutti. Peccato che sia incomprensibile.

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Il ragno di Undernet sul mercato dei cambi

Laggiù, nelle profondità remote degli oceani, chilometri di cavi sottomarini veicolano ad alta velocità informazioni più preziose dell’oro per la semplice circostanza che sono queste informazioni a fare i prezzi. L’Undernet sottomarino, chiamiamolo così, assai meno noto dell’Internet, croce e delizia dei nostri giorni, è stato edificato silenziosamente e da almeno un ventennio è diventato uno straordinario punto di riferimento dello sviluppo finanziario. Potremmo dire anzi che rappresenta i binari lungo i quali il capitalismo del XXI secolo svolge i suoi esiti, che sono diseguali, come è stato più volte ripetuto, e anche misteriosi.

I cantori delle magnifiche sorti e progressive dello sviluppo tecnologico, coloro i quali guardano solo le luci di tale evoluzione perché, ignorandole, sperano di cancellarne le ombre, dicono che è proprio grazie a questa tecnologia che la finanza si è democratizzata. Che si è resa perciò capace di far piovere ricchezza su tutti, anche sui più svantaggiati.

Altri, forse più avveduti, fanno notare che, al contrario, tutto ciò che abbiamo ottenuto dall’impressionante sviluppo tecnologico, che nell’Undernet trova la sua ennesima applicazione infrastrutturale, è che abbiamo alimentato un gigantesco ragno. Una creatura ctonia, che vive al centro di questa ragnatela, impersonata da poche e potenti corporation per lo più ignote al grande pubblico, che dalla finanza traggono assai più di quanto potranno mai fare altri per la semplice circostanza che “sono” il mostro.

Si confrontano insomma due visioni che un recente paper della Bce, dedicato al mercato dei cambi, descrive molto bene. La prima, chiamata “Flat World hypotesis” teorizza che la distanza dai centri finanziari – in sostanza la geografia – non ha più importanza in un mercato che gira 24 ore al giorno. La seconda, la “Flash boys hypotesis”, ispirata da un celebre libro di Lewis, giudica invece che la geografica conta eccome, tanto più nel mercato dei cambi del XXI secolo, caratterizzato dalla competizione fra high frequency traders per i quali il millisecondo ha un valore economico rilevante. In questa visione, le transazioni sul mercato dei cambi si vanno concentrando “in una manciata di posti”, quelli che “possiedono i server di data-matching e delle infrastrutture ad alta velocità per le comunicazioni”.

Per provare a vedere quale teoria descriva meglio la realtà, gli studiosi della Bce hanno osservato come lo sviluppo della rete sottomarina dei cavi, quella che abbiamo chiamato Undernet, abbia impattato sulla distribuzione delle transazioni sul mercato dei cambi. Questa rete, edificata per migliorare in origine le comunicazioni telegrafiche, telefoniche e poi dell’Internet, si è scoperta assai utile come veicolo per il trading elettronico nel mercato dei cambi e di altri strumenti finanziari. E poiché la fisionomia del network sottomarino è notevolmente influenzato dalla geografia – è più facile posare un cavo oceanico da un paese che ha l’oceano a portata di mano – ecco che questa rete sottomarina è ragionevole ipotizzare abbia influenzato lo sviluppo di posizioni competitive di alcuni paesi piuttosto che altri.

Un esempio conferma questa ipotesi. Negli anni ’90 i dati mercato valutario di Zurigo e di Singapore mostravano che quest’ultimo aveva circa il 60% in più di transazioni offshore. Oggi il mercato asiatico è quasi due volte più grande di quello svizzero. Cosa è successo nel frattempo? Singapore è diventato un hub di cavi sottomarini, mentre la Svizzera, che è lontana dal mare, no.

E sarà pure un caso, ma i centri di trading più importanti nel mercato dei cambi si sono localizzati sostanzialmente in tre città: Londra, Tokyo e New York. “In queste città – spiega la Bce – sono stati localizzati i server dell’Electronic Broking Services (EBS) e della Thomson Reuters fin dal 1990. Ne segue che la connessione di un paese con l’UK, gli Usa e il Giappone, riduce i tempi di latenza e aumenta la larghezza di banda”. E questo genera vantaggi evidenti, sia di costo che di ricavo, specie nell’ipotesi “Flash boys”.

Insomma, devi essere collegato al ragno se vuoi avere i vantaggi della ragnatela. Ma si sa come si comportano i ragni con i loro ospiti.

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Le metamorfosi dell’economia: Fra i due litiganti, il terzo settore

Stato e mercato, fin dagli albori del pensiero economico, sono stati rappresentati come gli eterni duellanti nella battaglia secolare per l’egemonia politica delle società, con ciò replicando la dialettica, già evidente nell’età moderna, fra il principe e i mercanti che più tardi, sul finire del XVII secolo, troverà nella banca centrale la prima sintesi compiuta.

La Banca d’Inghilterra nasce alla fine del 1600 come compromesso fra le istanze del principe, assetato di denaro per le sue guerre, e i mercanti, assai più preoccupati di salvare i loro crediti e, indirettamente, la stabilità della moneta. La sintesi tuttavia non impedì che la teoria economica si dividesse. I cantori del libero mercato, che fissarono il dibattito economico per tutto il XIX secolo, entrarono in crisi dopo il primo conflitto mondiale, quando iniziarono ad emergere nuove pulsioni sociali sotto forma di istanze, a volte originatesi proprio dal mercato, per un intervento massiccio dello stato nelle faccende economiche. Gli anni ’30 del secolo scorso segnarono la definitiva evoluzione che troverà nel sistema keynesiano la formulazione teorica compiuta e insieme la tramutazione in pensiero astratto di azioni che tutto il mondo praticava ormai da un ventennio. Lo stato era sempre il principe. I mercanti avevano sempre bisogno del principe per proteggere se stessi e i propri commerci, come agli albori del periodo mercantile dei secoli XVI e XVII.

Questa lunga parabola, che in qualche modo perdura ancora oggi nel dibattito pubblico, generò una narrazione inveritiera che trascurava l’importanza crescente delle organizzazioni burocratiche, nello stato come nel mercato, che di fatto sposta l’asse del potere autentico nei soggetti che incarnano queste organizzazioni. Il dibattito fra socialismo e liberalismo, che segnò la seconda metà del XIX secolo e tutto il XX, era solo la mascheratura di tale evidenza che sempre Galbraith, in un libro del 1967 Il nuovo stato industriale svelava con sorprendente chiarezza, ma che già era stata osservata negli anni ’30 e negli anni ’40.

Nel 1933 uscì un libro di Alberto de’ Stefani, La resa del liberalismo, che già individuava come sostanzialmente illusoria la dialettica fra stato e mercato, che lo spirito del tempo aveva reso poco più che una rappresentazione e che celava la sostanziale unità d’intenti delle organizzazioni che tale dicotomia alimentavano e che trovava nel regime corporativo la sua manifestazione istituzionale. Tale tema, peraltro, era stato affrontato ampiamente dalla pubblicistica tedesca già sul terminare del primo conflitto mondiale. Ne darà piena evidenza, negli anni Quaranta, Friedrich von Hayek nel libro The road to serfdome, nel quale la dicotomia stato/mercato veniva sciolta nel senso del predominio della pianificazione – e quindi dello stato – nei processi economici, interpretandola come un esito difficilmente eludibile dello spirito del tempo.

Da allora a oggi, il dibattito economico si è come fossilizzato. Le cronache riportano ogni giorno delle diatribe fra liberali e statalisti. La teoria ha risolto il conflitto con l’invenzione di sedicenti sintesi neokeynesiane che hanno condotto a modellistiche pressoché inconsistenti iscritte d’ufficio nei bagagli delle banche centrali, ormai chiamate a sintetizzare con la loro azione, per il tramite della politica monetaria, idee e politiche economiche ancora in contrapposizione.

All’ombra di questo duello, però, che dura da secoli, vivono milioni di persone, ossia tutti coloro che subiscono gli esiti di questo apparente litigare. I cittadini semplici, che non sono mandarini pubblici né privati, ma che delle decisioni di questi mandarini subiscono le conseguenze. Paradossalmente l’unica novità istituzionale emersa negli ultimi cinquant’anni è nata proprio qui. Fra i due litiganti è nato il cosiddetto Terzo settore.

L’importanza di questa evoluzione è degna di nota, specialmente ai fini della ricognizione sul futuro possibile della nostra economia. Se pensate agli agenti economici come oggetti che similmente a quelli fisici sviluppano un campo di attrazione gravitazionale, potremmo raffigurarci il terzo settore come un oggetto economico che non sta né con lo stato né con il mercato. Non è una semplice via di mezzo, è un tentativo, finora embrionale ma promettente, di strutturare un altro universo di relazioni economiche e quindi un’altra visione dell’economia, e quindi un suo campo di attrazione gravitazionale capace di attrarre le persone fuori dalle orbite dello stato e del mercato.

Questa sorta di terzo incomodo è – di fatto – il luogo ideale dove sviluppare un’organizzazione che interpreti nuovi paradigmi economici ed è quindi l’interlocutore ideale per chi voglia provare a sperimentare nuovi modelli di strutturazione del lavoro, del denaro, della produzione. L’economia del tempo, se mai diverrà più di un mucchio di parole sopra una pagina, non potrà che sorgere ed affermarsi nel Terzo settore, intendendo con ciò non solo ciò che finora è consolidato, ma uno spazio economico aperto cui può partecipare chiunque ne condivida le regole del gioco.

Il problema dei terzi incomodi è che devono fare i conti con i due sedicenti litiganti. Lo stato, lo abbiamo visto di recente anche nel nostro paese, proverà sempre a far valere la sua attrazione gravitazionale all’interno del terzo settore non soltando fissandone le regole, ma addirittura provando a “ministerializzarlo”, usando il bastone della legge e la carota degli appalti. Ciò minaccia di trasformarlo in una sorta di succursale pubblica, invece di essere ciò che dovrebbe: una centrale del civismo.

Il mercato dal canto suo ha tutto da perderci. Se esistesse un mondo dove il lavoro venisse ripagato di per sé, e che quindi lasciasse libero il cittadino di decidere se e a quanto vendere il suo tempo, tutto ciò genererebbe un aumento dei costi di produzione che qualunque teoria economica concorda nel ritenere, a lungo andare, negativo per l’industria. Senza considerare il fatto che, restituendo il lavoro a chi lo esercita implicherebbe una decisa messa in discussione della funzione sociale delle imprese. O quantomeno un loro deciso ridimensionamento nel paradigma che oggi le disegna quali uniche e autentiche creatrici di occupazione e quindi di valore.

Tutto ciò per dire che i due litiganti smetteranno facilmente di litigare, trovandosi d’accordo sul fatto che il terzo settore è un intruso, suggerendo loro di fare i passi necessari per neutralizzarlo. Niente di più facile: cosa volete che siano milioni di persone di fronte alla volontà di potenza di uno stato o di una multinazionale?

Ciò non significa che si debba smettere di pensarci sopra. Ciò che oggi sembra assurdo – se opportunamente ponderato – domani può diventare la normalità. La tecnologia ce lo dimostra ogni giorno, con i suoi ritrovati, ma anche l’evoluzione sociale. Se aveste chiesto a un feudatario cosa pensava del libero mercato vi avrebbe candidato a un esorcismo.

Il problema dell’evoluzione del terzo settore, a ben vedere, è solo un problema di maturazione sociale, ossia individuale. Se ognuno di noi imparerà a sottrarsi dal campo gravitazionale dello stato e del mercato, associandosi ad altri potrà in qualche modo generare un controcampo e, nel tempo, trovare la strada della sua manifestazione istituzionale. Una volta che tale istanza sia sorta – ed è già sorta – gli stati e i mercati dovranno farci i conti. E, volenti o nolenti, favorirne persino lo sviluppo.

Le premesse sono già evidenti.

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Le banche cinesi hanno (almeno) 1,3 trilioni di crediti a rischio

Le notizie che arrivano dal fronte orientale sembrano fatte apposta per spaventare i militi ignoti di questa guerra, combattuta sotto mentite spoglie, che da oltre un settennio sfianca le economie mondiali. Già provati dai saliscendi di borsa, che non hanno altra ragione a parte i mal di testa e le gastriti degli operatori, costoro – i combattenti in grisaglie – devono vedersela con il Fondo monetario che ha rilasciato il Global Financial Stability report primaverile che sembra scritto apposta per regalare a loro e a noi una sovraddose d’ansia, come se ne fossimo digiuni.

E poiché è dal fronte orientale che arrivano le notizie più preoccupanti è giocoforza puntare laggiù la nostra attenzione. Anche perché c’è un problema bello grosso che si chiama Cina, già protagonista del meraviglioso film che ci ha impegnato lungo l’estate del 2015 e che adesso ci si ripropone in salsa di maggio, quindi più fresca ma sostanzialmente stantia.

Della Cina sappiamo già tutto quello che c’è da sapere. Per non annoiarvi evito di ripeterlo, ricordando solo l’ultima release del mainstream: la Cina sta transitando da un modello di sviluppo, basato su debito e investimenti più o meno pubblici, a un altro, bastato stavolta su riforme strutturali e mercato interno. Le prime sono innanzitutto finanziarie, perché la Cina deve entrare a pieno titolo nel grande gioco della finanza, e la graziosa assistenza del Fmi è asseverata dalla recente riforma delle quote e dall’inserimento della valuta cinese nel basket degli Sdr. Ma certo non basta. Ci sono riforme profonde che la Cina deve mettere in campo per arrivare al sacro graal: la piena convertibilità dello yuan.

E poi ci sono le questioni interne. Nell’amletico interrogativo se quello cinese sarà un soft landing o un hard landing, con tutte le conseguenze del caso per l’Asia e il resto del mondo, rimangono in questione alcune specificità cinesi che nascondono enormi problemi. Prima fra tutte l’incredibile montagna di debiti che i cinesi hanno accumulato, in particolare nel settore corporate.

Quest’ultimo è quello ove la bolla del credito ha più che altrove sortito i suoi effetti, conducendo le imprese cinesi a sommare una quantità di debito privato notevolissima che adesso, per una serie di ragioni, faticano anche a servire. In sostanza è sempre più difficile riuscire a pagarci gli interessi.

Dall’approfondimento che il Fmi ha dedicato al debito corporate cinese si possono apprendere alcune cose che è utile ricordare. La ricognizione ha riguardato 2.861 imprese, 2.607 quotate e 264 no. Insieme hanno accumulato prestiti per 2.775 miliardi di dollari. Scopo dell’analisi è osservare quanta parte di questo debito sia a rischio, laddove per debito a rischio si intende un’obbligazione iscritta nei bilanci di un’azienda che abbia generato un flusso di profitti netti insufficienti a coprire la spesa del servizio di queste obbligazioni. Per dirla con i tecnici, queste imprese hanno un Interest coverage ratio (ICR) minore di 1.

L’analisi del Fmi si propone di calcolare quanto pesi l’ammontare preso a prestito dalle imprese con un ICR minore di 1 sul totale delle compagnie esaminate, in maniera tale da trarne un indicatore che misuri la quantità di debito a rischio per il campione considerato. Ciò consente anche di valutare la quantità di credito a rischio che il sistema bancario ha concesso al settore corporate.

I risultati sono alquanto ansiogeni. Un grafico mostra la notevole impennata dei debiti a rischio negli ultimi anni, mentre la comparazione di tale indice con l’universo dei prestiti totali concessi dalle banche commerciali al settore corporate cinese, pari a 8,1 trilioni, ci dice che la perdita potenziale su questi crediti, alla fine del 2015, è stimabile in 1,3 trilioni di dollari.

L’ansia rischia di degenerare se si considera che i prestiti bancari al settore corporate non sono stati l’unica fonte di indebitamento per le imprese cinesi. Quindi non vengono considerati i prestiti arrivati dal settore bancario ombra, che in Cina è fiorente. Tantomeno sono considerati i prestiti arrivati dai veicoli governativi garantiti dallo stato.

Lo scenario base che il Fondo ipotizza in caso di stress considera una perdita del 60% su questi crediti, che pesa 756 miliardi di dollari, pari al 6,9% del Pil, che possono oscillare in un intervallo di deviazione maggiore o inferiore del 15% a seconda della gravità dell’evento traumatico. In ogni caso parliamo di centinaia di miliardi di dollari che andrebbero in fumo.

Nessuna buona nuova, dal fronte orientale.

Abbuffata di dividendi dalle banche europee (e italiane)

Mancò il credito all’economia dalle banche europee, ma non il dividendo per gli azionisti, si potrebbe dire al termine dell’istruttiva lettura di uno speech di Hyun Song Shin, capo della ricerca della Bis che ha parlato alcuni giorni fa a Francoforte discorrendo del ruolo del settore bancario nella trasmissione della politica monetaria della banca centrale.

Il tema è rilevante, malgrado richieda qualche approfondimento tecnico per essere ben compreso. Perciò è utile cominciare da una premessa che il nostro economista chiarisce sin dall’inizio: “La macroeconomia ha ancora una relazione difficile con il settore bancario. Sono stati fatti alcuni progressi nell’incorporazione delle banche nei modelli teorici, ma quelli standard tengono ancora in poca considerazione le banche. I testi introduttivi della macroeconomia non dicono molto delle banche e per questa ragione i sofisticati modelli macroeconomici usati dalle banche centrali raramente menzionano le banche”.

Questa sorprendente affermazione ci dice una cosa molto semplice. Il Golem che alimenta la nostra rappresentazione della realtà non è soltanto stupido, ma anche mezzo cieco. In sostanza le banche centrali guardano alla realtà che pensano di modificare con il loro comportamento sapendo, o per lo meno avendone il sospetto, che quello che stanno guardando è gravemente incompleto.

E ciò spiega perché a volte falliscono nel raggiungere gli obiettivi che si propongono. E questo per una semplice ragione: la banca centrale agisce innanzitutto per il tramite di quegli intermediari – ossia le banche – che per la teoria economica quasi non esistono, essendo giudicati alla stregua di passanti occasionali del processo economico, come ricorda lo stesso studioso raccontando di una sua conversazione con un economista di qualche anno fa. Non serve approfondire più di tanto la tecnicalità. Basta semplicemente ricordare che la banca centrale custodisce le riserve obbligatorie delle banche commerciali, che fra l’altro alimentano il mercato interbancario, e che quando vuole aumentare o diminuire la base monetaria agisce anche su tali riserve. La così detta moneta di banca centrale, infatti, o base monetaria, si compone di contante e riserve delle banche commerciali.

Ciò per dire che qualunque azione di politica monetaria coinvolge in qualche maniera questi intermediari, che la macroeconomia  vede come “fantasmi” quando invece la pratica del central banking assegna loro una chiara funzione di trasmissione quantomeno indiretta degli impulsi di politica monetaria. Indiretta perché le riserve possono pure aumentare, ma non c’è un collegamento diretto con un aumento del credito erogato. Primo perché non è detto che una banca che ha più riserve sia anche disposte a moltiplicarle in offerta di credito. Poi perché il credito dipende anche dalla domanda. Non basta che te lo offrano, magari a prezzi da realizzo. Qualcuno deve anche volerlo.

E questo spiega perché Hyun Song Shin ne deduca che la teoria che guarda alle banche come soggetti passivi sia errata: “E’ importante considerare le banche come attori a pieno titolo che gestiscono attivamente i loro bilanci, perseguendo i propri obiettivi e reagendo ai vincoli che altri attori pongono su di loro”. Insomma, sono banche, non marionette della macroeconomia. Tutto questo che sembra astratto, risulta essere molto concreto quando si osserva a come le banche stiano reagendo alla politica dei tassi negativi.

La seconda osservazione di Shin non è meno pregnante e riguarda il capitale delle banche. Le banche centrali guardano al capitale bancario come a uno degli elementi della stabilità finanziaria o nell’ambito della loro attività di supervisori. “Ma avere banche ben capitalizzate è risultato importante per avere un buon meccanismo di trasmissione della politica monetaria”. In tal senso questa evidenza dovrebbe iscriversi di diritto nel patrimonio di conoscenze di una banca centrale.

Perché tale discussioni non vi risulti oziosa, è bene subito riportare alcune evidenze monitorate dal nostro esperto. I fondi propri di una banca, spiega, derivano da diverse fonti, la più importante delle quali è quella costituita dai retained earnings, che potremmo tradurre come gli utili cumulati e non redistribuiti agli azionisti. Tale grandezza non viene comunemente osservata e questa è una ragione in più per seguire il nostro relatore.

Un grafico molto interessante, con dati riferiti a 90 banche europee dal 2007 al 2014, mostra che i retained earning (RE) del 2007, quindi i profitti cumulati e non redistribuiti sino ad allora dalle banche erano 256 miliardi di euro, cifra simile a quella del 2014, quando erano 261. L’andamento di questi RE è stato altalenante negli anni della crisi. Scesi a 190 miliardi nel 2008, sono risaliti a 234 nel 2009 per raggiungere i 268 nel 2010 Da lì si è tornati sotto i 200 miliardi e via via si è risaliti verso il dato 2014.

Accanto ai RE vengono visualizzati i dividendi cumulati che sono stati distribuiti agli azionisti. Questi, a differenza dei RE sono cresciuti con notevole regolarità e anche quantità. Nel 2007 i dividendi cumulati sommavano a 37 miliardi. A fine 2014 erano arrivati a 196. Ciò significa che mentre nel 2007 i dividendi pesavano poco più del 14% sui RE, nel 2014 sono arrivati a pesare il 75%. Per dirla con le parole del nostro esperto, “ciò significa che gli utili accumulati dalle banche (e quindi questa parte di mezzi propri, ndr) sarebbero stati il 75% più elevati nel 2014 se le banche avessero scelto di reinvestire i profitti nei fondi propri, piuttosto che spenderli per pagare dividendi agli azionisti”. Ma vuol dire pure che questi 196 miliardi di euro sono stati trasferiti dal settore bancario agli azionisti invece che utilizzarli a supporto del credito alle economie. Ciò che avrebbe potuto generare un circolo virtuoso e ancora maggiori profitti per le banche.

Ma poiché con i se e con i ma non si va lontano, è utile osservare un’altra cosa. “In alcuni paesi i dividenti accumulati hanno superato i RE”. Questi ultimi sarebbero stati più del doppio di quanto fossero a fine 2014 che i profitti fossero stati reinvestiti nelle banche”. Vale la pena notare che nel gruppo di banche generose con i propri azionisti ci stanno quelle di Francia, Spagna e Italia. Per il nostro paese si osserva un RE totale, cumulato dal 2007 al 2014, di 25 miliardi, e dividendi pagati, nello stesso periodo, per 28. Ciò significa che se le banche italiane avessero capitalizzato i profitti invece di pagare gli azionisti, oggi avrebbero utili cumulati per 53 miliardi invece di 25 e forse avrebbero potuto affrontare con meno ansia – e noi di conseguenza – le loro sofferenze.

Invece hanno preferito versare dividendi gli azionisti. Che poi sono gli stessi che magari si lamentano del bail in.

Bitcoin for dummies: Nelle spire della blockchain

Adesso che abbiamo più chiaro cosa sia bitcoin, ossia la moneta virtuale, e quali pensieri incorpori, dobbiamo iniziare a comprendere meglio Bitcoin, vale a dire il sistema che consente i pagamenti espressi in bitcoin. La questione va analizzata, come abbiamo provato a fare, sia nella sua declinazione economica, e quindi confrontando Bitcoin con un normale sistema dei pagamenti, spingendosi poi ad esplorare anche quella tecnica che, pur senza bisogno di essere informatici di professione, va compresa perché finisce con l’avere conseguenze nella logica del sistema.

Cominciamo da una premessa: Bitcoin/bitcoin è denominata una criptovaluta perché utilizza la crittografia sia per creare moneta, sia per farla circolare. La crittografia è una tecnica che consente di proteggere i dati rendendoli illeggibili a tutti tranne al legittimo destinatario dell’informazione e ormai, dopo l’avvento dei computer, è diventata un business come un altro che richiede grandi conoscenze e specializzazioni per essere gestito.

L’uso della crittografia nel sistema Bitcoin ha un fine preciso, che lo stesso Satoshi spiega nel suo paper e il cui significato abbiamo già discusso: eliminare la fiducia dal sistema dei pagamenti. Quindi fare a meno di un terza entità, fra le due che effettuano la transazione, che ne certifichi gli esiti. Se A comunica a B un certo messaggio che solo B può leggere, per farvela semplice, non c’è bisogno di un terzo C che controlli che il messaggio di A abbia tutte le carte in regola per essere ricevuto e letto da B. E poiché un pagamento altro non è che un messaggio, usare una chiave crittografica consente semplicemente di fare a meno dell’intermediario.

Per riuscirci, Bitcoin fa un ulteriore passo in avanti. La crittografia, infatti, consente di ottenere un risultato impensabile nell’attuale sistema dei pagamenti basato sulle banche. Permette, vale a dire, di pubblicare on line in tempo reale tutte le transazioni in bitcoin che avvengono tramite Bitcoin iscrivendole in oggetti informatici, definiti blocchi, che, generandosi, costruiscono una catena che si allunga mano a mano che le transazioni vengono accese e successivamente validate dal sistema.

Questa lunga catena di blocchi – denominata blockchain dal sistema – è stata originata con il blocco zero, denominato Genesis Block, prodotto da Satoshi alle 18.15 del 3 genaio 2009 e da allora non ha mai smesso di allungarsi. Se siete curiosi, potete andare a sbirciare questo sito che elenca tutti i blocchi emessi da allora. Ma non spaventatevi: è roba da nerd, che impareremo a leggere nelle prossime puntate.

Per il momento giova solo rilevare che le infinite spire della blockchain avvolgono tutta l’economia di bitcoin soddisfando quel requisito di trasparenza nelle transazioni a gran voce sponsorizzato da tutti coloro che hanno in odio il sistema bancario. Mentre quest’ultimo nasconde dentro i suoi server più o meno inaccessibili le transazioni dei partecipanti, Bitcoin le mette in rete pur se celando le identità dei soggetti coinvolti dietro pseudonomi. E così facendo consente al network collegato a Bitcoin di validarle, generando il compenso in bitcoin per i minatori.

Il fatto che la blockchain sia una sorta di libro mastro digitale aperto all’osservazione e al contributo di chiunque, ma comprensibile davvero soltanto a pochi, realizza il miracolo di coniugare trasparenza e mistero. E così facendo svela la squisita ipocrisia di questo sistema. Che in fondo è quella del nostro tempo.

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La liberalizzazione dei capitali procede sotto il mare

Ripenso a un paper recente del Fmi dove si indica l’effetto diretto della liberalizzazione dei capitali sull’aumento della disuguaglianza globale mentre ne leggo un altro, stavolta della Bce dal titolo suggestivo: Cables, Sharks and Servers – Technology and the Geography of the Foreign Exchange Market. E improvvisamente capisco che le due cose sono intimamente collegate. La liberalizzazione dei conti capitali di molti paesi, che significa che i loro residenti possono far fluire dove vogliono i propri denari, sarebbe stata di sicuro meno dirompente, e la disuguaglianza altresì, se i paesi non avessero potuto godere di una storica rivoluzione tecnologica che però sarebbe stata inutile se non ci fosse stata un’infrastruttura capace di supportarla.

Mi rendo conto che è ovvio, così come mi accorgo che però è un’evidenza alquanto trascurata. Tutto oggi dicono che la disuguaglianza è esplosa anche per la liberalizzazione dei capitali, ma pochi notano quanto la tecnologia abbia pesato in questo processo secolare di redistribuzione del reddito e dei patrimoni. E non solo per gli evidenti effetti che può provocare sui posti di lavoro, ma per il semplice fatto che favorisce – facilitandola – quella transumanza di capitali che, per ipotesi del Fmi, è una delle cause dello striminzirsi della labor share.

Sicché decido di immergermi anch’io lungo la rete sottomarina di cavi che già da più un secolo ha iniziato a collegare i paesi consentendo loro – prima alla velocità del telefono, oggi di internet – di scambiarsi dati, quindi informazioni, quindi ordini di acquisto e vendita di prodotti finanziari.

Scopro un’altra evidenza anch’essa però ignorata: “La tecnologia ha importanti implicazioni economiche, riduce le frizioni spaziali fino all’80% e aumenta, in termini netti, la quota di trading offshore del 21%”. E non solo: “La tecnologia ha anche effetti economic importanti per la distribuzione delle transazioni finanziarie nel mercato dei cambi frai vari centro finanziari, facendo crescere la quota del turnover globale nel mercato di Londra, la più grande sede di negoziazione, di quasi un terzo”.

E scopro anche un’altra cosa: “Il mercato dei cambi è stato trasformato sin dal finire degli anni ’80 con l’avvento del broking e del trading elettronici, potendo contare su tecnologie dell’informazione meno costose e più efficienti. Oggi il trading elettronico domina i mercati dei cambi”. La liberalizzazione dei capitali, insomma, ha proceduto impetuosamente sotto gli oceani.

E torniamo a Londra. Sarà pure un caso, ma furono proprio gli inglesi a tendere il primo cavo sottomarino nella metà del XIX secolo.

Un caso di spiazzamento competitivo che ancora paga.

(1/segue)

Seconda puntata

Le metamorfosi dell’economia: Dal denaro al potere di scambio

La questione si potrebbe ricapitolare così: c’è uno spazio di dimensioni variabili fra il nostro denaro esistenziale – il tempo – e il nostro denaro sociale – la moneta – che usiamo tutti i giorni per i nostri scambi di beni e servizi. I redditi da lavoro in generale, ma in fondo anche quelli da capitale, sono nei fatti la rappresentazione di come, a livello istituzionale, abbiamo colmato questo gap. Il modo in cui abbiamo prezzato il tempo. D’altronde questo gap deve essere colmato perché senza un remunerazione del nostro tempo, vista la confermazione sociale che abbiamo realizzato, non siamo in grado semplicemente di vivere.

Quale sia la vastità di questo spazio da colmare, è questione insieme sociale e personale. Uno può considerarsi soddisfatto della propria remunerazione, perché giudica che il reddito monetario che percepisce in cambio del suo tempo sia soddisfacente, oppure no. Al tempo stesso molte retribuzioni vengono contrattate collettivamente. Quindi gli spazi del singolo sono in qualche modo limitati dalle consuetudini.

La questione però rimane. E trova la sua ragione d’essere in un principio che nessuno credo voglia mettere in discussione: le persone devono avere la possibilità di vivere dignitosamente. Quindi devono lavorare, risponde la società, salvo doversi poi confrontare con l’incubo di una crescente disoccupazione tecnologica e un andamento demografico altrettanto spaventoso.

E tuttavia il lavoro possiamo intenderlo in due modi: nella sua connotazione classica – quindi come prestazione richiesta da un datore che versa la retribuzione – o in quella nuova visione che stiamo tentando di delineare: ossia attività che promana dal singolo individuo a vantaggio suo e di altri, che però non sono chiamati a retribuirlo. Ma se costoro non lo pagano e non c’è un datore che richiede la prestazione, chi paga il nostro lavoratore?

Rispondere a questa domanda ne presuppone un’altra: con quali soldi?

La risposta che dal secondo dopoguerra è arrivata dalla società è stata: il governo con i soldi pubblici. Da qui il costante svilupparsi della funzione datoriale degli stati. Ma era davvero l’unica possibile o era solo quella più facile?

Poiché ci stiamo avvicinando alla conclusione di questo lungo discorso sulle metamorfosi dell’economia, dove tutto questo verrà riepilogato, è opportuno qui fissare una ulteriore sottolineatura sul termine moneta. Abbiamo visto che il denaro sociale e quello esistenziale non sono per niente simili. Il primo è una costruzione dell’immaginazione, che si è stratificata nel tempo secondo una certa prassi che vede coinvolti diversi soggetti, dalle banche centrali a quelle commerciali, sotto l’occhio attento degli stati. Il secondo ha a che vedere con la dimensione del soggetto che, dovendosi relazionare con un contesto economico, diventa soggetto economico e come tale chiamato a quantificare il suo tempo in unità monetarie.

Ora, se immaginiamo un valore del lavoro che abbia connotazioni diverse da quelle che usualmente consideriamo – e che quindi misuriamo col metro monetario – è evidente che la moneta “classica” può anche non essere la sola unità di conto con la quale prezziamo questo lavoro. L’economia del tempo richiede una sua moneta, così come quella dei beni ne ha originato una propria. E poiché l’economia del tempo non può né vuole essere un’alternativa a quella dei beni, ma un suo opportuno completamento, dobbiamo pensare a un sistema economico dove insistono due monete che però svolgono funzioni diverse e quindi hanno una diversa articolazione istituzionale.

Non si tratta perciò di affiancare alla moneta ufficiale “grossa” una moneta “piccola”, come usava nel medioevo, ma istituire uno strumento che svolga la funzione di completare il reddito del lavoratore, fornendogli potere d’acquisto ulteriore, e quindi metterlo in condizione di vivere dignitosamente.

Per immaginare la costruzione di questa nuova moneta dobbiamo innanzitutto cominciare dall’esplorare la sua fisionomia. La moneta ufficiale, lo sappiamo già, possiede tre caratteristiche: è una unità di conto, una mediatrice degli scambi e una riserva di valore. Quali caratteristiche ci serve possegga anche la nostra moneta esistenziale?

La prima, e la più importante, è che sia un mezzo per scambiare beni e servizi. Anzi, che sorga proprio dallo scambio di beni e servizi. Se io effettuo una prestazione il sistema monetario deve accreditarmi un corrispettivo. Ognuno di noi genera moneta per il semplice fatto di spendere tempo in un modo che sia riconosciuto come creativo di valore sociale. L’idea sviluppa quanto accade già nel sistema bitcoin, dove la moneta viene generata dal minatore come prova di un lavoro compiuto. Ma a differenza di bitcoin, questa moneta esiste solo nella misura in cui genera uno scambio. Lasciata inoperosa, non esiste.

La funzione di accreditare il mio corrispettivo può essere svolta dal destinatario della prestazione o da un sistema organizzato di rendiconto, questo non è rilevante. Ciò che conta è che vi sia corrispondenza quanto più immediata possibile fra prestazione/lavoro e remunerazione/pagamento.

La seconda caratteristica, il suo essere unità di conto, è strettamente funzionale alla prima. Non potrei accreditare nessuna somma se non fossi in grado di quantificarla.

La terza, invece, è altamente disfunzionale rispetto ai fini di questo esperimento. Se la nostra moneta fosse anche un riserva di valore, come è sempre il caso di bitcoin, ciò provocherebbe innanzitutto notevoli interferenze con la moneta ufficiale, sollevando questioni di prezzo relativo con quest’ultima e interferendo a livello finanziario in un mercato delle valute già sovraffollato. A meno che la nuova moneta non fosse inconvertibile nella vecchia. Ma in ogni caso, se tale nuova moneta fosse una riserva di valore, ciò ne svilirebbe il senso che ne ha motivato la creazione. La moneta esistenziale ha senso perché viene scambiata, non per essere tesaurizzata. Sarebbe come se mettessimo da parte il tempo per spenderlo dopo. Il che è ovviamente impossibile. Così come quest’ultimo scorre ed è destinato a terminare, ci piaccia o no, così il nostro denaro esistenziale deve scorrere via dalle nostre tasche e quindi essere speso. Perché ciò significa dar valore a ciò che conta veramente in economia: il nostro relazionarci con gli altri. Ossia tutto il contrario di ciò che fa chi pensa a tesaurizzare. E poiché tale tendenza è già assai diffusa, non avrebbe senso creare una nuova moneta per aggiungere ulteriori tentazioni.

Ricapitoliamo: la nuova moneta, che si propone di contribuire a colmare la spazio fra la nostra moneta sociale e la nostra moneta esistenziale deve semplicemente metterci in condizione di generare scambi. Nasce dal lavoro, quindi ogni lavoratore la emette con la sua prestazione, esiste con lo scambio e muore con lo scambio, visto che chi la riceve deve scambiarla a sua volta per trarne utilità sotto forma di beni o servizi. Viene generata naturalmente da chi compie l’attività: questo risponde (in parte) alla prima domanda che ci siamo fatti all’inizio, ossia da dove arrivino i soldi. Inoltre la sua conformazione, che la differenzia sostanzialmente dalla moneta ufficiale, risponde alla seconda domanda iniziale, ossia con quali soldi si paghino questi lavoratori.

Di conseguenza, più che parlare di moneta, che come abbiamo visto ha caratteristiche diverse e una lunga tradizione di fraintendimenti, sarebbe più corretto parlare di potere d’acquisto. Il lavoratore genera ricchezza con la sua attività che viene remunerata da un potere d’acquisto. Anzi, potere di scambio.

Come vedete le parole dell’Economia 2.0 non sono poi così diverse da quelle dell’Economia 1.0. A far la differenza è il significato.

(23/segue)

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Il costo salato del divorzio fra banche e titoli di stato

“Cosa sarebbe successo se le banche e le assicurazioni italiane non avessero assorbito l’eccesso di offerta di bond pubblici generate dal mercato al picco della crisi?”. Questa domanda, destinata a non avere risposta (e per fortuna) motiva il senso di un paper di recente pubblicato dalla Banca d’Italia (“Reforming the prudential treatment of bank’s sovereign exposure”) che ha il duplice pregio di sommarizzare lo stato dell’arte su un dibattito tanto astruso quanto sistemico, per la sorti della nostra finanza, pubblica e privata, e insieme tentare di capire cosa succederebbe ai bilancio delle banche, e soprattutto degli stati, se davvero si arrivasse a quella stretta nella regolazione che molti auspicano al fine dichiarato di spezzare il legame che tuttora tiene avvinti le banche commerciali e i titoli sovrani.

La questione riguarda tutti, ovviamente, ma noi italiani particolarmente, visto che le nostre banche (dati 2013) si qualificano come quelle più esposte in titoli sovrani (vedi grafico). I numeri ci dicono che il totale dell’esposizione sovrana delle banche italiane quotava oltre 260 miliardi alla fine del 2013, pari al 13,1% del totale degli asset bancari. Il 79,8% di questi 260 miliardi sono titoli di stato italiani. Parliamo quindi di oltre 200 miliardi. Se a questi aggiungiamo gli altri 280 miliardi che, sempre secondo i dati raccolti da Bankitalia, sono detenuti dalle assicurazioni, a loro volta obbligate a rispettare gli obblighi regolatori di Solvency II, viene fuori che questi intermediari detengono quasi mezzo trilione di debito pubblico italiano, quasi un quarto del totale. Perciò, l’idea che tramite una più stringente regolazione si possa in qualche modo obbligare le banche a disfarsi dei titoli di stato italiani rischia di avere effetti importanti per l’economia. Non soltanto per lo Stato, che dovrebbe vendere a chissà chi questi titoli, ma anche per gli intermediari, che con questi asset ci hanno fatto profitti “sicuri” e che usano questa carta per diverse operazioni finanziarie, a cominciare dai repo con la banca centrale.

Il tema del dibattere è noto. Le regole vigenti consentono alle banche di prezzare praticamente zero il rischio collegato a questi asset e di conseguenza ciò non genera appesantimenti né nella gestione del capitale bancario – non ne deve essere accantonato o quasi come contropartita – né in quella della liquidità. La crisi tuttavia ha convinto alcuni che questo regime sia poco efficace. “Il dibattito internazionale – spiegano gli autori dello studio – sulla revisione del regime prudenziale di regolazione è ancora in corso e non ha ancora prodotto proposte”. E tuttavia le tendenze sono note: si vuole arrivare a tagliare il nodo che lega assai strettamente, specie in paesi come il nostro, lo stato alle banche commerciali per il tramite dei titoli di stato.

Senonché, si tratta di materia pericolosa. Per provare a stimare gli effetti di una regolazione più stringente, Bankitalia ha svolto alcune simulazioni ad ampio raggio assumendo di volta in volta ipotesi diverse. Evito di entrare troppo nella tecnicalità. E’ sufficiente rilevare che a seconda dell’ipotesi considerata, l’applicazione di regole più severe sugli accantonamenti di capitale potrebbe provocare generare un abbassamento del Tier 1, ossia il patrimonio di base delle banche, fino a 120 punti base, quindi dall’11,9% al 10,7, generando quindi un notevole calo nel capitale di vigilanza.

Una diversa regolazione delle norme sui limiti alla grandi esposizioni provoca risultati altrettanto rimarchevoli. A seconda delle soglie prefigurate, le banche tedesche, italiane e spagnole dovrebbero diminuire la loro esposizione di bond sovrani rispettivamente di 157, 100 e 57 miliardi di euro, con l’avvertenza che queste cifre sono riferite solo alle grandi banche non al sistema nel suo complesso. Capite bene perché gli autori sottolineino che tale eventualità dovrebbe essere “attentamente valutata”. Si rischia di creare un terremoto non indifferente. “Il ruolo delle banche come shock-absorbers si è dimostrato cruciale durante la crisi – notano – e potrebbe essere impedito se si arrivasse a una regolazione più stringente”.

Se poi si adottasse un ulteriore criterio che prevedesse limiti di concentrazione nelle esposizioni sovrane in relazione al Tier 1, noi italiani saremmo ancora più inguaiati. “L’esposizione della banche italiane ai bond sovrani è circa intorno al 200% del capitale Tier 1. Quindi, per esempio, con una soglia del 100% di limite di concentrazione, l’introduzione del cap costringerebbe le banche a liberarsi del 50% della loro esposizione sovrana, che ammonterebbe a 200 miliardi di euro, il 13% del Pil”.

Un bel problema, appunto. Ma allora perché se ne parla?

Scorgo una risposta fra le righe, quando gli autori osservano che non è la regolazione lo strumento più efficace per ottenere l’obiettivo che ci si propone, ossia avere una finanza privata (e pubblica più stabile). “Il rischio di contagio che derivi dai titoli sovrani alle banche dovrebbe essere affrontato alla radice, diminuendo la probabilità di default sovrano (attraverso più forte disciplina fiscale) e il costo eventualmente associato ad un tale evento (attraverso una gestione efficace delle crisi istituzioni)”.

Si parla a nuora (le banche) perché suocera (lo stato) intenda.

Comunque andrà a finire con la revisione della disciplina, in corso presso il comitato di Basilea, una cosa appare chiara. La regolazione prepara la strada a una maggiore disciplina fiscale. Dopo l’Unione bancaria, d’altronde, è anche logico.

(2/segue)

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La battaglia inosservata che cambierà banche e stati

Prosegue, con implacabile costanza, la battaglia pressoché inosservata che i regolatori hanno ingaggiato ormai da anni per arrivare a una sostanziale rivoluzione del modello che finora – e non è esagerato dirlo – ha retto in piedi le finanze pubbliche di molti stati. Ossia la prassi di molte banche commerciali di acquistare bond pubblici del proprio paese di residenza. L’ultima puntata di questa lunga contesa si è svolta pochi giorni fa, durante l’Ecofin, quando si è consumata l’ennesima spaccatura europea proprio sulla proposta sponsorizzata da alcuni paesi nordeuropei, Germania in testa, di porre limiti al possesso di titoli di stato da parte delle banche. Il fronte del no, nel quale militano Francia e Italia, ha impedito che la proposta evolvesse in norma. Ma sbaglierebbe chi pensa che sia finita qui.

La questione infatti, pure se al momento è stata derubricata dal tavolo dei politici, rimane ben aperta su quella dei regolatori internazionali, e in particolare il Comitato di Basilea, ai quali i politici dell’Ecofin, e non a caso, hanno dichiarato di volersi ispirare. Non si tratta di uno stop, perciò, ma solo di un rinvio. Vale la pena perciò riepilogare il perché e il percome.

All’indomani della crisi del 2010, e in particolare nel 2011, nel nostro paese la tendenza delle banche a comprare titoli di stato è diventata dilagante. Di fronte alla sparizione degli acquirenti esteri le banche commerciali sono diventate grandi prenditrici di debito pubblico italiano, con ciò – a volerla vedere in chiave patriottica – contribuendo a stabilizzare gli spread. Oppure, volendola vedere in chiave più utilitaristica, così facendo le banche si sono riempite di debito “sicuro” che rivestiva il notevole vantaggio di non richiedere accantonamenti prudenziali, e quindi capitale, per essere sostenuto. Questi motivi, probabilmente concorrenti, sono quelli che hanno originato l’idea che occorra spezzare il nesso fra sistemi bancari e stati sovrani.

Il problema, secondo molti, è tutto qua. Da una parte questo sistema garantisce agli stati che qualcuno comprerà i suoi titoli. Dall’altra le banche avranno sempre un investimento “sicuro” e poco costoso in termini di capitale che le renderà meno interessate ad esplorare investimenti alternativi. Questa visione, che la Bundesbank è stata la prima a sponsorizzare, piano piano ha scalato i piani alto della Bce che, non a caso, ne tratta nel suo ultimo rapporto annuale.

“La recente crisi finanziaria  – ha scritto la Bce – ha dimostrato l’inadeguatezza della nozione implicita secondo cui il debito sovrano è privo di rischio, rendendo necessaria una revisione dell’attuale schema di regolamentazione del rischio sovrano. La modifica della regolamentazione finanziaria in questo ambito richiede una soluzione globale che garantisca alle banche condizioni di parità”

Di recente, inoltre, il tema è finito all’attenzione dell’Esm, e anche della Banca d’Italia, che ha pubblicato un paper nel quale si evidenziano i rischi per la stabilità macroeconomica e finanziaria che potrebbero derivare da una regolazione più stringente sulla materia. Quest’ultima è già oggetto di un’attività di revisione della quale si sta occupando il Comitato di Basilea, che agisce nel seno della Bis, e al quale è stato demandato l’incarico di trovare una difficile quadratura del cerchio. Difficile perché bisogna tenere conto degli effetti che tale regolazione potrebbe avere su economie assolutamente differenti, con sistemi bancari differenti e condizioni di finanza pubblica che lo sono altrettanto.

“Il Comitato di Basilea per la vigilanza bancaria – sottolinea la Bce – guida il processo di revisione del trattamento prudenziale esistente per il rischio sovrano a livello internazionale e valuterà le possibili opzioni di policy. Il Comitato di Basilea sta conducendo tale revisione in modo attento, olistico e graduale, con lo scopo di valutare anche le questioni più generali collegate al ruolo dei mercati del debito sovrano, nonché l’impatto che modifiche dello schema di regolamentazione potrebbero avere su tale ruolo e su determinati segmenti di mercato. Occorre soppesare accuratamente i costi e i benefici di qualunque eventuale modifica dello schema di regolamentazione. La valutazione deve tenere conto dell’impatto potenziale della revisione sul funzionamento dei mercati e sulla stabilità finanziaria, nonché degli effetti collaterali che potrebbe avere su altre classi di attività, incidendo sulla capacità di intermediazione delle banche. Inoltre, andrebbero considerate debitamente la funzione di liquidità svolta dalle obbligazioni sovrane e le potenziali implicazioni per la trasmissione della politica monetaria”.

Al di là delle conclusioni alle quali arrivano i diversi soggetti, evidentemente diverse, ciò che conta è che la discussione sia decisamente orientata a verso una decisione che, qualunque essa sarà, provocherà un sostanziale mutamento delle consuetudini finora intercorse fra banche e stati.

Capire se sarà meglio o peggio di adesso non è facile. Però possiamo farcene un’idea.

(1/segue)

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