Bitcoin for dummies: I nuovi capitalisti

Ci sono ancora alcune caratteristiche di bitcoin, la moneta virtuale, che dobbiamo analizzare prima di passare all’analisi di Bitcoin, ossia l’infrastruttura che veicola i pagamenti. Ciò servirà a comprendere meglio la fisionomia dei nuovi capitalisti che l’avvento della moneta digitale inventata dal misterioso Satoshi ha consegnato alle nostre cronache finanziarie.

La prima qualità di bitcoin che dobbiamo osservare è che si tratta di una moneta che viene generata (dal sistema) ma non creata (dalle banche), con le conseguenze che abbiamo già sottolineato. La generazione di bitcoin deriva da una proof of work, cioé da una prestazione che i minatori svolgono quando certificano la validità di una transazione e quindi ne consentono la scrittura nella blockchain, ossia il libro mastro digitale che documenta tutte le transazioni dall’inizio del sistema ad oggi e che più avanti impareremo a leggere.

Ciò ci conduce alla seconda caratteristica: nessuno può disporre di bitcoin se non li genera tramite il sistema o non li acquista, essendo il bitcoin convertibile in valuta ufficiale. La prima possibilità, sottintende due qualità che è interessante sottolineare. La prima è che bitcoin è una moneta che nasce dal lavoro di una persona (di un computer, per essere precisi). Quindi viene generato da un soggetto e non da un’istituzione. E questa è una caratteristica interessante da un punto di vista teorico, visto che sposta il potere di emissione collegandolo allo svolgimento di una prestazione. La seconda qualità è che il detentore di bitcoin è più incentivato a generare moneta che a scambiarla. Quindi ad accumulare valore.

La possibilità di generare moneta, tuttavia, per quanto teoricamente aperta a tutti, in realtà è assai esclusiva. Le regole del gioco prevedono che la complessità dell’algoritmo che la macchina deve risolvere – la proof of work – cresca al crescere della quantità di bitcoin emessi. E ciò comporta che l’investimento per generare bitcoin diventi più costoso al crescere di tale complessità. Qualcuno ha stimato che in sostanza l’investimento necessario per generare bitcoin ormai equivalga, in unità, alla quotazione del bitcoin, che al momento oscilla fra i 425 e i 440 dollari, dopo aver superato i 1.100 all’inizio del 2014. Una volatilità che i critici della moneta virtuale non mancano di utilizzare a dimostrazione dell’inefficacia di bitcoin, proprio per la sua instabilità, a rappresentare un mezzo di scambio efficace.

La complessità richiesta per generare bitcoin ci conduce alla terza caratteristica. I primi minatori, che hanno estratto i bitcoin dal sistema quando era molto più facile di adesso, hanno goduto di un grande vantaggio rispetto a quelli che sono entrati nel sistema più tardi. E poiché la quantità di moneta è fissata, tale vantaggio è destinato a perpetuarsi. I primi minatori sono diventati i primi veri capitalisti dell’economia di bitcoin.

Qualcuno, nel 2013, si è divertito a stimare la concentrazione di bitcoin, calcolando che meno di mille persone detengano la metà dei bitcoin generati finora. Aldilà della correttezza di tale stima, ciò che conta è il principio: bitcoin è una roba per tutti e per (quasi) nessuno.

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Si prepara l’Internazionale delle tasse

Poiché è la questione fiscale la vera determinante della politica economica di questo inizio di secolo, non mi stupisce osservare che nei giorni scorsi le principali istituzioni internazionali abbiano lanciato una piattaforma di collaborazione per rendere più efficace quella che dovrebbe essere la funzione principe degli stati: quella di prenditori.

Il documento congiunto è stato firmato dal Fmi, l’Ocse, l’Onu e la Banca Mondiale. Leggendolo si scoprono le linee guida di questa collaborazione. Questa sorta di Internazionale delle tasse si propone di “fornire un estensivo supporto allo sforzo fiscale dei paesi”, visto che “rafforzare i sistemi di tassazione è emersa come una delle chiavi di sviluppo prioritarie” dell’economia internazionale, anche in virtù del fatto che “sono necessari significanti ricavi fiscali addizionali, ricavati in modo efficiente ed equo, per vincere le sfide dello sviluppo globale”. “Le organizzazioni internazionali (IOs, ndr) accolgono positivamente l’aumentata enfasi sulla tassazione, riconoscono la loro responsabilità per supportare ulteriormente i paesi e vedono approfondirsi la loro collaborazione e cooperazione come una componente essenziale per il rafforzamento dei sistemi fiscali”.

Da qui la proposta di creare “una nuova piattaforma che funzioni come un veicolo centrale capace di migliorare la cooperazione, consentendo alle IOs di sviluppare un approccio comune, rilasci un output condiviso e risponda alla richiesta di un dialogo globale sulla materia fiscale”.

Non pensiate che questa piattaforma di venuta dal nulla. L’Ocse lavora da tempo a un progetto di cooperazione internazionale sul versante fiscale che di recente ha portato all’elaborazione del progetto BEPS sponsorizzato dai paesi del G20, quindi dai principali player dell’economia. Le altre IOs lavorano ad altri progetti, fra i quali merita una menzione quello realizzato sempre da Ocse in collaborazione con l’Onu denominato Tax inspectors without border, che si propone di migliorare di aiutare i paesi più fragili a gestire la loro capacità fiscale.

L’Internazionale delle tasse, va sottolineato, nasce proprio da una richiesta dei paesi del G20, che a novembre 2015 hanno chiesto a Ocse di implementare il progetto BEPS ed è facile capire perché. In un mondo dove la sostenibilità fiscale è messa a dura da una montagna di debiti e da sviluppi demografici preoccupanti, migliorare la capacità di riscossione è assolutamente vitale. E poiché insieme alla globalizzazione di azioni e merci c’è anche quella dell’elusione e dell’evasione fiscale – i vari Panama papers ce lo ricordano di continuo – serve una visione internazionale per cogliere il problema nella sua interezza e provare a risolverlo.

Quindi, a volerla guarda positivamente, l’Internazionale delle tasse servirà a scovare i furbi. A volerla guardare meno positivamente, sarà un passo in più verso la Grande Convergenza istituzionale che si va preparando per il XXI, con un mondo dove le istituzioni sovranazionali avranno sempre più voce in capitolo nella gestione dell’economia.

Ne uscirà qualcosa di buono? Come diceva il poeta, ai posteri l’ardua sentenza.

Le metamorfosi dell’economia: La democratizzazione dell’ozio

Nel libro La società opulenta che Galbraith scrisse più di cinquant’anni fa, l’economista individuava alcune tendenze di fondo che agivano nel senso di mitigare la “condanna” del lavoro, visto che “la gente normale non si è mai lasciata completamente convincere che il lavoro (il negozio, ndr) sia piacevole quanto l’ozio, malgrado gli inauditi tentativi compiuti”. La “mentalità tradizionale“, notava ancora, nel tempo non aveva saputo far altro che ridurre l’orario di lavoro al crescere della ricchezza. Ma così facendo aveva mancato di esperire altre possibilità. “La prima di esse – scrisse – è che il lavoro può essere reso più facile e piacevole”.

Questo semplice passaggio, che sembra banale, richiede una profonda evoluzione spirituale, oltre che materiale, che chissà quanto siamo pronti ad accettare. Significa ribaltare l’idea di lavoro come ci hanno abituati a pensarla per secoli, ossia una dura necessità. “La più grande prospettiva che noi abbiamo di fronte – sottolineava ancora – è quella di eliminare il lavoro come necessaria istituzione economica”. Niente meno di questo dovrebbe entusiasmarci. Smetterla di pensare alla produzione di beni come indice del valore del lavoro e concentrare la nostra attenzione sul tempo.

Galbraith individuava alcune lineamenti di questa evoluzione già altrove notando innanzitutto che non tutti i lavori sono uguali e che questa differenziazione aveva già generato una nuova classe. Una classe di oziosi. Non nel senso di nullafacenti, ma di persone impegnate in un’attività che non è un lavoro, nel senso comune del termine. E quindi un’attività che sia una fonte di piacere, non di sofferenza. Una lontana rimembranza dell’otium latino. Perché il lavoro non è tutto uguale, come sempre Galbraith osservava, sottolineando l’identità di vedute sul problema del lavoro dell’economia capitalista e di quella comunista. Non a caso, ovviamente. Sia comunisti che capitalisti condividono il mito della produzione e le sue radici culturali, dividendosi solo sull’organizzazione a la distribuzione di questa produzione. Di sicuro non su cosa sia il lavoro.

Nella realtà osservabile già ai tempi in cui scriveva Galbraith, quando la società diveniva opulenta, c’era chi lavorava e soffriva e c’era invece chi lavorava e godeva. E non erano i redditi a fare questa differenza, anche se certo il reddito era ed è importante. A fare la differenza era la considerazione che si aveva del proprio lavoro, e quindi del proprio tempo. “Per altri – scriveva – il lavoro, come continua ad essere chiamato, è una cosa del tutto diversa. Non si discute nemmeno che esso debba essere piacevole, e il fatto che eventualmente non lo sia è fonte di profonda insoddisfazione o delusione (..) in generale chi svolge attività di questo genere vuol credere di dare tutto il suo migliore contributo senza preoccuparsi del compenso, e sarebbe turbato se qualcuno affermasse il contrario. Questo – concludeva – è il lavoro della nuova classe”.

Considerare questi neo-oziosi una classe è sicuramente un’iperbole, per quanto suggestiva, che risente della temperie culturale in cui il libro fu scritto, ma è una comoda semplificazione che possiamo utilizzare anche oggi. Alcuni dei suoi lineamenti individuati all’epoca sono ancora attuali. Nella nuova classe, “fin dalla più tenera infanzia si prospetta ai bambini l’importanza di trovare un lavoro che possa riservare delle soddisfazioni, cioé un lavoro che non comporti fatica, ma godimento. (..) la nuova classe non è una casta chiusa, a migliaia ogni anno vi entrano e il titolo più importante per venirvi ammessi è l’istruzione”. “Negli ultimi cento anni – notava ancora – la nuova classe si è indubbiamente molto ingrandita”, e dopo aver elencato i numerosi vantaggi che comportava appartenervi, Galbraith sottolineava che “l’ulteriore e rapida espansione di questa classe debba costituire uno degli scopi fondamentali della società, e forse lo scopo veramente fondamentale, subito dopo quello della pacifica convivenza”.

Ne discendevano anche implicazioni di politica economica: “Se l’espansione della nuova classe diventasse un deliberato obiettivo della società, questo fatto, traducendosi in una migliore tutela degli interessi dell’istruzione e quindi influenzando la domanda di prestazioni intellettuali, letterarie, culturali e artistiche, aumenterebbe notevolmente la possibilità di appartenere alla nuova classe. Nello stesso tempo la riduzione del numero di coloro che lavorano tanto per lavorare diventa un fenomeno da considerare come un valore positivo. Man mano che questo lavoro diventerà più scarso e costoso, questa tendenza verrà naturalmente accelerata”.

Quest’ultima riflessione merita un breve approfondimento. Affiancare al mercato del lavoro come lo conosciamo un’organizzazione del lavoro fuori dalla logica del mercato che sia attrattiva, avrà come logica conseguenza che chi preferisce vendere il suo tempo sul mercato del lavoro tradizionale potrà richiedere salari più elevati, visto che quest’ultimo dovrà offrire più di quanto offre l’organizzazione alternativa per “comprare” ciò di cui ha bisogno per produrre. E in un tempo in cui si discute forsennatamente dell’erosione continua della labor share e delle conseguenze depressive che ciò provoca sulla domanda aggregata, ciò non può che avere effetti positivi sul benessere generale.

Lasciamo questa lunga citazione di Galbraith con alcune domande che l’economista si faceva al termine della sua esposizione: “Perché gli uomini dovrebbero affannarsi ad aumentare il proprio reddito quando ciò può essere ottenuto soltanto al prezzo di molte noiose e tristi ore di lavoro? E perché poi dovrebbero farlo se i beni diventano sempre più copiosi e meno urgenti? Perché essi non dovrebbero invece far fruttare al massimo il tempo che hanno a disposizione nella loro vita?”.

Le stesse domande dovremmo farcele anche oggi. Quasi sessant’anni dopo, al nostro livello di opulenza, la nuova classe è potenzialmente in grado di accogliere chiunque lo voglia. La democratizzazione dell’ozio è davvero a portata di mano. Basta volerlo. Ma prima di volerlo dobbiamo capirlo. E quindi trasformare questa comprensione in azione. Le istituzioni seguiranno.

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La finanza europea agisce nell’Ombra

Serviva l’ultima relazione annuale della Bce a ricordarci un’evidenza che avevamo già osservato e poi dimenticato: l’incredibile incremento dello shadow banking nell’eurozona. Si calcola che su 67 mila miliardi di asset finanziari che circolano nel sistema europeo, oltre un terzo, circa 26 mila, facciano capo a banche ombra. Si tratta di entità che “pur non essendo banche, forniscono credito, emettono attività assimilabili a moneta o si finanziano con passività a breve termine e investono
contestualmente in attività creditizie a lungo termine. Fra queste entità figurano in particolare le società veicolo finanziarie, i fondi del mercato monetario e gli altri fondi di investimento”. Alla classificazione elaborata dalla Bce sfuggono perciò le compagnie di assicurazione e i fondi pensione che, come sappiamo, sono anch’essi assai rilevanti per la quantità e la qualità degli asset che gestiscono.

Tale sistema, che replica il comportamento delle banche senza doverne subire limiti e regolazione, ha conosciuto la sua fioritura all’indomani della crisi finanziaria, soprattutto “sulla scia dell’intensa ricerca di rendimento da parte degli investitori
internazionali”, come nota la Bce. Una tendenza chiaramente visibile da un grafico dove si osserva che ancora nel 1999 gli asset totale erano appena a 9 trilioni di euro, a fronte dei 26 attuali.

E’ giusto sottolineare, come fa la Bce, che “il settore ha affiancato il sistema bancario
tradizionale, svolgendo un’importante funzione di cuscinetto per l’economia allorché, negli ultimi anni, il credito bancario si è contratto”. Ma è altresì chiaro a tutti che “è aumentato il potenziale di impatto sul sistema finanziario più in generale e sull’economia reale del sistema bancario ombra, considerato il suo peso crescente nei mercati dei capitali e i legami sempre più stretti sia al suo interno, sia fra di esso e le altre parti del settore finanziario, comprese le banche”. In sostanza, va tutto bene finché le cose vanno bene. Al contrario, il rischio di comportamenti che incoraggino la prociclità di un ribasso sono alti. Per dirla in altro modo, un gestore di fondi molto esposto può essere incoraggiato a vendere quando tutti vendono e con ciò aggravare i ribassi. E questo spiega perché lo shadow banking sia così amorevolmente osservato dalla nostra banca centrale.

Da tali osservazioni nasce il sospetto che si sia sviluppata una certa concentrazioni di attività in capo a un numero limitato di operatori, da un lato, che si somma alla circostanza che tali operatori siano intimamente collegati a grandi banche. Il che vorrebbe dire che il rischio bancario uscito dalla porta rientra dalla finestra della banca ombra. E poi un’altra cosa: capire e monitorare queste entità è ancora ben lungi dall’essere un obiettivo raggiunto. “Le limitazioni statistiche, pertanto, continuano a condizionare l’attività di monitoraggio dei rischi e delle vulnerabilità da parte della BCE”. Insomma, questo settore agisce e prospera davvero nell’ombra.

O meglio, all’ombra dei regolatori.

 

 

L’economia ai tempi dello ZLB: La Bce fa aumentare il credito. In Svezia

Per quelli che giudicano inutile, se non addirittura dannosa, la politica monetaria vale la pena riportare un interessante speech pubblicato dalla Bis dove viene fuori un’altra evidenza circa gli esiti delle decisioni delle banche centrali: la loro costante eterogenesi dei fini. Come altro considerare l’evidenza che le scelte della Bce finiscono finalmente con l’aumentare il credito, ma non nell’eurozona bensì in Svezia?

Ancora più interessante notare, osservando il grafico, è che nei paesi dove le policy delle banche centrali hanno condotto i tassi in territorio negativo, l’andamento del credito è stato assai differente, mostrando ciò un’altra evidenza che la modellistica che alimenta le decisioni delle banche centrali tende a ignorare: i sistemi bancari non sono tutti uguali. E banche diverse fanno cose diverse. Le caratteristiche di un sistema bancario provocano che la risposta alla politica monetaria sia molto differente a seconda del luogo dove si origina.

Se non fosse così non si spiegherebbe come sia possibile che in Svizzera e in Svezia, nello stesso trimestre considerato si avessero, nell’una una crescita negativa del credito del 2% e nell’altro una crescita positiva dell’8%.

Quest’ultima impennata del credito svedese merita un approfondimento, ma prima giova sottolineare che nel frattempo la crescita del credito nell’eurozona è stata praticamente piatta. Sopra lo zero, o poco più. Altrettanto interessante osservare il dato del Giappone, impegnato in un’azione di stimolo monetario imponente ormai da diversi anni. Bene: dal primo quarto 2014, quando il tasso di crescita del credito era al 4%, si è arrivati alla fine del 2015 con un tasso dimezzato. Da questo punto di vista si puà dire che l’azione della Bce abbia funzionato, visto che la crescita era negativa nel 2014 e adesso è poco sopra lo zero.

Ma certo, l’eurozona non ha fatto faville. Vedremo nei prossimi mesi. Ma chi si aspetta che basti abbassare i tassi per stimolare il credito dovrebbe iniziare a nutrire qualche dubbio. Per dirlo con parole di Hyun Song Shin, autore della presentazione (Bank capital and monetary policy transmission), “in tempi normali il modello classico è un’accettabile astrazione di cosa accada al prestare. Il problema sorge quando si spinge il modello al di là del punto di rottura e l’astrazione non è più accettabile”. E poiché non viviamo tempi normali – il punto di rottura sono i tassi nominali azzerati o negativi che il modello non contempla – ecco che l’automobile del credito, per usare la stessa metafora scelta dal nostro economista, rischia di trovarsi il freno dove prima c’era l’acceleratore. Il che può essere molto pericoloso, quando si guida.

Le ragioni per queste divergenze fra andamenti del credito nei vari paesi a tassi negativi possono essere molteplici. Dipende ad esempio, da quanto pesino i depositi sui prestiti, o da quanto pesino sugli asset. Dipende dal modello di business. Dipende anche dal costo di finanziamento che le banche devono affrontare. E qui è interessante osservare quale possa essere stata la spiegazione di ciò che è accaduto in Svezia.

Secondo il nostro economista la spiegazione è semplice. “Le banche svedesi sono sensibili agli sviluppi nell’area euro e specialmente all’inclinazione della curva dello yield”. Per dirla semplicemente le banche svedesi hanno trovato conveniente indebitarsi in euro e prestare a lungo termine in corone. Sicché hanno emesso bond a lungo termine denominati in euro e poi li hanno usati come collaterale nel mercato monetario per prendere a prestito corone che hanno dato a loro volta a prestito al mercato domestico. In sostanza hanno sfruttato l’andamento dell’euro per avere finanziamenti a costo più contenuto. Il risultato è stata “un’abbondanza di euro in Svezia da parte di venditori (le banche, ndr) che vogliono prendere a prestito corone con euro come collaterale”. L’analisi mostra inoltre che “le banche in Svezia tendono ad attingere più fondi all’estero quando l’euro è debole” e questa è una evoluzione alquanto recente, nota ancora. “In questo senso la notevole crescita del credito in Svezia può essere collegata sia agli sviluppi monetari  dell’euro zona che a circostanze domestiche”.

Nel dubbio, non ditelo a Draghi.

Inizio della serie l’Economia ai tempi dello ZLB

Bitcoin for dummies: l’eliminazione delle banche

“Abbiamo proposto un sistema per le transazioni elettroniche che non si basa sulla fiducia”, conclude Satoshi nel suo paper nel quale presenta al mondo la tecnologia Bitcoin/bitcoin.

Fare a meno della fiducia, in un sistema di pagamenti dove si scambia una moneta vuol dire essenzialmente una cosa: che i soggetti impegnati nella transazione siano certi che nessun intervento umano (al netto dei potenziali attacchi fraudolenti al sistema) sia capace di stravolgerne il corretto funzionamento. Ciò implica che il bitcoin sia una moneta capace di garantire il suo valore di moneta – e a questo dovrebbe servire il fatto che la quantità sia data dal sistema in 21 milioni di monete emesse – e che il Bitcoin, quindi l’infrastruttura dove si svolge il pagamento, sia capace di evitare il double spending, ossia che uno stesso soggetto spenda due volte la stessa moneta.

Il sistema tradizionale, che poi è quello che usiamo tutti i giorni, al contrario è essenzialmente basato sulla fiducia che viene (o dovrebbe essere) garantita da due diversi soggetti istituzionali: le banche centrali e le banche commerciali. Le prime hanno il compito statutario (fra gli altri) di gestire la moneta, e quindi garantirne la stabilità. Le seconde sono gli interlocutori del sistema del pagamenti che poi trova sempre nella banca centrale il luogo delle sue compensazioni. In entrambi i casi il lavoro di queste due entità è osmotico.

Approfondiremo poi come funziona il nostro sistema di pagamento per confrontarlo con Bitcoin. Intanto però dobbiamo subito notare una cosa. Il sistema proposto da Satoshi e realizzato dai suoi accoliti, volendo tagliare fuori la fiducia, realizza un doppio risultato: da una parte impedisce alle banche commerciali di creare moneta scritturale moltiplicando per il tramite del credito (ossia della fiducia) la base monetaria messa a disposizione dalla banca centrale. Dall’altro riduce il credito a una transazione diretta fra chi possiede i bitcoin – i nuovi capitalisti – e chi ne ha bisogno. E’ interessante sottolineare che neanche ai tempi del gold standard ante prima guerra mondiale si era arrivati a una visione monetaria cos’ estrema. All’epoca, oltre alla base aurea esisteva quella che veniva chiamata “piramide del credito” che consentiva alle banche di moltiplicare la moneta esattamente come adesso.

In sostanza, fare a meno della fiducia significa di colpo fare fuori le banche centrali, che non devono più “creare” moneta, visto che ci pensano i minatori, né “reggere” il sistema dei pagamenti, visto che questo lavoro lo fa la blockchain, e insieme le banche commerciali, che non possono generare altra moneta moltiplicandola né devono più essere l’intermediario di passaggio fra i soggetti di una transazione perché la blockchain le rende a loro volta superflue.

Eliminare la fiducia dal sistema significa in pratica far fuori il sistema bancario, nelle sue diverse articolazioni.

E questo spiega perché Bitcoin/bitcoin sia piaciuto a molti.

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La buona salute dell’Ue dipende dagli Usa non dalla Cina

Uno dice la Cina e, mediamente, si preoccupa, essendo il tanto temuto rallentamento cinese fonte di svariate ansie nel nostro tormentato cronicario finanziario. E invece ho scoperto leggendo l’ultimo bollettino della Bce che gli europei farebbero bene a pregare per la buona salute dei nostri cugini americani piuttosto che per quella dei nostri compari cinesi, per la semplice circostanza che la nostra buona salute, e segnatamente del nostro export, dipende assai più dai primi che dai secondi.

Il risultato è frutto di un’analisi su quelle che la teoria economica chiama catene produttive globali, ossia osservazioni statistiche relative non tanto e non solo ai saldi finali dell’import e dell’export, ma su come le merci vengono prodotte e da chi e soprattutto su come si costruisce il valore nel corso del loro peregrinare man mano che da semplice materia prima un bene diventa quello che infine è.

L’analisi conclude che “se si considera la destinazione finale delle esportazioni dell’area dell’euro, il valore aggiunto prodotto nell’area (ivi compreso quello contenuto in beni o servizi ulteriormente trasformati e riesportati dai grandi
partner commerciali) è assorbito in larga parte dalle economie avanzate, specie
dagli Stati Uniti. Di conseguenza, è probabile che l’area dell’euro risenta con relativa
intensità degli andamenti della domanda negli Stati Uniti ma in misura inferiore
delle dinamiche osservate, ad esempio, in Cina, paese che riesporta una quota dei
prodotti provenienti dall’area”.

Questa considerazioni ha notevoli implicazioni per le nostre economie, pure al netto della facile osservazione che rileva poco sapere che siamo in più stretta connessione con gli Usa rispetto alla Cina, se poi scopriamo che la stessa cosa vale per gli Usa e la Cina. Voglio dire che se la buona salute degli americani dipende dai cinesi, e la nostra dipende dagli Usa, alla fine dei conti il risultato non cambia. In un mondo profondamente globalizzato come il nostro chiunque sia il malato contagia tutti.

Detto ciò, alcuni temi dell’analisi meritano un pur succinto approfondimento. A cominciare dal significato di catena internazionale di valore, oggi assai di moda e altrettanto frainteso. La globalizzazione ha consentito alle imprese di “specializzare la produzione in diversi stadi e su più paesi, beneficiando della maggiore divisione internazionale del lavoro”. Accanto ai vantaggi – minori costi di produzione e interscambio di conoscenza – c’è lo svantaggio che è più difficile capire da dove può arrivare un potenziale contagio. Faccio un esempio: un’analisi classica dei flussi commerciali che si limiti a osservare che un paese A esporta X verso un paese B, dedurrà da questo saldo che un calo dell’import del paese B avrà effetti negativi sul paese A.

Questo flusso però non è mai così lineare come può apparire. “I dati sull’interscambio lordo conteggiano due volte una parte dei flussi commerciali, poiché le esportazioni comprendono anche input importati e una quota del prodotto esportato finisce per tornare nel paese di origine”. Quindi, tornando al nostro esempio, se il paese A importa dal paese B una materia prima e poi vi esporta un semilavorato o un prodotto finito, il tutto viene sommato nella contabilità commerciale falsandone di fatto il valore. “Pertanto, qualsiasi analisi che attinga a dati sul commercio lordo potrebbe sovrastimare la rilevanza di alcuni partner commerciali e sottostimare quella di altri”.

E questo è il punto saliente.

L’analisi si è svolta su quattro paesi partner dell’area euro, quindi Usa, Cina, Regno Unito e Russia. La prima informazione che possiamo trarre osservando un grafico riguarda i flussi di export. Dal 2009 si osserva un peso crescente dell’export extra EZ rispetto a quelli intra EZ, che nel complesso appaiono stagnanti. Se guardiamo agli indici, notiamo che fatto 100 il valore dell’export intra EZ nel 2000, quest’ultimo è arrivato a circa 125 nel 2015, mentre quello extra Ez oscilla intorno a 175. Quindi se è vero, come scrive la Bce che “la creazione dell’Unione economica e monetaria ha recato benefici al commercio all’interno dell’area dell’euro”, è vero pure che ne recati molto di più al commercio extra EZ. E questo, sempre secondo la Bce, è dipeso anche dall’euro che “ha rafforzato il mercato interno per gli esportatori dell’area dell’euro e agevolato le transazioni transfrontaliere”. La qualcosa somiglia più a un’opinione, ma tant’è.

L’effetto che di sicuro ha comportato la creazione dell’euro sul commercio è che l’area è diventata più sensibile agli andamenti economici esterni. Tale tendenza si osserva notando come la domanda interna sia cresciuta di pochi punti percentuali fra il 2000 e il 2015, mentre le importazioni sono praticamente raddoppiate. In tale contesto le catene globali di valore influiscono notevolmente nel modo in cui gli shock si trasmettono nell’area. “Se un settore fornitore di prodotti intermedi è colpito da uno shock dell’offerta (la distruzione di un impianto produttivo in seguito a una catastrofe naturale), gli effetti sarebbero avvertiti anche dai settori a valle, che dipendono dagli input del comparto in questione; è quanto accaduto in Giappone dopo lo tsunami del 2011”. Si verifica, insomma, quello che gli esperti chiamano effetto eco. In questo propagarsi che somiglia alle onde sismiche, sarebbe estremamente difficile per qualunque paesi non subire effetti, visto lo stato dell’interconnessione globale.

Un’altra informazione utile la traggo da un altro grafico che misura le esportazioni dirette dei principali paesi europei calcolate sul totale e suddivise nelle aree di export a cui fanno riferimento. Dal grafico è chiaramente osservabile il peso preponderante degli Stati Uniti nelle esportazioni europee, malgrado in alcuni paesi come la Germania sia quantitativamente equivalente a quello cinese. Se confrontiamo questo grafico con quello delle esportazioni indirette si nota subito il punto saliente: “Gli Stati Uniti sono il più importante mercato di destinazione per le esportazioni dirette, mentre Cina e Regno Unito rappresentano una percentuale più elevata delle
esportazioni indirette. Ne emerge che l’area dell’euro mostra una connessione relativamente stretta con l’evoluzione della domanda interna negli Stati Uniti; per
contro, Cina e Regno Unito agiscono maggiormente da riesportatori dei prodotti provenienti dall’area. Quanto alla Russia, le esportazioni dirette prevalgono su quelle
indirette”.

Cosa ci dice tutto questo? Innanzitutto che “oltre un quinto delle esportazioni lorde di Cina e Regno Unito proviene da mercati esteri”. In pratica sono paesi trasformatori più che produttori. In Cina, per dire, il contenuto di importazioni delle esportazioni è aumentato dal 14% della seconda metà degli anni ’90 al 22% del periodo pre crisi. Al contrario in Russia è diminuito.

Ancora più interessante notare è che il Regno Unito ha una notevole quota di valore aggiunto estero che proviene proprio dall’area euro, che pesa circa la metà del totale delle sue “importazioni esportate”, mentre gli altri paesi hanno una quota di prodotti dall’EZ assai più ridotta. E c’è un’altra differenza. Mentre la Cine riesporta le sue importazioni europee principalmente in Canada e Stati Uniti, il Regno Unito riesporta il 43% del suo valore aggiunto nell’eurozona. Insomma, i legami commerciali fra noi e i britannici, per non parlare di quelli finanziari, sono assai più profondi di un qualunque Brexit. E dopo l’eurozona, fra i partner commerciali ci sono gli Usa, non i cinesi.

Questo ci riporta all’inizio della storia: “Una turbolenza della domanda negli Stati Uniti eserciterebbe probabilmente un impatto commerciale considerevole sull’EZ attraverso gli scambi bilaterali e gli effetti eco, mentre un analogo shock in Cina inciderebbe in misura inferiore sull’attività economica dell’area”.

Una simulazione conferma questa ipotesi. Uno shock dell’1% sul Pil negli Stati Uniti peserebbe quasi lo 0,3% su quello dell’EZ, con effetti più pesanti per la Germania, -0,35 e poco più di 0,2% per l’Italia. Mentre se la stessa cosa accadesse in Cina, l’Eurozona “soffrirebbe” una perdita di meno dello 0,1%.

Attenti però a pensare che possiamo disinteressarci del rallentamento cinese. Il brutto dei contagi è che non si sa mai da dove arrivino.

Le metamorfosi dell’economia: La riconciliazione di ozio e negozio

Dobbiamo alla latinità, o quantomeno a come è stata tramandata, la separazione fra otium e nec otium, quindi fra tempo speso in attività libere che giovano al progresso dell’individuo e tempo speso per gli affari e gli obblighi della vita quotidiana. In sostanza si distingue fra ciò che piace a me fare e ciò che devo fare in ragione dei miei obblighi sociali. Per gli altri, insomma. Per chi non lo ricordasse, la particella nec, in latino, implica negazione. Quindi il nec otium, che la vulgata giudica essersi evoluto nell’italiano negozio – ossia nel sinomino degli affari – era inteso dagli antichi come tempo speso ad occuparsi di cose correlate agli affari quotidiani. Ciò che oggi chiamiamo genericamente lavoro.

Poiché nasce da una negazione, il nec otium non poteva che, logicamente, essere un’opposizione. L’ozio, che i latini intendevano in modo assai diverso da come lo intendiamo noi, quindi, era considerato l’opposto del negozio. Al punto che molti giudicavano il nec otium poco onorevole e quindi adatto solo alle classe più basse della società.

Tale sentire connotò negativamente per secoli il rapporto dell’uomo col negozio. L’influenza della cultura religiosa, prima, e politica, poi, determinò lentamente il mutamento. L’ozio, prima desiderato divenne esecrato. L’ozioso, prima ammirato, divenne oggetto di riprovazione. Ozioso divenne un insulto, quando prima rivelava una qualità positiva.

Al contrario il negozio, che godeva di una pessima reputazione sin dai tempi di Aristotele e che tale conservò fino al Medioevo, finì con l’essere sacralizzato nella nuova ideologia del lavoro, che la rivoluzione industriale finì con l’edificare per convincere orde di persone a rendersi felicemente disponibili per la nuova forma di lavoro che andava ad affermarsi, sostituendo antiche consuetudini: il lavoro salariato.

L’ideologia del lavoro fu, ed è tuttora, una delle colonne portanti del sistema capitalistico. E fu anche questa frutto di una lunga evoluzione sociale, sponsorizzata da filosofi e pensatori. La riforma protestante, soprattutto grazie all’opera di Calvino, farà assurgere il lavoro a categoria di valore universale. E più tardi Locke, lo abbiamo visto, farà del lavoro l’unico motivo che legittima la proprietà privata, ossia l’altro fondamento del nostro attuale sistema economico.

Non serve citare altri esempi. Vale la pena ricordare però che la costituzione sovietica del 1936 riportava all’articolo 12 che soltanto chi lavorava aveva diritto di mangiare. Ciò per dire che la teologia del lavoro ha radici profonde ed esiti comuni anche a ideologie concorrenti.

Oggi il conflitto fra ozio e negozio è tutt’altro che risolto. L’ozio rimane nella sapienza popolare il padre dei vizi. E il negozio/lavoro il dovere di chiunque voglia mangiare mitigandosi di recente tale necessità con il compito, assegnato alla politica, di farlo corrispondere a un diritto da assicurare. E’ evidente che secoli di consuetudine non spariscono in un batter di mani, però possiamo tentare alcune osservazioni che lasciano immaginare come i tempi siano maturi per arrivare finalmente a una riconciliazione fra ozio e negozio.

La prima osservazione è sotto i nostri occhi e tuttavia raramente le diamo il giusto peso. Il mondo sta conoscendo un livello di ricchezza che mai nella storia era stato raggiunto. L’aumentare delle disuguaglianze materiali, che rimane assai pronunciato, non impedisce che un povero di oggi nelle economie avanzate sia più ricco di un benestante di un secolo fa in ragione dei beni a cui ha accesso o dell’assistenza, nelle sue varie forme, di cui può godere. Tale progresso è evidente ed è inutile sottolinearlo.

Altresì evidente è un’altra circostanza, ormai quotidianamente sottolineata, che però non viene mai associata alla prima: il mondo, almeno nei paesi cosiddetti avanzati, non ha mai visto una quota così rilevante di anziani sul totale della popolazione. Le previsioni a medio termine immaginano gli anziani sempre più numerosi – e anche questo è un sintomo di ricchezza – mentre le fasce più giovani, in relazione, regrediscono. Anche questi due processi hanno radici secolari, proprio come il conflitto fra ozio e negozio. Quindi è probabile siano questi gli elementi che determineranno la nostra evoluzione sociale.

Ma che significa riconciliare ozio e negozio? Significa semplicemente dare il giusto valore al lavoro, e quindi al tempo che ad esso dedichiamo. Valore sociale, prima ancora che monetario. Quindi costruire un sistema istituzionale dove l’otium di una persona coincida con il suo nec otium. Tutti devono avere la possibilità di esprimere se stessi nel lavoro e ricavare il reddito di cui hanno bisogno. Su questa proposizione c’è già un diffuso consenso sociale che però cozza con la struttura dell’organizzazione dell’attuale mercato del lavoro. E poiché è irrealistico immaginare che quest’ultimo cambi sostanzialmente, ciò implica che dobbiamo affiancargli una organizzazione del lavoro che gli sia in qualche modo complementare che consenta di arrivare a una sostanziale democratizzazione dell’ozio. La qualcosa rappresenta un chiaro aumento di benessere per le nostre popolazioni.

In sostanza, l’otium latino, che significa tempo speso a occuparsi di ciò che giova all’individuo, deve includere il nec otium, ossia giovamento con la propria azione all’altro da sé. Nello scioglimento della (apparente) contraddizione fra otium e nec otium si scioglie anche l’altra (apparente) contraddizione fra Io e Altro. Il che oltre ad essere una notevole evoluzione economica, è anche un’altrettanto notevole evoluzione spirituale.

Malgrado l’apparenza non sto facendo filosofia. La ricchezza che abbiamo creato e l’età delle nostre popolazioni rendono oggi tutto questo non soltanto assai concreto, ma possibile se riusciamo a cogliere l’occasione storica che ci si presenta. E le vicende degli ultimi decenni consentono di coltivare un ragionevole ottimismo.

Che ci siamo avviati lungo la strada della democratizzazione dell’ozio, infatti, qualcuno l’ha già notato. Può essere utile ricordarlo.

(21/segue)

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L’odissea economica dei Millennials USA

Li chiamano Millennials e ho scoperto leggendo una ricerca di S&P che sono la Grande Speranza dell’economia americana. Costoro, che la vulgata accredita come i nati genericamente fra il 1980 e il 2000 sono, nella distribuzione per età della popolazione Usa la coorte più numerosa, e quindi su di loro si ripongono gli auspici di una domanda più robusta, e quindi di un’economia più vigorosa, quando finalmente guadagneranno abbastanza per poterselo permettere.

Il che ci riporta a un’altra domanda: ci arriveranno mai?

Prima di rispondere è utile guardare alcuni dati. Un articolo pubblicato dalla Fed di S.Louis fotografa chiaramente l’andamento della ricchezza mediana nella società americana. L’analisi considera le differenze isolando campioni diversi per età, istruzione e gruppo razziale. Ma quel che qui interessa sono i Millennials. Costoro, come si può vedere, hanno un reddito mediano di poco superiore ai 14.000 dollari, mentre la fascia d’età superiore, dai 41 ai 60 anni, supera i 100 mila e gli over 61 addirittura i 200 mila.

Incrociando i dati Fed con quelli di S&P scopriamo così che il 27,4% della popolazione Usa ha un reddito mediano di 14.000 dollari. “La buona notizia – dice S&P – è che gli American Millennials stanno entrando negli anni quando guadagneranno, e spederanno di più. Al momento la loro spesa corrisponde a 600 miliardi di dollari e questo importo potrebbe raddoppiare entro il 2020”.

Potrebbe appunto. Perché ciò accada devono verificarsi due condizioni: che i redditi aumentino e, soprattutto, che i Millennials si sgravino di un po’ dei debiti che hanno accumulato che, com’è noto tendono a scoraggiare la spese future.

In questa sorta di odissea, che dovrebbe concludersi con l’approdo alla terra promessa di un livello di vita dignitoso, questi giovani, che ormai tanto giovani non sono più, o almeno non tutti, devono fare i conti con i profondi cambiamenti demografici cui sta facendo fronte la società americana che ne zavorrano notevolmente le prospettive.

Sempre S&P ha calcolato che il combinato disposto fra allungamento della vita media e abbassamento del tasso di fertilità sta già causando una costante diminuzione della popolazione in età lavorativa con gravi conseguenze sui tassi di crescita, visto che meno persone al lavoro vuol dire meno prodotto. Le stime dell’agenzia calcolano che l’evoluzione demografica abbia diminuito il pil Usa di almeno lo 0,6% l’anno, in media, fra il 2004 e il 2014, e che, nei prossimi otto anni, tale diminuzione arriverà allo 0,8%. E questo accadrà proprio negli anni in questi i Millennials dovrebbero guadagnarsi maggiori retribuzioni.

Come si vede l’ascesa dei giovani americani verso la soglia alta dei consumatori potrà al più compensare l’effetto depressivo di una coorte sempre più numerosa di anziani, ma non invertirlo. E sempre che si verifichi quanto, almeno in passato, si è sempre verificato. Ossia che crescendo l’età, aumento anche il reddito.

Perché se così non fosse, le prospettive potrebbero essere ancora più brutte. Sempre S&P, prendeno a prestito le previsioni demografiche elaborate dalle Nazioni Unite prevede che nel 2050 la popolazione in età lavorativa diminuirà dall’attuale 60% al 54%, con un’impennata del dependecy ratio, ossia il tasso di dipendenza di chi non lavora da chi lavora, che arriverà all’84% rispetto al 67% di oggi.

Non a caso, in conclusione della sua ricerca, l’agenzia lascia capire che gli anziani dovranno lavorare più a lungo. Ma in tal caso, come dovrebbero i Millennials riuscire a trovare lavori più remunerativi?

Si dice: grazie alla crescita. Ma anche qui la demografia si mette di traverso. La stessa S&P ammette che la curva della crescita americana mostra una tendenza costante alla riduzione, anche a causa della demografia. Una popolazione più anziana è sicuramente meno dinamica – quindi spende meno – rispetto a una più giovane, e ciò spiega il declinare della crescita Usa al mutare della struttura della popolazione.

In questo disperato tirare di qua e di là una coperta che è drammaticamente corta risiede l’enigma della società americana, che a ben vedere è comune a tante altre economie. Sempre meno giovani, con redditi incerti, chiamati a sostenere sempre più anziani in crescita costante di costi per pensioni e sanità.

Le odissee sono tormentate. E non sempre finiscono bene.

La Buba smitizza gli effetti della deflazione salariale tedesca

Chi associa alla deflazione salariale tedesca l’origine dei mali dell’eurozona e insieme del successo tedesco, troverà di che riflettere in un’interessante simulazione pubblicata di recente dalla Bundesbank che si pone una semplice domanda: I salari tedeschi più bassi hanno contributi a creare squilibri finanziari nell’eurozona?

Il tema, per una serie di ragioni, è diventato molto popolare in Italia e all’estero. Ormai appartiene alla conoscenza comune la circostanza che negli anni antecedenti alla crisi si fossero formati ampi disavanzi delle partite correnti in alcuni paesi europei a fronti di importanti surplus di quelle tedesche che, in particolare dal 2002 in poi, iniziarono ad impennarsi fino ad arrivare a quasi l’8% del pil nel 2007 (grafico). “Alcuni osservatori – scrivono gli autori – hanno individuato in questi squilibri la radice della crisi del debito nell’euroarea”.

Scopo dello studio è osservare quanto le politiche salariali tedesche, le note riforme del mercato del lavoro approvate fra la fine degli anni ’90 e l’inizio dei 2000 – abbiamo contribuito all’emersione di questi squilibri. “Come conseguenza – osservano – i salari reali sono diminuiti”. Nel modello sviluppato si prendono in esame nove paesi e si è provato a calcolare la correlazione fra l’andamento in Germania delle variabili connesse alle politiche salariali e al saldo corrente e quello dell’andamento del saldo nei paesi campione. Come premessa vale la considerazione che “gli studi correnti hanno mostrato che la competitività di prezzo, l’occupazione e la produzione aumentano quando il potere contrattuale dei lavoratori diminuisce. Questo provoca un miglioramento del saldo corrente del paese interessato”. Quindi la circostanza che le riforme tedesche abbiano impresso un movimento ascendete al surplus corrente sembra motivata.

“La nostra analisi – sottolineano tuttavia – ha mostrato che il calo del potere contrattuale dei lavoratori tedeschi ha avuto effetti più eterogeni sul saldo corrente dei paesi europei”. In particolare, a fronte del miglioramento del saldo corrente tedesco, “il saldo di conto corrente è caduto in Grecia e in Olanda, mentre si sono avuti effetti positivi in Spagna, Finlandia e Spagna. La risposta di Austria, Italia e Portogallo è stata appena percepibile”. Attenzione: ciò non vuol dire che in questi paesi le cose siano andate bene. In Spagna, lo ricordo, il deficit delle partite correnti è arrivato a sfiorare il 10% del Pil. Ma vuol dire che tale effetto non trova la causa nella deflazione salariale tedesca.

“Una delle possibili ragioni di questi risultati – osservano – è che i legami commerciali fra i paesi differiscono. Mentre risultati negativi sono usualmente il risultato di una competizione diretta fra paesi, effetti positivi possono indicare l’esistenza di catene di valore internazionali. Uno scenario nel quale ciò può verificarsi è quando un paese fornisce beni intermedi a un altro paese, che poi elabora questi beni ulteriormente e li esporta”. Insomma: non esisterebbe un diretto automatismo fra il surplus tedesco e il deficit spagnolo.

Nel passo successivo l’analisi prova a quantificare l’effetto delle politiche salariali tedesche sui saldi di conto correnti degli altri paesi. Per farlo calcola quale sarebbe stato l’andamento del conto corrente tedesco senza le riforme. L’analisi controfattuale che viene sviluppata mostra che la politica salariale tedesca “non ha grande incidenza sugli squilibri osservati in Europa”. Conclusione: “La moderazione salariale tedesca non ha potuto essere il driver principale degli squilibri esterni dell’eurozona”.

Morale della favola: in queste cose si può dire tutto e il suo contrario, e continuare ad avere ragione.