Bitcoin for dummies: i nuovi minatori

Per farsi un’idea di quanto il bitcoin somigli davvero all’oro non bisogna essere grandi esperti di finanza o di informatica: basta una semplice osservazione. E’ sufficiente osservare quanto gli attuali minatori somiglino a quelli che in passato rischiavano ogni loro avere per impelagarsi nelle tante corse all’oro che hanno segnato la nostra storia.

La prima differenza è evidente: i nuovi minatori sono dotati di capitale, visto che devono investire su costosi macchinari capaci di esprimere la potenza di calcolo necessaria a dare soluzione al problema matematico risolto il quale il sistema elargisce nuova moneta. Poi vedremo come.

La seconda differenza è che i nuovi minatori devono possedere una solida cultura informatica, che li renda capaci di manovrare questi macchinari, il che ci lascia immaginare che siano opportunamente alfabetizzati.

La terza differenza è la sintesi delle prime due: partecipare alla corsa all’oro digitale è roba per molti, ma non per tutti. Mentre in passato bastavano un setaccio e un piccone e un certo gusto per l’avventura, il nuovo minatore somiglia più a Mr Robot che al vecchio Paperon de’ Paperoni, che aveva fatto fortuna nel Klondike. L’oro digitale è un affare esclusivo, insomma, tutt’altro che inclusivo. E l’architettura del sistema lo rende vieppiù esclusivo man a mano che l’emissione di bitcoin prosegue.

Per capire perché serve un piccolo approfondimento.

Nel sistema elaborato da Satoshi le caratteristiche principali relativamente alla moneta emessa sono due: il totale dei bitcoin è fissato in 21 milioni di unità e poi ogni nuova emissione è legata alla risoluzione di un algoritmo ad opera del minatore. La prima emissione di bitcoin è stata fatta dallo stesso Satoshi alle 18.15 del 3 gennaio 2009 con quello che è stato chiamato generation block.

Per adesso sorvoliamo su cosa sia un blocco – lo vedremo più avanti quando analizzeremo il funzionamento del sistema di pagamento Bitcoin – ciò che conta rilevare è che il generation block ha prodotto i primi 50 bitcoin. Il protocollo di Satoshi prevede che tale incentivo – le pepite digitali dei nuovi minatori – si riduca man a mano che i bitcoin vengono estratti. Ciò vuol dire che non solo la quantità di moneta è fissata – si dovrebbe arrivare intorno al 2033 a un valore vicino al massimo per giungere asintoticamente al totale intorno al 2140 – ma l’incentivo a scavare nuovi bitcoin diminuisce in maniera inversamente proporzionale alla loro estrazione. Oggi si è già dimezzato a 25 bitcoin per ogni soluzione dell’algoritmo. Il che obbliga i minatori a sempre maggior spesa e sforzo, per estrarre sempre meno. E questa è un’altra differenza con i vecchi minatori. Questi ultimi, mano a mano che una vena si esauriva potevano almeno sperare che se ne trovasse un’altra. I nuovi minatori invece devono spendere sempre più per avere sempre meno. Per giunta non estraggono il vecchio metallo giallo, che tutto il mondo capiva e desiderava, ma un astruso codice digitale che gran parte della popolazione neanche sa cosa sia o come si utilizza.

Insomma: questi nuovi cacciatori di tesori sono più ricchi, più istruiti ma sono condannati guadagnare sempre di meno spendendo sempre di più. In questo somigliano a molti.

Sono gli eroi del nostro tempo.

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Il Fmi si candida a salvare il mondo

Poiché il mondo ha bisogno di essere salvato da se stesso, chi meglio del Fmi potrebbe riuscire nell’impresa, essendo pure titolato a farlo con tanto di atto costitutivo?

Mi figuro sia stato questo il ragionamento degli estensori mentre leggo un agile documento dedicato alle tante e note fragilità del nostro sistema monetario e finanziario internazionale, che infatti occupano gran parte delle 38 pagine del paper (Strenthening the international monetary system)“, che si concludono con alcune considerazioni che si potrebbero riepilogare così: non solo il Fmi deve prendere un ruolo di primo piano nell’intervento delle emergenze finanziarie, a cominciare da un efficace gestione della liquidità, ma anche la sua moneta, l’SDR, deve essere pronta, visto che il sistema attuale, basato sugli swap della Fed e sulla predominanza del dollaro mostra con chiarezza la corda.

Potremmo discutere a lungo sulla circostanza che il sistema attuale mostri la corda da un bel pezzo. Già dal finire degli anni ’50 era chiaro a tutti quelli che “il peso specifico dell’economia americana e la predominanza del dollaro”, come scrive oggi il Fmi, siano un fattore che incoraggia l’instabilità. Che certo si è aggravata, specie da quando i flussi di capitale hanno cominciato a viaggiare liberi per il mondo compiendo il miracolo di far diminuire la povertà e insieme fare aumentare la diseguaglianza. Sempre perché la famosa pentola del diavolo è orfana di coperchio.

La differenza, fra allora e oggi, è che adesso il Fmi sente di avere abbastanza forza politica per dirlo a chiare lettere, pure se nei toni sfumati dei documenti ufficiali. D’altronde non è un caso che il Fondo abbia inserito nel suo basket dell’SDR la valuta cinese e che, al contempo, il Congresso americano abbia dato il via libera alla riforma delle quote.

Le due cose insieme ci suggeriscono uno scenario plausibile. Piano piano l’ente sovranazionale per eccellenza, il Fmi, e i suoi vari satelliti – il paper cita la Bis, il WTO, il FSB e la World Bank, diventeranno pure i protagonisti della Grande Convergenza istituzionale che va delineandosi nel nostro variegato paesaggio, incoraggiata dalle crisi presenti e soprattutto future che la nostra insanabile incoscienza provvederà di procurarci. Ma questo non vuol che gli Usa non rimangano gli azionisti di maggioranza del Fondo.

In questa strategia mimetica scorgo il tramonto definitivo dell’idea (ma non della sostanza) di nazionalità che, se questo scenario diverrà qualcosa di più concreto di una mia fantasia, verrà diluita, ma non cancellata, in una sorta di società per azioni globale – sul modello di quanto è stato fatto per l’eurozona – dove gli stati più forti comunque faranno valere il loro peso ma in confronto competitivo (e chissà quanto cooperativo) con le burocrazie sovranazionali.

Esagero? Può darsi. Noto, tuttavia, che più volte nell’analisi circostanziata che il Fmi ha fatto della situazione attuale, gli estensori hanno sottolineato il ruolo che l’atto costitutivo assegna al Fondo, qualificandolo di fatto, oltre che per diritto, come l’unica entità globale titolata ad occuparsi dell’equilibrio finanziario internazionale, visto che gli egoismi nazionali – sintetizzo malamente – hanno la vista troppo corta per osservare il quadro d’insieme e agire di conseguenza. Pure chi potrebbe – ossia gli Usa – finisce impelagato nelle sue beghe interne producendo sconquassi globali per il tramite della sua moneta e, soprattutto, dell’enorme quantità dei suoi debiti.

Nella parte conclusiva del documento, appena un paio di pagine, viene delineato il percorso immaginato dal Fmi che si articolano su tre grandi aree tematiche: La gestione dei flussi di capitale e gli interventi sul mercato dei cambi, il global financial safety net (GFST) ossia la capacità di costruire e gestire con efficacia un salvagente finanziario, e poi il ruolo dell’SDR. Relativamente al punto due è utile sapere che il Fmi produrrà a breve un paper per analizzare se il fondo ha risorse sufficienti a fare il prestatore globale, anche garantendo la liquidità dei mercati. E sarà interessante scoprire se è davvero così. Quando alla moneta SDR, il Fmi ci dice soltanto che molti parti del consorzio (la Cina?) “sono interessati a discutere del modo di migliorare il ruolo dell’SDR”.

Il documento si conclude con alcune domande che gli estensori scrivono per il board dei direttori invitandoli a decidere le risposte. Basta riportare le ultime due: “Come vedete il ruolo del Fondo, come pilastro globale, per promuovere l’efficacia del GFSN? Quali sono le aree prioritarie di riforma?”.

Una volta si chiamavano domande retoriche.

Le metamorfosi dell’economia: Il nuovo valore del lavoro

L’idea che il lavoro esprima un valore appartiene agli albori del pensiero economico moderno e nel tempo ha generato tentativi tanto generosi quanto disperati finalizzati a fare proprio del lavoro la misura stessa del valore economico. Da ciò si dedusse una teoria del capitale e dell’interesse – quella dello sfruttamento – che presto transitò nel discorrere politico, visto che le sue basi teoriche erano fragili almeno quanto forte era stata la passione che le aveva edificate.

Fu chiaro già sul terminare del XIX secolo che la teoria del valore-lavoro, enunciata da Smith e poi pedissequamente ripercorsa dai suoi coevi, non aveva senso alcuno. Anche Ricardo, che pure tale teoria aveva contribuito ad edificare agli albori del secolo, concluse la sua carriera di pensatore analitico ammettendo che era praticamente impossibile trovare una soluzione coerente al problema di una misura univoca del lavoro capace di quotare il valore.

Ciò non impedì a Marx di mettere tale principio alla base del primo volume del Capitale utilizzando quegli espedienti retorici che Eugen von Bohm-Bawerk ridicolizzerà nel secondo volume della sua opera monumentale sulla Storia e critica delle teorie dell’interesse e del capitale, nella quale fu dedicato un ampio capitolo proprio all’analisi della teoria dello sfruttamento. Ossia la teoria, poi divenuta la base del socialismo, che vedeva nell’appropriazione del plusvalore da parte del capitalista la dimostrazione del fatto che il lavoratore venisse spossessato di ciò che, sin dai tempi di Locke, veniva giudicato suo: il frutto del proprio lavoro e quindi il valore che da esso veniva generato.

Non serve qui riproporre gli argomenti dell’economista austriaco. Rileva assai più la sua conclusione sulla teoria dello sfruttamento giudicata “sconsiderata e precipitosa”, viziata da “presunzione, falsa dialettica, contraddizione interna e cecità di fronte ai fatti della realtà”. Il successo di tale teoria, notava ancora, veniva imputato alla circostanza “di aver portato la battaglia su un terreno sul quale di solito non solo ma la testa ma anche il cuore ha voce in capitolo”. “E’ facile credere a ciò che si vuol credere – notava -. La condizione delle classi lavoratrici è effettivamente in massima parte una condizione di miseria: ogni filantropo deve auspicarne il miglioramento. Molti profitti di capitale sgorgano da fonti poco limpide: ogni filantropo deve auspicarne che tali fonti siano prosciugate. E così, posto dinanzi a una teoria i cui risultati mirano ad alzare le pretese dei poveri e abbassare quelle dei ricchi, e che coincide in tutto o in parte con i desideri del proprio cuore, c’è chi si schiererà a priori dalla sua parte (..) perciò credono alla teoria dello sfruttamento perché vogliono crederci, sebbene sia falsa e ci crederebbero anche la sua motivazione teorica fosse peggiore di quella che è”.

L’invettiva di von Bohm-Bawerk ha il pregio di ricordarci ciò che lui stesso dimentica: nei fatti economici il cuore ha pieno diritto di cittadinanza, visto che l’economia ci riguarda e non riguarda astrattamente se stessa. L’economia è politica, sin dal suo sorgere, perché ha a che fare con la polis, ossia con la costruzione sociale di cui ognuno di noi è partecipe. E poiché siamo persone e non macchine, è del tutto naturale ragionare col cuore, oltre che con la testa, mentre cerchiamo di soddisfare la nostra pancia.

Tale evidenza è difficile accettarla anche ai giorni nostri, figuriamoci ai tempi di von Bohm-Bawerk, quando si coltivava l’idea di una teoria pura che trovasse nella logica la sua piena legittimazione esistenziale. E la logica della teoria dello sfruttamento era, come fu notato, quantomeno ballerina.

Ciò non vuol dire che il discorso non avesse un suo fondamento. Solo che, come poi è accaduto a gran parte dei pensieri dell’economia, era basato su un fraintendimento.

Per scoprirlo dobbiamo tornare ancora una volta a Smith. Stavolta invece di citare dal suo testo, attingo all’orazione funebre che Friedrick von Wieser dedicò al padre della scuola austriaca, Carl Menger, che pose su nuove basi la teoria del valore. Ho preferito questa citazione all’originale di Smith perché credo sia utile vedere come alla fine del XIX secolo fossero stati assimilati gli insegnamenti del filosofo scozzese. “Il lavoro – scrisse von Wieser – secondo quanto afferma Smith esige dall’uomo un sacrificio in termini di riposo, libertà e felicità, e il possesso di prodotti del lavoro acquista necessariamente valore, agli occhi degli individui per il fatto che tale possesso risparmia loro un ulteriore sacrificio di valore”. Quindi secondo questa interpretazione, ciò che dà valore ai prodotti è che, possedendoli, i soggetti possono evitare di dover lavorare per averli/produrli. E questo ci riporta al fatto essenziale: dovendo dedicare tempo al lavoro, io devo sottrarlo ad attività più piacevoli.

L’idea che il lavoro sia il tormento dell’uomo appartiene alle radici profonde del nostro immaginario, derivando da un pensiero sostanzialmente religioso – basta ricordare la nostra cacciata dal paradiso raccontata nella Bibbia – che poi è diventato sentire sociale. Ci sia o non ci sia, per molti il lavoro è un problema. E questo perché ci richiede tempo, ossia la nostra vita. Dobbiamo spendere tempo per lavorare in cambio di un salario. Dobbiamo scambiare il nostro denaro esistenziale per una contropartita di denaro sociale.

Possiamo tentare però un’altra interpretazione del pensiero di Smith. Non è il lavoro in sé che dà valore agli oggetti, ma è il tempo che dedico alla loro realizzazione. Il lavoro, in fondo, non è altro che tempo impiegato in una certa attività. Il lavoratore tende di solito a valorizzare questo tempo più di quanto gli frutti in unità di salario. L’utilità del salario, insomma, è inferiore a quella del tempo speso per guadagnarlo.

Ciò spiega perché il lavoro sia spesso vissuto come un tormento. Avendo i soldi, si farebbe altro. E anche perché i ricchi siano così tanto invidiati. Non tanto (o non solo) per i beni materiali di cui dispongono. Ma per la libertà di tempo che possono comprarsi col loro denaro.

Le diseguaglianze distributive, sospetto, sarebbero meno avvilenti se alla loro base non ci fosse l’unico e autentico sfruttamento: quello di chi può disporre pienamente e liberamente del proprio tempo a spese di chi non può perché deve lavorare, occupando il suo tempo in attività che giudica poco utili per se stesso. Per questo molti preferirebbero avere un reddito certo, anche se modesto, e il proprio tempo libero, piuttosto che un reddito elevato ma nessuna libertà.

Ovviamente ci sono anche le eccezioni. Ma il grande successo dei piani di previdenza sociale che da oltre un secolo contribuiscono alla felicità di molti anziani dimostra che sono solo questo: eccezioni. Ogni uomo sogna (salvo poi scoprire che non gli piace) di essere padrone del suo tempo, ma ovunque è in catene, come direbbe Rousseau.

Se seguiamo questa linea di ragionamento, arriviamo a una semplice conclusione: ognuno dovrebbe dare valore al proprio tempo. Questo è il modo economico per dire che dovrebbe dar valore innanzitutto a se stesso. E quindi scegliere un lavoro che sia produttivo di valore per lui e, indirettamente, per chi ne fruisce. Non è necessario che la prestazione lavorativa sia collegata a un corrispettivo monetario. Quest’ultimo, lo vedremo, potrà affluire da altre fonti. E’ necessario però che l’impiego del tempo tramite il lavoro generi valore sociale e contribuisca quindi all’aumento del capitale sociale.

Ne consegue che questo nuovo valore del lavoro è capace di creare ricchezza sociale anche per il tramite della gratuità. Non tutti i beni e i servizi prodotti da un lavoro siffatto saranno prezzati dal mercato. Ma tutti avranno un valore socialmente riconosciuto. Ciò implica che chiunque abbia prodotto questo valore dovrà essere retribuito. Perché il cuore, prima ancora della testa, non accetta che si sia costretti alla schiavitù di un lavoro che ci avvilisce o alla miseria del tempo liberamente impiegato fuori dal mercato senza avere un reddito. Questo non è un esito solo del pensiero economico, ma della storia. Se tutto il benessere che abbiamo costruito nelle nostre società ha un senso non può essere che questo.

Tracce di questa evoluzione, in effetti, si intravedono da tempo. Solo che è difficile scorgerle.

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I nuovi poveri d’inizio XXI secolo: i giovani

Un paio di notizie tratte dal cronicario della nostra attualità dovrebbero servire a farci comprendere chi stia pagando il disperato tentativo dell’economia internazionale di tornare su un percorso sostenibile di crescita. Notizie che, guardacaso, arrivano proprio dai paesi dove questa sedicente ripresa sembra assai meglio indirizzata rispetto a quella anemica dell’eurozona o a quella dei paesi emergenti, che anzi spaventano.

Le due storie sono infatti riferite agli Stati Uniti e al Regno Unito. La prima racconta dell’esplosione dei debiti studenteschi dei giovani americani, che ormai superano abbondantemente il trilione di dollari e si connotano per un tasso di delinquency, ossia di ritardo nei pagamenti, che avrebbe fatto arrossire i vecchi mutuatari subprime. La seconda racconta di come sia aumentato drammaticamente il numero dei giovani inglesi che è tornato a vivere con i genitori, vuoi perché i redditi dei più giovani sono cresciuti assai meno degli altri, vuoi perché i prezzi delle abitazioni sono divenuti semplicemente inaccessibili.

Nel dettaglio, la situazione dei giovani statunitensi mostra un debito per prestiti studenteschi in notevole aumento dal 2008 in poi che ormai pesa circa il 10% del totale dei debiti privati delle famiglie americane, per un ammontare che supera 1,2 trilioni di dollari. L’11,5% di questa montagna di debito era in ritardo di oltre 90 giorni, connotandosi come la categoria di prestiti a delinquency più elevata. Non è difficile capire perché: mentre è molto facile fare debiti, è molto difficile ripagarli se al termine degli studi si trovano lavori poco remumerativi o non se ne trovano affatto. Osservando la decomposizione del tasso di disoccupazione americano, arrivato al 4,9% a gennaio 2016, infatti, si nota che sono proprio i giovani dai 16 ai 24 anni quelli che esibiscono i tassi più elevati, arrivando fino a oltre il triplo dei tassi ufficiali.

La storia dei giovani inglesi è altrettanto edificante. Prima della crisi del 2008 solo un giovane su cinque fra i 20 e i 34 anni viveva in casa dei genitori, mentre adesso sono uno su quattro, il numero più alto dal 1996, da dove parte la serie storica rilasciata dall’istituto britannico di statistica. A fronte di questa tendenza, si osservano alcune peculiarità. La percentuale di giovani proprietari di casa fra i 25 e i 29 anni è diminuita, sempre dal 1996 al 2015, dal 55% al 30%, e quella dei giovani fra i 30 e i 34 dal 68& al 46%. La conseguenza è che oltre il 90% dei 20-24enni che riescono a vivere da soli paga un affitto, il che li espone a tutta la fragilità di chi sia sprovvisto di una minima forma di patrimonio reale.

Se guardiamo ai redditi, scopriamo che a fronte di una media che indica in 4,5 il numero di anni di reddito necessari per acquistare un’abitazione, per i giovani dai 22 ai 29 anni, gli anni di stipendio necessari sono 11, il che è una diretta conseguenza del fatto che nel 2013 i redditi reali, quindi aggiustai per l’inflazione, dei ventenni erano il 12% più bassi di quelli del 2009. E questo succede nella fascia d’età dove si concentra la disoccupazione.

Queste storie raccontate insieme, pure al netto delle inevitabili differenze fra i due paesi, fotografano con chiarezza una tendenza evidente: le generazioni più giovani stanno sopportando buona parte dello sforzo di riequilibrio dell’economia. Le società stanno replicando, chissà quanto coscientemente, il pensiero antico che in fondo non c’è nulla di male a far pagare ai più giovani il conto, perché, si dice, sono giovani e si faranno. Il che sarebbe pure accettabile se fosse vero. In un’epoca che discute di stagnazione secolare, sembra difficile impedire che l’effetto di trascinamento di una situazione economica svantaggiata possa sanarsi nel corso del tempo grazie al miracolo della crescita. Il rischio reale che questi giovani stanno affrontando è di arrivare all’età adulta e trovarsi anziani senza avere maturato né un reddito dignitoso né tantomeno una pensione. Posponendo il redde rationem le economie cosiddette avanzate stanno semplicemente creando le premesse per trovarsi un domani una pletora di anziani bisognosi di tutto.

Se guardiamo al caso italiano notiamo che a gennaio 2016 il tasso di disoccupazione dei 15-24enni era salito ancora al 39,3%, lo 0,7% in più del mese precedente, a fronte di un dato nazionale aggregato dell’11,5%. Quindi, al netto delle differenza di classificazione con gli Usa (che considerano la coorte 16-24 anni), anche da noi si replica il copione che vede la disoccupazione giovanile triplicare e oltre il tasso di disoccupazione nazionale. Ciò a fronte di una situazione di reddito e patrimonio assai diseguale dove l’età gioca un ruolo assai importante. La tabelle su reddito equivalente e sulla ricchezza netta, elaborate da Bankitalia, evidenziano che entrambe le voci sono crollate per i più giovani e migliorate per i più vecchi. Anche da noi, quindi, la reazione della società alla crisi è stata quella di tutelare le fasce di popolazioni più adulte a discapito di quelle più giovani. Non stupisce perciò che i nostri giovani vivano in gran numero ancora a casa con i genitori, e assai più degli inglesi, visto che sono più di due su tre.

La narrazione della statistica tace sulle conseguenze implicite che porta con sé. Impoverire i più giovani, che sono la parte più dinamica della popolazione, ha conseguenze evidente sulla domanda aggregata e potenziale. Un giovane ha una propensione al consumo di sicuro più elastica al reddito rispetto a un anziano, e se ha buone prospettive è probabile si faccia una famiglia e quindi contribuisca di più alla crescita nazionale. In tal senso spostare potere d’acquisto dalle coorti più anziane a quelle più giovani sarebbe una scelta ragionevole per una società che ha problemi di crescita. Al contrario si favorisce un modello redistributivo laterale nel quale magari il giovane vive grazie ai soldi che gli regala il nonno nella prospettiva magari di un’eredità. Tutto il contrario di un’economia sana.

Sorprendentemente, tutto ciò non genera alcuna forma di reazione. La domanda di cambiamento, che proprio dai più giovani dovrebbe partire, non arriva neanche ad essere formulata in maniera organica, con la conseguenza che il dibattito sulla condizione giovanile non esula dalla retorica dei “giovani svantaggiati” o dei “cervelli all’estero”, nel caso italiano.

Finirà che ci accorgeremo di loro quando saranno ormai vecchi e dovranno essere accuditi, ma non si capisce da chi, visto che praticamente non si fanno più figli. Nel frattempo i giovani che dovrebbero farli rischiano di essere estinti.

In Germania aumentano la ricchezza e la diseguaglianza

L’ennesima conferma di come aumento della ricchezza e della disuguaglianza nella sua distribuzione camminino a braccetto arriva dalla florida Germania dove fra il 2010 e il 2014 si è assistito all’aumento del reddito medio e al contempo all’aumento della quota di ricchezza detenuta dal 10% più ricco.

I dati sono contenuti nell’ultimo bollettino mensile della Bundesbank che dedica un articolo proprio alla circostanza che “la diseguaglianza nella ricchezza è ancora relativamente pronunciata in Germania”, ossia nell’economia che assai meglio di altre ha affrontato e vissuto la Grande Recessione.

L’articolo è costruito sui dati di una survey, “Households and their finances”, che aggiorna quella precedente, relativa al 2010, alla quale hanno partecipato 4.400 famiglie, 2.191 delle quali avevano già partecipato a quella di sei anni fa. Esibisce quindi una certa continuità nella rilevazione che consente di farsi un’idea più precisa di come siano cambiate le condizioni di vita delle famiglie tedesche nei quattro anni trascorsi fra le due survey.

La prima constatazione dei ricercatori rivela che “la persistenza dei bassi tassi di interesse sui risparmi e l’aumento dei prezzi delle proprietà immobiliari e delle azioni non sembra aver avuto un grande impatto nella distribuzione della ricchezza fra il 2010 e il 2014”. Nel senso che l’aumento di ricchezza ha cambiato poco, se non lievemente peggiorandola, la distribuzione della ricchezza che rimane “non uniforme”. Nel 2014, infatti, il 10% più ricco della popolazione deteneva il 59,8% della riccchezza totale netta a fronte del 59,2% del 2010.

Se guardiamo al dato pro capite, emerge che la ricchezza netta, quindi tolti i debiti, è aumentata nel 2014 arrivando a 214.500 euro a cittadino, a fronte dei 195.000 del 2010. Con l’avvertenza però che la ricchezza netta del 74% dei tedeschi è al di sotto della media. Vale quindi la famosa regola del pollo di Trilussa: la media nasconde profonde differenza che persistono fra i redditi molto alti e quelli molto bassi.

Se guardiamo alla ricchezza mediana, ossia il valore medio fra il reddito più alto e quello più basso, scopriamo che anch’essa è aumentata, arrivando a 60.400 euro nel 2014 a fronte dei 51.400 del 2010. Ricordo ai non appassionati di statistica che una grande differenza fra media e mediana è di per sé una prova empirica della diseguaglianza nella distribuzione.

Il terzo indicatore universalmente utilizzato per misurare la diseguaglianza, ossia l’indice di Gini, misura per la Germania 0,76, o 76% se preferite, laddove zero significa massima uguaglianza nella distribuzione e 100 massima diseguaglianza. Quindi anche qui, sebbene l’indicatore sia rimasto immutato nei quattro anni, si ha la conferma di una situazione distributiva sperequata.

L’analisi inoltre individua una correlazione fra la disponibilità di asset non finanziari – tipo il mattone per intenderci – e la ricchezza. Poiché in Germania solo il 44% delle famiglie possiede un immobile di proprietà, ciò vuol dire che solo una minoranza della popolazione può giovarsi di tale correlazione. Per costoro la ricchezza media si colloca in linea con la media nazionale. Dal che si può dedurne che è proprio la disponibilità di una casa di proprietà a fare la differenza. Infine, la quota di tedeschi che possiede azioni è diminuita dall’11 al 10% nel tempo, mentre gli importi medi si aggirano intorno ai 40 mila euro.

Se dagli asset passiamo ai debiti, scopriamo che il 45% delle famiglie è indebitato, il 21% delle quali ha un mutuo mentre la restante parte è titolare di prestiti non assicurati, come debiti studenteschi, carte di credito o credito al consumo. Nel 9% dei casi considerati, i debiti superano la ricchezza lorda.

Insomma: chi stava bene ora sta meglio, mentre ciò non vale per chi stava peggio. Piove sempre sul bagnato, d’altronde.

Bitcoin for dummies: il fantasma dell’oro

Non si capisce Bitcoin, ossia l’infrastruttura di pagamento, se prima non si comprende lo spirito di bitcoin, quindi la valuta che in questa infrastruttura viene scambiata. Entrambe condividono un pensiero, che abbiamo iniziato ad annusare, ossia che le macchina siano più affidabili dell’uomo, ma andando a fondo scopriamo altre cose che celano la sostanza della sfida lanciata dal misterioso Satoshi al mondo intero.

Ne abbiamo sentore leggendo il punto sei del suo manifesto, dove si parla di incentivi, che riporto integralmente riservandomi di approfondire alcuni punti più in là. “Per convenzione – scrive – la prima transazione in un blocco è una transazione speciale che genera nuova moneta di proprietà del creatore del blocco. Ciò aggiunge un incentivo per i nodi a supportare la rete, e fornisce un modo per mettere nuove monete in circolazione, dal momento che non esiste nessuna autorità centrale che le emetta. L’aggiunta continua di una quantità costante di monete è paragonabile all’opera dei minatori d’oro, che spendono risorse per mettere nuovo oro in circolazione. Nel nostro caso a essere spesi sono tempo di Cpu ed elettricità (…). Una volta che un numero predeterminato di monete è entrato in circolazione, l’incentivo può essere costituito interamente da commissioni di transazione e risultare in un sistema monetario completamente privo di inflazione (..). L’incentivo potrebbe aiutare i nodi a restare onesti. Se un attaccante avido fosse in grado di accumulare più potere computazionale di tutti i nodi onesti, dovrebbe scegliere se usarlo per defraudare gli altri, rubando i suoi stessi pagamenti, oppure usarlo per generare nuove monete. Egli dovrebbe trovare più redditizio stare alle regole del gioco, regole tali da beneficiarlo con più monete di qualsiasi altro insieme di nodi, piuttosto che sabotare il sistema e il valore della sua stessa ricchezza”.

Sorvoliamo per il momento su concetti fondanti come quello di blocco e nodo, di cui ci occuperemo in altre puntate di questa serie, e guardiamo a come questa moneta digitale viene immaginata. Lo stesso Satoshi lo dice a chiare lettere: i bitcoin sono come l’oro, e infatti i “creatori” o sarebbe meglio dire gli scopritori di queste pepite digitali vengono chiamati minatori.

In questo scorgiamo una prima fondamentale differenza fra la moneta di Satoshi e quella in uso tutti i giorni, che rievoca la vecchia polemica fra cartalisti e metallisti che ha segnato nei secoli la storia delle moneta. Per i primi il valore di una moneta risiedeva sostanzialmente nel fatto che avesse dietro uno stato, e quindi un potere impositivo e una sua affidabilità. Per i secondi tale valore dipendeva da quello intrinseco del materiale nel quale la moneta era rappresentata. L’oro è moneta, diceva un celebre banchiere di un paio di secoli fa.

In sostanza si confrontavano due concezioni antitetiche: moneta segno versus moneta merce. Quest’ultima fino a tutto il XIX secolo e buona parte del XX è stata alla base dei sistemi monetari, prima col gold standard, poi con il gold exchange standard del primo dopoguerra e quello nella sua versione gold-dollar exchange standard di Bretton Woods, per cadere in disuso negli anni ’70, quando si affermò la pratica della fiat money, ossia della moneta fiduciaria a corso legale senza valore intrinseco.

C’è una differenza importante fra queste due concezioni della moneta. Nella moneta fiat, una moneta rappresenta innanzitutto un debito di chi la emette. Il contante, infatti, viene registrato fra le passività di una banca centrale, pure se è un debito inesigibile, visto che con la moneta non potete chiedere indietro altro che moneta, a differenza di quanto accadeva ai tempi del gold standard, quando poteva essere convertita in oro. Tale debito, avendo corso legale (legal tender, dicono gli anglofoni) deve essere utilizzata per pagare le tasse (ed ecco il legame con la funzione impositiva dello stato) e deve essere accettata per compiere qualsiasi altro pagamento all’interno del paese che la emette. Quindi si potrebbe definire una passività altrui che si deve utilizzare. Trova la sua legittimità nel potere statale.

Nella moneta merce, invece, l’oro non era un debito di nessuno. Era moneta scavata dalla terra. Pura creazione di liquidità che si autoaffermava come tale senza bisogno di nessuna autorità che la certificasse o le desse un valore fiduciario. Aveva valore di per sé. L’oro è moneta, diceva sempre il nostro defunto banchiere. Quindi si potrebbe definirlo come un attivo che si vuole utilizzare. Trovava la sua legittimità, per motivi storici, nel consenso sociale.

In questo sistema la cartamoneta trovava ragione nella sua semplicità di uso e nel fatto che comunque era convertibile in once d’oro. Anche la cartamoneta era un debito per la banca centrale che la emetteva, ma solo perché la obbligava a convertirla nell’oro che, di fatto e di diritto rappresentava.

Il nostro bitcoin, quindi, per questa somiglianza monetaria col vecchio metallo giallo viene chiamato oro digitale, estratto dai visceri di un algoritmo informatico, e come tale liquidità. Il fantasma dell’oro, per secoli prima evocato e poi scacciato, torna a fare capolino. Ma sempre un fantasma è: evanescente, effimero e vagamente spaventoso. Ci sono differenze profonde, che è necessario osservare e comprendere. Scopriremo alla fine che oro e bitcoin, come si diceva in un vecchio film, non si somigliano per niente.

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L’altro lato oscuro del QE: la concentrazione della ricchezza

Ormai da un paio d’anni molti osservatori si stanno ponendo una semplice domanda: le politiche monetarie stanno concorrendo all’aumento della disuguaglianza? Poiché tale risposta non è accettabile provenga dal senso comune, che pure lascia immaginare di sì, è interessante leggere un’analisi svolta da alcuni studiosi della Bis e pubblicata nell’ultima quaterly review (“Wealth inequality and monetary policy”) che contribuisce a contornare meglio il problema, pure se con i limiti di una simulazione astratta dalla realtà che, come diceva un celebre matematico, è assai difficile possa essere contenuta nello spazio angusto di una pagina.

Il presupposto dell’osservazione è che il trend all’aumento della disuguaglianza, ossia alla concentrazione della ricchezza in un fascia ristretta della popolazione, prosegue ormai da un trentennio per ragioni che sono state ampiamente discusse e che non rileva riepilogare qui. Assai più utile osservare il grafico proposto dagli economisti della Bis che considera quattro grandi economie in un arco di tempo che parte dal 1810 e arriva al 2010, quindi due secoli. La tendenza comune a queste economie, che sono Francia, Svezia, UK e Usa, è quella di una crescita della diseguaglianza lungo tutto il XIX secolo, anche se con picchi differenti, per poi assistere a un retrocessione che comincia con la prima guerra mondiale e prosegue fino a tutto il trentennio del secondo dopoguerra, quando la diseguaglianza ha ripreso ad aumentare. Siamo alle prese, perciò con un trend di lungo periodo nel quale l’azione delle banche centrali successiva al 2008 incide relativamente poco.

E tuttavia non è ozioso chiedersi come agisca. A tal fine gli autori si sono servita delle survey svolte su sei grandi economie di recente su cinque paesi europei (Italia, Spagna, Germania, Francia e Uk) e gli Usa, che però hanno il poco confortevole requisito di essere poco confrontabili per le diverse metodologie di aggregazioni. Inevitabile perciò rivolgersi a una simulazione basata sul presupposto che il portafoglio di asset, sul quale valutare gli effetti della politica monetaria, sia indipendente dalle condizioni macroeconomiche e finanziarie.

Una volta costruito questo portafoglio-campione, si sono osservati i tassi di crescita degli asset e dei debiti calcolando il ROE (return on investment) e il costo del debito. Infine si è proceduto a calcolare una misura della diseguaglianza della ricchezza definita come il rapporto fra il quinto quintile della distribuzione della ricchezza, quindi la fascia più ricca della popolazione, e il secondo quintile. Secondo questa definizione la diseguaglianza aumenta quando il quintile più ricco accumula ricchezza più velocemente rispetto al secondo quintile.

La premessa metodologica, per quanto cervellotica, serve soltanto a ricordarci che quando ragioniamo di diseguaglianza molto dipende dai presupposti che si mettono a basa dell’analisi. E perciò è ingannevole, oltre che errato, parlare dei risultati senza conoscere le premesse sulla quali questi risultati sono costruiti.

E veniamo ai risultati. La prima considerazione è che i portafogli delle diverse fasce di reddito sono sostanzialmente diversi. Quelle più ricche esibiscono una quota rilevante di ricchezza finanziaria, oltre a quella reale. Quelle più povere hanno poca carta e molto mattone. Altrsì evidente, il peso dei debiti è relativamente più alto sulle fasce più povere anche se magari è più basso in valore assoluto. Per le fasce più povere è normale avere un mutuo sulla casa che pesa parecchio lato debito, anche se magari il mutuo è di importo modesto.

L’analisi dei dati rivela altre informazioni. La prima è che la diseguagliaza è aumentata notevolmente dopo la grande crisi finanziaria (GFC), pure se con la sottolineatura che tale risultao è da considerarsi un trend più che un ordine di grandezza. La seconda informazione è che i titoli azionari e il mattone sono stati i due canali attraverso i quali si è diffuso questo aumento di diseguaglianza. Ciò in quanto i titoli hanno avuto una notevole ripresa di valore, assai più del mattone. E ciò ha inevitabilmente favorito la parte più ricca delle popolazione, che ha questa carta nel suo portafoglio.

La terza informazione è che bond e depositi hanno giocato un ruolo marginale, tranne che in Germania dove i tassi declinanti sui depositi, che rappresentano più della metò degli asset delle famiglie della fawscia di reddito più basso, hanno aggravanto la diseguaglianza di partenza. I tassi bassi, insomma, fanno male a chi ha poco e giovano a chi ha tanto. Infine, è emerso che un più alto indice di leverage, quindi famiglie che hanno più debiti a fronte di maggiori asset,  è stato un altro fattore che ha amplificato gli effetti distributivi. Pensate ad esempio a una famiglia della fascia ricca, che ha giocato spregiudicatamente in borsa in questi anni: la sua ricchezza è sicuramente aumentata mentre quella dei più poveri, che tengono i risparmi sul conto corrente, è diminuita.

Questa situazione ci riporta al quesito iniziale: le banche centrali hanno favorito queste sperequazioni? “Le politiche monetarie agiscono sulle famiglie in tanti modi – osservano gli autori – i cambiamenti del tasso di interesse impattano sulla valutazione degli asset sia reali che finanziari e le politiche convenzionali di ribasso dei tassi a breve termine tendono a far salire i prezzi degli asset, ma la teoria tradizionale dice che questi effetti, a livello redistributivo, sono trascurabili.

L’arrivo delle politiche non convenzionali, tuttavia, ha messo in discussione questa conclusione per una serie di ragioni: le banche centrlai hanno provato a ricalibrare i portafogli degli operatori, spingendoli verso prodotti più rischiosi, hanno tenuto i tassi a livelli bassi per lunghissimo tempo e inoltre sono cambiate le componenti della ricchezza. Dal 1980, quindi più o meno da quando si è invertito il trend secolare della diseguaglianza, la quota di ricchezza da capitale sul reddito è cresciuta significativamente ed ora pesa circa il 30% sui redditi delle famiglie dei paesi considerati. Evidentemente favorire i boost abbassando i tassi incide parecchio su questa quota di reddito, favorendo chi ha più capitale rispetto a chi ne ha meno.

La conclusione è sibillina: “La simulazione non stabilisce un link diretto fra diseguaglianza e politica monetaria ma fa luce su alcuni canali attraverso i quali la politica monetaria possa averla favorita”.

Non si può provare che l’azione delle BC abbia favorito la diseguaglianza. Insomma: vengono assolte per insufficienza di prove. Non per non aver commesso il fatto.

Le metamorfosi dell’economia: Il capitale sociale

Prendo a prestito da una vecchia relazione della Bis pubblicata nel 1959 e leggo: “II volume del capitale sociale delle singole economie influisce sul loro atteggiamento per molteplici ragioni. In primo luogo, esso determina in ampia misura il livello della produttività del lavoro”. Malgrado siano passati quasi sessant’anni, questa considerazione riveste ancora notevole utilità per iniziare a delineare cosa siano – o dovrebbero essere – il capitale sociale e la produttività.

La prima cosa che dobbiamo tenere a mente è che ogni economia ha un suo capitale sociale, e ciò vuol dire che ogni società ha una sua caratterizzazione che la rende unica. Ogni decisione economica deve tenere conto del capitale sociale di un paese e studiare come renderlo migliore.

La seconda cosa è farsi una domanda: per fare cosa?

Provo a rispondere proseguendo il gioco mentale alla base del discorso economico che abbiamo iniziato. Proviamo a immaginare una nuova definizione di capitale sociale, e poi del concetto di produttività, che nell’ottica dell’Economia 2.0, sia basato non più sui beni ma sul tempo come costituente del benessere.

La definizione della Bis è ovviamente riferita a un contesto produttivistico, essendo figlia del suo tempo che praticamente è anche il nostro. Il capitale sociale finisce con l’essere identificato con la dotazione di capitale di una certa società. Quest’ultimo influenza la sua capacità produttiva e, di conseguenza, la distribuzione del reddito fra i fattori della produzione. Siamo nel centro della mentalità tradizionale che individua nella produzione efficiente di beni e servizi lo scopo dell’economia.

La conseguenza di tale impostazione è che oggi quando si parla di capitale sociale l’unica cosa che viene in mente è il capitale azionario di una società. Società commerciale intendo. Quindi sostanzialmente ciò che i soci investono nell’attività dell’azienda. La sociologia ha provato a definire una visione diversa già dai primi anni ’70, delineando il capitale sociale come una sorta di apparato valoriale che sostiene le credenze e i comportamenti di una società, finendo con lo scambiare il riduzionismo economico con l’indeterminatezza sociologica. Non a caso gli economisti ebbero vita facile a contestare a questi studiosi la circostanza che, non essendo misurabile, il capitale sociale non poteva avere la dignità di fenomeno economico. La misurabilità è il cavallo di troia preferito dagli egonomisti.

Comprendere la natura del capitale sociale, tuttavia, è determinante ai nostri fini.

Nell’economia dei beni, come abbiamo visto, è sufficiente misurare la dotazione di capitale di una società e da lì immaginarne l’evoluzione. Più capitale ho, più produco. Quindi più investo, più faccio crescere la produttività. Nell’economia del tempo, che è la visione che stiamo cercando di delineare, non è così.

Se il capitale è tempo futuro attualizzato, allora il capitale sociale di una popolazione coincide con la somma dei tempi di vita individuali, che si può dedurre dalle tavole attuariali. Il capitale sociale di una popolazione, perciò, dipende strettamente dalla sua articolazione demografica. Una società dove gli anziani sono in maggioranza, avrà di sicuro meno capitale sociale di una dove sono in maggioranza i giovani. D’altronde, a cosa serve avere fabbriche sempre più potenti se diventa difficile trovare persone che ci lavorino? E soprattutto a che serve produrre tanto se poi nessuno compra?

Che la questione demografica ormai sia determinante è chiaro alla gran parte degli osservatori, ma ancora fatica ad emergere nel dibattito pubblico, se non nella sua declinazione più comprensibile: tanti anziani significa spesa in aumento per il welfare e meno domanda aggregata. Che è vero, ma è solo una parte della verità. Tanti anziani, infatti, significa meno capitale sociale, quindi meno possibilità di investire non perché manchino i soldi, che anzi ce n’è fin troppi e per giunta concentranti nelle fasce più attempate della popolazione, ma perché manca il tempo. Una società vecchia non ha voglia di investire né di spendere perché ha poco tempo e quindi non ha visione del futuro. A ben vedere, la stagnazione secolare di cui tanto si parla, è solo una stagnazione demografica.

Rileggiamo la Bis. “II volume del capitale sociale delle singole economie influisce sul loro atteggiamento per molteplici ragioni. In primo luogo, esso determina in ampia misura il livello della produttività del lavoro”. Una volta definito un nuovo concetto di capitale sociale – il nostro nuovo codice dell’Economia 2.0 – dobbiamo occuparci del concetto di produttività del lavoro.

Nella visione tradizionale la produttività del lavoro aumenta quando aumenta la quantità dei beni prodotta a parità di tempo e di conseguenza cresce il loro valore. Come cambia il concetto di produttività del lavoro se dai beni ci spostiamo al tempo?

Per rispondere dobbiamo fare alcune premesse. Dobbiamo ricordare che il tempo di cui disponiamo è la nostra ricchezza, il nostro autentico denaro. Poi dobbiamo anche ricordare che il lavoro, per come l’abbiamo definito, è tutto ciò che di utile si fa per gli altri. Volendo spendere bene il mio tempo/denaro dovrei avere come obiettivo minimo, se voglio essere un soggetto economicamente ragionevole, che ciò che di utile faccio per un altro lo sia anche per me. D’altronde lo facciamo anche adesso. Con la differenza che adesso in cambio di un salario accettiamo anche di fare un lavoro che non ci piace, mentre nell’Economia 2.0 ciò non dovrebbe essere necessario.

Da queste premesse possiamo trarre una prima conclusione: un lavoro è tanto più produttivo quanto più è capace di essere utile a chi lo fa e a chi ne fruisce. In pratica la produttività non è più collegata alla quantità di prodotto ma alla qualità del tempo che impegno nella produzione. Un lavoro diventa produttivo nel momento in cui usa in maniera efficace il tempo – che diventa il fattore principe della produzione – per aumentare il benessere, ossia l’utilità, di chi partecipa alla produzione e di chi ne fruisce come consumatore finale. La produttività, di conseguenza, è funzione della valorizzazione del tempo, chiamiamola così, non dei beni prodotti.

Dare valore al tempo, lo ricordo, significa valorizzare chi lavora,  quindi le persone, prima di ciò che producono. Questo non vuol dire che ciò che si produce non sia importante. Ma che deve essere subordinato all’importanza di chi lo produce.

Notate che nelle classiche equazioni della produttività il tempo appare sempre implicitamente. Nella definizione che ho trovato sulla Treccani On Line leggo ad esempio che “la produttività del settore automobilistico (πa) è data dal rapporto fra il prodotto in un certo intervallo di tempo (corsivo mio, ndr) (Ya) e i fattori impiegati; in estrema sintesi il lavoro (wLa) e il capitale (Ka)”. Quindi il tempo partecipa due volte alla produzione, prima perché misura la quantità di prodotto, al numeratore, poiché perché misura la quantità di lavoro al denominatore (insieme al capitale), che viene misurata sostanzialmente moltiplicando le ore di lavoro per il costo. Solo che in quest’equazione il tempo, che è il mezzo, è subordinato logicamente al prodotto, che è il fine. Nell’Economia 2.0 è esattamente il contrario.

Detto ciò possiamo arrivare ad alcune conclusioni. La crescita del capitale sociale è direttamente proporzionale all’aumento del tempo a disposizione della società. La produttività del capitale dipende dal grado di utilità di questo tempo, così come l’abbiamo illustrata.

Ciò significa che ogni società dovrebbe favorire da un lato la crescita demografica e dall’altro consentire agli individui di valorizzare il proprio tempo.

E questa forse è la cosa più difficile.

(19/segue)

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Le imprese americane ora si indebitano in euro

Fra i tanti esiti sorprendenti della politica monetaria divergente fra Usa e Ue, se ne nota uno che adesso diventa interessante osservare: le imprese americane non finanziarie si indebitano sempre più in euro anziché in dollari, sfruttando questa sorta di arbitraggio monetario che deriva dalla differenza sui tassi di interesse.

Il fenomeno è divenuto talmente rilevante, nota Hyun Song Shin, capo della ricerca della Bis che ne ha discusso nell’ultima quaterly review dell’istituto di Basilea, che “ha finito col guadagnarsi un proprio appellativo: le reverse yankee”.

Tale circostanza ha direttamente a che vedere proprio con la divergenza monetaria che si sta ampliando fra le politiche delle banche centrali. “Così com’era cresciuto l’indebitamento in dollari all’estero durante il periodo di politiche monetarie accomodanti negli Stati Uniti, stiamo ora assistendo a un incremento dell’indebitamento in euro al di fuori dell’area dell’euro. La componente in più rapida espansione del credito denominato in euro è quella verso i non residenti, in particolare le obbligazioni in euro emesse da imprese non finanziarie al di fuori dell’area dell’euro, che evidenziano una crescita del 15% annuo”.

Questa tendenza è chiaramente visibile in un grafico dove si rappresenta la crescita del credito al settore non finanziario negli Usa, nell’Ue e in Giappone. La tendenza che si osserva è che negli Usa “le consistenze di credito ai prenditori non finanziari al di fuori degli Stati Uniti sono risultate essenzialmente stabili, pari a $7,9 mila miliardi, nel secondo e nel terzo trimestre 2015. Se si includono i prenditori finanziari non bancari, questo importo aumenta a 9,8 mila miliardi di dollari, anche in questo caso pressoché invariato dal secondo trimestre al terzo”. Quanto alle economie emergenti, “il credito in dollari Usa è rimasto pari a circa 3,3 trilioni”.

Se guardiamo al credito concesso in euro, si osserva che “anche il credito denominato in euro ai prenditori al di fuori dell’area dell’euro è rimasto stabile, per un totale di 2,2 trilioni di dollari verso i prenditori non finanziari e 2,7 trilioni di dollari se si includono le finanziarie non bancarie”. Questa stabilità però, come abbiamo visto, nasconde la particolarità che è in crescita la quota di aziende americane che si indebita in euro per sfruttare i vantaggio dei tassi più convenienti.

Tutto questo accade, nota il capo della ricerca Bis, mentre “al contrario, il credito denominato in euro verso i mutuatari all’interno dell’area dell’euro cresce più lentamente, a un tasso annuo del 2,1%, nonostante gli interventi di politica monetaria adottati dalla BCE (inclusi i tassi ufficiali negativi) tesi a stimolare il credito nell’area”. Insomma è più facile che gli euro escano fuori dall’eurozona, piuttosto che rimanerci dentro. Lo sapevamo già, ma è una conferma in più.

La circostanza che le imprese americane trovino sempre più conveniente indebitarsi in euro solleva una questione. La Bce ha annunciato che comprerà anche bond corporate denominati in euro all’interno delle nuove politiche di QE. Vuol dire che si possono comprare anche bond made in Usa?

Così, giusto per saperlo.

Usa e Giappone si “mangiano” il 58% del nuovo debito 2016

Non che sia una notizia, visto che il livello globale di indebitamento, pubblico e privato, è notoriamente in crescita dal 2008 in poi. Però credo sia opportuno ricordare, come ha fatto di recente Standard&Poor nel suo Global Sovereign debt report, che nel 2016 si prevedono emissioni da parte degli stati – il campione censito ne conta 131 – per circa 6,7 trilioni di dollari di debito a lungo termine, dei quali il 74%, circa cinque trilioni, sono rifinanziamenti di debiti a lungo in maturazione. Il che porta l’aumento dell’indebitamento netto al 2,2% del Pil dei 131 paesi, ossia 1,7 trilioni di dollari.

Semplifico: il debito eterno degli stati non solo deve essere ovviamente rifinanziato man mano che scade, ma deve pure aumentare perché, come insegna la saggezza popolare, i soldi non bastano mai. Ed è tanto vero che S&P profetizza che lo stock dei debiti sovrani censiti crescerà del 2,3% nel 2016 arrivando alla rispettabile cifra di 42,4 trilioni. Una postilla dell’istituto ci ricorda che “i numeri presentati sono stati convertiti in dollari statunitensi e pertanto riflette il rafforzamento del dollaro nei confronti di molte valute importanti di emissione”. Tenetelo a mente.

Nella overview S&P rileva che “Gli Usa e il Giappone saranno di nuovo i mutuatari più prolifici di quest’anno, assorbendo il 58% del totale, seguiti da Cina, Italia e Francia”. e poi che “il livello assoluto dei debito globale degli stati salirà ancora nel 2016 di circa un trilione”.

Un grafico raffigura bene questa distribuzione. Gli Stati Uniti prenderanno a prestito 2,286 trilioni, seguiti dal Giappone con 1,643. A grande distanza la Cina, con 341 miliardi e poi l’Italia con 254, marcata stretta dalla Francia con 199. Un altro grafico mostra che Usa e Giappone assorbono il 58% dei nuovi prestiti, e ciò malgrado le previsioni indichino in calo il loro insaziabile appetito. Casualmente sono gli stessi paesi dove le banche centrali hanno attivamente sostenuto la politica del governo.

E’ interessante sapere che gran parte di questo debito ha rating fra AA e A, rispettivamente per il 45 e il 26%, mentre il rating a tripla A pesa il 13% del totale. Ciò implica che ai tassi attuali, il servizio di questo debito sarà di sicuro modesto. D’altronde che lo scopo della politica monetaria sia anche quello si rendere questi debiti sostenibili ormai è acquisizione pacifica.

Altra informazione interessante è che il Giappone ha il più alto tasso di rollover del debito, pari al 70%, conseguenza del fatto che il 17% del suo enorme debito pubblico (il 243% del Pil) è probabilmente a breve termine. Per la cronaca, dopo il Giappone ci sono le Barbados, l’Egitto e il Ghana.

Infine, una notazione metodologica. Il debito censito da S&P in questa release esclude quello delle autorità locali e della sicurezza sociale, oltre a quello delle entità governative. L’istituto, inoltre, non considera il debito a breve termine, ma solo quello superiore a un anno. Tutto ciò per dire una semplice evidenza. Non sono oltre 42 trilioni i debiti dei governi. Sono molto di più.