La distruzione durevole dei consumi italiani (ed europei)

Bisogna pur dirlo che il 2013 è stato un anno orribile per le importazioni italiane. Se davvero si voleva distruggere la domanda interna, come è stato detto e scritto, la missione può dirsi compiuta. Non si dica perciò che i nostri governanti sono inetti. O almeno, non completamente.

Il crollo dei consumi, della quale il -5,5% registrato dal saldo delle importazioni nel 2013 è una delle tante cartine tornasole, è per giunta il sintomo di un malessere profondo e minacciosamente permanente, guidato com’è dalle materie prime, dai beni durevoli, che nel periodo gennaio-dicembre 2013 sono crollati del 7,9% rispetto allo stesso arco di tempo del 2012, e dai beni strumentali, in calo del 2,8%. Tutta roba che ha a che fare molto con la produzione e con la voglia di fare investimenti.

La voce energia, poi, è crollata del 15,6%. La qualcosa è di sicuro una buona notizia per la nostra bolletta, che comunque rimane di tutto riguardo, ma rivela una volta di più il nostro debito di attività.

Gli unici beni importati in crescita sono quelli non durevoli. Il che mi fa pensare a un consumo schiacciato sul presente, senza prospettiva che non sia il suo immediato e finito soddisfacimento. Compriamo magari una bottiglia di vino francese, invece di un macchinario tedesco, e ci beviamo su aspettando tempi migliori. O, per dirla con i numeri dell’Istat, aumenta la domanda di importazioni di articoli in pelle (+16,% a dicembre 2013) ma crolla quella di macchinari elettrici (-13,2). E considerate che il dato congiunturale di dicembre ha registrato un corposo aumento di importazioni (+3,6%).

Per giunta leggo che nel corso del 2013 le nostre esportazioni sono rimaste stabili (-0,1%), per non dire negative. Laddove questo saldo è ciò che residua dalla differenza fra le aumentate esportazioni nella zona extra Ue (+1,3%) e il calo sofferto nei paesi Ue (-1,2%).

Dal che viene facile dedurre che è l’insieme dei consumi europei ad essere durevolmente bloccato, non soltanto quello italiano. E non solo per colpa dei Piigs. Sono anche i paesi ricchi che strozzano i loro consumi interni, malgrado gli abbondanti surplus commerciali.

Per avere una visione d’insieme, inoltre, è utile osservare i flussi con l’estero a far data dal dicembre 2011. La curva delle esportazioni risulta sostanzialmente piatta, intorno ai 32 miliardi nel corso del triennio. Quella delle importazione cala invece costantemente: dai 32 miliardi del 2011 ai 30 circa di dicembre 2013.

Tale circostanza legittima un’altra deduzione. Se la nostra crescita del prodotto interno dovrà basarsi molto sull’export, come prevede la nota vulgata mercantilista del nostro tempo, ed essendo le esportazioni, anche a causa del cambio fisso all’interno e della sua onerosità all’esterno, alquanto rigide, a meno di improbabili rilancio delle domande interne di qualcun altro, l’unico modo per avere un export crescente passerà per un’ulteriore contrazione delle importazioni. Leggi: ulteriore distruzione dei consumi.

Lo dicono i numeri. Nel corso dell’anno, scrive l’Istat l’avanzo commerciale “raggiunge i 30,4 miliardi di euro al netto dei prodotti energetici” senza i quali sarebbe stato di 85 miliardi. Quindi delle due l’una: o contraiamo la bolletta energetica, e sarebbe bello sapere come, o il resto delle importazioni. Il rilancio delle esportazioni extra eurozona con un euro che costa sempre più caro all’estero è alquanto problematica. Mentre all’interno dell’eurozona, come abbiamo visto, prevale la contrazione degli scambi.

Se la bolletta energetica confermerà la sua rigidità, perciò, per salvare il nostro avanzo commerciale (e il nostro Pil) non potremo che continuare, durevolmente, a distruggere i nostri consumi interni.

Salvo tornare all’autarchia.

La mitologia bancaria di Mr. Dombret

Siccome si delizia di mitologia, Andreas Dombret, banchiere centrale della Bundesbank, scomoda il celebre nodo di Gordio, tagliato con un colpo di spada da Alessandro Magno, come arguta metafora del viluppo che avvinghia le une alle altre banche commerciali e banche d’investimento. Un tema diventato di grande popolarità, dopo il patatrac del 2008.

Il taglio tuttavia, che poi sarebbe la separazione per legge fra le due banche, che ha precedenti storici illustri si dagli anni ’30 e tentazioni contemporanee assai celebri, sembra fatto apposta per ricordare un’altra storiella mitologica, conclude Dombret alla fine della sua lunga narrazione, andata in scena lo scorso 21 gennaio a Francoforte: quella di Ercole che recide la testa all’Hydra, salvo poi vederne ricrescere due.

L’Hydra di Dombret corrisponde all’instabilità finanziaria nei confronti della quale le varie crisi svolgono il ruolo di levatrici, avendo persino l’aggravante di non essere mai percepite per tempo. “Non sappiamo da dove arriverà la prossima crisi”, ha spiegato un didascalico Mario Draghi in una recente intervista al Neue Zurcher Zeitung. Però arriva. Sempre.

La circostanza che la spada alessandrina appartenga al nebbioso mondo della mitologia serve a Dombret a spiegare che la realtà, a differenza del mito, si nutre di sfumature e di indecisioni. La stabilità finanziaria non si ottiene con un colpo di spada che recide nodi tessuti dalla storia, quindi. I tentativi degli uomini, che non sono infallibili eroi mitologici, ma incarnazione dell’errore condannati alla provvisorietà, si riducono all’esercizio più o meno virtuoso dell’espediente tecnico che dice e non dice, ma indica. Pensate alle regole di Basilea III, spiega Dombret, o, meglio ancora, all’Unione Bancaria.

Il tema, com’è noto, è di stringente attualità. Le ultime cronache ci raccontano della profonda spaccatura che si è aperta fra l’Europarlamento e il Consiglio europeo sul faticoso compromesso raggiunto prima di Natale proprio dal Consiglio europeo che, pur emendandolo, ha sostanzialmente recepito l’altro compromesso, quello dell’Ecofin, che vede un ruolo crescente del meccanismo intergovernativo nel processo di risoluzione bancaria e un arco di tempo decennale per arrivare a dotare il fondo unico di risoluzione delle risorse di tempo necessarie a risolvere ordinatamente eventuali crisi, dovendo nel frattempo farsene carico le singole giurisdizioni statali.

L’Europarlamento, già all’indomani della decisione del Consiglio europeo, non aveva risparmiato le critiche; al meccanismo di risoluzione, giudicato troppo farraginoso; e alla costituzione “decennale” del fondo.

Sicché dall’inzio del 2014 i banchieri centrali hanno ricominciato una discreta opera di mediazione e moral suasion che ricalca grossomodo l’impostazione dell’europarlamento. L’obiettivo è arrivare a licenziare un testo condiviso entro fine febbraio, per dare tempo ai traduttori di preparare i materiali per le votazioni dell’ultima plenaria del Parlamento Ue prima della chiusura per elezioni. Ma quanto dicono i beneinformati, le distanze rimangono ancora ampie, specie sul punto dolente di chi debba mettere sul piatto i denari necessari a sostenere una eventuale risoluzione. Le voci dicono che la Bce avrebbe preparato una soluzione di compromesso, secondo la quale il costituendo fondo di risoluzione potrebbe essere autorizzato ad emettere obbligazioni garantite però dagli stati.

Aldilà delle soluzioni tecniche che verranno individuate, ammesso che lo saranno, è evidente che si è riproposta, sull’Unione Bancaria, la dicotomia stati/organismi sovranazionali che ha scandito la storia dell’europa negli ultimi sessant’anni. Tutto questo su una tematica – ossia la stabilità finanziaria – che è il principale motivo per il quale si è arrivati a concepire i tre pilastri dell’Unione bancaria.

Che fare allora? Dombret ce la racconta così: “Per avere banche più sicure dobbiamo fare in modo che incrementino il loro capitale, ed è quello che prescrive Basilea. E per evitare che il fallimento di una banca si contagi al sistema finanziario abbiamo bisogno di un meccanismo di risoluzione e a livello europeo questo meccanismo è in via di costruzione. Dal mio punto di vista queste misure sono più rilevanti, ai fini della stabilità finanziaria, che la semplice separazione fra i due tipi di banca”.

Anche perché, spiega, non è così facile separare con un tratto di penna una banca commerciale da una d’investimento, visto che negli anni tali rapporti si sono stratificati. E non è detto che, pur separandole, non si creino scompensi finanziari. Dombret fa l’esempio di Lehman Brothers, che pur essendo una banca d’investimento, senza rapporti di natura commerciale con le controparti, ha fatto scricchiolare il mondo dopo il crack.

Il sottotesto è chiaro. La questione della separazioni fra banca commerciale e banca d’investimento è un falso problema, più che altro mediatico. La stabilità finanziaria ha poco a che vedere con la Volcker Rule, che vieta il trading proprietario alle banche, o con le proposte europee della commissione Liikanen, che salva le banche universali divisionandole strettamente all’interno della struttura proprietaria. Il punto centrale, dicono i nostri banchieri centrali, è completare il processo di Unione monetaria con quello di Unione bancaria. E state pur certi che i banchieri centrali europei non lesineranno i loro endorsement, come ha fatto Benoit Couré appena pochi giorni dopo Dombret e Mario Draghi, nell’intervista di cui ho già parlato, nella quale, fra le tante cose che dice, giura che la Bce non farà sconti nell’attività di supervisione: “Le banche deboli devono chiudure”, ha detto senza mezzi termini.

Una posizione, quest’ultima, confermata dalle ultime indicazioni arrivate da Francoforte sulla logica sottesa all’asset quality review e, dulcis in fundo, da una recente intervista della responsabile del nuovo organismo di vigilanza europeo, Danièle Nouy, che ha detto a chiare lettere che le banche deboli devono semplicemente fallire. Quanto al rischio sovrano, “la crisi ha mostrato che non esistono asset sicuri”, ha spiegato la banchiera, ” e di questo dobbiamo tenere conto”. Ergo, viene confermato ancora una volta il sorpasso bancario delle regole fissate a livello europeo utilizzando l’espediente della vigilanza bancaria, tramite il quale la banca centrale si propone di utilizzare la disciplina di mercato per arrivare laddove nessun uomo era arrivato prima: la conquista di una stellare credibilità per le banche europee.

Quest’epopea potremmo raccontarla in chiave mitologica, come ha fatto Dombret.

Quando fu chiesto all’oracolo chi sarebbe stato il Re della Frigia, l’oracolo rispose che il primo uomo che fosse entrato in città a bordo di un carro trainato da buoi sarebbe stato re. Fu Gordio, un umile contadino, a entrare per primo nella città e perciò, come aveva ordinato l’oracolo, fu consacrato re.

Gordio regnò pacificamente, e durante il suo regno adottò un bambino, che chiamò Mida. Mida fu omaggiato dagli dei col dono di trasformare in oro tutto quello che toccava. Una sorta di banchiere centrale ante-litteram. E fu lui a decidere di consacrare il carro del padre agli dei, legandolo col famoso nodo che nessuno sapeva sciogliere a simboleggiare come nessuno avrebbe mai dominato l’Asia finché il carro fosse rimasto legato. Quando Alessandro, giunto sulla punta delle sue lance in Frigia, seppe della leggenda provò a scioglere il nodo e, non riuscendoci, si esibì nel celebre nodo.

Sembra storia di oggi: i regnanti (gli stati) e i loro figli adottivi (le banche centrali) sono finiti sotto l’attacco dell’incarnazione finanziaria di Alessandro Magno: la Bce. Già da un decennio la Banca centrale europea ha tagliato il nodo gordiano che bloccava il processo di integrazione europea. Le manca solo l’ultimo miglio.

Saranno loro, i banchieri centrali europei, se riusciranno, a conquistare l’Asia.

Il sogno della Buba: privatizzare le perdite per “socializzare” i guadagni

Non so voi, ma io son cresciuto sentendomi ripetere che da un cinquantennio, nelle cose economiche, non si fa altro che privatizzare i guadagni e socializzare le perdite. Ciò spiega perché sia cresciuto con una certa propensione all’irritazione che si riaccende ogni volta che vedo i miei redditi tassati oltremisura perché, a furia di socializzarle, queste perdite, ci stiamo perdendo tutti.

Privatizzare i guadagni e socializzare le perdite, a ben vedere, è stato il leit motiv della politica economica dell’Occidente contemporaneo. E se uno volesse dirla tutta, e uscire dall’ipocrisia, dovrebbe anche riconoscere che tale principio non ha funzionato solo per i grandi salvataggi bancari, ma è valso a tutti i livelli della società, dalle banche alla previdenza, passando per le imprese e il mercato del lavoro. Tutti, salvo rarissime eccezioni, hanno munto, chi più chi meno, la mammella pubblica. E chi dice il contrario sospetto sia un ipocrita, voglio sperare in buona fede.

Dal dopoguerra in poi, il neonato mercantilismo europeo ha spostato quote crescenti di ricchezza dal bilancio dello Stato ai soggetti privati della società. E anche questo non serve essere storici dell’economia per saperlo. Basta guardare come e quanto è cresciuta la spesa pubblica in rapporto al pil nel tempo. Una scelta assolutamente coerente con i bei tempi andati e con la logica dei due blocchi, e di certo incoraggiata dagli anni ruggenti del dopoguerra, quando gli stati avevano tutto da ricostruire e una gran voglia di farlo.

Finché l’economia girava, ossia per un ventennio circa, il costo di tale trasferimento è stato compensato dalla crescita del prodotto. Ma poi, aumentando i diritti (e le corrispettive elargizioni) e con essi l’appetito delle popolazioni, la privatizzazione dei guadagni ha fatto crescere il costo della socializzazione delle perdite. Sono esplose  le spese statali. Con la conseguenza che è diventato sempre più difficile e costoso finanziarle.

La crisi del 2008, da questo punto di vista, ha toccato l’apice della socializzazione delle perdite. Salvare le banche imbottite di debito privato sostanzialmente insolvente, che avevano ampiamente privatizzato guadagni per un settennio, ha costretto gli stati e le loro banche centrali a caricarsi di una quantità inusitata di debiti mai visti in tempo di pace. E questo ha provocato una reazione. Fra i cittadini, che hanno dovuto pagare di tasca propria tali salvataggi, subendo durissime politiche di austerità. Ma anche fra gli stati.

Sicché ora vuole affermarsi un altro principio: privatizzare le perdite e socializzare i guadagni. Che detto così sembra fantastico ai nostri cittadini arrabbiati e ai nostri stati indebitati. Ma solo perché di questa rivoluzione copernicana si vede solo una parte, non tutto l’insieme.

Privatizzare le perdite e socializzare i guadagni: quale altro obiettivo si pone la battaglia per il bail in portata avanti dalla Bundesbank e ormai anche da quasi tutta l’Unione europea? Con l’avvertenza che i guadagni equivalgono a meno spese per i pagatori di tasse, non più soldi in tasca, e a una maggiore (presunta) stabilità finanziaria.

Ecco però che appena l’opinione pubblica sente parlare di bail in, vuoi perché tutto ciò che proviene dalla Germania in questo periodo storico puzza di fregatura, vuoi perché si pensa con terrore al proprio gruzzoletto, scattano, rabbiosissime, le polemiche.

Prima di arrabbiarsi però sarebbe saggio farsi una domanda: le perdite future delle banche devono essere pagate dalle nostre tasse o da chi ha interessi in quelle banche?

Prendetevi un po’ di tempo per rispondere e pensateci su. Perché questa è la domanda del futuro sulla quale si stanno accapigliando gli stati europei, che sta sotto la vicenda dell’Unione bancaria, e sotto quella ancor più delicata: ossia la possibilità che uno stato faccia default, o che si arrivi a prelievi forzosi per evitarlo. Tutti discorsi che vedono la Bundesbank in prima linea, e quindi, comprensibilmente, diventare il ricettacolo di un coacervo di antipatie. Fra i tanti difetti, la Buba ha pure quello di essere tedesca.

Ma che questa sia la vera domanda del nostro tempo, dovrebbe essere chiaro a tutti.

Proverò quindi, nel mio piccolo, a chiarire i termini della questione. Per farlo mi servirò di un recente intervento di Andreas Dombret, banchiere centrale della Bundesbank, dal titolo “Lo stato come un banchiere?”, recitato il 28 gennaio scorso a Francoforte presso l’Institute of monetary and financial stability.

Il punto focale è che viviamo un certa confusione, dice Dombret. Stato e mercato, per il tramite delle loro banche, sono sempre più interconnessi, e poiché entrambi hanno sofferto una crisi di fiducia, dal 2008 in poi, il risultato è che l’economia non decolla. Lo stato banchiere, vuoi perché direttamente esposto verso le banche, vuoi perché le banche hanno aumentato l’esposizione verso il debito sovrano, è un fattore di freno dell’economia, dice Dombret, oltre che una seria minaccia alla stabilità finanziaria.

“Il collegamento fra stati e banche – osserva – è diventato una sfida per la stabilità finanziaria, malgrado ciò sia la conseguenza di misure adottate proprio per assicurarla”. Un simpatico paradosso. Ma “confondere la linea fra il rischio sovrano e il rischio bancario – sottolinea – deforma l’economia di mercato e il nostro modo di pensarla”.

Ristabilire i confini richiede perciò “una maggiore connessione fra rischio e responsabilità”, perché “se lo stato si accolla una significativa quota di perdite in caso di default di una banca, le banche sono incoraggiate a prendere su di sé più rischi”. Il caro vecchio moral hazard.

Come se ne esce? “La mia opinione – dice – è che la soluzione debba essere trovata nel restituire allo stato il compito di disegnare le regole nelle quali il settore privato opera. Questo significa tornare al ruolo dei padri fondatori dell’economia sociale di mercato”. Ecco l’ordoliberalismo, la teoria fondativa della Bundesbank, potremmo dire.

Come si vede, in campo c’è una specie di rivoluzione culturale, che poi è insieme un salto nel passato e nel futuro. E nel futuro immaginato da Dombret c’è spazio per ciò che prima non sembrava possibile: ossia che le banche possano fallire senza che ciò comporti, se non in ultima istanza, il ricorso ai soldi pubblici.

Ciò richiede credibilità. Deve esistere, quindi, un modo per minimizzare i costi del salvataggi, da una parte, e deve esistere un sistema di norme che regoli i fallimenti.

Il primo punto, spiega Dombret, si può ottenere con la regolazione. Quindi le norme di Basilea III che, innalzando i requisiti di capitale per le banche, le rende automaticamente meno profittevoli, e quindi meno esposte al rischio. Il capitale costa di più di un bond subordinato, e quindi produce meno profitto, si potrebbe dire.

Il secondo punto è l’Unione bancaria. Il meccanismo di risoluzione, unito al fondo di salvataggio, che prima o poi verranno approvati (vedremo come), ma soprattutto il meccanismo di sorveglianza, già operativo e che ha già disegnato con molta chiarezza la visione delle cose della Bce. Per dirla con le parole di Draghi di qualche settimana fa: le banche devono poter fallire, se vogliamo restituire credibilità al mercato.

E qui torniamo alla domanda iniziale: chi deve pagare?

Il principio del bail in, nella visione della Bundesbank ma anche della Bce, scarica i costi dei salvataggi prima sugli azionisti, poi sugli obbligazionisti, quindi sui correntisti non assicurati. Quindi un’applicazione su larga scala di questo principio condurrebbe a un sicuro allontamento dei risparmiatori dalle banche, a meno che non siano disposti a correre il rischio di perdere i propri soldi.

E’ un male? Non lo so. So soltanto che spesso la pressione degli azionisti di una banca per avere profitti crescenti è stata una molla potente per incoraggiare il moral hazard, specie per le banche troppo grandi per fallire. Se costoro, che hanno guadagnano quando i tempi erano buoni, saranno chiamati a pagare si verificherebbe una chiara privatizzazione delle perdite.

Il principio del bail out scarica invece i costi dei salvataggi genericamente sul bilancio dello Stato. Socializza le perdite. E, in quanto tale, toglie ossigeno fiscale alla contabilità nazionale. Per salvare una banca, tanto per dire, si può esser costretti a tagliare altri servizi.

Se il problema lo poniamo in questi termini, il sogno della Buba (e della Bce) assume un altro significato.

Potrebbe persino diventare interessante.

Genealogia del Pil – L’araldo di Cromwell

Se il destino di una qualunque cosa è scritto nel suo genoma, come vorrebbe certa scienza riduzionista, allora potrebbe dirsi senza tema di smentite che il destino di tirannia alla quale ci ha condannato il Pil era implicito nel suo stesso definirsi come grandezza statistica. Ciò che il Pil implica, il pensiero ad esso sotteso, è di per sé dispotico.

Talché non a caso questa grandezza è divenuta il denominatore comune (si misura tutto in rapporto al Pil) di un qualunque ragionamento economico contemporaneo. Anche se forse è troppo generoso qualificarlo così, trattandosi non di economia ma di econometria. E il fatto che molti confondano queste due discipline è la misura più evidente del degrado del nostro discorso economico, ridotto a coacervo di equazioni astruse in virtù delle quali i governi esercitano i loro dispotismi mascherati. Rappresentazioni pressoché inintellegibili della società servono a giustificare chiarissime decisioni politiche.

D’altronde perché stupirsi: il Pil, in quanto indicatore, incarna perfettamente lo spirito mercantilistico del nostro tempo proprio per il suo includere fra le sue costituenti gli assi portanti del mercantilismo: l’intervento pubblico e le esportazioni. Attenzione: con ciò non intendo che sia insensato. Voglio solo dire che bisogna saperlo e averne consapevolezza, sennò non si capisce tutto il resto.

Non si capisce, ad esempio, perché negli anni ’30, quando il Pil fu inventato, persino l’Unione sovietica si convertì a tale statistica totalitaria. L’unica differenza fra il Pil americano (e quindi europeo) e quello sovietico era che quest’ultimo si chiamava NMP (net materiale product) e che non comprendeva i servizi nel computo del prodotto ma, molto sovieticamente, solo il prodotto industriale. Falce e martello, perciò, con preferenza per il martello.

Ma non ci affrettiamo, perché tanta strada è stata fatta per arrivare a questa novella divinità – il Pil – che tutti celebrano, ora con timore ora con reverenza, spesso ignorandone senso e genealogia, per pura adesione spirituale e luogocomunista. E anche qui, non a caso. E’ inerente alla divinità suscitare atti di fede.

Abbiamo già visto come la contabilità nazionale, della quale il Pil è un prodotto di punta, trovi il suo fondamento in una serie di convenzioni statistiche frutto di accordi internazionali. La radice del nostro presente risale addirittura al 14 dicembre 1928, quando la Società delle Nazioni approvò la convenzione internazionale sulle statistiche economiche.

I vari paesi aderirono nel corso degli anni ’30. Poi, dopo la guerra, arrivò l’Onu che emendò quella convenzione arrivando alla base condivisa dalla quale germinerà il nostro europeo Sec. E questo, anche se in breve, dà conto della radice omologante della contabilità e della ragione principale per la quale è stata concepita: il controllo e la comparabilità. Ossia l’anticamera dell’omologazione.

Anche qui: non dico che sia insensato. Lo scopo di questo breve viaggio è aumentare la consapevolezza dei processi che conducono alla rappresentazione condivisa che chiamiamo Mondo. Facendosene un’idea si può decidere se criticarli o meno. Non si può cambiare ciò che nemmeno si conosce.

Ma prima di raccontare come si sia arrivati alla definizione del Pil e alla sua conformazione, è utile fare un passo ancora più indietro, alle origini addirittura di quella miracolosa disciplina che si chiamava Aritmetica politica, l’antesignana delle nostre econometrie e statistiche economiche che danno sostanza alla contabilità nazionale.

Come ogni cosa che riguardi la sostanza dell’economia moderna, al fondamento dell’aritmetica politica ci sono fatti di guerra. E l’epicentro di tali innovazioni, non a caso, è l’Inghilterra del XVII secolo.

I manuali attribuiscono a sir William Petty l’aver iniziato i primi tentatativi di calcolo del reddito nazionale. Ma sarebbe poca cosa questo sforzo, se non si capisse perché mai un gentiluomo inglese di quattrocento anni fa abbia voluto cimentarsi con una tale astruseria. Petty condivide il merito di tale innovazione con Giovanni Grand, suo collega nella Royal Society che sempre Petty fondò per dare sostanza scientifica alle sue elucubrazioni.

Ma rimane la domanda: perché lo fece?

Siamo negli anni di Cromwell, il condottiero “democratico” che guidò la rivolta dei “parlamentaristi” contro i “realisti” di re Carlo I, fino a farne decretare l’esecuzione. Cromwell, nella cui epoca l’Inghilterra varò il celeberrimo Navigation Act, fra le altre cose, decise una spedizione militare contro gli irlandesi, che avevano approfittato dei torbidi londinesi per sottrarre, nel 1641, ampi territori alla Corona. E Cromwell poteva pure essere avverso alla Corona, ma era pur sempre un inglese.

La spedizione fu fruttuosa, nel senso che fece strame degli irlandesi, che ancora ricordano Cromwell come un incubo.

Quando si finì di sparger sangue si pose il problema di cosa fare delle tante terre coltivabili sequestrate agli indigeni. La risposta fu ovvia: furono assegnate ai finanziatori della spedizione, ai soldati che avevano combattuto e ad alcuni coloni. All’uopo fu scritto l’Act for the settlement of Ireland.

Questa spartizione di spoglie rese necessario l’intervento di un valido contabile per valutare correttamente il bottino. Ed ecco che arriviamo a Sir Petty, che nel 1652 fu spedito in Irlanda con l’incarico di stabilire il valore dei terreni confiscati, atto propedeutico all’assegnazione ai nuovi proprietari, ma soprattutto al calcolo delle imposte che costoro avrebbero dovuto pagare al Regno.

Fu in quest’occasione che Petty maturò il suo interesse per la socio-economia. L’esperienza irlandese lo condurrà, nel 1662, alla pubblicazione del suo primo libro, il Treatise of taxes and contributions, cui seguiranno, nel 1665 il Verbum Sapienti, il Political Arithmetick e Political Survey (1672) e più tardi il Quantulumcunque concerning money. Fu Petty, per dire della sua importanza nella nostra piccola ricognizione dell’econometria, ad avere l’idea che si potesse calcolare il valore di una terra attualizzando il fusso degli affitti futuri.

E’ con Petty, insomma, che nasce l’economista-econometrista, che diventa una sorta di araldo del principe, grazie al quale l’autorità spreme ricchezza dai cittadini.

L’economia moderna, perciò diventa lo strumento ideale per far sprigionare la potenza dei re e la contabilità nazionale, di conseguenza, un fatto eminentemente politico. Vi parrà strano guardando i fatti con gli occhi di oggi, ma i molti aritmetici politici che succedettero a Petty, quelli che oggi chiamiamo statistici, subirono persecuzioni e le loro opere roghi, qualora i loro calcoli finissero invisi al sovrano.

La gloriosa evoluzione della contabilità nazionale segnò l’inizio dell’epopea degli stati moderni, fino a quando, nel Novecento, si arrivò alla formulazione degli standard internazionali di cui discorriamo oggi.

Ed è nella temperie del primo dopoguerra, gli anni Venti e soprattutto gli anni Trenta americani, che mette radici il Pil.

Ma questa è un’altra storia.

(1/segue)

Leggi la seconda puntata      Leggi la terza e ultima puntata

Il banco paga il conto del casinò/o sloveno

Terra di terme, suadenti declivi montuosi e fortunati casinò, la dolce Slovenia, una volta ricca, sente il crescente rimbombo dei tamburi dei creditori farsi spazio verso la Lubiana.

Qui nella capitale, una volta famosa per il suo barocco sposato con l’art nouveau, e oggi per essere l’epicentro di una crisi finanziaria, il vociare preoccupato dei banchieri internazionali si manifesta nel consueto balletto che vuole una crisi economica diventare politica e quindi di nuovo economica. E da lì degenerare nell’epica del salvataggio, che come ogni epica sottintende bugie e verità, eroismi e vigliaccate, speranze e disperazioni, componendosi tutte queste dialettiche solo grazie ad abbondanti dosi di lacrime e sangue. L’epica del salvataggio, per sua stessa conformazione, è particolarmente menzognera. O quantomeno distratta.

Si parla tanto di bail in, a significare che i fallimenti bancari domani li pagherà chi ha avuto la dabbenaggine di prestare i suoi soldi a una banca. Ma pochi sanno che la Slovenia il suo piccolo bail in già l’ha fatto, sottraendo 400 milioni a vari obbligazionisti subordinati nell’ambito del vasto piano di ricapitalizzazione bancaria richiesto, sempre a gran voce, dai soliti creditori. Certo, è vero che il conto più grosso l’ha pagato lo Stato, ossia i cittadini, che ha versato 2,1 miliardi di euro cash nelle sue tre banche oltre ad altri 900 milioni di euro di bond governativi scontabili, oltre ad essersi accollato 300 milioni di sofferenze (NPLs).

L’asset quality review “indipendente” sullo stato degli attivi bancari deciso dalla Slovenia a fine 2013, affidato a Deloitte, Ernst&Young e a Oliver Wyman, i cui risultati sono stati pubblicati a metà dicembre scorso, ha evidenzato una carenza di capitale da 4,8 miliardi di euro, di cui, appunto, 3,7 a carico delle tre banche statali, 700 milioni a banche private domestiche e 400 milioni a tre sussidiarie di banche estere.

Quest’accenno di via crucis, tutt’altro che concluso come vedremo, mostra che Lubiana, prima ancora che della Slovenia, è ormai la capitale dell’eurozona così com’è: un tremendo casinò, dove chi ha avuto adesso deve ridare secondo l’implacabile legge dell’interesse composto, e al tempo stesso un casino, quindi luogo di perdizione e/o confusione, come l’intende l’accezione comune (e quindi volgare) del termine e quindi letteralmente diabolico. In quanto tale ha perfettamente senso che il conto lo paghi il banco. Quindi il paese.

L’epica slovena è ben riassunta nell’ultimo staff report pubblicato dal Fmi a gennaio già dalle prime pagine. “Intorno al periodo di adozione dell’euro nel 2007 – scrive – la Slovenia ha vissuto un boom del settore degli investimenti e delle costruzioni finanziato dall’estero che mascherò le sue debolezze strutturali. La crisi finanziaria globale ha causato un blocco dei finanziamenti esteri e una notevole caduta del Pil. Dopo una breve stabilizzazione nel 2010, la recessione è ripartita nel 2011 e l’economia si è contratta per otto trimestri consecutivi. Complessivamente il Pil reale è caduto dell’11% dal suo livello di picco pre-crisi, la più grossa perdita di prodotto fra i membri dell’eurozona dopo la Grecia”.

Potremmo finirla qua e risparmiarvi il resto, che già conoscete, visto che il copione è quello di sempre. La caduta dell’attività economica ha devastato le banche, che si erano riempite di debito privato estero, aggravando ulteriormente la recessione e facendo esplodere le sofferenza bancarie e il de-leveraging. Di conseguenza è esploso il debito pubblico, che prima della crisi viaggiava a un rassicurante 22% del Pil, arrivato al 55% a fine 2012. Il banco, appunto, è stato chiamato a pagare il conto dei debiti, con un deficit fiscale arrivato al 4% nel 2013 e uno spread a 200 punti, non sulla Germania però, ma sull’Italia.

L’allarme, che ha condotto alla solita cura di disindebitamento forzato, crollo dell’import, aumento della disoccupazione e relativo crollo del costo del lavoro (-6% solo nel 2013), ha permesso alla Slovenia di collocare un bond a tre anni con uno spread di 465 punti sulla Germania. Ed ecco che l’epica diventa cronaca.

E la cronaca ci racconta del conto corrente della BdP sloveno che torna miracolosamente in surplus, “ma solo grazie al calo dell’import”, spiega il Fondo, seguendo le dinamiche che ormai conosciamo bene. Senza che ciò però migliori le prospettive per il piccolo paese. Perché è vero che la competitività è aumentata, pure se al prezzo di un costo unitario del lavoro crollato a quota indice 96, quando era 100 nel 2008. Ma è vero altresì che le banche slovene sono ancora in mezzo al guado, con una percentuale di sofferenze che supera il 24,5%per le banche pubbliche e addirittura al 38,3 per il settore corporate, e prospettive di crescita ancora a dir poco esitanti, con una crescita che dovrebbe tornare positiva solo nel 2015, eurozona permettendo.

Nel frattempo i bilanci delle banche continuano a deteriorarsi. Gli asset sono diminuiti del 6,3% nel 2012 e di un altro 3,4% nel 2013 e solo l’aver attinto a piene mani ai fondi generosamente elargiti a basso costo dalla Bce ha permesso alle banche slovene di rimanere faticosamente in piedi. Nella contabilità generale dei prestiti ottenuti a Francoforte, la Slovenia si colloca subito dopo il Portogallo, con una quota di prestiti che sfiora l’8% del totale degli asset bancari.

A questo punto il banco non poteva che intevenire mettendo un bel pacco di fiche sul tavolo. Gli avventori del casinò ormai rumoreggiavano. D’altronde a fine 2012 la Slovenia aveva accumulato un debito estero sul pil pari al 116%.

Sicché nel 2012 fu fondata la BAMC, un’agenzia pubblica soggetta al controllo della Court o Audit e del Parlamento, guidata da un board dove siedono “noti esperti esteri” al quale è stato dato il diritto di emettere fino a 4 miliardi di euri di bond garantiti dal governo tramite i quali ristrutturare il settore corporate e le banche. La prima mossa del BAMC è stata comprare 4,6 miliardi di asset ballerini dalle banche statali in crisi, pagandoli a prezzo di realizzo, quindi cira 1,6 miliardi, e non si esclude debba ripetere l’operazione in futuro, visto che le autorità stanno pensando di estende la durata del BAMC ancora per un decennio. Questo per dire quanto si pensa durerà il casino/ò sloveno.

D’altronde è difficile fare diversamente. Il settore corporate sloveno “è uno dei più indebitati dell’euroarea”, scrive il Fondo, eredità del passato, quando e banche finanziava a rotta di collo qualunque cosa. Con la conseguenza che molte imprese si trovano oggi in grave difficoltà pure solo a rendere sostenibile il pagamento degli interessi. anche qui, è facile prevedere che il conto dovrà pagarlo il banco, visto che la strategia multiapproccio ipotizzata dal Fmi prevede iniezioni di liquidità, ristrutturazione dei debiti e trasferimento di azioni delle imprese in crisi alle banche pubbliche, salvo poi attivare i soliti piani di privatizzazione.

Ma non basterà certo questo. Accanto alla graduale fuoriuscita dello stato dall’economia, il Fmi incoraggia a fare progressi rilevanti (leggi consolidamenti) sul fronte fiscale, riformare il mercato del lavoro e le pensioni e darsi una robusta svecchiata, al fine di attirare una quota crescente di investimenti diretti dall’estero che, secondo il Fondo, sono la migliora fonte possibile di lavoro.

Finirà, insomma, che la Slovenia, a furia di giocarci, dovrà pure vendersi i casinò.

Il “bondage” che soffoca le economie emergenti

Tutto il mondo è eurozona, viene da dire, leggendo un pregevole paper della Bis (The global long-term interest rate, financial risks and policy choices in EMEs), dove si narra di come la generosa politica monetaria dell’Occidente abbia finito con l’intonare i tassi reali a lunga dei paesi emergenti su quelli americani, replicando di fatto ciò che è accaduto da noi negli anni buoni dell’euro. Ricordate quando i tassi italiani erano a un passo da quelli tedeschi?

Anche lì, come da noi, è crollata la spesa per interessi dei governi. Anche lì, come da noi, sono saliti i prezzi degli asset, a cominciare dal mercato immobiliare. E anche lì, come nei Piigs, si è sviluppata una certa ipersensibilità all’andamento delle bilance dei pagamenti, che ha condotto in tempi recenti a minacciosi turbamenti valutari che le loro banche centrali, a differenza di quelle dell’eurozona che sono state commissariate, stanno cercando di contrastare muovendo i tassi.

Senonché nei paesi emergenti, che ormai anche il nostro presidente della Bce ha osservato essere uno dei principali rischi della fragile ripresa internazionale (ma c’ero arrivato persino io), s’è aggiunta un’altra complicazione: i tassi a lungo bassi, quando non negativi, hanno spinto gli investitori esteri, sempre a caccia di rendimenti, a sottoscrivere grandi quantità di bond locali, il che ha rilassato notevolmente le condizioni monetarie di queste economie. Tanto che le aziende locali si sono sentite autorizzate a iniziare a finanziarsi emettendo bond sul mercato internazionale, anziché rivolgersi alle banche, indebitandosi quindi in valuta straniera. “Questa espansione – avverte la Bis – mostra che gli indicatori di vulnerabilità basati solo sulla misura dell’espansione del credito bancario non fotografano pienamente il rischio finanziario sistemico”.

Conclusione: un bel pacco di debito estero, per lo più del settore corporate, di cui una quota rilevante in valuta straniera. Ricetta sicura per un disastro.

Bond locali comprati dall’estero e bond corporate collocati all’estero è un perfetto “bondage” per questi paesi. Ormai gli emergenti rischiano seriamente di finire strangolati, come peraltro è successo tante volte in passato.

E infatti appena è partito il primo spiffero di tapering, e i rendimenti dei Treasury a 10 anni si sono alzati, sono partite le prove generali del temutissimo sudden stop. Ossia la fine dei soldi facile che arrivano dall’estero, con tutto ciò che questo comporta persino in paesi (finora) gonfi di riserve. E anche questo noi dei Piigs l’abbiamo visto accadere fra il 2010 e il 2011. Solo che il nostro estero erano i paesi creditori dell’eurozona.

Per dare un’idea di quanto sia rilevante la questione, prendo a prestito un po’ di numeri dal paper che dimensionano bene il problema.

La Bis ha misurato la crescita delle emissioni di bond e dei prestiti bancari degli emergenti fra il 2010 e il 2013, comprese le emissioni generate da entità finanziarie stabilite nei centri off shore. Flussi diversi da quelli normalmente indicati nelle bilance dei pagamenti che misurano più compiutamente l’esposizione al rischio di chi prende a prestito.

Viene fuori, a livello aggregato, che negli ulimi tre anni e mezzo (dal 2010 fino al primo semestre 2013) i prenditori emergenti hanno emesso circa 990 miliardi di dollari di bond, la gran parte dei quali sono stati accesi da soggetti non bancari. Parliamo di circa 700 miliardi, pari a oltre il doppio di quanto gli stessi soggetti hanno preso a prestito nel frattempo dalle banche internazionali.

I prestiti accesi presso banche internazionali, infatti, non si sono interrotti. Il totale, infatti, raggiunge quota 862,5 miliardi. Le banche degli emergenti ne hanno assorbito la gran parte, pari a circa 545 miliardi, il resto, 317 miliardi, è andato al settore non bancario. “Le banche internazionali – nota la Bis – sono ancora pesantemente impegnate nel business interbancario”. Il che aggiunge quel pizzico in più di rischiosità a tutta questa partita. Ma questo finora non ha cambiato le vecchie abitudini: “Nonostante le turbolenze nel mercato globale dei bond del maggio 2013 – nota la Bis – l’emissione netta di bond rimane abbastanza sostenuta nella seconda metà del 2013”.

Forse che queste emissioni di bond sono state sostenute da quote crescenti di esportazioni di questi paesi? La Bis ritiene di no. Al contrario “l’esposizione valutaria delle corporation degli emergenti è aumentata”. Ne deriva che “le emissioni di corporation non bancarie su questa scala, un possibile stop degli afflussi a un certo punto nel futuro, può avere conseguenza sul sistema bancario domestico”, visto che le banche locali, incoraggiate dall’ampia disponibilità di risorse, hanno allentato le condizioni creditizie, rivolgendosi al mercato dei finanziamenti all’ingresso, notoriamente assai volatile.

Il risultato è che “la banca centrale può trovarsi di fronte a una grande instabilità nel mercato interbancario domestico nel caso in cui le corporation trovassero difficoltoso continuare a finanziarsi all’estero e se l’esposizone estera è molto ampia la banca centrale può esser costretta a cntemplare misure in una scala tale da minare la propria credibilità”.

La conclusione della Bis è assai poco rassicurante. “Nei mesi recenti molte economia emergenti hanno dovuto fare i conti con una violenta e simultanea caduta delle loro valute nei confronti del dollaro e dei prezzi dei loro bond governativi. Gli investitori esteri in bond emergenti si sono ricordati di quanto fossero esposti non appena le condizioni finanziarie globali sono cambiate”. Ciò dimostra, qualora fosse necessario, quanto i movimenti dei tassi a lungo americani abbiano impatto sulla politica monetaria e la stabilità finanziaria di questi paesi.

Qual è il problema? Che “il lungo periodo di tassi a lungo declinanti a livello globale è finito. A un certo punto le economie avanzate aumenteranno i tassi a breve e ridurranno le loro esposizione nei bond emergenti, siano essi governativi che corporate”.

Solo allora vedremo gli effetti del “bondage” su questi paesi.

E non sarà uno spettacolo edificante.

L’ipocrita ninna nanna che addormenta i giovani italiani

Non sono più giovane, per fortuna. La statistica mi colloca ben oltre il mezzo del cammino della vita, pure ai valori assoluti da matusalemme del nostro tempo. E dico per fortuna senza infingimenti, parendomi orrido questo persistere cerebrale nella giovinezza, e, al contempo, l’averla eretta a categoria sociale.

Mi ripugna ancor più l’ipocrisia che circonda i miei connazionali meno attempati, di volta in volta coccolati o depressi da una stampa sensazionalistica e cacciaballe, per pigrizia, abito mentale o chissà cos’altro, che si guarda bene dal raccontarla tutta, la loro storia di “giovani”. Li trasforma ora in bamboccioni, ora in migranti, ora in imbelli navigatori digitali, a seconda delle convenienze.

Sicché mi sono deciso a recuperare un po’ di vecchie carte e a raccontare un’altra storia che completa quella che ho già iniziato analizzando gli ultimi dati sulla ricchezza degli italiani. Stavolta invece parlerò di reddito e rendite. Parlare dei flussi, dopo aver discorso di stock, completa il quadro e lo dettaglia, consentendoci di estrapolare una simpatica visione d’insieme.

Nel migliore dei mondi possibili, i redditi dovrebbero alimentare la ricchezza, quindi le due variabili dovrebbero avere un andamento sincrono. Noi italiani siamo riusciti nel capolavoro di aver accresciuto la ricchezza a scapito dei redditi. E poi ci stupiamo che i giovani stiano come stanno, ipocritamente.

Ma prima di proseguire, val la pena motivare la scelta di scrivere questo post. Domenica scorsa l’Ansa, che è la nostra principale agenzia di informazione, e quindi colei che detta gli argomenti ai giornali e ai siti web, ha tirato fuori il solito rapporto sulla coesione sociale che l’Istat e il ministero del lavoro presentano a fine anno (quindi un bel po’ in ritardo). Ne ha confezionato la notizia che avrete orecchiato fra radio e giornali lunedì mattina sul tema, gettonatissimo, “i giovani e la crisi”.

Si potrebbe sintetizzare così: quasi sette italiani su dieci fra i 18 e i 34 anni vivono ancora con i genitori. Con relativo sottotitolo: colpa della crisi.

Ne è seguito un balletto di giaculatorie sui poveri giovani italiani, costretti a ricorrere a mammà fino a calvizie inoltrata. Addirittura, sempre lo stesso giorno, è uscito uno studio della Coldiretti che ha affermato che quando non vivono a casa, i giovani italiani abitano il più vicino possibile ai genitori. E meno male, perché la solita crisi ha definitivamente guastato le prospettive di questa generazione, e per fortuna ci sono le famiglie italiane che hanno buone pensioni e buoni risparmi, talché riescono a supportarli, questi poveretti. I quali possono pure pasteggiare a sbafo senza troppi sensi di colpa – sempre perché è colpa della crisi – grazie al capiente borsellino di mamma e papà.

La crisi dunque. Sicché uno pensa che prima non fosse così. O meglio, se ne convince. A furia di sentirsela ripetere, questa ninna nanna, finisce che china il capo rassegnato e si addormenta.

Peccato sia falso.

Il vecchio giornalista che ancora insiste in me, abituato a leggere e riscontrare, si è andato a scaricare le tabelle allegate al rapporto Istat, trovando quella che così tanto inchiostro ha fatto consumare ai chiacchieroni di questo disgraziato Paese.

In particolare la tavola I.1.2.7, che racconta di questi 18-34enni sedotti dal domicilio genitoriale, meglio se materno. E leggo che in effetti, come ha scritto l’Ansa, il 68,3% (anno 2012) dei maschi di quell’età vive coi genitori e che un anno prima erano il 65,2%. Quindi l’Ansa dice la verità: la crisi ha rimandato a casa i giovani. Ma non dice tutta la verità. Perché se l’avesse detta il pezzo sarebbe stato diverso.

L’occhio mi è andato a inizio della tabella, che riporta i dati del 2000. Ebbene, quell’anno, sempre i maschi (le femmine quotano dieci punti percentuali circa meno) figli di mamma erano il 67,7%. Quindi in dodici anni, e dopo una crisi devastante, abbiamo peggiorato il livello del 2000 di neanche un punto. Ma da quanto dura questa crisi?

Non bisogna stupirsi: appiattire tutto sul presente è il miglior modo per non dire cosa è successo nel passato. E quello che è successo nel passato è davvero molto semplice: da almeno un ventennio i redditi sono crollati mentre i patrimoni crescevano.

Questo paradosso è stato reso possibile dal crescente peso della rendita, sia essa finanziaria, sia essa immobiliare sia essa previdenziale. Quest’ultima è l’unica che non viene mai menzionata, ed è facile capire perché, nelle varie intemerate politico-sindacali contro la rendita finanziaria che viene contrabbandata come l’origine di ogni male. Eppure se si facesse un conto onesto dei guasti commessi dalla gestione dissennata della previdenza molti si ricrederebbero. Solo un dato servirà a dimensionare il problema: nel 2014 sono previsti pagamenti previdenziali per circa 250 miliardi di euro.

Per pagare queste rendite è stata sottratta ricchezza alla quota destinata ai redditi da lavoro. Ecco perché i giovani, pure quando trovano un lavoro, non riescono neanche a pagarsi fitto e bollette. E tornano da mammà, a volte per complice inadeguatezza, preferendo prolungarsi in una puberale indeterminatezza per pigrizia o stracco quieto vivere.

Dire questa verità porta con sé la spiacevole controindicazione di rendersi antipatici. Ai giovani, perché li risveglia dal loro torpore e li richiama a una precisa assunzione di responsabilità. Ai vecchi perché li mette di fronte a una semplice evidenza: hanno consolidato la loro ricchezza sulla spalle dei loro figli. E adesso si trovano nella (s)piacevole condizione di dover integrare i redditi evanescenti della loro prole con le loro rendite, con tutte le devastanti conseguenze che ciò ha sull’umore di questi ragazzi.

Spero perciò di poter contare sulla simpatia di chi giovane non è più e ancora non è vecchio, pur consapevole di appartenere ormai a una minoranza.

Queste affermazioni a molti sembreranno campate in aria, ma purtroppo sono fondate. Mentre scrivo sfoglio un libro addirittura del 2005 dove leggo che nel 2003 i lavoratori potevano contare sul 48,9% del reddito nazionale disponibile, mentre nel 1972 tale quota era il 59,2%. E soprattutto vi trovo un grafico dove si nota come al declinare della quota lavoro del reddito netto nazionale disponibile, corrisponde (né potrebbe essere diversamente) una quota crescente della quota del profitto e della rendita.

Addirittura fino al 1996 la quota della rendita superava quella dei profitti, ma dal ’97 in poi la curva dei profitti la supera. Volgeva al tramonto una delle maggiori fonti di rendite del nostro paese: gli interessi a doppia cifra sui titoli di stato, che negli anni ’90 erano saldamente in mano alle famiglie italiane, arrivati a quotare fino a oltre il 10% del Pil, proprio in quegli anni.

E infatti un altro grafico che fotografa i flussi delle rendite, concorrenti al flusso dei redditi, mostra la graduale crescita del peso specifico delle pensioni, che quotavano circa il 15% de reddito disponibile netto nel 1990 e ormai hanno superato quota 20%, mentre la quota degli interessi pagati dallo stato debitore ai suoi cittadini, che nel 1990 superava quota 10% del reddito disponibile netto, ormai è retrocessa sotto il 5%. Complice la disaffezione verso i bond statali, che però ha reso i nostri percettori di rendite assai più scafati e accorti, con la conseguenza che oggi gli interessi sulla corposa ricchezza finanziaria netta degli italiani li paga il mercato.

Nel tempo è cresciuta anche la quota di rendita immobiliare sul reddito disponibile ormai stabilmente sopra il 5% del reddito netto disponibile.

La conclusione è che fra il 1990 e il 2004 la quota di rendita sul reddito netto disponibile superava di un 15% la quota da reddito del lavoro dipendente. Non ho avuto tempo né voglia di fare altre ricerche, ma poiché il nostro dato iniziale dei giovani mammoni, quello relativo al 2000, si colloca pefettamente in questa cornice statistica, si può tranquillamente dedurne che anche i dati sui flussi /reddito/rendite non siano cambiati di molto. Anzi, nulla esclude che possano essere peggiorati a sfavore dei redditi e a favore della rendita. D’altronde lo abbiamo già visto: gli unici redditi che sono cresciuti sono quelli degli anziani, anche dal 2008 in poi.

Questo capolavoro redistributivo ha condotto al capolavoro sociale del nostro tempo, dove adulti infantilizzati in costante rifiuto dell’età che avanza accudiscono giovani invecchiati precocemente a causa di un’insana assistenza socio-familiare, che ha finito col provocar loro un costante rifiuto dell’età adulta.

Marciti prima di maturare.

Questa è la vera crisi italiana che la ninna nanna ipocrita dell’informazione mainstream cela per non affrontare il vero problema del nostro tempo: la restituzione al lavoro del diritto a una remunerazione congrua e dignitosa, pure a costo delle rendite.

Chi lo dice ai nostri rentiers?

La Germania comincia a vivere di rendita

C’è, nel pendolo della Storia, una rassicurante prevedibilità che però non deve ingannare. L’isocronia dei movimenti, pure al variare di certe condizioni, poco ci dice su ciò che accada ogni volta nel periodo di riferimento. Sappiamo solo che, a un certo punto, il pendolo torna indietro: regolarmente.

Ai tempi d’oro l’impero inglese finanziava gli scambi del mercato globale, lucrando enormi rendite su tali prestiti. Nel 1925, per dare un’idea, i redditieri inglesi incassavano fra redditi esteri, diritti di noli e interessi sul loro stesso debito pubblico, una quota di denaro pari a circa il 20% del prodotto nazionale. Le solo rendite dai prestiti esteri pesavano circa il 5,6% del Pil, Ben al di sotto dell’8,3% del 1913, ma d’altronde c’era stata una guerra di mezzo, e ben altre potenze si stavano candidando al ruolo di tesoriere globale.

Pure nel 1933, l’anno orribile dell’economia mondiale, e di quella inglese in particolare, ormai orfana del gold standard, le rendite dei gentiluomini inglesi correvano ancora un bel po’, pure se ormai quotava un modesto 3,8% del Pil. Certe vocazioni, come vedete, sono difficili a maturare e ancora più difficili a cambiare. Ci volle un’altra guerra perché i redditi inglesi dall’estero si prosciugassero.

Se facciamo un salto nel nostro tempo, rivediamo il pendolo della storia riprendere slancio e disegnare un’altra vocazione da rentier. Non certo in Inghilterra, il cui conto corrente ormai è un colabrodo, e tantomeno in America, che lucra dai suoi investimenti esteri, malgrado sia il paese più indebitato al mondo, ma solo perché emette la valuta internazionale. E neanche dalla Cina, che addirittura mostra un saldo negativo dei redditi sulla parte corrente del bilancio estero.

Questo particolare pendolo della storia ha iniziato a oscillare in Germania. Capiremo solo nei prossimi anni l’ampiezza di tale oscillazione. Per il momento possiamo solo rilevare che è iniziata nel 2004 e che adesso ha iniziato a prendere un certo slancio.

Prima di entrare nel dettaglio, consentitemi u’altra divagazione storica. Nei ruggenti anni Venti, mentre l’Inghilterra si prosciugava e la Germania diventata la periferia degli investimenti del centro americano, gli Stati Uniti si trovarono nell’invidiabile condizione di avere corposi surplus sul lato corrente dei redditi insieme a notevoli avanzi commerciali, che consentivano loro di finanziare mezzo mondo. Un potere enorme. Gli inglesi, per dire, avevano sofferto nella fase finale del loro impero di un deficit sul conto delle merci.

Ecco: questa è la situazione in cui si trova la Germania di oggi. La situazione americana, intendo.

Dicevo che il pendolo tedesco ha inizato a oscillare nel 2004. Fino al 2003 infatti, e per il decennio precedente, il saldo dei redditi aveva mostrato un segno negativo, al contrario di quanto era accaduto dal 1980 in poi, quando il saldo dei redditi, pure se modesto, era stato sempre positivo. Gli anni ’90, per la Germania, sono stati anni brutti sul versante estero. Gli attivi commerciali si erano pressoché dimezzati in confronto a quelli dei ruggenti anni ’80, e il saldo di conto corrente era sceso sotto zero, dove è rimasto per tutto il decennio.

Solo dal 2001 in poi il saldo del conto corrente è tornato positivo, trainato dalle esportazioni di merci, il cui surplus schizzò al 6% del Pil già quell’anno, per arrivare a sfiorare l’8% nei successivi. Ma il saldo dei redditi era ancora negativo, e lo è rimasto, appunto, fino al 2004.

In quell’anno qualcosa è cambiato. I redditi netti dall’estero sono diventati positivi. Gli investimenti all’estero, evidentemente, hanno portato un ottimo frutto. I primi sono ancora modesti, più o meno l1% del Pil, ma la crescita è costante. E, cosa ancor più rimarchevole, non ha rallentato neanche con la crisi: anzi: è cresciuta.

Evidentemente i i ricchi tedeschi sanno bene dove investire. Hanno il gusto dei rendimenti, da bravi rentier.

Tale tendenza è confermata anche dagli ultimi dati rilasciati venerdì dall’istituto statistico tedesco, che ci dice alcune cose interessanti.

La prima, immediatamente rilanciata da tutta la stampa, è che il surplus sulle merci del 2013 è arrivato a 198,9 miliardi, il miglior risultato della storia tedesca, persino di quello del 2007, quando raggiunse i 195,3 miliardi di euro. Ma il 2007 fu un anno record per i conti esteri tedeschi: al surplus commerciale, che toccò l’8% del Pil, si aggiunse anche quello sui redditi, un altro 2% circa.

Con la crisi è successa una cosa curiosa: il saldo commerciale è diminuito, ma quello sui redditi è rimasto costante, salvo nel 2008, crescendo anzi moderatamente.

I conti 2013 confermano quest’andamento. E il surplus commerciale tedesco nasconde altri dettagli di non poco conto.

Intanto che il miglioramento del saldo rispetto al 2012 (189,9 mld) deriva dal fatto che le importazioni sono calate assai più delle esportazioni. Queste ultime, in valore assoluto sono diminute rispetto al 2012, passando da 1.095,8 miliardi a 1.093,9, lo 0,2% in meno. L’import è andato peggio però. A differenza degli gentiluomini inglesi, gran consumatori di thé indiano, i tedeschi hanno stretto la cinghia, col risultato che hanno importato 895 miliardi di merci nel 2013, l’1,2% in meno del 905,9 del 2012.

Poi c’è un’altra cosa. Il saldo dei redditi è l’unica voce della bilancia dei pagamenti che mostra una percentuale positiva. Mentre import e export di merci diminuiscono entrambi, anche se il saldo è da record, i redditi crescono in valore assoluto e percentuale. Nel 2012 la Germania redditiera aveva incassato 64,4 miliardi di redditi netti dai suoi investimenti. Nel 2013 sono stati 67,5: 3,1 mld in più, pari al 4,8% in più in un anno. Niente male no?

Questo spiega, assai più dell’evoluzione delle merci, l’andamento lussureggiante del conto corrente, il cui surplus è passato da 187,2 mld a 201, altro probabile record storico.

Vivere di rendita offre parecchi vantaggi, è ovvio. E se l’interscambio di merci è ancora saldamente la prima voce dello sviluppo tedesco, bisognerà vedere se i tedeschi faranno come gli inglesi prima e gli americani oggi, che a furia di viver di rendita (e quindi di finanza) sono diventati pigri e hanno finito col rovinare le loro bilance commerciali.

Notate che 67,5 mld equivale a circa il  2,5% del pil tedesco. Non saranno ancora come i vecchi inglesi, ma continuando così fra poco inizieranno a giocare a cricket.

Sempre che il pendolo, improvvisamente, non decida di tornare indietro.

Quel che si dovrebbe sapere della contabilità nazionale

Nel grande processo di omologazione che ormai come una peste si diffonde per il globo, sfugge ai molti, distratti dal roboante turbinare degli eventi numerari che ormai incarnano il discorso economico, ciò che ad essi sottostà. Il loro costituente ontologico, si potrebbe dire.

Pletore infinite di uditori distratti apprendono, in virtù di un’osmosi perniciosa con l’ambiente che li circonda, decine di indicatori di cui ignorano sostanzialmente il significato, contentandosi di registrarne i saliscendi, come se ciò bastasse a dar senso a una qualunque forma d’umore o di ragionamento. Col risultato che in tempi di indici decrescenti, si diffonde, implacabile, la depressione.

Ma quello che dovremmo chiederci tutti è molto semplice: siamo davvero attrezzati per decodificare la minacciosa invasione di numeri che proviene dalle statistiche economiche e finanziarie, o ce ne facciamo semplicemente travolgere?

Questa domanda la faccio innanzitutto a me stesso, forte della consapevolezza di ignorare tante cose e di doverle, di conseguenza, apprendere.

Prendiamo la contabilità nazionale raccolta dall’Istat. Lì dentro c’è scritto tutto quello che succede nell’economia italiana. Chiunque si interessi di economia l’avrà di sicuro almeno sfogliata, finendo col perdersi nel labirinto delle definizioni, spesso ignorate, e contentandosi perciò di raggranellare qua e là qualche numero per tessere il solito ragionamento a tesi, forte del principio secondo il quale una statistica, se la torturi abbastanza, finirà col dirti qualunque cosa. Nella contabilità nazionale ci sono una decina di definizioni diverse per i redditi, ad esempio, e solo un’attenta lettura delle definizioni permetterebbe di scegliere quella adatta a rappresentare qualcosa.

E qui veniamo al punto: le definizioni.

Mentre tutti sanno che la contabilità nazionale è un sistema di conti che misura diversi aggregati monetari, pochi si soffermano a considerare che tali aggregati sono definiti da precise convenzioni. Considerare le quantità senza comprendere tali definizioni equivale a parlare una lingua straniera di cui si ignora il significato delle parole, fidandosi delle assonanze con la propria lingua. Per dire: l’idea di reddito o di produzione che abbiamo nella nostra testa può essere assolutamente diversa da quella contemplata dalla contabilità nazionale.

Dopodiché, prima di avventurarsi in qualunque disamina, bisognerebbe farsi un’altra domanda (almeno io me la sono fatta e qui ve ne do conto): ma queste regole, chi le ha decise?

In un’epoca maledettamente economicizzata come la nostra, dove tutto ruota attorno alle percentuali, questa domanda ha un evidente nesso col senso politico di tutto. Basti ricordare, come esempio, la celeberrima regola del deficit/pil al 3% che inquadra e decide la nostra vita. Chi ha definito il deficit e il Pil ha, di fatto, determinato la regola nel suo significato politico, e quindi reale, assai più che il limite del 3% in sé.

Mi sono risposto scovando una nota che l’Istat ha diffuso lo scorso 28 gennaio. L’Istat ci informa che a partire da settembre prossimo verrà aggiornata la contabilità nazionale secondo gli standard Sec 2010 che aggiornano i vecchi standard Sec 95, in omaggio al regolamento Ue 549/2013, frutto della silente e laboriosa opera dell’Eurostat e delle varie burocrazie statistiche nazionali.

Il nuovo Sec “fissa in maniera sistematica e dettagliata il modo in cui si misurano le grandezze che descrivono il funzionamento di una economia, in accordo con le linee guida internazionali stabilite nel Sistema dei conti nazionali 2008″. Con l’adozione della nuova classificazione ” in tutti i paesi dell’Ue si procede a una revisione straordinaria dei conti nazionali. In tale occasione, in Italia come in molti altri paesi, vengono anche introdotte modifiche dovute all’aggiornamento e al miglioramento delle fonti informative e delle metodologie di stima”.

Vale la pena ricordare che il Sec, che sta per sistema europeo dei conti, la cui prima versione risale al 1970, riprende in forma comunitaria il sistema dei conti nazionali fissato dalle Nazioni Unite, fino a quel momento utilizzato dagli stati per dare ordine alla propria contabilità. Nel tempo nell’Unione europea ci sono stati vari aggiornamenti, sempre per dar conto dei progressi nella rilevazioni degli aggregati monetari, fino all’attuale revisione che entrerà in esercizio in autunno. Ma quel che vale rilevare è che la forma della contabilità nazionale è stata di fatto adattata a un sistema contabile deciso a livello di organismo sovranazionale addirittura mondiale.

Il Sec, di conseguenza, è stato periodicamente rivisto “in maniera tale da assicurare la comparabilità dei dati dell’Unione con quelli elaborati dai suoi principali partner internazionali”, come leggo nella premessa del Parlamento europeo propedeutica all’approvazione del nuovo regolamento pubblicata il 13 marzo scorso.

Ed eccola qui l’esigenza: avere aggregati monetari comparabili, senza i quali mancherebbe la base di un qualunque discorso comune. In questo modo la statistica, fonte di ogni omologazione, diventa il lievito dell’economia e di ogni politica economica, incoraggiandone le ovvie derive tecnocratiche in virtù delle quali regole di bilancio, elaborate sulla base di definizioni statistiche decise in silenzio da organismi sovranazionali, determinano il futuro dei popoli.

Questo è quello che si dovrebbe sapere, tanto per cominciare, della contabilità nazionale.

Il resto lo vedremo poco alla volta.

 

Vuoi conoscere le bugie dei grandi numeri o ti interessa la genealogia del Pil?

La Bce celebra il divorzio fra banche e stati

Ma quant’è grigio e miserabile il nostro tempo, se un evento storico come il divorzio fra le banche e i loro stati finisce nelle brevi di economia e viene declinato in un astruso comunicato della Banca centrale europea senza neanche la fatica di un atto normativo? Almeno il divorzio fra banche centrali e stati europei ha avuto un briciolo di dignità storica. Di questo invece non rimarrà nessuna traccia.

Ma quanto siamo diventati piccoli se neanche capiamo quello che di grande succede e lo confiniamo nella piatta prospettiva del presente?

Mi faccio queste domande inutili e anche vagamente depressive mentre leggo i giornali e tutto quello che riesco a trovare sul web sulla questione della prima release dell’asset quality review pubblicata lunedì 3 febbraio dalla Bce, dopo che l’Eba aveva spianato il terreno la settimana prima. E l’unica cose che hanno in comune, queste cronache copiaeincolla, è un malcelato senso di scampato pericolo che potremmo sintetizzare più o meno così: gli stress test saranno una cosa seria, e verranno stressati anche i bond sovrani, come peraltro era stato ampiamente annunciato. Qualche piccola banca nostrana avrà dei problemi, magari ci sarà qualche fusione o una ricapitalizzazione, ma i grandi campioni nazionali possono stare tranquilli. Il sistema bancario nazionale, insomma, è salvo. E giù sospiri di sollievo.

Poi vedremo se è così. Ma intanto mi chiedo, spero non da solo: possibile che nessuno si interroghi su quello che faranno le banche dal 2015 in poi?

Mi spiego meglio. Come abbiamo visto, l’AQR si svolgerà sui bilanci bancari europei chiusi al 31 dicembre 2013. Su di essi si faranno gli esercizi immaginati dagli stress test i cui risultati saranno pubblicati a fine ottobre 2014. Potete immaginare da soli con quanti patemi d’animo la finanza bancaria europea aspetterà che cadano le foglie quest’anno.

Poi magari non succederà chissà che. Già si brinda allo scampato pericolo. Ma non è questo il punto. Fatevi una semplice domanda: se voi foste Banca Intesa o Unicredit, comprereste ancora bond sovrani italiani dopo aver scampato gli stress test, ben sapendo che sono solo il prologo della supervisione bancaria vera e proprio che andrà in scena nel 2015?

Se si arriverà, come ormai sembra assai probabile, a quotare il rischio dei bond sovrani (come peraltro sembra preludere lo stress test), nessuna banca avrà più interesse a detenere bond nostrani. Dovrebbe accantonare nuovo capitale. E pure se, grazie alla generosità del governo, i campioni nazionali hanno potuto incassare una ricca plusvalenza da Bankitalia, che di sicuro compenserà gli eventuali deficit di capitalizzazione che dovessero trovarsi con gli stress test, ciò non vuol dire che potranno continuare a largheggiare comprando a go go titoli di stato. Sarebbero perfetti incoscienti in un mondo dove vigilano l’occhiuta Bce e agisce la temibile market discipline.

Questo spiega bene perché parlo di divorzio fra banche e stati dove risiedono, specie se Piigs. Ma tutti sono talmente preoccupati di eventuali ricapitalizzazioni delle banche che neanche ci pensano. Tantomeno ci pensa il governo, che magari crede di incoraggiare altri investitori a comprare il nostro debito pubblico. Gli arabi, magari: i famosi 500 milioni appena spuntati agli Emirati dal primo ministro italiano. O i cinesi. Le banche italiane sicuramente no: si metteranno a dieta.

Questo nella migliore delle ipotesi.

Nella peggiore, l’autunno del 2014 potrebbe riservare un brutto regalo alle banche italiane. Potrebbero essere chiamate a raggranellare qualche miliardo per raggiungere i livelli di capitale richiesto dalla Bce. Vediamo perché.

La Bce ha fissato un livello del CET1 (Common equity tier 1) all’8% che può arrivare al 5,5% nel caso di scenario avverso degli stress test. Fra gli asset potranno essere ricompresi “gli strumenti patrimoniali aggiuntivi che obbligatoriamente si convertono in CET1, purché il coefficiente di attivazione della conversione sia pari o superiore al 5,5%. Saranno ammissibili soltanto strumenti con clausole contrattuali incondizionate in relazione a tale conversione”. In pratica potranno servire a integrare il CET1 anche eventuali obbligazioni subordinate convertibili.

Dulcis in fundo, ecco le regole che si applicheranno ai bond sovrani: “Le esposizioni al debito sovrano nei portafogli detenuti fino a scadenza saranno trattate alla stregua di altre esposizioni creditizie incluse nel medesimo portafoglio, ossia si calcolerà l’impatto degli scenari sui parametri di perdita e insolvenza, che darà luogo a un aumento degli accantonamenti. Nel contempo, le stesse tipologie di titoli nei portafogli disponibili per la vendita e detenuti a fini di negoziazione saranno valutate ai prezzi di mercato, in linea con lo scenario considerato”.

Traduco. Abbiamo già incontrato, guardacaso parlando del caso Bankitalia, le regole di classificazione che valgono per AfS, ossia attività detenute fino a scadenza, e HtF, attività detenute per negoziazione, quindi non mi ripeto. Ricordo solo che le prime, per decisione di Bankitalia, sono escluse dal capitale di vigilanza, sul quale si esercita l’AQR della Bce, al contrario degli attivi HfT che compongono tale capitale.

Con la decisione della Bce adesso sappiamo che i bond sovrani classificati fra gli AfS verranno trattati come un qualunque altro asset. Ergo, si richiederà per loro un accantonamento di capitale. Ciò vuol dire sostanzialmente che l’obbligazione di uno stato sovrano, per la Bce, ai fini dello stress test ha lo stesso peso di una qualunque obbligazione privata: anche per gli stati vale il rischio di controparte. Quindi possono fallire.

La vulgata dice, ma lo vedremo solo quando la Bce renderà noto il risultato dei test, che le banche italiane tengono gran parte dei loro titoli di Stato nel comparto AfS.

Quanto ai bond sovrani classificati fra gli attivi HtF, essi verranno valutati al mark to market. Un improssivo aumento dei tassi d’interesse, drammaticamente probabile in periodo di tapering, provocherebbe quindi robuste perdite in conto capitale che potrebbero essere scontate al momento in cui verrà pubblicato l’esito degli stress test. In questo caso si metterebbe all’opera la market discipline. Se gli onnipotenti mercati sapessero che una certa banca è gonfia di attivi sovrani, che ai tassi del momento implicano una perdita mark to market, si può facilmente immaginare come reagirebbero.

Insomma, malgrado i buoni auspici del governatore Visco, che anche di recente ha dichiarato di non essere particolarmente preoccupato per le banche italiane, la verità è che nessuno ha la palla di vetro. E anche le protezioni messe in campo dal sistema nel suo complesso per difendere le nostre banche (dalle quote di Bankitalia alle norme di vigilanza che consentono di sterilizzare gli effetti delle minusvalenze sugli AfS) non è detto che funzionino.

Una cosa è certa però: dal 2015 le banche ci pensaranno due volte prima di comprare il “famigerato” debito italiano.

Per allora il divorzio sarà consumato.