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Gli stress test costano venti miliardi alle banche italiane
Dunque le banche italiane, a fine 2013, avevano ancora 382 miliardi di titoli di stato nei loro portafogli. Su questo dato, per tacere degli altri (sofferenze, esposizione su settore immobiliare) si innesta l’asset quality review della Bce, con il suo portato di scenari baseline e avversi, cui corrispondono precisi haircuts sui valori dei titoli sovrani detenuti dalle banche. E quindi, a seguire, esigenze di ricapitalizzazioni che rischiano di far saltare il già periclitante banco bancario.
La domanda che tutti si fanno è: quanto potrebbero arrivare a costare alle banche gli stress test che verranno pubblicati a fine ottobre?
Domanda miliardaria, a ben vedere. Le regole di Eba e Bce prevedono difatti che le banche trovate in difetto di capitalizzazione avranno sei mesi di tempo per adeguare i propri requisiti patrimoniali. O, per dirla con le parole della Bce: “Le carenze patrimoniali messe in luce nell’esame della qualità degli attivi o nello scenario di base della prova di stress dovrebbero essere appianate entro sei mesi, mentre quelle individuate nello scenario avverso entro nove mesi (corsivo mio, ndr). Gli interventi di ricapitalizzazione a copertura delle insufficienze rilevate, purché non siano ridotte con altri mezzi, dovrebbero basarsi su strumenti patrimoniali della massima qualità”.
Che significa? Qui la materia diventa astrusa, ma vale la pena perderci qualche minuto, visto che è così ormai che si fa politica.
Nella sua nota sul comprehensive assessment rilasciata il 29 aprile scorso, l’Eba spiega che gli haircuts sui bond sovrani sono conseguenti a specifici shock sui tassi di interessi che comportano perdite mark to market sull’esposizione sovrana detenuta nel comparto HfT (held for trading) e sull’esposizione sovrana detenuta nel comparto AfS (avalaible for sale).
Ricordo ai non appassionati che i due comparti nei principi contabili internazionali rappresentano semplicemente due cassetti, chiamiamoli così, dove le banche mettono i titoli. Si differenziano per il diverso trattamento di cui godono ai fini regolatori, e in particolare perché gli attivi HfT compongono, insieme con altri, il capitale di vigilanza, mentre gli attivi AfS no. Detto in altre parole, eventuali haircuts sui titoli che compongono il capitale di vigilanza potrebbero aver effetti sull’adeguatezza patrimoniale.
La vulgata dice che gran parte dei titoli di stato in mano alle banche italiane sia iscritta nel comporto AfS. Ebbene: per queste ultime esposizioni le regole Eba prevedono una rimozione graduale dei filtri prudenziali finora assegnati a questa categoria di titoli. Il filtro in pratica consisteva nella circostanza che, essendo bond sovrani, venivano considerati privi di rischio. La qualcosa urtava non poco alcuni banchieri centrali.
Sempre la nostra nota sottolinea che “concretamente il 20% delle perdite non realizzate, comprese quelle sui bond sovrani, non sarà filtrato nel 2014, il 40% nel 2015 e il 60% nel 2016, la qualcosa eliminerà il trattamento preferenziale concesso al debito sovrano”. Non filtrare le perdite significa, in pratica, riconoscerle. Il trionfo del Berliner consensus.
“Anche l’esposizione su titoli sovrani detenuti fino alla scadenza (held to maturity) saranno trattati allo stesso modo di altre esposizioni creditizie presenti in portafoglio”, sottolinea la nota. Quindi, ovunque siano inseriti, i bond sovrani non avranno la possibilità di sfuggire agli stress test.
Aldilà del significato filosofico di questa decisione – assimilare un bond sovrano a un qualunque titolo obbligazionario significa ammettere il rischio implicito di un default statale – l’esercizio Eba diventa interessante quando si vanno a vedere le conseguenze sui bilanci bancari.
In particolare dobbiamo andare a vedere quale sia lo “specifico shock” sui tassi di interesse che fa scattare gli haircuts.
Per scoprirlo dobbiamo compulsare un altro documento, ossia lo scenario pubblicato dall’ESRB (European systemic risk board) della Bce, sulla base del quale verranno svolti gli stress test da qui a ottobre prossimo.
Il calcione ai tassi di cui tutti hanno paura, ovviamente, è quello che potrebbe partire dagli Stati Uniti che si trasferirebbe in gran parte anche nella zona euro. Lo scenario avverso, elaborato dalla Bce, ipotizza che i tassi americani possano salire di cento punti base rispetto al livello del primo quarto del 2014 previsto dallo scenario baseline (che invece è stato elaborato dalla commissione Ue). Tale livello dovrebbe crescere fino a 250 punti base entro fine 2014.
Secondo i calcoli dell’ESRB, se i tassi americani a lungo termine aumentassero di 250 punti base rispetto allo scenario base, nella zona euro tale aumento arriverebbe in media un po’ sotto ai 200 punti base. Andrebbe un po’ meglio in Germania, dove lo scenario avverso farebbe salire i tassi di un po’ meno di 150 punti rispetto allo scenario base.
Se veniamo ai casi nostri, il verificarsi dello scenario avverso avrebbe un effetto devastante sugli spread italiani, che salirebbero a 205 punti nel 2014 per stabilizzarsi a 149 nei due anni successivi.
Detto in termini di tassi, significa che mentre lo scenario base prevede un tasso di interesse del 3,9% nel 2014, nel caso dello scenario avverso (che fa scattare gli hair cuts) i tassi schizzerebbeo al 5,9% quest’anno. Per 2015 e 2016 lo scenario base prevede tassi in Italia nell’ordine del 4% (4,1% e 4,3%), quello avverso fra il 5,6 e il 5,8%. Come vedete, non stiamo parlando di tassi stellari, ma di quelli che pagavamo fino a pochi anni fa.
Ebbene, qualora si verificasse lo scenario avverso sui tassi, i bond a 10 anni italiani dovrebbero subire un haircut del 15,7% nel 2014, del 10% nel 2015 e dell’11,4% nel 2016.
Che significa? Fare calcoli precisi è esercizio molto difficile e anche azzardato. Dobbiamo perciò accontentarci di una stima alquanto avventurosa, che può essere utile per dare un’idea delle dimensioni del problema.
Dei 382 miliardi di euro di titoli pubblici, secondo i dati dell’ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria di Bankitalia, quelli con scadenza superiore ai cinque anni sono meno di un quarto, quindi diciamo, malcontandoli, un’ottantina di miliardi. Se a tutti questi titoli applichiamo gli haircuts teorici previsti nello scenario avverso, le esigenze di ricapitalizzazione ammonterebbero, solo per il 2014, a oltre 12 miliardi di euro (sempre nell’ipotesi che siano tutti bond a dieci anni).
Senonché gli hairctus non sono limitati a questa categoria di bond. Le regole Eba prevedono, per l’Italia, un haircuts del 7,6% per i bond a cinque anni e del 3,5% per i triennali. I dati Bankitalia ci dicono che il grosso dell’esposizione bancaria sui bond sovrani è proprio concentrata nella classe 2-5 anni, dove sono collocati all’incirca 150 miliardi di bond.
Come dicevo, è impossibile, allo stato delle informazioni, fare calcoli precisi, ma se stimiamo un tasso medio di haircut del 5% (media dei due tassi) e l’applichiamo al totale dell’esposizione, otteniamo altri sette miliardi di haircuts nel 2014.
L’ultimo pezzo dell’esposizione bancaria è c0llocata nella parte bassa delle scadenze. Parliamo di altri 150 miliardi, sempre malcontati, per i quali valgono le seguenti percentuale di haircut: 2,3% per i biennali, 1,2% per gli annuali e 0,3% per i trimestrali.
Anche qui, possiamo fare solo stime approssimative. Se consideriamo un tasso medio di haircut di poco superiore all’1% (media dei tre tassi), otteniamo un altro haircut teorico di circa 1-2 miliardi.
Complessivamente, insomma, lo scenario avverso potrebbe condurre a haircuts complessivi nell’ordine dei venti miliardi per le banche italiane basandosi sull’esposizione sovrana registrata a dicembre 2013. Solo per il 2014.
Uno dice: ma è solo un esercizio, e per giunta alquanto teorico, visto che non è pensabile, a meno di catastrofi, che i tassi americani salgano di 250 punti oltre lo scenario base entro il 2014.
Osservazione sicuramente ragionevole, Ma che però non tiene conto di quello che dice la Bce, quando afferma che “le carenze patrimoniali individuate nello scenario avverso dovrebbero essere appianate entro nove mesi”.
L’esercizio, teorico quanto volete, provocherà comunque conseguenze assai pratiche. In sostanza, con tutti i condizionali d’obbligo del caso, le banche italiane potrebbero essere chiamate a recuperare altri venti miliardi di capitale entro luglio del 2015.
Altre che esercizio.
(2/fine)
Fuga bancaria dai titoli di stato
Strette fra l’incudine della crisi e il martello della Bce, le banche italiane hanno iniziato ormi da diversi mesi a disfarsi dei nostri titoli di stato. Dal luglio 2013 a marzo 2014, leggo nell’ultimo rapporti sulla stabilità finanziaria di Bankitalia, “le vendite nette di titoli pubblici sono state pari a 22 miliardi, effettuate per la gran parte dai primi cinque gruppi bancari e da altre banche di grandi dimensione”.
C’entra qualcosa il fatto che le grandi banche siano finite nell’asset quality review iniziato dalla Bce?
Difficile affermare il contrario. Le regole fissate dall’Eba e dalla Bce per la valutazione di questi attivi sono assai stringenti e vista la dimensione dell’esposizione bancaria verso i bond italiani, non è che le banche avessero tutte queste possibilità. L’obiettivo nascosto del comprehensive assessment, o almeno uno degli obiettivi, era proprio quello di contribuire a spezzare il legame fra debito pubblico e banche residenti, considerato uno dei grandi mali dell’eurozona.
Ciò non vuol dire che i problemi delle banche italiane siano terminati. Pure al netto della ventina di miliardi di titoli venduti, il comparto bancario risulta, alla fine di marzo di quest’anno, ancora esposto per 382 miliardi nei confronti di bond sovrani, peraltro con acquisti in crescita proprio nei primi mesi di quest’anno rispetto a fine 2013. Parliamo di un livello di esposizione che quota il 10,2%.
La buona notizia (per loro) è che finora acquistare titoli pubblici si è rivelato un buon affare per le banche italiane. “Si stima – dice Bankitalia – che da luglio la rivalutazione del portafoglio, indotta dal forte calo dei rendimenti, sia stata pari a 13 miliardi”. Questo perché un calo dei tassi fa aumentare il valore capitale dei bond.
Vale la pena anche osservare che si è anche notevolmente abbassata la durata media residua dei bond in pancia alle banche. Conseguenza evidente delle politiche della BCE, che hanno spinto le banche a sostenere le scadenze brevi. Ma i titoli con scadenza superiore a cinque anni sono comunque circa un quarto del totale, mentre circa la metà dell’esposizione si concentra nelle scadenza fra i due e i cinque anni.
Questa situazione si inserisce in uno scenario assai complesso per le banche italiane. Già gravate da quote crescenti di sofferenze bancarie, arrivate al 15,9% a dicembre 2013, e pesantemente esposte anche sul mercato immobiliare, i nostri istituti si trovano anche a dover fare i conti con un e’sposizione importante verso zone geografiche complicate.
Bankitalia calcola che l’esposizione bancaria italiana verso i paesi CEE, ossia dell’Europa Centrale e Orientale, quoti 171 miliardi, più di un quarto del totale dell’esposizione bancaria verso i non residenti, di cui 21 miliardi verso la Russia e 4,6 verso l’Ucraina.
Tutto questo in un contesto di stress test in arrivo che, come ha notato il presidente della Consob, potrebbe essere fonte di grandi seccature per le banche e, di conseguenza, per il nostro debito pubblico, visto che le banche, grazie ai fondi della Bce, ne hanno garantito la sostanziale tenuta in questi ultimi anni.
Non da sole, certo.
Sempre Bankitalia fotografa il ruolo crescente del settore assicurativo nell’acquisto di titoli di stato, in crescita come d’altronde è quello dell’estero.
Le assicurazioni, in particolare, detenevano l’11,5% del debito pubblico italiano a giugno 2013 e sono arrivate a dicembre ad averne il 13,2%. In pratica hanno compensato la fuga dai bond delle banche, dove a percentuale è scesa dal 23% al 21,7%, e delle famiglie, passate dal 13,6 di giugno al 12,1%. Cresce anche la quota di titoli in mano ad altri detentori italiani, quindi fondi pensione e società non finanziarie, dal 7,8% all’8,5%.
Quanto all’estero, per la gioia di molti (ma non di tutti), la quota di titoli di stato italiani in mano all’estero è aumentata dal 26,1% del totale di giugno 2013 al 27%.
Si può discutere a lungo di quanto sia saggio affidare le sorti della propria finanza pubblica al buon cuore dei creditori esteri, ma tant’è: nel momento in cui si vuole spezzare il legame fra banche residenti e titoli di stato, non resta che affidarsi al mercato per finanziare i propri debiti pubblici, E, di conseguenza, alla market discipline.
Last but not the list, l’asset quality review in corso sui bilanci bancari chiusi a dicembre 2013. Quando saranno pubblicati gli esiti degli stress test, a fine ottobre, le banche italiane potrebbero scoprire di avere molti più problemi di quanto pensassero di averne.
Ma questa è un’altra storia.
(1/segue)
Esercizi di retorica sul DEF: dal pareggio (di bilancio) allo spareggio
Il travestimento circa la natura del DEF comincia dal nome, come è giusto che sia in un esercizio di retorica.
Il Documento di economia e finanza, però, svela la sua vocazione autentica quando inizia a sostanziare i suoi effetti, manifestandoli. E sono eminentemente politici.
Nel nostro caso coincidono con la lettera del MEF a Bruxelles con la quale il governo chiede un anno di deroga per arrivare al pareggio del deficit strutturale.
Se ne è parlato in lungo e largo, evitando magari di sottolineare quanto sia convenzionale, e quindi discutibile, la definizione stessa di deficit strutturale alla quale dovremmo impiccarci. E si è anche ricordato che per rendere sostanziale tale deroga è servito un voto a maggioranza assoluta del nostro Parlamento, cui dovrà seguire il placet delle autorità europee. Le stesse che dovranno pronunciarsi molto presto sui nostri squilibri macroeconomici, già giudicati eccessivi e quindi forieri di ulteriori interferenze europee nelle nostre politiche fiscali.
Ecco perciò che un numero immaginario, il famoso disavanzo strutturale, diventa il fatto politico di rilievo che origina azioni politiche assai rilevanti.
Da Bruxelles si sono affrettati a rispondere alla lettera di Padoan che “valuteranno il percorso di rientro italiano”, come peraltro è scritto nelle stesse regole che chiediamo di derogare. Che significa tutto e niente. O soltanto che, come al solito siamo sorvegliati speciali.
Il caso italiano ha l’aggravante di avere tutti i numeri contro. Gli unici indicatori positivi sono l’avanzo primario, che però nell’immediato è previsto in calo, il livello di deficit, che rimarrà sotto il 3%, sempre nell’immediato, e il saldo del conto corrente, di recente tornato in attivo, che però sconta il previsto calo dell’export netto, che rischia di farci ripiombare nel deficit.
In questa situazione, le regole di bilancio, che molto opportunamente Bankitalia ha ricordato nella sua audizione sul DEF pesano come macigni.
Per chi non lo ricordasse, con l’approvazione in Costituzione, nel 2012, abbiamo accettato di avere regole di bilancio europee sull’indebitamento netto, la spesa pubblica e il debito. Il famoso fiscal compact di cui si fa grande uso nei talk show, sempre retoricamente in funzione di spauracchio.
La questione merita un approfondimento.
La regola dell’indebitamento netto implica che per i paesi non soggetti a procedura per disavanzo eccessivo (ne siamo usciti da poco) il famoso disavanzo strutturale debba essere inferiore o uguale all’obiettivo di medio termine (OMT) fissato per il paese. Se il disavanzo eccede tale obiettivo, deve essere ridotto di almeno dello 0,5% del Pil l’anno.
Per l’Italia l’OMT è il mitico pareggio di bilancio. “Nel 2014 – dice Bankitalia – gli andamenti tendenziali indicano una riduzione del disavanzo strutturale pari allo 0,2% del Pil. Sarebbe richiesto quindi un ulteriore aggiustamento di circa lo 0,3%”, per arrivare a un indebitamento strutturale pari a meno -o,1% del Pil nel 2015.
Ciò spiega perché il governo, adducendo le famose circostanze eccezionali (fra le altre cose il pagamento dei debiti della PA) ha chiesto la deroga, affiancandole un piano di rientro che prevede un aggiustamento strutturale del famoso disavanzo pari allo 0,5% del Pil nel 2015, anziché doversi fare carico di un aggiustamento dello 0,3% quest’anno. Parliamo di circa 4,5 miliardi. In sostanza si rimanda a domani quel si dovrebbe fare oggi, come peraltro noi italiani siamo maestri nel fare, sperando che la ripresa e la ventata riformista del governo dia una mano dal versante della crescita.
Su questa strategia, la Corte dei conti, che pure mostra di comprendere il momento, osserva che sarebbe buona norma fare le correzione (quindi i tagli) quando c’è la ripresa piuttosto che quando c’è crisi. Ma il momento, appunto, è topico.
Sostanzialmente ci stiamo giocando il tutto per tutto.
La regola della spesa prevede invece che per i paesi che non hanno ancora raggiunto il proprio OMT, quindi anche noi, la crescita annua della spesa pubblica, al netto delle componenti fuori dall’azione del governo (vai a capire come si calcolano), debba essere inferiore a quella di medio periodo del Pil potenziale (altra variabile immaginaria). L’entità dello scarto deve garantire un saldo strutturale di almeno lo 0,5% del Pil, con l’avvertenza che una crescita della spesa superiore non è interpretata come una violazione se è compensata da aumenti discrezionali delle entrate.
Che significa?
Ecco, già il fatto che qualcuno debba spiegarlo sostanzia il cuore del problema. Uno dei trucchi dei retori è spiazzare l’interlocutore con preposizioni astruse dall’aria seria e credibile. Apodittiche, si dice. E cosa c’è di più apodittico di un regola costitituzionale?
Bankitalia ci dice che “nel triennio 2011-13 la dinamica della spesa è stata ampiamente al di sotto del limite prescritto dalle regole europee. Per il triennio 2014-16, il limite superiore calcolato dalla Commissione per l’Italia è pari a -1,07 per cento in termini reali; nelle proiezioni elaborate dal Governo sotto l’ipotesi di invarianza delle politiche di bilancio, la dinamica della spesa sarebbe significativamente superiore”.
Ricordatevi queste parole: proiezioni, ipotesi di invarianza, sarebbe superiore, limite superiore calcolato (non sappiamo come). Come vedete nulla di reale: solo congetture. Ma terribilmente cogenti.
Forte di tanta apodittica indimostrabile, il novello retore (nel caso specifico la Commissione Ue, ma vale per l’economia applicata) detta la sua regola normativa. E quindi fa politica.
Provo a tradurre il commento di Bankitalia in parole comprensibili: prima non abbiamo sforato, ma sforeremo dopo, secondo quanto si può ipotizzare.
Il che ci mette nella difficile posizione di interlocutori poco credibili.
Screditare l’interlocutore è un altro caposaldo del dibattere retorico.
Attenzione: la regola della spesa vale solo se falliamo l’obbiettivo di medio termine, ossia sempre il solito pareggio.
Non finisce qui. C’è anche la regola del debito.
Il six pack prevede che nei paesi il cui il rapporto da debito e prodotto ecceda il 60%, tale differenza debba diminuire di un ventesimo l’anno nella media di un triennio. Per l’Italia, che era sottoposta a procedura di infrazione nel 2011, è stato previsto un periodo di tre anni di transizione dal momento in cui la procedura viene chiusa, ossia dal 2013.
“In tale periodo – spiega Bankitalia – la regola del debito si ritiene soddisfatta se lo stato membro consegue una riduzione annua minima del disavanzo strutturale (minimum linear structural adjustement, MLSA) calcolata dalla Commissione UE”.
Ricordo a tutti che il disavanzo strutturale è una variabile che la Corte dei Conti ha definito impossibile da osservare. E sottolineo che, ancora una volta la commissione calcola (non sappiamo come) un dato che diventa un obiettivo politico.
Ebbene, “lo scorso novembre – dice Bankitalia – la Commissione ha indicato che il MLSA per l’Italia è definito da una riduzione del disavanzo strutturale (sempre lui, ndr) di almeno 1,32 punti percentuali del PIL nel complesso del biennio 2014-15. La riduzione prevista nel DEF è di 0,7 punti. Va rilevato tuttavia che la Commissione potrebbe rivedere al ribasso l’MLSA tenendo conto degli introiti delle dismissioni programmate”.
Notate la finezza: 1,32% del Pil. Chi dubiterebbe dell’accuratezza del calcolo a questo livello di dettaglio?
Un altro espediente del retore è far credere che le sue informazioni siano sempre accurate.
Comunque, stando a quanto dice Bankitalia, siamo fuori anche dalla regola anche nel periodo di transizione.
E dopo? “La regola dovrà essere rispettata con riferimento alla variazione del debito nel triennio 2013-15 (versione backward looking, con e senza correzione per l’impatto del ciclo economico) oppure nel triennio 2015-17 (versione forward looking). Il quadro programmatico del DEF rispetta la regola sul debito nella versione forward looking. Se gli andamenti macroeconomici dovessero discostarsi, anche di poco, dalle previsioni contenute nel DEF, o se non si realizzassero integralmente le dismissioni programmate, il rispetto della regola sarebbe messo a repentaglio”.
Insomma: rischiamo di fare un altro botto.
“Le regole di bilancio europee – conclude comprensiva Bankitalia – possono apparire complesse e, pur con i loro margini di flessibilità, stringenti, ma esse rispondono all’esigenza di assicurare la sostenibilità delle finanze pubbliche e ricondurle all’equilibrio. Occorre inoltre ricordare che esse appaiono oggi vincolanti anche perché abbiamo lasciato crescere in passato, senza sufficiente controllo, la spesa e il debito pubblico”.
Anche qui, appartiene al discorrere retorico trovare sempre una morale nella storiella.
Poiché sono appassionato di retorica, l’avrete capito, ovvero di quello che gli antichi chiamavano l’arte del discorrere e del persuadere, ho pensato di sintetizzare questa noiosa cavalcata fra le regole europee sulla finanza pubblica trasformandola in un’altra storiella, che sarà magari meno istruttiva, ma certamente non meno realistica di quella che ci ha raccontato Bankitalia.
Un bel giorno in Italia, squadra con evidenti difficoltà e a rischio retrocessione, arriva un nuovo capitano che, forte del suo giovanile entusiasmo e del desiderio di speranza dei suoi giocatori lancia il cuore oltre l’ostacolo e decide di giocarsi la sua partita della vita, che incidentalmente è anche la nostra.
La squadra del premier scende in campo contro la squadra avversaria, l’Europa, agguerritissima, composta da bomber stranieri, per lo più nordeuropei, temutissimi per la loro capacità di fare gol e grandi praticanti dell’astruso gioco a schemi.
Ma la strategia del premier spiazza l’avversario. Portato all’attacco da ali di folla speranzosa, il premier parte in contropiede e segna un spettacolare gol in rovesciata.
GOL: urla l’Italia. La speranza arride a molti, cui viene promesso una goleada.
Ma l’Europa ha dalla sua terribili regole di gioco, che prevedono che ogni giocatore non possa calpestare durante la corsa un valore presunto di fili d’erba superiore allo scarto medio quadratico del flusso tendenziale delle ricrescita prevista, e che, nel caso, debba rientrare precipitosamente in area seguendo il fischio dell’arbitro.
Che infatti fischia.
Il quarto uomo agita la bandierina, gli arbitri si riuniscono in conventicola, incuranti delle proteste del pubblico da casa, mentre i giocatori italiani assicurano che un loro personalissimo algoritmo assicurerà la ricrescita dell’erba nei tempi stabiliti. Ma molti osservano che la squadra italiana non è nuova a questi espedienti e che, dati alla mano, non è molto credibile.
La partita riprende con gli italiani impegnati a fare quello che fanno meglio: litigano fra loro. Così la squadra avversaria approfitta e affonda in campo.
Il temibile numero 10 dell’Europa, biondo e azzurro d’occhio, segna e chiude la partita in parità.
La squadra italiana festeggia: le hanno sempre detto che bastava il pareggio per salvarsi.
Ma invece viene fuori che c”è sempre dell’altro di cui dover tener conto, scritto in piccolo nel manuale delle regole di gioco.
Conclusione. Il salvataggio torna incerto. Il pareggio non basta.
Serve uno spareggio.
(3/fine)
Bankitalia, la Bce e la freccia di Apollo
Bentrovati. Riprendo il blog dopo le vacanze natalizie e mi accorgo che l’ultimo atto della tragedia ridicola recitata per l’aumento di capitale di Bankitalia, dopo l’approvazione in Senato del decreto Imu-Bankitalia, si consumerà la settimana prossima, quando il decreto arriverà alla Camera per l’approvazione finale, che si presume scontata.
Prima di entrare nel dettaglio, estremamente istruttivo, vale la pena spendere una considerazione. L’operazione Bankitalia è nata, cresciuta, architettata e decisa nello spazio sì e no di un paio di mesi. La prima volta che ne ho avuto sentore era sul finire di ottobre, quando maturava in un assordante silenzio mediatico. Poco più di un mese dopo si arrivava al decreto, plaudito dalla grande stampa e sostanzialmente ignorato dall’opinione pubblica.
Governo e Parlamento hanno fatto prestissimo, caso più unico che raro, malgrado un parere della Bce, emanato lo scorso 27 dicembre, che la stampa nazionale distratta dal panettone, ha oscurato, che conteneva dure critiche all’esecutivo e sostanziali paletti all’operazione. Una sincronia di intenti e di volontà che raramente ho osservato in Italia. Prova evidente che quando una cosa interessa a quelli che contano persino lo Stato italiano riscopre di essere sovrano e se ne infischia dell’Europa.
Dobbiamo ricordarcelo, quando sentiamo dire che l’Italia è a sovranità limitata.
In attesa di leggere la versione finale del decreto, possiamo innanzitutto osservare alcuni punti che sembrano ormai acquisiti.
Le attuali banche azioniste della banca centrale pagheranno solo il 12% sul capital gain ottenuto grazie alla rivalutazione del capitale, peraltro pagata con le riserve della stessa Bankitalia. Il 12% è quasi la metà del 20% previsto dalla legge sui capital gain e meno persino del 16% di cui si era parlato in sede di Legge di Stabilità.
In pratica, su un capitale di 7,5 miliardi significa un incasso fiscale di 900 milioni di euro per lo Stato, una tantum, a fronte di dividendi annui per gli azionisti fino a 450 milioni l’anno, il 6% di 7,5 miliardi. Dividendi che, ovviamente, andranno in sottrazione alla quota di utile che Bankitalia gira allo stato.
Quindi basteranno due anni agli azionisti per recuperare quanto versato allo Stato. E guarda il caso, il decreto prevede che i diritti degli azionisti sui dividendi eccedenti il 3% non possano essere riscossi per un periodo superiore a due anni. Dopodiché tali dividendi eccedenti il 3% verranno incamerati da Bankitalia. Quindi è facile prevedere che gli attuali azionisti impiegheranno i prossimi due anni a studiare come disfarsi delle quote eccedenti il 3% incassando nel frattempo dividendi sufficienti a recuperare quanto versato allo Stato in sede di rivalutazione e incamerando poi, una volta cedute le quote, il loro valore rivalutato.
E poi dicono che i banchieri italiani sono fessi. Certo aiuta, avere uno Stato così generoso.
Vale la pena ricordare che prima i dividendi concessi agli azionisti arrivavano al massimo a 15.600 euro, ossia il 10% del capitale di 156.000.
Divertente, su questo tema, leggere cosa ha detto il governatore Visco in audizione al Senato il 12 dicembre scorso. “Rispetto alla situazione attuale, si passa da un dividendo ridotto, ma crescente indefinitamente negli anni futuri, a uno oggi più elevato ma soggetto a un tetto fisso nel tempo, mantenendo l’equivalenza tra il valore attuale dei due flussi di pagamenti”. Il “crescente indefinitamente” si riferisce al fatto che il vecchio statuto (art. 39) concedeva al Consiglio superiore di staccare un dividendo per gli azionisti “per un importo fino al 6% del capitale”. In aggiunta a questa cifra “può essere distribuito ai partecipanti, ad integrazione del dividendo, un ulteriore importo non eccedente il 4% del capitale”. Quindi si poteva arrivare al 10%. Ma su 156.000 euro, non su 7,5 miliardi.
Chissà se Visco ha studiato dai gesuiti.
Peraltro il decreto, fissando un limite del 3% al possesso delle quote e congelando i diritti di voto sull’eccedenza (ma non il diritto al dividendo per due anni) dà a Bankitalia la possibilità di riacquistare temporaneamente le quote post-rivalutazione. In quel caso i dividendi li incasserà la Banca centrale, ma solo dopo aver pagato alcuni miliardi agli attuali azionisti.
Basta questo per capire quale sia la logica sottesa all’operazione.
Ma purtroppo non finisce qui. Il silenzio tombale post natalizio calato sul parere della Bce cela inusitati scenari che si collegano alla questione bancaria nazionale, che verrà “stressata” dall’applicazione dell’asset quality review della Banca centrale europea. Le parole scritte in quel parere somigliano alla classica freccia di Apollo, il dio arciere, sapiente ma terribile, portatrice di devastazioni e pestilenze, che colpisce molto dopo esser stata scoccata.
Perciò vale la pena leggerlo per bene.
Dopo aver elencato le fonti giuridiche (Trattato UE e regolamento interno Bce) e analizzato per sommicapi il contenuto del decreto, la Bce ricorda di aver ricevuto la proposta di decreto legge il 22 novembre, proprio nei giorni che il governo lo approvava. Ciò basta a Francoforte per dedurne che, di fatto, il governo italiano ha violato i trattati, che obbligano a trasmettere per tempo le proposte di legge alla Banca centrale europea e, in virtù di un regolamento, di sospendere le decisioni fino a quando la Bce non si sia pronunciata. “Poiché la Bce ha ricevuto la richiesta di consultazione il 22 novembre e il decreto legge è stato approvato il 27 novembre, ciò equivale a un caso di non consultazione” per la quale la Banca “desidera richiamare l’attenzione del ministero”.
La “disattenzione”, che è insieme diplomatica e sostanziale, provenendo per di più da un ex banchiere centrale come Saccomanni, state pur certi che non verrà dimenticata dagli apollinei banchieri di Francoforte.
Ma il peggio viene dopo.
Oltre a sindacare sulla qualità della valutazione del capitale, ritenendo che “una valutazione così a lungo termine, in cui sono formulate supposizioni in merito ai futuri dividendi implica l’utilizzo di dati congetturali” è sui profili di vigilanza bancaria, che da fine ottobre 2014 sarà centralizzata dalla stessa Bce, che si innesta il cuore della questione.
Una delle ragioni che più di tutto ha motivato la fretta delle lobby politico-bancarie nostrane nell’adempiere al provvedimento, aveva a che fare col desiderio di rafforzare i patrimoni delle nostre banche sistemiche, quindi Intesa e Unicredit, casualmente primo e secondo azionista di Bankitalia rispettivamente col 42,4 e il 22.1% del capitale, in vista dell’avvio dell’asset quality review e degli stress test. Entrambe, come un po’ tutte le banche italiane, sono molto esposte sul debito sovrano italiano, e il timore è che questi bond finiscano nel mirino dei “vigilanti” europei, come vorrebbero i falchi tedeschi della Bundesbank.
A proposito: giovedì scorso il presidente della Bce Draghi ha affermato che “i bond sovrani saranno trattati come previsto dal Comitato di Basilea, che li stabilisce privi di rischi”, aggiungendo però che “i bond sovrani come tutti gli asset detenuti dalle banche saranno soggetti a stress test”. Che è un po’ come dire una cosa e il suo contrario.
Sappiamo già, infatti, che il Comitato di Basilea giudica privi di rischio solo i bond con rating da AAA a AA-, quindi non i nostri, e che è stata una decisione delle autorità politiche europee quelle di considerare privi di rischio tutti i bond denominati in moneta sovrana, quindi nel caso nostro in euro, anche se italiani. La decisione di sottoporli a stress test, perciò, è politica, nel senso dei governatori dell’eurozona, non dei politici dell’eurozona.
Un altro capolavoro di gesuitismo. Ma dell’ottimo Draghi sappiamo già che ha studiato dai gesuiti.
Torniamo a Bankitalia. Il decreto legge del governo fra le tante cose prevedeva che le quote azionarie transitassero agli attivi di bilancio detenuti per la negoziazione (classicate come HtF nei principi contabili internazionali). Uno di quei codicilli che non dicono nulla ai non addetti ai lavori, ma denso di conseguenze. I beni informati, infatti dicono che le banche azioniste hanno inquadrato in grande parte le quote di Bankitalia negli attivi del bilancio detenuti per la vendita (comparto AfS). Quindi tecnicamente il decreto prevedeva una riclassificazione di questi attivi.
Ciò in quanto gli attivi del comparto AfS, per precisa decisione della Banca d’Italia, sono esclusi per fini prudenziale dal capitale di vigilanza, che poi sarà quello sul quale verrà esercitata l’asset quality review della Bce. Perciò, per rendere più robuste le banche italiane era necessario che tali attivi (le quote rivalutate) passassero fra gli attivi del comparto HtF che invece contribuisce a comporre tale capitale. Questa la vera ratio della norma, spacciata sui giornali come l’intenzione di creare una public company, quindi titoli negoziabili, quando in realtà si voleva sono renderli negoziabili per questioni di vigilanza.
Lo so che tutta questa roba è noiosa e vagamente incomprensibile. Però la tecnica è il miglior mascheramento dell’espediente, quindi scusatemi se continuo, ma credo sia utile avere consapevolezza di queste cose.
Sempre nell’audizione del 12 dicembre scorso Visco spiegava così la questione: “Se la partecipazione (in Bankitalia, ndr) sarà classificata, come un nuovo strumento finanziario, tra le attività valutate al fair value con impatto in conto economico (ad esempio, attività detenute con finalità di negoziazione), le plusvalenze conseguite e non realizzate potranno essere incluse al 100% nel common equity tier 1 (c.d. CET1 sul quale si esercita la vigilanza, ndr). Qualora invece la partecipazione fosse classificata nel portafoglio “attività finanziarie disponibili per la vendita”, tale inclusione sarebbe soggetta alle disposizioni del regime transitorio (che termina alla fine del 2017). In particolare, per l’esercizio 2014 le plusvalenze conseguite e non realizzate sarebbero interamente escluse dal CET1″.
Quindi, poiché le banche italiane hanno iscritto in massima parte le quote di Bankitalia fra gli attivi non negoziabili (AfS), rischia di venir meno una delle ragioni che le avevano indotte a far pressione per arrivare alla rivalutazione: rafforzare il proprio capitale di vigilanza. Perciò il decreto del governo prevedeva il passaggio di tale attivi fra quelli negoziabili.
Ma la cosa non deve essere piaciuta granché alla Bce. “A tal riguardo – scrive Francoforte – è importante che la ricapitalizzazione risulti sempre pienamente conforme al quadro prudenziale e al sistema contabile dell’Unione e, in particolare, che le regole sulla riclassificazione degli strumenti finanziari di cui agli IAS e IFRS non siano violate. Inoltre dovrebbe essere assicurata una coerente applicazione dei principi guida dettati dagli IFRS in materia di valore equo (cd fair value)”.
Cosa significa quest’astruseria? La Bce si limita a scrivere una piccola nota a margine (“Vedi in particolare lo Ias 39, paragrafo 50). E siccome il diavolo si annida nei dettagli, ho fatto un corso accelerato di Ias per capirci qualcosa.
Ne ho dedotto che gli attivi possono transitare dal comparto AsF al comparto HfT, ma in questo caso si applica una regola di penalizzazione (cd Tainting rule) che obbliga a mantenere l’iscrizione dell’attivo per altri due anni fra gli attivi AfS e impone la valutazione a fair value dell’intero attivo.
In sostanza, per altri due anni le banche dovranno tenersi in pancia questi titoli in un comparto che non fa patrimonio di vigilanza, valutandolo al fair value, che è sempre più basso del costo storico, almeno per tutto il 2014. Con l’aggravante che comunque i bilanci sui quali si eserciterà l’asset quality review saranno quelli chiusi nel 2013.
Tanto rumore per nulla, insomma. E’ questo il senso di una tragedia ridicola.
Ecco la freccia di Apollo scoccata dalla Bce.
C’è però la possibilità che “le autorità”, per dirla con le parole di Visco, dall’esercizio 2015 in poi diano la “possibilità di includere le plusvalenze conseguite e non realizzate nel CET1”. Il che sarebbe un toccasana per le banche italiane, specie qualora dovesse risultare qualche manchevolezza patrimoniale dagli stress test, per “coprirsi” almeno dal 2015 in poi.
Ma ciò comporterebbe, a norma di legge, l’obbligo di includere,”a partire da quella data anche il 100% delle minusvalenze conseguite e non realizzate”. Insomma, ciò che si vuol fare entrare dalla finestra (un po’ di denaro contabile fresco), rischia di uscire dalla porta.
Peraltro nel 2015 la supervisione delle Bce sarà operativa e chissà quanto impegnata.
Per allora la freccia di Apollo avrà diffuso la sua pestilenza.
Siamo ricchi, ma poveri
E’ molto istruttivo leggere insieme l’ultimo rapporto di Bankitalia sulla ricchezza delle famiglie italiane e il rapporto su reddito e condizioni di vita dell’Istat, che per una di quelle curiose coincidenze sono usciti quasi in contemporanea, offrendoci una fotografia alquanto sfocata e contraddittoria delle condizioni reali del paese.
Da Bankitalia apprendo che, malgrado la profonda correzione dei corsi immobiliari, che ha falcidiato la ricchezza degli italiani, le famiglie del Belpaese, a fine 2012, hanno una ricchezza netta pari a circa 8.524 miliardi di euro, pari a circa 143 mila euro pro capite, di cui il 61,6% derivanti da attività reali (per più dell’80% abitazioni) e per il restante 38,9% da attività finanziarie. Mentre i debiti complessivi ammontano a circa 900 miliardi, più o meno il 10% delle attività complessive.
Allo stesso tempo leggo nel rapporto Istat che, sempre nel 2012, il 29,9% delle persone è a rischio povertà o escusione sociale, l’1,7% in più rispetto al 2011, in gran parte dovuto al notevole incremento della quote di persone severamente deprivate, in crscita dal11,2 al 14,5%. Che vuol dire non essere in grado di fare una settimana di ferie fuori da casa, non poter riscaldare adeguatamente la propria abitazione o non poter sostenere una spesa improvvisa di 800 euro, se necessario, o, peggio ancora, non potersi alimentare adeguatamente consumando proteine ogni due giorni. Ne deriva che il rischio di povertà o esclusione sociale è del 5,1% più elevato della media europea. Peggio di noi stanno solo in Grecia e in alcuni paesi dell’est europeo.
Poi riprendo lo studio di Bankitalia e leggo che malgrado il dimagrimento dovuto alla crisi, la ripresa dei corsi finanziari ha quasi compensato il calo del mattone (-6% in termini reali), portando a un calo della ricchezza netta di appena lo 0,6% rispetto al 2011. E leggo pure che malgrado i cali, registrati dal 2007 in poi, quando la nostra ricchezza netta superava abbondantemente i 9.000 miliardi, siamo ancora nella top ten dei paesi europei, visto che quota circa 7,9 il reddito lordo disponibile, più o meno al livello di Francia, Regno Unito e Giappone, molto meglio della Germania. Per giunta rimangono bassi i debiti delle famiglie rispetto al reddito disponibile, all’82%, “nonostante i significativi incrementi degli ultimi anni”.
Mi sorge il sospetto che in Italia ci sia una profonda sperequazione redistributiva. Allora ritorno sul rapporto Istat e leggo che “il 20% più ricco delle famiglie percepisce il 37,5% del reddito totale, mentre il 20% più povero l’8%”, quasi un quinto. E se guardo l’indice di Gini che misura l’equità distributiva (0 massima equità, 1 massima diseguaglianza), scopro che su scala nazionale, nel 2012, tale indicatore vale 0,32. Quindi nel suo complesso non sembra ci sia tutta questa sperequazione. Il dato però cela importanti differenza. Al Sud l’indice quota 0,33, al nord 0,29. La famosa questione meridionale, penso.
Il combinato disposto di queste informazioni mi fa sorgere il sospetto che qualcosa non quadri. Abbiamo un paese nel suo insieme abbastanza equo, dove perà un sacco di gente non può fare una settimana di ferie. Abbiamo un paese con una ricchezza netta pari a quasi otto volte il reddito, dove però ci sono molti che fanno fatica a comprarsi una bistecca due volte a settimana. Un numero crescente, addirittura.
Ma che ci fanno gli italiani coi soldi?
Torno a Bankitalia e scopro che le famiglie italiane tengono all’estero circa 320 miliardi di attività finanziarie sui circa 3.670 miliardi totali, in aumento di circa il 5% rispetto al 2011. E parliamo solo delle somme censite dalle statistiche.
Scopro pure come sono cambiati i gusti degli italiani in fatto di finanza. Un cambiamento storico. A metà degli anni ’90 gli italiani investivano il 29% della loro ricchezza finanziaria in depositi e un altro 19% in titoli di stato, con punte del 21%. Quindi la metà dei soldi liquidi degli italiani andavano alle banche e allo stato. Pochi rendimenti, ma sicuri.
La rivoluzione finanziaria ha cambiato queste consuetudini: oggi i depositi bancari quotano il 19% del totale e i titoli pubblici appena il 5%. Il totale fa meno della metà di vent’anni fa. Tutto a vantaggio di azioni, fondi obbligazioni e riserve tecniche assicurative. L’aumentato appetito per il rischio ha anche fatto crescere i rendimenti, come si evince dai grafici storici, ma al contempo anche le perdite nei periodi di crisi.
Costante invece la quota destinata al risparmio postale, circa il 31%, che poi è la cassaforte della Cassa Depositi e prestiti. Parliamo di oltre 1.000 miliardi, mica bruscolini.
Ma in queste cifre si annidano altre informazioni interessanti. I depositi bancari capitalizzano circa 660 miliardi di euro, il 93,6% posseduti dalle famiglie, con un ammontare medio pro capite di 14 mila euro. Abbastanza per farsi una bistecca in più, mi pare. Anche perché i conti fino a 50 mila euro ammontavano al 42% del totale, ma, dato assai più rilevante, il 40% di questi depositi è nella forbice fra i 50 mila e i 250 mila, mentre c’è un altro 18% che supera la soglia dei 250 mila euro. Poiché i conti censiti sono 47 milioni, significa che in Italia ci sono 8 milioni e 460mila conti correnti con cifre superiori ai 250.000 euro e altri 18 milioni e 800mila conti correnti con importi compresi fra i 50 mila e i 250 mila euro. Quindi il 58% dei conti correnti italiani ha cifre superiori ai 50 mila euro. E non parliamo di pochi fortunati ricchi: parliamo di oltre 27 milioni di conti correnti intestati a un numero più o meno equivalente di persone.
Se poi andiamo a vedere i titoli custoditi dalle banche, valore circa 550 miliardi, scopriamo che il 96% è detenuto da famiglie e che la quota di depositi titoli superiori a 500 mila euro era solo un punto percentuale inferiore (il 35%) rispetto alla forbice 50mila-250mila euro. Vi risparmio il dato sulla ricchezza patrimoniale e sui conti correnti postali. Basti sapere che parliamo di un’altra montagna di miliardi.
Insomma, non sembriamo un popolo alla fame, ma al contrario abbiamo collettivamente risorse sufficienti a stabilizzare la nostra economia e compensare agevolmente le situazioni di disagio sociale, visto che di fronte a tanta ricchezza pressoché inutilizzata, in Italia e all’estero, l’Istat certifica che aumenta l’esclusione. Abbiamo una disoccupazione al 12 per cento e una montagna di risorse inutilizzate. Questo è un vero spreco, altro che le province.
Solo che non facciamo nulla. Ci lamentiamo e stringiamo la cintura.
Forse il problema dell’Italia non è l’aumento della povertà, che è solo una conseguenza.
Il problema è che anche i ricchi si sentono poveri.
L’età della disuguaglianza
La disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza è ai suoi massimi storici, scrive il Fmi nell’ultimo numero del suo magazine.
Negli Stati Uniti, nel 2012, il 10% dei cittadini più ricchi possiede il 50% della ricchezza nazionale “un livello mai visto sin dagli anni ’20”, sottolinea l’articolo per dare la giusta dimensione storica del fenomeno.
Gli anni Venti, lo ricordo, furono quelli ruggenti del boom creditizio, cui seguì lo sboom deflazionario degli anni ’30.
Come se non bastasse, il Fmi cita uno studio dell’Ocse secondo il quale la disuguaglianza è aumentata, negli ultimi tre anni, assai più che nei dodici anni precedenti al 2010. A dimostrare che la crisi funziona benissimo a dare a chi ha già tanto e a togliere a chi ha poco.
Ma sbaglierebbe chi pensasse che è un fenomeno transitorio. Che, vale a dire, passata la crisi tutto tornerà come prima.
L’età della disuguaglianza non è un semplice incidente di percorso.
Al contrario, è il prezzo che le economie avanzate stanno pagando, e pagheranno anche in futuro, per aver seguito una precisa strada, quella che ancora oggi costituisce il mainstream economico del nostro tempo: la liberalizzazione dei capitali e, a seguire, il consolidamento fiscale, che come tutti sanno è stata una precisa conseguenza di tale pratica.
A tale considerazione è arrivato anche il Fmi.
“Numerosi fattori – scrivono gli autori dell’articolo – hanno contribuito a questa crescita (della disuguaglianza, ndr). L’evoluzione tecnologica, che ha dato vantaggi a chi lavora con i computer e l’information tecnology, e l’evoluzione della produzione industriale che si è spostata dai lavoratori poco qualificati a quelli molto qualificati”, con la conseguenza che l’aumento della domanda per i secondi ha depresso i redditi dei primi.
“Ma le nostre ricerche recenti – aggiungono – hanno scoperto altri due fattori che hanno contribuito a far crescere la disuguaglianza. Il primo è stato l’apertura del mercato seguita alla liberalizzazione dei movimenti di capitale. La seconda è l’azione politica dei governi tesa ad abbassare i propri budget”.
Il tanto declamato consolidamento fiscale.
L’austerity, insomma, ha cancellato una delle funzioni della spesa pubblica, ossia il suo carattere redistributivo.
Che questo trend sia ormai divenuto un fatto storico lo dimostrano anche due grafici elaborati dagli autori.
Nel primo si vede che la curva che misura l’andamento della liberalizzazione dei capitali cresce insieme alla curva che misura il coefficiente di Gini, ossia l’indice che misura la diseguaglianza.
Quest’ultimo si misura nell’intervallo fra zero (massima uguaglianza) e 1, nessuna uguaglianza. Alla fine degli anni ’80 l’indice di Gini misurava circa 0,40. Nel 2010 aveva già superato 0,45. E dopo è ancora peggiorato.
Allo stesso tempo la curva che misura l’indice di liberalizzazione dei capitali è sempre cresciuta, passando da un valor di circa 0,8 all’1,5 di fine 2010.
“L’indice di Gini – scrivono – è cresciuto di circa l’1,5% dopo l’inizio della liberalizzazione e del 2% dopo cinque anni”.
Questo per gli amanti delle costruzioni empiriche.
“Ci sono molti canali attraverso i quali l’apertura del mercato dei capitali impatta sulla diseguaglianza – scrivono -. C’è la prova che l’impatto della liberalizzazione sulle differenza salariali è alta nelle industrie che dipendono dai finanziamenti esteri”. Che in un mondo il cui il capitale è globalizzato signifca praticamente tutte.
Il consolidamento fiscale ha aggiungo benzina al fuoco.
Il combinato disposto fra tagli di spesa e aumenti di tasse, chiesti a gran voce per abbassare i deficit pubblici ha avuto un effetto diretto sulla disuguaglianza.
“Negli ultimi trent’anni – scrivono – ci sono stati 173 episodi di consolidamento fiscale nelle 17 economie da noi considerate. C’è la chiara evidenza che il declino dei budget pubblici è stato seguito da un aumento della disuguaglianza”.
In particolare, “il coefficiente di Gini è aumentato dello 0,2% due anni dopo un consolidamento fiscale e dell’1% dopo otto”.
Quindi gli effetti di un consolidamento fiscale sulla disuguaglianza durano anche nel medio-lungo periodo. Specie se il consolidamento avviene durante un periodo di recessione che, aumentando il rapporto debito/pil rende necessario un ulteriore consolidamento.
Che è esattamente la situazione in cui ci troviamo noi e mezzo mondo.
La conclusione dei due autori è molto salomonica. Capitali liberi e deficit sotto controllo portano molti vantaggi, ma hanno lo svantaggio di aumentare la disuguaglianza. Da qui l’invito ai governi a studiare bene le propri azioni per provocare effetti redistributivi, pur nei vincoli che abbiamo detto. Principalmente promuovendo l’educazione scolastica per alzare il livello di skill dei lavoratori.
Fin qui il Fondo monetario.
Se volessimo fare una capatina in casa nostra, però, potremmo leggere uno studio recente della Banca d’Italia dedicato proprio al tema della disuguaglianza del reddito in Italia. Il paper è particolare perché è stato costruito sulla base delle sole dichiarazioni del redditi.
Alcune cose è facile immaniginarle. Tipo che al Sud la diseguaglianza è assai più alta che al Nord (indice di Gini a 0,4 medio al Sud a fronte di 0,37 medio al Nord), che ci sono profonde differenza fra centri urbani (più sperequati) e province, o che è aumentata parecchio dal 2010 in poi. Altre vale la pena sottolinearle.
In particolare Bankitalia scrive che “gli anni duemila sono stati interessati da una sostenuta crescita dell’indebitamento delle famiglie e delle imprese. Nel 2010 i prestiti alle famiglie in rapporto al reddito erano pari al 65%, 30% in più rispetto al 2000; il debito delle imprese in rapporto al Pil era superiore all’80%, in marcato aumento rispetto al 2000”.
Un altro effetto della liberalizzazione dei capitali.
Negli anni 2000, infatti, in Italia sono affluiti un sacco di soldi dall’estero, segnatamente dai paesi forti dell’euro. “Il maggiore ricorso al credito da parte del settore privato – nota – potrebbe aver influenzato la distribuzione del reddito”.
Se poi andiamo a vedere alcuni grafici, notiamo alcune cose:
1) La quota di reddito detenuta dal 10% più ricco in Italia ha sfiorato quota 35% nel 2007 per poi stabilizzarsi poco sotto, intorno al 33%, il più alto dal 1975. Nei primi anni ’80 era poco sopra il 25%, dopo cioé la grande redistribuzione che si è consumata nella seconda metà degli anni ’70. Da quel momento in poi la quota di reddito dei più ricchi cresce costantemente;
2) la quota della rendita, sul totale dei redditi, è più che raddoppiata dagli anni ’80 ad oggi. Questa rendita non comprende i redditi da capitale, classificati a parte che comunque sono leggermente cresciuti. Cresciuta altresì la quota del lavoro autonomo.
Quindi, nel caso nostro, la liberalizzazione dei capitali ha, di fatto, favorito innanzitutto la rendita. Il reddito da impresa si è addirittura ridotto.
Concludo con un’ultima notazione. L’Ocse ha rilasciato l’ultimo report dedicato alle pensione dove, fra le altre cose, mette in evidenza che nel nostro paese le condizioni diseguali di lavoro possono condurre a una futura generazione di pensionati che saranno poveri in canna.
La differenze di ricchezza, insomma, sono destinate ad aumentare, anche perché all’orizzonte non si vede nessun tipo di retromarcia sulle politiche che le hanno determinate.
L’indice di Gini, insomma, è destinato a crescere.
La disuguaglianza non è più un incidente della storia.
E’ la Storia.
L’Imu, Pantalone e le quote di Bankitalia
Mi ero riproposto di non tornare più sulla rivalutazione delle quote di Bankitalia.
L’argomento, estremamente tecnico, sembrava fatto apposta per rimanere confinato nelle segrete stanze, lontano dal turbinare dell’opinione pubblica, rimasta in gran parte all’oscuro, e tutto sommato indifferente, nei confronti di un’operazione nata e cresciuta nel ristretto milieu dell’establishment.
Ma poi leggo che con tutta probabilità martedì prossimo il consiglio dei ministri si occuperà della partita, a dimostrazione del fatto che quando si tratta di operazioni che interessano a lor signori, il governo riesce persino ad essere solerte.
Questo mi convince che vale la pena tornare ad occuparsene (uno fra i pochi), visto che in tempi di generale inconcludenza l’aver messo in piedi e portato a termine un’operazione così complessa in poche settimane è di per sé una notizia.
Come dire: quando si vuole davvero, si può.
Il via libera alla rivalutazione delle quote doveva arrivare già nella seduta del consiglio dei ministri di ieri.
La notizia era esplosa sulla prima pagina del Sole 24 ore, sempre di ieri.
Ma poi i nostri governanti, durante il consiglio dei ministri, si sono resi conto che per decidere una cosa del genere bisognava aspettare che la casa madre di Bankitalia, ossia la Bce, esprimesse il suo nulla osta.
Da qui la decisione di attendere.
Poi però è arrivata un’altra notizia. Vale a dire che il CdM, oltre a far slittare il provvedimento su Bankitalia, ha fatto slittare anche quello sull’Imu, assai più atteso e “popolare”, visto che doveva statuire l’abolizione della seconda rata di dicemebre che tutti aspettano come se fosse questione di vita o di morte.
Il collegamento è presto fatto. Non da me, ma dai nostri autorevoli governanti.
Prima il ministro De Girolamo e poi il premier Letta hanno assicurato (dando per scontato evidentemente il parere favorevole della Bce sulla rivalutazione) che martedì prossimo verranno approvati entrambi i provvedimenti. Nel senso che, per usare le parole della Di Girolamo riportate dall’Ansa, “il provvedimento sulla rivalutazione delle quote di Bankitalia è contestuale a quello sull’Imu”.
Traduzione: i soldi che recupereremo rivalutando le quote saranno usati per coprire l’impegno di spesa relativo al taglio della seconda rata Imu.
Tutto è bene quel che finisce bene allora?
Non credo.
Sempre leggendo Il Sole 24 Ore scopro infatti alcune cose.
Intanto che l’incasso stimato per il governo derivante dalla rivalutazione dovrebbe essere intorno a 1,2 miliardi, proprio quanto basterebbe a coprire il taglio Imu.
A tale cifra si arriva applicando l’aliquota sui capital gain che le banche dovranno allo Stato in virtù della rivalutazione delle di Bankitalia, che al momento campeggiano sui loro bilanci e valgono 156mila euro.
Di solito quest’aliquota è il 20%. Ma poiché a quanto pare le quote di Bankitalia diventeranno negoziabili, le banche potranno fruire (come peraltro avevano richiesto i nostri banchieri in sede di audizione parlamentare) dell’aliquota ridotta del 16% prevista dalla legge di stabilità per la rivalutazione degli asset delle imprese.
Pure lo sconto sul capital gain.
Se l’incasso per lo Stato sarà di 1,2 miliardi, significa che il capitale di Bankitalia verrà rivalutato a 7,5 miliardi, ossia sulla parte alta della forbice fissata dalla stessa Bankitalia in un documento reso pubblico solo pochi giorni fa, visto che il 16% di 7,5 miliardi fa, appunto, 1,2 miliardi.
Leggo sempre sul Sole 24 Ore che le banche potranno inoltre contabilizzare la rivalutazione già in sede di bilancio 2013. Il che le renderà assai più solide dal punto di vista patrimoniale, in vista anche dell’asset quality review lanciato il mese scorso dalla Bce nell’ambito dell’avvio del processo di supervisione bancaria.
Doppio colpo grosso.
Ma rendere negoziabili i titoli Bankitalia significa anche che dovrebbe essere operativo il tetto del 5% per ogni singolo azionista, di cui sempre il Sole 24 ore dà notizia, spiegando che nella norma che andrà in discussione martedì dovrebbe essere prevista la possibilità per la Banca d’Italia di acquistare dalle banche la partecipazione eccedente il 5%. Ai nuovi prezzi rivalutati, immagino, “in attesa della creazione di un mercato delle quote”, scrivono i bene informati.
Faccio una certa fatica a immaginare chi possa essere interessato a comprare le quote di Bankitalia.
Ma poi mi ricordo di aver letto, nel documento predisposto dai saggi per Bankitalia, che “qualora il capitale della Banca venisse aumentato a 6-7 miliardi di euro e considerando un tasso di dividendo del 6% (360-420 milioni in termini assoluti) il valore delle azioni dopo la riforma si collocherebbe all’interno dell’intervalo di 5-7,5 miliardi”.
Questo vuole dire che la rivalutazione delle quota incorpora un dividendo di oltre 400 milioni di euro l’anno per gli azionisti, a fronte dei 15.600 euro attuali.
In cambio gli azionisti dovrebbero rinunciare al diritto di prelevare una percentuale del frutto delle riserve, che, spiegano gli esperti, essendo derivanti dal signoraggio non è corretto vengano incamerate. Parliamo però di 70 milioni di euro (dato 2012).
In sostanza, gli azionisti rinunceranno a 70 milioni in cambio di oltre 400. Pagheranno un capitale gain di 1,2 miliardi che recupereranno in pochi anni, e aumenteranno i propri requisiti patrimoniali per la gioia della Bce.
Applauso.
Lo Stato per converso, che finora ha incamerato gran parte degli utili di Bankitalia (1,5 miliardi nel 2012) incasserà subito 1,2 miliardi, rinunciando a una quota corposa di utili per gli anni a venire, che andrà a vantaggio degli azionisti. A meno che, certo, non si ricompri le quote spendendo chissà quanto.
Doppio applauso.
E i cittadini? Felicissimi: non pagheranno l’Imu nel 2012.
Triplo applauso.
Però poi dovrano andare a coprire i minori dividendi incassati dallo Stato sugli utili di Bankitalia con le proprie tasse, per non parlare della possibile acquisizione delle quote.
In sostanza: oggi non pagano. Pagheranno domani.
Ma tanto domani è un altro giorno.
Intanto Pantalone ringrazia.
Per salvare il mattone basta controllare il costo degli affitti
Dicono tutti che servono idee nuove a costo zero per far ripartire la crescita. E molti di costoro puntano l’indice sul mercato immobiliare, visto il suo peso specifico sul Pil e i rischi che comporta per la nostra stabilità finanziaria.
Senonché di idee nuove non si vede neanche l’ombra nel nostro dibattito politico che si è impantanato sull’Imu, come se davvero una mancia di qualche centinaio di euro elargita (con l’elastico) alle famiglie possa risolvere i nostri problemi.
Invece le idee ci sono, a cercarle.
Prima di illustrarle però vale la pena vedere da dove partiamo.
Di recente Bankitalia ha rilasciato il suo ultimo sondaggio congiunturale sul mercato delle abitazioni in Italia relativo al terzo trimestre 2013, dal quale si evince che, pur proseguendo, si sono attenuati i segnali di debolezza del mercato. Il sondaggio, che fa la sintesi di una rilevazione condotta presso gli agenti immobiliari, nota che sono diminuiti i giudizi che prevedono un ulteriore calo dei prezzi (dal 76,8% al 68,2%) mentre è aumentata la percentuale di coloro che prevedono prezzi stabili nel prossimo futuro (il 31% dal 23,1%).
Ma a parte questo lieve ottimismo, l’indagine rileva che la quota di agenti che ha venduto almeno un’abitazione si è ridotta al 59,8% dal 63,6 di luglio, anche se è migliorata rispetto al 55,7% del terzo trimestre 2012. Invariato lo sconto sull’acquisto, che quota il 15,7%, mentre aumenta il tempo della trattativa.
Interessante il dato sulle locazioni. Il numero delle agenzie che ha affittato almeno un immobile è aumentato dall’80% all’81,2%, e il 57,2% degli agenti ha registrato una calo dei canoni rispetto al trimestre precedente anche se una quota maggiore di prima (il 40,3% rispetto al 37,9%) vede canoni stabili per il futuro immediato.
Cosa ci dice questo sondaggio? In pratica che gli agenti sono leggermente più ottimisti, ma prevedono prezzi stabili o in calo contenuto, sia sul versante delle compravendite che degli affitti, che si prevede aumentino di numero.
Segno che la domanda è ancora debole, malgrado ciò contrasti con l’evidenza di una larga domanda insoddisfatta (basta pensare alle grandi città) che non riesce a trovare il modo di avere una casa perché per queste famiglie gli affitti sono ancora troppo alti e le case costano ancora troppo. E a fronte di ciò ci sono quote rilevanti di case nuove invendute o disabitate.
Un spreco, che è anche un disastro sociale.
Stando così le cose, un’idea a costo zero per le casse dello Stato potrebbe essere semplicemente quella di imporre un prezzo controllato sugli affitti, il cui trend, secondo quanto stima Bankitalia, è in crescita.
Una sorta di nuovo equo canone, per le fasce più deboli ma non solo.
In tal modo, paradossalmente, si finirebbe col favorire il mercato delle compravendite, fermando il calo dei prezzi, che ha un impatto rilevante sulla stabilità finanziaria di banche e famiglie, e sbloccando ingenti quantità di ricchezze finanziarie congelate nei conti correnti o chissà dove invece di essere impiegate nell’economia reale.
Penserete che si tratti di un’idea peregrina e forse è così.
Ma vi confesso che non ci avrei mai pensato se non mi fossi imbattuto in uno studio del Nber che racconta del prodigioso effetto che ebbe sul mercato immobiliare americano la decisione di mettere sotto controllo statale il costo degli affitti fra il 1940 e il 1945.
Lo studio si intitola “The home front: rent control and the rapid wartime increase in home ownership”, e ne consiglio vivamente la lettura a tutti i teorici del libero mercato.
Vi do il dato più eclatante. Nei cinque anni considerati il numero dei proprietari di casa aumentò del 10%, circa la metà dell’intero incremento registrato in tutto il XX secolo. Persino più dell’incremento registrato nel periodo del boom, ossia dal 1945 al 1960.
Non servono i mutui subprime e la finanza creativa per far galoppare il mattone. Basta rendere conveniente l’acquisto, avere capacità di risparmio (quindi redditi adeguati) e un circuito bancario ragionevole che eroga credito.
Mentre oggi sta diventando conveniente (ma solo perché le famiglie non possono permettersi di comprare) la locazione. E dovrebbe essere chiaro a tutti che una famiglia in locazione è finanziariamente ed economicamente più fragile di una proprietaria. Il che ha un effetto diretto sulle sue possibilità di consumo, e quindi sul Pil nazionale.
La trovata intelligente, e forse casuale, fu che ad affitti sotto controllo si accoppiarono prezzi di vendita di mercato, quindi liberi. Con la conseguenza che al danno sofferto dai proprietari/locatari corrispose un guadagno dei proprietari/venditori allorquando gli inquilini comprarono, a prezzi di mercato, la casa che prima avevano preso in affitto a prezzo amministrato. La classica situazione win/win, ossia a somma positiva.
Un gioco cooperativo, quindi., non competitivo, che mostra meglio di ogni teoria che la salvezza dell’economia non arriverà (o almeno non solo) dal livello dei tassi, ma dalla capacità dell’economia reale di ripartire sulla base di uno scambio di beni.
La storia vale la pena raccontarla perché è molto istruttiva.
La guerra provocò una grande espansione della produzione nell’industria militare già dal 1940. Tale sviluppo funzionò da calamita nei confronti delle popolazioni rurali, attirate verso i centri urbani dalla promessa di un buon impiego.
Si calcola che fra il 1940 e il 1945 la popolazione civile sia aumentata di più del doppio in alcune città.
L’aumento di domanda di locazioni che ne conseguì, provocò una brusca salita del costo degli affitti che attirò l’attenzione del governo federale (evidentemente erano poco liberali, all’epoca), preoccupato che l’aumento del costo degli affitti facesse diminuire i salari reali e, di conseguenza, l’attrattività dell’abitare in città. Il che avrebbe avuto un effetto deprimente sulla produzione industriale bellica.
Sicché, due anni dopo, nel 1942, l’OPA (office of price administration) fissò alcuni prezzi amministrati, fra i quali anche quelli degli affitti nelle aree di interesse della Difesa. Che ben presto divenne tutta l’America. I prezzi furono fissati al livello precedente all’incremento della attività industriali, quindi a prima del 1940.
Alla faccia del mercato.
La tagliola dei prezzi amministrati, che doveva terminare con la fine della guerra, fece sentire i suoi effetti fino alla fine degli anni ’40. In tutto questo periodo il mercato immobiliare americano, afflitto peraltro da una mancanza di offerta di nuove costruzioni provocata dall’economia di guerra, mutò profondamente.
L’OPA, infatti, non aveva alcuna autorità sui prezzi di vendita degli immobili, che aumentarono notevolmente durante la guerra. Ciò costituì un notevole incentivo per i proprietari a disfarsi di immobili che rendevano poco ritirandoli dal mercato degli affitti e rendendoli disponibili per la vendita a coloro che erano già inquilini.
L’OPA provò a frenare questa deriva imponendo restrizione agli sfratti di coloro che non volevano comprare. Ma l’intesa fra proprietari e inquilini fece sfumare le intenzioni del governo. I primi iniziarono ad accettare piccoli anticipi, accoppiato a regolari pagamenti che andavano a coprire il prezzo della vendita, in cambio dell’acquisto delle case.
L’OPA ancora una volta provò ad opporsi, arrivando a fissare in almeno un terzo del totale della compravendita l’anticipo minimo per cedere una proprietà (poi portata a un quinto). Ciò malgrado la trasformazione di inquilini in proprietari era ormai un processo irrefrenabile.
Molti osservatori, fra i quali Friedman, nel dopoguerra ne dedussero che il controllo degli affitti genera un alto tasso di proprietari per diverse ragioni.
I dati raccolti nello studio confermano questa teoria. “Non solo l’incremento di proprietari è rimarchevole per la sua entità – scrive l’autore – ma anche per il fatto che sia avvenuto in un breve lasso di tempo”.
La crescita del numero di proprietari fra il 1947 e il 1950, infatti, fu relativamente molto modesta rispetto a quella registrata nella prima metà del decennio”.
Dai dati, inoltre, si deduce che il grosso di questo incremento avvenne proprio a causa degli accordi “affitto e compro”, talmente ventaggiosi per inquilini e proprietari che neanche la buona volontà del governo riuscì a impedirli.
Il mercato, quello reale, trova sempre la strada, a differenza di quello del capitale, che alla fine senza il supporto dello stato (leggi: banche centrali o bail out) non si regge in piedi.
Infatti mentre il numero degli inquilini-proprietari cresceva di ben 4,8 milioni fra il 1940 e il 1945, quello degli inquilini semplici a fitto amministrato calava di oltre due milioni nel periodo considerato. Questo mentre i prezzi nominali delle case in 35 città crescevano, sempre nel periodo, in media del 56%.
Tutto questo in un contesto di redditi crescenti per le famiglie e credito bancario stabile, visto che i prestiti al settore immobiliare si spostarono dal settore delle imprese di costruzioni, praticamente congelato dalla guerra, a quello delle famiglie che compravano casa.
“Mentre gli altri periodi di aumento del numero dei proprietari hanno sempre coinciso con un aumento del numero delle costruzioni – nota l’autore – il numero estremamente limitato di nuove costruzioni durante la guerra ha determinato una creazione di nuovi proprietari sulla base delle case esistenti”.
Non è una differenza da poco.
In pratica, un ceto limitassimo di persone, ossia i pochi proprietari che possedevano grandi quantità di immobili, sono stati “invitati” a venderli. Si fece pressione su un pugno di rentier, per dirla con Keynes, e così facendo si mise in moto un meccanismo di economia reale che ha cambiato il mercato immobiliare a vantaggio di tutti, rentier compresi, che hanno spuntato prezzi di vendita assai vantaggiosi.
L’economia funziona quando c’è scambio di beni o servizi, dovremmo ricordarcelo. Non quando tutti vogliono vivere di rendita, immobiliare o finanziaria che sia.
Secondo le stime dell’autore tale politica di affitti controllati spiega almeno il 65% di incremento di proprietari nella prima metà degli annni ’40. E soprattutto, conclude, “la rapida creazione di un grande nuovo gruppo di proprietari di casa ha esercitato una notevole influenza nelle decisioni politiche del dopoguerra”.
E’ la nascita ufficiale del ceto medio.
Lo stesso che si sta sgretolando adesso.
Se torniamo a noi e al nostro tempo, l’insegnamento di questa storia è più che eloquente.
Una politica lungumirante dovrebbe scoraggiare la rendita, in questo caso immobiliare, imponendo prezzi controllati sugli affitti ed elaborando opportuni strumenti, fiscali o creditizi, per favorire contestualmente l’acquisto delle case prese in locazione. In questo modo si arriverebbe a scoraggiare anche la rendita finanziaria, che è altrettanto perniciosa per l’economia reale.
La lezione è chiara, insomma.
Ma nessuno la ascolta.
Si allarga lo spread fra governo e Bankitalia
Una cosa l’ho capita, leggendo la lunga audizione del vice direttore della Banca d’Italia, Luigi Signorini, in Senato sulla legge di stabilità del 29 ottobre scorso. Ho capito che il governo ha fatto una rischiosa scommessa al ribasso sullo spread da qui al 2016. E che da questa scommessa dipende lo stato di salute della nostra finanza pubblica, visto che tutti i conti tornano solo se questa scommessa verrà azzeccata.
Avere la conferma da una fonte così autorevole di una circostanza che mi era già parsa singolare, mi ha fatto capire un’altra cosa: lo spread determinerà il nostro futuro, con tutto ciò che sussume. Vale a dire la dipendenza della nostra politica fiscale dagli umori dei mercati finanziari e dal contesto internazionale.
Che poi è un altro modo per dire che l’ammontare del nostro debito pubblico, per la montagna di interessi che genera e la dipendenza dall’esteroo che provoca, è un’ipoteca sempre più pesante sul nostro futuro.
Faccio un passo indietro.
A un certo punto della sua lunga audizione, Signorini ricorda che nella Nota di aggiornamento al DEF che il governo ha presentato a settembre “le proiezioni a medio termine sono basate anche sull’ipotesi di una significativa discesa del differenziale di rendimento tra i titoli di stato italiani e quelli tedeschi, che passerebbe, sulla scadenza decennale, dagli attuali 245 punti base a 150 nel 2015 e a 100 nel 2016-17”.
Senonché, sottolinea, “attualmente le previsioni dei mercati sono meno favorevoli”.
E come se non bastasse, “l’evoluzione futura dei rendimenti presenta ampi margini d’incertezza, risentendo dell’andamento dei mercati finanziari, dell’evoluzione dell’assetto istituzionale europeo e del quadro interno nel nostro Paese”.
Dulcis in fundo, sottolinea Signorini, “secondo le nostre valutazioni, la riduzione dello spread ipotizzata contribuirebbe a una maggior crescita di 3-4 decimi di punto percentuale l’anno”.
Ricapitolo.
Da una parte la Banca d’Italia osserva che le previsioni dei mercati sull’andamento dello spread sono meno favorevoli di quelle ipotizzate dal governo. Dall’altra che l’andamento di tale variabile solo in parte è conseguenza di quello che faremo come sistema Paese, mentre in gran parte dipende dal resto del mondo. E infine nota come fallire la scommessa dei ribassi previsti dal governo porti con sé conseguenze sul Pil nell’ordine dello 0,3-4% in termini di prodotto.
Ricordo che il DEF portava con sé la previsione di un Pil a +1,7% nel 2015 (spread a 150), a +1,8 nel 2016 e a +1,9% nel 2017 (spread a 100 punti). Le previsioni di Bankitalia portate in audizione non arrivano così lontano. Però è chiaro che si discostano da quelle del governo. Basta notare che la crescita prevista dal DEF per il 2014 è dell’1%, mentre Bankitalia si ferma a un +0,7%. E siccome il DEF si regge, oltre che sulla scomessa sullo spread anche su quella della crescita prevista, capite bene quanto sia caracollante il futuro che ci aspetta.
Ancora più interessante è leggere una nota in corsivo contenuta nell’audizione: “La Nota di aggiornamento non fornisce informazioni sul metodo di stima dei tassi d’interesse utilizzato nelle previsioni. L’andamento previsto per la spesa per interessi suggerisce che vi sia stato un cambiamento rispetto alla metodologia adottata negli ultimi documenti di programmazione, che utilizzava i tassi impliciti nella curva dei rendimenti per l’Italia”.
Non fatevi scoraggiare dal tecnicismo. Il senso è molto chiaro: il governo ha cambiato metodo di calcolo per ipotizzare l’andamento della spesa per interessi, e di conseguenza l’andamento del nostro saldo primario con tutte le conseguenza che ciò comporta su quello del deficit, sostituendo quello usato finora con uno assolutamente arbitrario.
Una scommessa, appunto.
Tanto è vero che, sottolinea, “le prospettive di una ripresa solida e duratura sono legate al realizzarsi di favorevoli condizioni interne e internazionali”.
Teniamo incrociate le dita. Perché vincere tale scommessa determinerà se davvero raggiungeremo il pareggio di bilancio nel 2015 (che dovevamo raggiungere a fine 2013), se non avremo bisogno di ulteriori manovre correttive, se, per farla semplice, riusciremo a mantenere i conti pubblici sotto controllo, a cominciare dal nostro livello di debito che, nota Signorini, nella Nota viene quotato, per il 2013, al 132,9% del Pil “livello superiore di quasi 12 punti rispetto al picco toccato a metà degli anni ’90“.
Vale la pena rilevare, a tal proposito, che in due anni il debito/pil è aumentato del 12,2%, del 7,7% se si escludono le somme versate per il sostegno dei paesi europei in difficoltà e l’effetto del pagamento dei debiti commerciali. Se non ci fosse stata la recessione che ha consumato l’Italia dal 2011 in poi, “si può valutare che il rapporto debito/pil sarebbe stato costante”, sempre al netto degli aiuti e del pagamento dei debiti commerciali.
Vuol dire, in pratica, che il nostro debito è inchiodato sostanzialmente da vent’anni.
Nel frattempo però la nostra pressione fiscale, calcolata come percentuale delle entrate totali delle amministrazioni pubbliche sul Pil, è arrivata al massimo storico, nel 2012, del 48,2% (era il 44,7 nel 2003).
Per capire dove siano finiti questi soldi, basta notare che la spesa per le amministrazioni pubbliche è passata dal 48,4% del Pil del 2003 al 51,2% del 2012. A tale andamento ha contribuito principalmente la spesa corrente (dal 44% al 48,1), è aumentata la spesa per interessi (compresa nella spesa corrente), dal 5,1 al 5,5%, mentre quella in conto capitale, quindi gli investimenti, è scesa dal 4,3 al 3,1%.
Vale la pena notare che l’incremento più rilevante della spesa corrente è stata quella per pensioni, passata dal 15,1% del Pil al 17,4%, malgrado le numerose riforme previdenziali.
Stando così le cose, capirete bene perché la scommessa del governo diventa rilevante. E anche perché Bankitalia si preoccupi di metterla in evidenza, ripetendo più volte che sarà necessario uno stretto controllo della spesa, che bisogna fare le riforme, e tutte le solite cose che sappiamo.
SIcché alla fine della lettura mi è sorto un sospetto.
Lo spread sul bund magari si restringerà.
Ma intanto si sta allargando quello fra il governo e Bankitalia.
Il capitale di Bankitalia e le tre scimmiette sagge
Bisogna scomodare il folklore popolare giapponese per capire l’ultima geniale manovra che sta maturando della nostra classe dirigente.
Proprio come le tre scimmiette sagge nipponiche, industriali, banchieri e politici italiani non vedono, non sentono e non parlano.
Fanno un’eccezione quando si tratta del bene comune, ossia le famose buone intenzioni di cui è leastricato l’inferno. E allora le nostre scimmiette diventano assai loquaci, attente e occhiute, pure a scapito della saggezza.
Faccio un passo indietro e vi do alcune notizie.
La prima, ne ho già parlato, è l’inizio della asset review da parte della Bce del bilanci delle banche europee con tutto ciò di turbolento che può provocare sulle nostre banche.
La seconda notizia, collegata alla prima, è arrivata da uno studio di Mediobanca, secondo il quale i crediti dubbi delle banche italiane (sofferenze, incagli, ristrutturati e scaduti) sono passati dal 2,7% del totale nel 2007 al 9,5% del 2013: +251%, mentre il peso di questi crediti dubbi sul totale del capitale netto è arrivato all’81%.
La terza notizia l’ha data il presidente di Confindustria Squinzi, che ieri ha deliziato la Commissione Bilancio del Senato con una lunga e articolata allocuzione che conteneva un passaggio che mi ha fatto tornare in mente le famose tre scimmiette.
Infatti Squinzi ha suggellato col peso della sua autorevolezza la vulgata secondo la quale la rivalutazione delle quota di Bankitalia potrebbe portare al fisco circa 1,6 miliardi di euro. L’attuale valutazione di 156 mila euro delle quote di Bankitalia, ”è assolutamente lontana dalla realtà”, spiega. “Secondo alcuni economisti il valore reale si aggirerebbe su 23-24 miliardi, ma mi dicono che questo non è tecnicamente possibile. Gira voce di una valutazione di 7-8 miliardi su cui anche Bankitalia sarebbe d’accordo. Questo permetterebbe, con un’imposizione fiscale del 20%, di recuperare 1,5-1,6 miliardi da destinare agli impegni richiesti dalla Finanziaria”.
Ma la notizie, vedete, non è tanto l’entità dell’incasso fiscale, che comunque è un’inezia rispetto al bilancio dello Stato, ma il fatto che la voce degli industriali si sia unita a quelle di tanti politici e banchieri, che sulla storia delle quote di Bankitalia ci stanno costruendo la loro fortuna.
Le nostre tre scimmiette hanno identiche vedute sul capitale di Bankitalia.
Prima di approfondire, è utile ricordare che Bankitalia ha un capitale sociale le cui quote, per motivi storici che potete facilmente approfondire on line, sono in capo ai principali gruppi bancari e assicurativi italiani e all’Inps. L’argomento della proprietà privata delle quota della banca centrale è talmente gettonato fra chi segue questa roba (e tanto benzina fornisce al fuoco delle polemiche sulla finanza ladrona) che non vale la fatica riproporlo.
Anche perché non è questo quello interessante.
La cosa interessante è la convergenza delle tre scimmiette.
La nostra classe dirigente è fatta così: è sempre d’accordo quando si tratta di fare operazioni per il bene pubblico coi soldi pubblici.
Specie quando sembrano a costo zero e a somma positiva per tutti.
Ma è davvero così?
Rivalutare le quote di Bankitalia, quindi portare il valore attuale a 7-8 miliardi, significa che, in teoria ci guadagnano tutti.
Lo Stato guadagna il suo bel dividendo fiscale, calcolato secondo l’aliquota del 20% (redditi da capitale) perché la rivalutazione contabile delle quote corrisponde a un capital gain per le banche. E magari col suo miliardo e rotti abbassa un altro po’ il cuneo fiscale per le imprese e i lavoratori. In generale, la politica ci guadagna la sua bella figura, per aver risolto una situazione senza gravare sulle nostre tasse.
Le banche guadagnano sia sul lato dei redditi, sia – cosa più rilevante – sul lato del capitale, visto che una rivalutazione degli attivi di sicuro che gonfierà i suoi requisiti patrimoniali le metterà in condizione di affrontare il setaccio di Bruxelles con più tranquillità.
Le imprese ci guadagnano perché, cuneo fiscale a parte, avere banche più stabili di sicuro è meglio per un sistema industriale che ha debiti intorno al 100% del Pil.
Tutti contente, le nostre scimmiette sagge.
E Bankitalia, dice Squinzi “sarebbe pure d’accordo”. Chissà cosa ne dice la casa madre a Francoforte.
Ma noi che non siamo scimmiette lo sappiamo che non esistono pasti gratis.
E quelli fra di noi più avveduti sanno anche che di solito chi contrabbanda pasti gratis finisce sempre con lo scaricarli sul bilancio dello Stato.
Chi ha memoria ricorderà quanto le nostre tre scimmiette sagge siano brave in tale esercizio.
Ma che danni può fare una proposta del genere?
Il primo danno è reputazionale. Non appena la politica ha provato a lanciare il sasso, nel settembre scorso, il Wall Street Journal ha scritto un articolaccio sui trucchi che le banche italiane stanno mettendo in piedi per salvarsi dall’occhiuto esame della Bce (noi e quelle spagnole, a dirla tutta). E questo certo non è un buon viatico per la finanza nostrana e il sistema Paese che dipende dagli acquisti esteri dei suoi titoli di stato.
Ma quello sarebbe il meno.
Il peggio è l’aspetto economico.
La Banca d’Italia, infatti, paga ogni anno un dividendo ai propri azionisti come fa una qualunque società pescando le risorse dall’utile d’esercizio.
Lo statuto di Bankitalia, agli articoli 39 e 40 disciplina con chiarezza le modalità e le quantità di tale dividendo. In particolare determina che (art. 39) “ai partecipanti sono distribuiti dividendi per un importo fino al 6% del capitale”. In aggiunta a questa cifra “può essere distribuito ai partecipanti, ad integrazione del dividendo, un ulteriore importo non eccedente il 4% del capitale. La restante somma è devoluta allo Stato”.
L’aticolo 40 dello statto disciplina i frutti delle riserve della Banca. Da tali rendimenti può “essere prelevata e distribuita ai partecipanti, in aggiunta a quanto previsto dall’articolo 39, una somma non superiore al 4% dell’importo delle riserve medesime, quali risultano dal bilancio dell’esercizio precedente”.
Vediamo in pratica cosa comporta.
A pagina 298 dell’ultima relazione annuale della Banca d’Italia leggo le proposte del Consiglio superiore, ossia l’organo che amministra la Banca, relative alla distribuzione dell’utile dell’esercizio 2012, che è stato pari a circa 2,5 miliardi. Di questi, 500 milioni sono finiti a riserva. Altri 500 milioni sono andati a riserva straordinaria. Ai partecipanti al capitale, ossia le banche azioniste, sono stati riservati utili per 9.360 euro (il 6% del capitale) e altri 6.240 euro (il 4% del capitale) aggiuntivi. Allo Stato è andata la somma di 1.5 miliardi di euro. Poi, a norma dell’articolo 40, quindi a valere sui frutti delle riserve, i partecipanti al capitale hanno incassato altri 70 milioni di euro, “pari allo 0,5% dell’ammontare complessivo delle riserve”. Pertanto ai partecipanti al capitale sono andati 70,041 milioni di euro, pari a circa 233 euro per ogni quota detenuta.
Questo è lo stato dell’arte.
Ma cosa succederebbe se, per la gioia delle nostre scimmiette sagge, il capitale della Banca d’Italia anziché valere 156mila euro valesse 7 miliardi?
Facile: il 6% di 7 miliardi vale 420 milioni di euro. Un altro 4% vale 280 milioni. Quindi il totale del dividendo dovuto ai partecipanti sarebbe di 700 milioni di euro. Soldi che, di conseguenza, non sarebbero più trasferiti allo Stato, che non avrebbe più incassato 1,5 miliardi ma solo 800 milioni.
A bocce ferme basterebbero un paio di anni di questi dividendi per recuperare le tasse versate allo Stato in sede si rivalutazione per il capital gain. Un affarone per la banche (a spese dello Stato). Peraltro i minor incassi per lo Stato dovrebbero essere coperti da nuove entrate o nuovi tagli. Ma su questo tutti glissano.
E poi c’è un’altra questione.
Una legge del 2005 imponeva già al Tesoro di rientrare in possesso delle quote detenute dalle banche in cambio di un corrispettivo. E’ chiaro a tutti che quote rivalutate a 7 miliardi provocherrebero un corrispettivo assai più gravoso per le casse dello Stato rispetto a quote valutate 156 mila euro un domani che tale operazione si dovesse concretizzare.
Vi è chiaro il gioco a questo punto?
Le banche, con la benedizione dei politici e della Confindustria, darebbero oggi uno per riprendere 10 o più in un tot di tempo.
E io pago, direbbe Totò.
Ma su queste conseguenza le tre scimmiette tornano ad essere sagge: non vedono e non sentono.
E, soprattutto, non parlano.
