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I Terminator della borsa spaventano anche la Buba


E così lo dice anche la Bundesbank: l’high frequency trading può far male ai mercati esasperandone la volatilità. La lunga e fiorente letteratura dedicata ai Terminator delle borse – sistemi algoritmici di trading ormai automatici – si arricchisce perciò di un altro capitolo, contenuto nell’ultimo bollettino mensile della banca centrale tedesca.

L’analisi non dice nulla di nuovo a chi ha già avuto la ventura di avvicinarsi al tema, ma giova segnalarla perché conferma che i regolatori guardano con crescente preoccupazione a un fenomeno di portata storica. A tal proposito è sufficiente ricordare che “gli HFT (high frequency trader, ndr) hanno una quota di quasi il 50% dei volumi di trading nei segmenti più liquidi dei mercati Usa ed europei”. Una prospettiva che spaventa i molti che osservano sgomenti come “i programmi dei computer stanno sostituendo il giudizio umano nel decidere quali titoli acquistare o vendere, quando comprare o/e a quale prezzo vendere”. Questi sistemi inoltre “nel giro di pochi millesimi di secondo sono in grado di analizzare enormi quantità di dati e generare centinaia di ordini”. Il passo da qui a certi scenari apocalittici alla Skynet, come si vede, è brevissimo.

Anche perché “di recente – aggiunge la Buba – un’ondata di forte turbolenza dei prezzi, che non può essere spiegata dai fondamentali, ha spinto l’Hft alla ribalta dell’attenzione pubblica e regolamentare”. Sicché gli osservatori hanno iniziato a incolpare questi trader che vivono al confine fra scienza e fantascienza. A tal proposito, il report della Buba si è proposto di analizzare quale effetto l’incremento esponenziale della velocità di trading sta avendo sul mercato dei capitali e per l’occasioni gli economisti della banca hanno attinto a copiosi dati estratti dagli archivi del Dax e dei contratti future sui Bund.

“I risultati – spiega la banca – mostrano che i market player Hft più attivi, ossia quelli che assorbono liquidità, hanno svolto una grande quantità di scambi nei periodi di accresciuta volatilità. Al tempo stesso i market player Hft passivi, ossia coloro che forniscono liquidità, hanno tenuto un basso profilo, cancellando ordini o riducendo la fornitura di liquidità”. Il risultato è che “in periodi di turbolenza, il rischio di eccessiva volatilità aumenta e può provocare turmoil di mercato”.

Ve la faccio semplice: questi strumenti sono prociclici, ossia esasperano le tendenze del mercato non appena queste si manifestano. Il che è perfettamente logico: in fondo fanno in maniera automatica e assai più veloce quello che fanno gli operatori umani, e quindi ne replicano tendenza e idiosincrasie.

Ma anche qui, lo sapevamo già. La novità dello studio è che “fornisce un possibile punto di partenza per un dibattito sulla regolazione degli Hft”. Il tema è provare a fermare Skynet prima che provochi il disastro. Dal mito di Terminator a quello della regolazione che previene i disastri il passo, a ben vedere, non è poi così lungo.

 

Il mattone tedesco terremotato dal QE di Supermario


La Buba, il QE e il caldo mattone tedesco. Se fossi un commediografo potrei tratteggiare così l’ultima uscita di Andreas Dombret (“The German real estate market – cause for concern?”), componente della Bundesbank alla Haus & Grund Deutschland.

Ma poiché non ho talento teatrale, a differenza di tanti insospettabili banchieri, devo contentarmi di farvela semplice: fra le tante ragioni per le quali la Buba ha vissuto come una inevitabile seccatura il QE di Supermario, c’è la circostanza che il mercato immobiliare interno della Germania, già surriscaldato, rischi di diventare bollente se, come è ipotizzabile, la manovra della Bce alzerà la già elevata propensione al rischio degli operatori finanziari sempre più alla ricerca disperata di rendimenti.

Dombret esordisce spiegando che “l’economia tedesca è in buona forma”. Ed è difficile dargli torto osservando i dati che presenta all’uditorio. Le imprese tedesche, osserva, hanno i costi sotto controllo, il loro debito non è particolarmente alto e dispongono di un’ampia dotazione di prodotti graditi all’estero. Anche se “l’economia tedesca è supportata dal consumo”. Ma anche qui le prospettive sono buone. La disoccupazione è bassa e i salari reali sono cresciuti anche grazie al crollo dell’inflazione.

Sicché la previsione di dicembre era di chiudere il 2014 con una crescita dell’1%, prevista all’1,6% nel 2015, e forse ancor di più se i corsi petroliferi continueranno a declinare.

Senoché il calo del petrolio mette in fibrillazione i prezzi dell’area, spiega, e fa saltare il target del 2% di inflazione.

Qui scorgiamo la differenza di vedute fra la Buba e gli altri colleghi europei. La Buba non vedeva nessuna necessità di agire così repentinamente, o almeno non con lo strumento di un QE che, sottolinea Dombret echeggiando quanto già detto dal boss Weidmann, “fa aumentare i rischi”:

E nella prima linea dei rischi tedeschi, come più volte la Buba ha osservato, ci sta proprio il mercato immobiliare.

Il perché è presto detto. “Le bolle sui prezzi son particolarmente problematiche quando l’acquisto di asset è finanziato per lo più col credito. L’immobiliare è un esempio calzante”. Al momento i prestiti per mutui pesano circa il 43% di tutti i prestiti al settore privato. Tenete a mente questo dato.

Quando i prezzi dell’immobiliare salgono, spiega Dombret, le banche, pensando che tale trend continuerà, producono credito addizionale alimentando la salita dei prezzi. Meccanismo che molti paesi europei hanno sperimentato sulla loro pelle. Fino a quando la bolla esplode, con le conseguenze che abbiamo imparato a conoscere.

“Per questa ragione noi (della Buba, ndr) monitoriamo il mercato immobiliare molto da vicino”.

Interessante a questo punto capire come si eserciti tale sorveglianza.

Per parlare di bolla, spiega Dombret, devono coesistere tre condizioni: innanzitutto una crescita dei prezzi non giustificata dai fondamentali economici; poi una crescita dei prestiti per mutui e infine, un allentamento delle condizioni sottostanti all’erogazione di credito.

La prima questione richiede un’analisi dell’andamento dei prezzi immobiliari in Germania. Negli ultimi 20 anni, osserva, la dinamica dei prezzi tedeschi è stata moderata rispetto al resto dell’eurozona. “Tuttavia i prezzi sono cresciuti in alcune zone della Germania a partire dal 2010, anche se nel corso del 2014 sono leggermente diminuiti”.

In dettaglio, dal 2010 i prezzi sono saliti in media del 7% l’anno nelle sette principali città tedesche, mentre nelle città di medie dimensioni sono aumentati, sempre in media, ogni anno del 5%. Considerando la Germania come un tutto, la crescita si abbassa al 3% annuo.

Dobbiamo dedurne che siamo in presenza di una bolla? “Per la Germania come un tutto la risposta è no”. E tuttavia “noi stimiamo che le proprietà immobiliari sia sopravvalutate di circa il 20% nelle città medio-grandi, e forse di più nelle città più grandi. Le dinamiche dei prezzi, comunque, si sono indebolite”.

Riguardo il secondo aspetto, ossia i prestiti, Dombret nota che è divenuto più facile finanziare gli acquisti a causa dell’abbondante liquidità a disposizione e i tassi molto bassi.

Il tasso medio per un nuovo prestito è intorno al 2,3%. E poi c’è la circostanza che gli investimenti alternativi al mattone hanno rendimenti molto bassi. Il che può incoraggiare un investitore a far debiti per comprare immobili da mettere a reddito. “Ma gli investitori dovrebbero ricordare – sottolinea – che un alto rendimento implica un alto rischio”.

Ebbene, il volume del credito per mutui “è aumentato costantemente dal 2010, anche se inizialmente con un passo moderato. A novembre 2014 il tasso di crescita anno su anno è stato del 2,5%, più che nella zona euro”.

Nell’insieme tuttavia, osserva, i prestiti per mutui non sono cresciuti eccessivamente. “Questo ci porta al terzo punto: gli standard creditizi per la concessione di mutui si sono allentati?”

La Buba ha condotto un’analisi su 116 banche tedesche, concentrandola in 15 città dove i prezzi sono saliti parecchio e su altre nove dove sono cresciuti meno. I risultati mostrano come “non si intravedono segni di problemi”. “Al contrario – sottolinea – l’indagine mostra come le banche non abbiano allentato i loro standard creditizi, mentre è accaduto il contrario, anche se moderatamente, nel resto dell’eurozona”.

Questo risultato, tuttavia, nasconde alcune implicazioni. La stessa survey, infatti, ha mostrato un’ampia quantità di mutui con un elevato rapporto Loan to value.

Ciò vuol dire che il prestito eccede il mortgage lending value, ossia il valore dell’immobile che la banca mette a collaterale del mutuo. Il che non è di per sé fonte di squilibrio, spiega, visto che il debitore può offrire altri suoi asset a garanzia. “E tuttavia l’alta quota di tali mutui concessi indica che ci possa essere una vulnerabilità strutturale nel sistema bancario tedesco in caso di crisi del mercato immobiliare”.

La Buba, perciò vigilerà sempre più da vicino l’evoluzione del mercato. Tenendo a mente che “la decisione della Bce di comprare bond governativi segna l’inizio di una nuova era nel mercato dei capitali, e dobbiamo tenerlo a mente, visto che ciò comporta un aumento del rischio nella creazione di bolle, non ultimo nel settore immobiliare”. “Il mondo – evidenzia – è diventato un luogo più pericoloso per gli investitori”.

L’immobiliare poi risente particolarmente del deteriorarsi del quadro macroeconomico. Perciò la Buba ha simulato diversi scenari per valutare i rischi sistemici. E se l’ipotesi di uno shock locale del mattone trova le banche tedesche attrezzata, uno shock sistemico del mattone, come peraltro sono stati gli shock degli ultimi vent’anni, le trova incapaci di mantenere i requisiti previsti di capitale.

“E poi – avverte – c’è un’altro pericolo che bisogna tenere a mente:la possibilità di un’inversione nel trend dei tassi di interesse“. Last, but not the least, c’è anche la questione del rischio di cambio.

La vicenda svizzera, che ha provocato lo sganciamento del cambio fisso con l’euro, “potrebbe aver creato problemi a chi si era indebitato in franchi svizzeri”. “Se i default dovessero aumentare le banche potrebbero finire in difficoltà”, anche se, “a differenza di Austria e Polonia i prestiti in franchi svizzera in Germania hanno una dimensione limitata: circa 2 miliardi di euro in valore corrente a fronte dei circa 1.000 rappresentato dai property loan tedeschi”.

Dombret conclude che “bisogna essere preparati per ogni eventualità”.

Io, nel dubbio, tocco ferro.

 

La Buba non salva nemmeno la Germania


A un certo punto mi fischiano le orecchie mentre sfoglio la sintesi dell’ultimo Financial Stability review della Bundesbank. Precisamente quando scrive che l’intoppo nel quale è finita l’Europa “è dovuto a problemi strutturali” che “non possono essere risolti attraverso misure di politica monetaria, ma solo tramite appropriate riforme”.

Il fischio diventa assordante quando leggo che “mentre i paesi europei che hanno lanciato riforme strutturali stanno mostrando chiari segni di reale ripresa, altri paesi core dell’eurozona stanno facendo solo progressi lenti nella loro implementazione” e che “il bisogno di consolidare le finanze pubbliche, alla luce dell’alto livello di debito pubblico, è stato ripetutamente chiamato in causa”.

Starà mica parlando di noi?

Ma poi andando avanti mi accorgo che, semmai, saremmo solo in buonissima compagnia. La Buba ne ha per tutti: per le banche tedesche, ancora troppo poco profittevoli ed esposte a rischi, per il mercato immobiliare nazionale, che mostra segni di pericolosità crescente, e persino per le autorità di regolazione, che devono fare tutto ciò che è necessario per togliere il trattamento preferenziale ai titoli di stato.

Dall’alto della sua torre, la Buba rotea il suo bastone all’indirizzo di mezzo mondo da brava vegliarda arrabbiata.

D’altronde, sempre dall’alto della sua torre, la Buba non ha tutti i torti. Persegue, più o meno dalla data della sua fondazione, una visione economica dove il principio aureo è quello della responsabilità a tutti i costi. E ciò spiega meglio di ogni altro termine perché saluti con soddisfazione l’avvento del nuovo principio del bail in, che costringe i creditori a metterci di tasca propria, quando fallisce una banca. In teoria.

In pratica infatti, la vecchia Buba non sembra ottimista. Poiché ne ha viste tante, sa bene che un principio teorico, specie quando condizionato da una pletora di politici bizantini, può facilmente venir vanificato dalla pratica. Di suo potrà solo vigilare, certo, ma state pur certi che le sue grida, qualora dovessero risuonare, risuoneranno forti e chiare.

Ma non sono gli sviluppi dell’Unione bancaria il principale aspetto di questa review, anche se, certo, ne occupano una parte saliente, stante le speranze che i nuovi meccanismi hanno suscitato fra i banchieri, bisognosi di restituire fiducia al sistema finanziario europeo, e segnatamente a quello bancario.

Facile capire perché. Dal 2008 l’esposizione delle banche europee verso i debitori dell’eurozona è scesa dal 191% del pil dell’area al 168%. Solo che questo aggiustamento, tutto sommato modesto ma comunque dirompente, si è verificato semplicemente con una fuga. Ossia le banche creditrici più grosse sono fuggite dai paesi debitori. Ma ciò non vuol dire che adesso stiano al sicuro. Al contrario.

La Buba osserva col sopracciglio alzato che molte banche tedesche continuano ad essere esposte in maniera significativa verso i paesi dell’eurozona, spesso gli stessi dai quali erano scappate. E questo appunto giustifica la necessità di ridar fiducia: gli stress test, il comprehensive assessment, l’Unione bancaria e tutto il resto.

Specie in un contesto in cui i tassi ai minimi termini spingono al rialzo l’appetito per il rischio. La caccia al rendimento è la bestia nera della Buba, per il suo ruolo di custode della stabilità finanziaria tedesca.”Ci sono segni che questa ricerca sta conducendo ad esagerazioni in certi segmenti di mercato – osserva – e questo effetto è chiaramente percepibile nel mercato dei corporate bond e dei prestiti sindacati”.

E poi c’è l’effetto nel mercato assicurativo e dei fondi pensione. I tassi a zero mettono sotto pressione entrambi, diventando sempre più difficile, non volendo rischiare troppo, estrarre rendimenti capaci di coprire le prestazioni.

In generale e per il momento, tuttavia, il sistema è stabile. I requisiti patrimoniali delle banche tedesche sono migliorati e la frusta della Bce, che ha spinto le banche ad adeguarli, ha sicuramente contribuito, come anche l’ingente somma messa a disposizione dal governo tedesco all’indomani della crisi.

Il problema però non è il presente, ma il futuro. La Buba ha analizzato le “sue” banche simulando vari scenari di stress macroeconomici e, in particolare, una rapida risalita dei tassi di interesse a breve termine e un andamento avverso del mercato immobiliare. “I test hanno mostrato  – osserva – che, malgrado perdite crescenti, il verificarsi di questi eventi sarebbe gestibile. Ma l’esperienza insegna che i rischi macroeconomici non avvengono singolarmente. E un cumulo di rischi potrebbero provocare problemi per il settore finanziario tedesco”.

Ciò anche in quanto le banche continuano a essere deboli sul lato della redditività, e quindi sono vulnerabili sia agli shock di mercato che a fasi prolungate di tassi bassi che rischiano di prosciugarla del tutto.

Esattamente come accadrebbe se il mattone iniziasse a scricchiolare. La Buba nota con evidente raccapriccio che nelle città dove il mattone è salito di più, una quota importante dei mutui concessi ha un loan to value superiore al 100%. In pratica le banche hanno prestato una cifra persino superiore al valore dell’immobile, e questo “conduce a una vulnerabilità strutturale del sistema bancario tedesco rispetto all’andamento del mercato immobiliare nelle città”. Neanche la Germania, insomma, sfugge alla sindrome da suicidio immobiliare.

Ciò spiega perché gli occhiuti osservatori della Buba abbiano annunciato che il mattone è sorvegliato speciale.

E spiega anche perché l’ultimo capitolo sia dedicato all’affermazione del principio di responsabilità dei creditori qualora si renda necessario una risoluzione bancaria. Dal punto di vista Buba è perfettamente logico che se una banca eroga mutui con un LTV superiore al 100% e poi il debitore va in default e magari la banca di conseguenza, i primi a farsi carico del buco devono essere i padroni della banca, assai prima dello stato che, nella visione Buba, deve intervenire solo in casi estremi e attentamente regolamentati per non creare azzardo morale.

Punire i creditori incauti invece dei pagatori di tasse, insomma, è il sogno autunnale della Buba, che all’uopo ricorda l’architettura di norme che, sempre teoricamente, sono state approvate dopo il 2008 per arrivare a sostanziare questo principio.

Poi certo, fatta la legge si trova sempre l’inganno.

Esercizi di retorica sul futuro: i pregiudizi delle previsioni


Non ci sarebbe davvero bisogno di scriverlo, questo post. Anzi si potrebbe racchiuderlo in una riga, citando non so quale cervellone che disse una grande verità: fare previsioni è difficile, specie quando riguardano il futuro.

Dovremmo ripetercelo sempre quando leggiamo, come in questi giorni, delle ennesime previsioni che servono solo a regalare facili titoli ai giornali e a deprimere (o esaltare, ma di questi tempi è difficile) gli umori dei mercati.

E invece non ce lo ricordiamo. Anzi spendiamo fiumi di parole per commentare dati che, in pratica, non lo sono: dati che non esistono.

Si tratta semmai di ipotesi sul futuro, svelandosi con ciò la natura più autentica e lo scopo finale di tanto pre-vedere: scatenare il retorico dibattere su ciò che ci aspetta che, incerto com’è giusto che sia, deve abbeverarsi ad astruse congetture statistiche, o meglio stocastiche, per provare a sbirciare nella nebbia del di là da venire, ma sempre e solo allo scopo di giustificare decisioni attualissime.

Il futuro, perciò, è un pregevole esercizio di retorica.

Senoché retorica e pregiudizio sono la costituente stessa del discorso economico e non sarebbe di per sé un male, se non fosse per il fatto che sulla base di tali caratteristiche si vuole conformare la nostra società, dicendo però il contrario: ossia che l’economia in quanto scienza si propone di essere oggettiva e libera dai pregiudizi.

Tale inganno viene costantemente celato nel dibattere quotidiano, che si impegola su numeri e algoritmi e su quelli fonda il ragionare, che in tal modo esercita una potente attrazione magnetica sulle masse sociali, che vengono sedotte soprattutto dalla promessa di prosperità che tale discorso economico porta con sé.

Dobbiamo essere grati perciò quando qualche anima pia ci ricorda che di tale inganno siamo vittima, anche se magari lo fa senza volerlo, come deve essere accaduto alla Bundesbank nel suo ultimo bollettino di aprile, dove ha pubblicato un interessante articolo intitolato “On the reliability of international organisations’ estimates of the output gap”.

E già dall’esordio, l’articolo della Buba dice le cose chiaramente come stanno: “Le analisi macroeconomiche sono spesso basate sulla decomposizione delle attività aggregate in potenziali ( o trend) output e componenti cicliche che misurano l’output gap. E così come è sconosciuta la produzione potenziale, la stima di questo gap di produzione è in pratics associato a un alto grado di incertezza”. Che è come dire l’orbo che guida il cieco.

Potremmo concluderla qui, a questo punto, la narrazione. Ma vale la pena continuare a leggere perché la realtà è sempre più incredibile della fantasia.

“Nel passato, le procedure statistiche, semplici o complesse che fossero, si sono dimostrate poco affidabili per derivare il trend del prodotto. Le revisioni successive sono state spesso grandi quanto i gap stessi”.

Se poi il povero ricercatore volesse affidarsi alle analisi e ai dati sull’output gap elaborate ormai a far data dal 1999 dal Fmi e dall’Ocse “diventa evidente che le stime fornite dalle istituzioni internazionali non sono affatto più affidabili”.

Per apprezzare le conseguenze di tale inaffidabilità, bisogna costringersi a imparare cosa sia l’output gap, una di quelle variabili che le persone di buon senso come me e voi imparano dai libri di economia, visto che nella realtà dell’economia non esistono.

Ebbene l’output gap misura la differenza fra la performance reale di un’economia e quella potenziale. Poiché il misuratore universalmente riconosciuto di tale performance è il prodotto interno lordo, quest’ultimo viene comunemente ripartito in due componenti, ossia il nostro output potenziale e la sua componente ciclica. Non chiedetemi come fanno, perché chiunque abbia un minimo di conoscenza della statistica sa benissimo come tali prassi siano insensate.

Quello che è interessante comprendere è il seguito del ragionamento. La componente ciclica viene misurata perché nella vulgata economica corrente si pensa serva a quantificare (e quindi isolare dal prodotto) i saliscendi periodici del ciclo economico, per arrivare alla sua parte depurata. La logica è la stessa che abbiamo incontrato discutendo del deficit strutturale, ed è altrettanto campata in aria.

Sia come sia, la componente ciclica misura il gap fra la produzione attuale e quella potenziale. Quest’ultima viene definita come quel livello di attività che si raggiunge quando la capacità di utilizzazione dell’economia è “normale”. Tale capacità dipende dai fattori produttivi osservati, quindi l’offerta di lavoro e la dotazione di capitale, senza dimenticare la tecnologia, e il contesto istituzionale.

In sostanza gli economisti usano l’output gap per misurare lo spread fra il massimo possibile di prodotto che l’economia potrebbe esprimere e il prodotto attualmente erogato. Quindi tale indicatore serve a congetturare se l’economia stia sperimentando pressioni sul lato della domanda o sui prezzi.

Detto ciò, rimane il problema: “L’output potenziale e l’output gap non possono essere osservati direttamente. Nelle statistiche dei conti nazionali viene stimato solo il prodotto attuale e non quello potenziale”. La conseguenza è che vengono utilizzate svariate tecniche statistico-econometriche che generano un risultato differente a secondo del metodo usato.

“Questo risulta chiaramente comparando i dati sull’output gap dell’autunno 2013 formulate dal Fmi e dall’Ocse”, i cui dati “differiscono notevolmente”.

Per esempio, il Fmi riportò o scorso autunno che le più grandi economie avanzate stavano sperimentando una sottoutilizzazione dell’economia del 3% nel 2012, mentre l’Ocse parlò del 2%. E le discrepanze non erano solo sull’insieme delle economie aggregate, ma anche rispettivamente alle singole economie.

Tutto ciò non è esente da conseguenze sulle previsioni, specie quelle sull’inflazione, visto che un livello di output gap più o meno elevato influenza la sensibilità del tasso di inflazione. Se un’economia è vicino alla piena capacità, e quindi l’output gap è basso, è chiaro che le spinte inflazionistiche saranno maggiori rispetto a un’economia sottoutilizzata.

Abbiamo perciò la circostanza che un dato non osservabile (l’output gap) e non univoco (Fmi/OCSE) influenzi le stime dell’inflazione futura, sulla base della quale le banche centrali impostano la loro politica monetaria.E non solo. La Buba sottolinea che la stima dell’output gap ha un peso rilevante anche sulla politica fiscale. “Negli ultimi 15 anni, il gap di output per molti paesi, infatti, mostra un pregiudizio (bias) negativo secondo le stime delle organizzazioni internazionali.

Notate come il pregiudizio, bias in inglese, sia una costituente del discorso economico contemporaneo.

“Le simulazione – scrive la Buba – illustrano il rischio che le regole fiscali, collegate alla stime del deficit collegato al ciclo economico, possano fallire l’obiettivo di abbattere il debito perché l’output potenziale è regolarmente sovrastimato”.

Un bel danno perciò

E siccome “il ‘vero’ output gap non può essere conosciuto”, come sottolinea la Buba, finisce che il nostro brancolar nel buio del futuro si illumina di una luce ingannatrice che però ha conseguenze nettissime sul nostro presente. Talché il pregiudizio (bias) diventa la costituente stessa della previsione.

Perciò diventa un altro esercizio di retorica, quello che si consuma ogni volta all’indomani di una previsione, quando si fanno i conti e si sottolinea quanto fosse sbagliata. Ma anche qui, senza dirla tutta.

La Buba ci ricorda che sovente tali revisioni dell’output gap dipendono anche dal fatto che viene rivista la variabile principale, ossia il Pil reale, che sappiamo già essere variabile controversa.

Quindi abbiamo che una variabile di per sé soggetta a revisioni (il Pil) ne generi un’altra impossibile da osservare (l’output gap) sulla quale non c’è identità di vedute circa le sue modalità di calcolo, essendocene diverse, che sovente viene rivista con la conseguenza che devono esser riviste anche le politiche monetarie e fiscali (scoprendosi sbagliate) che su questa variabile si sono fondate.

Il fatto che molti autori concordino sul fatto che tali stime dell’output gap non siano affidabili (a volte le revisoni sono più grandi del dato prodotto) non sembra preoccupare nessuno.

Eppure dovremmo preoccuparci. “Il vantaggio informativo di includere varibiali aggiuntive dovrebbe essere pesato con la considerazione che una maggiore complessità del dato porta con sé una maggiore probabilità che tale dato sia soggetto a revisione”, ricorda la Buba. Ossia che sia sbagliato.

Ma è proprio questo il punto. La maggiore complessità dei dati serve ad alimentare il pregiudizio che ciò giovi alla loro accuratezza, quando è chiaramente vero il contrario. Ma ciò viene ignorato. Il discorso retorico si nutre di complessità per rendersi credibile, visto che pochi avranno la competenza per mettere in discussione le astruserie della statistica, specie quando l’emittente è un’istituzione internazionale come il Fmi.

In questo modo il gioco si scopre.

Il pregiudizio alimenta la previsione. Che così diventa essa stessa il pregiudizio (bias) sulla base della quale si costruisce la previsione.

Il miglior modo per conoscere il futuro, insomma, è schiacciarlo sul presente.

E così il presente non passa.