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Cronicario: La Fed alza il tasso, l’italiano il calice, l’Ue il satellite
Proverbio del 14 dicembre Cieco è l’uomo senza libri
Numero del giorno: 0,25 La percentuale prevista di rialzo tassi della Fed
Un giorno noi italiani dovremmo deciderci a svelare al mondo il segreto che ci tramandiamo da nonno a nipote da secoli e che fa schiattare d’invidia mezzo mondo: il segreto del nostro buonumore. Non date retta al cronicario globale, che anche molti di noi, malmostosi o snob, alimentano con la sceneggiata delle nostre lamentazioni. La verità è che siamo ridanciani e ci sappiamo godere il tempo libero, ossia la vita.
Non lo dovevo dire? Avete ragione, dobbiamo continuare la nostra sceneggiata di malviventi, quando in realtà la statistica dice il contrario. Guardate qua.
Questa è l’Istat, secondo la quale il 66,6% degli italiani nel 2016 è soddisfatto del proprio tempo libero, più del 2015, quando erano il 66,4. La soddisfazione per la propria vita riguarda il 41%, che non sono tanti ma nemmeno pochi. E sono pure aumentati del 5% fra dal 2015. E questo ci ricollega alla notizia del giorno: l’aumento dei tassi della Fed.
Niente. Però il Cronicario è un racconto semiserio delle nostre malattie economiche, e i tassi della Fed sono uno dei Grandi Argomenti dai quali non si può prescindere, specie alla vigilia di un rialzo dei tassi che i fini osservatori di cose finanziarie giudicano probabile al 100%.
Orbene, il caso vuole che l’ultimo rialzo dei tassi sia avvenuto a dicembre 2015, giusto un anno fa. Da allora la nostra soddisfazione è aumentata, dice l’Istat. Quindi niente di più probabile che il rialzo di stanotte/domani ci porti fortuna. Perciò loro alzassero i tassi: noi continueremo ad alzare i calici.
Prosit.
Ora c’è un’altra coincidenza col rialzo dei tassi Fed di cui dovete assolutamente essere messi a parte: il rialzo del satellite Ue. Proprio così: domani troverete dei nuovi tassi di sconto, e anche un nuovo satellite lassù, nell’alto dei cieli, che segnerà l’avvio dell’Unione Satellitare Europea, ennesimo pezzetto del più ambizioso progetto conosciuto come Ue. In cielo come in terra (cit.).
Galileo infatti è pensato per unire le nostre telecomunicazioni, le nostre automobili, i nostri sistemi ferroviari e, dulcis in fundo, i nostri smartphone. E’ stato addirittura progettato il primo telefonino europeo comune. Lungo le autostrade digitali di Galileo riscopriremo la nostra radice comune. Speriamo non sia in orbita.
Ma il Cronicario di oggi si occupa anche di cose serie. Come ad esempio i dati del mercato del lavoro britannico, per la prima volta in calo, come notano puntuti i soliti gufi, pure se con paghe in aumento. Mentre in casa nostra, fra le varie statistiche si segnala anche quella sui prezzi al consumo. Fra le nostre tante ragioni di soddisfazioni, abbiamo prezzi al consumo che diminuiscono dello 0,1% su base mensile e aumentano dello 0,1% su base annuale. L’Istat parla di “lieve ripresa dell’inflazione” perché a ottobre l’inflazione era a -0,2% rispetto a ottobre 2015.
I mercati invece nicchiano. I rialzi Fed, come non c’entravano niente con i rialzi di borsa di ieri, non c’entrano con i mezzi ribassi di oggi. Semplicemente qualcuno ha venduto è si è messo in tasca un po’ d’argent. D’altronde si avvicinano i regali di Natale.
E per chiudere in bellezza, vi propongo questo grafico uscito di recente per i tipi del Fmi.
I prezzi delle abitazioni, a livello globale, sono tornati al livello del 2007. Dobbiamo preoccuparci? Approfondiremo. Intanto toccate ferro.
A domani.
Cronicario: Unicredit taglia 14 mila teste, ma chisseneFed
Proverbio del 13 dicembre E’ duraturo solo ciò per cui si combatte
Numero del giorno: -1 Calo percentuale delle sofferenze bancarie in Italia
Lo possiamo dire? E diciamolo: chissenefrega della Fed. Abbiamo Mister T che promette sfracelli (e probabilmente li farà). Abbiamo tutto il mondo che conta che promette di spendere e (e)spandere l’anno prossimo. Abbiamo soprattutto un buon umore borsistico talmente insensato che convince tutti. E allora diciamolo.
Alzasse pure i tassi, la Fed domani notte (ora italiana), tanto ormai tutti se l’aspettano. Quel che davvero importa è che non guasti la festa di fine anno con allocuzioni improbabili. Basta confermi al mondo intero la sensazione che tutto va bene, e che anzi andrà meglio.
Pure da noi, per dire. Neanche l’euromestizia che stilla dal cronicario globale può celare l’evidenza che le cose si mettono per il meglio. Volete un esempio? Eccovi serviti.
Eurostat festeggia il miglior trimestre occupazionale da un decennio nell’Ue a 28. Sorvoliamo sullo spread fra il il livello degli eurodotati e gli altri, euronormali, e che il buonumore trionfi.
Vi dirò di più (anzi ve lo dice il WSJ): i mercati salgono quindi la Fed prepara la sua mossa.
Leggo addirittura che le banche italiane sono quelle che vanno meglio. La qualcosa solletica il mio amor proprio quel tanto che basta finché non trovo quest’altra perla, secondo la quale Unicredit, decisa a tagliare i costi, taglierà qualche migliaio di teste in tre anni. Qualcuno dice 14 mila. Mi chiedo se questi fortunati avranno soldi a sufficienza per comprarsi un’APE e andare in pensione.
O al limite a vendere frutta. D’altronde l’idea di raggranellare utili sopprimendo posti di lavoro rimane un evergreen del bravo manager, specie quando le cose vanno così bene. Quindi #statesereni. Anche quando scoprirete che la nostra produzione industriale è alquanto stanca. A ottobre 2016 l’indice rimane piatto verso settembre e cresce di uno sparuto 1,3% nell’anno. Ma comunque cresce e quindi tutto va bene: da ieri abbiamo pure un nuovo governo. Anzi nessuno si è nemmeno accorto che è cambiato.
Volete ancora conferme? Ecco Bankitalia: nell’ultimo anno le sofferenza bancarie sono diminuite di una stupefacente 1%. Va tutto benissimo, perbacco.
E’ talmente vero che qualcuno profetizza che la Bce potrebbe persino anticipare l’uscita dal QE per improvviso risveglio da inflazione. E magari fra un po’ pioveranno pure soldi da cielo.
Ma prima che ci crediate sul serio, è meglio fare un bagno di realtà. E il miglior modo è ricordarvela con un disegnino, visto che di leggere non ha più voglia nessuno.
A parte questo, i 14 mila di Unicredit, la produzione italiana ferma e compagnia cantante va tutto benissimo.
A domani.
Cronicario: Il petrolio s’impenna come l’orgoglio cinese
Proverbio del 12 dicembre Se incontri qualcuno senza sorrisi, regalagliene uno
Numero del giorno: 1.185. I miliardi di dollari di debito Usa detenuto dai cinesi
E niente: puoi provare ad evitarla, questa storia del nuovo governo, ma dovunque vai trovi la faccia di Gentiloni, il nuovo fidanzatino della speranza italiana.
Schivo con scioltezza il delirio fantasticatorio dei nostri notisti politici, che rimasticano il solito menù di consultazioni e liste di ministri, e mi fiondo sui lidi internazionali dove invece trovo l’autentica notizia del giorno, figlia di ieri l’altro ma comunque ancora croccante: l’impennata del petrolio.
La botta del petrolio, dicono i bene informati, dipende dal doppio accordo, quello di Vienna fra i paesi Opec e quello del week end fra i non Opec, che hanno acconsentito ad aggiungere altri 600 mila barili di taglio, gran parte dei quali in carico alla Russia, agli 1,2 milioni di barili tagliati da Opec. Insomma: il petrolio inizierà a stillare col contagocce, ammesso che gli accordi vengano rispettati, e questo shortage dovrebbe favorire il rialzo dei prezzi, secondo la nota equazione fra domanda e offerta.
Qualcuno lascia filtrare anche la voce che Opec vorrebbe un petrolio a 60 dollari, giudicato il livello ideale. Il ministro nigeriano per il petrolio teme che un livello superiore possa riesumare l’industria Usa dello shale, con ciò confermando il vero driver dei ribassi petroliferi di questi due anni: la paura dello shale Usa.
Sicché i recenti accordi vanno letti in chiave geopolitica, oltre che puramente economica. I produttori non potevano più permettersi un petrolio a 30 dollari, e così hanno cospirato per aumentarne i corsi, di sicuro incoraggiati dall’arrivo di Mister T. che in campagna elettorale ha fatto capire di aver le idee chiare sulla politica energetica. Che non è detto piacciano ai produttori. E questo è solo la prima puntata del film in programmazione per il 2017: Il mondo contro Trump.
Già, perché gli stessi mercati che festeggiano senza pudori l’elezione del nuovo presidente, proprio come avevano fatto ai tempi di Reagan, come nota sottilmente la Bis,
dovranno vedersela l’anno prossimo con gli scompensi che il gigionismo del capo Usa rischia di provocare al resto del mondo. Visto che l’analogia con Reagan funziona, ve ne propongo un’altra uscita sul WSJ.
Ed ecco qua il capolavoro di Reagan: doppio deficit, fiscale e commerciale e dollaro alle stelle, che negli ’80 ha provocato il fallimento di mezza America Latina e poi di un altro bel po’ di paesi emergenti. Certo, c’era da sconfiggere il comunismo.
Ma pure oggi, a pensarci c’è ancora. In Cina.
E infatti che mi combina Mister T.? Mi fa incazzare i cinesi sull’unica cosa che gli fa perdere il sorriso dai tempi di Chiang Kai-shek: Taiwan.
Ed ecco perciò che dalle algide altezza del politburo informativo cinese planare sul cronicario globale il monito dei figli del cielo.
E già una filippica sulla storia degli ultimi 45 anni di rapporti fra Usa e Cina, un volemose bene col coltello in mano, viene da pensare, solo se osservate questo piccolo grafico diffuso da Limes
In pratica i debiti Usa sono in mano in gran parte a Cina e Giappone. Col Giappone gli Usa hanno fatto capire di essere in ottimi rapporti, visto che Trump ha incontrato Abe prima ancora di finire lo spoglio delle schede. E i cinesi?
Cambio argomento perché mi è caduto l’occhio su questo grafico che la dice lunga sui casi nostri
Eurostat ha calcolato i redditi lordi per settore economico e viene fuori che i più guadagnosi sono quelli che lavorano in finanza e assicurazioni, seguiti da chi lavora in informazione e comunicazione. La cosa mi deprime: tengo un blog di informazione su roba di finanza e assicurazioni e non ci faccio un euro. Devo aver sbagliato business plan.
Noto che gli educatori stanno nella parte media della classifica che è curioso visto che il FT (il famoso Financial Terror) ha notato come la crisi abbia tagliato la spesa degli stati europei per l’istruzione.
Ai teorici degli opposti estremismi piacerà notare che questa spesa è aumentata solo per i greci e i tedeschi.
Concludo con una notizia che sicuramente vi restituirà il buonumore. Secondo Bloomberg il reddito degli italiani è il 12% inferiore rispetto a dieci anni fa. Ho tirato un sospiro di sollievo.
Pensavo peggio.
A domani.
Cronicario: L’arma segreta dei Corpi speciali Ue: il giovane disoccupato
Proverbio del 7 dicembre Da una piccola scintilla, un grande fuoco
Numero del giorno: 485.000.000 Multa dell’antitrust Ue a un cartello di banche
E pure oggi applauso. La Commissione Ue si conferma l’esperimento più riuscito di situazionismo politico della storia umana. E non tanto perché almanacca da un pulpito gassoso in una ventina di lingue, ma per quello che dice. Siete a corto di idee? Fatevi un giro sui canali social delle Commissione. Il Cronicario lo fa sempre, e state pur certi che ci scappa sempre un titolo. Pure oggi: ho impugnato il cliccatore e via, vado a Bruxelles. E che ci trovo: I Corpi speciali
L’evento viene lanciato in pompa magna nella tarda mattinata. Non faccio in tempo a innamorarmi della maglietta che mi arrivano le istruzioni: European solidarity in action: the #EUSolidarityCorps is launched. Volunteering and paid work experience for young people in Europe. Aspetta che dicono? Solidarietà europea in azione: corpi di solidarietà composti da volontari ed esperienza lavorativa retribuita per i giovani europei. Geniale. Il giovane disoccupato, che immagino dovrebbe essere fra i destinatari della solidarietà europea, viene assoldato con i soldi della Commissione, per offrire solidarietà a se stesso. Neanche ai tempi dei lavori socialmente utili…
Ma sono sicuro che vorrete saperne di più perché di sicuro c’avrete un figlio disoccupato da qualche parte. Ecco: leggetevi questo e cercate la maglietta. Già li vedo i corpi speciali Ue marciare compatti verso il sole (un po’ grigetto) dell’avvenire.
Se poi uno volesse veramente far qualcosa di utile per i giovani europei disoccupati, oppure occupati con stipendi da cottimista del secolo decimonono, allora forse dovremmo cominciare da un discorso senza peli sulla lingua tenuto da Mark Carney della BoE, di cui vi offro questo delizioso estratto.
Ma veramente vogliamo parlare di questo? Vorreste farmi credere che siamo in grado di confessare pubblicamente che i padri (anzi, i nonni) si sono mangiati più o meno colpevolmente il futuro dei figli?
Figuriamoci. Cambiamo argomento, come dicono i telegiornalai quando passano dalla nera alla bianca.
E l’argomento interessante è l’ennesimo report di Fitch sulle banche. Prima è toccato alle cinesi, inguaiatissime com’è noto, poi a quelle tedesche, e oggi a chi tocca? Alla Turchia. Scelta esotica, direte. Neanche tanto: la Turchia deve un sacco di soldi a un sacco di gente, ed è bene che qualcuno ce lo ricordi. E il FT, meglio conosciuto come Financial Terror, è notoriamente prodigo. Infatti viene fuori con la notizia, davvero sorprendente, che le banche dei paesi emergenti, fra i quali si annoverano anche la Cina e la Turchia, sono in pessima salute e un terzo di loro rischia il downgrade. Ovviamente la fonte è Fitch.
Ma che noia queste banche Possibile che non ci sia altro che meriti l’edizione del Cronicario?
Qualcosina la trovo. Immagino che gli amanti del fintech troveranno appassionante la notizia che la Bce e la BoJ, la banca centrale giapponese, stanno lavorando insieme per sviluppare un progetto di ricerca basato sulle blockchain, mentre qualcun altro ci ricorda che bitcoin è cresciuto dell’80% sul dollaro quest’anno, dimostrandosi un raro esempio di stabilità. Fate due più due e scoprirete a chi è servita questa tecnologia.
Poi mi accorgo che spente le candeline della festa e scolati i calici, l’accordo di Vienna per tagliare la produzione di petrolio non si sente più tanto bene. E così l’oro nero tornato a galleggiare poco sopra i 50 dollari in una giornata in cui sale qualunque cosa, pure l’euro.
Infine, mentre scelgo di ignorare l’andamento claudicante della nostra occupazione, vengo catturato dal dato tedesco sulla produzione, che ad ottobre cresce dello 0,3%.
Ma non tanto per il dato in sé, quanto per il fatto che esce insieme a quello del numero degli aborti, cresciuti dello 0,2% nel terzo trimestre: appena 24.200, tre quarti dei quali decisi da donne fra i 18 e i 34 anni. C’è un dilemma fra produzione e riproduzione? Specialmente in Germania? Sarebbe saggio quantomeno chiederselo.
Ma ormai è tardi e gli operai hanno appena terminato di costruire il ponte dell’Immacolata. Già li vedo i venditori di bibite farsi largo a spintoni sui marciapiedi, mentre automobili riempite di belle speranze si preparano strombazzanti ad attraversarlo. Mi mancherà il Cronicario di domani e di venerdì. Ma a voi festaioli credo proprio di no. Buon ponte.
A lunedì.
Cronicario: La giovine Italia emigra e ci lascia i debiti da pagare
Proverbio del 6 dicembre: In tempi di carestia le patate non hanno buccia
Numero del giorno: 13 Aumento percentuale dei giovani italiani laureati emigrati nel 2015 rispetto al 2014
Zitti, parla Barnier. E chi è Barnier? Il capo negoziatore dell’Ue che dovrebbe occuparsi della Brexit contrattandone i perché e i percome. Dice che faranno presto.
Dormite preoccupati, perfidi albionici. Le massime intelligenze europee sono all’opera e i negoziati finiranno prestissimo: fra un paio d’anni. Sempre che nel frattempo Barnier non sia rimasto disoccupato per decesso della ditta o che magari quei fenomeni oltremanica non abbiano cambiato idea.
Viviamo tempi straordinari, d’altronde. Costosi, ma straordinari. A un certo punto, per dire, sul cronicario globale comincia a circolare la notizia che con i governanti (con quali?) si starebbe preparando un bail out per Mps (con quali soldi?). Dicono che gli investitori privati che avrebbero dovuto metterci soldi loro per salvare la banca
siano evaporati dopo la dipartita prematura del niño de oro. E tuttavia si vocifera di un decreto lampo che verrà approvato nel week end (con quali soldi pubblici?).
Non siete ancora convinti che viviamo tempi straordinari? Allora dovreste consultare l’Istat che oggi ci ha regalato due perle. La prima riguarda un tema tanto popolare quanto sostanzialmente ignorato, aldilà delle dichiarazioni di circostanza: la povertà. Il numero che viene magnificamente nei tiggì ci dice che da noi il 28,7% è a rischio povertà o esclusione sociale.
Ovviamente è una media: al Sud è il 46%.Poi se avete almeno tre figli siete spacciati: si supera il 51%, sempre di media.
Adesso non iniziate a lamentarvi. O a dire che è per questo che gli italiani sono vagamente irrequieti e magari votano NO a qualunque cosa che non sia un aumento di stipendio. Ricordatevi sempre che c’è una via d’uscita. Ma proprio di uscita, letteralmente. E sempre l’Istat, generosissima, ce la suggerisce.
Rileggete: Sono sempre di più i laureati italiani con più di 25 anni che lasciano il paese, quasi 23 mila nel 2015, il 13% in più del 2014. L’emigrazione aumenta anche fra chi ha titoli di studio medio bassi, 52 mila persone (+9%). C’è speranza per tutti.
La povertà è quella che è, quindi la Giovine Italia emigra, lasciandoci i debiti di Mps, del governo e di chissà chi altro da pagare. Non fa una piega. Bravi ragazzi. Anzi sapete che c’è:
A domani.
Cronicario: La caduta del niño de oro deprime solo il lingotto e UnIntesa
Proverbio del giorno Baci facili si dimenticano facilmente
Numero del 5 dicembre: 300. Percentuale sul Pil del valore degli asset dei fondi pensione danesi.
E ditecelo che ve ne infischiate, voi all’estero, del nostro tormento nazionale, col niño de oro finito a impacchettare souvenir a Palazzo Chigi. Voi, dico, quelli che per giorni ci avete fischiato allarmi a mezzo stampa sul day after il referendum e che oggi, quando era facile, ve ne uscite così
o peggio ancora così
Col Sor Schauble, votatore di sì, che c’illustra illuminante come gli shock dal voto italiani siano limitati. Per loro forse, ma per noi?
Noi lo sapevano già che oggi il cielo sarebbe stato più blu. Ci cruccia piuttosto che abbiamo riabilitato i sondaggi, per la qual colpa non c’è espiazione sufficiente. Ci siamo resi prevedibili, quasi noiosi.
E infatti i mercati sono noiosissimi oggi. Ci regala qualche emozione giusto l’euro, che scende nottetempo per le solite oscure ragioni e poi riemerge in mattinata, al contrario della borsa italiana, che si sveglia anche lei intonata al rialzo salvo collassare nel post prandiale affossata dalle solite banche con UnIntesa in testa. Forse i nostri si sono ricordati che senza governo è più difficile organizzare un salvataggio? Nulla a che vedere con Brexit comunque, che fece temere la fine del mondo. Noi italiani siamo stati capaci solo di affossare la nostra borsa con le nostre banche. Siamo così.
L’unico mercato che si è intonato al nostro umore instabile è quello dell’oro, che come el niño nacional, si è affossato alle prime luci e là è rimasto.
Che c’entra l’oro con Renzi? C’entra, c’entra. Intanto per pura simpatica metallurgica. Poi perché le loro parabole si somigliano. Tutti li volevano fino a un mese fa e ora a dire: chi, io? La solita vecchia storia. Prendete l’Istat. Che mi fa nel giorno della massima sciagura? Se ne esce con la nota mensile sull’economia italiana dove maramaldescamente si nota il buon risultato dell’ultimo trimestre, il famoso Zerotré.
All’oro rimane la soddisfazione di venir per la prima volta ammesso come asset di investimento nella finanza islamica. A Renzi col turbante, però, non ce lo vedo proprio.
Ancora più perfida, l’Ocse rilascia proprio nel giorno delle tristi dimissioni il suo outlook sulle pensioni. Ma la cattiveria più deliziosa l’ho trovata qui: un economista della Nomura ipotizza che il nostro referendum potrebbe costringere la Bce a prolungare il QE.
Finirà che qualcuno ci ringrazierà.
Fuori dalla calca del cronicario globale, che oggi rumoreggia per lo più dei casi nostri, trovo giusto qualcosina che merita l’onore del vostro Cronicario. Scopro ad esempio che oggi la Cina ha aperto il suo secondo mercato borsistico, quello di Shenzhen, che fra mille rinvii e svariati sospetti circa le loro ragioni, suona come una buona notizia per la disastrata Mainland almeno fino a che quei buontemponi di Fitch non escono con il loro outlook sulle banche cinesi (negativo), che conclude con l’allegra previsione di sofferenze crescenti, e debiti ormai stellari, previsti complessivamente al 274% del Pil a fine del 2017.
Incidentalmente, proprio oggi, Goldman Sachs dedica uno speciale all’apertura di Shenzhen, dal quale traggo l’informazione che i mercati cinesi aggregati quotano 10,6 trilioni di dollari, collocandosi secondi dopo i 18,9 trilioni del Nyse. Mi chiedo per quanto tempo ancora alla Cina andrà bene questo ruolo di eterno secondo.
La seconda informazione che traggo, scorrendo le slide, è che coautrice della ricerca è Bloomberg, la cui agenzia oggi ha rilanciato la notizia.
A proposito di GS. Ricordate quando il vostro Cronicario vi ha raccontato della pregnante analisi della banca americana secondo la quale un prezzo più alto del petrolio fa bene all’economia? Bene oggi il Wsj dice la stessa cosa. Mi chiedo perché non limitarsi a leggere Goldman Sachs. Si fa prima e costa meno. Ma forse sarebbe poco cool.
A domani.
Cronicario: Lo shopping di Mps fa scopa con l’Iva digitale unificata
Proverbio dell’1 dicembre Chi sciupa il tempo deruba se stesso
Numero del giorno: 13% La percentuale di europei che non può permettesi una cena al ristorante con gli amici una volta al mese
Mi sforzo di essere serio oggi, che Cronicario ormai è cresciuto e deve finirla di sembrare uno scugnizzo irrispettoso. Perciò mi accingo con la compunzione che si deve al cronicario globale, cercando come ogni giorno notizie che meritino d’esservi raccontate. Ma poi m’imbatto in questa.
Con tanto di tweet edificante: “Il Monte dei Desideri: come acquistare marchi prestigiosi direttamente in filiale”. Meraviglioso. Promuovere l’acquisto di marchi prestigiosi proprio mentre si è in chiusura di trattativa con i fondi che dovrebbero comprarti mi sembra una straordinaria dimostrazione di genio italico. Merita tutta l’attenzione del Cronicario e anche la vostra. Poi però non lamentatevi che ogni tanto scantono.
Cliccando sul link suggerito mi trovo dentro una piattaforma di e-commerce collegata al sito della banca. Quindi io entro e compro marchi prestigiosi (o qualche azione se avanzano due spicci) e tutti vissero felici e contenti.
Vi sembra futile? Perché non sapete tutta la storia. La verità è che quei fenomeni di Mps sapevano che sarebbe successo questo:
La Commissione Ue ha proposto una norma per sostenere il commercio elettronico delle imprese on line. Le norme “consentiranno ai consumatori e alle imprese, in particolare le start-up e le PMI, di acquistare e vendere più facilmente beni e servizi online”. E visto il futuro dimensionale che si prospetta per Mps si può dire che la proposta capiti a fagiolo.
Comunque oltre a realizzare il portale europeo dei pagamenti Iva delle imprese Ue, la ciliegina sulla torta è che “gli Stati membri potranno applicare la stessa aliquota Iva alle pubblicazioni elettroniche, come i libri in formato elettronico e i quotidiani online, e ai loro equivalenti in formato cartaceo”. Finalmente è arrivata l’Unione fiscale.
L’Ue ha trovato finalmente il luogo dove realizzare compiutamente le sue ambizioni unificatrici. E’ il cyberspazio. Nel caso non lo sappiate c’è anche un responsabile per il mercato unico digitale che si chiama Andrus Ansip, che fa molto hi tech. E fanno sul serio a Bruxelles.
Accendete quel pc, perbacco, e imparate a scrivere algoritmi. O almeno fatevi uno smartphone. E se vi chiedete perché mai dovreste, vi risponderò con un paio di semplici dati. L’Europa è quel posto dove al più basso tasso di disoccupazione dal 2009
corrisponde un 13% di persone che non si può permettere una cena fuori una volta al mese con gli amici. Sarà evidentemente una questione di skill digitali carenti.
Dimenticavo. E’ stato pure approvato il budget 2017.
Ma la vera notizia del giorno (di ieri) è quella del taglio di produzione deciso dall’Opec che stamattina avrete letto sui giornali. Qui aggiungerò solo un dettaglio, tralasciando il fatto che fra il dire e il fare c’è di mezzo un mare di oro nero. Ossia chi taglia quanto.
La Russia, che dovrebbe tagliare un 300 mila barili ha detto che lo farà, con calma e per favore. Senza che ciò cambierà granché.
Ma adesso è il momento dei festeggiamenti, non statevi a intristire col buon senso. Le borse salgono per merito del petrolio come prima cadevano per colpa del petrolio, che intanto ha raggiunto quota 50. Storia buona per chi ci crede.
Intanto osservo divertito che mentre il petrolio galoppa rialzi, l’oro, entrato in crisi d’identità dal 4 novembre scorso, colleziona ribassi. Oggi più del 6%. Il 3 novembre, alla vigilia del trionfo di mister T, quotava 1.300 dollari, ora poco più di 1.100. L’eredità aurifera passa il testimone: ieri l‘oro rosso, oggi l’oro nero, ma la destinazione evidente è una sola: l’oro verde: il dollaro.
Ma questa storia è ancora tutta da scrivere, e ce la godremo con l’anno nuovo. Per oggi accontentatevi di questo bel grafico che mostra le riserve internazionali di alcuni paesi emergenti, che ho trovato sull’Economist
Mettetelo da parte. Lo rivediamo fra un semestre.
Concludo con una perla che rivela il senso del cronicario globale.
il cronicario globale serve a chi scrive. Questo Cronicario a chi lo legge.
A domani.
Cronicario: L’UK si stressa mentre l’Ue gioca in difesa come nel ’52
Proverbio del 30 novembre Chi non non ha un buon cervello deve avere gambe buone
Numero del giorno: 1,2 milioni. Barili di petrolio che dovrebbero essere tagliati dai produttori Opec dopo accordo
Alzi la mano chi si ricorda la CED, la Comunità europea di difesa proposta dalla Francia che sempre la Francia bocciò poco dopo. Alzi la mano, poi, chi si è accorto dell’ultima trovata della Commissione Ue.
Questo ritorno al futuro del 1952-3 mi emoziona persino più dell’ultima omelia dello zio Mario, che mi sorbisco in religioso silenzio fino a che qualche squinternato non mi twitta addosso la notizia della risorgente Ced, che oggi si chiama in un altro modo ma il senso è lo stesso degli anni ’50: usare la via militare per unire l’Europa e far da contrappeso al gigantismo Usa che ormai minaccia di esondare qualunque limite dopo l’avvento di Mister T. Metteteci pure che c’è stata una Brexit e avrete il quadro completo: l’Europa si sente sola soletta in un mondo circondato da cattivoni. Il fatto che oggi la Francia dica si e magari domani dirà no
fa semplicemente parte della nostra storia, che è il nostro futuro perché siamo condannati a ripetere ciò che dimentichiamo. A questo punto manca solo che ritorni la guerra fredda.
A proposito di Brexit due doppie notizie arrivano dritte dalla BoE, la banca centrale che così tanto inutilmente lanciò moniti contro la Brexit e oggi ci regala un paio di documenti preziosi: il rapporto sulla stabilità finanziaria dell’Uk, e il resoconto degli stress test sulle banche locali che finiscono con una sonora bocciatura di Rbs, versione britannica di Mps e anche un richiamo per capitale inadeguato per Barclays e Standard Chartered. Il succo è molto semplice. Come ha spiegato il governatore, “il maggior rischio per l’Uk è globale”. Hai voglia a fare l’isolazionista. E’ la fuori che fischia il vento e soffia la bufera. Se poi sei un paese che deve finanziarsi robustamente all’estero, come l’Uk
e dove tutti sono pieni di debiti
allora è molto facile finire sotto stress. Le tre banche di oggi sono solo apripista.
Ma è inutile divagare. Perché la notizia che tutti stavate aspettando e che il Cronicario vi prepara ad ascoltare da settimane è quella sul vertice di Vienna: che fanno quelli dell’Opec, tagliano o non tagliano?
Il petrolio parte subito caldo già dalla mattina.
Allora tagliano, inizia a mormorare il cronicario globale. Iniziano a circolare dichiarazioni ottimistiche.
Un milione e 400mila barili in meno, ai quali aggiungere la richiesta di tagliarne 0,6 fuori dall’Opec, quindi praticamente petrolio russo (400mila barili). Nella mattinata arriva una soffiata a Bloomberg, secondo sui l’accordo si chiude a 1,2 milioni. Il Brent arriva a 50 dollari, guadagnando l’8%. Lo shale oil Usa diventa di nuovo remunerativo. E questo apre una nuova pagina nel lungo capitolo del romanzo del petrolio.
Non è ancora chiaro quale paese Opec dovrà farsi carico dei tagli, ma dalle voci pare non sia l’Iran ed è molto probabile sia l’Arabia Saudita che dovrebbe compiere un grande sacrificio per far felice qualcuno. E anche questo è un dettaglio di un quadro più grande che andremo a osservare un pezzo alla volta. Ma poi nel pomeriggio l’entusiasmo si raffredda. Qualcuno dubita persino…
Poiché non è elegante chiudere il Cronicario con una nota dubbiosa, mi sembra giusto regalarvi alcune certezze che sicuramente vi faranno piacere. La prima ce la offre l’Ocse. Nel 2015 la pressione fiscale nei paesi dell’area è cresciuta ancora arrivando al 34,3%. Tremo al pensiero del 2016. Ma gli stati si confermano idrovore insaziabili.
La seconda è questo istruttivo grafico che ho preso da Reuters
che fa il paio con quest’altro preso da Bloomberg.
Il rialzo del dollaro sta affossando il valore dei Treasury Usa, aumentandone il rendimento, e insieme dell’oro. L’oro ha cambiato colore: è diventato verdone. Notate in particolare come alla crescita della forza del dollaro corrisponda un aumento della vendita di titoli denominati in dollari. Segno che qualche paese emergente sta dando fondo alla valuta pregiata, e prima o poi darà fondo anche alle riserve. E se vi ricordate il Cronicario di ieri avrete pure qualche indizio in più.
A domani
Cronicario: E pure l’Ocse s’attacca al Trump
Proverbio del 28 novembre: Chi ti vuol bene ti farà piangere
Numero del giorno: 17.000. I bambini italiani in meno nati nel 2015 rispetto al 2014
San Donald facci la grazia. Apri il borsellino e facci ridere, almeno un po’, visto che il periodo è triste e le prospettive funeste. Amen. Ci credono talmente quei pagani dell’Ocse al potere taumaturgico di Mister T. che hanno addirittura fatto un disegnino votivo in occasione della presentazione odierna dell’ultimo Global outlook
Il pezzetto in rosso è il contributo di cui il mondo godrebbe qualora Trump facesse quanto ha detto, ossia stimolasse fiscalmente l’economia. Pratica che malgrado il suono vagamente sconcio, conferma l’innamoramento dell’Ocse per lo spazio (fiscale) del quale il Cronicario vi ha già raccontato.
D’altronde li capisco. Proprio oggi l’organizzazione parigina ha presentato il suo previsionario aggiornato e non è che sia questo spettacolo
Si vivacchia, chi più chi meno. E così è arrivato l’appello davvero accorato del señor Gurria, che officia come presidente.
“Alla luce del corrente contesto di bassi tassi di interesse – ha tuonato dal pulpito – i policymaker hanno una finestra unica di opportunità di fare un uso migliore della leva fiscale per promuovere la crescere e ridurre la diseguaglianza senza compromettere il livello del debito. Noi li esortiamo a farlo”. Amen, di nuovo.
Trovo particolarmente meraviglioso il riferimento alla necessaria riduzione della diseguaglianza (che riepilogo quaggiù) alla quale nessuno resiste, come alle facce dei cuccioli di foca nelle campagne per salvare gli animali.
Ma soprattutto è il riferimento alla non compromissione del livello del debito che mi regala l’allegria. Ricordo che stiamo in questa condizione.
Immagino che Don Gurria si riferisse al fatto che non lo aumenteremo, senza con ciò pensare di diminuirlo. Ma soprattutto mi sfugge un punto: visto che i tassi stanno salendo, cosa assicura che lo spazio fiscale non venga inghiottito dal buco nero degli interessi passivi come accadeva solo fino a pochi anni fa?
Per chi si fosse sintonizzato adesso, il grafico qua sopra misura il risparmio stimato sugli interessi passi fra il 2015 e il 2017 grazie ai tassi bassi. Un altro primato italiano che si aggiunge alla lista sempre più corposa, che fa il paio con quell’altro: quello del debito pubblico fra i tre più alti al mondo.
Dubbi da miscredente, mi rendo conto. E infatti dubito anche di questo.
L’avevamo già visto quando abbiamo iniziato a navigare sull’Enterprise e non sto a rispiegarvelo. Vengo dritto al punto. L’Ocse è il primo di una lunga serie di organismi che cerca di far rivivere la globalizzazione aggiornandola alla versione 2.0. Che lo faccia puntando su Trump, ossia sull’epifenomeno negativo per eccellenza, dipende solo dal fatto che non ha alternative. Peccato che mentre lo fa accerti che il commercio internazionale è in crisi profonda
e le cronache recenti non sembrano incoraggiare l’ipotesi che Trump sia un alfiere del Wto. Vuole fare l’America di nuovo grande. Il resto si adeguerà.
Mentre l’Ocse, ultima entità di una lunga serie, si attacca al Trump, il cronicario globale rilascia una notizia sull’Italia che una volta tanto non parla di referendum, di bancherotte o di inutilità politiche. Parla di noi, letteralmente.
Il fatto che gli italiani non facciano più figli, o sempre di meno, mi sembra assai più rimarchevole delle congetture parigine. Tanto che vi infliggo quest’altro grafico.
Sarà questa l’origine (e la conseguenza) dei nostri problemi? O pensate davvero che sia il referendum?
Lato commodity, anch’esse miracolate da Trump e dalle sue promesse espansive, vi segnalo questo pregevole articolo di Bloomberg che allunga un’altra fila: quelle delle materia prime in rialzo esagerato. E’ successo al rame, ora è il turno dello zinco e del piombo.
E anche stavolta novembre è il mese galeotto.
E rischia di esserlo anche per il petrolio, ma per altre ragioni. L’ultimo aggiornamento della vicenda petrolifera, che molto gentilmente ci fornisce il WSJ, mostra come aumenti la consapevolezza che il vertice di Vienna rischia di finire a tarallucci e vino. Anzi tarallucci e petrolio, a fiumi. Anche su questo il vostro Cronicario preferito vi aggiorna da settimane. Basta unire i fili, e avrete chiaro il disegno.
Poi non prendetevela col Cronicario se non vi piace.
A domani.
Cronicario: Bancherotte? Tranquilli, la crisi fa bene alla salute
Proverbio del 25 novembre: La stessa pioggia fa nascere spine nel pantano e fiori nel giardino
Numero del giorno: 169,3. Ore di impiego mensili di un lavoratore a tempo pieno in Giappone.
Scopro con raccapriccio che gli ordinativi dell’industria italiana sono crollati del 6,8% a settembre su agosto. Neanche il tempo di deglutirla ‘sta disgrazia e viene fuori che nell’UK post Brexit gli investimenti sono cresciuti dello 0,9%. C’è vita fuori dall’Ue.
La mia coscienza civica di eurodotato comincia a barcollare. Faccio appello a tutti i buoni sentimenti, anche ispirato dalla giornata contro la violenza sulle donne, che l’Ue ovviamente promuove.
Ma poi mi arriva il colpo di grazia.
Quelli in rosso sono i paesi dove si è allargata la forbice delle retribuzioni fra il 10% più ricco e il 10% più povero secondo i dati raccolti dall’Ilo. E chi ci trovo in testa fra i diseguaglianti? L’Irlanda. Incidentalmente ci stiamo pure noi e la Germania, l’Olanda, il Belgio, eccetera. Ma il fatto che l’Irlanda abbia avuto una crescita della diseguaglianza retributiva superiore a quella Usa, che è tutto dire, mi lascia a bocca aperta. Guardate come è cambiato il reddito mediano laggiù.
Irlanda, Irlanda…dove l’avevo sentita oggi? Ah si: nell’ultima release Eurostat sui livelli di tassazione nell’Ue.
Eccola lì: ultima in classifica. Anzi, prima se consideriamo la graduatoria per il fisco cheap. L’Irlanda è il paradiso fiscale dell’Europa, con meno del 25% di tasse sul Pil, contributi compresi. Era il 31% nel 2005. C’entrerà qualcosa con la diseguaglianza che è esplosa? Ditemelo voi. Curiosamente, la curva che disegna il calo delle tasse è speculare a quella che misura l’aumento delle differenze di retribuzione. L’Irlanda è quella con l’istogramma più lungo anche stavolta.
Mi viene voglia di approfondire, ma poi mi trovo davanti agli occhi un grafico contenuto nell’ultima Financial stability review della Bce che sembra fatto apposta per non essere capito.
E che si fa quando una cosa non la si capisce? Ci si scervella. State sicuri: la ricompensa è assicurata.
Ci metto un po’ finché non capisco che il trucco era tutto negli acronimi. Il grafico riguarda il debito potenzialmente soggetto a bail in, ossia sequestrabile in caso di crisi bancaria, emesso dalle banche europee che ancora ci intossica di preoccupazioni. I vari istogrammi sono i soggetti che detengono questo debito. Il primo, quello più alto sono le banche (CIs). Il secondo le famiglie (HHs). Quelle arancioni sono le famiglie italiane. Cosa viene fuori? Che le famiglie italiane sono quelle che hanno più debito sequestrabile dal bail in in Europa. E che le banche italiane pure, insieme a quelle tedesche.
Ancora con questi tedeschi? Il fatto, vedete, è che le banche tedesche hanno un altro problema che si vede qui
In pratica hanno piazzato, a differenza delle banche italiane che lo hanno venduto sotto casa, un bel po’ di debito buono per il bail in giro per il mondo, circa il 33% del totale. E questo ci riporta alla morale della storia. Mps può far piangere molti italiani. Una qualunque banca tedesca
mezzo mondo. E questo è un altro pezzettino della storia che Cronicario ha iniziato ieri e vi racconterà piano piano.
Intanto contentatevi di questa chicca. Il Financial Times che suggerisce all’Ue di non insistere su una rigida applicazione delle regole del bail in non ha prezzo. Infatti il pezzo si può leggere gratis on line.
Rimane il fatto che la questione bancaria non la si risolve con un hashtag. Specie in un mondo dove accadono queste cose.
L’azzurrino misura l’aumento dei rendimenti dei bond di vari classi dall’arrivo di Mister T. E quando aumentano i rendimenti cosa succede ai bond in pancia alle banche?
Esatto: dimagriscono. Il che aggiunge sofferenze alle già nutrite sofferenze creditizie dei nostri istituti. Roba da perderci il sonno.
Ma non per noi europei. Siamo gente tosta. Tosta e di vecchio pelo, amanti dei proverbi e saggi abbastanza da crederci. Cosa diceva la nonna quando eravate preoccupati? Pensa alla salute, diceva, e tutto si sistema. Oggi ho scoperto che lo spirito della nonna è arrivato a Bruxelles, dove di recente si pensa molto alla salute.
Occhio che la notizia è alla fine. Fra il 2005 e il 2009 per la spesa pro capite per la salute cresceva del 3,1% l’anno in Europa. Dopo la crisi e fino al 2015 appena dello 0,7. Evidentemente stiamo tutti meglio. Le crisi fanno bene alla salute. Ora lo sapete.
Buon week end.
































































































