Categoria: Annali

Cartolina: Lo stimolino fiscale cinese

C’è stato un tempo, neanche tanto lontano, in cui ci spiegavano che i consumi cinesi sarebbero stati il volano delle magnifiche e progressive sorti dell’economia internazionale. Si raffiguravano file interminabili e disciplinate di figli dell’Oriente, finalmente patrimonializzati, davanti agli store dell’Occidente, finalmente globalizzato, in attesa di spendere i loro faticosi risparmi in cellulari, automobili, vacanze (possibilmente a Occidente) e tutto l’armamentario del consumatore felice del XXI secolo. E invece non appena il governo cinese e i suoi volenterosi emuli locali hanno smesso di spendere per investimenti di utilità incerta, il pil si è sgonfiato come un soufflé malriuscito. Sicché il governo è tornato a proporre stimoli fiscali per le infrastrutture, come nel 2008, scrivendo un nuovo capitolo di un libro che sembra non finire mai. Ma oggi, a differenza di ieri, lo spazio per far spesa si è ristretto, avendo già i debiti della Cina superato alcune volte il proprio pil. Non che questo sia un problema, dicono i cantori della spesa pubblica come panacea di ogni male. Non lo è difatti. Lo sarà.

La prossima mossa anticrisi? Eliminare il contante

La crisi prima o poi arriverà, nota il Fmi in un interessante approfondimento dedicato a uno studio dal sapore vagamente eretico. Come altro definire l’idea di “separare” in due la moneta di un paese distinguendo il contante dalla moneta elettronica? Agli amanti della storia del pensiero economico torneranno in mente le trovate di Silvius Gesell  ricordato anche da Keynes nella sua Teoria generale, dove trova un posto speciale – e non a caso – l’ossessione per il tasso di interesse e la propensione alla liquidità, giudicati entrambi – se elevati – come fattori di disturbo per lo sviluppo della domanda aggregata e quindi dell’occupazione.

Dovremmo stupirci quindi, che le eresie di Gesell, che voleva bollinare il contante per deprezzarlo a scadenza, ispirino oggi proposte di policy? No, non dovremmo. Il pensiero che il denaro inutilizzato sia la radice di ogni male, mediato da alcuni decenni di intossicazione econometrica, peraltro alla base di gran parte della modellistica usata dalle banche centrali, è troppo radicato nelle nostre società. Tanto è vero che gli ultimi dieci anni, lungo i quali si è sviluppata la pratica – senza precedenti – dello zero lower bound, oggi ci hanno lasciato in eredità una società dove molti tassi di interesse sono ancora sostanzialmente a zero, le banche centrali si sono riempite di debiti (e stendiamo un velo pietoso sugli stati) e il Fmi osserva preoccupato che “le future recessioni sono inevitabili”. Con l’aggiunta che le recessioni più gravi, nella storia, hanno richiesto tagli dei tassi del 3-6 per cento da parte delle banche centrali per essere contrastate. Possibilità che moltissimi paesi, dopo dieci anni di tassi nominali vicini allo zero o addirittura negativi, non possono più conseguire.

Che fare quindi se la crisi tornerà (e tornerà) a bussare allo nostre porte? Non potendo (finora) espropriare i possessori di denaro, la risposta più semplice è farlo costare più caro a chi ne ha e non lo usa. O, volendo usare un linguaggio più forbito, portare i tassi di interesse ben sotto lo zero, che significa in pratica far pagare un interesse elevato a chi tiene i soldi nei depositi.

Ma c’è un problema squisitamente tecnico, oltre che “filosofico”. Mentre è possibile portare in territorio negativo il tasso su alcuni depositi – ad esempio quello che la banca centrale paga alle riserve obbligatorie delle banche commerciali – non è possibile portare i tassi nominali dei depositi bancari commerciali significativamente sotto lo zero finché esiste il contante. Il perché è facile da capire. Se una banca mi chiedesse il 3% del mio capitale ogni anno per custodire il mio denaro, potrei decidere di ritirarlo tutto e tenerlo chiuso in cassaforte. Detto con le parole del Fmi, “il contante ha lo stesso potere d’acquisto del denaro del deposito bancario ma con un interesse nominale pari a zero”. In sostanza, tenere il denaro fermo in casa non frutta interessi, ma neanche costa (al netto dell’inflazione). In più se ne può avere in quantità illimitata.

L’esistenza dello zero lower bound rappresentato dal tasso di interesse incorporato nel denaro contante non ha impedito tuttavia ad alcune banche centrali di portare i tassi leggermente sotto lo zero. Questi istituti hanno potuto farlo perché a tassi leggermente negativi è comunque più conveniente tenere il denaro in banca che portarlo via. E queste politiche, dice il Fmi, sono servite a stimolare la domanda, come insegna la teoria. Ma questa opzione non può ulteriormente essere perseguita. Il floor dello zero lower bound non può essere “sfondato” più di tanto. “Un’opzione per superare lo zero lower bound sarebbe quella di eliminare gradualmente i contanti. Ma non è semplice”. Ed non è difficile capire perché.

Come si può osservare da questo grafico, il cash è ancora molto diffuso in gran parte del mondo. Quindi serve un’idea diversa per rendere il contante costoso quanto i depositi bancari. A molti sembrerà un discorso astruso, ma la comunità scientifica ne discute da anni. E da qui è emersa la proposta al centro dello studio del Fmi: separare la moneta del paese in due valute diverse, una elettronica e una contanti. Una moneta digitale e una analogica che facciano ovviamente riferimento allo stesso conio ma che siano in rapporto fra loro attraverso un rapporto di conversione fissato dalla banca centrale. In tal modo un tasso negativo sulla valuta digitale si può trasferire su quella analogica.

Proviamo a semplificare. Supponiamo che una banca decida di mettere un tasso negativo sui suoi depositi del 3% e altresì che la banca centrale annunci che il dollaro in contanti si deprezzi del 3% nei confronti di quello digitale ogni anno. Ciò significa che il tasso di conversione del dollaro analogico verso quello digitale sarebbe di 1 a 0,97 su base annua. Sia che si decida di tenere 100 dollari in contanti a casa, sia che si tengano in deposito bancario, alla fine dell’anno si avranno 97 dollari a fronte di un capitale iniziale di 100. Se i prezzi fossero tutti espressi in moneta digitale in pratica il contante analogico sarebbe inutile. O meglio sarebbe forzatamente convertito a un tasso svantaggioso in valuta digitale. E in sostanza non avrebbe più senso tenerlo in tasca.

“Questo doppio sistema di valuta locale consentirebbe alla banca centrale di applicare un tasso di interesse negativo, necessario per contrastare una recessione, senza innescare sostituzioni su larga scala in contanti”. In sostanza consentirebbe alla banca centrale di svalutare il denaro contante a scadenza. Proprio come diceva Gesell.

Cronicario: I pensionati diminuiscono, serve Quota 90

Proverbio del 13 febbraio Per spostare una montagna comincia dalle pietre

Numero del giorno: 100.000 Costo in dollari del primo biglietto privato per Marte secondo Musk

E’ arrivata l’ora delle decisioni irrevocabili. Gli ultimi dati Istat sui pensionati italiani confermano che il momento è grave.

Avete letto bene. Per quanto possa sembrare sconcertante, nel 2017 abbiamo appena 16 milioni di pensionati, ben 23 mila in meno rispetto al 2016 e addirittura 738 mila in meno al 2008. Un’ecatombe. Eravamo un paese di pensionati felici. Ora lo siamo assai meno. E siccome “l’incidenza del rischio di povertà tra le famiglie con pensionati (pari al 16,4%) si conferma sensibilmente inferiore a quello delle altre famiglie (24,0%)”, significa anche che siamo più poveri.

Adesso sapete perché il governo del cambiamento ha voluto così fortissimamente Quota 100. Quello che non sapete ve lo dice adesso il vostro Cronicario: è pronto un piano infallibile per spezzare l’assedio delle democrazie plutocratiche che minacciano il nostro diritto alla felicità.

Dobbiamo vincere. E Vinceremo.

A domani.

 

Gli Usa diventano esportatori netti di petrolio

Le ultime rilevazioni del Census sul commercio internazionale Usa ci comunicano un’informazione molto interessante. A novembre del 2018 il deficit petrolifero statunitense, quindi il saldo fra le importazioni e le esportazioni di greggio si è quasi azzerato. Complessivamente ammontava circa 600 milioni di dollari, appena l’1,3% del deficit complessivo degli Usa.

Il grafico sopra è più che eloquente e non ha bisogno di particolari commenti. Chi volesse allungare lo sguardo può scorrere la serie delle partite commerciali Usa, oil e no oil, che risalgono al 1992. Scoprirà che questa partita è andata via via assottigliandosi mano a mano che gli Usa potenziavano, grazie alla rivoluzione dello shale oil, la loro capacità di produttori.

Secondo gli analisti di Platts questo non è un incidente della storia. Addirittura gli Usa potrebbero diventare stabilmente esportatori netti già dall’anno prossimo. Una circostanza che secondo quanto riporta l’ultimo bollettino della Bce si è già verificata alla fine del 2018, se si considerano l’import ed export di greggio e prodotti raffinati.

Il dato di novembre va inquadrato nel quadro degli andamenti del deficit commerciale di novembre degli Usa, in calo dell’11,5%, a 49,3 miliardi.

Ma soprattutto l’ormai sostanziale azzeramento del deficit petrolifero ha un notevole significato da un punto di vista geopolitico, nella complessa partita che gli Usa stanno giocando a livello globale e che coinvolge vari dossier, a cominciare dal quello della guerra commerciale con la Cina – di recente sono ripartite le esportazioni di petrolio Usa verso i cinesi – per finire con quello sull’accordo del nucleare iraniano, che di recente ha conosciuto un’interessante evoluzione dopo l’ufficializzazione del meccanismo europeo INSTEX, istituito da Gb, Francia e Germania, grazie al quale regolare gli acquisti di petrolio iraniano nei paesi europei. Ma questa è tutta un’altra storia.

 

Con Instex sale di livello la sfida Ue agli Usa sulle sanzioni contro l’Iran

La presentazione alla fine di gennaio di Instex, lo strumento finanziario immaginato per consentire ai paesi europei di commerciare con l’Iran sotto sanzioni Usa, rappresenta un’evoluzione molto interessante del confronto fra Ue e Usa che trova nel sistema valutario internazionale la sua cartina tornasole. La creazione del veicolo era stato annunciato alcuni mesi dalla Mogherini, riecheggiando una dichiarazione congiunta dei ministri degli esteri di Francia, Germania e UK – gli stessi paesi che hanno creato Instex – nonché di quello russo e cinese tesa a garantire gli operatori economici che commerciavano con l’Iran. Una tematica che noi italiani dovremmo osservare con particolare attenzione, visto i profondi legami che abbiamo con l’economia iraniana.

L’Italia al momento non ha partecipato all’annuncio di Instex, probabilmente anche in ragione del fatto che è stata esentata, insieme con altri paesi, per alcuni mesi dalle sanzioni contro l’Iran. Le sanzioni sono iniziate a novembre e dureranno per un massimo di sei mesi. Quindi già alla fine di aprile il problema tornerà d’attualità e forse allora sapremo se e in che modo il nostro paese vuole partecipare al meccanismo ideato dal terzetto europeo.

Per il momento possiamo solo osservare in che modo la proposta europea sia stata accolta, sia dai diretti interessati che dai promotori delle sanzioni. Alcuni notiziari riportano che l’ambasciatore Usa in Germania, Richard A. Grenell che avrebbe definito “irrispettoso” delle politiche Usa il lancio di Instex. Il veicolo, in sostanza, consente di aggirare in qualche modo le sanzioni, anche se con parecchi caveat e per il momento solo relativamente ad alcuni beni primari. Tuttavia questo dal punto di vista degli Usa non è evidentemente soddisfacente.

Ugualmente, ma per ragioni assai diverse, l’iniziativa è stata valutata senza troppo entusiasmo dagli iraniani. Il ministro degli esteri dell’Iran ha rilasciato alcune dichiarazioni poco concilianti su Instex prendendo a pretesto il fatto che il meccanismo europeo richiede l’adesione della repubblica islamica alla Financial Action Task force (FATF), un modo per garantire l’impegno del paese contro il riciclaggio di denaro. Ma già all’indomani dell’annuncio del terzetto europeo le cronache avevano già riportato dell’irritazione di alcune autorità iraniane, che giudicavano “umilianti” i pre requisiti di Instex.

Più interessante sarà osservare se, aldildà della partita europea, che comunque si annuncia complessa e dagli esiti incerti, il comportamento degli altri due attori che hanno colto l’occasione della crisi con gli Usa per stringere ulteriormente il legame con l’Iran. La Russia, innanzitutto, che condivide con il paese islamico l’intenzione di smettere di usare il dollaro nelle transazioni internazionali. E poi la Cina, grande importatrice del petrolio iraniano e insieme di dollari americani per il tramite delle sue esportazioni negli Usa.

In questo scenario la vicenda italiana sembra minore, ma si sbaglierebbe a sottovalutarla. Nel quadro generale di ricomposizione delle alleanze globali il comportamento italiano nei confronti dell’Iran avrà un peso notevole. dovendo il nostro paese fare i conti anche con una notevole esposizione in questo paese. Se Instex si può interpretate come una sfida dell’Ue agli Usa, che trova nell’Iran il pretesto, allora la risposta italiana servirà a capire dove vuole andare il nostro paese. E non è affatto detto che chiunque decida ne abbia consapevolezza.

Cronicario: Diamo l’oro di Bankitalia (per cominciare) alla patria

Proverbio dell’11 febbraio Quando un dito indica la luna lo sciocco guarda il dito

Numero del giorno: 0,2 Crescita % pil in Uk nel quarto trimestre 2018

Se vi siete appassionati al giochino del week end (e non mi riferisco al vincitore del festival di Sanremo), che si presenta con la domanda “Ma di chi è l’oro di Bankitalia?”, allora siete maturi per il secondo tempo del film.

Il primo tempo lo stiamo vedendo proprio in queste ore. C’è un noto onorevolissimo che fa domande intelligentissime tipo di che colore è il cavallo bianco di Napoleone per arrivare al punto dolente.

C’è una montagna di Iva da scalare l’anno prossimo, per dire, e lo sanno tutti che i maledetti banchieri centrali, che per giunta vogliono pure essere indipendenti dal cambiamento, sono gonfi d’oro. O meglio, lo sanno tutti, ma solo pochi sanno quanto di preciso.

Il bilancione di Bankitalia ha in pancia 85 miliardi e rotti di euro di oro. Hai voglia a pagare Iva. E figuratevi il deficit che ti ci puoi pagare. Quantomeno ci arrivi alle prossime politiche. E se poi con la scusa di spendere l’oro trovi pure dei banchieri amanti del cambiamento che prendono il posto di quelli di adesso che sono dei pigroni, beh: meglio ancora.

E infatti alla domanda intelligentissima “Di chi è l’oro di Bankitalia” ha risposto nientemeno che Vicepremier Uno (o Due, fate voi) che con maschia chiarezza ha risposto che “l’oro appartiene agli italiani”.

Che significa in pratica che ne debbano poter disporre secondo il verbo dei social uniti. E qui, dopo l’intervallo, che si prepara il secondo tempo.

Già ce lo hanno detto che si aspettano un aiutino dagli italiani, quando sarà il momento. Perché sanno che Bankitalia è gonfia d’oro, ma pure noi non scherziamo.

E se l’oro di Bankitalia è degli italiani, di chi sarà mai l’oro degli italiani?

Con l’oro degli italiani, altro che prossime elezioni politiche. Ti ci compri una generazione.

A domani.

La decrescita infelice della popolazione italiana

Se non fosse ormai parte del paesaggio, e come tale costantemente osservata e insieme ignorata, la nostra decrescita demografica meriterebbe ben più degli aridi – e tuttavia strazianti – resoconti statistici che l’Istat ci propone con regolarità e che altrettanto regolarmente finiscono nel tritacarne dell’informazione, impastati in titoli frettolosi e quindi ingoiati, digeriti e dimenticati.

Ed è proprio quest’oblìo al quale sembra siamo tutti condannati a dar la misura dell’impotenza dell’Italia del XXI secolo, dove a fantasiose velleità – dai vari sovranismi alle primazie di un’italianità che nessuno ha capito cosa sia – si associano fallimenti assai concreti. E non solo relativamente alla nostra contabilità. La tendenza alla decrescita economica, che sembra si sia impossessata della nostra società come una malattia, trova la sua radice più profonda in quella demografica, che nel complesso intricarsi di cause ed effetti del divenire economico viene sempre trascurata. Come se la domanda di un paese – e quindi una delle determinanti della sua economia – sia solo un numero appeso nell’armadio della statistica. Quando invece sono le persone che esprimono tale domanda a fare l’economia.

Come dovrebbe fare il Mezzogiorno a trovare la via della prosperità se l’unica cosa che riesce a fare è perdere popolazione? Nel 2018, dice Istat, 65 mila meridionali hanno lasciato la propria casa, il 58% erano siciliani o campani. E in generale, chi dovrebbe alimentare la domanda interna di un paese, a cominciare dai consumi, se la popolazione diminuisce, come è successo anche nel 2018?

La flessione della popolazione peraltro dura ormai da quattro anni. Nel 2018 sono nati 449 mila bambini, novemila in meno del 2017, che già aveva toccato un minimo. Rispetto al 2008 abbiamo 128 mila nati in meno. In compenso abbiamo avuto 13 mila decessi in meno rispetto al 2017, con la conseguenza che “prosegue la crescita, in termini assoluti e relativi, della popolazione anziana”. Al 1° gennaio 2019 gli over 65 sono 13,8 milioni (il 22,8% della popolazione totale), i giovani fino a 14 anni sono circa 8 milioni (13,2%), gli individui in età attiva sono 38,6 milioni (64%). In sostanza anziani a minori sono più di un terzo di una popolazione. Se considerate che non tutti gli attivi sono occupati, significa in pratica che una buona metà della popolazione dipende dal resto. Il che non è il miglior viatico per avere una società dinamica come lo eravamo cinquant’anni fa.

Ma l’Italia di oggi somiglia sempre meno a quella di ieri non soltanto perché siamo più vecchi. E’ cambiato sostanzialmente il modo con cui interpretiamo la vita. E anche qui, la demografia è un’ottima cartina tornasole. Prediamo per esempio gli indici di natalità delle donne. “La generazione 1968 -riporta Istat – chiude nel 2018 la sua esperienza riproduttiva al compimento del 50° anno con 1,53 figli e un’età media al parto di 30,1 anni. Le donne della generazione 1940, che possono essere considerate le mamme delle nate nel 1968, completavano
la propria dimensione familiare media nel 1990 con 2,16 figli e un’età media al parto di 27,8”. Non sappiamo ancora come si configurerà la prossima generazione, ma possiamo già dire che si fanno sempre meno figli e sempre più tardi.

Si indugia sempre più a diventare genitori, adducendo magari la comodissima (e assai concreta) ragione che non si dispone di mezzi e che lo stato non fa nulla per incoraggiare la natalità. Forse però dovremmo chiederci se tale ritardare non sia la naturale conseguenze del nostro voler ritardare ogni cosa, persino la morte. Mano a mano che la vita si allunga – e si potrebbe discutere a lungo sulla qualità di questo allungarsi –

si allungano anche le età della vita, con l’infanzia che dura fino a dove una volta c’era già l’adolescenza e quest’ultima che per alcuni non finisce mai. Sicché in questo incedere succede che si smarrisca la voglia di fare, di essere di più e meglio di quel che si è. Ci si accontenta. E non è affatto detto che questo contentarsi porti conduca al godimento, come dicono i proverbi. Le nostre cronache, al contrario, raccontano di una società piena di paure e rancori che prendono a pretesto qualunque accadimento per tramutarsi in sfogo. E’ in questi numeri e in questi sfoghi, spesso incivili, che prende corpo l’italia della decrescita infelice.

Cronicario: C’è chi frena, c’è chi frana e c’è chi Francia

Proverbio dell’8 febbraio Com’è l’insegnante, sarà l’allievo

Numero del giorno: 32.071 Domande per quota 100 arrivate all’Inps da inizio anno

La cosa più comica del giorno – e questo spiega perché la trovate sul vostro Cronicario – l’ho letta su un noto notiziario che ha titolato così: “Germania, frena l’export nel 2018”.

Eccerto. Crescere del 3% in un anno è chiaramente un frenare. Un po’ come la nostra produzione industriale, che a dicembre ha segnato un calo su base annua del 5,5%. E tuttavia nell’intero 2018 la produzione è cresciuta dello 0,8%.

Se fossimo maligni come il noto notiziario, diremmo che la produzione è franata. Ma poiché maligni non siamo, ci limitiamo a osservare che “è a rischio la tenuta dei livelli di attività economica”, come dice allegramente l’Istat nella sua nota mensile.

Ma vabbé, abbiamo altro di cui preoccuparci. L’ambasciatore francese viene richiamato in patria? E noi mandiamo Vicepremier Uno (o Due, fate voi), protagonista del nuovo De bello gallico, a casa loro. E per giunta direttamente da quelli vestiti di giallo che odiano il governo. Una di questi però – una pasionaria dicono – ha invitato il nostro a “occuparsi di casa sua”, notando che “non si fa politica con le ingerenze in altri Paesi, non abbiamo bisogno di forze straniere in casa nostra”. Col che dimostrando di aver inteso profondamente il vero spirito del governo del cambiamento.

Ma tranquilli: siamo fatti per intenderci coi francesi, da che mondo è mondo. E’ solo una questione di sfumature.

Buon week end.

A lunedì.

 

Cartolina: Brexit, no deal? No party

Mentre la fine di marzo si avvicina e insieme termina il tempo per trovare un accordo di divorzio fra Regno Unito e Unione europea, giova ricordare il costo assai caro che, secondo molti osservatori, si sta preparando per i britannici in caso di no deal. Nell’ipotesi che prevalga lo scenario WTO, ossia l’applicazione di regime più favorevole come conseguenza del mancato accordo, sull’UK arriverà una tormenta, che però sembra non spaventare i parlamentari britannici, alle prese con scaramucce che denotano la loro sostanziale mancanza di senso storico. Giocano a farsi i dispetti mentre fuori si prepara l’inverno. L’irrigidirsi del clima non risparmierà neanche l’UE, ovviamente. Ma per molti sarà al più un anticipo di autunno, per altri un temporale fuori stagione. Far squadra è più facile che giocare per conto proprio. Si potrà pur credere che far tutto da soli liberi dall’impegno delle responsabilità e sia persino eroico. Ma bisognerebbe pur ricordare che è assai meno divertente. Come andare a un party dove non si conosce nessuno. Spesso è deludente.

Cronicario: E’ arrivato il boom della decrescita

Proverbio del 7 febbraio Di tutti gli stratagemmi il migliore è sapere quando finirla

Numero del giorno: 0,2 Incremento % commercio al dettaglio in Italia nel 2018 sul 2017

Come sempre le parole giuste, per commentare le splendide notizie che arrivano da ogni dove sullo stato di salute della nostra economia le trova il nostro grande vicepremier Uno (o Due, fate voi) che alla domanda dei soliti pennivendoli che agitavano le previsioni degli antipaticissimi brussellesi sulla nostra economia ha risposto: “Non amo parlare di chi non ha beccato le previsioni negli ultimi dieci anni. Secondo noi succederà il contrario, se metti nelle tasche degli italiani 20 miliardi di euro, l’economia va indietro o va avanti? L’anno prossimo vedremo se avevamo ragione noi o gli economisti”.

E tuttavia una volta tanto gli economisti sono stati sorprendenti. Le previsioni d’inverno della Commissione Ue, infatti, oggi ci dicono questo.

Ieri, ossia nelle previsioni di autunno. Ci dicevano quest’altro.

In pratica anche gli economisti, come d’altronde i nostri politici, hanno visto un boom.

e lo hanno visto nascere anche loro fra l’autunno e l’inverno. Addirittura un punto percentuale di differenza fra le due previsioni. Dal +1,2 di pil autunnale al +0,2 invernale. Se non un boom questo, cosa sarà mai?

Ah, a proposito di decrescita felice, ve ne segnalo un’altra che sono sicuro farà la gioia dei feticisti della domanda aggregata, meglio se a deficit.

Magari se questi 90 mila italiani non fossero venuti a mancare – letteralmente intendo – nel corso del 2018 avremmo avuto uno zerovirgola in più di pil nel 2018 e magari anche quest’anno. Ma con venti miliardi di più nelle tasche dei superstiti si fa presto a sostituirli.

A domani.