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La lunga marcia del Petroeuro
Leggendo il paper che la Commissione Ue ha pubblicato all’inizio di dicembre prende forma il pensiero che la lunga marcia del petroeuro sia iniziata molto prima che Bruxelles si decidesse a proporre lo sviluppo delle transazioni in euro sul mercato energetico. Certe decisioni non si improvvisano, ovviamente. E soprattutto bisogna studiare bene il contesto, o magari costruirlo. Questo lavoro è stato fatto negli anni passati. E oggi alcune decisioni che sembravano confinate nel limbo opaco e vagamente grigiastro degli specialisti assumono improvvisamente senso.
Fra queste si segnalano i numerosi intergovernmental agreements (IGAs) che gli stati membri dell’Ue hanno firmato negli ultimi anni, e in particolare fra il 2012 e il 2016, moltissimi dei quali – circa 120 – riguardano proprio gli acquisti di gas e petrolio, che abbiamo già visto essere una voce notevolissima dell’import europeo. Questi accordi servono a dare un quadro normativo, e implicitamente politico, alle compagnie energetiche che operano nell’Ue in modo da metterle in condizione di stipulare contratti più solidi con le compagnie di paesi terzi.
Nel 2016, per “garantire che gli accordi intergovernativi nel settore dell’energia siano conformi al diritto dell’Ue” la Commissione Ue propose una norma in virtù della quale gli accordi intergovernativi su gas e olio fossero sottoposti a priori, ossia ex ante, al suo giudizio. Un’istanza, se ci pensate, che ha motivato la nascita stessa dell’Unione europea sia dai tempi della Ceca. Meglio ricordarlo. Specie perché è proprio dal matrimonio fra le istanze “unificatrici” della politica energetica e di quella monetaria che prende forma la nuova istanza politica dell’Ue: rilanciare il ruolo internazionale dell’euro. Una cosa che può apparire innocua, se non si inserisse in un più ampio movimento verso un’ordine chiaramente multipolare.
Nel 2017 la revisione delle norme conferì alla Commissione Ue il potere di “valutare i progetti di accordo e, in caso di dubbi sulla compatibilità con il diritto dell’UE, esprimere il proprio parere”. Con l’aggiunta che “prima di firmare l’accordo intergovernativo, lo Stato membro interessato deve tenere nella massima considerazione il parere della Commissione”. In questo modo l’Ue si è garantita un certo potere di influenza che, pure non arrivando a essere dispositivo ha molto a che fare con la moral suasion tipica della soft law. “La Commissione può garantire che nessun accordo in materia di energia comprometta la sicurezza dell’approvvigionamento in un paese dell’UE, né ostacola il funzionamento del mercato energetico dell’Ue”, spiega il paper di Bruxelles. Questo provvedimento conferisce pertanto a Bruxelles uno straordinario potere di indirizzo che può anche essere esteso all’uso dell’euro negli accordi bilaterali con i paesi terzi. Magari suggerendo ai paesi dell’Unione di inserire una clausola nei contratti di fornitura che contempli, se non addirittura preveda, che sia l’euro la valuta predefinita degli scambi energetici.
Sembrerà tutto molto teorico, ma lo è meno di quel che si creda. Dipende sempre da cosa si comincia. Se tali clausole che obbligano all’uso di euro fossero inserite in contratti normali di fornitura l’effetto dirompente sarebbe sicuro. Ma l’Ue al momento non sembra interessata a effetti dirompenti, dovendo fare i conti con storici equilibri politici. Semmai il fine sembra quello di affermare l’euro nei mercati energetici. E a tal fine per il momento è sufficiente muoversi con destrezza nei bassifondi dei mercati petroliferi. A tal fine lo strumento normativo più adatto sembra la Oil Stocks Directive, una legge approvata nel 2009 che impone agli stati membri di mantenere delle riserve di petrolio equivalente ad almeno 90 giorni di import netto o 61 giorni di consumo, a seconda di quale sia l’importo superiore. Queste riserve devono essere subito disponibili in caso di crisi e conservate in posti che favoriscano tale prescrizione. Per adempiere a questi obblighi gli stati membri si affidano a entità di stoccaggio centralizzate obbligando gli operatori economici ad acquistare, mantenere e vendere queste scorte quando necessario. Per promuovere un uso più ampio dell’euro nelle transazioni energetiche, suggerisce la Commissione, “gli Stati membri dovrebbero incoraggiare tali operatori economici ad ampliare la quota dei contratti basati sull’euro in queste attività”. L’uovo di Colombo.
E neanche l’unico. “Un’altra iniziativa – sottolinea il paper – “potrebbe essere l’istituzione un contratto petrolifero denominato in euro, trasparente e negoziato sul mercato fisico del petrolio”. Questo contratto – di fatto l’atto di nascita del Petroeuro, “potrebbe essere utilizzato come attività sottostante per i contratti finanziari, come i derivati”. C’è solo un problema: “Tale contratto non è disponibile oggi ma, se e qualora fosse posto potrebbe fornire i giusti incentivi per l’adozione dell’euro nelle transazioni energetiche internazionali”. Che si aspetta allora? Ottima domanda.
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Seconda puntata: La difficile sfida del Petroeuro al mercato del petrolio
La difficile sfida del Petroeuro al mercato del petrolio
L’Ue, dunque, è la prima importatrice di energia al mondo, con una spesa media di 300 miliardi l’anno negli ultimi cinque anni che in valore pesa meno di un decimo del volume contrattuale di beni energetici scambiati nel territorio europeo. Secondo i dati dell’European Securities and Markets Authority (ESMA), nel 2016 sono passati di mano contratti per 40 trilioni di euro, più del doppio del pil dell’Ue. E gran parte di questa carta, come d’altronde anche gli scambi fisici, sono quotati in dollari. Peraltro, circa il 93% di questi volumi riguardano il petrolio, denominato in dollari come d’altronde il carbone, che però pesa circa l’1% di questi scambi. In dollari sono quotati anche molti contratti sul gas, il 2,7% del volumi conteggiati da ESMA. In sostanza il dollaro, “per ragioni storiche” è predominante nel mercato energetico europeo. Gli scambi non quotati in dollari, ma in euro o sterline, non superano il 2,3% e riguardano contratti di importanza secondaria.
Le ragioni storiche sono in gran parte note e non è necessario tornarci qui. Basta ricordare che la supremazia del dollaro non dipende certo dall’essere un forte produttore, pure se si avvia a diventarlo, quanto dall’esprimere la più importante valuta di riserva. Non a caso anche i costi di trasporto sono quotati in dollari. Nell’Ue il peso dell’export energetico Usa non supera il 2%. I principali fornitori energetici dell’Ue sono Russia, Norvegia, Medio Oriente e Africa. Ciò non toglie che tale dominanza valutaria abbia importanti implicazioni per le compagnie europee. Innanzitutto perché le espone a un costante rischio cambio, che le costringe a costanti attività di gestione del rischio. Poi perché in qualche modo essere agganciati al dollaro significa incorporare anche il rischio paese che questa valuta porta con sé. Che nel caso degli Usa non è tanto quello del fallimento, quanto l’essere esposti a decisioni unilaterali – il caso del nucleare iraniano è icastico, ma anche quello dei dazi contro i cinesi – che possono rendere più complicato il commercio di beni energetici.
Per capire in dettaglio cosa abbia in mente la Commissione Ue, perciò, è utile conoscere per grandi linee i meccanismi che regolano il funzionamento di questi mercati, quindi quelli che stanno sotto la formazione del prezzo. O almeno del mercato petrolifero, che è il dominatore assoluto degli scambi di materie prime, a cominciare ovviamente da quelli virtuali. Al punto che, come osserva la Commissione, “il petrolio è diventato il principale punto di riferimento non solo per tutti i prodotti energetici ma anche per l’intera classe di investimento di materie prime”.
La Commissione osserva che “l’attuale sistema del commercio petrolifero, basato sul mercato, si è sviluppato dal basso verso l’alto, senza specifici interventi governativi”. In particolare nel tempo si è realizzata una struttura per il trading fisico e quello cartaceo espresso in derivati e utilizza una varietà di contratti (spot, forward, futures, swap, opzioni ecc.) che serve a stabilire il valore attuale e futuro del petrolio greggio e fornisce agli operatori strumenti per gestire il rischio. Il problema è complicato dalla circostanza che esistono almeno 600 tipi di greggio, differenti per densità, acidità, contenuto di zolfo, eccetera. Quindi i mercati finanziari devono far riferimento a un benchmark che implicitamente qualifichi la tipologia di petrolio trattato.
Quelli più trattati sono il Brent e il WTI, che sta per West Texas Intermediate. Il Brent da solo pesa circa il 60% del totale delle contrattazioni e pur essendo il benchmark più usato in Europa, facendo riferimento al petrolio che si estrae nella parte britannica del Mare del Nord, è quotato in dollari. Queste quotazioni vengono registrate e riportate da alcune agenzie private, chiamate Price reporting agencies (PRA), come Platts, Argus, ICIS Heren e Opis. Queste società usano varie tecniche per fornire un prezzo quanto più possibile affidabile e trasparente.
Una volta fissati i prezzi, o quantomeno “indovinati”, le transazioni si svolgono presso mercati organizzati, che trattano questi contratti o in transazioni Over the counter (OTC), ossia scambi contrattati fra le parti, o nei mercati regolamentati. I contratti derivati vengono quotati in borse valori che usano i prezzi del mercato fisico, riferiti a un determinato benchmark, come sottostante. Il Brent, ad esempio, viene scambiato all’Intercontinental Exchange di Londra mentre il WTI al Nymex di New York.
Quindi: quotazioni in dollaro e scambi in mercati di lingua inglese che implicitamente favoriscono le valute dei paesi che li ospitano. A ciò si aggiunga che le valute di molti paesi produttori, come ad esempio Bahrain, Oman, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti sono collegate agli andamenti del dollaro al fine di eliminare i rischi di cambio. Questo spiega perché la sfida del petroeuro sia così difficile. Ma non vuol dire che sia impossibile.
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Prima puntata: E dopo il petroyuan si prepara il petroeuro
Terza puntata: La lunga marcia del petroeuro
Cronicario: Nel paese della manovra di Babbo Natale
Proverbio del 17 dicembre Se vuoi apprendere la verità comincia dall’alfabeto
Numero del giorno: 100.000.000 Base d’asta per gara sul Superenalotto
Siccome l’inverno sta finendo a un anno arriverà (semicit.) ora vi beccate una mezza dozzina di post natalizi prima che il Cronicario chiuda bottega e si dia alla pazza gioia gozzovigliando fino all’obesità da qui all’epifania.
E il primo post di questa settimana dedicato a Babbo Natale prende spunto da una meravigliosa ricerca universitaria su Babbo Natale (non c’è niente da ridere è verissimo), secondo la quale i bambini smettono di credere al vecchio barbuto intorno agli otto anni, quando un po’ per colpa dei genitori, che magari si fanno sorprendere mentre pietiscono uno sconto al negozio, un po’ perché crescendo si diventa adulti…
ebbene si: succede anche questo..insomma, per una serie di ragioni Babbo Natale diventa papà Natale, finché non rimangono che papà e/o mamma che fanno i regali di Natale. Finita la magia, si entra nell’età adulta. Si apprende la scarsità. Che non ci sono risorse infinite. Soprattutto si capisce che bisogna fare delle scelte. Comincia l’economia politica.
Bisogna pure fare i conti con il turbamento, che secondo l’università britannica, colpisce un terzo dei bambini che scoprono che Babbo barbuto non esiste. Un 15% si sente addirittura tradito e il 10% si arrabbia. “Per molti questo passaggio ha minato la fiducia negli adulti”, scrivono i ricercatori.
Capirete, è stata un rivelazione. Questo meraviglioso studio mi ha chiarito l’arcano comportamentale dei numerosi sostenitori del governo del cambiamento che in questi giorni stanno postando letterine di proteste alquanto acide sui soliti social.
Ma soprattutto mi ha svelato un dettaglio alquanto sorprendente, visto che fino a ieri mezzo paese credeva al deficit che si finanzia da solo e che il debito pubblico non è un problema perché è di tutti e perciò di nessuno. Viviamo in un paese dove un sacco di gente con età a due cifre guarda al governo come se fosse Babbo Natale, al quale evidentemente non hanno mai smesso di credere. Purtroppo i bambini intorno agli otto anni non votano.
A domani.
E dopo il Petroyuan si prepara il Petroeuro
Con una mossa che certo non sarà passata inosservata nelle cancellerie che contano, il 5 dicembre scorso la Commissione Ue ha presentato un documento che già dal titolo (“Towards a stronger international role of the euro”) lascia capire la complessità della partita in gioco. Una mossa preparata da tempo e che era già stata praticamente annunciata lo scorso settembre dal presidente Juncker nel suo discorso sullo stato dell’Unione, sottolineando il notevole disallineamento fra la spesa energetica europea, quotata (e pagata) in dollari e il peso specifico dell’export americano di energia in Europa.
Quella che sembrava una boutade, per giunta arrivata nel pieno della crisi iraniana con gli Usa, che ha causato non poche difficoltà ai molti paesi europei, il 5 dicembre scorso si è rivelata essere una linea di azione assai ben ponderata, che la lettura dei documenti rende persino sensata. Il mercato energetico, come risulta chiaro a chiunque si eserciti ad osservarlo, è il luogo ideale dove sperimentare soluzioni valutarie per i pagamenti alternative a quella corrente, basata sul dollaro. Lo abbiamo visto nel marzo scorso con la nascita del petroyuan. Lo vedremo probabilmente presto in futuro con la nascita dei primi contratti petroliferi denominati in euro. Il petroeuro potrebbe essere più vicino di quanto si pensi.
Prima di entrare nel dettaglio è utile riportare alcune delle premesse che la Commissione inserisce nelle sue raccomandazioni, che preparano il paper analitico perché, oltre a contenere dati che è meglio conoscere, rappresentano bene l’humus nel quale sta germinando la sfida europea al dominio del dollaro nel mercato dell’energia. Una sfida cooperativa, ovviamente. Almeno per adesso. Vediamo i punti principali.
Punto primo: circa il 36% delle transazioni internazionali sono state denominate in euro, nel 2017. L’euro rappresenta circa il 20% delle riserve internazionali di valuta, più di quanto sia il peso specifico del pil dell’eurozona su quello mondiale. Insomma, è una valuta che lentamente è riuscita a ritagliarsi un ruolo internazionale. Secondo punto: le commodity energetiche, a cominciare dal petrolio, sono le materie prime più scambiate al mondo. La Commissione stima che i volumi aggregati annuali di questa materie prime sui mercati europei quoti circa 40 trilioni di euro. Il 90% degli scambi di materie prime energetiche è regolato con valute diverse dall’euro. E questo accade malgrado l’Ue sia “il più grande importatore di energia al mondo”, visto che copre oltre la metà dei suoi fabbisogni con le importazioni. L’Europa infatti importa circa il 90% del petrolio che le serve e il 70% del gas.
Chi volesse farsi un’idea del livello di dipendenza che l’Ue ha nei confronti dell’estero (53,6% nel 2016), può guardare questo grafico.
Terzo punto: “Negli ultimi cinque anni il costo delle importazioni di energia è stato di circa 300 miliardi di euro l’anno in media”. Circa l’80-90% dei contratti di lungo termine sottostanti questi importazioni non sono denominati in euro, mentre la gran parte fa riferimento alla Russia (circa il 34%), il Medio Oriente e l’Africa (circa il 33% insieme) e la Norvegia, (circa il 20% suddiviso fra petrolio e gas, i cui contratti però sono denominati in euro).
Quarto punto: “Rafforzare il ruolo internazionale dell’euro nel settore del commercio e degli investimenti energetici, garantendo nel contempo l’efficienza economica generale, contribuirà a raggiungere gli obiettivi della politica energetica dell’UE e ridurrà il rischio di interruzione delle forniture energetiche”.
Le cifre servono a fare un’idea delle quantità in gioco. Il quarto punto serve a misurare politicamente il senso strategico dell’innovazione che la Commissione mette sul tappeto. Ma per capire meglio come funzioni questo mercato, e quindi come intervenirvi, è necessario andare un po’ più in profondità. Il Petroeuro, se mai arriverà in superficie, partirà dai bassifondi.
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Seconda puntata: La difficile sfida del Petroeuro al mercato del petrolio
Cronicario: Prima gli italiani (ma) dopo l’Europa
Proverbio del 14 dicembre Quello che non sai non ti offende
Numero del giorno: 27.400.000.000 Spesa degli italiani nell’e-commerce nel 2018 secondo Findomestic
Oggi il Cronicario se l’è presa comoda perché in fondo le feste si avvicinano e l’avvelenamento da cazzeggio, che si respira fra queste righe, è stato per un bel po’ del pomeriggio surclassato da quello da fancazzismo, che poi è il suo fratello gemello. Ero persino riuscito a evitare Vicepremier Uno (o Due, fate voi), che oggi ha avuto l’originalità di dire che la Rai deve cambiare. Lo so: è stupefacente. D’altronde è già successo col governo, divenuto il governo del cambiamento. Succederà anche con la Rai.
E’ vero, come diceva quel tale, che quando i politici si annoiano parlano della Rai. E l’esito è sempre lo stesso.
Ma queste quisquilie me (ve) le sarei pure risparmiate. Avrei sorvolato persino sul 2,04% di deficit sul pil, che ormai è l’ennesima linea Maginot del governo italiano, che farà la stessa fine dell’originale. Insomma: m’ero pure rassegnato al fancazzismo, quando a un certo punto mi arrivano nelle orecchie queste bellissime parole: “Ci è mancato solo affiggere dei manifesti a Palazzo Chigi per dire che vogliamo restare in Europa. Noi vogliamo rispettare le regole, muoverci nel contesto dei trattati, delle alleanze che conosciamo. Lasciamo a voi la libertà di giudicarci se europei o no. Noi siamo per la tutela dei cittadini, ma sappiamo che gli italiani sono collocati in un contesto e in un intreccio di interessi più ampi”. Vi risparmio il titolare di questo momento verità in stile grande fratello che peraltro è un noto avvocato del popolo, casualmente al governo. Rilevo solo che se fosse stato detta (e soprattutto praticata) con maggiore convinzione, questa filosofia, forse ci avrebbe risparmiato un centinaio di punti di spread, per non parlare del resto. E invece il ritornello per mesi è stato: Prima gli italiani, dopo l’Europa. Ma c’era un ma. Stava proprio in mezzo.
Buon week end.
Cartolina: La fatica silenziosa del Mezzogiorno
Appartiene – e purtroppo – al nostro discorso pubblico il racconto del Mezzogiorno povero e disgraziato. Una narrazione spesso alimentata da molti meridionali, straordinari interpreti di un’altra vocazione nazionale: quella al piagnisteo. Perciò molto difficilmente troverete qualcuno che vi racconti come l’indice dell’export del Meridione abbia persino superato, nel 2018, quello delle potentissime regioni del Nord. Neanche gli abitanti del Sud ve lo diranno. Perché anche il pudore caratterizza i meridionali. Almeno quelli che non amano lamentarsi. Per costoro vale il pensiero che il giusto sottofondo della fatica sia il silenzio.
La diseguaglianza diminuisce se aumenta la ricchezza
Poiché il dibattito sull’aumento della diseguaglianza ci assedia, e molto ci sarebbe da discutere su questo totem del nostro discorso pubblico, vale la pena spendere un po’ di tempo per leggere l’ultima release Istat sulle condizioni di vita delle famiglie italiane che illustra un fatto troppo spesso trascurata dagli osservatori. Ossia che sovente alla diminuzione della diseguaglianza giovi assai più l’aumento della ricchezza piuttosto che certe istanze che hanno un odore poco gradevole di paternalismo. Detto in soldoni, se i governi si occupassero di favorire la crescita economica migliorando le regole del gioco e soprattutto facendole rispettare, ad esempio promuovendo un sistema fiscale efficiente, probabilmente la diseguaglianza diminuirebbe senza bisogno di immaginare chissà quali pratiche redistributive.
Ma poiché il mito della redistribuzione (statale) del reddito come panacea per l’eliminazione dell’orrida diseguaglianza è troppo radicato per essere anche solo questionato è meglio lasciar parlare l’Istat. I dati si riferiscono al 2016, quando il reddito medio netto annuo delle famiglie è stato di poco più di 30.000 euro, circa 2.550 euro al mese, in crescita del 2% in termini nominali rispetto all’anno prima e del 2,1% in termini di potere d’acquisto, visto che nel 2016 la variazione dei prezzi al consumo è stata negativa per lo 0,1%.
Il dato più istruttivo però è un altro. La crescita di ricchezza, infatti, ha riguardato tutte le fasce di reddito, ma è stata “più accentuata nel quinto di famiglie meno abbienti, dopo il marcato calo del 2015″. L’Istat ha stimato che al netto degli affitti figurativi, ossia il valore virtuale della locazione della casa di proprietà dove si abita, ” il rapporto tra il reddito equivalente totale del 20% più ricco e quello del 20% più povero si sia ridotto da 6,3 a 5,9, pur rimanendo al di sopra dei livelli pre-crisi (nel 2007 era 5,2)”. La perdita complessiva accumulata nella crisi rimane più ampia per chi ha redditi i più bassi (-14,3% dal 2009), a fronte di una media dell’8,5%. La crisi fa aumentare la diseguaglianza, si potrebbe dire, mentre la crescita la riduce. Non sarà un principio generale, ma sicuramente è uno spunto di riflessione meritevole di esser sottolineato.
“La crescita del reddito reale nel 2016 è associata, – sottolinea Istat – diversamente da quanto osservato nell’anno precedente, a una riduzione della disuguaglianza”. Il reddito equivalente del 20% più povero della popolazione è infatti cresciuto del 7,7% in termini reali rispetto al 2015, mentre il reddito del 20% più ricco è aumentato dell’1,9%. I più benestanti hanno un reddito superiore di 5,9 volte a quello dei più poveri (era 6,3 volte). Quindi la diseguaglianza è diminuita.
Tutto ciò ha avuto un effetto positivo sui tassi di povertà e deprivazione materiali che, sebbene rimangano elevati, sono migliorati.
Si potrebbe pensare che questo andamento sia una peculiarità del nostro paese, o un caso fortuito. Ma l’indagine dice il contrario. “Anche a livello europeo l’indicatore sintetico di rischio di povertà o esclusione sociale diminuisce negli anni 2016-2017, passando dal 23,5% al 22,5%”, spiega Istat. Una specificità italiana, semmai, è la circostanza che nel nostro paese la diseguaglianza sembra avere basi geografiche, visto che i residenti del Sud che appartengono al quintile più basso dei percettori di reddito sono il 32,9% a fronte del 10-13,4% del Nord e del 16,2% del Centro.
Ne è controprova l’indice di Gini, che misura la diseguaglianza, che è più elevato al Sud (0,334) rispetto al Nord (0,311-0,279 nel Nord Est) a fronte di un indice nazionale di 0,327 e di una media europea dello 0,303. La famosa questione meridionale, insomma, che data più di un secolo e che decenni di costosi interventi pubblici non solo non ha risolto ma forse ha pure peggiorato. Se l’Italia fosse cresciuta di più in questi decenni, probabilmente il Sud se la sarebbe cavata meglio.
Le banche italiane rischiano pure di rimanere a secco
Concludiamo questa rapida ricognizione sui rischi accumulati nei bilanci bancari a causa del caro spread trattando l’ultima questione, assai spinosa, che raramente emerge sulle cronache trattandosi di materia alquanto esotica. Si tratta infatti dei meccanismi che regolano i rapporti delle banche con la banca centrale, che nel caso delle banche italiane coincide con l‘Eurosistema. Questi rapporti sono alquanto complicati ma qui ci limitiamo a un aspetto piuttosto semplice anche se tecnicamente rilevante. Ossia la circostanza che le banche depositino dei collaterali, quindi titoli a garanzia, delle operazioni di rifinanziamento – in pratica prestiti – presso l’Eurosistema. Questi collaterali mettono la banca nella condizione di avere liquidità sufficiente ad affrontare la quotidianità. Le banche, infatti, agiscono manovrando la trasformazione e la durata dei propri attivi e dei propri passivi e possono trovarsi a secco di liquidità in alcuni momenti. Avere accesso ai rifinanziamenti della banca centrale diminuisce il rischio che questa liquidità venga a mancare e mantiene la banca solvibile. Questa liquidità viene misurata da un indice, che si chiama Liquidity coverage Ratio.
L’ultimo rapporto sulla stabilità di Bankitalia dedica un breve approfondimento all’andamento di questo indice per le banche italiane, che è peggiorato da quando è diminuito il valore dei titoli di stato a causa dell’aumento dello spread. Un’altra delle tante conseguenze negative che questo evento porta con sé che abbiamo provato a esplorare sinteticamente in questa miniserie dedicata alle banche (ma ci sono conseguenze negative anche per gli altri operatori economici, dalle famiglie in poi).
“Il calo del valore dei titoli non impegnati e stanziabili ai fini del rifinanziamento presso l’Eurosistema – scrive Bankitalia – ha contribuito a determinare una riduzione della posizione netta di liquidità, scesa tra maggio e luglio dal 14,2 al 12,5 per cento del totale delle attività per le banche significative e dal 17,1 al 15,4 per quelle meno significative”. La posizione netta di liquidità equivale alla differenza tra i flussi di cassa attesi nei prossimi 30 giorni e le riserve di attività non impegnate e stanziabili ai fini di rifinanziamento presso l’Eurosistema (counterbalancing capacity) in percentuale del totale delle attività. Detto in parole povere, sono tanto più capace di generare liquidità quanto più dispongo di riserve da mobilitare all’occorrenza, che posso depositare presso la Banca centrale e avere in cambio risorse fresche. Questo collaterale in gran parte è costituito da titoli di stato, e nel caso delle banche italiane che ne sono imbottite, di bond italiani. L’aumento dello spread, di conseguenza, ha diminuito queste riserve mobilitabili e quindi ridotto l’indice di liquidità delle banche. “Nel mese di giugno l’indice medio di copertura della liquidità (liquidity coverage ratio, LCR) era diminuito al 159 per cento, un livello comunque ampiamente superiore al minimo regolamentare del 100 per cento”.
Secondo una stima di Bankitalia un rialzo di 100 punti base sull’intera curva dei tassi ridurrebbe l’indice LCR a 133 in media. Per le banche significative addirittura al 120 da 145. Insomma, aumentano i rischi di rimanere a secco quando serve.
Non solo. Le banche italiane hanno depositato all’Eurosistema circa 240 miliardi per i loro rifinanziamenti. Ma “fra la fine di aprile e la fine di settembre le banche italiane hanno aumentato del 2 per cento le attività utilizzabili come garanzia nelle operazioni di rifinanziamento presso l’Eurosistema depositate presso la Banca d’Italia (collateral pool), a 316 miliardi”. Ciò in quanto “il calo dei corsi dei titoli di Stato ha determinato una riduzione del loro peso nel collateral pool”.
Anche nel deposito dei collaterali il rating sovrano ha il suo peso però. “Il calo dei corsi dei titoli di Stato ha determinato una riduzione del loro peso nel collateral pool (dal 35 al 30 per cento)”, spiega Bankitalia.
Se il rating italiano dovesse peggiorare ancora, spiega Bankitalia, le conseguenze per le banche possono essere molto gravi. Le agenzie riconosciute dall’Eurosistema sono Standard & Poor’s, Moody’s, Fitch e DBRS. Quando le banche depositano il collaterale nel pool di Bankitalia, pagano un haircut che dipende dal rating dei titoli che depositano. Più il rating è basso più l’haircut è elevato, ossia il titolo viene quotato meno e quindi genera un importo finanziabile più basso. Le banche italiane pagano già il massimo di haircut sui titoli di stato italiani, proprio perché il nostro rating sovrano è basso. Ma cosa succederebbe se tutte le agenzie di rating lo facessero scendere sotto l’investment grade? “I titoli di stato potrebbero non essere più stanziabili”, spiega Bankitalia. Quindi non rimarremmo solo a secco. Finirebbero proprio i soldi. Il cappio sovrano avrebbe completato l’opera.
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Puntata precedente: Nel 2019 arriva il conto “europeo” per le banche italiane
Cronicario: Il Pil italiano va in vacanza
Proverbio dell’11 dicembre La collera comincia con la pazzia e finisce col pentimento
Numero del giorno 18,4 Differenza % retribuzioni fra dipendenti italiani assunti dopo e prima del 2016
Ma quanto siamo disgraziati a vivere nel Belpaese? Abbiamo la sfortuna di avere un clima fantastico che favorisce la produzione di cibi straordinari, che si possono gustare, a secondo delle preferenze, davanti a un paesaggio mozzafiato o a una basilica secolare. Abitiamo un paese che va forte in storia e geografia, matematica e filosofia. Se la cava egregiamente in arte e musica e persino sport, e il tutto senza neanche essere secchione. E’ terribile, ne converrete. Nessuno può abitare un posto del genere senza votarsi all’oblio e finire col guastarsi il carattere.
Sicché ci troviamo con gli italiani di oggi. Quelli del sovranismo psichico, così sagacemente teorizzato da un noto istituto di ricerca. Ma neanche questo basta a cancellare il fatto che siamo sempre il Belpaese. Al massimo col nostro malanimo riusciamo a fare meno di quello che potremmo se improvvisamente ci ricordassimo chi siamo, dove stiamo, quali siano le nostre vocazioni, eccetera eccetera.
Per dire. Se avessimo valorizzato meglio e di più il nostro Belpaese nell’ultimo ventennio potremmo avere uno 0,8% di pil in più, dice Bankitalia, che giusto oggi ha pubblicato una robetta sulle delizie del nostro turismo e sul peso specifico che ha nella nostra economia. Che magari sembrerà poco ma invece è un sacco, specie considerando che “il turismo genera oltre il 5% del pil e circa il 6% dell’occupazione totale. Ad esso è riconducibile il 40% delle esportazioni di servizi; il suo saldo con l’estero è strutturalmente in avanzo ed è pari a quasi un punto di PIL e a circa un terzo dell’avanzo commerciale complessivo dell’Italia”.
Se non fossimo così sfortunati da vivere nel Belpaese, perciò così arrabbiati e quindi così italiani, magari su questi numeri potremmo costruire un’identità un filo più robusta di quella da sovranista psichico. Impareremmo a far più pil con le vacanze. Invece mandiamo in vacanza il Pil.
A domani.
Nel 2019 arriva il conto “europeo” per le banche italiane
Il cappio sovrano, dunque, ha molti modi per stringersi attorno al collo degli intermediari bancari e chiunque fosse anche semplicemente curioso può farsene un’idea scorrendo rapidamente l’ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria di Bankitalia che alle banche – e molto opportunamente – dedica ampio spazio. Abbiamo già visto la zavorra rappresentata dal debito dello stato in pancia alle banche italiane, che nell’ultimo semestre è aumentato invertendo una tendenza iniziata da diversi anni e con grande fatica portata avanti. Il peggioramento dello spread, da questo punto di vista, è stato un ritorno al passato per banche italiane. E purtroppo non è neanche l’ultimo dei problemi dei nostri intermediari.
Un altro problema, che abbiamo intravisto parlando dell’emissione del bond di Unicredit pagato a caro prezzo si chiama MREL, un acronimo che sta per minimum requirement for own funds and eligible liabilities. Si tratta di uno strumento partorito in ossequio alla direttiva UE/2014/59 sul risanamento e la risoluzione delle banche (Bank Recovery and Resolution Directive, BRRD) che in teoria dovrebbe servire a rafforzare la fiducia nei confronti della banca costruendole attorno un capitale costituito da mezzi patrimoniali e passività aggredibili in caso di bail in. Ogni banca deve avere dei mezzi a disposizione dei creditori in caso di risoluzione. Chi fosse interessato può scorrere l’edizione di aprile del rapporto di Bankitalia che dedica ampio spazio alla tematica, o quest’altro che risale alle origini di questo strumento. Il problema è che i mezzi, propri o altrui, costano. Le banche devono chiedere a prestito e segregare nel proprio bilancio degli attivi che possono essere “bruciati” in caso di perdite. Quindi più rischiosi per chi li presta e insieme può remunerativi. Ossia più costosi per le banche che devono procurarseli.
L’applicazione effettiva delle regole MREL la si vedrà nel corso del 2019, quando, come spiega Bankitalia. “il Comitato di risoluzione unico (Single Resolution Board, SRB) determinerà un obiettivo MREL vincolante per la maggior parte dei gruppi bancari significativi italiani, prevedendo se opportuno un adeguato periodo transitorio per l’allineamento”. La normativa europea che regola questa materia è corso di revisione e questo “potrebbe rendere necessarie ulteriori nuove emissioni, in particolare di titoli subordinati, sui mercati all’ingrosso”. Alle banche italiane potrebbe essere richiesto di procacciarsi nuovi prestiti per imbottire il proprio MREL proprio mentre le tensioni nel mercato dei titoli di stato hanno aumentato le difficoltà ad accedere ai mercati internazionali. Insomma le banche saranno soggette a una doppia pressione: da un parte il debito sovrano, che hanno in pancia e che dovranno continuare a comprare per sostenerne il peso nel caso la domanda di questi titoli non si stabilizzi, e inoltre dovranno indebitarsi di più per sostenere i propri obblighi regolatori. Tutto ciò, è evidente, non potrà che “amplificare gli effetti negativi sulla disponibilità di credito per l’economia”.
Non è ancora chiaro di quanto sarà il conto del MREL per le banche italiane. Bankitalia scrive nel rapporto di aprile che “alla fine di un periodo di transizione ipotizzato di tre anni, le banche italiane significative potrebbero registrare una carenza aggregata di passività idonee tra i 30 e i 60 miliardi di euro”. Molto dipenderà dalla forma definitiva che prenderanno le norme. Ma soprattutto, scriveva Bankitalia ad aprile, “nelle attuali condizioni – caratterizzate da premi per il rischio particolarmente bassi – l’aumento del costo medio della raccolta dovuto alla ricomposizione delle passività sarebbe molto contenuto per i gruppi che già emettono obbligazioni in modo continuativo. Per le altre banche le stime sono più incerte”. Il problema è che le condizioni non sono più quelle di aprile. Guardate i due grafici sotto, il primo è riferito al rapporto di aprile, il secondo a quello di novembre.
Non solo sono aumentati notevolmente i rendimenti, ma si è allargato anche notevolmente lo spread fra le obbligazioni garantite senior e quelle non garantite senior. In sostanza il debito più rischioso, che poi è quello che serve per il MREL, costa parecchio più di prima. Il cappio sovrano si è stretto ancor di più sul collo delle banche. Ma il problema è generale e più complesso. Le banche italiane, infatti, in gran parte si finanziano con i depositi, principalmente quelli delle famiglie, che continuano a crescere con tassi superiori al 3%. Le banche italiano stanno poco sopra il 10%, relativamente alla quota di funding derivante da obbligazioni, a fronte del 13,7 tedesco e del 16,7 francese.
La raccolta obbligazionaria, peraltro, continua a calare. A settembre 2018 quotava circa 240 miliardi, due terzi dei quali erano collocati nel mercato all’ingrosso. Nei prossimi due anni arriveranno a scadenza 110 miliardi di queste obbligazioni, il 90% dei quali composto da titoli senior. Quindi le banche dovranno convincere i mercati a comprare obbligazioni, oltre che per il normale funding, anche per il MREL, in un contesto a dir poco difficile, come mostrano i dati del terzo trimestre che vedono emissioni di obbligazioni senior negative, di subordinate per un miliardo e nessun senior unpreferred bonds, ossia titoli subordinati destinati a investitori qualificati e computabili nel MREL. A partire da giugno 2020, come se non bastasse, cominceranno a scadere anche le operazioni a lungo termine di rifinanziamento fatte dalla BCE ((Targeted Longer-Term Refinancing Operations, TLTRO2), generando altre mancanze nei bilanci bancari.
Come faranno le banche a trovare soldi sufficienti a sostenere i BTP, riempire il MREL e procacciarsi le risorse che servono loro per operare? Il caso Unicredit offre già una risposta: dovranno spendere di più e quindi inevitabilmente restringere il credito o tagliare i costi. Potrebbero pure convincere gli italiani a comprare obbligazioni, ma quelle per il MREL non sono destinate a un pubblico retail. Quindi possono solo sperare che gli italiani continuino a cumulare depositi. Proprio come il governo può solo sperare che gli italiani tornino a comprare Btp. Ma la coperta è corta. E forse è ora di capirlo una volta per tutte.
(2/segue)
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