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La Cina prepara la sua nuova avventura imperiale

La storia dunque, assai più della macroeconomia, aiuta a capire cosa sia diventata la Cina e soprattutto suggerisce cosa voglia diventare. Quando il presidente Xi dice che la Cina sarà una potenza di rango globale entro il 2050, dotata di forza economica e militare sufficienti allo scopo, stupisce molti di noi. Quale paese occidentale è anche solo capace di immaginare una pianificazione a così lungo termine? Xi per allora magari sarà morto, ma la Cina no. La Cina ha un orizzonte di pensiero secolare. E soprattutto una notevole pazienza. L’impero cinese è stato edificato più volte nel corso dei secoli, è crollato ed è stato ricostruito, a volte da popoli non cinesi, come i mongoli o i mancesi, che poi sono stati assimilati dalla cultura cinese. La Cina ha vissuto molti rinascimenti, seguiti a secoli bui di lotte intestine e guerre, e ogni volta ne è uscita con un impero diverso e più forte.

Oggi la Cina sembra si stia preparando alla sua prossima avventura imperiale, stavolta su scala globale, e lo sta facendo con grande pazienza, ricostruendo antiche relazioni (Asia centrale e Medio Oriente) e tessendone di nuove (Africa). Anche qui ci viene in aiuto il Fmi che nel suo ultimo staff report illustra con due grafici molto istruttivi il livello di penetrazione dell’economia cinese nel mondo.

Questo grafico misura il livello di dipendenza finanziaria dai prestiti cinesi in una scala che va da meno dell’1% a più del 25% del pil dei paesi considerati. Di fatto è la cartina tornasole del crescente potere bancario di Pechino. Cinesi d’altronde sono quattro delle prime cinque banche internazionali.

Quest’altro grafico invece misura, con la stessa scala in relazione al pil dei paesi considerati, la quantità delle esportazioni totali degli altri paesi verso la Cina.

Notate che i paesi centroasiatici, che non hanno legami finanziari con la Cina, sono comunque molto coinvolti nel commercio con la Cina. E notate soprattutto la posizione dell’Australia, che esporta fra il 5 e il 10% delle sue merci in Cina e ha anche una discreta dipendenza finanziaria dalle banche cinesi. Ma soprattutto bisogna osservare l’Africa, i cui legami crescenti con la Cina sono la vera novità del nascente impero cinese, mentre non stupiscono gli stretti legami con la Mongolia – l’impero Yuan raccontato da Marco Polo era mongolo – e con alcuni paesi del sud est asiatico, che risalgono alle varie età imperiali cinesi. Anche il rapporto con la Russia è parecchio consolidato e si è sempre contraddistinto, ieri come oggi, da un difficile equilibrio fra conflitto e collaborazione.

Questa rappresentazione, veloce e quindi necessariamente semplificata, offre una possibilità di interpretazione delle informazioni raccolte dal Fmi e quindi una chiave di lettura delle affermazioni di principio fatte dai leader cinesi (e dalle decisioni che ne sono conseguite) in tempi recenti. Fra le tante, quella secondo la quale è intenzione del governo cinese sostituire l’idea di una crescita quantitativamente robusta con una crescita qualitativamente robusta, che, detto in termini economici, implica voler sostituire un sistema basato sugli stimoli (pubblici) alla domanda a un sistema che scommetta su riforme capaci di migliorare l’offerta. La qualcosa implica la promozione della competitività delle imprese cinesi, piuttosto che la loro protezione, l’innovazione tecnica e scientifica, il miglioramento industriale e una ulteriore apertura verso l’esterno. Per dirla in termini occidentali, che però tuttavia poco si attagliano allo spirito e alla filosofia cinesi, il governo vuole aumentare il grado di liberalismo nella sua economia finora a chiara vocazione social-nazionale. “La Cina è a una svolta storica – commenta il Fmi -. Dopo decenni di crescita ad alta velocità, le autorità adesso si stanno concentrando di una crescita di alta qualità. Se e come questo spostamento verrà portato avanti determinerà il percorso di sviluppo della Cina per i decenni a venire”.

Il bivio cinese, inevitabilmente, riguarda tutti noi, e spiega in parte le crescenti frizioni con l’impero in carica, quello statunitense che si esprime nei circuiti rarefatti dell’anglosfera. Ancora una volta la storia ci propone un parallelo. Ai primi del XIX secolo la Cina primeggiava nel commercio estero con l’Europa, con una bilancia commerciale fortemente attiva che suscitava parecchie irritazioni specie nella Gran Bretagna, all’epoca potenza dominante nei commerci internazionali, che non riusciva a imporre i suoi prodotti al paese per la semplice ragione che i cinesi non li volevano. Per riequilibrare il commercio estero, l’UK iniziò a esportare in Cina oppio prodotto nel Bengala, generando notevoli difficoltà sociali nel paese che culminarono nella prima guerra dell’oppio che segnò una grave sconfitta per la Cina. Le furono imposti trattati che prevedevano, fra le altre cose, la possibilità di installare avamposti britannici britannici sul territorio cinese. Gli inglesi si appropriarono di Hong Kong, restituita alla Cina solo nel 1997. Da lì in poi iniziò la penetrazione dell’Occidente, del Giappone e della Russia in Cina, che generò l’ennesimo lento dissolvimento dell’ultimo impero cinese, che verrà interrotta solo dalla rivoluzione comunista di Mao. Oltre cent’anni di anni di caos e guerre.

I dazi di Trump, che mirano e minano il surplus commerciale della Cina, che ricordano l’irritazione inglese per la Cina imperiale, le tensioni nel Mare cinese meridionale, la proposta Usa-Australia-Giappone di investimenti congiunti nell’area dell’Indo Pacifico da opporre al progetto cinese della Belt and Road initiative, sono alcune delle doglie di un nascente ordine globale che potrebbe annunciare la prossima Cina a vocazione imperiale. Ma tutto si gioca sulla solidità dello sviluppo cinese. E su questo l’analisi del Fmi ci può suggerire qualche altra cosa.

(2/segue)

Prima puntata: Cina, fra socialismo e il mercato c’è di mezzo Confucio

Sfida finanziaria nella regione dell’Indo-Pacifico

Il discorso recente del segretario di stato Usa Mike Pompeo all’Indo-Pacific Business forum di Washington ha dato improvvisamente corpo a un’idea politica emersa nei mesi scorsi per costituire una sorta di asse fra Usa, Australia e Giappone capace di controbilanciare la crescente influenza finanziaria cinese nella regione. La Belt and Road initiative di Pechino, infatti, ha sollevato parecchi timori nell’area del Pacifico costringendo di fatto gli Usa a farsi promotori di una sorta di contro-BRI che però risulta ancora quantomeno vaga, almeno relativamente agli importi sul tavolo.

Pompeo ha ricordato che le corporation Usa, che spaziano dall’energia alle banche, hanno un portafogli con 3,9 miliardi di investimenti nell’area dell’Indo-Pacifico e che la Millenium Change corporation ha investito oltre 2 miliardi negli ultimi quindici anni nella regione. Ma l’impegno diretto del governo rimane ancora molto limitato. Pompeo ha annunciato che gli Usa investiranno 113 milioni nell’area per varie tipologie di progetti. “Questi fondi rappresentano solo un acconto che prepara una nuova era dell’impegno economico degli Stati Uniti per la pace e la prosperità nella regione dell’Indo-Pacifico”, ha spiegato. Ma certo non è questo il livello che consente un confronto con il tesoro messo in campo da Pechino. La strategia Usa, a tal proposito, punta più sul contributo delle agenzie di sviluppo, che dovrebbero mobilitare fino a 60 miliardi di risorse per prestiti alle imprese, ricordando che secondo l’Asean, associazione dei paesi che affacciano sul Pacifico, l’area ha bisogno di nuove infrastrutture per un valore di circa 26 trilioni di dollari entro il 2030 per sostenere il suo attuale ritmo di crescita.

Il tema economico, come sempre, sottintende quello politico, che si sostanzia nella visione dell’amministrazione Trump che ha ribadito l’importanza strategica dell’Indo-Pacifico per gli Usa. E non solo perché gran parte della crescita dei prossimi decenni arriverà da quella regione. Ma anche perché il pendolo dell’influenza politica si sta spostando sempre più decisamente dall’Atlantico a Pacifico e gli Usa, che insistono anche su quell’oceano, non possono certo sottovalutare questo sommovimento. E la sfida finanziaria per “comprare” influenza tramite i prestiti, che i cinesi stanno praticando con grande successo in giro per il mondo, non può che coinvolgere gli alleati Usa nella Regione, quindi innanzitutto Giappone e Australia, che hanno risorse da investire. In un certo senso il terzetto Usa-Australia-Giappone è la versione finanziaria del quartetto strategico che include l’India.

Questa sorta di accordo trilaterale, al momento, è ancora poco quantificabile. Ma sul peso politico del discorso di Pompeo c’è poco da dubitare. Serve soprattutto a dare rassicurazioni ai principali alleati che devono vedersela con un vicino ingombrante e anche molto assertivo. Si pensi alla disputa sul Mare cinese meridionale. E non serve neanche riferirsi a grandi scenari. Le tensioni politiche nell’area si fanno sentire anche in questioni che sembrano (ma non lo sono affatto) innocue, come le decisioni sulla posa di cavi sottomarini per le connessioni internet.

Il governo australiano infatti ha deciso di sostenere lo sviluppo di un cavo sottomarino con le Solomon Island per spiazzare l’offerta arrivata dalla cinese Huawey, con la quale erano in stato avanzate le trattative per la realizzazione dell’opera. Una decisione che rivela un crescente nervosismo e la chiara tendenza a contrastare lo strisciante espansionismo cinese nella regione. E serve anche a capire che il confronto non si gioca soltanto su ponti e ferrovia, ma anche su infrastrutture divenute altamente strategiche come quelle delle comunicazioni digitali. E’ interessante osservare che l’Australia già da tempo ha fatto capire di voler impegnarsi di più negli investimenti diretti nella regione, essendo d’altronde la principale alleata Usa nell’area nonché una forte partecipante alle principali agenzie di sviluppo. Senonché l’arrivo della BRI cinese ha alzato notevolmente, anche a livello finanziario, il livello del confronto.

Secondo alcune stime, che servono a dare un’idea concreta della posta in gioco, solo finanziare il corridoio economico fra Cina e Pakistan costa fra i 46 e i 62 miliardi di dollari. E di fronte a questa sfida il centinaio di milioni messo sul tavolo da Pompeo fa un po’ sorridere. Se non fosse che dietro un pugno di dollari ci sono le portaerei Usa.

Cronicario: Onore, dignità e buy back (di Btp)

Proverbio del 6 agosto Fai del bene e gettalo nel mare

Numero del giorno: 4 Calo % ordini industria tedesca a giugno

Visto che fra pochi giorni vi libererete di me – anche io obbedisco all’imperativo categorico delle vacanze, che credevate – vorrei introdurvi alla conclusione del nostro periodare pressoché quotidiano facendovi notare il pericoloso scivolamento del nostro dibattito pubblico, che ormai s’inerpica senza pudore alcuno lungo la china dell’etica.

Era ora direte tutti, visto che abbiamo alle spalle vari decenni di magnaccioni. E vabbé, manco ci provo a parlare della differenza fra etica e diritto sennò mi tocca diventare noioso e fa troppo caldo. Mi contento di farvi notare che certi scivolamenti di solito portano scocciature più grandi di quelle che promettono di risolvere. E soprattutto che ci siamo già passati e non ha portato fortuna.

Detto ciò vi faccio giusto un paio di esempi presi dall’attualità, che sogna anche lei le ferie ma non può. Per dire, anche oggi abbuffata di decreto Dignità, con la commissione al Senato che non riesce neanche a discutere gli emendamenti perché l’opposizione si oppone. E lasciamo da parte il fatto che l’una e l’altra parte si rimproverino qualunque tipo di scempio, in nome della dignità, che è cosa più seria di qualunque atto legislativo, per sua natura provvisorio. Tutto ciò mentre la magistratura romana apre un fascicolo nientepopòdimeno che ipotizzando un attentato alla libertà e all’onore del presidente della Repubblica, vittima di sospetti troll russi. Non è una barzelletta.

Questa deriva tragicomica s’accompagna a eventi confinati nelle chiacchiere specialistiche, che però suscitano qualche riflessione nelle persone dotate di buon senso, come il riacquisto da parte del Tesoro italiano di circa un miliardo di obbligazioni a breve termine con le risorse del conto disponibilità, ossia il conto di tesoreria che il MEF tiene presso la Banca d’Italia. Vi risparmio la cagnara che si è scatenata sui social mentre voi sorseggiavate long drink sulla battigia o scalavate le Alpi. Il succo  chiaro: i sovranisti al governo non ci vedono nulla di male e parlano di operazioni normali. Gli oppositori (o semplicemente gli osservatori preoccupati) sottolineano che è un segnale poco rassicurante in vista dell’evoluzione prossima ventura dei mercati obbligazionari. La tragedia di questa storia è che forse hanno ragione entrambi. Il fatto comico è che questa decisione avviene mentre uno dei pezzi grossi del governo annuncia futuri attacchi speculativi contro l’Italia.

Legiferare sulla Dignità mentre si ricomprano Btp non sarà bello, ma piace.

A domani.

La lunga marcia cinese verso il Medio Oriente

Nella pressoché totale disattenzione della nostra stampa, il 10 luglio scorso a Pechino i cinesi hanno ospitato l’ottava edizione del Forum della cooperazione arabo cinese, al quale hanno partecipato i rappresentanti di 21 stati arabi.  Durante l’incontro il presidente cinese Xi ha detto che il suo paese investirà 23 miliardi di dollari nel mondo arabo, valutando anche la possibilità di instaurare accordi di libero scambio con ognuno dei paesi della Lega Araba. Tale offerta prevede prestiti per 20 miliardi e la creazione di un’associazione interbancaria fra Cina e mondo arabo che verrà dotata di tre miliardi dal Pechino con la missione di sviluppare progetti di cooperazione finanziaria.

L’offerta cinese, che si inquadra nella vasta strategia messa in campo sin dal 2013 dal governo di Pechino conosciuta come Belt and Road initiative, è soltanto l’ultimo tassello di un lunga e paziente opera di avvicinamento che i governanti cinesi hanno svolto nei confronto del mondo arabo, col quale peraltro la cina ha una consuetudine secolare, del tutto coerente con quella effettuata in Africa (esiste anche un Forum on China-Africa Cooperation, FOCAC) e nell’Asia centrale e che si è spinta fino all’estremo nord dell’Artico: usare i denaro e la sua influenza per creare relazioni con i paesi attraversati dalle rotte commerciali che assicurano la sicurezza economica ed energetica della Cina.

Gli argomenti usati dai leader cinesi sono assolutamente rassicuranti. La Cina propone e offre amicizia e collaborazione, sottolineando lo spirito assolutamente non colonialistico dei suoi intenti. Nel suo discorso ai rappresentanti dei paesi arabi, Xi si è spinto persino oltre. Ha parlato di un destino che accomuna la Cina ai paesi arabi. E se ricordiamo che la Cina è il primo consumatore di petrolio, oltre la metà del quale arriva dal Medio Oriente, e i paesi arabi i primi produttori riusciamo anche a intuire quale sia la filigrana di questo destino: il comune interesse.

Che tale interessi trovi oggi terreno fertile per far fiorire fruttuose collaborazioni è evidente. La Cina ha sempre più motivi a proporsi come interlocutore a chi vuole difendere il sistema multilaterale e l’internazionalizzazione del commercio dopo l’esclation neo protezionista dell’amministrazione Usa. Che la Cina sia credibile è un altro discorso. Ma la credibilità ci costruisce intanto con la parole e poi coi fatti. E i fatti per adesso mostrano una precisa e volenterosa strategia di penetrazione della politica cinese in una delle zona più sensibili e difficili del mondo. Fatto che non è certo sfuggito agli osservatori più interessati.

Pochi giorni dopo il vertice di Pechino, ad esempio, la russa Pravda ha pubblicato un articolo dai toni vagamente allarmati sulle influenze finanziarie cinesi che stanno lentamente sostituendo l’influenza americana e russa nel Medio Oriente. La Cina, oltre a garantire prestiti ai paesi maggiormente in difficoltà, si parla di 600 milioni complessivi per progetti umanitari per Palestina, Yemen, Iraq, Libano, Giordania e Siria, sta sviluppando progetti profondi di collaborazione anche con i paesi arabi ricchi, a cominciare dall’Arabia Saudita. Non è certo un caso che il giorno prima del vertice una delegazione ufficiale saudita sia stata ricevuta a Pechino. La Cina, d’altronde, è impegnata anche nella difficile partita del nucleare civile saudita e si sta qualificando sempre più anche come fornitore di sistemi di difesa, entrando in competizione con fornitori e abitudini consolidate.

Ma la parte del leone la fanno ovviamente le infrastrutture e il commercio. Le cronache, ad esempio, riportano che la Cina ha offerto la propria collaborazione per la costruzione di una ferrovia ad alta velocità fra l’Arabia Saudita e Israele. Non è la prima volta che i cinesi investono sulle ferrovie saudite. Già nel 2009 si parlava di un accordo per la costruzione di una linea fra le Mecca e Medina, come d’altronde non sono mancati i contatti anche col Marocco e Israele. Il capitale cinese è pervasivo e gradito da tutti. Non a caso è stato il denaro il grande protagonista dell’ottavo vertice sino-arabo. Il “Piano Marshall” cinese è lo strumento ideale per approfondire i legami finanziari e quindi interbancari fra le due regioni dei quali le nuove arterie di collegamento saranno la manifestazione visibile. Un disegno strategico di portata ampia che si propone evidentemente di collegare lo “zoccolo” dell’Eurasia (e l’Africa) all’Ue, passando ovviamente per l’Asia Centrale.

A questa prospettiva di lungo termine si affiancano le necessità del medio termine. Secondo alcune stime per il 2020 la Cina aumenterà la sua già notevole fame di petrolio e gas. E anche in questo campo, le decisioni Usa potrebbero finire col favorire la Cina. Si pensi alle sanzioni iraniane. Per la Cina sono un’occasione d’oro per approfondire il suo legame con la repubblica islamica e magari sostituire gli investitori esteri, che stanno sviluppando progetti in Iran qualora decidano di sfilarsi in omaggio al diktat Usa. Questa opera di lenta penetrazione è stata pazientemente costruita da un intenso lavorio diplomatico che prosegue ovviamente anche ai giorni nostri. Lo scorso 14 luglio il presidente Xi è andato in visita ufficiale negli Emirati Arabi, un paese col quale i cinesi hanno notevoli legami che curano da oltre trent’anni. Ma la Cina ha ottime relazioni anche col Qatar, malgrado quest’ultimo abbia pessimi rapporti con parte del mondo arabo. Tutto ciò illustra una chiara evidenza: le esigenze del commercio, ormai notevolissimo, fra la Cina e il mondo arabo, hanno lentamente costruito i ponti fra queste due culture che i progetti della Belt and Road initiative sono solo la cartina tornasole. La crescita dell’influenza cinese nel mondo arabo è l’ennesima novità del nostro tempo e rischia di far salire la tensione con le vecchie potenze. E fra i litiganti i terzi notoriamente godono.

Cronicario: Lo spread bussa, ma non apre nessuno

Proverbio del 3 agosto La casa è dove si sta bene

Numero del giorno: 1,7 Aumento % annuo produzione industriale Italia a giugno

Lo so che state chiudendo le valigie e meno di niente v’interessa sapere che là fuori, nel mondo fantastico della finanza, stanno arrotando le lame della ghigliottina che si prepara per noi l’autunno prossimo. Però è vero pure che le disgrazie peggiori arrivano ad agosto – avrete notato la quantità di turisti finiti nei guai in questi giorni – e a quanto pare quelli là fuori, che abbiamo evocato col nostro intelligentissimo dibattito politico nazionale, si stanno esercitando per bene.

Oggi, per dire lo spread è tornato pesantemente a far parlare di sé, facendo schizzare quello del decennale a 261 punti e, soprattutto, quello del biennale, che a un certo punto è salito di 29 punti base portando il rendimento all’1,27%. Insomma: lo spread bussa alla nostra porta. Solo che non c’è nessuno.

A parte il magico mondo parlamentare, impegnato nell’estenuante compito di trasformare in legge la Dignità, nelle stanze felpate e retro’ della burocrazia si respira un’aria sempre più rarefatta, mentre l’Istat nella sua nota mensile di luglio, certifica il prosieguo del rallentamento della crescita tirata già dall’andamento negativo dell’export netto.

Volete un esempio del senso comune della realtà? Eccovene uno. Il nostro paterno fisco ha sospeso l’invio di un milione di cartelle e comunicazioni varie, immagino per non guastarci le vacanze, e il nostro beneamato ministro dell’economia, che casualmente (?) rima con Mammamia, si è premurato di farci sapere che “nell’ottica di una sempre maggiore attenzione verso i cittadini, l’amministrazione finanziaria ha deciso di sospendere ad agosto l’invio di oltre un milione di atti. È un segno di riguardo nei confronti dei contribuenti, con l’obiettivo di ridurre al minimo eventuali disagi in un periodo particolare dell’anno”.

Capirete bene quanto siamo preoccupati per lo spread.

A lunedì.

 

Cartolina: Il tramonto bancario dell’Occidente

Chiedersi che mondo sarà quello dove le banche cinesi, ormai dinosauri globali, dominano la classifica delle banche internazionali significa semplicemente imparare a leggere il presente. Il tramonto bancario dell’Occidente è solo l’ennesima declinazione di quello più generale che si esprime con grande chiarezza con la seduzione autarchica e interventista che dilagano lungo la piramide sociale con la forza di un contagio. E’ il fallimento delle élite, prima ancora che quello dell’economia, ad alimentare il populismo occidentale. Dall’altro lato della storia l’Oriente, che oggi come ieri rima sghembo con la Cina, alimenta un sistema bancario ormai onnipresente che cresce all’ombra dello stato. L’élite cinese predica il commercio globale sotto l’egida di un governo benigno, come ai tempi dei suoi grandi e numerosi imperi. Le banche, sentitamente, ringraziano.

Cronicario: Soffia il vento, fischia l’inflazione

Proverbio del 2 agosto L’umiltà è il filo si cui si incatena la gloria

Numero del giorno: 60.000.000 Valore beni sequestrati a presunto tesoriere mafioso

Prima o poi, a furia di evocarla, l’inflazione arriva. E quando vi accorgerete che il vostro conto corrente vale meno e lo stipendio pure poi non dite che non lo sapevate. Provate a calcolare quanto cumula il 2% di inflazione annuo, che poi è il target che dovrebbe centrare la Bce, dopo vent’anni e scoprirete quanto varrà il vostro Btp che oggi vi rende un nulla percento.

Dopodiché ripetete con me: l’inflazione è una cosa bella. L’inflazione ci fa star bene. L’inflazione guarisce le nostre malattie e cura i nostri redditi. E soprattutto i debiti. La sapete la storiella: ce la raccontano da una vita perculandoci pure: tipo aumentare i salari nominali mentre la banca centrale pompa l’inflazione. Trovata geniale di qualche economista defunto che nei bei tempi andati invitava i governi a far salire l’inflazione anziché tagliare i salari perché i lavoratori non ne accorgevano che li stavi fregando. Evito di menzionare il genio perché sennò si scatenano i madonnari. Ore mi direte, maccheccefrega? Di fondo nulla, se non fosse che nell’area Ocse l’inflazione ormai è arrivata al 2,8% e quindi inizia a mostrare la corda la favoletta che possiamo continuare a produrre denaro e distribuirlo come ci pare perché tanto l’inflazione è ferma.

Ecco l’istogramma rosso come l’allarme dei pompieri è quello dei beni energetici che le rassicuranti politiche internazionali hanno fatto schizzare alle stelle. Ma pure se guardate l’indice aggregato, il segnale è chiaro: i prezzi stanno salendo e anche le banche centrali (compresa la nostra che ha annunciato la fine del QE e inizia a ragionare sui tassi a zero) ne prendono atto. Per dire: poco fa persino la Banca d’Inghilterra s’è decisa ad aumentare i tassi dallo 0,50, dove stavano da un’infinità, allo 0,75.

L’estate calda non dovrebbe farci dimenticare che prima o poi finisce, e il risveglio dell’inflazione, unito alle prudenti restrizioni monetarie che si preparano, dovrebbe iniziare a inquietarci, atteso che aumenterà il costo del nostro debito e perdiamo punti anche nell’unica voce che finora ci ha tenuto in piedi. Noi italiani intendo: il commercio. I dati del Pil dell’ultimo trimestre certificano il contributo negativo offerto dall’export alla crescita. E questo, unito alle genialate cui costantemente ci espone il governo del cambiamento spiega bene perché a un certo punto della giornata lo spread sul bund sia tornato a quota 250 dopo aver vivacchiato per giorni fra i 220 e i 230.

Dite che gufo? Per niente. Sono molto fiducioso. Specie da quando ho scoperto che secondo Fimaa e Nomisma, aumentano le compravendite di case vacanze (+3,5% sul 2017) anche se certo i prezzi barcollano (-2,5%). Il fatto che gli italiani spendano ancora per le seconde case nell’anno del Signore 2018 è più che un segnale di ottimismo. E’ pura rassegnazione.

A domani.

Cina, fra il socialismo e il mercato c’è di mezzo Confucio

Chiunque abbia letto Von Mises avrà abbondanza di argomenti per sostenere la profonda inconciliabilità fra l’idea dell’interventismo, che nelle analisi dell’economista austriaco non può che condurre inevitabilmente al socialismo, e quella del liberalismo che trova nell’economia di mercato, basata sulla proprietà dei mezzi di produzione e la divisione del lavoro, la sua declinazione compiuta. Come ogni schematizzazione anche questa va presa con giudizio e tuttavia non può essere ignorata, per la semplice circostanza che ha rimato il dibattito pubblico occidentale per più di due secoli. Ancora oggi si sentono parole che rievocano questo confronto che somiglia a uno scontro fra superstizioni. Gli adoratori dello stato onnipotente e onnisciente e quelli del mercato che quantomeno fa meno danni dello stato all’economia per la semplice ragione che alloca in maniera più efficiente le risorse che, per definizione stessa dell’economia, sono scarse.

Ora non ci sarebbe alcun bisogno di ricordare questo epico scontro culturale se intanto all’orizzonte del potere globale non si avvedesse il prepotente sorgere della Cina, che secondo alcune stime pubblicate nell’ultimo staff report del Fmi, dal 2030 supererà la produzione Usa divenendo di fatto la prima economia del mondo.

Chiunque conosca la storia cinese sa bene che questa non è una novità. La Cina è stata per secoli, in epoche diverse, la prima economia del mondo. Le sue numerose epopee imperiali, che si sono articolate nell’arco di un paio di millenni, hanno visto sorgere grandi potentati economici basati sostanzialmente sul commercio internazionale. La Cina commerciava seta con la Roma imperiale in epoca Han, arrivava nell’Asia centrale in epoca Tang, penetrava nel Medio Oriente in epoca Song e diventava una potenza globale in epoca Ming e ancor di più sotto il dominio mancese dell’epoca Qing. Le navi cinesi partivano dal Mare cinese meridionale dirette verso l’India e la Persia prima dell’anno mille o navigavano il Grande Canale imperiale. Gli europei hanno imparato dai cinesi la tecnica dei compartimenti stagni dei natanti. Gli imperatori dell’epoca Song incoraggiavano i mercanti a svolgere quelle attività che non erano appannaggio del monopolio statale e consentivano la messa in circolazione della prima cartamoneta. Ciò per dire che applicare la categoria socialismo vs libero mercato all’economia cinese rischia di essere fuorviante. Gli imperi cinesi infatti, pure se fra notevoli saliscendi, si sono sempre ispirati alla filosofia confuciana, che è innanzitutto una pratica di governo basata su alcuni principi morali, che fra le altre cose prevedeva la selezione per esame dei funzionari pubblici. Esami letterari. I letterati cinese erano quello che oggi chiameremo una casta, per quanto illuminata. La tradizione confuciana è molto diversa da quella occidentale. Le varie scuole succedute al maestro, tuttavia, hanno qualcosa in comune: la scarsa considerazione che nutrono per gli affari economici nel contesto degli affari di stato. Semplificando molto, potremmo dire che in economia i confuciani erano teorici del laissez faire, ma sotto l’egida di un governo fortemente centralizzato e a forte vocazione burocratica che spesso sponsorizzava spedizioni all’estero alla ricerca di nuove vie di collegamento.

La tradizione confuciana in Cina ha oltre 2.500 anni. Il fatto che oggi la Cina si dica socialista e dica di volersi aprire al mercato, meglio se globale, non deve ingannare. La Cina fa quello che ha sempre fatto. Ricostruisce un impero dopo un periodo di dissoluzione e usa parole che noi possiamo capire per presentarsi al mondo. La rivoluzione socialista cinese è servita a dare unità al paese. La globalizzazione e il mercato sono gli strumenti che la Cina ha sempre usato per sostenere la sua enorme popolazione. Anche qui un dato serve meglio di ogni ragionamento. Da quanto nel 1978 i comunisti cinesi diedero il via all’epoca delle riforme e all’apertura verso l’esterno i poveri cinesi sono diminuiti di 800 milioni di unità.

Notate l’impennata del pil pro capite da inizio 2000, quando i cinesi entrarono nel WTO, ossia nel commercio globale. Altresì che la diminuzione dei poveri andava avanti già da quasi tre decenni.

Ragionare sul futuro della Cina, specie oggi che il governo ha annunciato un nuovo pattern di sviluppo basato sulla qualità della crescita piuttosto che sulla quantità, significa iniziare a pensare non più in termini di socialismo e liberalismo, ma di confucianesimo. E poi conoscere meglio la sua storia. C’è solo da imparare.

(1/segue)

Seconda puntata: La Cina prepara la sua nuova avventura imperiale

Cronicario: Trovato rimedio ai mali del Sud: lo spopolamento

Proverbio dell’1 agosto L’aratro è il fondamento di tutte le arti

Numero del giorno: 19.300.000 Residenti con radici migratorie in Germania nel 2017

Siccome com’è noto il grande problema del Sud è il traffico, farà piacere ai vari interventisti che si sperticano ragionando sul futuro del nostro Meridione che laggiù il problema se lo stanno risolvendo da soli, come solo i meridionali sanno fare: emigrano.

Ora non prendetela come una mancanza di fiducia verso il governo del cambiamento che sicuramente farà piovere miliardi di cittadinanza sulle teste frastornate dei giovani meridionali che sono rimasti laggiù. Il problema è più profondo: al sud, oltre al traffico, fa caldo. Capite bene che a nessuno piace sudare mentre si cerca un lavoro che non c’è. Perciò ecco la soluzione, che, come insegnano i sacri testi dei pensatori liberali, è emersa dai meandri dell’economia di mercato: lo spopolamento.

Proprio oggi il fenomeno è stato certificato col bollino dello Svimez, un istituto che studia da anni i mali del Sud non potendo far altro che esercitarsi in strazianti grida d’allarme che danno ai meridionali i loro quindici secondi di celebrità, che è più o meno il tempo che richiede la lettura di questo post. E siccome quindici secondi passano subito e vi staranno già rincoglionendo con la storia di Foa silurato alla Presidenza Rai, il decreto Dignità che chissà che fine fa, ve la faccio breve. Ah un attimo: prima vi devo raccontare delle importazioni di soia dell’Ue dagli Usa aumentate del 238% dopo che i prezzi Usa sono crollati come conseguenza del blocco delle importazioni cinesi. Che c’entra? Niente, ma fa riflettere. I produttori Usa hanno esportato di più nell’Ue a causa del crollo dei prezzi. Questo non vuol dire che abbiano anche guadagnato di più.

Sono rimasti dieci secondi, quindi torno al Sud. Ecco i numeri dell’unico successo meridionale: negli ultimi 16 anni hanno lasciato il Mezzogiorno 1 milione e 883 mila residenti: la metà giovani di età compresa tra i 15 e i 34 anni, quasi un quinto laureati, il 16% dei quali si è trasferito all’estero. Quasi 800 mila non sono tornati. L’altro milione è tornato e magari vive all’interno dell’ 600 mila famiglie dove risultano tutti disoccupati, visto che dal 2008 si sono persi 578 mila posti di lavoro under 35 e il pil minaccia di crescere alla metà della media nazionale. Capirete che di fronte a una situazione del genere, i liberisti emigrano e gli statalisti aspettano il sussidio. Ma tutti votano per il governo del cambiamento.

A domani.

 

Pil e commercio Usa nell’epoca di Trump

L’ottimo risultato dell’economia Usa, cresciuta del 4,1% nel secondo trimestre 2018, è una buona occasione per andare a vedere dentro il dato e provare a delineare alcune tendenze, magari osservando un arco di tempo più lungo di un trimestre. Peraltro la nuova amministrazione si appresta a varcare la soglia del secondo anno di mandato. Quindi può essere interessante osservare cosa abbia portato concretamente, almeno in termini di grandezze macroeconomiche. Cominciamo coi dati.

Come si può osservare il risultato del primo trimestre replica al ribasso quello del terzo trimestre 2014. Quindi non è di per sé eccezionale, ma sicuramente rilevante. Se leggiamo il commento degli analisti statunitensi scopriamo che “l’aumento del Pil reale nel secondo trimestre (2018, ndr) riflette i contributi positivi della spesa personale per consumi (PCE), delle esportazioni, degli investimenti fissi non residenziali, della spesa del governo federale e spesa pubblica statale e locale, parzialmente compensati dai contributi negativi delle scorte e degli investimenti fissi residenziali”. Quindi la crescita è stata dovuta all’aumento della spesa per consumi privati e al buon andamento dell’export, e in particolare dell’export netto. Ma prima di approfondire vediamo i dati disaggregati e su un orizzonte di tempo lungo.

Se guardiamo alle percentuale di crescita delle varie voci che compongono il pil, osserviamo che l’incremento del 4% rispetto al trimestre precedente, si era già ripetuto per livello simile nel 2014, salvo poi rallentare. E’ del tutto legittimo ipotizzare che la riforma fiscale di Trump, con i tagli promessi, abbia rinvigorito le spese degli americani che hanno consumato di più pensando che otterranno benefici dalla riforma fiscale. In tal senso, sarà interessante osservare se questi tagli sapranno sostenere in maniera stabile l’espansione dei consumi e soprattutto che conseguenze avrà sul deficit fiscale.

Un’altra tendenza sicuramente interessante è quella del commercio. L’export, infatti, è cresciuto notevolmente, il 9,3% nel secondo trimestre 2018 rispetto al precedente, sfiorando il record del +12,2% che risale al quarto trimestre 2013. Dato di per sé poco informativo se non si incrocia con quello dell’import, visto che ai fini del calcolo del Pil vale l’export netto. A tal proposito, è interessante osservare che l’incremento dell’import del secondo trimestre (+0,5%) è il più basso degli ultimi anni. Ciò ha determinato che il contributo dell’export netto alla crescita del Pil sia stato molto rilevante: parliamo di 1.06 punti (voce 43 della tabella sotto) su una crescita totale di 4,1.

Questo risultato potrebbe sostenere l’ipotesi che l’approccio aggressivo di Trump sul commercio internazionale, basato su dazi e minacce di dazi, abbia finito col funzionare. E tuttavia non è la prima volta che il contributo dell’export netto pesa oltre l’1% del pil (1,23 nel quarto trimestre 2013). Rimane il fatto che se guardiamo al dato della bilancia commerciale, si osserva un’inversione del trend da inizio anno.

E’ presto per trarre conseguenze. Per adesso possiamo solo osservare che il calo del deficit commerciale di maggio porta lo squilibrio sostanzialmente al livello di due anni fa. Per ridurre il maniera strutturale il deficit commerciale serve ben altro sforzo e sembra difficile riuscire senza danneggiare la struttura produttiva Usa, che come abbiamo visto dipende molto dai beni intermedi importati, e soprattutto la domanda interna, ossia il vero driver stabile della cresciuta Usa. Peraltro dovrebbe far riflettere la circostanza che il quasi azzeramento trimestrale dell’import coincida con quello degli investimenti. Se ne potrebbe dedurre che si prepari un raffredamento della produzione futura, anche se al momento l’indice globale della produzione non mostra segnali in tal senso. Si vedrà.

A tal proposito è interessante osservare l’unica tendenza che sembra strettamente “trumpiana”: quello dell’aumento della spesa militare che ha contribuito alla crescita del pil del secondo trimestre e di quelli precedenti (linea 52 ultima tabella). In generale, la spesa pubblica, federale, statale e locale, ha contribuito per 0,37 punti alla crescita del 4,1% dell’ultimo trimestre. Di questi, 0,22 punti sono dipesi dalla spesa federale. La spesa per la difesa ha pesato 0,21 punti, quindi sostanzialmente quasi tutto. La tendenza ad aumentare la spesa militare dura da alcuni trimestri (vedi prima tabella) è ha invertito un trend di sostanziale diminuzione partito almeno al 2013. Trump fa Trump: mette i dazi, aumenta la spesa per la difesa e taglia le tasse. L’economia, pur confermando trend storici consolidati, risponde bene. Ma bisogna vedere se dura. E a che prezzo.