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Quel che bisogna sapere del sistema bancario cinese
Ciò che molti si chiedono, osservando la crescente volontà di potenza del rinascente impero cinese, è quanto tale impeto sia alla lunga sostenibile per un paese che mostra già preoccupanti fragilità. E poiché oggi la potenza si valuta innanzitutto testando i cordoni della borsa, ecco che il sistema bancario cinese, divenuto in questi anni uno dei più grossi e diffusi al mondo, diventa d’improvviso oggetto di svariati approfondimenti, l’ultimo dei quale ce le propone Ocse nel suo Business and financial outlook, dove le banche cinesi vengono segnalate come elemento di rischio, più che di opportunità.
Cominciamo da un po’ di anagrafica. Il sistema bancario cinese si compone principalmente di quattro grandi banche commerciali che vengono classificate come sistemicamente rilevanti (G-SIBs): Bank of China (BOC); Industrial and Commercial Bank of China (ICBC); China Construction Bank (CCB), Agricultural Bank of China (ABOC). A queste si aggiungono tre banche di sviluppo, quindi “politiche”.
La China Development Bank (CDB), che si occupa principalmente di infrastrutture, politiche abitative e delle grande aziende pubbliche (SOEs, State owned enterprises), la Agricultural Development Bank of China (ADBC) e la China Export-Import Bank (ExIm Bank) for international trade. La CDB and la ExIm Bank sono pesantemente coninvolte nel finanziamento dei progetti correlati alla Bealt and road initiave (BRI), lanciata nel 2013 che è un po’ la cornice istituzionale dell’espansionismo cinese. A questi colossi si aggiungono parecchie banche di taglia minore, tutte controllate dallo stato, e un piccolo settore di joint stock bank, quindi in forma di società per azioni. Questo grafico ci consente di avere un’idea delle dimensioni aggregate di questo settore bancario.
Quindi complessivamente parliamo di quasi 40 trilioni circa di asset equivalenti al 310% del pil cinese. Queste cifre non comprendono però né le esposizioni fuori bilancio che alimentano il cosiddetto Shadow Banking, né il complesso sistema dei wealth management products (WMPs) che si stima origini un altro 63% del pil di esposizione bancaria. A tutto ciò si aggiunge anche il Dai Cha, un mercato bancario parallelo di repo, attività di brokeraggio e di risparmio gestito.
Il grafico consente anche di osservare la notevole espansione del credito decisa dal governo cinese a partire dal 2009 per evitare le conseguenze della crisi del 2008. Questa operazione è stata in parte supportata dalle quattro grandi banche, che hanno aumentato i loro bilanci dal 98% del pil (anno 2007) al 109% (anno 2010). Ma il grosso di questo aumento del credito lo hanno garantito le più piccole banche statali che hanno finanziato parecchie attività a livello regionale. Queste banche hanno visto crescere i loro bilanci dall’82% del pil nel 2008 al 103% nel 2010. Questa crescita accelerata del credito ha spinto il governo a frenare l’espansione agendo sugli strumenti di repressione finanziaria di cui Pechino dispone ampiamente. Ma il risultato è stato che l’espansione ha proseguito fuori dai bilanci ufficiali delle banche, alimentando proprio il circuito delle banche ombra e i suoi vari derivati. Col risultato che a fine 2017 i bilanci della banche pesavano il 310% del pil, ma aggiungendo i vari settori paralleli si arriva al 387%.
Gli animal spirit che alimentano l’espansione creditizia non sono facili da fermare. Neanche se sei la Cina. Le banche e le non banche infatti hanno alimentato un notevole mercato interbancario che consente loro di far girare i soldi senza troppe preoccupazioni regolamentari. Ciò spiega anche la notevole crescita del Dai Chi, che ha la curiosa caratteristica di essere un mercato repo informale, ossia non basato su contratti tutelati dalla legge. Nel Dai Chi un bond viene venduto per contanti a una certa scadenza a un prezzo prefissato. Ma se al momento della regolazione il prezzo del titolo scende sotto quello pattuito il venditore può teoricamente rifiutare di onorare l’impegno, visto che non c’è un obbligo di legge. Questa specie di far west, secondo alcune stime, peserebbe il doppio dell’interbancario normale, circa 15 trilioni di yuan.
Ad aumentare la complicazione, il fatto che i partecipanti a questa giostra, SOE, veicoli WPMs, banche, hanno tutte dietro lo stato e ciò favorisce notevolmente il moral hazard, visto che gli investitori percepiscono che dietro ogni credito c’è la garanzia implicita del governo. E in effetti alcuni casi di cronaca rafforzano la percezione. Nel dicembre 2016 andò in default un bond della Sealand Security, un’azienda di brokeraggio posseduta da un governo locale. La Sealand vendette un bond nel mercato Dai Chi che ha finito col valere assai meno del prezzo concordato per il buy back. Il broker si ritirò dalla compravendita generando il panico e costringendo il regolatore a obbligare varie controparti anonime a mettere in piedi vari repo per coprire le perdite. Il risultato complessivo di questo moral hazard è che le attività fuori bilancio delle banche cinesi hanno superato, in relazione al peso nell’economia, il peso delle cartolarizzazioni che determinarono negli Usa la crisi del 2008. “La Cina sta provando con procedure macroprudenziali a gestire questi processi, ma sta sperimentando difficoltà”, dice Ocse.
Quest’altro grafico mostra la galoppata negli asset delle quattro big four cinesi nel confronto internazionale. Come si può vedere la crescita è stata rapidissima e intesa. E ciò non poteva che provocare fibrillazioni. L’ondata di denaro ha investito la società cinese sommergendola completamente. Gli investitori retail che investono in borsa sono aumentati notevolmente, non solo nei mercati azionari, ma anche in quelli delle commodity, divenuti uno dei più esuberanti al mondo. E ovviamente tutto ciòha messo sotto pressione le banche, divenute i terminali del desiderio collettivo di ricchezza. Questo grafico misura l’indice di distanza dal default delle quattro banche sistemiche e delle banche statali.
Il grafico mostra che l’indice inizia a declinare da fine 2014, ben prima del picco azionario raggiunto nel maggio 2015, con ciò anticipando i rischi crescenti nel sistema bancario. Il crollo della borsa dopo maggio 2015 e il rallentamento dell’economia ha indotto le autorità ad adottare provvedimenti di contenimento dell’esuberanza azionaria. A metà giugno 2015 per molti titoli di azienda furono sospese le contrattazioni. Quindi furono tagliati i tassi dell’interbancario. A luglio si impedì la vendita di azioni a grandi possessori di azioni, compresi i gestori di WMP. E infine fu svalutato le yuan in agosto. Il risultato, visibile dall’indice sul grafico, fu che i DTD si riportò al livello pre crisi. Superare la crisi potrebbe aver richiesto larghe ricapitalizzazioni dallo stato. E tuttavia dal 2017 il DTD ha ripreso la sua discesa. D’altronde i problemi strutturali della Cina, dall’alto debito delle imprese associata alla crescita del credito tramite l’apertura di pratiche finanziarie innovative, sono tutti lì in attesa di soluzione. Il governo ha detto, con varie voci, di voler provvedere. Ma per adesso ciò che rimane è il rischio. “Ci sono parallelismi fra la Cina e i paesi avanzati, relativamente all’interconnessione delle banche, la gestione della ricchezza, il mercato azionari e il leverage”, scrive Ocse.
I cinesi hanno disseminato di focolai il loro sistema finanziario e hanno imparato a giocare col fuoco, proprio come noi. Rimane da capire quanto siano in grado di gestire i possibili incendi. Soprattutto adesso che le banche cinesi hanno una forte presenza in Asia e Africa, zone ricche di opportunità ma fonti potenziali di problemi molto gravi.
La Cina sta penetrando, concedendo prestiti, in molte economie deboli affrontando il rischio finanziario del default di questi prestiti. Cosa succederà se i debitori non potranno restituire quanto ottenuto? Il sistema bancario cinese potrebbe diventare il tallone d’achille della BRI.
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Puntata precedente: I tre rischi che minacciano l’economia internazionale
Puntata finale: Le fondamenta finanziarie della Bri iniziano a scricchiolare
I tre rischi che minacciano l’economia internazionale
Dovendo discorrere di disruption, in questa settima stagione del nostro blog, il migliore esordio possibile, almeno relativamente al lato economico, ce lo offre l’Ocse che ha pubblicato di recente il suo outlook su business e finanza andando proprio a guardare nelle zone oscure dove si annidano alcuni rischi di rottura del fragile equilibrio lungo il quale si articola la nostra quotidianità. Zone assai ampie, peraltro. Basta scorrere rapidamente il sommario del primo capitolo della pubblicazione per farsene un’idea.
Al primo posto, e certamente non a caso, c’è l’ormai avviatissima normalizzazione monetaria che significa insieme rialzo dei tassi di interesse e cessione di asset da parte delle banche centrali, che in questi anni hanno gonfiato i bilanci con titoli del settore pubblico e privato. “La transizione può essere volatile”, avverte l’Ocse. E i recenti episodi di instabilità valutaria in alcuni paesi, come ad esempio la Turchia, che ha molto debito estero denominato in dollari, sono un segnale eloquente di tale volatilità. La seconda questione esaminata da Ocse riguarda la riforma della regolazione iniziata all’indomani del grande crash del 2008, che condusse i paesi del G20 a impostare una gran mole di riforme, fra le quali spicca l’adozione di Basilea III. Si tratta di capire se la resa è valsa la spesa, per dirla semplicemente. E purtroppo si riuscirà a saperlo, se davvero abbiamo costruito un sistema finanziario più sano e robusto, solo quando verrà testato da uno stress. Il terzo punto, che poi è l’autentico distillato di questi dieci anni trascorsi, è l’elevato aumento del debito. Un fenomeno globale che ha assunto dimensioni preoccupanti in molte economia emergenti, fra le quali la Cina, come abbiamo più volte osservato, dove al boom debitorio del settore privato si è associata l’espansione dello shadow banking e del business ad esso collegato del wealth management, ossia di prodotti finanziari di gestione finanziaria spesso collegati a business pericolanti come quello immobiliare. “Tutti questi rischi – dice l’Ocse – hanno il potenziale di danneggiare la crescita sostenibile dell’economia globale”. E l’analisi dell’istituto parigino conduce alla conclusione che “i rischi finanziari saranno elevati nel periodo che abbiamo di fronte”. Vale la pena, perciò, esaminarli uno a uno.
La normalizzazione monetaria ormai ha ormai più di due anni alle spalle. Ossia da quando la Fed, nell’ultimo quarto del 2015, ha deciso di cessare le sue politiche accomodanti, prima con il rialzo graduale dei tassi di interesse e poi con la chiusura del programma di quantitative easing. Un percorso simile, di recente, è stato intrapreso dalla Bce, che ha annunciato per la fine dell’anno il termine del QE, salvo il reinvestimento dei titoli in scadenza (come d’altronde la Fed), lasciando però i tassi ancora fermi. Al contrario la Banca d’Inghilterra ha innalzato i tassi ma al momento mantiene il QE. Solo la Banca del Giappone ha confermato immutato il suo quantitative e qualitative easing. “Questi passi verso la normalizzazione – osserva Ocse – hanno già condotto a movimenti estremi nei prezzi degli asset nella prima parte del 2018. E questo può essere un assaggio di ciò che ci aspetta” E che ci attenda molta volatilità sembra fuor di dubbio. In un mercato tirato dal debito il nervosismo è davvero il minimo che ci si può aspettare.
L’Ocse nota che la normalizzazione della politica monetaria è iniziata un paio di anni prima della finalizzazione delle regole di Basilea III, scritte apposta per rendere più robusto il sistema finanziario, ma che a quanto pare solo in parte sono giovate alla bisogna. “I requisiti di capitale sono stati innalzati – spiega Ocse – ma i modelli di business della banche sistemiche (G-SIBs) sono rimasti più o meno gli stessi di prima della crisi”. Le banche, insomma, hanno opposto una certa resistenza al cambiamento sicché i rischi sono stati calmierati per lo più tramite la riforma dei requisiti di liquidità e del sistema dei derivati. Il valore nozionale dei derivati OTC, un buon indicatore del livello di interconnessione della banche rilevanti, è arrivato a 532 trilioni nella seconda metà del 2017, molto vicino ai 586 trilioni del 2007. I Credit default swap, il contratto derivato più significativo per misurare il livello di interconnessione, sono scesi però dal 10,5% del totale nozionale all’1,8%. E soprattutto è cambiato lo scenario delle controparti, grazie al ruolo crescente delle controparti centrali, e sono state fissate nuove regole per il clearing. Ciò per dire che il valore nozionale di oggi incorpora rischi ben diversi (e minori) di quello di ieri.
Questi miglioramenti non possono oscurare il fatto che il sistema finanziario è ancora profondamente interconnesso, e ciò rappresenta una fonte potenziale elevata di rischio che trova alimento nell’elevato livello di non performing loan (NPLs) delle banche europee, nell’abitudine dei mercati al denaro low cost, che ha gonfiato gli molti asset oggi sospetti di sopravvalutazione e insieme ha spinto molti investitori verso quelli meno liquidi che però rendono tanto. Dulcis in fundo, la recente riforma fiscale Usa, che aumenterà il deficit e quindi costringerà il settore privato a doversi far carico di coprire maggiormente con i suoi acquisti di titoli la spesa del governo, in un contesto in cui la banca centrale ha smesso di comprarne e anzi ne vende.
Tutto ciò ci porta al problema principale, che è appunto la necessità di finanziare un debito crescente in un contesto di normalizzazione monetaria e di inflazione ancora fredda in Europa e Giappone. L’esperienza mostra che i primi a soffrire di una situazione siffatta, che inevitabilmente aumenta i costi per i debitori, sono i paesi emergenti molto indebitati, specie se in valuta estera. Come la Turchia, appunto. E fa essi primeggia la Cina, che quindi merita un approfondimento a parte.
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Puntata successiva: Quel che bisogna sapere del sistema bancario cinese
Alla Cina non serve l’Italia per penetrare nei porti del Sud Europa
Articolo pubblicato oggi sul Foglio
Chi plaude al (ri)nascente nazionalismo economico, che oggi si declina con l’uso più o meno spregiudicato di dazi puntati come armi verso i partner eccedentari, dovrebbe ricordare che il commercio internazionale non è soltanto una fonte di benessere per le popolazioni, ma anche un potente collante fra stati anche diversissimi fra loro che giova alla pace più di mille conferenze. In tal senso sono sempre apprezzabili gli incontri fra uomini politici in cui si discute di cose economiche, come quello avvenuto in Cina fra il ministro dell’Economia Giovanni Tria e il suo omologo cinese Liu Kun. In tempi di globalizzazione, in questi meeting si finisce sempre per parlare di flussi finanziari e di infrastrutture, ossia di cose molto concrete. E infatti le cronache riportano che fra i tanti temi dei colloqui italo-cinesi ha fatto capolino anche la questione di alcuni porti italiani, soprattutto quello di Trieste, che potrebbero in qualche modo essere arruolati nella grande cornice della Belt and Road iniziative (BRI) cinese, il gigantesco piano di infrastrutture che prevede nuove vie della seta, ossia collegamenti commerciali, per mare e per terra, fino all’Artico. Per un paese che vive di scambi come la Cina è del tutto ovvio avere una robusta voce in capitolo sulle principali rotte del commercio internazionale. Poiché gran parte di questo commercio si svolge per mare, è evidente l’importanza dei porti, sui quali infatti la Cina investe massicciamente da diversi anni. E il capitale cinese, pure se guardato con crescente sospetto, rimane sempre un’occasione ghiotta per i governanti di molti paesi, compreso il nostro.
Ciò detto, la mossa di Tria rischia di essere tardiva. L’Italia sembra ormai un paese marginale per la BRI. Pechino infatti ha realizzato la sua penetrazione portuale nell’Europa meridionale innanzitutto grazie all’ingresso nel porto greco del Pireo e poi con quello nei porti di Valencia e Bilbao, che assicurano alle merci cinesi l’accesso non solo nell’Europa meridionale, ma anche nell’Atlantico, ottenuto tramite l’acquisizione in quota di controllo della compagnia spagnola Noatum port SLU. In tal modo la Cina ha realizzato il perfetto accerchiamento dei porti nord europei, a cominciare da quello di Rotterdam che al momento è uno dei più grossi terminal del trasporto marittimo europeo. Questa strategia si articola anche con lo sviluppo del trasporto ferroviario. In Spagna i cinesi hanno sviluppato un servizio di trasporto intermodale fra le zone costiere e l’hinterland. In Grecia la Cina si è offerta di sostenere lo sviluppo di un network ferroviario, la Land-Sea express route, che colleghi il Pireo ai Balcani occidentali e al Nord Europa, passando dalla Macedonia, la Serbia e l’Ungheria. I colloqui con questi paesi, che hanno molto innervosito l’Ue, sono in fase alquanto avanzata. E i tecnici osservano che questa rotta può risultare assai più conveniente rispetto a quella tradizionale che passa per lo Stretto di Gibilterra e risale l’Atlantico verso il Nord Europa. E’ talmente concreta questa possibilità che alcune grandi compagnie come l’HP, la Hunday e la Sony hanno già iniziato a far scalo al Pireo come porto di prima destinazione per le spedizioni nei paesi dell’Europa Centro-orientale e nel Nord Africa.
In questo contesto sarebbe errato sopravvalutare il valore strategico rappresentato dai porti italiani. Specie considerando che i cinesi sembrano poco inclini a scegliere partner difficili come l’Italia del 2018. E soprattutto non è sempre detto che affidarsi agli stati, specie se esteri e a vocazione autocratica, sia il modo migliore per curare gli interessi commerciali di un paese. In molti casi il mercato si è mostrato assai più efficiente. La storia della ferrovia che unisce la città cinese di Chongqing alla città tedesca Duisburg è un magnifico esempio. Una storia vera di laissez faire, laissez passer. Almeno delle merci.
Le aziende tedesche, per lo più produttrici di auto, avevano già provato a spedire via treno la componentistica alle loro fabbriche costruite in joint venture nella Cina Nord orientale, l’Audi e la Volkswagen a Changchun e la Bmw a Shenyang. Ma il cambiamento si verificò a partire dal 2011. Le corporation hanno spinto le compagnie ferroviarie di Germania, Polonia, Russia, Bielorussia, Kazakistan e Cina a trovare soluzioni capaci di collegare direttamente la città cinese di partenza con quella tedesca di destinazione. E’ stato un successo perché ha ridotto i tempi di percorrenza dai 36-40 giorni necessari al trasporto marittimo da Shangai a Rotterdam, a 16 giorni. L’esperienza funzionò in qualche modo come apripista. Dopo il 2011 sono state sperimentate nuove tratte ferroviarie fra la Cina e l’Europa. Nell’aprile 2016 è stato messo sui binari il primo treno che in 15 giorni di viaggio unisce la Cina alla Francia, da Wuhan a Lione. Alla fine del 2017 esistevano collegamenti terresti fra 35 città cinesi e 34 città europee. Alcuni di questi sono stati test. Altri si sono trasformati in linee stabili. Il collegamento Duisburg-Chongqing-Duisburg, dal 2018, si svolge con un programma giornaliero. I mercanti costruiscono i ponti, si diceva una volta. E spesso lo fanno meglio dei ministri. Chi ama i dazi dovrebbe ricordarlo.
Il blog va in vacanza. Ci rivediamo a settembre con la settima stagione: Disruption
Anche la sesta stagione di The Walking Debt è terminata e il blog per un po’ chiude i battenti per tirare il fiato e prepararsi alla prossima corsa. Fra settembre 2016 e oggi sono stati pubblicati centinaia di post, sono aumentati i lettori e si è esteso il nostro sguardo. I temi di geoeconomia e di geopolitica hanno iniziato a far capolino sempre più spesso trasformando lentamente il nostro discorso economico sul debito in una mappatura sempre più articolata della nostra contemporaneità, declinata lungo l’esame delle rotte, commerciali, energetiche e persino digitali, lungo le quali viaggia il nostro tempo. Sono sorte nuove collaborazioni – come quella con il sito Aspenia on line – e soprattutto molte altre domande che esploreremo dal prossimo settembre, quando il blog riaprirà. Ci siamo divertiti molto con il nostro Cronicario, ormai regolarmente ospitato sul giornale on line Linkiesta, e abbiamo osservato con sorpresa quanto sia piaciuta l’idea di far satira economica. Un’offerta ha creato una domanda che non c’era, direbbero i vecchi economisti.
Chiudere una stagione del blog serve anche a ricapitolare il pensiero che l’ha intitolata e che, nel caso della sesta stagione, era il rebuilding: la ricostruzione, mentre nella settima stagione che verrà è la disruption: la rottura. Questi due concetti sono paradossalmente l’uno conseguenza dell’altro. La ricostruzione economica si è in gran parte verificata – l’economia nel 2017 è stata molto positiva praticamente ovunque, persino da noi – ma ciò che ha generato, e che sarà il punto di osservazione della prossima stagione, è stata la rottura politica. I fenomeni politici iniziati nel 2016, dalla Brexit e Trump, proseguiti lungo il 2017, hanno creato un mondo dove crescono insieme il pil e i dazi. La buona economia ha prodotto una brutta politica economica. Il che è sicuramente paradossale, ma purtroppo coerente con una narrazione pubblica che oscura costantemente i successi a vantaggio dei fallimenti. Le opinioni pubbliche occidentali, che cumulano asset per trilioni di dollari e altrettanti debiti, hanno deciso in maniera più o meno cosciente di rompere il giocattolo che finora ha assicurato loro pace e benessere. Il conflitto fra sovranismo e globalismo è solo una convulsione di questa malattia, che è morale prima ancora che materiale, e il pangovernismo nazionalistico, che evoca tempi lontani e disgraziati, l’ennesimo sintomo della paura profonda di popolazioni sempre più vecchie e stanche che sognano l’arroccamento perché hanno una paura crescente di affrontare il mare aperto.
Noi italiani siamo in prima linea, come sempre. Le elezioni ci hanno consegnato a un governo che dice prima l’Italia e gli italiani e promette interventi del governo su ogni cosa, come se le risorse fossero infinite e fossimo soli al mondo. Questa deriva può avere conseguenze molto gravi o forse no, ma sicuramente è un chiaro segnale di rottura, innanzitutto all’interno dell’Europa, che dovrà essere osservato con molta attenzione e senza pregiudizi. Ma non è certo l’unico. Il più fragoroso è sicuramente la guerra commerciale fra Cina e Usa, ossia i giganti globali, che minaccia di stritolare l’Europa, nata e cresciuta sul presupposto del libero scambio, che quindi si trova attaccata sia dall’interno (dovrà affrontare una difficile elezione l’anno prossimo), che all’esterno. Il futuro dell’Unione Europea è sempre più incerto, diviso fra vecchie alleanze (Usa) in odore di tradimento e nuove seduzioni (Cina). E anche questo dovrà essere osservato con grande attenzione. Soprattutto rimane la questione del debito globale, che ha motivato la nascita di questo blog, che non solo non è diminuito ma è molto aumentato da quando abbiamo iniziato a scriverne e chiede in qualche modo di essere gestito in un momento in cui le politiche monetarie, con grande prudenza, vengono normalizzate. E questo è un altro notevole rischio di rottura, stavolta economico, che si aggiunge ai rischi di rottura politica. I recenti torbidi valutari turchi sono esemplari in tal senso.
La settima stagione del blog servirà a osservare tutto ciò, tentando insieme di individuare le linee di resistenza, o resilienza, come si dice oggi. Quindi la creazione di nuovi ponti fra regioni diverse, linee di collegamento, distensioni. Non è ancora chiaro se stiamo correndo per la guerra o per la pace. In ogni caso, che siate pacifisti o aspiranti guerrieri, ogni mattina alzatevi e correte.
Buone vacanze.
Ci rivediamo a settembre.
Anche gli Usa entrano nel Grande Gioco dell’Artico
Era solo questione di tempo prima che gli Stati Uniti decidessero di partecipare al Grande Gioco ormai avviatissimo nell’Artico. Secondo alcuni resoconti gli Stati Uniti avrebbero infatti intenzione di investire massicciamente nella costruzioni di navi rompighiaccio per fare in qualche modo concorrenza ai russi che da tempo sono impegnati nella costruzione di natanti del genere. Attività che, come abbiamo visto, ormai è stata avviata anche in Cina. La decisione di investire sulle rompighiaccio sarebbe contenuta nel maxi pacchetto sulla difesa da 717 miliardi approvato dal Congresso che da seguito concreto alla strategia Usa che individua nella Cina e nella Russia, non a caso impegnate nell’Artico, le principali minacce emergenti.
La scelta degli Stati Uniti arriva con un certo ritardo di cui gli Usa sono certamente consapevoli, visto che il tema è stato più volte oggetto di interventi del Pentagono. Al momento gli Usa dispongono di una sola rompighiaccio, la Polar Star, che ha più di quarant’anni. Ne esistono altre due ma una è praticamente fuori servizio e un’altra, la Healey, viene usata a scopi scientifici, come d’altronde l’unica rompighiaccio cinese in servizio permanente nell’Artico. Le rompighiaccio russe al contrario, sulle quali Mosca sta investendo parecchie risorse, navigano da mesi lungo le rotte artiche, a cominciare dalla NSR (Northern sea route), e di recente è stato completato anche il primo trasporto di gas liquefatto dalla penisola di Yamal alla Cina a bordo di una di queste imbarcazioni.
Il programma Usa prevederebbe l’acquisto di sei rompighiaccio per un importo pari a 800 milioni di dollari, che dovrebbero essere completate per il 2023. Per allora anche la Cina dovrebbe aver completato il suo programma di costruzioni di rompighiaccio nucleari. Da qui a cinque anni, insomma, l’Artico sarà molto più caldo. E non solo a causa del clima.
Cronicario: E buone vacanze con l’Italia SovranEsta
Proverbio del 10 agosto Da una piccola scintilla nasce un grande fuoco
Numero del giorno: 6,6 Aumento % export Italia a giugno su base annua
Si va in vacanza così, con la lira turca che crolla mentre il presidente turco almanacca il popolo dicendo che “là fuori hanno il dollaro, ma noi abbiamo la gente e Allah e vinceremo la guerra economica”; il rublo che slitta sulla minaccia di sanzioni Usa e scivola verso il basso, col primo ministro russo che parla anche lui di “guerra economica”; lo yuan che si deprime insieme ai banchieri centrali cinesi che non sanno come fermarlo nella sua corsa al ribasso. Il vostro Cronicario, dopo un’onorata stagione di cazzeggio, chiude i battenti per un po’ – vi sarete stufati pure voi immagino – ma per tornare più bello e forte di prima sotto l’egida del nuovo vessillo che finalmente incarna lo spirito della nostra bella Italia, finalmente Sovrana e Onesta: l’Italia SovranEsta.
A sinistra del tricolore, che ho arricchito di colori per l’occasione, il verde macchiato di giallo, che mi sembra più attuale del solito verde prato e finalmente rappresentativo del nascente umore nazionale. A destra il vecchio rosso finalmente macchiato di bruno, in omaggio a una tradizione nostrana mai realmente sopita. In mezzo il bianco. Meglio ancora: la bandiera bianca che incarna perfettamente la sensazione di resa dei tanti (pochi?) dotati di raziocinio funzionante che ogni giorno ascoltano a metà fra lo stupefatto e l’indignato le minchiate che dicono i politici.
Siamo tutti rappresentati in questo nuovo tricolore, ne converrete.
Ed ecco che ci aspetta per l’autunno prossimo e chissà per quanto tempo ancora. Per nulla interessati ad osservare come le monete sovrane siano comunque soggette ai capricci della storia e della politica globale, continueremo ad alimentare mitologie di stati capaci di finanziarsi semplicemente volendolo. Prometteremo tutto a ognuno senza spiegare che poi bisognerà pagarne il conto. Alimenteremo vecchie nostalgie, come quella dello stato padre, madre e pure fratello e sorella, e perché no anche cugino, col portafogli gonfio di chissà che e l’orecchio sempre caritatevole. E in tal senso la manovra finanziaria sarà la vera cartina tornasole per capire se il governo del cambiamento evolverà nel cambiamento di governo, come pure è possibile, senza sapere cosa sia peggio, visto che nel meglio c’è poco da sperare.
E tuttavia rimane l’obbligo dell’allegria, sennò il vostro Cronicario qua non servirebbe a nulla. Perciò ve la racconteremo così, senza prenderla sul serio. Senza astio né malizia, seguendo la filosofia del glorioso fumetto che in epigrafe portava “Riso, sorriso e riflessione” e se non sapete quale fosse, questo capolavoro italiano, cambiate canale e correte a leggere cose noiose. L’Italia SovranEsta sarà una meravigliosa opera buffa. Buon divertimento. E buone vacanze.
Ci rivediamo a settembre.
Cartolina: Il commercio tedesco e gli altri
In coerenza con un tempo che nutre paradossi, a giugno 2018 la Germania ha registrato il suo record storico di importazioni, raggiungendo la cifra di 93,7 miliardi. E’ l’importo più rilevante dal 1950, quando sono iniziate le rilevazioni sul commercio estero tedesco. Il paradosso risiede nel fatto che questo piccolo boom, che dovrebbe invalidare la narrazione della Germania che prende dagli altri e non restituisce, non impedisce al surplus commerciale tedesco di rimanere ben saldo intorno ai 22 miliardi, visto che le esportazioni di giugno sono arrivate a 115,5 miliardi. La qualcosa dovrebbe farci interrogare circa la complessità delle catene di valore che ormai costituiscono il commercio internazionale e sul realismo degli strumenti contabili di cui disponiamo per fotografare i flussi economici. Ma ciò che prevale fra gli osservatori, anche titolati, è lo sguardo superficiale, quando non compiacente, che rivela il vizio comodo del preconcetto. Come quando un importante esponente del Fmi, in un articolo uscito di recente su Welt, accusa la Germania di avere un surplus commerciale sproporzionato e di adottare solo timide misure contro il fenomeno. Con ciò sorvolando sulla circostanza che un surplus commerciale riguarda in gran parte il settore privato, persino in un’economia a socialismo renano. Accusare il governo tedesco dei profitti della Bmw è come parlare a suocera affinché nuora intenda. E la nuora magari, che abita in un altro continente, finisce col daziare le auto. Sicché il paradosso diventa un altro: il record di importazioni tedesco, che tutti auspicano a parole, avviene mentre si prova a strozzare il commercio internazionale nei fatti, con ciò limitando la possibilità di ridurre il famigerato surplus. Fra il dire e il fare non sempre c’è di mezzo il ragionare.
Cronicario: L’obbligo flessibile del governo anarchico
Proverbio del 9 agosto Raccoglie felicità chi dà senza chiede nulla in cambio
Numero del giorno: 131.800.000.000 Crediti lordi in sofferenza banche italiane a giugno
Finalmente è arrivato il tempo in cui governa l’anarchia, a quanto pare, visto che poco fa il ministro della salute ha depositato un proposta di legge per affermare il principio dell’obbligo flessibile delle vaccinazioni. Una dizione che “sebbene mi prendano in giro”, dice il ministro, “a me sembra sensata”.
E infatti lo è. Neanche gli inventori del celebre slogan (sopra) avrebbero mai immaginato che si sarebbe arrivati al punto che il governo avrebbe predicato l’obbligo flessibile, che è ciò di quanto più vicino all’anarchia possa fare un governo. Insomma obbligo flessibile è come dire governo anarchico no?
Sono talmente contento dell’obbligo flessibile che inizio a sognare un obbligo flessibile nel versamento dei contributi previdenziali, nel pagamento delle tasse e persino nell’uso del semaforo, che è quanto di peggio abbia prodotto la cultura statalista. Sta a vedere che il governo del cambiamento ci libererà dal governo?
Mi sveglio d’improvviso quando iniziano a risuonare nelle mie orecchie le dichiarazioni dei vari ministri che stanno lavorando alla Grande Manovra. “Non tocchiamo gli 80 euro”. “Non metteremo le mani in tasca agli italiani” (già usata da anni mi pare). “Speriamo che l’Ue ci faccia andare oltre i parametri perché dobbiamo fare le riforme e servono investimenti”. E così rassicurando, mentre – in attesa della Grande Manovra – il governo governa eccome, nominando chi dice lui praticamente ovunque. Ora è toccato all’agenzia del Demanio, a quelle delle Entrate e non so a cos’altro. Sicché capisco: all’obbligo flessibile corrisponde la libertà rigida. E al governo del cambiamento, il cambiamento di governo.
A domani.
Ombre cinesi sul futuro dei (tras)porti europei
Il primo autentico banco di prova della futura (e molto eventuale) collaborazione fra Europa e Cina, prima ancora che dalla gestione del commercio internazionale, che risente della “stagionalità” della relazione Usa-Ue, sarà quella degli investimenti infrastrutturali cinesi in Ue. Come abbiamo osservato altrove, la qualità e la quantità del commercio che interviene fra le due regioni è tale che, per potere dar seguito alle dichiarazioni di facciata, occorre un notevole sforzo infrastrutturale per potenziare gli scambi. Ciò significa che l’Ue deve esser disposta a farsi “incorniciare” nella visione della Belt and road initiative cinese e consentire quindi investimenti strategici esteri sul suo territorio, a cominciare da infrastrutture sensibili come quelli portuali.
Il tema è oggetto di un approfondimento pubblicato da Brugel, che svolge una ricognizione molto efficace sullo stato degli investimenti portuali in Ue, che abbiamo già osservato di sfuggita ma che qui viene dettagliata. Si comincia col ricordare che l’Ue è impegnata nella definizione di una cornice legislativa per regolamentare l’afflusso di investimenti diretti sul proprio territorio, che, secondo le parole del presidente Juncker devono essere condotti ricordando che “L’Europa deve sempre difendere i suo interessi strategici”. E le infrastrutture lo sono sicuramente. Il dibattito è ancora aperto, ma nel frattempo sono accaduti molti fatti nel nostro continente che è meglio conoscere almeno per la grandi linee.
Cominciamo da alcuni numeri. L’economia europea dipende sostanzialmente dalla sua infrastruttura portuale. Il 74% dei beni che circolano sul territorio Ue passano dai porti, secondo quanto riporta Eurostat, che quota in circa 1.700 miliardi (dato anno 2016) il valore delle merci che ricevono ogni anno. Peraltro i porti occupano circa 1,5 milioni di persone. Se osserviamo il dato scorporato per le singole economie abbiamo una visione più chiara dell’importanza strategica dei porti per la nostra economia.
Questo grafico misura la percentuale di export extra Ue che passa per mare, quello sotto la percentuale di import.
Ovviamente i porti non tutti uguali e la posizione geografica riveste un’importanza decisiva. Ma non è l’unica variabile del gioco.
La mappa elaborata da Bruegel ci consente di apprezzare l’importanza relativi dei principali porti europei, con la chiara prevalenza di quelli nord europei che sono i terminali dei grandi corridoi transnazionali. E’ così da parecchio tempo, ma adesso sono in gioco alcune forze che in qualche modo potrebbero scombinare questo gioco consolidato.
Il caso più interessante da osservare è quello del porto del Pireo finito sotto l’influenza cinese dopo che Pechino ne ha fatto uno dei punti di snodo della Belt and Road Initiative che, non a caso, prevede massicci investimenti nelle strutture portuali.
La Cina ha già investito in diversi porti in Italia, Olanda e Spagna, acquistando quote di proprietà, ma l’investimento del Pireo è di sicuro quello più rilevante, sia per l’importo investito che per il valore strategico. La compagnia cinese China Ocean Shipping Company (COSCO) ha firmato un accordo nel 2008 con l’autorità portuale del Pireo per operare in due dei tre terminal. Con accordi successivi la COSCO è diventata di fatto l’azionista di maggioranza dell’autorità portuale che opera anche nel terzo terminal. Ma il fatto rilevante è che, secondo quanto viene riportato, dal momento dell’acquisizione il porto ha conosciuto una crescita senza precedenti dovuta al notevole upgrade tecnologico e infrastrutturale reso possibile dal capitale cinese. In sei anni, scrive Bruegel riportando la Reuters, il traffico portuale è cresciuto del 300% e il porto del Pireo è divenuto uno dei più affollati dell’Europa.
L’aumento del traffico attorno al Pireo dimostra che le rotte commerciali non sono scritte sulla pietra. Lo stiamo vendendo con lo sfruttamento commerciale di quelle artiche. E infatti lo sviluppo del Pireo è la conseguenza visibile di un punto di vista, quello cinese, che considera strategiche le regioni sud orientali dell’Europa per la sua penetrazione commerciale nel continente. Insieme all’investimento sul Pireo, infatti, la Cina progetta di costruire un network ferroviario (Land-Sea express route) che colleghi il porto greco con i Balcani occidentali e il nord Europa, che si sta già lentamente realizzando e che è stato al centro dei recenti colloqui con i paesi interessati nell’ambito dell’incontro di due settimana fa fra il primo ministro cinese Li e i suoi omologhi dei paesi dell’Europa centro-orientale (Central and Easter Europeaa, CEE).
Questo progetto di collegare meglio di quanto sia adesso il Pireo con l’Europa seguendo l’asse sud-orientale potrebbe segnare una piccola rivoluzione per le rotte commerciali europee. “Comparato con le rotte esistenti di navigazioni, che passano dallo Stretto di Gibilterra, la Land-Sea Express route può diminuire i tempi di trasporto fra Cina e Ue”. E’ talmente concreta questa possibilità che alcune grandi compagnie come l’HP, la Hunday e la Sony hanno già iniziato a far scalo a Pireo come porto di prima destinazione per le spedizioni nei paesi europei della CEE e nel Nord Africa. “La decisione della Hewlett Packard di spostare le operazioni dal porto olandese di Rotterdam a quello del Pireo dimostra che quest’ultimo può rappresentare un’alternativa più economica ai porti nord europei.
Di nuovo il problema si sposta nel campo di gioco dell’Ue. L’Unione rimane divisa circa il giudizio da dare alla BRI cinese e ai progetti di sviluppo a capitale cinese dentro il suo territorio. Ci sono interessi consolidati – il caso del porto di Rotterdam è solo uno dei tanti – che chiedono di essere difesi e aziende europee che temono l’ingombrante presenza cinese per le conseguenze che può avere, ad esempio, sull’industria della cantieristica navale. Ma ci sono paesi, a cominciare ovviamente dalla Grecia, che hanno salutato con entusiasmo l’arrivo dei cinesi. Ai greci si sono aggiunti i paesi della CEE, confermando il pattern che la Cina segue sempre quando si tratta di individuare le linee di penetrazione delle sue politiche internazionali: far leva su stati finanziariamente deboli e offrire loro opportunità. Circostanza che certo genera diverse diffidenze all’interno dell’Ue.
La fine di questa storia è ancora tutta da scrivere, ovviamente, e sarebbe quantomeno avventuroso inerpicarsi in previsioni. L’Ue è alle prese con scelte difficili, con il principale alleato, ossia gli Usa, che pare voler separare il proprio destino da quello europeo, e una potenza emergente che spinge per allacciare nuovi legami o rinverdirne di vecchi, con tutta la regione Euroasiatica. In tal senso sui trasporti europei, a cominciare dai porti, si staglia sempre più ingombrante l’ombra cinese. Comunque vada a finire, il mondo non sarà più lo stesso di prima.
Cronicario: Tutto pronto per la Grande Manovra
Proverbio dell’8 agosto L’amico lavora al sole, il nemico nell’ombra
Numero del giorno: 10,7 % imprese italiane che prevedono assunzioni ad agosto
E’ estate, abbiate pazienza. Le cronache raccontano cose manifestamente assurde come sempre in questa stagione. Tipo la dipendente di Trenord che annuncia all’altoparlante che gli zingari hanno rotto i coglioni, il figlio allucinato di crack che violenta la madre a Torino, il marito ai domiciliari che ammazza la moglie di botte a Venezia, i poveracci che si facevano mutilare a Palermo (e ci morivano pure) per simulare incidenti d’auto e frodare le assicurazioni, fino arrivare a notizie sublimi, come quella che oggi è la giornata del micio, che ha ridotto i social network in una colonia di teste baffute.
In questo festival dell’assurdo è chiaramente solo un caso (?) che ferva il dibattito ai piani alti del governo, che anche oggi si riunirà – dicono i saputelli – per mettere a punto la Grande Manovra che cambierà le nostre vite a partire dal prossimo settembre.
Nel caso dubitiate circa gli esiti della Grande Manovra, ve la faccio semplice. Diminuirà le tasse per aumentare le spese così aumenterà la crescita e aumenteranno le tasse.
Dentro questa cornice teorica ci sono le questioni pratiche alle quali ci hanno ormai abituato le altre cronache si stampo estivo che durano tutto l’anno. Quelle politico-economiche, per capirci. Chessò, il mito della flat tax, del reddito di cittadinanza, di investimenti pubblici ad alto moltiplicatore. Bellissime parole che ci consentono di dibattere agilmente senza sapere di cosa stiamo parlando, e quindi sono perfette per i governanti, oggi come di ieri, e per un popolo imbolsito dagli smartphone. Vi faccio qualche esempio. Oggi in conferenza stampa il premier difensore del cittadino ha detto che il governo farà ” una manovra che sia seria, rigorosa, coraggiosa. Sarà accompagnata da riforme strutturali, in cui noi riponiamo molta fiducia perché siamo convinti che la leva per la crescita economica e lo sviluppo sociale saranno le riforme”.
C’è di meglio, ovviamente. A settembre ci aspetta una riforma del codice degli appalti “per rilanciare gli appalti” che ovviamente saranno finanziati, fra le altre cose, con “la revisione delle “tax expenditure”. Ce lo vedo il governo del cambiamento a togliere le agevolazioni sulle ristrutturazioni dei giardini. Ah, ovviamente, ci saranno anche nuove “misure anticorruzione, tassello di un’efficace manovra economica”. E se pensate che questo spirito riformatore ci condurrà a chissà quale epifania in Europa, state sereni: “Ci presenteremo con un programma serio, coraggioso, che tuteli i nostri interessi, saremo molto seri, duri, rigorosi ma non irragionevoli e scriteriati”.
Vi risparmio il resto sennò che gusto ci trovate domani a (non) leggere i giornali. Contentiamoci di sapere che lassù, fra i colli romani, qualcuno ci ama. E pensa a noi anche nei giorni di Ferragosto, quando, secondo ciò che dice il ministro uno e bino si dovrebbe decidere la sorte di Ilva, mentre su Alitalia e Tap vedremo. E ne vedremo delle belle, state certi.
A domani.























