Categoria: Annali

L’economia ai tempi dello ZLB: La Bce fa aumentare il credito. In Svezia

Per quelli che giudicano inutile, se non addirittura dannosa, la politica monetaria vale la pena riportare un interessante speech pubblicato dalla Bis dove viene fuori un’altra evidenza circa gli esiti delle decisioni delle banche centrali: la loro costante eterogenesi dei fini. Come altro considerare l’evidenza che le scelte della Bce finiscono finalmente con l’aumentare il credito, ma non nell’eurozona bensì in Svezia?

Ancora più interessante notare, osservando il grafico, è che nei paesi dove le policy delle banche centrali hanno condotto i tassi in territorio negativo, l’andamento del credito è stato assai differente, mostrando ciò un’altra evidenza che la modellistica che alimenta le decisioni delle banche centrali tende a ignorare: i sistemi bancari non sono tutti uguali. E banche diverse fanno cose diverse. Le caratteristiche di un sistema bancario provocano che la risposta alla politica monetaria sia molto differente a seconda del luogo dove si origina.

Se non fosse così non si spiegherebbe come sia possibile che in Svizzera e in Svezia, nello stesso trimestre considerato si avessero, nell’una una crescita negativa del credito del 2% e nell’altro una crescita positiva dell’8%.

Quest’ultima impennata del credito svedese merita un approfondimento, ma prima giova sottolineare che nel frattempo la crescita del credito nell’eurozona è stata praticamente piatta. Sopra lo zero, o poco più. Altrettanto interessante osservare il dato del Giappone, impegnato in un’azione di stimolo monetario imponente ormai da diversi anni. Bene: dal primo quarto 2014, quando il tasso di crescita del credito era al 4%, si è arrivati alla fine del 2015 con un tasso dimezzato. Da questo punto di vista si puà dire che l’azione della Bce abbia funzionato, visto che la crescita era negativa nel 2014 e adesso è poco sopra lo zero.

Ma certo, l’eurozona non ha fatto faville. Vedremo nei prossimi mesi. Ma chi si aspetta che basti abbassare i tassi per stimolare il credito dovrebbe iniziare a nutrire qualche dubbio. Per dirlo con parole di Hyun Song Shin, autore della presentazione (Bank capital and monetary policy transmission), “in tempi normali il modello classico è un’accettabile astrazione di cosa accada al prestare. Il problema sorge quando si spinge il modello al di là del punto di rottura e l’astrazione non è più accettabile”. E poiché non viviamo tempi normali – il punto di rottura sono i tassi nominali azzerati o negativi che il modello non contempla – ecco che l’automobile del credito, per usare la stessa metafora scelta dal nostro economista, rischia di trovarsi il freno dove prima c’era l’acceleratore. Il che può essere molto pericoloso, quando si guida.

Le ragioni per queste divergenze fra andamenti del credito nei vari paesi a tassi negativi possono essere molteplici. Dipende ad esempio, da quanto pesino i depositi sui prestiti, o da quanto pesino sugli asset. Dipende dal modello di business. Dipende anche dal costo di finanziamento che le banche devono affrontare. E qui è interessante osservare quale possa essere stata la spiegazione di ciò che è accaduto in Svezia.

Secondo il nostro economista la spiegazione è semplice. “Le banche svedesi sono sensibili agli sviluppi nell’area euro e specialmente all’inclinazione della curva dello yield”. Per dirla semplicemente le banche svedesi hanno trovato conveniente indebitarsi in euro e prestare a lungo termine in corone. Sicché hanno emesso bond a lungo termine denominati in euro e poi li hanno usati come collaterale nel mercato monetario per prendere a prestito corone che hanno dato a loro volta a prestito al mercato domestico. In sostanza hanno sfruttato l’andamento dell’euro per avere finanziamenti a costo più contenuto. Il risultato è stata “un’abbondanza di euro in Svezia da parte di venditori (le banche, ndr) che vogliono prendere a prestito corone con euro come collaterale”. L’analisi mostra inoltre che “le banche in Svezia tendono ad attingere più fondi all’estero quando l’euro è debole” e questa è una evoluzione alquanto recente, nota ancora. “In questo senso la notevole crescita del credito in Svezia può essere collegata sia agli sviluppi monetari  dell’euro zona che a circostanze domestiche”.

Nel dubbio, non ditelo a Draghi.

Inizio della serie l’Economia ai tempi dello ZLB

Bitcoin for dummies: l’eliminazione delle banche

“Abbiamo proposto un sistema per le transazioni elettroniche che non si basa sulla fiducia”, conclude Satoshi nel suo paper nel quale presenta al mondo la tecnologia Bitcoin/bitcoin.

Fare a meno della fiducia, in un sistema di pagamenti dove si scambia una moneta vuol dire essenzialmente una cosa: che i soggetti impegnati nella transazione siano certi che nessun intervento umano (al netto dei potenziali attacchi fraudolenti al sistema) sia capace di stravolgerne il corretto funzionamento. Ciò implica che il bitcoin sia una moneta capace di garantire il suo valore di moneta – e a questo dovrebbe servire il fatto che la quantità sia data dal sistema in 21 milioni di monete emesse – e che il Bitcoin, quindi l’infrastruttura dove si svolge il pagamento, sia capace di evitare il double spending, ossia che uno stesso soggetto spenda due volte la stessa moneta.

Il sistema tradizionale, che poi è quello che usiamo tutti i giorni, al contrario è essenzialmente basato sulla fiducia che viene (o dovrebbe essere) garantita da due diversi soggetti istituzionali: le banche centrali e le banche commerciali. Le prime hanno il compito statutario (fra gli altri) di gestire la moneta, e quindi garantirne la stabilità. Le seconde sono gli interlocutori del sistema del pagamenti che poi trova sempre nella banca centrale il luogo delle sue compensazioni. In entrambi i casi il lavoro di queste due entità è osmotico.

Approfondiremo poi come funziona il nostro sistema di pagamento per confrontarlo con Bitcoin. Intanto però dobbiamo subito notare una cosa. Il sistema proposto da Satoshi e realizzato dai suoi accoliti, volendo tagliare fuori la fiducia, realizza un doppio risultato: da una parte impedisce alle banche commerciali di creare moneta scritturale moltiplicando per il tramite del credito (ossia della fiducia) la base monetaria messa a disposizione dalla banca centrale. Dall’altro riduce il credito a una transazione diretta fra chi possiede i bitcoin – i nuovi capitalisti – e chi ne ha bisogno. E’ interessante sottolineare che neanche ai tempi del gold standard ante prima guerra mondiale si era arrivati a una visione monetaria cos’ estrema. All’epoca, oltre alla base aurea esisteva quella che veniva chiamata “piramide del credito” che consentiva alle banche di moltiplicare la moneta esattamente come adesso.

In sostanza, fare a meno della fiducia significa di colpo fare fuori le banche centrali, che non devono più “creare” moneta, visto che ci pensano i minatori, né “reggere” il sistema dei pagamenti, visto che questo lavoro lo fa la blockchain, e insieme le banche commerciali, che non possono generare altra moneta moltiplicandola né devono più essere l’intermediario di passaggio fra i soggetti di una transazione perché la blockchain le rende a loro volta superflue.

Eliminare la fiducia dal sistema significa in pratica far fuori il sistema bancario, nelle sue diverse articolazioni.

E questo spiega perché Bitcoin/bitcoin sia piaciuto a molti.

(6/segue)

Puntata precedente   Puntata successiva

La buona salute dell’Ue dipende dagli Usa non dalla Cina

Uno dice la Cina e, mediamente, si preoccupa, essendo il tanto temuto rallentamento cinese fonte di svariate ansie nel nostro tormentato cronicario finanziario. E invece ho scoperto leggendo l’ultimo bollettino della Bce che gli europei farebbero bene a pregare per la buona salute dei nostri cugini americani piuttosto che per quella dei nostri compari cinesi, per la semplice circostanza che la nostra buona salute, e segnatamente del nostro export, dipende assai più dai primi che dai secondi.

Il risultato è frutto di un’analisi su quelle che la teoria economica chiama catene produttive globali, ossia osservazioni statistiche relative non tanto e non solo ai saldi finali dell’import e dell’export, ma su come le merci vengono prodotte e da chi e soprattutto su come si costruisce il valore nel corso del loro peregrinare man mano che da semplice materia prima un bene diventa quello che infine è.

L’analisi conclude che “se si considera la destinazione finale delle esportazioni dell’area dell’euro, il valore aggiunto prodotto nell’area (ivi compreso quello contenuto in beni o servizi ulteriormente trasformati e riesportati dai grandi
partner commerciali) è assorbito in larga parte dalle economie avanzate, specie
dagli Stati Uniti. Di conseguenza, è probabile che l’area dell’euro risenta con relativa
intensità degli andamenti della domanda negli Stati Uniti ma in misura inferiore
delle dinamiche osservate, ad esempio, in Cina, paese che riesporta una quota dei
prodotti provenienti dall’area”.

Questa considerazioni ha notevoli implicazioni per le nostre economie, pure al netto della facile osservazione che rileva poco sapere che siamo in più stretta connessione con gli Usa rispetto alla Cina, se poi scopriamo che la stessa cosa vale per gli Usa e la Cina. Voglio dire che se la buona salute degli americani dipende dai cinesi, e la nostra dipende dagli Usa, alla fine dei conti il risultato non cambia. In un mondo profondamente globalizzato come il nostro chiunque sia il malato contagia tutti.

Detto ciò, alcuni temi dell’analisi meritano un pur succinto approfondimento. A cominciare dal significato di catena internazionale di valore, oggi assai di moda e altrettanto frainteso. La globalizzazione ha consentito alle imprese di “specializzare la produzione in diversi stadi e su più paesi, beneficiando della maggiore divisione internazionale del lavoro”. Accanto ai vantaggi – minori costi di produzione e interscambio di conoscenza – c’è lo svantaggio che è più difficile capire da dove può arrivare un potenziale contagio. Faccio un esempio: un’analisi classica dei flussi commerciali che si limiti a osservare che un paese A esporta X verso un paese B, dedurrà da questo saldo che un calo dell’import del paese B avrà effetti negativi sul paese A.

Questo flusso però non è mai così lineare come può apparire. “I dati sull’interscambio lordo conteggiano due volte una parte dei flussi commerciali, poiché le esportazioni comprendono anche input importati e una quota del prodotto esportato finisce per tornare nel paese di origine”. Quindi, tornando al nostro esempio, se il paese A importa dal paese B una materia prima e poi vi esporta un semilavorato o un prodotto finito, il tutto viene sommato nella contabilità commerciale falsandone di fatto il valore. “Pertanto, qualsiasi analisi che attinga a dati sul commercio lordo potrebbe sovrastimare la rilevanza di alcuni partner commerciali e sottostimare quella di altri”.

E questo è il punto saliente.

L’analisi si è svolta su quattro paesi partner dell’area euro, quindi Usa, Cina, Regno Unito e Russia. La prima informazione che possiamo trarre osservando un grafico riguarda i flussi di export. Dal 2009 si osserva un peso crescente dell’export extra EZ rispetto a quelli intra EZ, che nel complesso appaiono stagnanti. Se guardiamo agli indici, notiamo che fatto 100 il valore dell’export intra EZ nel 2000, quest’ultimo è arrivato a circa 125 nel 2015, mentre quello extra Ez oscilla intorno a 175. Quindi se è vero, come scrive la Bce che “la creazione dell’Unione economica e monetaria ha recato benefici al commercio all’interno dell’area dell’euro”, è vero pure che ne recati molto di più al commercio extra EZ. E questo, sempre secondo la Bce, è dipeso anche dall’euro che “ha rafforzato il mercato interno per gli esportatori dell’area dell’euro e agevolato le transazioni transfrontaliere”. La qualcosa somiglia più a un’opinione, ma tant’è.

L’effetto che di sicuro ha comportato la creazione dell’euro sul commercio è che l’area è diventata più sensibile agli andamenti economici esterni. Tale tendenza si osserva notando come la domanda interna sia cresciuta di pochi punti percentuali fra il 2000 e il 2015, mentre le importazioni sono praticamente raddoppiate. In tale contesto le catene globali di valore influiscono notevolmente nel modo in cui gli shock si trasmettono nell’area. “Se un settore fornitore di prodotti intermedi è colpito da uno shock dell’offerta (la distruzione di un impianto produttivo in seguito a una catastrofe naturale), gli effetti sarebbero avvertiti anche dai settori a valle, che dipendono dagli input del comparto in questione; è quanto accaduto in Giappone dopo lo tsunami del 2011”. Si verifica, insomma, quello che gli esperti chiamano effetto eco. In questo propagarsi che somiglia alle onde sismiche, sarebbe estremamente difficile per qualunque paesi non subire effetti, visto lo stato dell’interconnessione globale.

Un’altra informazione utile la traggo da un altro grafico che misura le esportazioni dirette dei principali paesi europei calcolate sul totale e suddivise nelle aree di export a cui fanno riferimento. Dal grafico è chiaramente osservabile il peso preponderante degli Stati Uniti nelle esportazioni europee, malgrado in alcuni paesi come la Germania sia quantitativamente equivalente a quello cinese. Se confrontiamo questo grafico con quello delle esportazioni indirette si nota subito il punto saliente: “Gli Stati Uniti sono il più importante mercato di destinazione per le esportazioni dirette, mentre Cina e Regno Unito rappresentano una percentuale più elevata delle
esportazioni indirette. Ne emerge che l’area dell’euro mostra una connessione relativamente stretta con l’evoluzione della domanda interna negli Stati Uniti; per
contro, Cina e Regno Unito agiscono maggiormente da riesportatori dei prodotti provenienti dall’area. Quanto alla Russia, le esportazioni dirette prevalgono su quelle
indirette”.

Cosa ci dice tutto questo? Innanzitutto che “oltre un quinto delle esportazioni lorde di Cina e Regno Unito proviene da mercati esteri”. In pratica sono paesi trasformatori più che produttori. In Cina, per dire, il contenuto di importazioni delle esportazioni è aumentato dal 14% della seconda metà degli anni ’90 al 22% del periodo pre crisi. Al contrario in Russia è diminuito.

Ancora più interessante notare è che il Regno Unito ha una notevole quota di valore aggiunto estero che proviene proprio dall’area euro, che pesa circa la metà del totale delle sue “importazioni esportate”, mentre gli altri paesi hanno una quota di prodotti dall’EZ assai più ridotta. E c’è un’altra differenza. Mentre la Cine riesporta le sue importazioni europee principalmente in Canada e Stati Uniti, il Regno Unito riesporta il 43% del suo valore aggiunto nell’eurozona. Insomma, i legami commerciali fra noi e i britannici, per non parlare di quelli finanziari, sono assai più profondi di un qualunque Brexit. E dopo l’eurozona, fra i partner commerciali ci sono gli Usa, non i cinesi.

Questo ci riporta all’inizio della storia: “Una turbolenza della domanda negli Stati Uniti eserciterebbe probabilmente un impatto commerciale considerevole sull’EZ attraverso gli scambi bilaterali e gli effetti eco, mentre un analogo shock in Cina inciderebbe in misura inferiore sull’attività economica dell’area”.

Una simulazione conferma questa ipotesi. Uno shock dell’1% sul Pil negli Stati Uniti peserebbe quasi lo 0,3% su quello dell’EZ, con effetti più pesanti per la Germania, -0,35 e poco più di 0,2% per l’Italia. Mentre se la stessa cosa accadesse in Cina, l’Eurozona “soffrirebbe” una perdita di meno dello 0,1%.

Attenti però a pensare che possiamo disinteressarci del rallentamento cinese. Il brutto dei contagi è che non si sa mai da dove arrivino.

Le metamorfosi dell’economia: La riconciliazione di ozio e negozio

Dobbiamo alla latinità, o quantomeno a come è stata tramandata, la separazione fra otium e nec otium, quindi fra tempo speso in attività libere che giovano al progresso dell’individuo e tempo speso per gli affari e gli obblighi della vita quotidiana. In sostanza si distingue fra ciò che piace a me fare e ciò che devo fare in ragione dei miei obblighi sociali. Per gli altri, insomma. Per chi non lo ricordasse, la particella nec, in latino, implica negazione. Quindi il nec otium, che la vulgata giudica essersi evoluto nell’italiano negozio – ossia nel sinomino degli affari – era inteso dagli antichi come tempo speso ad occuparsi di cose correlate agli affari quotidiani. Ciò che oggi chiamiamo genericamente lavoro.

Poiché nasce da una negazione, il nec otium non poteva che, logicamente, essere un’opposizione. L’ozio, che i latini intendevano in modo assai diverso da come lo intendiamo noi, quindi, era considerato l’opposto del negozio. Al punto che molti giudicavano il nec otium poco onorevole e quindi adatto solo alle classe più basse della società.

Tale sentire connotò negativamente per secoli il rapporto dell’uomo col negozio. L’influenza della cultura religiosa, prima, e politica, poi, determinò lentamente il mutamento. L’ozio, prima desiderato divenne esecrato. L’ozioso, prima ammirato, divenne oggetto di riprovazione. Ozioso divenne un insulto, quando prima rivelava una qualità positiva.

Al contrario il negozio, che godeva di una pessima reputazione sin dai tempi di Aristotele e che tale conservò fino al Medioevo, finì con l’essere sacralizzato nella nuova ideologia del lavoro, che la rivoluzione industriale finì con l’edificare per convincere orde di persone a rendersi felicemente disponibili per la nuova forma di lavoro che andava ad affermarsi, sostituendo antiche consuetudini: il lavoro salariato.

L’ideologia del lavoro fu, ed è tuttora, una delle colonne portanti del sistema capitalistico. E fu anche questa frutto di una lunga evoluzione sociale, sponsorizzata da filosofi e pensatori. La riforma protestante, soprattutto grazie all’opera di Calvino, farà assurgere il lavoro a categoria di valore universale. E più tardi Locke, lo abbiamo visto, farà del lavoro l’unico motivo che legittima la proprietà privata, ossia l’altro fondamento del nostro attuale sistema economico.

Non serve citare altri esempi. Vale la pena ricordare però che la costituzione sovietica del 1936 riportava all’articolo 12 che soltanto chi lavorava aveva diritto di mangiare. Ciò per dire che la teologia del lavoro ha radici profonde ed esiti comuni anche a ideologie concorrenti.

Oggi il conflitto fra ozio e negozio è tutt’altro che risolto. L’ozio rimane nella sapienza popolare il padre dei vizi. E il negozio/lavoro il dovere di chiunque voglia mangiare mitigandosi di recente tale necessità con il compito, assegnato alla politica, di farlo corrispondere a un diritto da assicurare. E’ evidente che secoli di consuetudine non spariscono in un batter di mani, però possiamo tentare alcune osservazioni che lasciano immaginare come i tempi siano maturi per arrivare finalmente a una riconciliazione fra ozio e negozio.

La prima osservazione è sotto i nostri occhi e tuttavia raramente le diamo il giusto peso. Il mondo sta conoscendo un livello di ricchezza che mai nella storia era stato raggiunto. L’aumentare delle disuguaglianze materiali, che rimane assai pronunciato, non impedisce che un povero di oggi nelle economie avanzate sia più ricco di un benestante di un secolo fa in ragione dei beni a cui ha accesso o dell’assistenza, nelle sue varie forme, di cui può godere. Tale progresso è evidente ed è inutile sottolinearlo.

Altresì evidente è un’altra circostanza, ormai quotidianamente sottolineata, che però non viene mai associata alla prima: il mondo, almeno nei paesi cosiddetti avanzati, non ha mai visto una quota così rilevante di anziani sul totale della popolazione. Le previsioni a medio termine immaginano gli anziani sempre più numerosi – e anche questo è un sintomo di ricchezza – mentre le fasce più giovani, in relazione, regrediscono. Anche questi due processi hanno radici secolari, proprio come il conflitto fra ozio e negozio. Quindi è probabile siano questi gli elementi che determineranno la nostra evoluzione sociale.

Ma che significa riconciliare ozio e negozio? Significa semplicemente dare il giusto valore al lavoro, e quindi al tempo che ad esso dedichiamo. Valore sociale, prima ancora che monetario. Quindi costruire un sistema istituzionale dove l’otium di una persona coincida con il suo nec otium. Tutti devono avere la possibilità di esprimere se stessi nel lavoro e ricavare il reddito di cui hanno bisogno. Su questa proposizione c’è già un diffuso consenso sociale che però cozza con la struttura dell’organizzazione dell’attuale mercato del lavoro. E poiché è irrealistico immaginare che quest’ultimo cambi sostanzialmente, ciò implica che dobbiamo affiancargli una organizzazione del lavoro che gli sia in qualche modo complementare che consenta di arrivare a una sostanziale democratizzazione dell’ozio. La qualcosa rappresenta un chiaro aumento di benessere per le nostre popolazioni.

In sostanza, l’otium latino, che significa tempo speso a occuparsi di ciò che giova all’individuo, deve includere il nec otium, ossia giovamento con la propria azione all’altro da sé. Nello scioglimento della (apparente) contraddizione fra otium e nec otium si scioglie anche l’altra (apparente) contraddizione fra Io e Altro. Il che oltre ad essere una notevole evoluzione economica, è anche un’altrettanto notevole evoluzione spirituale.

Malgrado l’apparenza non sto facendo filosofia. La ricchezza che abbiamo creato e l’età delle nostre popolazioni rendono oggi tutto questo non soltanto assai concreto, ma possibile se riusciamo a cogliere l’occasione storica che ci si presenta. E le vicende degli ultimi decenni consentono di coltivare un ragionevole ottimismo.

Che ci siamo avviati lungo la strada della democratizzazione dell’ozio, infatti, qualcuno l’ha già notato. Può essere utile ricordarlo.

(21/segue)

Capitolo precedente   Capitolo successivo

L’odissea economica dei Millennials USA

Li chiamano Millennials e ho scoperto leggendo una ricerca di S&P che sono la Grande Speranza dell’economia americana. Costoro, che la vulgata accredita come i nati genericamente fra il 1980 e il 2000 sono, nella distribuzione per età della popolazione Usa la coorte più numerosa, e quindi su di loro si ripongono gli auspici di una domanda più robusta, e quindi di un’economia più vigorosa, quando finalmente guadagneranno abbastanza per poterselo permettere.

Il che ci riporta a un’altra domanda: ci arriveranno mai?

Prima di rispondere è utile guardare alcuni dati. Un articolo pubblicato dalla Fed di S.Louis fotografa chiaramente l’andamento della ricchezza mediana nella società americana. L’analisi considera le differenze isolando campioni diversi per età, istruzione e gruppo razziale. Ma quel che qui interessa sono i Millennials. Costoro, come si può vedere, hanno un reddito mediano di poco superiore ai 14.000 dollari, mentre la fascia d’età superiore, dai 41 ai 60 anni, supera i 100 mila e gli over 61 addirittura i 200 mila.

Incrociando i dati Fed con quelli di S&P scopriamo così che il 27,4% della popolazione Usa ha un reddito mediano di 14.000 dollari. “La buona notizia – dice S&P – è che gli American Millennials stanno entrando negli anni quando guadagneranno, e spederanno di più. Al momento la loro spesa corrisponde a 600 miliardi di dollari e questo importo potrebbe raddoppiare entro il 2020”.

Potrebbe appunto. Perché ciò accada devono verificarsi due condizioni: che i redditi aumentino e, soprattutto, che i Millennials si sgravino di un po’ dei debiti che hanno accumulato che, com’è noto tendono a scoraggiare la spese future.

In questa sorta di odissea, che dovrebbe concludersi con l’approdo alla terra promessa di un livello di vita dignitoso, questi giovani, che ormai tanto giovani non sono più, o almeno non tutti, devono fare i conti con i profondi cambiamenti demografici cui sta facendo fronte la società americana che ne zavorrano notevolmente le prospettive.

Sempre S&P ha calcolato che il combinato disposto fra allungamento della vita media e abbassamento del tasso di fertilità sta già causando una costante diminuzione della popolazione in età lavorativa con gravi conseguenze sui tassi di crescita, visto che meno persone al lavoro vuol dire meno prodotto. Le stime dell’agenzia calcolano che l’evoluzione demografica abbia diminuito il pil Usa di almeno lo 0,6% l’anno, in media, fra il 2004 e il 2014, e che, nei prossimi otto anni, tale diminuzione arriverà allo 0,8%. E questo accadrà proprio negli anni in questi i Millennials dovrebbero guadagnarsi maggiori retribuzioni.

Come si vede l’ascesa dei giovani americani verso la soglia alta dei consumatori potrà al più compensare l’effetto depressivo di una coorte sempre più numerosa di anziani, ma non invertirlo. E sempre che si verifichi quanto, almeno in passato, si è sempre verificato. Ossia che crescendo l’età, aumento anche il reddito.

Perché se così non fosse, le prospettive potrebbero essere ancora più brutte. Sempre S&P, prendeno a prestito le previsioni demografiche elaborate dalle Nazioni Unite prevede che nel 2050 la popolazione in età lavorativa diminuirà dall’attuale 60% al 54%, con un’impennata del dependecy ratio, ossia il tasso di dipendenza di chi non lavora da chi lavora, che arriverà all’84% rispetto al 67% di oggi.

Non a caso, in conclusione della sua ricerca, l’agenzia lascia capire che gli anziani dovranno lavorare più a lungo. Ma in tal caso, come dovrebbero i Millennials riuscire a trovare lavori più remunerativi?

Si dice: grazie alla crescita. Ma anche qui la demografia si mette di traverso. La stessa S&P ammette che la curva della crescita americana mostra una tendenza costante alla riduzione, anche a causa della demografia. Una popolazione più anziana è sicuramente meno dinamica – quindi spende meno – rispetto a una più giovane, e ciò spiega il declinare della crescita Usa al mutare della struttura della popolazione.

In questo disperato tirare di qua e di là una coperta che è drammaticamente corta risiede l’enigma della società americana, che a ben vedere è comune a tante altre economie. Sempre meno giovani, con redditi incerti, chiamati a sostenere sempre più anziani in crescita costante di costi per pensioni e sanità.

Le odissee sono tormentate. E non sempre finiscono bene.

La Buba smitizza gli effetti della deflazione salariale tedesca

Chi associa alla deflazione salariale tedesca l’origine dei mali dell’eurozona e insieme del successo tedesco, troverà di che riflettere in un’interessante simulazione pubblicata di recente dalla Bundesbank che si pone una semplice domanda: I salari tedeschi più bassi hanno contributi a creare squilibri finanziari nell’eurozona?

Il tema, per una serie di ragioni, è diventato molto popolare in Italia e all’estero. Ormai appartiene alla conoscenza comune la circostanza che negli anni antecedenti alla crisi si fossero formati ampi disavanzi delle partite correnti in alcuni paesi europei a fronti di importanti surplus di quelle tedesche che, in particolare dal 2002 in poi, iniziarono ad impennarsi fino ad arrivare a quasi l’8% del pil nel 2007 (grafico). “Alcuni osservatori – scrivono gli autori – hanno individuato in questi squilibri la radice della crisi del debito nell’euroarea”.

Scopo dello studio è osservare quanto le politiche salariali tedesche, le note riforme del mercato del lavoro approvate fra la fine degli anni ’90 e l’inizio dei 2000 – abbiamo contribuito all’emersione di questi squilibri. “Come conseguenza – osservano – i salari reali sono diminuiti”. Nel modello sviluppato si prendono in esame nove paesi e si è provato a calcolare la correlazione fra l’andamento in Germania delle variabili connesse alle politiche salariali e al saldo corrente e quello dell’andamento del saldo nei paesi campione. Come premessa vale la considerazione che “gli studi correnti hanno mostrato che la competitività di prezzo, l’occupazione e la produzione aumentano quando il potere contrattuale dei lavoratori diminuisce. Questo provoca un miglioramento del saldo corrente del paese interessato”. Quindi la circostanza che le riforme tedesche abbiano impresso un movimento ascendete al surplus corrente sembra motivata.

“La nostra analisi – sottolineano tuttavia – ha mostrato che il calo del potere contrattuale dei lavoratori tedeschi ha avuto effetti più eterogeni sul saldo corrente dei paesi europei”. In particolare, a fronte del miglioramento del saldo corrente tedesco, “il saldo di conto corrente è caduto in Grecia e in Olanda, mentre si sono avuti effetti positivi in Spagna, Finlandia e Spagna. La risposta di Austria, Italia e Portogallo è stata appena percepibile”. Attenzione: ciò non vuol dire che in questi paesi le cose siano andate bene. In Spagna, lo ricordo, il deficit delle partite correnti è arrivato a sfiorare il 10% del Pil. Ma vuol dire che tale effetto non trova la causa nella deflazione salariale tedesca.

“Una delle possibili ragioni di questi risultati – osservano – è che i legami commerciali fra i paesi differiscono. Mentre risultati negativi sono usualmente il risultato di una competizione diretta fra paesi, effetti positivi possono indicare l’esistenza di catene di valore internazionali. Uno scenario nel quale ciò può verificarsi è quando un paese fornisce beni intermedi a un altro paese, che poi elabora questi beni ulteriormente e li esporta”. Insomma: non esisterebbe un diretto automatismo fra il surplus tedesco e il deficit spagnolo.

Nel passo successivo l’analisi prova a quantificare l’effetto delle politiche salariali tedesche sui saldi di conto correnti degli altri paesi. Per farlo calcola quale sarebbe stato l’andamento del conto corrente tedesco senza le riforme. L’analisi controfattuale che viene sviluppata mostra che la politica salariale tedesca “non ha grande incidenza sugli squilibri osservati in Europa”. Conclusione: “La moderazione salariale tedesca non ha potuto essere il driver principale degli squilibri esterni dell’eurozona”.

Morale della favola: in queste cose si può dire tutto e il suo contrario, e continuare ad avere ragione.

Bitcoin for dummies: i nuovi minatori

Per farsi un’idea di quanto il bitcoin somigli davvero all’oro non bisogna essere grandi esperti di finanza o di informatica: basta una semplice osservazione. E’ sufficiente osservare quanto gli attuali minatori somiglino a quelli che in passato rischiavano ogni loro avere per impelagarsi nelle tante corse all’oro che hanno segnato la nostra storia.

La prima differenza è evidente: i nuovi minatori sono dotati di capitale, visto che devono investire su costosi macchinari capaci di esprimere la potenza di calcolo necessaria a dare soluzione al problema matematico risolto il quale il sistema elargisce nuova moneta. Poi vedremo come.

La seconda differenza è che i nuovi minatori devono possedere una solida cultura informatica, che li renda capaci di manovrare questi macchinari, il che ci lascia immaginare che siano opportunamente alfabetizzati.

La terza differenza è la sintesi delle prime due: partecipare alla corsa all’oro digitale è roba per molti, ma non per tutti. Mentre in passato bastavano un setaccio e un piccone e un certo gusto per l’avventura, il nuovo minatore somiglia più a Mr Robot che al vecchio Paperon de’ Paperoni, che aveva fatto fortuna nel Klondike. L’oro digitale è un affare esclusivo, insomma, tutt’altro che inclusivo. E l’architettura del sistema lo rende vieppiù esclusivo man a mano che l’emissione di bitcoin prosegue.

Per capire perché serve un piccolo approfondimento.

Nel sistema elaborato da Satoshi le caratteristiche principali relativamente alla moneta emessa sono due: il totale dei bitcoin è fissato in 21 milioni di unità e poi ogni nuova emissione è legata alla risoluzione di un algoritmo ad opera del minatore. La prima emissione di bitcoin è stata fatta dallo stesso Satoshi alle 18.15 del 3 gennaio 2009 con quello che è stato chiamato generation block.

Per adesso sorvoliamo su cosa sia un blocco – lo vedremo più avanti quando analizzeremo il funzionamento del sistema di pagamento Bitcoin – ciò che conta rilevare è che il generation block ha prodotto i primi 50 bitcoin. Il protocollo di Satoshi prevede che tale incentivo – le pepite digitali dei nuovi minatori – si riduca man a mano che i bitcoin vengono estratti. Ciò vuol dire che non solo la quantità di moneta è fissata – si dovrebbe arrivare intorno al 2033 a un valore vicino al massimo per giungere asintoticamente al totale intorno al 2140 – ma l’incentivo a scavare nuovi bitcoin diminuisce in maniera inversamente proporzionale alla loro estrazione. Oggi si è già dimezzato a 25 bitcoin per ogni soluzione dell’algoritmo. Il che obbliga i minatori a sempre maggior spesa e sforzo, per estrarre sempre meno. E questa è un’altra differenza con i vecchi minatori. Questi ultimi, mano a mano che una vena si esauriva potevano almeno sperare che se ne trovasse un’altra. I nuovi minatori invece devono spendere sempre più per avere sempre meno. Per giunta non estraggono il vecchio metallo giallo, che tutto il mondo capiva e desiderava, ma un astruso codice digitale che gran parte della popolazione neanche sa cosa sia o come si utilizza.

Insomma: questi nuovi cacciatori di tesori sono più ricchi, più istruiti ma sono condannati guadagnare sempre di meno spendendo sempre di più. In questo somigliano a molti.

Sono gli eroi del nostro tempo.

(5/segue)

Puntata precedente   Puntata successiva

Il Fmi si candida a salvare il mondo

Poiché il mondo ha bisogno di essere salvato da se stesso, chi meglio del Fmi potrebbe riuscire nell’impresa, essendo pure titolato a farlo con tanto di atto costitutivo?

Mi figuro sia stato questo il ragionamento degli estensori mentre leggo un agile documento dedicato alle tante e note fragilità del nostro sistema monetario e finanziario internazionale, che infatti occupano gran parte delle 38 pagine del paper (Strenthening the international monetary system)“, che si concludono con alcune considerazioni che si potrebbero riepilogare così: non solo il Fmi deve prendere un ruolo di primo piano nell’intervento delle emergenze finanziarie, a cominciare da un efficace gestione della liquidità, ma anche la sua moneta, l’SDR, deve essere pronta, visto che il sistema attuale, basato sugli swap della Fed e sulla predominanza del dollaro mostra con chiarezza la corda.

Potremmo discutere a lungo sulla circostanza che il sistema attuale mostri la corda da un bel pezzo. Già dal finire degli anni ’50 era chiaro a tutti quelli che “il peso specifico dell’economia americana e la predominanza del dollaro”, come scrive oggi il Fmi, siano un fattore che incoraggia l’instabilità. Che certo si è aggravata, specie da quando i flussi di capitale hanno cominciato a viaggiare liberi per il mondo compiendo il miracolo di far diminuire la povertà e insieme fare aumentare la diseguaglianza. Sempre perché la famosa pentola del diavolo è orfana di coperchio.

La differenza, fra allora e oggi, è che adesso il Fmi sente di avere abbastanza forza politica per dirlo a chiare lettere, pure se nei toni sfumati dei documenti ufficiali. D’altronde non è un caso che il Fondo abbia inserito nel suo basket dell’SDR la valuta cinese e che, al contempo, il Congresso americano abbia dato il via libera alla riforma delle quote.

Le due cose insieme ci suggeriscono uno scenario plausibile. Piano piano l’ente sovranazionale per eccellenza, il Fmi, e i suoi vari satelliti – il paper cita la Bis, il WTO, il FSB e la World Bank, diventeranno pure i protagonisti della Grande Convergenza istituzionale che va delineandosi nel nostro variegato paesaggio, incoraggiata dalle crisi presenti e soprattutto future che la nostra insanabile incoscienza provvederà di procurarci. Ma questo non vuol che gli Usa non rimangano gli azionisti di maggioranza del Fondo.

In questa strategia mimetica scorgo il tramonto definitivo dell’idea (ma non della sostanza) di nazionalità che, se questo scenario diverrà qualcosa di più concreto di una mia fantasia, verrà diluita, ma non cancellata, in una sorta di società per azioni globale – sul modello di quanto è stato fatto per l’eurozona – dove gli stati più forti comunque faranno valere il loro peso ma in confronto competitivo (e chissà quanto cooperativo) con le burocrazie sovranazionali.

Esagero? Può darsi. Noto, tuttavia, che più volte nell’analisi circostanziata che il Fmi ha fatto della situazione attuale, gli estensori hanno sottolineato il ruolo che l’atto costitutivo assegna al Fondo, qualificandolo di fatto, oltre che per diritto, come l’unica entità globale titolata ad occuparsi dell’equilibrio finanziario internazionale, visto che gli egoismi nazionali – sintetizzo malamente – hanno la vista troppo corta per osservare il quadro d’insieme e agire di conseguenza. Pure chi potrebbe – ossia gli Usa – finisce impelagato nelle sue beghe interne producendo sconquassi globali per il tramite della sua moneta e, soprattutto, dell’enorme quantità dei suoi debiti.

Nella parte conclusiva del documento, appena un paio di pagine, viene delineato il percorso immaginato dal Fmi che si articolano su tre grandi aree tematiche: La gestione dei flussi di capitale e gli interventi sul mercato dei cambi, il global financial safety net (GFST) ossia la capacità di costruire e gestire con efficacia un salvagente finanziario, e poi il ruolo dell’SDR. Relativamente al punto due è utile sapere che il Fmi produrrà a breve un paper per analizzare se il fondo ha risorse sufficienti a fare il prestatore globale, anche garantendo la liquidità dei mercati. E sarà interessante scoprire se è davvero così. Quando alla moneta SDR, il Fmi ci dice soltanto che molti parti del consorzio (la Cina?) “sono interessati a discutere del modo di migliorare il ruolo dell’SDR”.

Il documento si conclude con alcune domande che gli estensori scrivono per il board dei direttori invitandoli a decidere le risposte. Basta riportare le ultime due: “Come vedete il ruolo del Fondo, come pilastro globale, per promuovere l’efficacia del GFSN? Quali sono le aree prioritarie di riforma?”.

Una volta si chiamavano domande retoriche.

Le metamorfosi dell’economia: Il nuovo valore del lavoro

L’idea che il lavoro esprima un valore appartiene agli albori del pensiero economico moderno e nel tempo ha generato tentativi tanto generosi quanto disperati finalizzati a fare proprio del lavoro la misura stessa del valore economico. Da ciò si dedusse una teoria del capitale e dell’interesse – quella dello sfruttamento – che presto transitò nel discorrere politico, visto che le sue basi teoriche erano fragili almeno quanto forte era stata la passione che le aveva edificate.

Fu chiaro già sul terminare del XIX secolo che la teoria del valore-lavoro, enunciata da Smith e poi pedissequamente ripercorsa dai suoi coevi, non aveva senso alcuno. Anche Ricardo, che pure tale teoria aveva contribuito ad edificare agli albori del secolo, concluse la sua carriera di pensatore analitico ammettendo che era praticamente impossibile trovare una soluzione coerente al problema di una misura univoca del lavoro capace di quotare il valore.

Ciò non impedì a Marx di mettere tale principio alla base del primo volume del Capitale utilizzando quegli espedienti retorici che Eugen von Bohm-Bawerk ridicolizzerà nel secondo volume della sua opera monumentale sulla Storia e critica delle teorie dell’interesse e del capitale, nella quale fu dedicato un ampio capitolo proprio all’analisi della teoria dello sfruttamento. Ossia la teoria, poi divenuta la base del socialismo, che vedeva nell’appropriazione del plusvalore da parte del capitalista la dimostrazione del fatto che il lavoratore venisse spossessato di ciò che, sin dai tempi di Locke, veniva giudicato suo: il frutto del proprio lavoro e quindi il valore che da esso veniva generato.

Non serve qui riproporre gli argomenti dell’economista austriaco. Rileva assai più la sua conclusione sulla teoria dello sfruttamento giudicata “sconsiderata e precipitosa”, viziata da “presunzione, falsa dialettica, contraddizione interna e cecità di fronte ai fatti della realtà”. Il successo di tale teoria, notava ancora, veniva imputato alla circostanza “di aver portato la battaglia su un terreno sul quale di solito non solo ma la testa ma anche il cuore ha voce in capitolo”. “E’ facile credere a ciò che si vuol credere – notava -. La condizione delle classi lavoratrici è effettivamente in massima parte una condizione di miseria: ogni filantropo deve auspicarne il miglioramento. Molti profitti di capitale sgorgano da fonti poco limpide: ogni filantropo deve auspicarne che tali fonti siano prosciugate. E così, posto dinanzi a una teoria i cui risultati mirano ad alzare le pretese dei poveri e abbassare quelle dei ricchi, e che coincide in tutto o in parte con i desideri del proprio cuore, c’è chi si schiererà a priori dalla sua parte (..) perciò credono alla teoria dello sfruttamento perché vogliono crederci, sebbene sia falsa e ci crederebbero anche la sua motivazione teorica fosse peggiore di quella che è”.

L’invettiva di von Bohm-Bawerk ha il pregio di ricordarci ciò che lui stesso dimentica: nei fatti economici il cuore ha pieno diritto di cittadinanza, visto che l’economia ci riguarda e non riguarda astrattamente se stessa. L’economia è politica, sin dal suo sorgere, perché ha a che fare con la polis, ossia con la costruzione sociale di cui ognuno di noi è partecipe. E poiché siamo persone e non macchine, è del tutto naturale ragionare col cuore, oltre che con la testa, mentre cerchiamo di soddisfare la nostra pancia.

Tale evidenza è difficile accettarla anche ai giorni nostri, figuriamoci ai tempi di von Bohm-Bawerk, quando si coltivava l’idea di una teoria pura che trovasse nella logica la sua piena legittimazione esistenziale. E la logica della teoria dello sfruttamento era, come fu notato, quantomeno ballerina.

Ciò non vuol dire che il discorso non avesse un suo fondamento. Solo che, come poi è accaduto a gran parte dei pensieri dell’economia, era basato su un fraintendimento.

Per scoprirlo dobbiamo tornare ancora una volta a Smith. Stavolta invece di citare dal suo testo, attingo all’orazione funebre che Friedrick von Wieser dedicò al padre della scuola austriaca, Carl Menger, che pose su nuove basi la teoria del valore. Ho preferito questa citazione all’originale di Smith perché credo sia utile vedere come alla fine del XIX secolo fossero stati assimilati gli insegnamenti del filosofo scozzese. “Il lavoro – scrisse von Wieser – secondo quanto afferma Smith esige dall’uomo un sacrificio in termini di riposo, libertà e felicità, e il possesso di prodotti del lavoro acquista necessariamente valore, agli occhi degli individui per il fatto che tale possesso risparmia loro un ulteriore sacrificio di valore”. Quindi secondo questa interpretazione, ciò che dà valore ai prodotti è che, possedendoli, i soggetti possono evitare di dover lavorare per averli/produrli. E questo ci riporta al fatto essenziale: dovendo dedicare tempo al lavoro, io devo sottrarlo ad attività più piacevoli.

L’idea che il lavoro sia il tormento dell’uomo appartiene alle radici profonde del nostro immaginario, derivando da un pensiero sostanzialmente religioso – basta ricordare la nostra cacciata dal paradiso raccontata nella Bibbia – che poi è diventato sentire sociale. Ci sia o non ci sia, per molti il lavoro è un problema. E questo perché ci richiede tempo, ossia la nostra vita. Dobbiamo spendere tempo per lavorare in cambio di un salario. Dobbiamo scambiare il nostro denaro esistenziale per una contropartita di denaro sociale.

Possiamo tentare però un’altra interpretazione del pensiero di Smith. Non è il lavoro in sé che dà valore agli oggetti, ma è il tempo che dedico alla loro realizzazione. Il lavoro, in fondo, non è altro che tempo impiegato in una certa attività. Il lavoratore tende di solito a valorizzare questo tempo più di quanto gli frutti in unità di salario. L’utilità del salario, insomma, è inferiore a quella del tempo speso per guadagnarlo.

Ciò spiega perché il lavoro sia spesso vissuto come un tormento. Avendo i soldi, si farebbe altro. E anche perché i ricchi siano così tanto invidiati. Non tanto (o non solo) per i beni materiali di cui dispongono. Ma per la libertà di tempo che possono comprarsi col loro denaro.

Le diseguaglianze distributive, sospetto, sarebbero meno avvilenti se alla loro base non ci fosse l’unico e autentico sfruttamento: quello di chi può disporre pienamente e liberamente del proprio tempo a spese di chi non può perché deve lavorare, occupando il suo tempo in attività che giudica poco utili per se stesso. Per questo molti preferirebbero avere un reddito certo, anche se modesto, e il proprio tempo libero, piuttosto che un reddito elevato ma nessuna libertà.

Ovviamente ci sono anche le eccezioni. Ma il grande successo dei piani di previdenza sociale che da oltre un secolo contribuiscono alla felicità di molti anziani dimostra che sono solo questo: eccezioni. Ogni uomo sogna (salvo poi scoprire che non gli piace) di essere padrone del suo tempo, ma ovunque è in catene, come direbbe Rousseau.

Se seguiamo questa linea di ragionamento, arriviamo a una semplice conclusione: ognuno dovrebbe dare valore al proprio tempo. Questo è il modo economico per dire che dovrebbe dar valore innanzitutto a se stesso. E quindi scegliere un lavoro che sia produttivo di valore per lui e, indirettamente, per chi ne fruisce. Non è necessario che la prestazione lavorativa sia collegata a un corrispettivo monetario. Quest’ultimo, lo vedremo, potrà affluire da altre fonti. E’ necessario però che l’impiego del tempo tramite il lavoro generi valore sociale e contribuisca quindi all’aumento del capitale sociale.

Ne consegue che questo nuovo valore del lavoro è capace di creare ricchezza sociale anche per il tramite della gratuità. Non tutti i beni e i servizi prodotti da un lavoro siffatto saranno prezzati dal mercato. Ma tutti avranno un valore socialmente riconosciuto. Ciò implica che chiunque abbia prodotto questo valore dovrà essere retribuito. Perché il cuore, prima ancora della testa, non accetta che si sia costretti alla schiavitù di un lavoro che ci avvilisce o alla miseria del tempo liberamente impiegato fuori dal mercato senza avere un reddito. Questo non è un esito solo del pensiero economico, ma della storia. Se tutto il benessere che abbiamo costruito nelle nostre società ha un senso non può essere che questo.

Tracce di questa evoluzione, in effetti, si intravedono da tempo. Solo che è difficile scorgerle.

(20/segue)

Capitolo precedente   Capitolo successivo

I nuovi poveri d’inizio XXI secolo: i giovani

Un paio di notizie tratte dal cronicario della nostra attualità dovrebbero servire a farci comprendere chi stia pagando il disperato tentativo dell’economia internazionale di tornare su un percorso sostenibile di crescita. Notizie che, guardacaso, arrivano proprio dai paesi dove questa sedicente ripresa sembra assai meglio indirizzata rispetto a quella anemica dell’eurozona o a quella dei paesi emergenti, che anzi spaventano.

Le due storie sono infatti riferite agli Stati Uniti e al Regno Unito. La prima racconta dell’esplosione dei debiti studenteschi dei giovani americani, che ormai superano abbondantemente il trilione di dollari e si connotano per un tasso di delinquency, ossia di ritardo nei pagamenti, che avrebbe fatto arrossire i vecchi mutuatari subprime. La seconda racconta di come sia aumentato drammaticamente il numero dei giovani inglesi che è tornato a vivere con i genitori, vuoi perché i redditi dei più giovani sono cresciuti assai meno degli altri, vuoi perché i prezzi delle abitazioni sono divenuti semplicemente inaccessibili.

Nel dettaglio, la situazione dei giovani statunitensi mostra un debito per prestiti studenteschi in notevole aumento dal 2008 in poi che ormai pesa circa il 10% del totale dei debiti privati delle famiglie americane, per un ammontare che supera 1,2 trilioni di dollari. L’11,5% di questa montagna di debito era in ritardo di oltre 90 giorni, connotandosi come la categoria di prestiti a delinquency più elevata. Non è difficile capire perché: mentre è molto facile fare debiti, è molto difficile ripagarli se al termine degli studi si trovano lavori poco remumerativi o non se ne trovano affatto. Osservando la decomposizione del tasso di disoccupazione americano, arrivato al 4,9% a gennaio 2016, infatti, si nota che sono proprio i giovani dai 16 ai 24 anni quelli che esibiscono i tassi più elevati, arrivando fino a oltre il triplo dei tassi ufficiali.

La storia dei giovani inglesi è altrettanto edificante. Prima della crisi del 2008 solo un giovane su cinque fra i 20 e i 34 anni viveva in casa dei genitori, mentre adesso sono uno su quattro, il numero più alto dal 1996, da dove parte la serie storica rilasciata dall’istituto britannico di statistica. A fronte di questa tendenza, si osservano alcune peculiarità. La percentuale di giovani proprietari di casa fra i 25 e i 29 anni è diminuita, sempre dal 1996 al 2015, dal 55% al 30%, e quella dei giovani fra i 30 e i 34 dal 68& al 46%. La conseguenza è che oltre il 90% dei 20-24enni che riescono a vivere da soli paga un affitto, il che li espone a tutta la fragilità di chi sia sprovvisto di una minima forma di patrimonio reale.

Se guardiamo ai redditi, scopriamo che a fronte di una media che indica in 4,5 il numero di anni di reddito necessari per acquistare un’abitazione, per i giovani dai 22 ai 29 anni, gli anni di stipendio necessari sono 11, il che è una diretta conseguenza del fatto che nel 2013 i redditi reali, quindi aggiustai per l’inflazione, dei ventenni erano il 12% più bassi di quelli del 2009. E questo succede nella fascia d’età dove si concentra la disoccupazione.

Queste storie raccontate insieme, pure al netto delle inevitabili differenze fra i due paesi, fotografano con chiarezza una tendenza evidente: le generazioni più giovani stanno sopportando buona parte dello sforzo di riequilibrio dell’economia. Le società stanno replicando, chissà quanto coscientemente, il pensiero antico che in fondo non c’è nulla di male a far pagare ai più giovani il conto, perché, si dice, sono giovani e si faranno. Il che sarebbe pure accettabile se fosse vero. In un’epoca che discute di stagnazione secolare, sembra difficile impedire che l’effetto di trascinamento di una situazione economica svantaggiata possa sanarsi nel corso del tempo grazie al miracolo della crescita. Il rischio reale che questi giovani stanno affrontando è di arrivare all’età adulta e trovarsi anziani senza avere maturato né un reddito dignitoso né tantomeno una pensione. Posponendo il redde rationem le economie cosiddette avanzate stanno semplicemente creando le premesse per trovarsi un domani una pletora di anziani bisognosi di tutto.

Se guardiamo al caso italiano notiamo che a gennaio 2016 il tasso di disoccupazione dei 15-24enni era salito ancora al 39,3%, lo 0,7% in più del mese precedente, a fronte di un dato nazionale aggregato dell’11,5%. Quindi, al netto delle differenza di classificazione con gli Usa (che considerano la coorte 16-24 anni), anche da noi si replica il copione che vede la disoccupazione giovanile triplicare e oltre il tasso di disoccupazione nazionale. Ciò a fronte di una situazione di reddito e patrimonio assai diseguale dove l’età gioca un ruolo assai importante. La tabelle su reddito equivalente e sulla ricchezza netta, elaborate da Bankitalia, evidenziano che entrambe le voci sono crollate per i più giovani e migliorate per i più vecchi. Anche da noi, quindi, la reazione della società alla crisi è stata quella di tutelare le fasce di popolazioni più adulte a discapito di quelle più giovani. Non stupisce perciò che i nostri giovani vivano in gran numero ancora a casa con i genitori, e assai più degli inglesi, visto che sono più di due su tre.

La narrazione della statistica tace sulle conseguenze implicite che porta con sé. Impoverire i più giovani, che sono la parte più dinamica della popolazione, ha conseguenze evidente sulla domanda aggregata e potenziale. Un giovane ha una propensione al consumo di sicuro più elastica al reddito rispetto a un anziano, e se ha buone prospettive è probabile si faccia una famiglia e quindi contribuisca di più alla crescita nazionale. In tal senso spostare potere d’acquisto dalle coorti più anziane a quelle più giovani sarebbe una scelta ragionevole per una società che ha problemi di crescita. Al contrario si favorisce un modello redistributivo laterale nel quale magari il giovane vive grazie ai soldi che gli regala il nonno nella prospettiva magari di un’eredità. Tutto il contrario di un’economia sana.

Sorprendentemente, tutto ciò non genera alcuna forma di reazione. La domanda di cambiamento, che proprio dai più giovani dovrebbe partire, non arriva neanche ad essere formulata in maniera organica, con la conseguenza che il dibattito sulla condizione giovanile non esula dalla retorica dei “giovani svantaggiati” o dei “cervelli all’estero”, nel caso italiano.

Finirà che ci accorgeremo di loro quando saranno ormai vecchi e dovranno essere accuditi, ma non si capisce da chi, visto che praticamente non si fanno più figli. Nel frattempo i giovani che dovrebbero farli rischiano di essere estinti.