Categoria: cronicario
Il nuovo numero di Crusoe: Il club dei mercanti di armi. Grazie a @cac_giovanni per la splendida Chat
Il nostro viaggio nell’economia reale, iniziato con una ricognizione del settore dell’acciaio con le sue complesse ramificazioni internazionali, si arricchisce questa settimana di un capitolo dedicato a un altro settore che ha profonde ramificazioni internazionali e geopolitiche, trattando di una materia per sua natura conflittuale: le armi.
Abbiamo recuperato un po’ di dati recenti sul mercato delle armi, su chi siano i principali player di questo delicato (e costoso) mercato che ogni anno mobilita centinaia di miliardi e in qualche modo cambia le mappe del potere nel mondo. Abbiamo visto la straordinaria crescita della Cina, come importatore ma soprattutto come produttore, e scoperto il peso specifico, nel mercato delle importazioni, dell’Asia, a cominciare dal Medio Oriente. Il mestiere delle armi smuove legioni di mercanti, ma soprattutto smuove i governi, che stanno dietro a queste transazioni che replicano la filigrana di alleanze e inimicizie assai più chiaramente delle correnti diplomatiche.
Nella Chat di questa settimana abbiamo chiacchierato amabilmente con Giovanni Caccavello (su Twitter: @cac_giovanni), che, vivendo a Londra, ci ha fornito alcune visioni di prima mano sul mondo britannico alla vigilia della Brexit vera e propria, ossia l’inizio della trattativa con l’Ue. Poi, ecco le notizie imperdibili degli ultimi cinque giorni. La lettura di questa settimana è dedicata alla Quarterly review della Bis, che contiene analisi e dati molto interessanti da osservare sull’evoluzione dell’economia internazionale. Chiude la nostra newsletter la solita selezione di notizie invisibili: quelle che trovi solo su Crusoe.
Buona lettura. Ci rivediamo il 17 marzo.
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Cronicario: Misteri d’Italia: occupati e disoccupati aumentano insieme
Proverbio del 10 marzo Nessuno inciampa due volte sulla stessa pietra
Numero del giorno: 17 % di europei che soffrono di privazioni materiali
E alla fine vince l’Istat quando scrive che nel IV trimestre 2016 aumentano sia i disoccupati che gli occupati, mentre calano gli inattivi.
Nel senso che aumentano gli occupati perché calano gli inattivi, e per la stessa ragione aumentano anche i disoccupati.
Vabbé: mica è colpa mia se la statistica non parla la vostra lingua (anche se ci assomiglia e per questo siete disorientati). Quindi la cosa migliore che potete fare è che vi leggiate la nota Istat e, soprattutto, le definizioni.
Una volta che avrete risolto il mistero della schizofrenia del mercato del lavoro italiano, vi farà piacere sapere che non tutto il mondo è sottosopra come il nostro. Ci sono anche statistiche facili. Tipo questa.
Si capisce subito infatti che in Germania la disoccupazione è meno della metà della media Ue a 28, e che sta addirittura un punto sotto quella Usa. E sarà pure un caso, ma nel 2016 il costo del lavoro, nel 2016, è cresciuto del 2,5%. Altro che exit strategy.
Oppure quest’altra, che ci dice un’altra cosa chiarissima: l’aumento dei prezzi all’ingrosso, sempre in Germania, del 5% a febbraio rispetto a un anno fa.
Per essere ancora più chiari, ancora in Germania l’export a gennaio 2017 è aumentato dell’11,8% rispetto a un anno prima. Allora com’è che in Germania le statistiche sono chiare come il sole e da noi sembrano confuse?
Ottima domanda. Rispondetevi da soli.
A lunedì.
Cronicario: La Bce nel giorno della macchietta
Proverbio del 9 marzo Un sorriso ti fa guadagnare dieci anni di vita
Numero del giorno: 6,1 Tasso di disoccupazione nell’area Ocse
Succede che non succede niente e siccome lo sapevano tutti, ecco tutti a dire che è una sorpresa. Il più divertente – una vera macchietta – è di sicuro il ministro tedesco delle finanze, l’ottimo Schaeuble che invita a smetterla coi tassi bassi – passo “doloroso ma necessario” – qualche ora prima che uscisse il comunicato della Bce per dire che i tassi rimangono dove sono e ci rimarranno a lungo.
Poi il nostro beneamato Mago di Ez ha preso la parola e ha spiegato quello che tutti sapevano, ossia che ogni cosa rimane come prima perché l’inflazione di base è bassa, pure se quella nominale è risalita. Salvo poi alzare le stime del’inflazione dall’1,3 all’1,7 quest’anno e dall’1,5 all’1,6% quella per l’anno prossimo. E chi vuole capire capisce.
Se poi ancora vi chiedete cosa pensa di fare la Bce, in un anno funestato dalle elezioni nei paesi core dell’eurozona, la risposta è evidente.
Se questa era la notizia del giorno, figuratevi il resto. La cosa più eccitante che ho recuperato è la sintesi dei bilanci bancari pubblicata da Bankitalia, che alcune informazioni interessanti comunque ce le dà. Ad esempio che a gennaio i prestiti al settore privato sono cresciuti dell’1,2%, e quelli alle famiglie del 2,2. Sono cresciuti pure i depositi, del 3,5%, mentre la raccolta obbligazionaria è definitivamente collassata (-18,1%).
Sempre Bankitalia ci delizia con l’economia italiana in breve, dove l’unica informazione utile che trovo è che il valore delle esportazioni italiane è aumentato di quasi il 40% dal 2007 per i paesi extra Ue mentre non è arrivato neanche al 10% in più nei paesi Ue. Chi dice che il nostro futuro è in Europa, non si riferiva evidentemente alle esportazioni.
A domani.
Cronicario: Gentili signore e signorine…
Proverbio dell’8 marzo L’uomo è la lana, la donna la tessitrice
Numero del giorno: 38,1 Incremento % su base annua delle importazioni cinesi
Gentili signore e signorine, nel giorno della festa che il mondo ha deciso di dedicarvi per celebrare la vostra indubitabile importanza, noi del Cronicario abbiamo deciso di infischiarcene delle solite notizie noiose e dedicarci interamente a voi, a mo’ di omaggio.
Quindi niente Cina che va in deficit commerciale per 9,15 miliardi per la prima volta dal 2014. Ignoriamo pure il boom della produzione industriale tedesca di gennaio, salita del 2,8% sul mese precedente. E figuratevi quanto ci importa del Pil Giapponese, che ha fatto il +0,3% nell’ultimo quarto 2016.
Oggi vogliamo parlare solo di voi, che per i maschietti siete il cielo e la terra anche se vi dicono sempre il contrario e fanno pure peggio.
Sicché approfittiamo dell’impazzimento ottomarzolino del cronicario globale per ravanare le informazioni che meglio raccontano di come il mondo – almeno quello che al Cronicario interessa, ossia quello economico – ha pensato di celebrarvi. Individuiamo subito il trend che va per la maggiore: il gender gap. Che detta a parole nostre vuol dire che alle donne fregano un bel po’ di soldi e di opportunità solo perché donne. Ecco come la racconta la Commissione Ue.
Una roba che fa arricciare i sentimenti a chiunque, a patto di averceli. Più didascalica, la nostra Istat la racconta così.
In stile Ue, per capirci.
Vi risparmiamo il resto dei gender gap, perché ne abbiamo trovati di qualunque tipo, persino sulla diversa percezione dell’arcobaleno. Da che ne abbiamo dedotto una verità che ci sembra inconfutabile: uomini e donne sono diversi, nella vita come nell’economia. Le donne patiscono ingiustamente ancora molto a causa di questa diversità.
Il secondo trend è meno visibile, e tuttavia emerge con fatica fra i fiorellini e gli hashtag. Ed è questo: le donne non fanno più figli, o ne fanno sempre meno e sempre più tardi. Questo è il succo.
Per chi non lo sapesse, il fertility rate misura il numero medio di figli di una donna in età fertile. E siccome ancora oggi per fare i figli servono almeno due persone, se una donna ne fa meno di due vuol dire che il saldo demografico è negativo. In sostanza la popolazione diminuisce. Quanto all’età, queste sono le medie della prima gravidanza. Noterete che le donne italiane sono le più tardive.
Dunque, gentilissime: da una parte il mondo preme – e con buona ragione – affinché vi si faccia lavorare e vi si paghi come gli uomini. Dall’altra si lamenta – e con altrettanto buona ragione – che le popolazioni invecchino per mancanza di ricambio. Ossia di bambini che voi dovreste non soltanto far nascere, ma anche accudire. Magari fino alla maggiore età, oltre ad occuparvi pure del marito, notoriamente inetto.
In sostanza quello che vi stanno dicendo, gentili signore e signorine, è che vi dovete sdoppiare. Una voi deve andare al lavoro e starci una ventina di ore al giorno per aumentare il più possibile la produzione. L’altra voi stare a casa – gratis – a occuparsi della riproduzione. In pratica vogliono farvi la festa. Fossimo in voi, saremmo parecchio nervose.
In ogni caso, tanti auguri.
A domani.
I consigli del Maître: I “vecchi” lavoratori italiani e le armi cinesi
Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio con gli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.
Siamo un paese per vecchi lavoratori. L’Adapt, associazione che si occupa di studi comparati sul diritto del lavoro e le relazione industriali, ha presentato un interessante paper che fa il punto sul Jobs act presentando un primo bilancio del provvedimento quanto ai posti di lavoro creati e ai costi. Uno degli esiti più interessanti da osservare è che il provvedimento voluto dal governo ha favorito la creazione di posti di lavoro fra gli over 50 assai più che fra i giovani, per i quali la disoccupazione è rimasta elevata.
Questo risultato ha incrementato una tendenza già visibile sui tassi di partecipazione al lavoro: ossia il graduale aumento di quelli della categoria più attempata rispetto ai giovani.
E’ interessante inoltre osservare che mentre il numero dei nuovi contratti a tempo indeterminato è rimasto sostanzialmente stabile fra il 2014 e il 2016, di poco superiore a 1,2 milioni di lavoratori, è notevolmente cresciuta la quota di lavoro a tempo determinato, passata da 3,3 milioni a oltre 3,7. La quota di contratti trasformati da tempo determinato a tempo indeterminato è lievemente cresciuta. Complessivamente la politica di decontribuzione, costata una ventina di miliardi, ma il dato definitivo lo vedremo solo nel 2019, ha condotto questi risultati: più anziani al lavoro, più contratti precari.
Consumatori infedeli Il McKinsey Institute ha diffuso una ricerca molto interessante che dice molto sul come le nuove tecnologia digitali abbiano cambiato il nostro modo di essere consumatori. Una volta si era condotti ad instaurare relazioni stabili con i fornitori, basate sulla consuetudine, la frequentazione del negozio, persino la conoscenza personale. E questo conduceva a una fidelizzazione notevole del consumatore che compensava col lato umano, chiamiamolo così, eventuali diseconomie che potesse soffrire. Questo mondo è entrato in crisi con l’avvento della grande distribuzione e adesso è definitivamente esploso con l’arrivo delle tecnologie digitali. In sostanza siamo diventati un popolo di consumatori infedeli.
Tolti pochi servizi – ad esempio l’assicurazione auto ancora abbastanza fidelizzante, o il gestore telefonico – ormai per la stragrande maggioranza dei nostri beni si verifica una straordinaria transumanza di consumatori a caccia di occasioni. Una mentalità che vale per l’economia, ma è facile emigri anche in altri campi.
L’età della diseguaglianza. Uno studio molto interessante diffuso dalla Fed pone una questione solitamente poco osservata nelle varie ricerche che si occupano di documentare l’aumento di diseguaglianza che sta lacerando le nostre società.
Solitamente si pensa che la diseguaglianza sia una conseguenza delle pratiche economiche invalse nell’ultimo trentennio – e segnatamente la globalizzazione – che ha finito col favorire sempre meno ricchi a svantaggio di sempre più poveri. Aldilà di quanto sia plausibile questa narrazione – esistono prove evidenti che a livello globale la diseguaglianza è diminuita, mentre è aumentata all’interno dei paesi – è interessante il punto di vista della Fed, che si domanda se tale aumento non sia in qualche modo riconducibile all’aumento dell’età media delle popolazioni nei paesi avanzati, visto che di solito le persone più attempate hanno maggiori disponibilità di ricchezza rispetto ai più giovani, per cui, aumentando il loro numero, aumenta la concentrazione di ricchezza in questa fascia di popolazione. Il dibattito è aperto.
Il mestiere cinese delle armi. Lo Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI) ha pubblicato un rapporto interessante sulla crescita del volume internazionale delle transazioni di armi, economia fiorentissima tornata d’attualità dopo l’annuncio del presidente Trump di voler aumentare di 54 miliardi la già elevata spesa Usa per la Difesa. Il rapporto contiene alcuni dati utili a fotografare l’andamento di questo mercato.
Ad esempio ci dice che la quota di mercato degli Usa è aumentata al 33% mentre quella della Russia è diminuita al 23%. Ma al tempo stesso che l’export cinese di armi è molto cresciuto, raggiungendo il 6% del totale, ossia il terzo posto dopo gli ex attori della guerra fredda. Al tempo stesso sempre la Cina, con il suo 5% di quota delle importazioni globali, si è guadagnata il quarto posto delle classifica degli importatori dopo l’India (13%), l’Arabia Saudita (8%) e gli Emirati Arabi Uniti (5%). Il volume delle armi cinesi esportate è cresciuto del 74%, se si confrontano il quinquennio 2007-11 con quello 2012-16, e il primo acquirente della Cina, con circa un terzo della quota, è il Pakistan, ossia l’arcinemico dell’India, mentre un quinto va al poverissimo Bangladesh e un altro 10% al Myanmar. In rapida crescita anche le esportazioni verso l’Africa. Come importatore la Cina compra il 57% delle sue armi dalla Russia, il 16% dall’Ucraina e il 15% dalla Francia. E siccome comprare armi non è come comprare prosciutti, questo serve a capire meglio come va il mondo. Ci piaccia o no.
Cronicario: Donne è arrivata l’inflazione!
Proverbio del 7 marzo Chi si ama può abitare sopra un abisso
Numero del giorno: 270 % sul pil dei debiti privati nei paesi avanzati
Donne è arrivata l’inflazione! Arrota debiti, pubblici e privati, rendimenti dei titoli, tassi reali e, dulcis in fundo, le retribuzioni. Se i profitti della tua azienda sono rotti, l’inflazione li ripara. Se avete perdite di bilancio, l’inflazione le tappa. Se il vostro business fa fumo, l’inflazione spegne l’incendio. Lavoro subito e immediato.
Ecco qua: in tutto il suo splendore, gentilmente illustrato da Ocse che parla di brusco rialzo nei prezzi dell’energia che hanno condotto l’inflazione nell’area al 2,3%. E adesso che succede nel magico mondo di EZ?
Vi do qualche suggerimento, che ho tratto di peso dall’ultimo Global outlook, sempre di Ocse, che sembra fatto apposta per farci perdere il sonno. Cominciamo dal fatto che stiamo viaggiando su una polveriera di credito, ossia di debito, che vale un 270% del Pil mondiale e che, di conseguenza genera alcune sofferenze, sia a chi deve pagare che a chi deve ricevere, visto che spesso chi deve pagare o non può o non vuole.
Pensate che ci sono paesi come la Turchia che hanno accumulato un debito estero del 60% del pil e hanno debito in dollari per il 25%. Ma sono tutti gli emergenti che preoccupano.
E come se non bastasse, dicono sempre i parigini di Ocse, “ci sono vulnerabilità a causa dei prezzi elevati delle abitazioni in alcuni paesi e una certa sottovalutazione dei rischi di credito.
Tutto ciò mentre il mercato dei cambi è a rischio di crescente volatilità a causa della divergenza monetaria fra Usa e Ue e i tassi a lungo termine, ormai dalla metà del 2016, hanno invertito l’andamento e hanno iniziato un percorso al rialzo.
Donne, è arrivata l’inflazione!
E per fortuna. Perché si assiste a una crescente divaricazione fra l’economia reale, che sonnecchia, e il mercati che fanno le ore piccole a far soldi.
Che ci dobbiamo aspettare? L’Ocse sintetizza così
E buon appetito.
Se poi volete deprimervi, potete sempre leggere la nota mensile Istat sull’economia italiana. Ci dice che il rallentamento degli Usa ha fatto rallentare anche la zona euro e pure noi. Il manifatturiero e una lieve ripresa degli investimenti ci hanno fatto rifiatare nel quarto trimestre e infine “l’inflazione ha segnato una nuova accelerazione influenzando le aspettative ancora limitata”. Ancora. Purtroppo.
A domani
Cronicario: L’euro diventa una star. All’estero
Proverbio del 6 marzo Quando si cade nel fango non si nega di essere sporchi
Numero del giorno: 10,5 Trilioni di dollari di credito in dollari fuori dagli Usa
Nemo propheta in patria, recita l’adagio e figuratevi l’euro che sta sulle balle a una buona metà almeno di eurodotati che qui da noi vagheggiano referendum, fughe in solitaria e forche caudine per la moneta unica, accusata d’ogni nefandezza. E invece che succede all’estero? L’euro diventa una celebrità.
La Bis, nel suo bollettino trimestrale che riporta i dati del terzo quarto 2016 ci fa sapere che “le obbligazioni denominate in euro emesse dai non residenti del settore non finanziario sono cresciute a doppia cifra per il dodicesimo trimestre consecutivo”. Alla fine del terzo trimestre dell’anno scorso, erano cresciute addirittura del 13%. In pratica imprese e famiglie non eurodotati si indebitano in euro perché gli conviene, con la conseguenza che la fuori ci sono 2.200 miliardi di euri di debiti denominati in euro che portano a quasi 30 trilioni il totale dei debiti denominati in questa valuta, che comunque impallidiscono di fronte ai quasi 50 trilioni – 50 mila miliardi di dollari – di crediti denominati in dollari, 10,5 dei quali emessi da non residenti. L’euro sarà pure una star, ma quello famoso è un altro.
Lascio perdere la finanza perché nel frattempo è uscito un report imperdibile di Istat sulla nostra popolazione. Lo sapete che il Cronicario è fissato con la demografia? Il motivo è semplice: rima con economia. Guardate qua.
Si avete letto bene: la nostra popolazione diminuisce e aumenta il peso specifico degli anziani ultra65enni, ormai stabilmente sopra il 22% della popolazione e gli ultra80enni sono quasi il 7%. Capite perché spediamo così tanto di pensioni? Se volete saperne di più, leggetevi questo.
Capirete anche perché spendiamo il 21,5% di Pil per la protezione sociale e un altro 7,1% per la sanità. Ma tranquilli, non siamo soli in questa valle di lacrime. Ecco la media Ue
Concludo con una curiosità dedicata a signore e signorine, visto che fra un paio di giorni festeggiano. Eurostat ci fa sapere che il paese dove i manager sono in maggioranza donne è la Lettonia.
E l’Italia? Meglio di noi stanno pure in Turchia.
A domani
Cronicario: Il Jobs act è l’elisir di eterna giovinezza
Proverbio del 3 marzo Ciò che è scritto in fronte viene sempre letto
Numero del giorno: 59 % cittadini europei che usa l’on line banking
Scopro così, in un pigro pomeriggio venerino che già odora di primavera, l’autentico segreto dell’eterna giovinezza che noi italiani stiamo imparando a conoscere: il lavoro. Chi lavora non invecchia mai, anzi, a dirla tutta, ringiovanisce. Diventa persino stagista, come i diciottenni, e poco manca, se è un maschietto, che gli ricrescano i capelli.
Il lavoro nobilita e ringiovanisce, altroché. E questa prodigiosa scoperta la dobbiamo al nostro meraviglioso governo, che, avendolo appreso, ha fatto in modo che aumentasse l’offerta di lavoro per gli over 50, ossia quelli che più si avvicinano alla pensione e che, siccome non la raggiungeranno mai, devono essere tenuti in forma: ringiovaniti appunto.
E i risultati, una volta tanto, sono confortanti, come leggo soddisfatto nell’ultimo bollettino Adapt diffuso di recente. Scopro, compulsandolo, che “il capitale umano favorito da Jobs act è quello rappresentato dai lavoratori con esperienza, mentre sono scarsi i segnali positivi per la fascia più giovani”. Perché sorprendersi: sono giovani, mica hanno bisogno di ringiovanire. E poi leggo che “l’aumento degli occupati nella fascia over 50 è comunque plausibilmente legato alla riforma Fornero”, che per fortuna ha costretto i lavoratori over 50 a vivere la loro ultima giovinezza. E infatti molti hanno aderito entusiasti.
E non pensate che sia avvenuto per caso. E’ dal 2007 che si studia come far ringiovanire gli italiani.
E come vedete finalmente ci siamo riusciti. E’ costata una cosetta, una ventina di miliardi, fare questo miracolo. Ma la giovinezza non ha prezzo. E comunque ci sono le tasse dei cittadini per questo.
Per non intristirvi troppo, in questo venerdì di mezza primavera, vi darò un’altra informazione che sono certo vi sorprenderà: siamo diventati un popolo di infedeli. No, non sono un fondamentalista islamico. E neanche un censore delle scappatelle. Mi riferisco alle nostre abitudini di consumo, che da quando si è diffusa la tecnologia digitale sono state stravolte dalla mania del click. Andiamo a caccia di occasioni come i maniaci a caccia di gonnelle. E qual è il risultato? Che al massimo siamo rimasti fedeli a chi ci fornisce la connessione.
V’è piaciuto l’amore (per lo shopping) libero? Ecco il risultato.
A lunedì.
Cronicario: Il gong del 2% manda all’angolo Francoforte
Proverbio del 2 marzo Chi vuole fare trova il modo, chi non vuole trova una scusa
Numero del giorno: 18,2 % italiani che fanno almeno 2,5 ore a settimana di sport
E’ come se, nel mezzo di un bel match di pugilato, il colpo del knock out arrivasse dal pubblico. Da una parte il nostro beneamato Mago di EZ, coi suoi guantoni imbottiti di euri, dall’altra i prezzi, indomitamente bassi, che rimangono a terra senza convincersi a rialzarsi. Fino a che, un bel giorno di fine novembre, alcuni del pubblico – quelli dell’Opec, sapete – si stufano: si mettono d’accordo e lanciano una lattina di petrolio sui prezzi che ha l’effetto di un afrodisiaco. I prezzi si rialzano e cominciano a menare forte. Tre mesi dopo che ci dice Eurostat? Che l’inflazione annuale di febbraio è arrivata al 2%.
Il rumore da fine round arriva bello forte nelle orecchie dei pugili, che finiscono subito all’angolo. Serve un conciliabolo con l’allenatore. Quelli della Bce cominciano a ragionare. Magari facciamo un esercizietto per vedere cosa succede alle banche se alziamo i tassi. Anche perché neanche 24 ore fa è arrivato il dato della Germania e oggi è arrivato quell’altro sui prezzi all’importazione cresciuti del 6% su gennaio 2016.
E poi da almeno due settimane ci sono quelle maledette cornacchie del Cronicario che starnazzano sull’inflazione.
Mentre ragionano, i banchieri centrali, guardano dati e tabelle in cerca di scappatoie.
Finché ne trovano una: è tutta colpa del petrolio. Ed ecco la parolina magica più usata a Francoforte in questi giorni: inflazione di fondo. Anzi, come dicono quello istruiti, inflazione core, senza energia e cibi freschi.
Notate che l’inflazione senza energia e cibi freschi è inchiodata allo 0,9% e che il contributo maggiore alla crescita dell’indice l’ha dato l’energia, col 9,2% in più. Ma che succederà quando l’inflazione di fondo si sommerà a quella indotta da i beni energetici?
Nell’attesa che il gong finisca di rintronare i nostri pugili e l’incontro riprenda, possiamo distrarci guardando i dati della disoccupazione che, sempre nell’EZ, rimane stabile al 9,6%, ancora lontana dal minimo del 2007, quando stava a poco più del 7%, ma in deciso trend ribassista.
Noi stiamo ancora sopra la media, ma di buono c’è che diminuiscono gli inattivi, -42mila, salvo che per i più giovani (15-24 anni) dove sono aumentati. Spero che questi neo-inattivi siano diventati tali perché hanno ereditato. Si osserva che nel periodo novembre 2016-gennaio 2017 l’aumento di occupati rispetto al trimestre precedente, pari a 37 mila unità, +0,2%, riguarda in gran parte gli uomini ultracinquantenni, un trend peraltro confermato su base annuale. Quindi se siete giovani, non avete ereditato, né avete prospettive di eredità, avete solo una cosa da fare: le valigie.
A domani.
Cronicario: L’inflazione spiegata alla Merkel
Proverbio del 1 marzo Al mattino gli uccelli volano via ma la sera tornano al nido
Numero giorno: -2,4 Deficit fiscale italiano nel 2016
Ora vorrei essere lì a spiegare alla gentilissima Merkel che non si deve preoccupare se i prezzi al consumo in Germania a febbraio sono aumentati del 2,2%. E lo farei utilizzando un vecchio trucco che da noi funziona da quel dì. Le direi: “Tranquilla, cara Mutti, l’inflazione non esiste”.
Che vuoi che sia: è colpa del petrolio, dei cibi freschi, che d’inverno sono fin troppo freddi e perciò costano di più. E’ pura circostanza, non sostanza. Insomma le direi, cara Merkel
E poi soprattutto, non ti sentire sola. Pure a noi italiani c’è salita l’inflazione grazie al Caropetrolio, e se vai dall’altra parte dell’Atlantico è pure peggio. Gli statistici americani hanno scoperto con raccapriccio che l’inflazione Usa, schizzata al top da un quinquennio, ha eroso i redditi a febbraio fino al punto da scoraggiare i consumi, che sono cresciuti poco e maluccio.
Il che in un paese che base i due terzi del suo pil sui consumi interni è sicuramente una buona notizia.
Ma non c’è da preoccuparsi. Negli Usa adesso c’è Mister TTT che promette più Tagli alle Tasse, più spese del governo, più armi e oleodotti fatti con puro acciaio americano, per un tripudio di consumo interno. In Germania abbiamo la Merkel in odore di quarta riconferma e in surplus fiscale. Secondo voi chi vince la battaglia contro l’inflazione prossima ventura?
A domani.
























































