Categoria: cronicario
Cronicario: Arriva la parità di genere fra dollaro e euro
Proverbio del 22 novembre: Il soverchio rompe il coperchio.
Parità parità, chi non la vorrebbe? Parità nelle opportunità, nei generi, nelle paghe. Pari e patta, recita il detto. E parità deve essere anche nel borsellino delle valute, specie adesso che negli Usa è arrivato un meraviglioso conducator
che sogna di avere Farage come ambasciatore britannico negli Usa.
Sicché il momento è arrivato: la data è stata fissata, come per l’arrivo degli alieni in X Files: finalmente l’anno prossimo arriverà anche la parità fra dollaro ed euro.
Parità del genere sui generis. Non si capisce bene, per dire, quale sia la valuta forte o quella debole, proprio come chi sia il sesso forte fra l’uomo e la donna: dollaro ed euro giocano a sopraffarsi, ma sognano la parità e la favoriscono, sospinti dolcemente dall’urto della civilizzazione. Trump avrà pure giovato alla mascolinità del dollaro, ma il testosterone covava da tempo, almeno dal 2014, e di certo anche grazie al cambio d’umore della Bce, che proprio in quel tempo lanciava i suoi allentamenti monetari.
Perciò la parità fra euro e dollaro, che commuove tutte le anime belle del continente, è solo un capitolo del grosso libro delle relazioni internazionali fra gli Usa e l’Europa. Il dollaro forte arriva anche per gentile concessione europea. E il fatto che Société Générale veda la parità raggiunta nell’imminenza delle elezioni francesi del 2017 è solo l’ennesimo atto del teatrino economico che ci toccherà in sorte con l’anno nuovo, replicandosi il copione di Brexit, con i buoni della finanza schierarsi compatti contro i cattivi della politica.
Cioé lei.
che è la versione francese di lei
Ossia la versione femminile di Mister T, lo stesso che ha mandato in panico mezzo mondo, quello che affaccia sul Pacifico, dopo aver detto che uscirà dal TPP.
Poi certo, sul super dollaro pesa la scommessa che il mese prossimo la Fed alzerà di nuovo i tassi. Scommessa facile per i giocatori di professione, ma anche qui il confine fra la realtà e la fantasia è davvero sottile.
In alcuni casi sottilissimo. Trovo un caso esemplare nel cronicario europeo: il manifesto di Moscovici
Il fatto che le élite europee confidino nella fiscal stance mi convince che abitiamo come Candido nel migliore dei mondi possibili. Ai Pangloss europei suggerisco di leggere cosa dice questo signore.
Forse non sbagliava chi ci accusava di tircheria. Ma leggere il WSJ che lo sottolinea, raccontando come le imprese europee prendano a prestito i soldi a basso costo dalla Bce e poi non li spendono mi sembra davvero troppo. Povero Mario.
Perciò cambio continente e trovo quest’altra circostanza che mi fa pensare
Lo so che è un colpo basso tirare fuori la solita storia dei redditi piatti a fronte della crescita delle borse – redditi mediani, attenzione – però questa roba rimbalza come una molla nel cronicario globale, trattando di un malanno che i cervelloni additano come ragione della deriva populista che li spaventa a morte. Una storiella niente male, che ha il vantaggio di convincere un sacco di persone. E che giustifica quell’altra storiella che ormai ci raccontano ogni giorno, ossia che bisogna tornare a fiscalizzare, usare il governo per spendere e distribuire. Sarà, intanto ho trovato quest’altra cosa.
Bloomberg, che è ancora arrabbiata per la Brexit, scrive che l’esito del referendum ha fatto diminuire del 15% i milionari inglesi. Non serve il governo, allora, per tagliare le teste dei ricchi. Basta andare a votare.
Shhh, ma che siamo matti? Parlare di elezioni in Europa, quando ci aspetta una fine d’anno col botto fra Italia e Austria e un 2017 franco-tedesco, rischia di farti finire all’inferno dei menagramo. Meglio allora dedicarsi alle notizie di costume come quella che racconta di una frammentazione che ignoravo fra le tante scoperte finora nella nostra magica Europa: le paghe dei governatori delle banche centrali. Son veramente frammentate: da meno di 100 mila a 500 mila.
Lo so, anche questo è un colpo basso da populista, motivato da rancorosa invidia sociale. Però che volete, bisogna pur farlo leggere questo Cronicario e soprattutto è curioso scoprire che il governatore belga guadagna otto volte quello lituano e non è che il Belgio sia tanto più grande. Pensate che soddisfazione, poi, quando ho scoperto che il nostro Visco è secondo in classifica e guadagna più di Weidmann il terribile. Abbiamo rischiato di vincere un altro primato. Speriamo di riuscire l’anno prossimo.
D’accordo la finisco con queste misere storie di soldi. Ma solo perché ho scoperto con somma soddisfazione che quest’anno gli italiani sono più contenti e questa mi sembra una bellissima notizia che dovete assolutamente conoscere
Mi fa ridere parecchio scoprire che i giovani fra il 14 e i 19 anni sono altamente soddisfatti per il 54,1% proprio come il 34,4% degli ultra 75enni, che aumenteranno, immagino, l’anno prossimo grazie ai pensieri delicati del governo sulle pensioni. Sorvolo sui ventenni e quelli dopo di loro, anche perché non è che ci siano buone nuove. Ma soprattutto mi fa ridere scoprire grazie all’Istat che nel 1861 le donne erano il 40% della popolazione attiva, ossia di quella che potenzialmente lavora. C’è voluto più di un secolo per recuperare e 150 anni dopo siamo poco sopra. Inizio a sospettare che le nostre compatriote siano squisitamente sagge.
Ma non ho il tempo di soffermarmi perché vedo quest’altra notizia che già mi aveva investito la settimana scorsa farsi ancora più ingombrante: la straordinaria crescita delle quotazioni del rame: +20% in un mese.
Sempre merito di Mister T, dicono i bene informati e delle promesse espansionistiche, per ora solo fiscali. Sarà, ma forse qualcos’altro sta maturando nel mondo delle commodity e anche i recenti strappi del petrolio, che vengono attribuiti all’imminente accordo Opec, sembrano confermarlo.
A proposito, se volete sapere chi produce quanto dentro l’Opec vi servirà questo grafico
Cosi anche saprete di chi sarà la colpa quando l’accordo fallirà.
A domani.
Cronicario: Il capriccio di Trump mette in crisi la tirchieria Ue
Lunedì 21 novembre. Ogni riccio è un capriccio, diceva mia nonna, e perciò figuratevi che capricci verranno fuori da un uomo dotato di pettinature così elaborate.
Bloomberg, per dire, ne ha scovato uno: il Trump tantrum sul mercato obbligazionario.
Che vuol dire? Facile: aumentano i rendimenti e perciò le obbligazioni che avete nel cassetto valgono di meno. Potreste pure infischiarvene, se le conservate fino a scadenza. Ma il fatto è che non siete soli al mondo e ci sono entità astruse tipo banche e assicurazioni che con i market value delle loro obbligazioni devono tipo chiuderci i bilanci e calcolare gli indici di solidità finanziaria. Perciò il capriccio di Trump, traduzione libera del Trump tantrum, rischia di inzeppare più di quanto non lo sia già la caracollante finanza europea, già stressata dal problema più grave di tutti: la tirchieria.
Sempre Bloomblerg nota che nemmeno i tassi negativi riescono a frenare l’ossessione europea di mettere i soldi da parte. La sindrome di Arpagone s’è abbattuta su di noi trasformandoci in collezionisti di euro dei quali non sappiamo che fare e che perciò prestiamo all’estero.
Noi tirchi e Trump fa i capricci: secondo voi chi vince?
Una prima risposta mi arriva dall’Esm, il fondo europeo di stabilizzazione. Proprio oggi il direttore generale Regling ci ha regalato alcune perle di saggezza. La prima: una delle ragioni per le quali l’integrazione finanziaria si è ripresa così lentamente dopo la crisi è la bassa redditività della banche europee.
Il blu è il ROI delle banche Usa, insomma quanto rendono, il giallo quello Ue. Sono un paio di percento in più per gli Usa, mica scherzi. E notate che siamo pure migliorati rispetto al 2012 quano il ROI europeo era negativo per il 2% e quello Usa positivo per l’8%.
Seconda perla: gli Usa hanno meno sofferenze ma adesso anche in Europa stanno diminuendo.
Che è vero se guardate il giallo, ma di meno se osservate la striscia blu, che è bella piatta. Rimangono sul groppone delle banche europee oltre 800 miliardi di sofferenze lorde coperte si e no per la metà dalle garanzie. D’altronde si sa che i tirchi soffrono.
E sembra che soffriremo anche in futuro.
La linea rossa che vedete lassù è la crescita Usa che va verso il 3%, quella azzurra la nostra di noi europei, che galleggia sopra l’1,5%. Sempre Bloomberg, che oggi ce l’ha con noi, dice che i capricci di Trump, oltre a terremotare l’obbligazionario, faranno barba e capelli anche all’euro, ormai lanciato verso la parità sul dollaro, e che il piano di infrastrutture che SuperTrump tirerà fuori dal cilindro farà il resto.
Che sarà di noi, mi domando mentre osservo tristemente il Giappone annunciare il suo millesimo piano di stimolo à la Trump
E che sarà: sarà questo.
E per noi italiani quest’altro:
Vi do solo due numeri: il nostro Pil rimarrà sotto l’1% quest’anno e il prossimo. E poi la crescita delle importazioni è prevista superiore a quelle delle esportazioni, sempre quest’anno e il prossimo con un contributo negativo crescente dell’export netto sul pil. E chi ha orecchi intenda. Gli altri emigrino.
Il problema della tirchieria europea provoca anche effetti indiretti, tipo questo
con le borse dei paesi con le mani bucati che perdono e recuperano, come il Giappone, o che crescono e basta, come l’Uk e gli Usa, mentre Germania e Francia, epigone della tirchieria europea, sono in pareggio, nei due semestri dell’anno, o addirittura in perdita. La tirchieria ha finito col trasformarci in riccastri riottosi che più stanno bene e più si lamentano. Quando leggo che in Olanda sta covando l’ennesima bomba anti Ue sottoforma di euroscettici o come si chiamano adesso gli indignati speciali, mi rendo conto che il problema dell’Ue non è l’Ue, ma chi ci abita. Siamo profondamente ammalati di tristezza.
E scopro anche la cura: liberarsi di Bruxelles per smettere di essere tirchi. Entrare nelle nuova tendenza. Essere alla moda. Almeno per chi ci crede.
Chi legge il Cronicario già da giorni sa che il grosso della partita si giocherà ad aprile. E adesso dopo che Sarkozy è finito trombato dall’ennesimo sbracciatore
Capirete che qualcuno inizia a preoccuparsi sul serio.
Tocco ferro ed emigro sulle fasce del cronicario globale, dove trovo la notizia che il petrolio oggi rimbalza, notizia coccolatissima da Goldman Sachs tristemente nota per le sue previsioni errate sui prezzi del petrolio e per i suoi interessi di bottega sul prodotto e i suoi derivati (soprattutto questi), che oggi pronostica l’arrivo a 55 dollari nel 2017 mentre la ditta ha pensato bene di uscire dal business dello blockchain. Vuoi mettere le care vecchie materie prime?
Tanto ottimismo è dovuto ai buoni auspici circa l’esito positivo del meeting di Vienna, quando l’Opec dovrebbe congelare la produzione, o almeno provarci. Ma questa fantasia dove fare i conti con un paio di dure realtà. La prima è che l’Arabia Saudita, che comunque è il pezzo grosso dell’Opec, ha ancora un notevole spazio di riserve per continuare a bruciarne: ha giù speso 167 miliardi di dollari, – altro che tirchieria europea – ma gliene rimangono 552. Più del doppio del 2007 quando comunque viveva benissimo e il dollaro valeva assai meno di oggi.
Inoltre secondo un grafico prodotto da Commerzbank le riserve saudite, con il petrolio a 45 dollari, potrebbero durare almeno altri sette anni.
Ancora sette anni di vacche grasse e poi arriverebbero le vacche magre. Credete ancora che l’accordo di Vienna sia così scontato?
Scontato, di sicuro.
A domani.
Cronicario: L’export italico emigra in Cina, il liberalismo in Germania
Vabbé il mondo si è capovolto, e ci sta pure in un anno bisestile dove è successa qualunque cosa compresi svariati terremoti. Ma leggere sull’ultima release Istat che le esportazioni italiche verso la Cina a settembre sono aumentate del 23% mi fa venire l’acquolina in bocca e gli occhi a mandorla, convincendomi che la nostra metamorfosi in copie dei cinesi, lungamente auspicata nell’ultimo ventennio, finalmente si è compiuta. Siamo noi i Grandi Esportatori, altro che i tedeschi, e tantomeno gli originali – i cinesi appunto – che ormai crescono solo perché hanno ottimi statistici in servizio permanente effettivo.
Invece noi: altroché. La quota delle nostre esportazioni extra Ue sul totale delle europee è passata dall’11 all’11,1%. Vinceremo. E giù altre cifre: export verso il Giappone: +18,2%. Export verso Usa (scusa Mister T.): +11,1%.
La nostra sfortuna è che ancora girano quei tirchi dell’Ue, quelli dello Zerotre e dello Zerocinque, che spendono poco, e infatti il nostro export verso l’Ue è diminuito del 3,3%. E siccome il grosso di questo export lo facciamo in casa – per modo di dire – va a finire che la tirchieria dell’Ue ci ha guastato il trimestre, che si è chiuso con un export congiunturale in calo dell’1,6% e dell’import del 4,5. Già, importiamo pure, e per fortuna ancora l’energia è cheap, almeno finché i rialzi del dollaro non ce la faranno pagare cara. Ma a quanto pare nessuno sente il bisogno di avvisarci che il superdollaro può farci maluccio, specie se associato a una politica protezionista di marca Usa.
Ma la conferma che il mondo si è capovolto, mi arriva dall’ennesimo spiffero che soffia nel cronicario globale dopo la gloriosa vittoria di Mister T: la Germania come ultimo ostello del liberalismo, il faro di libertà dell’Occidente e robe così. E mica lo dicono solo quelli del Foreign Affairs. Lo dicono un sacco di persone, che evidentemente coltivano il gusto sadico della nemesi e non hanno mai letto i libri di Sombart dei primi anni ’30.
Insomma: gli italiani sono diventati cinesi e i tedeschi americani. Dal che deduco che i cinesi sono diventati italiani e gli americani tedeschi.
Cerco le prove nel cronicario e ne trovo a bizzeffe. Ve ne dico solo alcune. I cinesi sono sempre più pazzi per l’automobile, come eravamo noi ai tempi della 500. Figuratevi che il consumo nazionale di acciaio rimane in piedi solo grazie al fatto che l’industria automobilistica è in grande spolvero. Quanto agli Usa, beh, facile: a parte la prevalenza del biondo rame
il dollaro sta diventando una moneta rifugio come il vecchio marco.
Ne volete ancora? Trump in piena hybris germanica, si è messo a fare asse col Giappone, il premier Abe è il primo dei suoi incontri seri dopo le elezioni, e si telefona col bisnipote politico di Molotov, Putin. L’afrore di anni Trenta percola da ogni dove, convincendomi sempre più che il mondo è cambiato sul serio in questo scorcio di 2016. Persino certezze indubitabili, come l’aggancio della moneta dell’Arabia Saudita al dollaro, ormai vengono messe in discussione dai pezzi grossi del deserto. Gli arabi minacciano pure di uscire da Twitter e Citigroup, Non so se mi spiego. Oppure il QE della Bce: uno pensava che fossi qui per sempre, e invece no: perde pezzi grossi. La Bce potrebbe toglierci il paracadute monetario molto presto, questo è il succo del discorso. Ma non c’era l’inflazione bassa?
Un altro zerocinque globale dice Eurostat. Ancora poco, ma ci stanno lavorando. Intanto arriva la notizia che è stato raggiunto l’accordo sul bilancio dell’Ue per il 2017 dopo 18 giorni di negoziazioni fra il Consiglio e il Parlamento europeo. Ora lo approveranno, alla faccia di chi aveva minacciato veti e quant’altro. E in attesa che il potente piano di stimolo suggerito ieri dalla Commissione Ue sortisca i suoi effetti, beccatevi questa perla
che fa il verso a quest’altra
Vedere candidati così sbracciati e abbraccianti mi apre il cuore. Ma quanto si vogliono bene i francesi? E soprattutto quanto ci vogliono bene? Se ancora avete dubbi che il futuro dell’Europa – e quindi il nostro – si decida il prossimo aprile 2017, quando voteranno i Galli, beh allora cambiate canale: non vi meritate Cronicario.
Rimane il fatto che chiunque vinca, in Francia, sarà un insuccesso. Sarkozy che suggerisce un secondo referendum ai britannici una volta che l’Ue avrà completato le sue riforme dimostra un senso della realtà non meno problematico della sua potenziale sfidante. Di sicuro nell’UK non vedono l’ora.
Tutto questo mentre un fantasma si aggira per l’Europa, a portar sfiga
Siamo davvero a un punto di svolta e ci aspettano tempi duri. Mi consola appena il pensiero che non dureranno. Ancora un millennio. Poi il mondo finirà. Alé.
A domani.
Cronicario: L’EZ spende e (e)spande con lo zerocinque
Ieri era lo zerotre, oggi il numero dell’allegria europea è lo zerocinque, che su un pil eurozonesco che vale più o meno 11 mila miliardi significa un cinquantino abbondante di miliardi. A tanto dovrebbe ammontare la manovra espansiva che la Commissione europea, in un impeto dissipatore ha suggerito durante le sue ultime comunicazioni sul prossimo semestre europeo. Una rivoluzione: mai successo prima. Siccome non si può parlare di politica comune di bilancio, per la semplice ragione che un Tesoro comune non c’è, ecco la perifrasi, il giro di parole in corsivo, la supercazzola. Si parla di fiscal stance. Imperdibile.
La fine d’anno, si sa spinge all’ottimismo, qualcuno pensa persino che questa fiscal stance verrà presa sul serio e che qualcuno leggerà le raccomandazioni generosamente elargite oggi per il primo semestre 2017.
Il sospetto è che ormai la mania delle politiche espansive sia irrefrenabile. Preparatevi, pioveranno soldi. Poi però non lamentatevi che sono soldi vostri. Mi piace sperare che i 50 e rotti miliardi teorici, sommati agli ancor più teorici 300 miliardi del piano Juncker risolveranno finalmente l’annosa questione della povertà nell’Ue, dove un bambino su quattro è a rischio esclusione.
Ma devo accontentarmi delle opinioni della Commissione sui budget fiscali dei paesi membri. Quella sull’Italia la trovate qui. Leggerla male non fa, rischiate solo un attacco di sbadigli. Il succo è presto detto: l’Italia fa come le pare. La Commissione si costerna, si indigna e s’impegna e poi getta la spugna con gran dignità, (cit.) e rimanda tutto alla primavera prossima. Sono anni che leggo queste lettere e sono sempre uguali: ognuno può trovarci quello che gli fa più comodo.
Se siete amanti delle visioni d’insieme poco impegnative, la situazione alla vigilia del prossimo semestre è questa
La casella in alto a sinistra è quella dei paesi con procedura di deficit eccessivo. E il problema non è tanto che ci siano Spagna, Portogallo e Croazia, che contano quanto il due di coppe con la giocata a oro. Il problema sono i bleu: i francesi. Sono in deficit eccessivo e devono pure andare a votare ad aprile, in pieno semestre ’17. Sai che fortuna. Già si sentono i soliti fenomeni dei sondaggi dire le consuete bestialità.
Ti credo che ride la signora Le Pen.
Stanco dell’europa con i suoi zerovirgola, decido di dedicarmi ai numeri veri, e il primo che trovo è questo:
Il dollaro, dice Markit, è al suo miglior livello dal 2003. E allora fareste bene a leggere un pregevole discorso di uno dei cervelloni della Bis, che già ieri il Cronicario vi ha segnalato, che associa problemi di vario genere al rialzarsi del dollaro. Un giorno o l’altro ve li racconto, ma se avete voglia di scervellarvi, lo speech lo trovate qui.
Ricambio continente. A metà fra i dollarosi e gli eurovinati, incerto sulla loro autentica collocazione geografica, trovo i neofiti di brexit, i poundotati, che oggi hanno postato un trimestre con disoccupazione ancora in calo
Rischieranno pure la pelle, dopo brexit. Intanto però godono: gli occupati sono cresciuti di 49 mila unità nel terzo trimestre e i disoccupati sono diminuiti di 37 mila.
Così è la vita, mi dico vagamente depresso, mentre leggo che da noi gli occupati a tempo determinato sono diminuiti di altri 3.700 unità mentre l’altr’anno erano aumentati di 53mila.
Che si fa si emigra?
Mentre preparo la valigia l’occhio mi cade su un’altra notizia
Non è tanto il fatto che i leader finanziari vedano in grande maggioranza il mercato delle commodity in rialzo – c’ero arrivato pure da solo – ma la circostanza che ci sia stato un evento che si chiama Global financial leadership conference che non si segnala tanto per la qualità, sicuramente eccelsa, dei relatori, ma per il fatto che è organizzato da una delle borse più ricche del mondo – casualmente molto impegnata nelle commodity – e che si conclude con una matinée dedicata al golf. D’altronde, dopo aver passato due giorni interi a parlare di numeri, che c’è di meglio che sgranchirsi le mazze?
Mi viene subito voglia di socializzare la mia invidia sociale sui soliti mezzi
ma poi mi ricordo che pure i soliti mezzi fanno parte del Circo globale che ci fa lavorare tutti gratis, me compreso che scrivo queste finezze.
Capisco che non c’è speranza e in quel preciso momento scopro che Nintendo sta per rilasciare la prima release di Supermario Bros per IPhone. L’ansia si placa dopata dalla futilità. M’incanto davanti allo smartphone e mi tranquillizzo.
Bit siamo e bit ritorneremo.
A domani.
Cronicario: Sorpasso italico a bordo dello Zerotré
Lo zerotre, mica bruscolini. Giusto ieri il Cronicario auspicava una buona notizia per l’Europa ed eccola qua: ci ha pensato Eurostat. Nell’eurozona il Pil, nel terzo trimestre 2016, è cresciuto dello 0,3%.
Quello dell’Ue a 28 dello 0,4%, ma vabbé: non stiamo a questionare. Quel che conta rilevare è che lo Zerotré diventa un mezzo ospitale dentro al quale finisce pure il nostro paese. E sullo Zerotré amaranto si sta un incanto, per parafrasare il vecchio Paolo Conte, tanto più quando viene fuori che l’agile vascello che condividiamo con la Repubblica Ceca, si lascia alle spalle la Germania e la Francia, entrambe bloccate allo 0,2%.
La Germania batte le aspettative, ma al ribasso, per colpa di un export che rallenta e pesa sulla crescita, che è tutta dovuta alla domanda interna, proprio come da noi. Ma chi volete che stia a squadernare questi approfondimenti. Il cronicario nazionale è tutto un cliccare sul pil migliore delle aspettative in Italia e peggiore in Germania. Manco si vincesse qualcosa. O forse sì: il sorpasso italico darà maggior fiato alle trombe dei Turchetti nazionali, che si ripeteranno Allegria, Allegria, Allegria prima di condurci al nostro personale armageddon dicembrino, quando il vento della Brexit spirerà dalle nostre parti di ritorno dagli Usa e in attesa di arrivare in Germania e Francia l’anno elettorale prossimo. Puro avanspettacolo.
Sicché, non essendoci votato, m’inerpico sui sentieri più ripidi del cronicario globale per scovare qualcosa che valga l’inchiostro e il nostro tempo. E trovo questa:
Che vuol dire? Semplice: il dollaro si sta rafforzando grazie al SuperTrump (oggi però ha rifiatato) e un paper recente della Bis, che di mestiere studia la stabilità finanziaria fra le altre cose, mostra che un dollaro più forte è associato a maggiori tensioni sui mercati finanziari e a una minore attività di prestito da parte delle banche. Insomma: nessun pasto è gratis, neanche quelli che promette Mister T.
A proposito, il FT ci fa sapere che Mister T è stato telefonato dal compagno Putin che pare voglia instaurare una corrispondenza d’amorosi sensi col collega yankee. Ce li vedete voi come coppia di fatto?
Io no. Secondo me l’unica cosa che li unisce è l’antipatia verso i cinesi e i fighetti europei come Juncker che dopo aver dato del dilettante a Trump oggi ha sottolineato che la sua campagna elettorale è stata disgustosa. Vedremo come finirà.
Intanto però la Russia, come aveva anticipato qualcuno che sa di non sapere, sta assai meno peggio di quanto previsto. Di sicuro non andrà da Trump col cappello in mano. Magari col colbacco, va.
Di nuovo c’è che il petrolio ha strappato un bel rialzo dopo che l’Opec ha fatto trapelare che sta lavorando a un accordo in vista del vertice del 30 novembre
Personalmente ho qualche dubbio. Ma ne riparleremo a dicembre.
Poi mi ricordo che in fondo è la nostra giornata – quella dello Zerotré – sicché mi sembra giusto continuare a parlare di quanto siamo belli e bravi noi europei. E così dedico mezz’ora a leggere quest’analisi che confronta lo stile di vita di americani ed europei il cui succo è questo grafico:
In pratica negli Usa quasi il 70% delle persone impiegate lavora 40 o più ore a settimana, dato in crescita dal 2009, nell’Ue solo il 56%, dato in calo dal 2009. Certo dipende da una serie di cose, a cominciare dai tassi di disoccupazione, ma la morale, mi pare, è che loro si meritano Trump, così come noi ci meritiamo Juncker. Piccola appendice. La percentuale più alta di gente che lavora oltre 40 ore a settimana ce l’ha la Corea del Sud, con l’80%, la più bassa la Danimarca, con poco più del 10%.
Gira e rigira, sempre al problema del lavoro si ritorna. Mister T ha promesso milioni di posti di lavoro, come fanno tutti i politici, e allora può essere utile ricordare, in un’epoca in cui tutti auspicano flessibilità e riforme dei mercati del lavoro, che l’ILO, International Labour organization, ha lanciato poche ore fa un report che spiega molto bene come sia la situazione per i “fortunati” che hanno forme contrattuali flessibili:
Il 90% di chi è precario vorrebbe un lavoro vero, altroché. Ma questa evidenza la narrazione sulla bellezza del part time difficilmente la palesa. Tutti a parlare della bellezza del tempo libero. Salvo dimenticare che costa caro.
A domani.
Cronicario: Miracolo in Giappone, mentre l’Ue campa di speranze
Manchiamo solo noi, mi dico, mentre spero che l’aura di Mister T sbarchi finalmente anche nella nostra povera Europa, dopo aver lambito nella prima mattina le coste giapponesi, miracolate d’autunno: il Pil è cresciuto del 2,2% nel terzo trimestre.
Certo, non è il 2,9% degli Usa. Ma d’altronde quelli hanno Abe
e quegli altri il magico Trump,
ma comunque è sempre una “crescita inaspettata”, come si affrettano a sottolineare tutti i commentatori che continuano a sottovalutare il potere taumaturgico di Mister T, che pure col terzo trimestre non c’entra niente, firmatario recente del contratto con gli americani, come usava da noi dieci anni fa
Lo dico sempre: il mondo ci capirà fra vent’anni.
Sicché c’è rimasta solo l’Europa a corto di buone nuove. L’ultimo outlook sull’eurozona l‘ha diffuso Vitor Constancio, vice presidente della Bce, e non è che sia paragonabile. “Le sfide rimangono e sono emersi nuovi rischi”, dice. E quanto all’Europa la sfida principale risulta dai rischi di un crescente protezionismo (e basta guardare questo grafico diffuso dall’istituto statistico tedesco per capire perché)
e poi dall’andamento delle economie emergenti, che all’Europa sono legate a filo doppio, sia sul versante commerciale che su quello finanziario.
Già, gli Emergenti. La Cura Trump rischia di danneggiarli parecchio e i mercati, come sempre sensibilissimi, reagiscono così.
Le valute sono le prime a soffrire, ovviamente, ma non saranno certamente le ultime. Intanto però la trumpmania si sfoga in parte sull’equity, che assorbe denaro dall’obbligazionario,
e poi proprio sul valutario, col dollaro a fare la parte di Sigfrido. O, meglio, di Superman.
euro e yen sono ai minimi da mesi, la qualcosa sicuramente piacerà al Giappone, che proprio grazie all’export ha visto il suo quarto di pil crescere più delle attese, e anche l’Europa dovrebbe trarne beneficio. D’altronde quando ci si convince che sia in arrivo un fiume di dollari cos’altro potrebbe succedere?
La Reuters scrive che il piano fiscale di Trump potrebbe spingere alla crescita anche l’Europa, che quindi s’iscrive di fatto e di diritto al club dei possibili miracolati. La convinzione che Mister T accenderà la voglia di fiscal spending anche negli austeri governi europei assomiglia a un atto di fede, persino superiore a quello che il fiscal spendig sia davvero utile a risolvere i problemi. Ma così va il mondo in questo scorcio d’anno, e lungi da noi di volerlo questionare.
Più interessante osservarlo. Notare ad esempio il tormento deflazionistico di casa nostra, con i prezzi ottobrini in calo dello 0,1% su base mensile e dello 0,2% su base annuale. Oppure osservare come, ancora a settembre, la produzione industriale europea sia diminuita dello 0,8% rispetto ad agosto, spuntando un povero +1,2% rispetto al settembre 2015. Nulla che serva al buonumore.
Sicché tocca accontentarsi delle spigolature. Scopro che la Commissione Ue vuole dotarsi di una task force per studiare il FinTech, ossia la finanza tecnologica, quella roba astrusa che va dalle Blockchain ai servizi finanziari digitali. Roba futuribile, ma già assai concreta, come ci ricorda l’Economist.
Ma sempre futuribile rimane. Oggi farebbe più piacere pagare meno tasse e avere più lavoro nell’EZ e nell’Ue. Ma questo miracolo qui non accade. L’unica cosa di un certo interesse la segnala Fitch: le banche australiane e canadesi si stanno rivolgendo sempre più al mercato europeo dei fondi monetari denominati in dollari per i loro prestiti a breve termine, dopo la riforma del settore entrata in vigore negli Usa. L’Europa sembra sempre più una banca, e poi ci stupiamo che le banche soffrano. Casualmente sono proprio quelle tedesche, ossia il paese economicamente più robusto, a soffrire di più.
Ma mi rendo conto che non è per nulla popolare l’idea che pensare troppo alle banche faccia male alle banche. Perciò la oblitero e ritorno sul cronicario, per regalarvi quest’ultima perla scovata sotto la sabbia.
Secondo Eurostat, i popoli dell’Ue possono aspettarsi di lavorare quasi due anni in più rispetto a quanto facevano dieci anni fa. In pratica si è allungata la durata della vita lavorativa.
E qui scovo l’ennesimo primato italiano. Nel 2015 la vita lavorativa più lunga è prevista in Svezia, con 41,2 anni, e quella più corta in Italia, con 30,7. Allegria.
A domani
Cronicario: L’oro cambia colore e diventa rosso come il conto della casalinga di Beijing
L’onda lunga dei miracoli di Mister T s’allunga a oggi, proseguendo l’incredibile serie di successi del nostro nuovo Re Taumaturgo. Prendete l’oro: da quando Mister T ha preso piede è successo questo:
L’oro è crollato. Anzi meglio: ha cambiato colore. E’ diventato rosso, come il rame che ha stupito tutti per la sua crescita: +26% in 15 giorni.
Forse aveva ragione chi ipotizzava una primavera della commodity. Ma tanto finché non lo scrive Bloomberg…
Nessuno dubita del merito di Mister T, ovviamente. La sua promessa di far volare le infrastrutture mette le ali anche ai metalli. Cos’altro deve curare il Re Taumaturgo?
Giusto la scrofola.
E la Cina? Curiosamente proprio mentre risorge l’oro rosso la Reuters si accorge di un altro rosso fisso, ossia il conto delle casalinghe di Beijing. Sta a vedere che adesso che lo dice la Reuters diventa una notizia, mentre quando lo dicevano i pirati del web era poco più di un frizzo, un lazzo, un’esagerazione, un gufaggio. Ebbene sappiatelo una volta per tutte: le famiglie cinesi si sono riempite di debiti, e stendiamo un velo pietoso sulle imprese, gli enti locali, le banche ombra. In Cina solo lo stato ha un debito pubblico mediamente basso. Forse perché ha fatto indebitare gli altri.
E difatti il debito delle famiglie cinesi è raddoppiato in meno di dieci anni, portandosi al 40,7% del pil, che è poco per gli standard occidentali, ma assai per quello cinese, dove gli stipendi sono quelli che sono. Pensare che i crediti al consumo concessi dalle banche cinesi sono passati da 3,8 trilioni di yuan di fine 2007 a 17,4 trilioni in meno di dieci anni è come salire sull’ottovolante e chiudere gli occhi: una vertigine. Capite bene la povera casalinga di Beijing, che oggi gode sul Cronicario dei suoi quindici secondi di celebrità, costretta a districarsi fra debiti in crescita e spazio abitativo in diminuzione a sempre a maggior prezzo.
E adesso è arrivato pure Mister T. Poverina, quello gliel’ha giurata ai cinesi. Guardate un po’ cos’è successo alle valute asiatiche da quando ha vinto l’uomo biondo.
Per non parlare del resto del mercato emergente. E invece guardate cosa è successo al pound britannico, che si è intonato per pura simpatia linguistica al successo di Mister T.
Oppure, ancora più interessante, al mercato dei bond.
Sarà mica vero che il mondo è cambiato? Non sono convintissimo. Alcune cose non cambieranno mai. Questa tipo:
Sapere di vivere in una zona del mondo – l’eurozona – dove le tasse superano il 40% del prodotto (e notate quanto sono aumentate negli ultimi cinque anni) mi fa venire voglia di cambiare pettinatura.
Non coltivo infatti la minima speranza che questa situazione possa cambiare, anzi: può solo andar peggio.
Dite che esagero? E chi dovrebbe rassicurarmi, i nostri sagaci scrittori di giornali e altre amenità? Non mi aspetto sorprese dalla loro perspicacia: sanno proporci solo analisi che sanno di brodino caldo. Adesso tutti a parlare di populismo. L’ennesimo bau bau.
Dopo che oggi ho letto nel giornale di quelli che si sentono cool che la Germania ormai è la guida dei paesi liberi ho quasi superato la capienza delle bestialità. Manca solo qualcuno che confermi la Cina un’economia di mercato e poi il Cronicario ha fatto il pieno per questa settimana.
L’unico rosso che non si vede oggi, ma neanche per sbaglio, è quello che si dovrebbe scorgere sulle guance dei tanti fenomeni che ci hanno intrattenuto con le loro analisi regolarmente sbagliate e che ancora vorrebbero spiegarci i perché e i percome. Non state a perderci tempo, quello che vi serve di sapere lo trovate sul Cronicario e sul resto di TheWalkingDebt. E’ ancora gratis, ma non durerà per sempre, quindi approfittatene.
Ci rivediamo lunedì.
Cronicario: Dal T-Blond al T-Bond: è il giorno dei miracoli
Oggi è di nuovo il giorno di mister T letteralmente onnipresente nel cronicario della rete, che però a differenza dell’originale
ha un bellissimo ciuffo biondo e la carnagione capace di rassicurare i fedeli della white supremacy, ormai sfiancati da otto anni di presidente abbronzato.
Oggi perciò, come ieri, è il giorno di Hillary Trump, ma in versione T-Blond, l’uomo fascinoso del momento, l’appuntamento col destino, il guaritore di scrofola. Passata la paura tutti di corsa a sperare nel nuovo Re Taumaturgo. Sicché la sintesi migliore di questa mezza giornata la trovo in questi due grafici, uno postato su Twitter da Jamie McGeever, della Reuters
che mostra come il rendimento sul T-Bond Usa abbiano segnato il maggior aumento settimanale degli ultimi sette anni, al nono posto degli ultimi 30. L’altro grafico mostra invece l’andamento declinante dello yen verso il dollaro, al suo minimo da quattro mesi.
Come leggere questi segnali? Come interpretarli? C’è la fila di auruspici là fuori, andateveli pure a cercare. Al Cronicario basta osservare che il clima è cambiato verso il nostro Mister T-Blond, ora poco ci manca divenga Creso. Ora piace, se lo allisciano.
Sentite Bloomberg: la vittoria di Trump fa salire le quotazioni delle banche europee. Il che somiglia davvero a un miracolo, come sa bene chi conosce le banche europee, assai più difficili della scrofola.
I più ostinati, per consolarsi raccontano che l’anti Mr T-Blond sarebbe questo tizio.
Mister T-Blond è riuscito a compiere davvero un miracolo: ha risuscitato Michael Moore. Ma che tristezza. Per dirla con le parole di un tizio
Bah. Meglio lasciare il circo Usa, che tanto ne avrà di migliori da riservarci nelle prossime settimane, e passare ad argomenti se non più seri, almeno più interessanti. E il primo che trovo riguarda una di quelle cose che diamo sempre troppo per scontato (nel senso che costa poco di questi tempi): il petrolio.
Ricordo a tutti che il prossimo 30 novembre a Vienna ci sarà la riunione dei ministri Opec che dovrebbe servire a congelare la produzione. Ma il succo l’ha spiegato poche ore fa l’IEA, ossia l’agenzia internazionale dell’energia. La domanda è prevista in calo e però i componenti Opec hanno pompato 33,8 milioni di barili in ottobre, persino oltre la soglia di 32,5-33 milioni fissata durante l’ultimo meeting di Algeri. Bisognerebbe capire perché, e poi tagliare, visto i chiari di luna.
Quanto al perché guardate qui
Il rosso è la produzione dell’Iran, che dopo aver siglato la pace americana è tornato a pompare milioni di barili. O meglio, a venderli. L’offerta di petrolio dall’Iran è al suo massimo da 7 anni. Addirittura ad ottobre, mese boom (e per fortuna si erano visti ad Algeri), l’Iran è tornato al livello pre sanzioni di 3,72 milioni di barili. E chi sono i partner dell’Iran?
Gli azzurrini siamo noi europei, nel caso non l’aveste notato. Ora mi chiedo cosa combinerà Mister T-Blond con l’Iran e tutto ciò che ne conseguirà per il petrolio, l’Europa, lo stretto di Hormuz e la compagnia cantante della globalizzazione senescente. Ma decido di non distrarmi e leggo questo:
Il partito unico della Cina, sapete quel paese che l’Ue deve decidere se è un’economia di mercato (vedi foto), ha deciso che serve maggiore disciplina al proprio interno. Disciplina di partito, mica di mercato, che avete capito? Immagino sia anche questo un miracolo di Mister T Blond.
Ma oggi i miracoli abbondano. Eccone un’altra, di miracolata, che ora ci crede davvero
Che c’avrà da guardare? Ho qualche sospetto, ma non sono il solo.
Intanto l’Economist gufa. Manco avesse visto i dati Istat sulla nostra produzione industriale di settembre, calata dello 0,8 rispetto ad agosto o i dati dell’economia in breve di Bankitalia. Pure a noi servirebbe un miracolo, altroché.
Finisco in bellezza, dopo tante bruttezze. Merito di DB che ha rilasciato uno studio secondo il quale le Blockchain potrebbero cambiare le nostre vite assai prima di quanto si pensi. Mi tocca sperare nella blockchain per avere una vita migliore? Ora chiedo a Mister T.
A domani.
Cronicario: Bim, bum, Trump: anche l’Ue fa bam
Come previsto con due giorni d’anticipo dal vostro Cronicario, Hillary Trump ha vinto le elezioni e ora tutti si stupiscono, ma solo perché sono scarsi in traduzioni e ancor di più in fantasia. Sicché oggi guardano attoniti allo scenario globale.
Questa bella crepa è persino meno profonda e grave di quella che si è aperta da un pezzo nel tessuto delle relazioni internazionali e non certo per colpa di Trump, che è un simpatico epifenomeno. Il problema è che i nodi vengono sempre al pettine, prima o poi, e già vedo il prossimo farsi largo allegramente verso di noi.
Lasciate che gli elettori vengano a me, dice M.me Le Pen. Presto, molto presto. Ad aprile 2017 si vota in Francia.
Ma prima vorrei regalarvi un momento fotografico perché della vittoria di Trump oramai sapete tutto, ne avrete piene le orecchie, ma gli occhi non ne hanno mai abbastanza. Perciò godetevi il meglio che ho trovato on line (e scusate per i crediti rubati) a cominciare da questa, che è da standing ovation.
Trump il “rosso”, manco a dirlo, ha fatto sdilinquire mezzo mondo. Chi ha sorriso seducente
chi sguaiato
chi l’ha buttata in diplomazia
Ma il ritornello è sempre lo stesso. Il mondo non sarà più lo stesso. La differenza di opinioni è fra chi aggiunge per fortuna alla frase e chi purtroppo. Anzi, purtroppamente.
Ma ci vuole poco a mettersi d’accordo. Il WSJ, ad esempio, preso atto dell’accaduto
ha subito sfumato il ciuffo di Trump,
evitando accuratamente le foto di profilo che giravano fino a ieri
E così, mentre i mercati sprizzavano gioia da tutti i pori per la vittoria di Trump (il petrolio per dire ha perso il 4% a notizia acquisita, salvo poi recuperare)
e i politici del mondo si congratulavano, si consumava il bim bum bam del girotondo globale. Solo che a buttare giù i numeri non erano gli Usa, che ancora contavano le schede elettorali, ma l’Ue.
Prima di vederli però, è utile leggere questa rilevazione pubblicata poche ore fa dal sito di statistica tedesco.
Non fatevi ingannare. La notizia non è che i paesi poveri esportano poco – sennò non sarebbero poveri – ma che il 7% della popolazione mondiale, casualmente residente nell’Ue a 28, pesa quasi il 35% del totale dell’export, a fronte del 10,3% degli Usa. Capite perché la vittoria di Trump generi ondate di panico in Europa?
E sarà pure un caso, ma nel giorno della scontata vittoria di Hillary Trump, arrivano le previsioni di autunno, assai più fredde di quanto non fossero pochi mesi fa. Per togliervi la sete col prosciutto, come si dice a Roma, guardatevi quelle sull’Italia.
poi quelle sulla Germania
e poi indovinate chi sono i buoni e chi i cattivi in questa storia.
Ne vogliamo parlare? Ma no, parliamo di Trump. Il bam dell’Ue può ancora attendere. Ma ricordatevi che è cominciato.
A domani.
Cronicario: Fra Brexit e Hillary Trump, la fine del 2016 è #MesChina
Rispondete subito senza pensarci: la Cina è un’economia di mercato? Smettetela di ridere e prendetela sul serio. Almeno quanto la prendono sul serio a Bruxelles quelli della Commissione Ue, che entro un mesetto dovranno rispondere a questa domanda. Mi figuro la buonanima di Von Mises, il grande teorico del calcolo come costituente di un’economia di mercato, che dimostrò l’impossibilità di un calcolo economico in un’economia socialista. Oggi temo faticherebbe a spiegare a Bruxelles che un’economia dove gli investimenti pubblici sono la metà del Pil e dove si fanno i piani quinquennali solo con molta fantasia filologica può essere considerata un’economia di mercato. Ma vabbé, siamo in piena hybris creativa, perciò vincono senza i dubbio i creatori dell’hashtag #MesChina, che ha ispirato #NoMeSChina sponsorizzato da quelli che domani saranno a Bruxelles e altrove per invitare lorsignori a dire no al market economy status (MES) per l’aspirante Impero d’Oriente (China).
#MesChina, peraltro, è proprio la fine di questo 2016. Pensate all’Impero d’Occidente: non è che se la passi benissimo. I lettori di Cronicario sanno già che Hillary Trump vincerà le elezioni e cosa ciò significhi. E sanno pure che l’Impero è ancora scosso dopo la botta di Brexit di giugno scorso. Ci mancava pure adesso che l’Ue – dico l’Ue – decida se la Cina è o no un’economia di mercato. Figuratevi se questa cosa agli imperatori piace. Proprio per nulla. E secondo me piace ancor meno ai cinesi, che già devono archiviare un mese di ottobre con l’export in calo del 7,3% e l’import dell’1,4. Dov’è finito il miracolo cinese? Vorranno mica fa’ davvero gli americani?
Stando a Bloomberg, che racconta dell’aumento del 20% delle vendite di auto in Cina per questioni fiscali sembra propri di sì. Ma Per il momento l’unica cosa che emerge è che il surplus cinese nei confronti degli Usa si restringe sempre più,
e questo dà una coloritura ulteriormente #MesChina a tutta la vicenda.
Ai tormenti imperiali si aggiungono le seccature delle periferie che pensano di essere determinanti. Come l’Ue, appunto. Solo che stavolta è il turno dei petrolieri che questo mese sperano di arrivare a un accordo per congelare la produzione per sostenere i prezzi, che già tornano a vacillare. Ne avrebbero ben donde, secondo questo grafico:
Anche questa, se ci fate caso, è una vicenda #MesChina. Ma d’altronde, se il petrolio non risale che ne sarà delle magnifiche sorti dei metodi alternativi di estrazione, che hanno il grave difetto di costare più di quanto rendono a queste quotazioni. Non pensiate che esagero, leggete questo.
Ma la notizia più triste del giorno è senz’altro un’altra: la produzione industriale tedesca è crollata dell’1,8% a settembre. Pure i tedeschi si stanno immiserendo, e sono certo che molti stappano lo champagne che hanno comprato con soldi presi a prestito. Vicenda assai #Meschina pure questa se ci pensate.
Per concludere in bellezza mi consolo con i giapponesi, ossia i cinesi degli anni ’80. Dove vanno loro andiamo noi. E allora vedo la faccia del premier Abe, che promette l’ennesimo stimolo fiscale nel 2017, e mi convinco
La fine d’anno sarà davvero #MesChina. D’altronde è un anno bisestile.
A domani.













































































































