Categoria: cronicario

La scomparsa dei petrolieri fra i creditori internazionali

Guardo un grafico elaborato da RBS, che mostra l’andamento del conto corrente della bilancia dei pagamenti dei principali paesi, e mi convinco che la crisi del petrolio ha già avuto il suo esito più rilevante nella geopolitica del credito internazionale: i paesi esportatori di petrolio non figurano più, infatti, fra i grandi creditori internazionali. In sostanza, i prezzi declinanti hanno finito con l’erodere la loro posizione netta corrente e questa situazione, qualora dovesse perdurare, non mancherà di avere conseguenze sulla loro stabilità finanziaria. Il caso dell’Arabia Saudita, finita di recente nel mirino della solite agenzie di rating e del Fmi, è assai rappresentativo.

Che questo fatto abbia una valenza storica lo si può osservare guardando il fenomeno in una prospettiva più ampia. Un altro grafico, che mostra l’andamento degli squilibri globali dal 1980, evidenzia infatti con chiarezza che una situazione del genere si era verificata solo nella prima metà degli anni ’80, perdurando per quasi tutti i ’90. All’inizio del XXI secolo i petrolieri tornano a figurare stabilmente fra i grandi creditori e vi appaiono fino al 2014, per l’ultimo anno. Oggi nel club dei grandi creditori sono rimasti sostanzialmente in tre: la Cina, la Germania, che vede crescere la sua posizione nel 2015, e il Giappone, che la migliora rispetto al 2014, ma è certo ben lontano dalla capienza degli anni ’80 e dei primi ’90.

A fronte di questa posizione creditoria, nel 2015 ci sono due grandi debitori, ossia gli Usa, il cui deficit di conto corrente viaggia stabilmente intorno ai 500 miliardi di dollari, e il Regno Unito, che ne aggiunge oltre un altro centinaio. Il resto del deficit se lo dividono altri paesi.

Poiché il conto corrente misura sostanzialmente la differenza fra quanto un paese incassa dall’estero e quanto spende all’estero nel corso di un anno, questa situazione implica che il buon funzionamento del sistema dipende sostanzialmente dalla volontà dei creditori internazionali di sostenere il deficit dei debitori. L’uscita di scena dei petrolieri, che sono tutti paesi emergenti più o meno problematici, complica perciò il riaggiustamento globale.

Poiché gli attivi tedeschi coincidono sostanzialmente con quelli dell’Ue, ci troviamo di fronte a una situazione in cui un blocco euro-asiatico è diventato il principale creditore di un blocco euro-atlantico. Se volessimo scomodare la storia, si potrebbe osservare la curiosità di un mondo in cui i vincitori dell’ultima guerra si sono trovati grossomodo ad essere debitori di chi l’ha persa. Ma a ben vedere è una situazione che, tra alti e bassi, si trascina dalla fine degli anni ’50 e che dai primi anni ’80 è divenuta sostanzialmente sistemica, essendo correlata al (non) funzionamento del sistema monetario internazionale. A parte un breve intervallo a fine anni ’80, infatti, gli Usa sono sempre stati debitori netti.

La questione è se la geopolitica dei saldi correnti finirà con l’avere effetti sugli equilibri internazionali, e quindi monetari e politici, oppure no. E molto dipenderà dalle decisioni che matureranno in Asia, visto che circa il 40% del debito pubblico americano è collocato all’estero e in gran parte proprio fra Cina e Giappone.

Bisognerà vedere, in sostanza, se sarà il Fmi a guida americana a svolgere il ruolo di grande stanza di compensazione degli squilibri, come pare si stia attrezzando a fare, oppure se nascerà davvero un asse fra Europa e Asia per costringere il Grande Debitore a mettere ordine nel sistema monetario utilizzando altri strumenti.

Per adesso una cosa sembra certa: finché il Grande Gioco si reggerà in piedi nessuno lo metterà in discussione. E i petrolieri?

Si arrangino.

I pensionati pubblici italiani e i tormenti della previdenza

La rappresentazione migliore della tormentata gestione statale della previdenza dei suoi dipendenti è in una cifra: la differenza fra le entrate ordinarie da contributi che arrivano dai lavoratori e la spesa per prestazioni che ho tratto da un recente analisi della Ragioneria dello Stato.

Qui leggo che nel 2014 il totale netto della spesa per le prestazioni pensionistiche degli ex dipendenti pubblici è stato di 65,45 miliardi di euro. Ciò a fronte di entrate ordinarie per soli 37,9 miliardi, un po’ più della metà. Ciò vuol dire che i contributi di chi lavora nel pubblico bastano appena a pagare la pensione a poco più della metà dei pensionati pubblici.

I contributi dei lavoratori vengono integrati da ulteriori entrate. Quelle derivanti dall’applicazione della legge 335 del ’95, ossia la cosiddetta riforma Dini, che nel 2014 valevano 10,8 miliardi, poi i trasferimenti dello Stato e di altri enti del settore pubblico, ossia la quota di contributi a carico del datore di lavoro, ossia lo Stato, degli altri enti e dei contributi capitali, che, sempre nel 2014, pesava circa 11 miliardi. Al lordo dei riscatti e delle ricongiunzioni, che pesano un paio di centinaia di milioni, il totale delle entrate è di circa 60 miliardi. Ciò vuol dire che la previdenza del pubblico impiego è in perdita di per oltre cinque miliardi, che devono essere pescati nella fiscalità generale.

Per scoprire l’origine del buco, dobbiamo andare a vedere le singole gestioni. Qui si nota che il grosso del deficit, pari a 5,357 miliardi, deriva dalla gestione della CPDEL, ossia la cassa dei dipendenti degli enti locali, e poi, per 225 milioni, dalla CPS, ossia la cassa dei sanitari. La gestione degli statali, la CTPS, chiude in pareggio.

Tale circostanza si deve al fatto che con la finanziaria 2012, dopo che l’Inpdad è confluito nell’Inps, sono cambiate le regole contabili. Tale effetto è visibile nella quota di trasferimenti garantiti dallo Stato a integrazione delle entrate ordinarie. Fino al 2011, infatti, ammontavano a poche centinaia di milioni. A partire dal 2012, però, crescono sensibilmente: dai 6,9 miliardi (a valore corrente) del 2012, agli 8,5 del 2013 e agli 11,235 del 2014. Il grosso di queste cifre è stato conferito alla gestione CTPS, che, di conseguenza, chiude in pareggio.

Se guardiamo ai dati di tendenza, osserviamo che in relazione al Pil la spesa per la previdenza dei dipendenti pubblici è cresciuta pressoché costantemente dal 1999, quando pesava il 3,14% del prodotto, per arrivare dopo 15 anni al 4,06%. Segno evidente di un andamento crescente nel tempo della spesa pensionistica pubblica. Lo dimostra il fatto che nel 1999 il deficit fra spesa totale e entrate totali era di poco superiore al miliardo. Nel 2014 è quintuplicato.

Un altro effetto della nostra imprevidenza pubblica.

I soldi facili distruggono la crescita

Sicché viviamo nel paradosso di un tempo affamato di denaro che si ammala in ragione direttamente proporzionale alla quantità che riesce a ingurgitarne. L’inflazione è bassa? Immettiamo denaro. La disoccupazione è alta? Immettiamo denaro. La crescita non riparte? Immettiamo denaro. Il credito è basso? Immettiamo denaro. Non riuscendo a pensare ad altro, ci infliggiamo nuovi ricostituenti a base di denaro, che però finiscono col minare ancor di più il nostro organismo. Sennò non si spiegherebbe perché l’economia rimane debole e volatile.

Questa singolarità non lascia indifferenti i più accorti che, seguendo chissà quanto consapevolmente le impronte dei nostri padri, sono arrivati alla conclusione – una fra le tante che potevamo aspettarci – che i soldi facili, che tecnicamente si chiamano boom creditizi, hanno un effetto deleterio sulla produttività del lavoro. Quindi erodono uno dei capisaldi del nostro modo di produzione della ricchezza fin dai tempi di Adam Smith.

Questo approfondimento si deve a un paper della Bis  (“Labour reallocation and productivity dynamics: financial causes, real consequences“) che sviluppa una questione già esaminata nell’ultima relazione annuale, evidentemente meritevole di ulteriori analisi. Per svolgerla è stato considerato un panel di venti economie nell’arco di tempo di un quarantennio.

Il punto è che i boom creditizi spingono a investire nei settori meno produttivi, come ad esempio quello delle costruzioni, a danno di quelli dove la produttività è più alta, come il manifatturiero. Con l’aggravante che il miraggio degli arricchimenti facili incoraggia le persone più dotate verso il settore finanziario, che non si segnala certo per una produttività consistente.

Per di più, dopo che il boom diventa un burst, l’errata allocazione delle risorse nei settori meno dinamici produce effetti prociclici, ossia genera perdite di prodotto, e quindi disoccupazione, assai più elevati rispetto a quanto sarebbe accaduto qualora le risorse fossero state allocate in maniera più efficiente. Tali effetti, viene notato, sono più pronunciati nelle economie avanzate.

“La produttività aggregata rallenta durante il boom creditizio – spiega il paper – innanzitutto perché l’occupazione si espande più rapidamente nel settore delle costruzioni, che strutturalmente incorpora una crescita bassa della produttività, mentre l’occupazione si espande poi lentamente o si contrae nel settore manifatturiero che, al contrario, è strutturalmente ad alta produttività”. Detto in soldoni, tale spostamento di risorse dai settori produttivi a quelli meno produttivi vale circa i due terzi del calo di produttività che si registra durante una fase di boom creditizio.

Ma cosa accade quando la bonanza creditizia finisce? “La media di perdite di produttività per anno nei cinque anni successivi a una crisi è più del doppio di quelle registrate durante il boom: circa mezzo punto percentuale l’anno”.

L’esempio esaminato nel paper è quello della crisi vissuta nel 2007 da Spagna e Irlanda, dove il credit boom si è associato a una rapida crescita dell’occupazione nelle costruzioni e nei servizi di real estate a spese del manifatturiero. “Una volta che il boom è diventato un burst – sottolineano – le economie sono andate verso una dolorosa fase di riequilibrio, per di più con un sistema finanziario danneggiato che forse ha reso ancor più compilcato il processo. In tal senso la riallocazione delle risorse durante il boom è stata chiaramente una cattiva allocazione”.

Provo a sintetizzare: i boom finanziari creano le premesse per dolorosi aggiustamenti, amplificando le conseguenze, una volta che si esauriscono, degli errori commessi durante l’euforia. A farne le spese è la produttività del lavoro, ossia ciò che dovrebbe determinare la ricchezza di una collettività e che, indirettamente, genera effetti sull’occupazione e sul livello dei salari. Ciò fino al punto di provocare una stagnazione che, nello schema esaminato, può durare fino a otto anni.

Le conclusioni del paper offrono ulteriori motivi di riflessione. L’ipotesi di scuola, secondo la quale il rischio di una stagnazione secolare dipenda, nel caso degli Usa, da una deficit di domanda globale già visibile prima della crisi, potrebbe essere sostituita da quella secondo la quale la stagnazione dipende invece dal grande boom creditizio vissuto negli Usa prima della crisi del 2007. Per dirla con le parole della Bis: “La crescita deludente degli Usa prima della crisi, nonostante un grande boom finanziario, può dipendere in parte proprio dal boom”. E poi c’è un altro punto importante: l’analisi microeconomica, ossia l’esame della composizione dei settori produttivi, dice molto di più di quella macroeconomica che tiene l’attenzione sugli aggregati, e in particolare sulla domanda.

Infine, una considerazione che sicuramente appassionerà gli economisti, che ne dibattono da sempre: “Se una politica monetaria allentata contribuisce ai boom creditizi e questi boom hanno effetti di lungo termine sulla produttività, compresi quelli di riallocazione delle risorse, una volta che arriva il bust, allora non è ragionevole pensare alla moneta come un elemento neutrale, nel lungo termine”.

Come indicazione sul futuro, è bene sapere che “i boom e i bust legati a una crisi hanno avuto una durata di 16-20 anni” e i risultati dello studio confermano che le “cattive allocazioni delle risorse richiedono tempo per svilupparsi e persistono a lungo”. Né bisogna sorprendersi, sottolineano, se “la politica monetaria si rivela poco efficace a correggere gli effetti dei bust”. E non solo perché la sua efficacia è limitata dal livello di indebitamento, solitamente elevato dopo un boom creditizio, ma anche perché “la politica monetaria allentata è uno strumento spuntato per correggere la cattiva allocazione delle risorse che si è sviluppata durante la precedente espansione, oltre ad essere stata, in primo luogo, un fattore che vi ha contribuito”.

Ve la faccio semplice: i soldi facili provocano danni, che poi si pensa di risolvere con altri soldi facili. Con la conseguenza che i soldi fanno soldi, favorendo la concentrazione della ricchezza.

Over and over again.

Il mondo ha 877 miliardi di problemi con la Cina

Molto più dei 119 miliardi di prestiti che la Cina ha visto evaporare fra il luglio e il settembre scorsi, a tenere il resto del mondo con il fiato sospeso sono gli 877 miliardi che alla firme del terzo trimestre, sempre il resto del mondo, le aveva prestato e che chissà cosa ne stia stato in queste ore tormentate. La Bis, che ha rilasciato di recente le statistiche sul terzo trimestre 2015, non ce lo dice. Dovremo aspettare la primavera per saperlo.

Ma intanto i boatos che arrivano dal mercato lasciano immaginare che i deflussi di capitale dalla Cina proseguano, confermando che i timori del resto del  mondo, alimentati da quelli che il Fmi ha espresso nel suo recente update del suo world economic outlook, sono ben lungi dal placarsi e anzi si infittiscono.

Non che me ne stupisca. Da tre anni questo blog scrive della Cina e della sua straordinaria fragilità, tanto che oggi rimarcarla mi pare più opera da maramaldi che da onesti osservatori. La Cina è un gigante di carta, pieno di debiti e con un sistema bancario vulnerabile, che si regge in piedi grazie a un sistema dispotico-capitalista e un livello esagerato di investimenti pubblici, che oggi prova a entrare nel grande gioco della finanza internazionale non si capisce bene se perché costretta dagli eventi o per pure vanità.

Ciò che oggi vale osservare è come adesso il mondo guardi alla Cina, e il migliore modo per farlo, in un’epoca che tutto misura col metro del denaro, è seguire i soldi, alla vecchia maniera. Per questo le statistiche della Bis sono un utile strumento.

Il dato generale, che racconta molto più della quantità che esprime, è che nel terzo trimestre 2015 i prestiti internazionali alla Cina segnavano un calo del 17% rispetto al terzo trimestre del 2014, quando superavano il trilione, segnando il livello più basso degli ultimi due anni. I grafici, che mostrano l’andamento di tali prestiti dal 2011, ci dicono almeno due cose utili da sottolineare.

La prima è che il livello di prestiti collazionati dai cinesi al terzo trimestre 2015 è più o meno al livello di fine 2013, ma ben al di sopra del livello di fine 2010, quando stavano ben al di sotto i 500 miliardi di dollari. Quindi, per farla semplice, malgrado il calo del 17% rispetto a fine 2014, i prestiti ai cinesi sono ancora quasi il doppio di quanti non fossero appena tre anni fa, quando la moda di prestare soldi alla Cina divenne pandemica.

La seconda evidenza è che tale moda ha interessato solo la Cina, e non gli altri paesi emergenti osservati nel campione. I prestiti concessi a Brasile, India, Russia e Sudafrica sono rimasti sostanzialmente stabili. E’ stata la crescita di esposizione verso cinese che ha portato la montagna di prestiti ai Brics a superare 1,5 trilioni a fine 2014. O, per dirla in altro modo, l’esposizione delle banche ai paesi emergenti, che adesso preoccupa gli osservatori, è stata sostanzialmente in fenomeno cinese.

Perciò comprenderete perché non sono tanto i deflussi registrati sino a fine 2015 che oggi preoccupano, ma quelli che potrebbero innescarsi se continua ancora la fuga dall’est di questi ultimi mesi. Molti diranno che la Cina è perfettamente in grado di supplire con le sue riserve a un improvviso diradarsi dei capitali esteri. Il che è probabile. Ma dimenticano che fra il dire e il fare c’è di mezzo il mare.

Un mare di dollari.

I petrolieri (Usa) e le banche (arabe) iniziano a farsi male

Il ribasso petrolifero sta spiegando per ogni dove i suoi effetti, costringendo pletore di calcolatori in forma umana a rivedere stime e proiezioni. Tutto ciò origina un diluvio di messaggi, ora di allarme, ora rassicuranti, che finiscono con l’alimentare l’assordante rumore di fondo delle nostre giornate. A fine serata ci ritiriamo stanchi, ancora incerti, indecisi se pensare che comunque il calo petrolifero è cosa buona, oppure il contrario. E tosto arriviamo alla conclusione che è vera l’una come l’altra ipotesi. Il calo petrolifero è una buona cosa, almeno quanto non lo è.

Così aspettiamo l’indomani, scrutando perplessi i corsi di borsa, ai quali abbiamo affidato le nostre misere fortune, di nuovo indecisi se augurarci ulteriori ribassi dell’oro nero oppure no. Dall’altra parte dello schermo, i Grandi Giocatori, quindi gli stati e i mercati, iniziano a farsi due conti e appiccicano cerotti sulle ferite aperte nell’immaginifica costruzione economica che hanno edificato con la complicità di noi tutti. Ma dietro ai cerotti s’intravedono faglie sempre più numerose, che diventano punti di rottura probabili, e quindi destinati a incrementare quell’incertezza che ha segnato l’esordio dell’anno nuovo e che sta terremotando i mercati.

La prima increspatura la intravedo in una notizia diffusa dalla Fed di Cleveland qualche giorno fa. In un lungo post pubblicato sul sito della succursale della banca centrale leggo che il calo dei prezzi petroliferi ha provocato il sostanziale congelamento delle esplorazioni degli ampi territori denominati Marcellus e Utica, che si estendono nella zona nord est degli Usa ed erano diventati una sorte di terra promessa dello shale oil. Fra il gennaio 2013 e il gennaio 2015 lo shale aveva consentito un aumento di estrazione di gas e petrolio del 35,7 e del 12,8%. Poi, da febbraio dell’anno scorso, il numero degli impianti ha iniziato il suo declino e ormai si è ridotto della metà, rispetto al picco raggiunto a dicembre 2014. Ciò in larga parte dipende dal ribasso dei prezzi del petrolio, visto che le produzioni shale ai prezzi attuali sono totalmente fuori mercato.

Ne consegue che mentre i ribassi favoriscono i consumatori e le industrie ad alta intensità energetica, mettono in grande difficoltà le compagnie di shale, peraltro pesantemente indebitate, che hanno iniziato a licenziare e a chiudere i battenti. Ciò ha effetti di contagio anche sui produttori di acciaio, già in sovrapproduzione in tutto il mondo, che sono grandi fornitori di queste aziende, e adesso si trovano ancora più in eccesso di produzione. Così sono costretti anche loro a tagliare. Il risultato è stato che la produzione di acciaio è diminuita dell’11,5% fra il terzo trimestre 2014 e il terzo trimestre 2015. Non ancora al livello della Grande Recessione del 2008, ma ci siamo vicini. I dolori delle compagnie petrolifere americane d’avanguardia, che avrebbero dovuto guidare la riscossa Usa verso l’indipendenza energetica, è un leit motiv ormai ricorrente già dal 2015 e del quale ancora si ignorano gli effetti sull’infrastruttura finanziaria.

La seconda increspature, che inizia a somigliare a una crepa, la intravedo dall’altra parte nel mondo, che poi in fondo è il secondo grande protagonista, dopo gli Usa, del braccio di ferro che si sta giocando sul petrolio: l’Arabia Saudita. Come molti altri paesi emergenti, l’Arabia deve fare i conti con il costo enorme provocato dai minori incassi petroliferi e dopo un anno si iniziano a intravedere le conseguenze. Il primo a patirle è il settore bancario, che appare sempre meno in salute.

Un report di S&P diffuso di recente solleva pesanti interrogativi sullo stato di salute delle banche saudite. “Il 2016 – scrivono gli analisti – sarà un anno difficile” e anche il prossimo è previsto complicato se i prezzi non torneranno a livelli sostenibili. Per comprendere perché l’Arabia rischi grosso col calo petrolifero, basta solo ricordare alcuni dati diffusi di recente da Bankitalia in uno studio che abbiamo già illustrato. Qui si osserva che il 75,6% delle entrate fiscali saudite dipendono dal petrolio, che pesa oltre l’84% delle esportazioni. Il break even ottimale per tenere in equilibrio questa macchina viene calcolato in 98 dollari al barile, ossia più del triplo delle quotazioni attuali.

Se tenete presente questi dati comprenderete perché S&P tema per la salute delle banche, finora in ottima salute, che adesso sono chiamate a sostenere buona parte dello stress fiscale al quale saranno sottoposti il governo e l’economia. I tassi di interesse locali sono già in crescita, alcuni settori come quello delle costruzioni sono in difficoltà – molti contractor stanno ritardando i pagamenti – e la liquidità inizia a mancare. “Stimiamo che la crescita del credito si ridurrà – scrivono ancora – data la forte correlazione fra prezzi del petrolio e spesa del governo”. Ciò in quanto “il forte calo del prezzo del petrolio e il conseguente impatto sul saldo di bilancio saudita si indebolirà le condizioni operative per il settore bancario. Ci aspettiamo che la redditività delle banche diminuirà nel 2016, a causa della crescita del credito più bassa combinata con un aumento dei costi di finanziamento e delle perdite su crediti”.

Tale situazione aggiunge complessità a un quadro generale molto difficile. Lo scorso 30 ottobre, sempre S&P aveva deciso di abbassare il rating sull’Arabia, mantenendo l’outlook negativo, dopo aver osservato che il paese rischiava di vedere esplodere il suo deficit fiscale al 16% del Pil nel 2015 dall’1,5% del 2014. Tale deficit, a prezzi petroliferi invariati, era previsto al 10% quest’anno e ancora al 5% nel 2018. E all’epoca dell’emissione del rating il petrolio era quotato a 49 dollari e S&P prevedeva un livello medio di 63 fino al 2018. Come sovente accade, la realtà si è incaricata di smentire i previsori.

Nel senso che va molto peggio.

 

L’inquietante (in)stabilità del mattone: crollano i proprietari

A inizio d’anno è sempre buona prassi far due conti per chiudere l’anno passato e provare a immaginare cosa ci riservi il futuro. Approfitto perciò di un recente outlook elaborato da Fitch e pubblicato pochi giorni fa per fare il punto sul mercato immobiliare globale che, come sappiamo, è una delle più importanti cartine tornasole per comprendere gli andamenti presenti, e immaginare quelli futuri, dell’economia.

Volendo sintetizzare, l’opinione prevalente degli osservatori sul futuro è che si vada verso una sostanziale stabilità, almeno nei paesi visti come un insieme. Ma alcune situazioni particolari, tuttavia, illuminano di una luce inquietante lo sviluppo del mercato, mentre i dati, riferiti al passato, mostrano che la crisi lo ha mutato profondamente. In alcuni paesi più che in altri. Un grafico offre una vista d’insieme abbastanza eloquente. Come si può osservare prevale la stabilità, che sarebbe una cosa bella se lo stato di salute dei singoli mercati fosse buono. I dati, e le cronache, raccontano invece che così non è. Il sonno del mercato immobiliare, infatti, è popolato da incubi e favorito da massicce dosi di tranquillanti monetari.

Un dato, in particolare, mi fa riflettere: la percentuale di proprietari di casa diminuisce costantemente, a vantaggio quindi del mercato delle locazioni. Fra i paesi considerati, anzi, il dato irlandese è quello più significativo. In pratica, dal 2005, quando era vicino all’80% nella stima 2015 si è arrivati sotto il 70%.

Non c’è da stupirsi: la casa è costosa, sia che la si compri sia che la si affitti. Lo è stata nel 2014 e anche nel 2015, e per almeno dieci dei paesi considerati l’agenzia stima che lo sarà ancor di più quest’anno.

Poi c’è un’altra informazione che mi lascia pensare. Negli Stati Uniti il livello di proprietari di casa è sceso dal 69% al 64% fra il 2006 e il 2015, il livello più basso degli ultimi 25 anni. In pratica il sogno di una casa per tutti, che ha animato la bolla speculativa dei subprime e il disastro del 2008 ha avuto come esito che un sacco di americani ha perduto la casa e ora, nel complesso, ci sono meno proprietari di prima.

A guidare il calo, spiega Fitch, i pignoramenti, ma anche le restrizione creditizie seguite alla crisi e, soprattutto, l’aumento della disoccupazione. E le prospettive secondo l’agenzia, sono di un ulteriore indebolimento.

Un’altra interessante evoluzione è quella del mercato inglese. Qui nel 2005 i proprietari erano il 70% e toccarono il picco due anni dopo, aumentando di circa il 3%. Nel 2009, quindi a crisi esplosa, il livello era già tornato al 2005 e da lì in poi non ha smesso di scendere. Oggi siamo intorno al 63%. Questa evoluzione è in parte dovuta alla continua crescita dei prezzi guidati dagli acquirenti internazionali che ha convinto i regolatori a frenare, imponendo requisiti più stringenti per la concessione di credito. Una misura prudenziale, ma di fatto tardiva: l’aumento dei prezzi, ben al di sopra delle medie storiche, rende l’acquisto di una casa molto più difficile di prima. Noto infine che in Germania, dopo i prezzi sono previsti in aumento anche quest’anno dopo il cospicuo aumento del 2015, la curva dei proprietari è rimasta sostanzialmente piatta fino al 2012, per poi regredire leggermente fra il 2013-14 e tornare al livello del 2005 l’anno scorso. Non riesco a immaginare una rappresentazione più chiara di stabilità.

E l’Italia? Fitch non riporta il dato sui proprietari, anche se i dati Istat li mostrano sostanzialmente stabili. Ma ci dice altre informazioni interessanti. La prima è che i prezzi nominali sono scesi ancora nel 2015 dell’1%, portando il calo complessivo dal picco del 2008 al 17%. Fitch si aspetta che i prezzi salgano lievemente quest’anno e si aspetta che le politiche fiscali e bancarie aiutino a mitigare l’eccesso di offerta di abitazioni prevenendo ulteriori declini, con la previsione che quest’anno verranno concessi mutui per 105 miliardi a fronte dei 145 stimati nel 2015. E’ vero altresì che, fatto 100 il livello del 2007, il livelli dei nuovi importi pordi di mutui concessi sta ancora molto sotto 80.

In conclusione, anche il nostro paese viene considerato fra quelli dove prevale la stabilità. Un modo elegante per dire che siamo fermi.

L’irresistibile (e inutile) avanzata del panzer tedesco

Mi chiedo semiserio quanto tempo impiegherà la  Weltanschauung economica tedesca a diventare mainstream se la Germania continuerà a macinare numeri da record come sta facendo e ha fatto anche nel 2015. Se un modello economico si dovesse imporre in virtù dei suoi risultati, dovremmo già abitare un mondo dove il paradigma tedesco, e non quello statunitense, dovrebbe dettare la linea. E invece non è così, a dimostrazione del fatto che l’economia è solo un’utile rappresentazione. I numeri si pesano, non si contano.

Sicché il panzer tedesco è presumibile prosegua la sua avanzata regionale, e segnatamente nell’eurozona e nell’Ue, senza che ciò serva granché a mutare gli equilibri globali, ormai palesemente indirizzati dall’asse sino-americana, che trova nel Fmi, dove la Germania ha un peso specifico assai limitato, il suo punto d’incontro.

Il successo tedesco, perciò, somiglia a un epifenomeno, che però è interessante osservare, in tempi in cui le economie globali sono anemiche e scoraggiate. Se non altro perché fa eccezione.

I numeri diffusi dall’istituto di statistica tedesco pochi giorni fa ci dicono alcune cose che già avrete letto sui giornali, ma che è utile ricapitolare. Nel 2015 il Pil tedesco è cresciuto dell’1,7%, lo 0,1% in più del 2014 e l’1,4% in più del 2013. Ma è ancora più interessante osservare la sua composizione.

Il driver principale della crescita, infatti, è stata la domanda interna, come è avvenuto in gran parte delle economie mondiali, con la spesa delle famiglie cresciuta dell’1,9% e quella del governo del 2,8. Complessivamente la domanda interna ha originato 1,5 punti di crescita sugli 1,7 totali.

Dato ancora più importante, è cresciuta la formazione di capitale. Il che vuol dire una crescita degli investimenti e quindi della capacità produttiva. A ciò si aggiunge l’estrema dinamicità del commercio estero, grande punto di forza tedesco, che è cresciuto del 5,4% rispetto al 2014, a fronte però di una crescita dell’import ancora più rilevante, ossia del 5,7%. Come conseguenza, l’impatto dell’export netto sul Pil è stato ridotto (+0,2%), ma comunque c’è stato. Questi dati tuttavia confermano che la Germania ha mutato la sua conformazione economica. La crescita della domanda interna, che viene confermata dall’aumento delle retribuzioni e dal surriscaldarsi del mercato immobiliare, diminuirà importanza relativa dell’export netto sul pil, probabilmente anche negli anni a venire. Non a caso un punto di crescita è arrivato dalla spesa delle famiglie

Il tutto in un un’economia che sembra in piena occupazione, visto che per la prima volta  è stato superato il numero di 43 milioni di occupati, 329 mila dei quali hanno trovato lavoro nel 2015, con una produttività cresciuta dello 0,5%.

Di rilievo anche la notizia che “il governo continua il suo consolidamento”, con un avanzo di bilancio, nel 2015, di 16,4 miliardi di euro, malgrado l’aumento registrato di spesa del governo, che ha contribuito per 0,5 punti all’aumento del Pil, che significa uno 0,5% in più di surplus sul Pil rispetto al 2014, che fa sicuramente notizia in un Europa segnata dai deficit.

Come ultima notazione, vale la pena riportare un grafico elaborato da Rbs che mostra una plastica rappresentazione degli squilibri globali. Nel 2015, rispetto al 2014, la novità è che la posizione di creditore globale della Germania è migliorata, mentre fra i creditori sono spariti i paesi esportatori di petrolio. Ormai i grandi creditori rimasti sono sostanzialmente tre: Germania, Cina e Giappone. Ma, come sempre, è il grande debitore (gli Usa) che regge il gioco.

Sempre perché l’economia è una cosa. Il potere un’altra.

Gli Usa preparano il Fmi alla crisi degli emergenti

Poiché a pensar male si fa peccato, ho deciso di pensare il meglio possibile della decisione del Congresso americano di approvare la riforma delle quote del Fmi che dal 2010 attendeva il via libera del suo principale azionista, ossia sempre gli Usa.

Sicché decido persino di credere alla dichiarazione ufficiale della Managing Director del Fmi, Christine Lagarde, che ha parlato di “passo cruciale per il rafforzamento del Fondo nel suo ruolo di supporto della stabilità finanziaria”. E ci credo talmente fino a convincermi che le due decisioni principali che sottostanno a tale riforma, il raddoppio della dotazione del Fmi e la redistribuzione delle quote a favore degli emergenti, somiglino a un disegno di razionalità economica. Che il Fondo, voglio dire, aumenti le sue munizioni a favore dei paesi emergenti – ricordo che i prestiti che il Fmi può erogare a un paese sono in proporzione della sua quota – per saggia precauzione, ora che questi paesi sono diventati una delle principali preoccupazioni dell’economia internazionale.

Così finisce che scopro che pure a pensar bene si fa peccato. Quantomeno di pessimismo.

D’altronde molti osservatori, che evidentemente come me sono amanti delle coincidenze, hanno notato che il via libera americano arriva a poche settimane dalla decisione del Fmi, che diventerà operativa ad ottobre, di includere nel basket dei Diritti speciali di prelievo (SDR), la moneta internazionale emessa dal Fmi, anche la valuta cinese, in una mossa che ha molto di politico e assai meno di economico, visto che gli esperti del Fmi, nel rapporto preparatorio avevano asserito che per quanto lo Yuan soddisfacesse parte dei requisiti richiesti a una valuta di riserva, era ancora mancante di alcune qualità. Il che non ha impedito ai direttori del Fondo di procedere. E sempre perché a pensar male si fa peccato, eviterò di sospettare che gli Usa, in questa decisione, ci abbiano messo lo zampino.

In ogni caso, il 2016 sembra sia l’anno del Dragone, almeno per il Fmi. Se guardiamo nel dettaglio i punti salienti della riforma sono essenzialmente due. Da una parte c’è una sostanziale crescita della dotazione del Fmi, che passa da 238,5 miliardi di SDR a 477 miliardi, circa 670 miliardi di dollari. Dall’altra c’è una sostanziale redistribuzione delle quote, che vede la Cina passare dal 3,996% delle quote al 6,394%. La Cina è il paese che più di tutti ha visto crescere la sua quota e si spiega perché la banca centrale cinese abbia salutato l’evento con soddisfazione. Con la riforma la Cina è diventata infatti la terza azionista del Fmi, dopo gli Usa e il Giappone.

A farne le spese sono stati i paesi europei e soprattutto l’Arabia Saudita (vedi grafico), mentre gli Usa hanno ceduto un miserrimo 0,2% (dal 16,7 al 16,5%) che lascia intatto il loro potere di veto, visto che ogni riforma strutturale del Fmi richiede una maggioranza di voto dell’85%.

La sostanza tecnica, quindi, è che il Fmi potrà erogare maggiori prestiti qualora se ne ravveda la necessità, e poiché i primi a poterne godere saranno i Brics, che hanno visto crescere le proprie quote, la riforma senza dubbio susciterà più d’un sospiro di sollievo. La sostanza politica è che gli Usa hanno aperto le porte del Grande Gioco finanziario ai paesi emergenti, ma sempre conservando per sé le chiavi. Il tutto potendo anche dire, come d’altronde può fare anche la Cina, che comunque la nuova distribuzione delle quote non corrisponde al peso reale della propria economia su quella mondiale, risultando la quota sotto pesata (vedi grafico).

In pratica con la riforma il Fmi sembra si proceda lungo la costruzione di Chimerica, ossia una grande alleanza fra Usa e Cina a spese dell’Europa. Ma, come sempre, spesso le apparenze possono ingannare. Gli osservatori più smaliziati hanno notato che la riforma del Fmi è arrivata poco dopo l’istituzione della Asian Infrastructure Investment Bank, l’entità nata su iniziativa della Cina, che si propone di creare uno strumento finanziario che serva ai fabbisogni dei paesi asiatici, che si aggiunge alla New Development Bank, costruita insieme a Russia, India, Brasile e Sud Africa, proprio per replicare in versione BRICS il Fmi. Questi paesi insomma, se da una parte ambiscono ad essere inclusi nel Grande Gioco, dall’altra devono fare tutto quanto è loro possibile per non finirne stritolati.

Specie adesso che sono nell’occhio del ciclone.

Il QE “regala” al Tesoro Usa oltre 580 miliardi

Fra gli svariati motivi per i quali il Tesoro americano nutre una sicura gratitudine verso la sua banca centrale ce n’è uno solitamente poco osservato ma senza dubbio degno di cronaca. Mi riferisco ai corposi trasferimenti che la Fed gira al Tesoro dopo aver chiuso ogni anno il suo bilancio di esercizio che, nel 2015, si stima abbiano superato i 110 miliardi di dollari, un vero record.

Nella release diffusa dalla banca centrale un grafico mostra l’evoluzione di tali trasferimenti negli ultimi anni. Si osserva che la Fed ha trasferito al Tesoro 97,7 miliardi di dollari, cui si sono aggiunti altri 19,3 miliardi derivanti dal surplus di riserve, in ossequio a una legge del 4 dicembre scorso, il Fixing America’s Surface Transportation Act (FAST Act), che ha limitato a 10 miliardi di dollari il surplus di riserve consentito al sistema della Riserva federale.

Il totale, peraltro soggetto a revisione nei prossimi mesi, fa un bel 117 miliardi tondi solo per il 2015. Dal 2009 in poi, ossia da quando la Fed ha iniziato la sua politica di quantitative easing, la banca centrale ha trasferito al Tesoro la bellezza di 584 miliardi, la gran parte dei quali frutto del reddito derivante da interessi sui titoli che la Fed ha acquistato alla scopo di dare ossigeno ai mercati finanziari e, insieme, abbassare i tasso di lungo termine, dando un altro evidente sollievo alla spesa per interessi del governo americano che, in una meravigliosa partita di giro, li paga alla paga centrale solo per farseli restituire in larga parte a fine anno.

Qualcuno si stupirà nel notare questa consuetudine, ma in realtà è perfettamente logica e prevista. Pressoché in tutti i paesi che hanno una banca centrale è consuetudine che quest’ultima giri al governo i proventi della sua azione di politica monetaria, che si sostanzia anche nelle operazione di mercato aperto, ossia nell’acquisto e nella vendita, fra gli altri, di titoli di stato. Al tempo stesso la Fed ha sostenuto una spesa per interessi da 6,9 miliardi pagati sulle riserve ai titolari dei depositi delle banche che costituiscono il sistema federale. E anche questa, a ben vedere, è un’altra partita di giro.

Tutto ciò dovrebbe servire a ricordare, a chi l’ha dimenticato, il senso e l’utilità pratica del Grande Accordo Monetario fra stato e banchieri che ha dato origine più di 300 anni fa alla prima banca centrale, in Inghilterra. In pratica, si è venuto a creare un simpatico corto circuito grazie al quale il governo, coi soldi dei contribuenti, paga alla Fed gli interessi sui titoli pubblici che la Fed, a sua volta, ha comprato con la sua fiat money, salvo poi restituire al governo gran parte dei suoi guadagni. Una perfetta situazione win win, che spiega meglio di ogni altro ragionamento perché le banche centrali siano state inventate, e la loro autentica natura di entità pubbliche.

Unire la potenza della moneta sovrana all’efficacia delle tecniche bancarie, creando l’ircocervo delle banche centrali, è stata, da questo punto di vista, l’innovazione più rilevante nella storia della finanza. Finché dura.

 

Il capitalismo morirà di vecchiaia

Se chiamiamo capitalismo il modo in cui si è organizzata nel tempo la nostra vicenda socioeconomica, allora mi convinco sempre più che non serviranno rivoluzioni per cambiare le nostre società. Il capitalismo, che si evolve come un qualunque organismo socioeconomico, morirà di morte naturale, quindi di vecchiaia, come un qualunque organismo biologico, rimanendo ironicamente vittima del suo successo.

Chi guarda all’economia come a un processo di evoluzione istituzionale non rimarrà sorpreso. Chi ancora legge Sombart e la straordinaria epopea del suo Il capitalismo moderno, sa bene che tale organizzazione socioeconomica per la quale proprio lo studioso tedesco inaugurò per l’accademia il nome di capitalismo, ha conosciuto una lunga evoluzione nel corso dei secoli che al tempo in cui scriveva, siamo nei primi venti anni del XX secolo, culminava nel tardo capitalismo, dopo aver attraversato il primo capitalismo e il capitalismo maturo. Dai tempi di Sombart, l’evoluzione ovviamente ha proseguito il suo cammino e ormai siamo entrati in quello che potremmo definire il capitalismo senescente.

Non serve essere sociologi, per capirlo. Basta osservare un po’ di statistiche demografiche e qualche tavola attuariale. Il segno del nostro tempo, ad esse riferito, mostra un crescente innalzamento dell’età delle popolazioni, in parte provocato dalla diminuita mortalità infantile, in parte dai miglioramenti sociali di cui godono i più anziani, indubitabili successo del capitalismo, che ha generato però nel tempo un vero e proprio rischio di longevità, come lo ha definito qualche giorno fa il governatore di Bankitalia Ignazio Visco in una Lectio Magistralis tenuta all’università di Trieste (Il rischio di longevità e i cambiamenti dell’economia) che gli ha conferito la laurea ad honorem in scienza statistiche ed attuariali.

Parrà strano a molti che non coltivano l’amore per il paradosso che il culmine del successo segni il prologo della rovina. Però è così che va il mondo: più in alto si sale, più aumenta il rischio di farsi male quando si cade. E il rischio di longevità, che potremmo intendere come il fatto che non sappiamo quanto siano attendibili gli strumenti di previsione demografici, rappresenta proprio il rischio di caduta di fronte al quale le nostre società si trovano di fronte dovendo fare i conti con coorti di popolazioni senza più anziane.

Per capirlo meglio servono un po’ di noiosi numeri, che per fortuna abbondano nella lezione di Visco. Citando Angus Maddison, storico dell’economia mondiale, Visco ci ricorda che “tra l’anno 1000 e l’anno 1820 l’aspettativa di vita alla nascita sarebbe aumentata da 24 a 36 anni, ovvero di soli 12 anni, per poi salire a 46 anni nel 1900, 66 nel 1950, 78 alla fine del Novecento”.

Nei paesi avanzati l’aspettativa di vita dalla nascita è aumentata di altri tre anni nell’ultimo decennio, il che ci porta alle stime più recenti delle Nazioni Unite, secondo le quali l’età di morte arriverà a 90 entro il 2100, col picco di 95 per l’Italia. Nei paesi meno avanzati il processo procede altresì, ma più lentamente. Negli ultimi 15 anni è arrivata a 70 anni e dovrebbe salire di altri 11 entro la fine del XXI secolo. Si osserva inoltre che “il miglioramento della speranza di vita tra il 1950 e il 2015 è stato ancora maggiore per le età fino ai 90 anni; per quelle comprese tra i 70 e gli 80, è stato persino superiore all’incremento registrato dalla speranza di vita alla nascita”.

Fra i driver del processo di invecchiamento c’è anche la diminuzione della natalità, che l’Onu vede in calo da 2,5 a 2 bambini per donna. Ma questa previsione, come tutte quelle che accompagnano le proiezioni demografiche, nasconde grande incertezza. E questo, lo vedremo poi, è uno dei problemi.

Nel complesso la popolazione mondiale dovrebbe crescere dagli attuali 7,3 miliardi a 9,7, per superare gli 11 miliardi entro la fine del secolo. Nei paesi più sviluppati dovrebbe rimanere stabile, a 1,3 miliardi calando percentualmente dal 17% del totale della popolazione mondiale di oggi all’11% del 2100. Il grosso della crescita, quindi, si registrerà nei paesi meno sviluppati.

Il combinato di queste tendenze determinerà un aumento sensibile del peso assoluto degli anziani rispetto ai giovani e l’immigrazione servirà poco a invertire questa tendenza. Gli ultra65enni, che oggi sono circa 600 milioni, supereranno il miliardo e mezzo nel 2050 e i due miliardi e mezzo a fine secolo. Anche qui, l’incremento più corposo sarà nei paesi meno avanzati che passeranno da 390 milioni a 2,2 miliardi. In Italia si passerà dagli attuali 13 milioni a 20 milioni nel 2050 per poi scendere a 17 milioni a fine secolo.

Ora il problema non risiede tanto nei valori assoluti, ma nel loro valore relativo rispetto alla popolazione in età lavorativa. Gli ultra65enni sono oggi il 14% di chi lavora, arriveranno al 30% nel 2050 e supereranno il 40% nel 2100. Nei paesi sviluppati tale incremento passerà dal 29% attuale, al 50% nel 2050 e al 58% a fine secolo. Nei paesi meno sviluppati le percentuali corrispondenti sono l’11%, il 26% e il 41%. In Italia “tra oggi e la metà del secolo l’incremento del rapporto tra persone di 65 anni o più e persone in età lavorativa sarà eccezionale, quasi raddoppiando, dal 38 per cento al 74, per poi rimanere pressoché invariato”.

Ciò vuol dire che “per ogni persona di 65 anni o più ci sono oggi nel mondo quattro
“giovani” di età inferiore a 20 anni; nel 2050 ce ne saranno meno di due, a fine secolo uno solo. Nei paesi più sviluppati, il rapporto, già oggi di poco superiore all’unità, scenderà già a metà secolo a solo 0,8”. In sostanza saranno più gli anziani, presumibilmente pensionati, che i lavoratori che dovrebbero sostenerli.

Queste previsioni, che già sollevano inquientanti sfide organizzative per le società capitalistiche, devono fare i conti con un rischio che non è possibile quantificare: ossia che siano sbagliate. E poiché è “particolarmente sorprendente il progressivo e ampio miglioramento della mortalità alle età più avanzate”, ciò vuol dire che il rischio è che siano sottostimate. “Ciò ci porta a discutere le difficoltà che si incontrano nel prevedere la longevità”, spiega Visco, ed è facile capire perché.

Variazioni inattese delle tendenze di mortalità provocano, ad esempio, problemi assicurativi: “Nel caso in cui gli anni effettivi di vita degli individui appartenenti a una stessa coorte superino quelli attesi in media, avremo un rischio di longevità che non può essere diversificato tra questi individui, poiché colpisce allo stesso modo l’intero gruppo dei potenziali assicurati”.

Tale rischio si aggrava considerando che “le agenzie nazionali di statistica dei paesi avanzati sembrano avere sistematicamente sotto-previsto i miglioramenti nella speranza di vita, comportando significative sottovalutazioni del numero degli anziani, soprattutto dei più vecchi”.

Il problema quindi, da sociale, diventa tecnico. Visco spiega che le previsioni della mortalità vengono costruiti seguendo tre diversi tipi di approcci, dalle serie storiche ai modelli matematici. L’industria finanziaria basa gran parte delle sue previsioni sulle serie temporali, ma l’uso di modelli si è rivelato di migliore qualità predittiva, contribuendo perciò a raffinare la ricerca in questo campo. Ma ovviamente ciò non ha eliminato il rischio di errori, che hanno conseguenze anche gravi sulla stabilità finanziaria.

Uno studio recente relativo al mercato delle rendite in Slovenia ha mostrato che le tavole di mortalità a cui l’industria assicurativa deve attenersi tendono a sotto prevedere la riduzione della mortalità nel tempo, esponendosi quindi al rischio che i premi versati dagli assicurati, che corrispondono a rendite vitalizie, siano sottostimati. Uno studio Ocse del 2014 mostra che in diversi paesi avanzati ha mostrato come “l’uso di tavole di mortalità che non tengano adeguatamente conto dei miglioramenti
prevedibili possono comportare il rischio di consistenti squilibri nei bilanci delle istituzioni finanziarie che erogano rendite”.

Scopriamo così che il rischio di longevità, inteso come possibilità che l’età media cresca più di quanto oggi possiamo prevedere, è una componente inedita del rischio finanziario. Ma non solo. “La longevità è essa stessa fonte di notevoli effetti, che spaziano dagli impatti sull’offerta di lavoro e sul suo tasso di utilizzo a quelli relativi a conti pubblici e risparmio”. Ed ecco l’ironia: siamo felici perché viviamo di più, ma scopriamo che ciò potrebbe renderci infelici. Tanto più in un contesto ove “l’aumento della longevità si sovrappone e interagisce non solo con la tendenza calante della natalità ma anche con altre due grandi forze strutturali che stanno cambiando l’economia come la globalizzazione dei mercati e le tecnologie dell’informazione e della comunicazione”. Tutto ciò si aggrava perché “quando si verifica una netta discontinuità rispetto al passato, le dinamiche passate possono non essere più in grado di fornire un valido riferimento per prevedere il futuro”.

E che tale discontinuità si sia già verificata sembra fuor di dubbio.

Così il capitalismo senescente ci sta lentamente transitando verso una terra incognita, dove le vecchie categoria economiche hanno perso senso. In tal senso dovremmo attrezzarci per mettere in piedi tutti i cambiamenti istituzionali necessari, che richiedono tempo, e prepararci a un’evoluzione del nostro pensiero.

Il primo banco di prova è davanti ai nostri occhi: i sistemi pensionistici. Visco ci ricorda che “nel corso dell’ultimo decennio diversi interventi di politica economica hanno mirato al rafforzamento dei sistemi pensionistici pubblici e allo sviluppo di forme di previdenza complementari a contribuzione definita”. Ma, ciò malgrado, “la strada verso sistemi che assicurino pensioni adeguate e sicure è ancora molto lunga”.

In futuro sembra ineludibile lavorare sulla sostenibilità finanziaria delle pensioni pubbliche, ma al tempo stesso occorre “assicurare le condizioni affinché le forme pensionistiche complementari siano in grado di generare per i lavoratori redditi da pensione adeguati”. Il primo esito osservabile è la graduale sostituzione dei sistemi a prestazione definita a quelli a contribuzione definita. La differenza è molto semplice: i primi assicurano una rendita fissa al sottoscrittore, i secondi di sicuro hanno solo la somma che l’iscritto versa, mentre la rendita è aleatoria. In pratica, il pensionato “è esposto sia al rischio di longevità sia ai rischi finanziari connessi con l’investimento dei contributi previdenziali in attività finanziarie; inoltre, al momento del pensionamento deve provvedere alla conversione di almeno parte del capitale accumulato in rendita vitalizia”.

A fronte di questa aumentata incertezza, il futuro pensionato dovrà fare i conti con le crescenti fragilità dei sistemi pensionistici pubblici “soggetti a margini di incertezza significativi” in economie dove “gli spazi di manovra per il finanziamento della spesa pensionistica si è ridotto a causa del sensibile aumento del debito pubblico”. Economie, peraltro, soggette a un rallentamento economico che qualcuno paventa come secolare e dove i giovani, ossia i pensionati del futuro, “tendono sempre più ad avere carriere discontinue”. Il che ha ricadute evidente sui flussi di contribuzione alle pensioni pubbliche.

Tutto ciò spiega perché ormai in tutte le sedi si afferma che sarà necessario “lavorare di più, in più e più a lungo”. Il che, in un modo che ancora non conosciamo, cambierà il senso economico stesso dell’istituto pensionistico, che come ogni cosa ha un inizio, che risale a poco più di un secolo fa, e potrebbe avere una fine, almeno come lo conosciamo.

Dovremmo preoccuparci? Sarebbe più saggio occuparcene. “Un recente rapporto dell’Ocse sui sistemi pensionistici dei paesi avanzati – ricorda Visco – mette in luce
l’importanza di misure volte a riconoscere contributi previdenziali a lavoratori che
interrompono l’attività di lavoro per vari motivi (maternità, disoccupazione, formazione o altro), così da evitare un calo del futuro reddito da pensione”. Ma, in generale, dovremmo adottare un atteggiamento pragmatico e non ideologico. Essere pronti all’inconsueto coltivando un ragionevole ottimismo, ricordando che l’invecchiamento della popolazione, ossia ciò che abbiamo più o meno consciamente perseguito nel tempo, “ha un impatto profondo sulla struttura dell’economia e del sistema finanziario”. E’ capace addirittura di provocare un cambio di paradigma.

La storia testimonia che è già successo. Come ci ricorda Sombart, la transizione dall’economia medievale a quella del primo capitalismo fu una fioritura per l’umanità, generando, come ogni fioritura, piante benigne e piante maligne, ma che ci ha condotto fino a qui, in un mondo con molte ombre, ma anche con molte luci, che dovrebbe incoraggiarci al miglioramento al quale dovremmo ambire e possiamo aspirare, senza che ciò sia capace, purtroppo, di provocare il contrario.

Parafrasando Sismondi, economista purtroppo poco ricordato del XIX secolo, non dovremmo desiderare ciò che è stato, ma volere qualcosa di meglio di ciò che è.  Come ha fatto di recente Jeremy Rifkin nel suo libro La società a costo marginale zero, dove immagina che il tramonto del capitalismo condurrà allo sviluppo dell’economia del commons collaborativo.

Insomma, il capitalismo sembra morirà di vecchiaia, o meglio, a causa della vecchiaia delle sue popolazioni. Evviva il capitalismo.