Categoria: cronicario
State sereni: Vinceremo! (Premio: un altro ’92)
Ecco il circo italiano che riscalda i motori per l’ennesima replica di un copione già scritto. La Commissione europea rilascia le sue valutazioni marzoline sullo stato del nostro Paese. L’Ansa batte la notizia dell’ennesima bocciatura europea, e subito, con maschia prontezza, arriva una nota del nostro governo che dice sostanzialmente che siamo pronti a tutto, e che qualunque sia il da farsi lo faremo in fretta.
Vinceremo!
L’indomani la stampa rilancia l’una e l’altro, ospitando ampie interviste che dicono tutto e niente e autentiche castronerie, come quella scritta dal corrispondente di un giornale italiano secondo il quale solo l’Italia, fra i paesi dell’euro, è finita nel tritacarne della procedura per gravi squilibri, sottolineando che gli altri due paesi incolpati, Croazia e Slovenia non appartengono all’euro e quindi non sono portatori di contagio. Peccato che la Slovenia sia entrata nel’euro nel 2007.
Nulla di strano. L’impeto di drammatizzazioni a mezzo stampa e virili rassicurazioni governative è l’anima del circo e molti di noi, cresciuti nei meravigliosi anni ’90, quelli delle taumaturgiche privatizzazioni&liberalizzazioni, lo sanno bene.
Cosa ci aspetta, dunque?
L’analisi della commissione è ormai stranota: alto debito, scarsa competitività, salari rigidi, correzione degli squilibri esteri solo grazie alla compressione delle importazioni, settore bancario appesantito da sofferenze e incagli e, dulcis in fundo, una crescita al luminicino che appesantisce ulteriormente la sostenibilità del nostro debito pubblico.
Con un’avvertenza: “Gli squilibri italiani hanno effetti di contagio sull’intera euro area”. Con il suo Pil, che vale il 16,5% dell’eurozona, una crescita alla rallentatore italiana fa affossare anche quella europea, mettendo a rischio anche la fiducia. “Allo stesso tempo – scrivono – nel contesto dell’unione monetaria – la bassa domanda e la bassa inflazione nel resto dell’area rendono l’aggiustamento più difficoltoso”.
Anche perché, spiegano, per riuscire davvero a venirne fuori dovremmo mantenere nel tempo “un notevole avanzo primario“. Avendo cura di “monitorare i possibile rischi deflazionari che hanno conseguenza negative per il debito, pubblico e privato”.
Ricetta: intervenire sulla competitività, agire sulla crescita delle retribuzioni e mantenere una costante disciplina fiscale.
In una parola: austerità.
La pronta risposta del governo lascia poco spazio all’immaginazione. Ci siamo già passati.
Nel 1992 l’Italia cambiò faccia. Anche allora, come dicono faranno oggi, furono varate riforme strutturali che cambiarono il volto di questo paese. Si smontò l’economia pubblica, si inizò a parlare di riformare le pensioni, si misero le basi per la vendita degli asset pubblici e venne pure la patrimoniale sui conti correnti. Tutte cose magnifiche. Così il circo ripeté a ogni pie’ sospinto.
Da così tanto riformare ne risultò che mentre nel ’91 il 10% più ricco della popolazione deteneva circa il 40% della ricchezza nazionale, nel ’93 lo stesso 10% se ne era accaparrata il 45%.
Uno studio di Bankitalia del febbraio 2013 mostra anche un’altra cosa. Mentre nel ’91 la ricchezza finanziaria lorda degli under 35 era vicina al 18% del totale, nel ’93 era scesa sotto il 15%. E da allora ha continuato inesorabilmente a scendere (nel 2010, per dire, era sotto il 5%, mentre quella degli over 65 sfiorava il 35%, quando era il 20% nel 1991).
Vinceremo, dunque, la sfida con i terribili commissari europei, percorrendo fieri il sentiero dei provvedimenti d’emergenza grazie al nostro riconosciuto senso di responsabilità.
Alla fine della sfida ci aspetta un meraviglioso premio: un altro bel 1992 in versione XXI secolo.
Penultimo tango a Parigi
Nel cronicario dell’eurozona le vicissitudini francesi occupano quel posto d’onore che ben s’addice a un popolo che balla sempre sul confine fra Italia e Germania, indeciso ogni volta fra il consegnarsi ai disastri contabili dei paesi latini o iscriversi d’ufficio nel club di quelli che contano.
Nello spread vieppiù ampio fra i fondamentali economici e quelli politici della Francia, ormai è chiaro a tutti, si gioca la vera partita del futuro di eurolandia. Se, vale a dire, la commedia dell’euro proseguirà il suo cammino o se finirà come la mitica comunità europea di difesa, che sempre la Francia fece abortire sul nascere nei primi anni ’50, o come il progetto di costituzione Ue, che, la Francia ancora una volta, ha “terminato” a inizio XXI secolo.
Non è certo un caso che la commissione Ue abbia messo anche la Francia nella procedura di squilibrio macroeconomico insieme all’Italia e, per motivi opposti, alla Germania, ponendola ancora un volta nel mezzo. Né di qua, ossia il vizioso incartarsi italiano, né di là, ossia il virtuoso correggersi tedesco. La Francia d’altronde, proprio come l’Italia, è oggetto delle amorevoli attenzioni della Commissione e delle sue In depth review già dal 2012, al contrario della Germania che c’è entrata per troppo surplus e solo di recente.
D’altronde le analisi della commissione lasciano poco spazio alle alternative. Nelle sue previsioni più recenti, quelle invernali, gli economisti di Bruxelles fotografano una situazione di crescita con prospettive migliori delle nostre, ma assai meno di quelle tedesche. E anche nella composizione di tale crescita si nota lo stare in mezzo francese rispetto al profondo sud italiano e il profondo nord teutonico.
Il perché è presto detto. La crescita francese, prevede la Commissione, sarà dell’1% nel 2014 e dell’1,7 nel 2015, ben al di sotto di quella tedesca e ben al di sopra di quella italiana (+0,6% nel 2014 e +1,2 nel 2015). Però, proprio come accade per la Germania, sarà la domanda interna a trainarla, senza avere però dalla sua le risorse che hanno i tedeschi.
La Francia, perciò, è condannata ad avere un deficit fiscale al 4% nel 2014 e al 3,9% nel 2015, a fronte di conti esteri sempre sofferenti, che esibiscono un deficit di conto corrente in crescita (al -2,2% nel 2015).
Rispetto a questi dati persino noi italiani sembriamo virtuosi (conto corrente +1,3% nel 2014, +1,2% nel 2015, deficit fiscale -2,6% nel 2014 e -2,2% nel 2015).
Ciò malgrado, la Francia continuerà a ballare il suo malinconico tango sui boulevard parigini e a godersela. Il consumo privato rimarrà robusto quest’anno a il prossimo. Addirittura nel 2015 è previsto quattro volte superiore a quello del 2013. E anche il consumo pubblico rimarrà sostenuto, pressoché al livello del 2013.
Detto in altre parole: la Francia è condannata a spendere più di quanto non sarebbe saggio, perseverando in un deficit fiscale fuori soglia e allargando il deficit estero, se vuole conservare la sua grandeur politica e la sua ambizione di pari grado col vicino tedesco.
E, a dirla tutta, non sembra che i nostri cugini ballerini si facciamo pregare.
E’ vero che a gennaio scorso è stato annunciato il “Responsability pact”, che dovrebbe normalizzare la deriva della spesa pubblica. Ed è vero altresì che è stata approvata una riforma delle pensioni che eleverà gradualmente l’età pensionabile dai 60 ai 62 anni. Ma il cammino francese verso le tanto decantate riforme è ancora assai lungo. Col risultato che la pressione fiscale è prevista costante al 46% del Pil anche per gli anni a venire e il debito pubblico, in assenza di correzioni significative sul deficit, è previsto in crescita fino al 97,3% nel 2015 (dal 93,9 del 2013).
Né c’è tanto da attendersi dal graduale miglioramento della competitività francese, o dall’auspicato incremento di domanda di beni dall’estero, visto che, come ho detto, all’aumento previsto dell’export corrisponde un quasi altrettanto aumento delle importazioni. Sicché il saldo commerciale non darà sollievo alla bilancia dei pagamenti e neanche al Pil.
L’orchestrina (pubblica) francese, insomma, continuerà a suonare la sua musica finché qualcuno non le dirà di smetterla. Ma l’esperienza insegna che i ballerini francesi non capiscono (o non gradiscono) gli inviti espressi in lingue diverse dalla loro. E tendono a imbizzarrirsi e a rovesciare i tavoli, se si insiste.
Al tempo stesso però i più avveduti sanno che la musica non potrà durare ancora a lungo se i francesi non cambieranno danza.
Il penultimo tango pariginio, ci metterà poco a diventare l’ultimo.
L’export non spinge più la crescita tedesca
Quando finisce un’epoca, lunga e duratura come è stata quella della crescita del Pil tedesco trainata dall’export netto, servirebbe un minimo di solennità. E’ vero che i segnali erano da tempo sotto gli occhi di tutti, così come il sorgere della vocazione da rentier della Germania. Ma adesso che l’inversione del ciclo tedesco si è avverata sembra un fatto scontato, quasi banale.
Il mutato destino della cosiddetta locomotiva d’Europa (definizione alquanto generosa, a conti fatti) è finito confinato in un paio paginette contenute nell’ultimo rapporto con le previsioni invernali della commissione Ue. Meno persino di una nota a margine di una storia così gloriosa.
D’altronde, è scritto nella storia, prima ancor che nelle previsioni, che un paese inizia vendendo merci finché non consolida un capitale sufficiente a compensare i saldi commerciali con quelli delle rendite. E la Germania, dopo oltre un decennio durante il quale ha accumulato surplus giganteschi, adesso sembra essere entrata proprio in questa fase.
Le previsioni Ue certificano che il Pil tedesco crescerà nell’ordine del 2% fra quest’anno e il prossimo, trainato però stavolta dai consumi interni e dagli investimenti. L’export, semplicemente, non c’è più.
O meglio, rimane forte e abbondante, addirittura in crescita. Ma altresì è previsto in crescita l’ammontare dell’import. Talché il netto commerciale, nel peso sulla crescita reale del Pil, diventa persino negativo.
Questa piccola rivoluzione è raccontata in un grafico che racconta l’andamento delle componenti del Pil tedesco dal 2005 in poi.
Prima della crisi, il peso dell’export netto sul Pil viaggia fra l’1 e quasi il 2% del Pil. Il consumo privato fra capolino nel 2006 e poi si inabissa per riapparire dopo la crisi, nel 2010.
Quell’anno, che segna la riscossa tedesca, dopo il disastro del 2009, il peso dell’export sul Pil torna positivo per 2 punti, ossia circa la metà del totale della crescita raggiunta. Il resto va a consumi privati, circa mezzo punto, investimenti e consumi pubblici.
Nel 2011 l’export netto cala di oltre la metà e il consumo privato diventa protagonista, mentre gli investiment crescono leggermente.
Nel 2012 scompaiono gli investimeti. L’export netto recupera quote, mentre i consumi privati collassano. La ripresa del Pil non basta a tenere il livello di crescita dell’anno precedente. Il risultato finale è un buon dimezzamento del Pil 2011.
Nel 2013 il Pil tedesco scende ancora. Ed è proprio l’anno scorso che si consuma la rivouzione. Il contributo dell’export a Pil diventa negativo.
Le previsioni Ue ipotizzano una crescita, quest’anno e il prossimo, guidata dagli investimenti e dal consumo privato, mentre la spesa del governo rimane sostanzialmente costante, come è stata nel decennio considerato.
Ecco come la racconta la Commissione: “La crescita annuale (nel 2013, ndr) è stata guidata dai consumi privati e del governo. Gli investimenti continuano a mostrare una debolezza e insieme con l’export netto hanno contribuito negativamente alla crescita”.
Così finisce un’epoca.
Quanto al futuro, “il contributo alla crescita si aspetta rimanga ampiamente immutato per l’export (quindi negativo, ndr) mentre crescerà per la domanda domestica”.
Cosa è successo? “Il consumo privato reale – spiega la Ue – è supportato dai tassi bassi e dalla dinamica contenuta dei prezzi al consumo. Gli sviluppi robusti del mercato del lavoro (ossia aumento delle retribuzioni, ndr) sono alla base dell’aumentata propensione delle famiglie al consumo”. Inoltre, “l’outlook degli investimenti è favorevole e suggerisce una loro ripresa. Gli investimenti in costruzioni dovrebbero muoversi in sincronia con gli investimenti in attrezzature, mentre i vibranti investimenti in abitazioni si prevedono in rallentamento”.
Questo contesto avrà effetti positivi sulle esportazioni, ovviamente, ma soprattutto sulle importazioni che si prevedono crescano “più dinamicamente delle esportazioni, contribuendo così a una limitata riduzione del surplus delle partite correnti. Il saldo di conto corrente, infatti, che è arrivato a un surplus del 7% sul Pil nel 2013 si ridurrà al 6,6 e al 6,4 fra il 2014 e il 2015.
Tutto questo a fronte di dati fiscali a dir poco eccezionali, con il saldo fiscale vicino a zero, quindi senza deficit, e il debito, di conseguenza, in calo costante il rapporto al Pil.
La Germania, insomma, sta voltando pagina. Forse davvero i consumi dei tedeschi inizieranno a trainare l’economia europea fuori dalle secche dell’eurodepressione. O forse la Germania è solo vittima finale designata dell’austerità, che ha prosciugato le sue esportazioni nell’eurozona. E’ presto per dirlo.
Rimane la sensazione di rivedere una storia già vista. La Gran Bretagna, prima della Grande Guerra, campava di rendite e se ne infischiava del suo saldo commerciale costantemente negativo. Grazie alla sterlina comandava le piazze finanziarie di mezzo mondo e con le sue rendite dagli investimenti esteri teneva in piedi la bilancia dei pagamenti. Non a caso era un’alfiera del libero mercato, dopo essere stata mercantilista quando serviva (all’epoca di Cromwell).
La Germania, che ha favorito una politica spiccatamente mercantilista nei primi dieci anni del XXI secolo potrebbe essere avviata sulla stessa strada.
Sempre che l’euromarco resista.
Cura irlandese (e cartolarizzazioni) per l’eurozona
Sarà perché l’Eurostat rilasciava i dati 2013 della produzione industriale, ma improvvisamente la lettura di un recente intervento di Yves Mersch, banchiere della Bce, nella quale mi stavo intrattenendo è diventata interessante. L’andamento declinante della nostra contabilità europea rimava perfettamente con ciò di cui discorreva Mersch a Dublino qualche settimana fa. Tema quantomai attuale: far ripartire la crescita nell’eurozona (Reviving growth in the euro area, Institute of International European Affairs, Dublin, 7 February 2014).
Lo so che ne parlano tutti, per non dire che ne parlano e basta. Ma la questione, anzi il coacervo di questioni che la crescita porta con sé, dovrà pur essere affrontata, prima o poi. E leggere Mersch risulta utile perché aiuta a capire le coordinate del problema, a dimensionarlo e a sapere cosa frulla nella testa dei nostri banchieri centrali che, in ultima analisi, piaccia o meno, sono diventati gli autentici timonieri dell’eurozona.
La domanda dunque è: come possiamo far ripartire una crescita sostenibile nella zona euro? La prima risposta è che “possiamo aspettarci solo una risposta limitata dalle politiche di stimolo della domanda”. Quindi i teorici della spesa pompata da debito faranno bene a disilludersi.”La politica monetaria rimarrà accomodativa per tutto il tempo necessario, ma non può risolvere i problemi: può solo comprare tempo”.
Il tempo è denaro, notoriamente, e per sua natura la Banca centrale ne fornisce in quantità illimitata.
Nel frattempo ci sono alcune cose che dovremmo sapere. Primo: la crescita pompata dal debito (debt-fuelled) degli anni pre-crisi non sarà più possibile: “Non ci possiamo aspettare di vedere un ritorno alla crescita di domanda aggregata del passato”, dice. Questo comporta che dobbiamo “guardare alla capacità produttiva potenziale dell’economia nel suo complesso”.
Vista deprimente, comunque, perché “la situazione non è incoraggiante”, dato che nelle stime della Commissione Ue tale crescita potenziale è passato dal 2,2% del periodo 2000-2007 a un miserello +0,9% nel quinquennio 2008-12.
A guidare la contrazione, spiega Mersch, è stata innanzitutto quella degli investimenti, la cui quota globale è diminuita del 15% nell’eurozona dal picco raggiunto nel 2008. Tale calo ha conseguenze chiare anche sul futuro della crescita.
Ciò viene riscontrato anche dalla debolezza del mercato del lavoro. Basti ricordare che il tasso dei disoccupati di lungo periodo è raddoppiato, dal 3 al 6%. La terza gamba della crescita, ossia i fattori totali della produzione “che essenzialmente catturano i progressi tecnologici di lungo periodo”, nella definizione di Mersch, sta messa un po’ meglio di come stanno capitale e lavoro, ma la situazione è comunque difficile perché “si trova in una situazione di trend declinante”. Tanto per cambiare viene da dire.
Tutto ciò per dire che all’eurozona serve una cura da cavallo. Se vi fischiano le orecchie non è colpa mia.
La cure di Mersch si basa essenzialmente su due direttrici: quella finanziaria, che passa dalla “riparazione” del mercato dei capitalei, frammentato prima dalla crisi e poi dalla mancanza di fiducia, e quella “reale”, ossia mercato del lavoro e dei prodotti.
La prima via, quella finanziaria, trova nell’Unione bancaria il suo pilastro costitutivo, come abbiamo visto più volte ripetere dai nostri banchieri centrali. Ma poi ecco che Mersch tira fuori un altro asso dalla manica che, ventilato qua e là nei mesi passati, sembra essere diventato uno dei probabili passaggi obbligati della Banca centrale europea: il rilancio delle cartolarizzazioni, il cui mercato europeo “si è virtualmente essiccato negli anni recenti”.
Sappiamo tutti che l’uso selvaggio e incontrollato di cartolarizzazioni è stato uno dei fattori scatenanti della crisi del 2008, in particolare nel mercato americano, che questi strumenti ha inventato e diffuso negli ultimi decenni. Per non dire poi che, in fondo, le cartolarizzazioni non sono altro che un modo di far circolare debiti nell’ipotesi assolutamente teorica che ciò serva a distribuire il rischio, annullandolo.
E tuttavia ai mali estremi, rimedi estremi, sembra dire Mersch, secondo il quale “vedo nelle cartolarizzazioni un importante strumento per consentire alle banche di gestire il rischio di credito associato alle piccole e medie imprese”. Perché quelle grandi dovrebbero rivolgersi sempre più al mercato del capitale, nelle rosse aspettative del nostro banchiere.
Per non fare gli sbagli del passato Mersch conta sui progressi della regolazione, fatti sulla scorta del disastro subprime americano. Forte anche del fatto che il tasso di default europeo degli Abs, fra il 2007 e il primo quarto del 2013 è stato intorno all’1,4% a fronte del 17,4 americano. Come dire: siamo più bravi e prudenti.
Ma ovviamente è il lato delle riforme strutturali quello che più interessa il nostro banchiere, il quale, visto che parlava a Dublino, non si è peritato di additare l’Irlanda come una buona pratica per l’efficienza con la quale ha superato la crisi (?)
Detto in altri termini, bisogna partire da un dato: “Il 45% degli investimenti fissi in Europa è concentrato in settore dove il governo ha una significativa influenza regolatoria e ciò implica che riforme strutturali possano generare un balzo significativo di investimenti” anche nelle economie deboli.
Inoltre, dati i trend demografici europei, servono chiare riforme previdenziali e del mercato del lavoro che consentano di prolungare il tasso di partecipazione al mercato del lavoro: quindi lavorare di più e in numero crescente, anche favorendo i flussi transfrontalieri. Le Germania cerca lavoratori, se interessa, visto che le previsioni Ocse la prevedono in declinante crescita sotto l’1% entro il 2020 proprio a causa della sua situazione demografica.
E di nuovo, “l’Irlanda e un esempio molto concreto di sistema funzionante”. Le riforme del mercato del lavoro hanno fatto riassorbire due punti di disoccupazione (dal 14 al 12% fra il 2012 e il 2013), ma soprattutto “l’Irlada sta implementando il giusto tipo di politiche che miglioreranno la crescita in futuro”. Talché l’Irlanda, che ha ancora diversi problemi, come riconosce lo stesso Mersch, sembra il campo ideale dal quale estrarre suggerimenti per gli altri paesi fragili, visto che l’Europa, dal 1990, si trova in una situazione in cui le necessarie riforme aspettano ancora di essere realizzate.
Ci hanno provato con l’euro, ma a quanto pare la frusta monetaria non è bastata.
Ora magari proveranno con le buone maniere.
Il tabù (previdenziale) nascosto nel cuneo fiscale
Se c’è una cosa sulla quale sono tutti d’accordo in Italia è che bisogna abbassare il cuneo fiscale. Fateci caso: ogni volta che scatta l’espressione “cuneo fiscale” le teste ondeggiano contrite, gli occhi si riempiono di sdegno, le voci si alterano, a rivendicare questo quasi primato italiano, che zavorra il nostro costo del lavoro.
Ne segue la tiritera sulla competitività, i blabla sui poveri redditi italiani falciati da una tassazione ingiusta, sull’assurdo che quello che va in tasca al lavoratore medio costi il doppio al povero datore di lavoro, per arrivare poi al capolavoro di una legge di stabilità ingiuriata da tutta Italia perché dopo tanto discorrere è arrivata a mettere in tasca ai lavoratori qualche decina di euro in più. L’anno.
Stanco di dibattiti inconcludenti, e consapevole che il nuovo governo si giocherà le sue carte migliori proprio sul cuneo fiscale (gli imprenditori rumoreggiano), mi sono armato di santa pazienza e ho provato a capirci qualcosa. E per capirci qualcosa è buona norma partire dalle definizioni.
Quella di cuneo fiscale potremmo sintetizzarla così: per cuneo fiscale s’intende la somma delle imposte (dirette, indirette, contributi previdenziali) che pesano sul costo del lavoro, sia per quanto riguarda i datori di lavoro, sia per quanto riguarda i dipendenti e i liberi professionisti.
Traduco: chi lavora deve pagare le imposte dirette e indirette allo Stato e in più deve versare i contributi all’Inps o ad altra cassa previdenziale. Il totale di queste detrazioni (che quindi corrisponde al mitico cuneo fiscale) viene sottratto al reddito lordo. Quindi più è elevato il cuneo, più basso è il reddito netto.
Per capire ancora meglio dobbiamo ricordare che al cuneo partecipano sia i lavoratori che i datori di lavoro. Secondo le ultime rilevazioni Istat che ho trovato, che risalgono al 2010, il totale del cuneo fiscale in Italia pesa in media il 46,2% sul reddito lordo. Quindi 100 euro di reddito lordo provocano entrate per lo Stato sotto forma di imposte dirette e indirette e contributi per 46,2 euro.
Questa percentuale viene pagata per 25,6 punti dai datori di lavoro e per 20,6 punti dai lavoratori. Quindi abbassare il cuneo fiscale potrebbe/dovrebbe essere una situazione che fa piacere a tutti. Ma è chiaro che molto dipende da come si distribuiscono gli eventuali tagli.
Si può privilegiare, ad esempio, la quota di imposte e contributi a carico delle imprese (ad esempio agendo su Irap e aliquote contributive) o si possono provare a limare le imposte a carico del lavoratore (ad esempio l’Irpef o la sua parte di aliquote contributive). Il governo, insomma, può decidere chi, fra imprese e lavoratori, godrà dei maggiori benefici dall’eventuale taglio. Ma prima ancora il governo dovrebbe fare una scelta di sistema.
Abbiamo visto, infatti, che il cuneo si compone di imposte dirette e indirette e contributi previdenziali. Finora sembra che dietro la generica petizione di principio che bisogna abbassare le tasse sul lavoro, si sia finito per creare (volutamente?) l’equivoco che il lato del cuneo sul quale si può e si deve agire sia quello delle imposte dirette o indirette.
Mentre la parte previdenziale del cuneo è rimasta in ombra. Anzi, sembra quasi un tabù.
Di sicuro è molto più popolare parlare di riduzione dell’Irpef o dell’Irap. Ma la verità, che è scritta nei numeri, è che il peso delle imposte contributive (sono imposte anche i contributi, meglio sottolinearlo) è assai rilevante sul cuneo italiano.
Uno studio recente della Commissione Ue, basato su dati Ocse, (Tax burden on labour), conferma che il cuneo fiscale italiano è fra i più alti d’Europa e nota che la somma fra i contributi pagati dal lavoratori e quelli pagati dall’impresa pesa, sui cosiddetti salari bassi (quelli che non superano il 67% delle retribuzione media) circa il 70% del totale del cuneo. Quindi, sulla media di circa il 47% di cuneo fiscale italiano, circa 32 punti sono contributi e 15 punti sono imposte dirette o indirette.
Vale la pena rilevare che di questi 32 punti di cuneo previdenziale, circa 25 sono a carico delle imprese e il resto sulle spalle dei lavoratori. E ciò spiega perché le imprese chiedano a gran voce che si riduca il loro carico contributivo. Sempre perché la competitività, blablabla.
Se questo è il quadro, rimane addirittura incomprensibile il motivo per il quale il nostro dibattito pubblico sul taglio del cuneo fiscale si concentri sulle imposte dirette e indirette, mentre non si accenna alla parte che pesa di più: i contributi.
Perché?
Per cercare una risposta sono andato a rileggermi gli ultimi dati disponibili sulla spesa previdenziale. Rispetto ai dati del 2010, che già avevo analizzato, ho trovato quelli del 2011 sul sito dell’Istat. Qui leggo che la spesa per prestazioni sociali, che per un buon 85% è rappresentata dal pagamento delle pensioni, nel 2011 è arrivata a 299,032 miliardi, a fronte dei quali l’incasso da contributi sociali (parte rilevante del nostro cuneo fiscale) è arrivato a 229,002: quindi c’è tuttora un deficit sulla previdenza che vale oltre 70 miliardi.
E da dove si prendono questi 70 miliardi? Dalle altre imposte, dirette e indirette, ossia dalla cosiddetta fiscalità generale. Il che significa ancora meno risorse per il taglio delle imposte dirette e indirette. Il cuneo previdenziale, di conseguenza, ha un peso relativa persino superiore a quello finora considerato.
Quindi ci troviamo nella situazione che non solo dobbiamo sopportare un cuneo fiscale fra i più gravosi d’Europa, ma non possiamo neanche tagliare i contributi perché dobbiamo pagare una cifra spropositata di prestazioni sociali. Anzi dovremmo persino aumentarli, visto che i contributi incassati non bastano a coprire il deficit.
Per la cronaca, i dati 2013 mostrano una spesa per prestazioni sociale in costante crescita. I quasi 300 miliardi del 2011 sono diventati 320. Quindi grossomodo 260-270 miliardi sono pensioni.
Ci possiamo permettere di pagare quest’enormità alla rendita sottraendola al reddito?
I numeri ci dicono che è il cuneo previdenziale la vera zavorra del costo del lavoro. Chiamarlo fiscale è solo un grazioso mascheramento utile a sviare l’attenzione dal problema di fondo: se, vale a dire, possiamo continuare a pagare le pensioni che stiamo pagando.
Il buon senso sembra suggerire che le pensioni siano insostenibili oggi, non domani.
Avrete notato che ormai i politici hanno una risposta standard alla domanda se serva o no una riforma delle pensioni. “Scherziamo?”, rispondono indignati, “sono stati fatti tanti interventi e abbiamo il sistema più sostenibile del mondo”.
In questa risposta c’è una mezza verità. La sostenibilità del sistema pensionistico italiano di cui parlano i politici è quella futura, ed è stata costruita sulle spalle di chi lavora oggi e che domani, ammesso che maturi i requisiti, avrà una pensione misera.
Della sostenibilità presente della previdenza italiana nessuno si occupa e anzi se ne nascondono i guasti.
La verità è che di tale sostenibilità presente continuano a farsene carico i lavoratori e i datori di lavoro, che, come abbiamo visto pagano un salatissimo cuneo previdenziale per finanziare il sistema della ripartizione previdenziale, senza che neanche sia sufficiente. Quindi anche il resto della collettività paga un prezzo ai rentier previdenziali.
Se fossero sinceri, i nostri politici dovrebbero rispondere diversamente. “Abbiamo riformato le pensioni per rendere sostenibile il futuro”, dovrebbero dire. “Ma adesso dobbiamo occuparci di rendere sostenibile quanto di disastroso si è fatto in passato”.
Ma queste parole non le sentirete mai.
Chi ha avuto ha avuto.
Lezione norvegese sulla sovranità
I sovranisti nostrani, nostalgici ormai residuali di qualcosa che non abbiamo mai davvero conosciuto, dovrebbero guardare alla Norvegia quale esempio preclaro di come un piccolo paese possa cavarsela assai bene nel difficile mondo globale, avendo dalla sua risorse naturali e una classe dirigente degna di questo nome.
Diranno, i nostri sovranisti, che il nostro paese, pur difettando di petrolio e gas, di cui invece abbonda la Norvegia, avrebbe pure tante altre risorse a cui attingere. E che il problema nostro, a ben vedere, è la classe dirigente, a cominciare dai politici.
Il problema però è che una classe dirigente non si improvvisa, ma è un retaggio della storia. Né tantomeno si seleziona col suffragio, come dimostrano le nostre terribili cronache politiche. La Norvegia, per arrivare al punto in cui è ci ha messo duecento anni, e non è stato un percorso facile. Vale la pena raccontarlo in breve attingendo da un discorso tenuto da Øystein Olsen, governatore della Banca centrale norvegese, tenuto in occasione del bicentenario della costituzione nazionale.
Nel 1799, quando Malthus si trovò a viaggiare in Norvegia, registrò nel suo diario una società pressoché agricola, dove la popolazione sopravviveva combattendo ogni giorno con la fame, mentre i ricchi lamentavano l’alto costo dei beni che dovevano importare per condurre una vita rispettabile. Quando poi, all’inizio del secolo XIX, scoppiarono le guerre napoleoniche, andò ancora peggio: il paese fu sottoposto a un blocco navale, subì carestie ed epidemie, col risultato che fra il 1809 e il 1813 la fame divenne un’emergenza tanto pressante che il numero della popolazione diminuì.
Successe allora che il re Federico VI fece quello che si prova a fare di solito quando finiscono i soldi: si stampano. Per sostenere la spesa pubblica diede lavoro ai torchi, il che, combinandosi con la scarsità materiali dei beni acquistabili provocò la prima grande iperinflazione della storia norvegese. Nel 1813 la moneta nazionale arrivò a svalutarsi di quasi il 90% rispetto alle valute principali del tempo.
I torbidi che ne seguirono, condussero alla convocazione della prima assemblea nazionale nella cittadina di Eidsvoll, dove i 112 rappresentanti di un popolo alla fame scrissero la nuova Costituzione che l’Assemblea approvò nella primavera del 1814. Che poi è rimasta la stessa di oggi.
In una temperie densa di grande speranze a voglia di libertà, il popolo si riappropriò del suo diritto all’autodeterminazione, forte delle influenze che i 112 legislatori avevano tratto dai loro viaggi all’estero, dove avevano appreso i rudimenti della filosofia inglese e delle recenti rivoluzioni americane e francesi.
Il risultato fu la fine della monarchia assoluta e l’introduzione della separazione dei poteri, a cominciare da quelli sulla moneta. Christian Magnus Falsen, uno dei costituenti più in vista a quel tempo, disse che non poteva esistere Stato che non contemplasse un sistema monetario funzionante. Un altro, Wedel Jarlsberg, convinse i costituenti sull’importanza che una nazione abbia la sua banca nazionale.
Così si arrivò alla formulazione dell’articolo 75 della Costituzione che affidò al Parlamento norvegese “la responsabilità di supervisionare gli affari monetari del Reame”. E questo spiega bene perché la Norvegia sia fuori dall’euro.
Lo Storting, il parlamento norvegese, delegò alla banca centrale tale supervisione nel 1816. Col che si sottrasse al Re il potere di decidere le sorti della moneta. E, per rimarcare la separazione dal potere politico, la sede della banca centrale fu fissata a Trondheim, ben lontano dal governo di Christiania. La valuta fu stabilizzata agganciandola a uno stock di argento. E tuttavia ci vollero anni prima di tornare alla normalità. Solo nel 1842 furono emesse le prime banconte pienamente convertibili in argento. Nel frattempo, intorno al 1825, ci fu anche un periodo di significativa deflazione.
Dalla metà del XIX secolo la moneta norvegese conobbe una certa stabilità, salvo che nel periodo della Grande Guerra, che tale è rimasta fino ai nostri giorni, malgrado lo scenario internazionale sia sostanzialmente mutato. Nel 1814, ricorda il nostro banchiere, l’Europa dominava il commercio, oggi il baricentro si è spostato in Asia, con la Cina che ha superato gli Stati Uniti per quota di bene commerciati con l’estero. Ciò malgrado la Norvegia rimane un paese monetariamente stabile e fiscalmente responsabile.
Dalla sua la Norvegia ha la fortuna di galleggiare su un mare di petrolio e gas. Ma anche su questo, la classe dirigente fa la differenza.
I politici norvegesi, infatti, sono riusciti a mettere a valore le loro risorse naturali, destinandone i proventi a un fondo pubblico (Government Pension Fund Global (GPFG) ) i cui rendimenti vengono utilizzati per stabilizzare la spesa pubblica quando necessario. Dopo la crisi del 2008, fra il 2009 e il 2010 ad esempio, il governo ha attinto ai rendimenti del fondo per fare spesa pubblica senza gravare sul deficit. Ma già nel 2011 la spesa finanziata dai rendimenti del fondo è scesa sotto il totale del cash flow ottenuto dagli investimenti.
Ma tale circostanza era accaduta anche in passato. Dai dati presentati dal banchiere centrale si evince che dalla fine degli anni ’90 fino al 2005 la spesa attinta dal fondo è stata sempre superiore ai rendimenti. Solo nel 2006 la massa critica di risorse gestita dal fondo, di cui si occupa la Banca centrale, ha orginato rendimenti superiori alla spesa, consentendo perciò una sua rapida e notevole capitalizzazione. Sicché, nel 2013, il fondo capitalizzava oltre 5 trilioni di corone dalle poche centinaia di miliardi del 1998.
Interessante anche notare come il rendimento del fondo sia notevolmente cresciuto dall’esplodere della crisi finanziaria. E l’andamento stabile della corona ha pure consentito di eliminare le perdite derivante dal cambio. Nell’ultimo quarto del 2013 il rendimenti cumulati hanno superano i 1.800 miliardi di corone. Il grosso degli asset è investito sul lungo periodo, su carta e sempre più in mattone.
I nostri sovranisti, insomma, troveranno di che argomentare, studiando il caso norvegese, dimostrazione chiara di come una gestione assennata del bene pubblico sia persino capace di creare giovamento alla popolazione. Ma dovrebbero ricordare che una classe dirigente ha molto a che fare con la popolazione che la esprime.
Guardiamo le banche. All’epoca della costituzione di Eidsvoll non c’erano banche private in Norvegia, col risultato che gli uomini d’affari dovevano andare in Danimarca o in Germania per procacciarsi i prestiti di cui avevano bisogno. I costituenti allora incaricarono la Norges Bank, ossia la banca centrale, che divenne la fonte primaria di erogazione creditizia fino a quando, nella seconda metà del XIX secolo non si tramutò in prestatore di ultimo istanza del neonato sistema bancario privato.
L’innovazione ebbe conseguenze. Le banche private iniziarono a far circolare allgramente il credito (la storia è sempre la stessa) fino a che non si creò un’enorme bolla sul mercato immobiliare. Il risultato fu una crisi bancaria, che nel 1899 esplose con tutta la sua virulenza nella capitale. Per capire la gravità dell’accaduto, basti sapere che ci vollero più di cento anni perché i prezzi reali delle casi di Oslo tornassero ai livelli pre-crisi. E sappiamo già che tali livelli non sono rassicuranti neanche adesso.
Adesso la Norvegia sta lavorando sul versante della regolazione e della risoluzione ordinata dei fallimenti bancari, sul modello di quanto sta faticosamente tentando l’eurozona. E i precedenti non lasciano immaginare che facilmente questi uomini del Nord si faranno convincere a entrare nella nostra unione bancaria.
La storia, come vedete, dimostra che da soli si può far bene in economia, e anche meglio degli altri, a dispetto di chi dice che servono grandi aggregati territoriali per competere nella globalizzazione.
A patto però di esserne capaci.
La distruzione durevole dei consumi italiani (ed europei)
Bisogna pur dirlo che il 2013 è stato un anno orribile per le importazioni italiane. Se davvero si voleva distruggere la domanda interna, come è stato detto e scritto, la missione può dirsi compiuta. Non si dica perciò che i nostri governanti sono inetti. O almeno, non completamente.
Il crollo dei consumi, della quale il -5,5% registrato dal saldo delle importazioni nel 2013 è una delle tante cartine tornasole, è per giunta il sintomo di un malessere profondo e minacciosamente permanente, guidato com’è dalle materie prime, dai beni durevoli, che nel periodo gennaio-dicembre 2013 sono crollati del 7,9% rispetto allo stesso arco di tempo del 2012, e dai beni strumentali, in calo del 2,8%. Tutta roba che ha a che fare molto con la produzione e con la voglia di fare investimenti.
La voce energia, poi, è crollata del 15,6%. La qualcosa è di sicuro una buona notizia per la nostra bolletta, che comunque rimane di tutto riguardo, ma rivela una volta di più il nostro debito di attività.
Gli unici beni importati in crescita sono quelli non durevoli. Il che mi fa pensare a un consumo schiacciato sul presente, senza prospettiva che non sia il suo immediato e finito soddisfacimento. Compriamo magari una bottiglia di vino francese, invece di un macchinario tedesco, e ci beviamo su aspettando tempi migliori. O, per dirla con i numeri dell’Istat, aumenta la domanda di importazioni di articoli in pelle (+16,% a dicembre 2013) ma crolla quella di macchinari elettrici (-13,2). E considerate che il dato congiunturale di dicembre ha registrato un corposo aumento di importazioni (+3,6%).
Per giunta leggo che nel corso del 2013 le nostre esportazioni sono rimaste stabili (-0,1%), per non dire negative. Laddove questo saldo è ciò che residua dalla differenza fra le aumentate esportazioni nella zona extra Ue (+1,3%) e il calo sofferto nei paesi Ue (-1,2%).
Dal che viene facile dedurre che è l’insieme dei consumi europei ad essere durevolmente bloccato, non soltanto quello italiano. E non solo per colpa dei Piigs. Sono anche i paesi ricchi che strozzano i loro consumi interni, malgrado gli abbondanti surplus commerciali.
Per avere una visione d’insieme, inoltre, è utile osservare i flussi con l’estero a far data dal dicembre 2011. La curva delle esportazioni risulta sostanzialmente piatta, intorno ai 32 miliardi nel corso del triennio. Quella delle importazione cala invece costantemente: dai 32 miliardi del 2011 ai 30 circa di dicembre 2013.
Tale circostanza legittima un’altra deduzione. Se la nostra crescita del prodotto interno dovrà basarsi molto sull’export, come prevede la nota vulgata mercantilista del nostro tempo, ed essendo le esportazioni, anche a causa del cambio fisso all’interno e della sua onerosità all’esterno, alquanto rigide, a meno di improbabili rilancio delle domande interne di qualcun altro, l’unico modo per avere un export crescente passerà per un’ulteriore contrazione delle importazioni. Leggi: ulteriore distruzione dei consumi.
Lo dicono i numeri. Nel corso dell’anno, scrive l’Istat l’avanzo commerciale “raggiunge i 30,4 miliardi di euro al netto dei prodotti energetici” senza i quali sarebbe stato di 85 miliardi. Quindi delle due l’una: o contraiamo la bolletta energetica, e sarebbe bello sapere come, o il resto delle importazioni. Il rilancio delle esportazioni extra eurozona con un euro che costa sempre più caro all’estero è alquanto problematica. Mentre all’interno dell’eurozona, come abbiamo visto, prevale la contrazione degli scambi.
Se la bolletta energetica confermerà la sua rigidità, perciò, per salvare il nostro avanzo commerciale (e il nostro Pil) non potremo che continuare, durevolmente, a distruggere i nostri consumi interni.
Salvo tornare all’autarchia.
La mitologia bancaria di Mr. Dombret
Siccome si delizia di mitologia, Andreas Dombret, banchiere centrale della Bundesbank, scomoda il celebre nodo di Gordio, tagliato con un colpo di spada da Alessandro Magno, come arguta metafora del viluppo che avvinghia le une alle altre banche commerciali e banche d’investimento. Un tema diventato di grande popolarità, dopo il patatrac del 2008.
Il taglio tuttavia, che poi sarebbe la separazione per legge fra le due banche, che ha precedenti storici illustri si dagli anni ’30 e tentazioni contemporanee assai celebri, sembra fatto apposta per ricordare un’altra storiella mitologica, conclude Dombret alla fine della sua lunga narrazione, andata in scena lo scorso 21 gennaio a Francoforte: quella di Ercole che recide la testa all’Hydra, salvo poi vederne ricrescere due.
L’Hydra di Dombret corrisponde all’instabilità finanziaria nei confronti della quale le varie crisi svolgono il ruolo di levatrici, avendo persino l’aggravante di non essere mai percepite per tempo. “Non sappiamo da dove arriverà la prossima crisi”, ha spiegato un didascalico Mario Draghi in una recente intervista al Neue Zurcher Zeitung. Però arriva. Sempre.
La circostanza che la spada alessandrina appartenga al nebbioso mondo della mitologia serve a Dombret a spiegare che la realtà, a differenza del mito, si nutre di sfumature e di indecisioni. La stabilità finanziaria non si ottiene con un colpo di spada che recide nodi tessuti dalla storia, quindi. I tentativi degli uomini, che non sono infallibili eroi mitologici, ma incarnazione dell’errore condannati alla provvisorietà, si riducono all’esercizio più o meno virtuoso dell’espediente tecnico che dice e non dice, ma indica. Pensate alle regole di Basilea III, spiega Dombret, o, meglio ancora, all’Unione Bancaria.
Il tema, com’è noto, è di stringente attualità. Le ultime cronache ci raccontano della profonda spaccatura che si è aperta fra l’Europarlamento e il Consiglio europeo sul faticoso compromesso raggiunto prima di Natale proprio dal Consiglio europeo che, pur emendandolo, ha sostanzialmente recepito l’altro compromesso, quello dell’Ecofin, che vede un ruolo crescente del meccanismo intergovernativo nel processo di risoluzione bancaria e un arco di tempo decennale per arrivare a dotare il fondo unico di risoluzione delle risorse di tempo necessarie a risolvere ordinatamente eventuali crisi, dovendo nel frattempo farsene carico le singole giurisdizioni statali.
L’Europarlamento, già all’indomani della decisione del Consiglio europeo, non aveva risparmiato le critiche; al meccanismo di risoluzione, giudicato troppo farraginoso; e alla costituzione “decennale” del fondo.
Sicché dall’inzio del 2014 i banchieri centrali hanno ricominciato una discreta opera di mediazione e moral suasion che ricalca grossomodo l’impostazione dell’europarlamento. L’obiettivo è arrivare a licenziare un testo condiviso entro fine febbraio, per dare tempo ai traduttori di preparare i materiali per le votazioni dell’ultima plenaria del Parlamento Ue prima della chiusura per elezioni. Ma quanto dicono i beneinformati, le distanze rimangono ancora ampie, specie sul punto dolente di chi debba mettere sul piatto i denari necessari a sostenere una eventuale risoluzione. Le voci dicono che la Bce avrebbe preparato una soluzione di compromesso, secondo la quale il costituendo fondo di risoluzione potrebbe essere autorizzato ad emettere obbligazioni garantite però dagli stati.
Aldilà delle soluzioni tecniche che verranno individuate, ammesso che lo saranno, è evidente che si è riproposta, sull’Unione Bancaria, la dicotomia stati/organismi sovranazionali che ha scandito la storia dell’europa negli ultimi sessant’anni. Tutto questo su una tematica – ossia la stabilità finanziaria – che è il principale motivo per il quale si è arrivati a concepire i tre pilastri dell’Unione bancaria.
Che fare allora? Dombret ce la racconta così: “Per avere banche più sicure dobbiamo fare in modo che incrementino il loro capitale, ed è quello che prescrive Basilea. E per evitare che il fallimento di una banca si contagi al sistema finanziario abbiamo bisogno di un meccanismo di risoluzione e a livello europeo questo meccanismo è in via di costruzione. Dal mio punto di vista queste misure sono più rilevanti, ai fini della stabilità finanziaria, che la semplice separazione fra i due tipi di banca”.
Anche perché, spiega, non è così facile separare con un tratto di penna una banca commerciale da una d’investimento, visto che negli anni tali rapporti si sono stratificati. E non è detto che, pur separandole, non si creino scompensi finanziari. Dombret fa l’esempio di Lehman Brothers, che pur essendo una banca d’investimento, senza rapporti di natura commerciale con le controparti, ha fatto scricchiolare il mondo dopo il crack.
Il sottotesto è chiaro. La questione della separazioni fra banca commerciale e banca d’investimento è un falso problema, più che altro mediatico. La stabilità finanziaria ha poco a che vedere con la Volcker Rule, che vieta il trading proprietario alle banche, o con le proposte europee della commissione Liikanen, che salva le banche universali divisionandole strettamente all’interno della struttura proprietaria. Il punto centrale, dicono i nostri banchieri centrali, è completare il processo di Unione monetaria con quello di Unione bancaria. E state pur certi che i banchieri centrali europei non lesineranno i loro endorsement, come ha fatto Benoit Couré appena pochi giorni dopo Dombret e Mario Draghi, nell’intervista di cui ho già parlato, nella quale, fra le tante cose che dice, giura che la Bce non farà sconti nell’attività di supervisione: “Le banche deboli devono chiudure”, ha detto senza mezzi termini.
Una posizione, quest’ultima, confermata dalle ultime indicazioni arrivate da Francoforte sulla logica sottesa all’asset quality review e, dulcis in fundo, da una recente intervista della responsabile del nuovo organismo di vigilanza europeo, Danièle Nouy, che ha detto a chiare lettere che le banche deboli devono semplicemente fallire. Quanto al rischio sovrano, “la crisi ha mostrato che non esistono asset sicuri”, ha spiegato la banchiera, ” e di questo dobbiamo tenere conto”. Ergo, viene confermato ancora una volta il sorpasso bancario delle regole fissate a livello europeo utilizzando l’espediente della vigilanza bancaria, tramite il quale la banca centrale si propone di utilizzare la disciplina di mercato per arrivare laddove nessun uomo era arrivato prima: la conquista di una stellare credibilità per le banche europee.
Quest’epopea potremmo raccontarla in chiave mitologica, come ha fatto Dombret.
Quando fu chiesto all’oracolo chi sarebbe stato il Re della Frigia, l’oracolo rispose che il primo uomo che fosse entrato in città a bordo di un carro trainato da buoi sarebbe stato re. Fu Gordio, un umile contadino, a entrare per primo nella città e perciò, come aveva ordinato l’oracolo, fu consacrato re.
Gordio regnò pacificamente, e durante il suo regno adottò un bambino, che chiamò Mida. Mida fu omaggiato dagli dei col dono di trasformare in oro tutto quello che toccava. Una sorta di banchiere centrale ante-litteram. E fu lui a decidere di consacrare il carro del padre agli dei, legandolo col famoso nodo che nessuno sapeva sciogliere a simboleggiare come nessuno avrebbe mai dominato l’Asia finché il carro fosse rimasto legato. Quando Alessandro, giunto sulla punta delle sue lance in Frigia, seppe della leggenda provò a scioglere il nodo e, non riuscendoci, si esibì nel celebre nodo.
Sembra storia di oggi: i regnanti (gli stati) e i loro figli adottivi (le banche centrali) sono finiti sotto l’attacco dell’incarnazione finanziaria di Alessandro Magno: la Bce. Già da un decennio la Banca centrale europea ha tagliato il nodo gordiano che bloccava il processo di integrazione europea. Le manca solo l’ultimo miglio.
Saranno loro, i banchieri centrali europei, se riusciranno, a conquistare l’Asia.
Il sogno della Buba: privatizzare le perdite per “socializzare” i guadagni
Non so voi, ma io son cresciuto sentendomi ripetere che da un cinquantennio, nelle cose economiche, non si fa altro che privatizzare i guadagni e socializzare le perdite. Ciò spiega perché sia cresciuto con una certa propensione all’irritazione che si riaccende ogni volta che vedo i miei redditi tassati oltremisura perché, a furia di socializzarle, queste perdite, ci stiamo perdendo tutti.
Privatizzare i guadagni e socializzare le perdite, a ben vedere, è stato il leit motiv della politica economica dell’Occidente contemporaneo. E se uno volesse dirla tutta, e uscire dall’ipocrisia, dovrebbe anche riconoscere che tale principio non ha funzionato solo per i grandi salvataggi bancari, ma è valso a tutti i livelli della società, dalle banche alla previdenza, passando per le imprese e il mercato del lavoro. Tutti, salvo rarissime eccezioni, hanno munto, chi più chi meno, la mammella pubblica. E chi dice il contrario sospetto sia un ipocrita, voglio sperare in buona fede.
Dal dopoguerra in poi, il neonato mercantilismo europeo ha spostato quote crescenti di ricchezza dal bilancio dello Stato ai soggetti privati della società. E anche questo non serve essere storici dell’economia per saperlo. Basta guardare come e quanto è cresciuta la spesa pubblica in rapporto al pil nel tempo. Una scelta assolutamente coerente con i bei tempi andati e con la logica dei due blocchi, e di certo incoraggiata dagli anni ruggenti del dopoguerra, quando gli stati avevano tutto da ricostruire e una gran voglia di farlo.
Finché l’economia girava, ossia per un ventennio circa, il costo di tale trasferimento è stato compensato dalla crescita del prodotto. Ma poi, aumentando i diritti (e le corrispettive elargizioni) e con essi l’appetito delle popolazioni, la privatizzazione dei guadagni ha fatto crescere il costo della socializzazione delle perdite. Sono esplose le spese statali. Con la conseguenza che è diventato sempre più difficile e costoso finanziarle.
La crisi del 2008, da questo punto di vista, ha toccato l’apice della socializzazione delle perdite. Salvare le banche imbottite di debito privato sostanzialmente insolvente, che avevano ampiamente privatizzato guadagni per un settennio, ha costretto gli stati e le loro banche centrali a caricarsi di una quantità inusitata di debiti mai visti in tempo di pace. E questo ha provocato una reazione. Fra i cittadini, che hanno dovuto pagare di tasca propria tali salvataggi, subendo durissime politiche di austerità. Ma anche fra gli stati.
Sicché ora vuole affermarsi un altro principio: privatizzare le perdite e socializzare i guadagni. Che detto così sembra fantastico ai nostri cittadini arrabbiati e ai nostri stati indebitati. Ma solo perché di questa rivoluzione copernicana si vede solo una parte, non tutto l’insieme.
Privatizzare le perdite e socializzare i guadagni: quale altro obiettivo si pone la battaglia per il bail in portata avanti dalla Bundesbank e ormai anche da quasi tutta l’Unione europea? Con l’avvertenza che i guadagni equivalgono a meno spese per i pagatori di tasse, non più soldi in tasca, e a una maggiore (presunta) stabilità finanziaria.
Ecco però che appena l’opinione pubblica sente parlare di bail in, vuoi perché tutto ciò che proviene dalla Germania in questo periodo storico puzza di fregatura, vuoi perché si pensa con terrore al proprio gruzzoletto, scattano, rabbiosissime, le polemiche.
Prima di arrabbiarsi però sarebbe saggio farsi una domanda: le perdite future delle banche devono essere pagate dalle nostre tasse o da chi ha interessi in quelle banche?
Prendetevi un po’ di tempo per rispondere e pensateci su. Perché questa è la domanda del futuro sulla quale si stanno accapigliando gli stati europei, che sta sotto la vicenda dell’Unione bancaria, e sotto quella ancor più delicata: ossia la possibilità che uno stato faccia default, o che si arrivi a prelievi forzosi per evitarlo. Tutti discorsi che vedono la Bundesbank in prima linea, e quindi, comprensibilmente, diventare il ricettacolo di un coacervo di antipatie. Fra i tanti difetti, la Buba ha pure quello di essere tedesca.
Ma che questa sia la vera domanda del nostro tempo, dovrebbe essere chiaro a tutti.
Proverò quindi, nel mio piccolo, a chiarire i termini della questione. Per farlo mi servirò di un recente intervento di Andreas Dombret, banchiere centrale della Bundesbank, dal titolo “Lo stato come un banchiere?”, recitato il 28 gennaio scorso a Francoforte presso l’Institute of monetary and financial stability.
Il punto focale è che viviamo un certa confusione, dice Dombret. Stato e mercato, per il tramite delle loro banche, sono sempre più interconnessi, e poiché entrambi hanno sofferto una crisi di fiducia, dal 2008 in poi, il risultato è che l’economia non decolla. Lo stato banchiere, vuoi perché direttamente esposto verso le banche, vuoi perché le banche hanno aumentato l’esposizione verso il debito sovrano, è un fattore di freno dell’economia, dice Dombret, oltre che una seria minaccia alla stabilità finanziaria.
“Il collegamento fra stati e banche – osserva – è diventato una sfida per la stabilità finanziaria, malgrado ciò sia la conseguenza di misure adottate proprio per assicurarla”. Un simpatico paradosso. Ma “confondere la linea fra il rischio sovrano e il rischio bancario – sottolinea – deforma l’economia di mercato e il nostro modo di pensarla”.
Ristabilire i confini richiede perciò “una maggiore connessione fra rischio e responsabilità”, perché “se lo stato si accolla una significativa quota di perdite in caso di default di una banca, le banche sono incoraggiate a prendere su di sé più rischi”. Il caro vecchio moral hazard.
Come se ne esce? “La mia opinione – dice – è che la soluzione debba essere trovata nel restituire allo stato il compito di disegnare le regole nelle quali il settore privato opera. Questo significa tornare al ruolo dei padri fondatori dell’economia sociale di mercato”. Ecco l’ordoliberalismo, la teoria fondativa della Bundesbank, potremmo dire.
Come si vede, in campo c’è una specie di rivoluzione culturale, che poi è insieme un salto nel passato e nel futuro. E nel futuro immaginato da Dombret c’è spazio per ciò che prima non sembrava possibile: ossia che le banche possano fallire senza che ciò comporti, se non in ultima istanza, il ricorso ai soldi pubblici.
Ciò richiede credibilità. Deve esistere, quindi, un modo per minimizzare i costi del salvataggi, da una parte, e deve esistere un sistema di norme che regoli i fallimenti.
Il primo punto, spiega Dombret, si può ottenere con la regolazione. Quindi le norme di Basilea III che, innalzando i requisiti di capitale per le banche, le rende automaticamente meno profittevoli, e quindi meno esposte al rischio. Il capitale costa di più di un bond subordinato, e quindi produce meno profitto, si potrebbe dire.
Il secondo punto è l’Unione bancaria. Il meccanismo di risoluzione, unito al fondo di salvataggio, che prima o poi verranno approvati (vedremo come), ma soprattutto il meccanismo di sorveglianza, già operativo e che ha già disegnato con molta chiarezza la visione delle cose della Bce. Per dirla con le parole di Draghi di qualche settimana fa: le banche devono poter fallire, se vogliamo restituire credibilità al mercato.
E qui torniamo alla domanda iniziale: chi deve pagare?
Il principio del bail in, nella visione della Bundesbank ma anche della Bce, scarica i costi dei salvataggi prima sugli azionisti, poi sugli obbligazionisti, quindi sui correntisti non assicurati. Quindi un’applicazione su larga scala di questo principio condurrebbe a un sicuro allontamento dei risparmiatori dalle banche, a meno che non siano disposti a correre il rischio di perdere i propri soldi.
E’ un male? Non lo so. So soltanto che spesso la pressione degli azionisti di una banca per avere profitti crescenti è stata una molla potente per incoraggiare il moral hazard, specie per le banche troppo grandi per fallire. Se costoro, che hanno guadagnano quando i tempi erano buoni, saranno chiamati a pagare si verificherebbe una chiara privatizzazione delle perdite.
Il principio del bail out scarica invece i costi dei salvataggi genericamente sul bilancio dello Stato. Socializza le perdite. E, in quanto tale, toglie ossigeno fiscale alla contabilità nazionale. Per salvare una banca, tanto per dire, si può esser costretti a tagliare altri servizi.
Se il problema lo poniamo in questi termini, il sogno della Buba (e della Bce) assume un altro significato.
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Il banco paga il conto del casinò/o sloveno
Terra di terme, suadenti declivi montuosi e fortunati casinò, la dolce Slovenia, una volta ricca, sente il crescente rimbombo dei tamburi dei creditori farsi spazio verso la Lubiana.
Qui nella capitale, una volta famosa per il suo barocco sposato con l’art nouveau, e oggi per essere l’epicentro di una crisi finanziaria, il vociare preoccupato dei banchieri internazionali si manifesta nel consueto balletto che vuole una crisi economica diventare politica e quindi di nuovo economica. E da lì degenerare nell’epica del salvataggio, che come ogni epica sottintende bugie e verità, eroismi e vigliaccate, speranze e disperazioni, componendosi tutte queste dialettiche solo grazie ad abbondanti dosi di lacrime e sangue. L’epica del salvataggio, per sua stessa conformazione, è particolarmente menzognera. O quantomeno distratta.
Si parla tanto di bail in, a significare che i fallimenti bancari domani li pagherà chi ha avuto la dabbenaggine di prestare i suoi soldi a una banca. Ma pochi sanno che la Slovenia il suo piccolo bail in già l’ha fatto, sottraendo 400 milioni a vari obbligazionisti subordinati nell’ambito del vasto piano di ricapitalizzazione bancaria richiesto, sempre a gran voce, dai soliti creditori. Certo, è vero che il conto più grosso l’ha pagato lo Stato, ossia i cittadini, che ha versato 2,1 miliardi di euro cash nelle sue tre banche oltre ad altri 900 milioni di euro di bond governativi scontabili, oltre ad essersi accollato 300 milioni di sofferenze (NPLs).
L’asset quality review “indipendente” sullo stato degli attivi bancari deciso dalla Slovenia a fine 2013, affidato a Deloitte, Ernst&Young e a Oliver Wyman, i cui risultati sono stati pubblicati a metà dicembre scorso, ha evidenzato una carenza di capitale da 4,8 miliardi di euro, di cui, appunto, 3,7 a carico delle tre banche statali, 700 milioni a banche private domestiche e 400 milioni a tre sussidiarie di banche estere.
Quest’accenno di via crucis, tutt’altro che concluso come vedremo, mostra che Lubiana, prima ancora che della Slovenia, è ormai la capitale dell’eurozona così com’è: un tremendo casinò, dove chi ha avuto adesso deve ridare secondo l’implacabile legge dell’interesse composto, e al tempo stesso un casino, quindi luogo di perdizione e/o confusione, come l’intende l’accezione comune (e quindi volgare) del termine e quindi letteralmente diabolico. In quanto tale ha perfettamente senso che il conto lo paghi il banco. Quindi il paese.
L’epica slovena è ben riassunta nell’ultimo staff report pubblicato dal Fmi a gennaio già dalle prime pagine. “Intorno al periodo di adozione dell’euro nel 2007 – scrive – la Slovenia ha vissuto un boom del settore degli investimenti e delle costruzioni finanziato dall’estero che mascherò le sue debolezze strutturali. La crisi finanziaria globale ha causato un blocco dei finanziamenti esteri e una notevole caduta del Pil. Dopo una breve stabilizzazione nel 2010, la recessione è ripartita nel 2011 e l’economia si è contratta per otto trimestri consecutivi. Complessivamente il Pil reale è caduto dell’11% dal suo livello di picco pre-crisi, la più grossa perdita di prodotto fra i membri dell’eurozona dopo la Grecia”.
Potremmo finirla qua e risparmiarvi il resto, che già conoscete, visto che il copione è quello di sempre. La caduta dell’attività economica ha devastato le banche, che si erano riempite di debito privato estero, aggravando ulteriormente la recessione e facendo esplodere le sofferenza bancarie e il de-leveraging. Di conseguenza è esploso il debito pubblico, che prima della crisi viaggiava a un rassicurante 22% del Pil, arrivato al 55% a fine 2012. Il banco, appunto, è stato chiamato a pagare il conto dei debiti, con un deficit fiscale arrivato al 4% nel 2013 e uno spread a 200 punti, non sulla Germania però, ma sull’Italia.
L’allarme, che ha condotto alla solita cura di disindebitamento forzato, crollo dell’import, aumento della disoccupazione e relativo crollo del costo del lavoro (-6% solo nel 2013), ha permesso alla Slovenia di collocare un bond a tre anni con uno spread di 465 punti sulla Germania. Ed ecco che l’epica diventa cronaca.
E la cronaca ci racconta del conto corrente della BdP sloveno che torna miracolosamente in surplus, “ma solo grazie al calo dell’import”, spiega il Fondo, seguendo le dinamiche che ormai conosciamo bene. Senza che ciò però migliori le prospettive per il piccolo paese. Perché è vero che la competitività è aumentata, pure se al prezzo di un costo unitario del lavoro crollato a quota indice 96, quando era 100 nel 2008. Ma è vero altresì che le banche slovene sono ancora in mezzo al guado, con una percentuale di sofferenze che supera il 24,5%per le banche pubbliche e addirittura al 38,3 per il settore corporate, e prospettive di crescita ancora a dir poco esitanti, con una crescita che dovrebbe tornare positiva solo nel 2015, eurozona permettendo.
Nel frattempo i bilanci delle banche continuano a deteriorarsi. Gli asset sono diminuiti del 6,3% nel 2012 e di un altro 3,4% nel 2013 e solo l’aver attinto a piene mani ai fondi generosamente elargiti a basso costo dalla Bce ha permesso alle banche slovene di rimanere faticosamente in piedi. Nella contabilità generale dei prestiti ottenuti a Francoforte, la Slovenia si colloca subito dopo il Portogallo, con una quota di prestiti che sfiora l’8% del totale degli asset bancari.
A questo punto il banco non poteva che intevenire mettendo un bel pacco di fiche sul tavolo. Gli avventori del casinò ormai rumoreggiavano. D’altronde a fine 2012 la Slovenia aveva accumulato un debito estero sul pil pari al 116%.
Sicché nel 2012 fu fondata la BAMC, un’agenzia pubblica soggetta al controllo della Court o Audit e del Parlamento, guidata da un board dove siedono “noti esperti esteri” al quale è stato dato il diritto di emettere fino a 4 miliardi di euri di bond garantiti dal governo tramite i quali ristrutturare il settore corporate e le banche. La prima mossa del BAMC è stata comprare 4,6 miliardi di asset ballerini dalle banche statali in crisi, pagandoli a prezzo di realizzo, quindi cira 1,6 miliardi, e non si esclude debba ripetere l’operazione in futuro, visto che le autorità stanno pensando di estende la durata del BAMC ancora per un decennio. Questo per dire quanto si pensa durerà il casino/ò sloveno.
D’altronde è difficile fare diversamente. Il settore corporate sloveno “è uno dei più indebitati dell’euroarea”, scrive il Fondo, eredità del passato, quando e banche finanziava a rotta di collo qualunque cosa. Con la conseguenza che molte imprese si trovano oggi in grave difficoltà pure solo a rendere sostenibile il pagamento degli interessi. anche qui, è facile prevedere che il conto dovrà pagarlo il banco, visto che la strategia multiapproccio ipotizzata dal Fmi prevede iniezioni di liquidità, ristrutturazione dei debiti e trasferimento di azioni delle imprese in crisi alle banche pubbliche, salvo poi attivare i soliti piani di privatizzazione.
Ma non basterà certo questo. Accanto alla graduale fuoriuscita dello stato dall’economia, il Fmi incoraggia a fare progressi rilevanti (leggi consolidamenti) sul fronte fiscale, riformare il mercato del lavoro e le pensioni e darsi una robusta svecchiata, al fine di attirare una quota crescente di investimenti diretti dall’estero che, secondo il Fondo, sono la migliora fonte possibile di lavoro.
Finirà, insomma, che la Slovenia, a furia di giocarci, dovrà pure vendersi i casinò.
