Categoria: cronicario
Il default statale come requisito della stabilità europea
Siamo arrivati a un punto di svolta nella ultradecennale tenzone fra gli stati nazionali europei e le entità sovranazionali europee.
Me ne sono convinto leggendo un articolo pubblicato il primo ottobre scorso sul Financial Times firmato dal governatore della Bundesbank, Jens Weidmann, che ha il pregio, essendo destinato a un vasto pubblico (anche se di settore) della chiarezza. Anche se c’è molto di non detto in quello che c’è scritto.
Di che parla Weidmann? Il pezzo si intitola “Bisogna smetterla di incoraggiare le banche ad accumulare debito sovrano”. Tema assai gettonato nel dibattito sull’Unione Bancaria, e del quale più volte ho scritto.
In sostanza, dice Weidmann, bisogna “spezzare il collegamento fra banche e debito sovrano”. Un collegamento, sottolinea il governatore, “disastroso” che il progetto di Unione bancaria si propone di spezzare una volta per tutte.
Per farvela semplice, lo schema è questo: le banche prendono a prestito dalla Bce all’1% e comprano bond decennali dello stato dove risiedono guadagnandoci un sostanzioso rendimento differenziale. In Italia, per dire, il rendimento del decennale quota oltre il 4%. “Questa specie di carry trade – scrive Weidmann – sostiene la bassa profittabilità di queste banche e pospone il necessario aggiustamento”.
Per dare un’idea di quanto sia diffusa questa pratica, il nostro governatore fornisce un dato: “La quota di bond sovrani dell’eurozona negli asset bancari totali dell’area è aumentata di un quinto, negi ultimi cinque anni, passando da 4 al 5,3%”. Con l’avvertenza che questa media maschera importanti differenze nei singoli paesi.
“Studi recenti, uno dei quale della Bundesbank – spiega – evidenziano che grandi banche, banche meno capitalizzate e banche che dipendono dal finanziamento a breve investono più di altre in debito sovrano”. Da ciò si deduce che “più le banche sono vulnerabili più investono nel debito sovrano”. E più il debito sovrano è vulnerabile, più avrà bisogno delle sua banche residenti per rimanere in piedi, si potrebbe glossare.
E il pensiero corre al nostro Monte dei Paschi, che proprio in questi giorni ha comunicato che diminuirà la quota di titoli di stato italiano presenti nel suo portafoglio.
Le ragioni per tali pratica sono diverse, sottolinea Weidmann: la ricerca di rendimenti, la moral suasion, il tentativo di stabilizzare il debito sovrano o considerazioni di tipo strategico”: Quel che conta, sottolinea, è che “se il debito sovrano di uno stato va in defalut è probabile che le banche facciano defalut a loro volta”.
E tuttavia “le banche hanno incentivi a investire in bond sovrani finché le cose vanno bene, quello che avverrebbe in caso di default non è considerato rilevante, e questo mina la disciplina di mercato per il governo e rallenta gli incentivi a fare le riforme strutturali”. “Dall’altra parte – aggiunge – le banche, che possono ottenere cash illimitato in cambio di collaterale sovrano, sono disincentivate alla disciplina nei confronti degli investitori che affidano loro dei fondi”.
Disciplina a parte, c’è un’altra controindicazione in questa pratica. L’aumento di acquisti di bond sovrani diminuisce la possibilità per le banche di prestare denaro all’economia reale: “Le banche esposte sul debito sovrano hanno ridotto i prestiti al settore privato”, osserva.
Alla radice di questo problema c’è un fatto regolamentare.
I principi del Comitato di Basilea sull’adeguatezza dei requisiti patrimoniali delle banche, infatti, prevedono che il possesso di bond sovrani non generi l’esigenza di nuovo capitale. In pratica, i bond sovrani vengono considerati asset sicuri, risk free, che, di conseguenza, non richiedono addizioni di capitale per essere sostenuti.
Senonché, dice Weidmann, l’esperienza dimostra che così non è: “La corrente assunzione regolamentare che i bond governativi siano risk free è stata sconfessata dalla recente esperienza. I tempi sono maturi – conclude – per affrontare il trattamento normativo dei bond sovrani. Senza tale revisione non vedo possibilità di spezzare il legame fra banche e debito sovrano”.
L’ultima notazione che vale la pena riportare è la considerazione che una volta che tale legame verrà spezzato, “un sistema bancario sano con una migliore diversificazione porrebbe meno oneri per gli stati (in caso di salvataggi, ndr), quindi le passività potenziali del governo potrebbero diminuire, riducendo di conseguenza il rischio di investire sul debito sovrano e quindi abbassando i relativi rendimenti”.
Tutto è bene quel che finisce bene.
Provo a ricapitolare.
Le banche comprano i bond sovrani, e così’ facendo indeboliscono la disciplina degli stati, che potendo contare su tali “compratori di ultima istanza”, non fanno le riforme strutturali, e insieme indeboliscono la propria disciplina di mercato oltre a fare sempre meno quello che dovrebbero fare (prestare i soldi all’economia reale) per fare quello che fanno (carry trade con i soldi della Bce). Ciò accade perché i bond sovrani, secondo i regolamente bancari di Basilea, sono considerati risk free, e quindi le banche possono accumularli senza mettere sotto stress i propri coefficienti patrimoniali.
Di fronte a questo scenario Weidmann pone due questioni: smetterla di considerare i bond sovrani come risk free, e quindi computarli nel patrimonio bancario al pari dei bond delle aziende, e, tramite Unione Bancaria scoraggiare tale pratica utilizzando gli strumenti della supervisione e dell’eventuale risoluzione.
Conclusione: un sistema bancario più sano e meno esposto al debito statale, che quindi presta i soldi all’economia reale e non finanzia i deficit pubblici.
Ma è facile capire che la stessa storia si può raccontare in un altro modo.
Togliere la qualifica di risk free ai bond sovrani significa assimilarli a un qualunque altro bond corporate, che paga uno spread più alto perché incorpora il rischio del fallimento, formalmente assente dai default sovrani. Ciò comporterebbe, fra le altre cose, che le banche non avrebbero più la convenienza che hanno a comprare bond sovrani, e quindi, nell’immediato, ciò provocherebbe un aumento del costo del finanziamento per gli stati, tanto più se deboli.
Costoro dovranno assoggettarsi assai più di quanto hanno fatto finora alla disciplina dei mercati, dal lato fiscale. Il rischio che un’asta di titoli pubblici che vada male, quindi, diverrebbe assai concreto, con tutto ciò che questo comporta sulla tenuta dei conti di uno stato che, di fatto, potrebbe finire tranquillamente in default come una qualunque società, se i suoi fondamentali non sono buoni abbastanza da reggere il mercato senza l’obrello delle banche amiche. Quindi è meglio che tutti gli stati facciano le riforme, sennò…
Altra conclusione: la possibilità che uno stato fallisca (implicita peraltro già nel Trattato di Maastricht, che vieta il finanziamento via Bce dei deficit) è un fattore di potente stabilizzazione nel tormentato mondo dell’eurozona. Che si arrivi a tale risultato agendo sulle banche anziché direttamente sugli stati dipende dal fatto che sono loro a tenere la cassa dei governi.
Un bel default, insomma, serve a migliorare la disciplina, oltre a spostare sempre più peso specifico dalle entità nazionali a quelle sovranazionali.
Finché non succede davvero.
L’export tedesco sul ciglio del burrone
Il 13 non porta fortuna all’export tedesco. Se è senza dubbio esagerato parlare del 2013 come l’anno nero della bilancia commerciale della Germania, un dato salta all’occhio scorrendo i dati pubblicati di recente dall’istituto di statistica: tolti gennaio e aprile, ogni mese l’export tedesco del 2013 è stato inferiore a quello del 2012.
Al contrario, l’import si è stabilizzato al rialzo.
Vediamo le cifre. Nel mese di agosto 2013, rispetto ad agosto 2012, le esportazioni su dati provvisori sono calate del 5,4%, a fronte di un calo di importazioni quotato intorno al 2,2%. E se pensate che questi dati siano brutti per la bilancia commerciale, considerate che sono anche migliorati rispetto a luglio (+1% export ad agosto, +0,4% import).
La conseguenza della decrescita dell’export e della decrescita più lenta dell’import, ovviamente, è che si restringe il saldo positivo. L’Istituto calcola che ad agosto il surplus commerciale, sempre ad agosto 2013, è stato di 13,1 miliardi, a fronte dei 16,3 di agosto 2012, circa il 20% in meno.
Ma se guardiamo i dati aggiustati per il calendario, il surplus di agosto 2013 risale a 15,6 miliardi.
Vale la pena, perciò, dare un’occhiata più da vicino ai dati aggregati.
Da gennaio ad agosto 2013 i flussi di beni e servizi esportati dalla Germania sono stati contabilizzati in 726,1 miliardi, a fronte dei 734,2 dello stesso periodo del 2012. Mentre l’import è sceso dai 607,6 miliardi del periodo gennaio-agosto 2012 ai 598,9 del 2013.
Il saldo, di conseguenza è rimasto stabile, anzi è leggermente aumentato, passando dai 126,6 miliardi del 2012 ai 127,1 del 2013.
Un segnale rassicurante, se non fosse che poi, andando a frugare fra i conti, viene fuori un elemento che getta un’altra luce sul futuro delle esportazioni tedesche.
Analizzando i flussi di esportazioni e importazioni classificate per gruppi di paesi, infatti, viene fuori che l’export è collassato del 3,1% nell’eurozona (periodo gennaio-agosto 2013 su 2012) ed è calato dello 0,3% anche nei paesi terzi. Al contrario è salito nei paesi dell’Ue non euro dell’1%, il che porta la media del calo delle esportazioni nell’Ue all’1,7%.
Se si guarda al solo dato di agosto 2013, si vede che l’export nell’eurozona è crollato anche di più, arrivando a -7,2%.
Né il freddo né il caldo aiutano favoriscono le esportazioni, evidentemente.
Lato importazioni, il copione si ripete: aumentano solo nei confronti dei paesi europei non aderenti all’euro (+1,8%), mentre calano quelle dall’eurozona (-0,8%) e dai paesi terzi (-3,8%).
Cosa significano questi dati?
In sostanza i conti esteri tedeschi sono in equilibrio sul ciglio di un burrone. Con l’aggravante che l’andamento dell’eurozona sarà determinante per capire se partirà una frana.
Peraltro l’ultimo outlook diffuso dal Fondo Monetario Internazionale, nella sezione dedicata alla prospettive regionali, scrive a chiare lettere a proposito dell’eurozona che “la domanda è persistentemente debole, specialmente nei paesi periferici, a causa del prosieguo del processo di de-leveraging del settore pubblico e privato”.
E poi, dopo aver sottolineato “le aumentate preoccupazioni di un trend sotterraneo di disinflazione o deflazione”, il Fmi rileva che tale trend verrà aggravato da una moltitudine di fattori, a cominciare dalla crescente debolezza dell’export causato dal rallentamento nei mercati delle economie emergenti”.
Come se non bastasse “nelle economie core dell’area, malgrado i recenti miglioramenti nella fiducia, la domanda privata è affetta da preoccupazioni circa la crescita globale e le contnue incertezze sulle prospettive dell’euroarea”.
Da tutto ciò il Fmi ne deduce la stima che le attività si ridurranno di circa lo 0,5% per cento nel 2013, più o meno quanto si è visto nel 2012, a fronte di una crescita concentrata nel secondo semestre di circa lo 0,75%.
In pratica l’eurozona è ferma. Proprio come l’export tedesco.
Ferma sul ciglio di un burrone,
L’Europa Ogm (organismo giuridicamente modificato)
Che cos’è l’Europa?
E’ una comunità di stati sovrani, viene da dire.
Facile ed elementare.
Poi però uno si deve sforzare di approfondire, visto che guardando il planisfero l’Europa proprio non si vede. Si vedono i singoli stati, ognuno col suo bel colore per distinguersi dall’altro, ma dell’Europa non c’è traccia nella cartine geografiche, a differenza, ad esempio, dell’America, che appare monocromatica e gigantesca.
Per l’Europa, insomma, vale più o meno quello che disse (ma gli storici sono indecisi) Metternich dell’Italia pre-risorgimentale: è un’espressione geografica.
Un’espressione. Quindi un modo di dire.
Però l’Europa esiste eccome: ne sentiamo parlare tutti i giorni.
Addirittura ha una moneta unica. Non tutta, solo un pezzo. Però, ci dicono, l’Europa è ben più grande dell’eurozona e tende a espandersi.
Manco fosse un’epidemia.
E allora: cos’è l’Europa?
Per provare a rispondere dobbiamo inerpicarci lungo una storia lunga sessant’anni, partendo però dalla fine.
L’occasione ce la fornisce una quaderno giuridico pubblicato pochi giorni fa dalla Banca d’Italia, intitolato “Dalla vigilanza nazionale armonizzata alla Banking Union“.
Un testo molto utile perché ripercorre le tappe salienti del processo di integrazione bancaria, ovvero la punta di diamante del percorso di unificazione europeo che dovrebbe condurre, nell’arco di un decennio, alla completa unificazione politica dell’Ue.
Questo in teoria.
in pratica, scrivono i giuristi di Bankitalia, “la crisi ha fatto emergere tutte le criticità insite nel processo di unificazione europea evidenziando, per quanto attiene in particolare al campo dell’integrazione bancaria e finanziaria, l’odierna inadeguatezza del modello della vigilanza armonizzata, introdotto, insieme al principio dell’home country control, dalle direttive europee, che avevano iniziato a disciplinare il settore bancario a partire dalla fine degli anni ’70”.
Che fosse necessario superare tale impostazione si è capito “mano a mano che la libertà di movimento dei capitali e l’adozione della moneta unica hanno accelerato l’integrazione dei mercati finanziari europei” che ha provocato “la nascita di imprese bancarie sovranazionali le cui dimensioni travalicavano le possibilità di controllo delle singole autorità nazionali. In tale contesto la crisi ha operato da catalizzatore evidenziando la necessità di promuovere un modello europeo di vigilanza pienamente integrata”.
Che peraltro l’integrazione finanziarie europea fosse fragile era chiaro sin dai tempi di Maastricht, visto che il gruppo dei governatori centrali, ai tempi delle riunioni propedeutiche alla stipula del trattato, aveva chiesto che fosse affidata alla Bce il compito di vigilare sulle banche europee. “Ma all’epoca – notano – le resistenze degli stati nazionali non consentirono di superare il modello della vigilanza ripartita su scala nazionale”.
Ancora una volta nella dialettica fra gli stati nazionali e il governo sovranazionale, i primi hanno prevalso sul secondo che, molto pazientemente, ha atteso che arrivasse il momento giusto per affermarsi.
Vent’anni dopo, la vigilanza accentrata, è diventata una legge comunitaria. Grazie alla crisi.
Le crisi, peraltro, si sono dimostrate un ottimo strumento di governo dell’Europa.
Non a caso Yves Mersch, di recente, ha citato una celebre dichiarazione di Jean Monnet, secondo il quale “L’Europa sarà forgiata dalle crisi e sarà la somma delle soluzioni adottate per le crisi”.
Il riferimento a Monnet, uno dei padri dell’Europa, ci riporta all’inizio della nostra storia. Quando tutto cominciò.
Facciamo un salto nel passato, dove sono stati piantati i semi del nostro presente.
Arriviamo ai primi anni ’50, quando pochi visionari diedero vita al sogno europeo dopo intensi dibattiti iniziati nel dopoguerra che diedero origine ad alcuni accordi intergovernativi e poi, più tardi, al primo ente sovranazionale europeo: le CECA, antensignana della CEE.
La nascita della CECA, comunità europea del carbone e dell’acciaio, prende spunto proprio dalle intuizioni di Monnet e viene sponsorizzata da un altro francese, l’allora ministero degli esteri Robert Schuman, che il 9 maggio 1950 pronunciò una celebre dichiarazione dove annunciava il progetto di un’Europa a costruzione graduale a pragmatica.
Tale costruzione sarebbe cominciata mettendo in comune risorse economiche, ma con un fine più ambizioso: “Mettendo in comune le produzioni di base e istituendo una nuova Alta Autorità,le cui decisioni saranno vincolanti per la Francia e la Germania e i paesi che vi aderiranno, si costituirà il primo nucleo concreto di una federazione europea indispensabile al mantenimento della pace”. L’intento è chiaro: creare un’Europa politica, utilizzando lo strumento del cosiddetto “federalismo funzionale”: ciò che faccio definisce ciò che sono. “Conosciamo il nostro più temibile avversario: l’egoismo nazionale che divide i popoli”, disse all’epoca il capo della delegazione tedesca Walter Hallstein.
La CECA fu istituita nell’aprile del ’51 e la sua nascita segnò un’autentica evoluzione nel cammino europeo. Non tanto per le questioni economiche ad essa sottintese. Ma per quelle giuridiche.
Furono i giuristi, e non gli economisti, che oggi come allora erano solo in secondo piano (malgrado le apparenze) a compiere l’impresa.
L’Ue, come la conosciamo oggi è innanzitutto una loro creatura.
Furono i giuristi, ad esempio, a inventare la definizione di “organismo sovranazionale” da applicare alla CECA per caratterizzare il suo essere una sorta di terza via fra il diritto degli stati e quello internazionale.
E furono sempre i giuristi a mettere le fondamenta del diritto comunitario, che a molti di loro parve una felice (e aggiornata) riedizione dello ius commune medievale, ossia di quel corpo di norme e commentari che, per il suo rifarsi ai vecchi codicii romani, si pensava fosse applicabile a tutto il territorio del Sacro Romano Impero e che finì nel dimenticatoio una volta che gli stati nazionali iniziarono a voler fare da soli.
Ieri come oggi è stata la dialettica fra le entità sovranazionali e statuali a fare la storia.
La CECA si componeva di Francia, Germania, Italia, Lussemburgo, Belgio e Paesi Bassi. Il Trattato fissò i suoi organi amministrativi (con la Germania che spingeva per avere un peso specifico più rilevante degli altri) decise la sua sede (il Lussemburgo) e persino gli stipendi e le pensioni del suo personale (anche solo dopo quattro anni di servizio). Si discusse anche a lungo del regime lingustico, che prima fu il francese, poi gradualmente sostituito dall’inglese.
Ma fu chiaro da subito che gli esperti legali avevano in mente sin dall’inizio la costruzione di uno stato europeo federale, tanto è vero che proposero di dare alla CECA un regime speciale che comprendesse anche l’extraterritorialità in modo da farne una sorta di distretto federale.
Per la cronaca, Jean Monnet divenne il primo presidente dell’Alta autorità della CECA, che si insedierà nel Lussemburgo il 10 agosto 1952, ossia dell’organo esecutivo della Comunità. Poi c’era l’Assemblea comune, composta da delegati dei parlamenti nazionali, priva di poteri salvo il diritto idi censura, e infine la Corte di Giustizia, l’antesignana dell’attuale Corte di giustizia europea.
L’Ue, in nuce, era già tutta lì.
Fu in quei primi anni ’50 che il sogno europeo parve diventare una realtà.
E in effetti si arrivò a un passo dal successo.
Sull’onda del successo della CECA furono tratteggiati e messi in cantiere la Comunità europea di difesa (CED) e la Comunità politica europea (CPE). Lo schema era lo stesso: delega allo strumento sovranazionale di poteri settoriali, con progressiva spoliazione degli stati nazionali.
La CED fu addirittura oggetto di un Trattato, firmato dai sei stati della CECA il 27 maggio 1952. Il Trattato prevedeva la messa in comune di risorse militari, una esercito europeo, e giocoforza portava con sé l’elaborazione di strumenti politici che avessero potuto disporre di tali eserciti.
I politici di allora, insomma, puntavano su roba grossa: altro che moneta.
Senonché, furono proprio i francesi, che pure avevano contribuito in maniera determinante a dare origine alla CECA, a far fallire la CED e con essa la CEP, che finora è l’unico compiuto tentativo di costruzione politica dell’Europa e nella quale avrebbero dovuto fondersi la CECA e la CED.
L’Assemblea nazionale francese, il 30 agosto 1954, bocciò il trattao che istituiva la CED. Pochi giorni prima era morto il nostro Alcide De Gasperi, uno dei grandi fautori dell’unificazione europea nel campo della difesa. Un anno dopo, nel 1955, Jean Monnet si dimise da presidente dell’Alta autorità della CECA.
Il sogno europeo si scontrò con la realtà.
Fu allora che si comprese che la via dell’Europa unita non poteva passare dalle assemblee nazionali. Nessuno Stato si sarebbe mai privato delle sue competenze se non “costretto”.
Servono le crisi, appunto, come diceva Monnet.
La palla, di conseguenza, passò dai politici che si occupavano di grandi ideali impraticabili ai tecnici amanti dei cavilli, giuristi in testa, usando il cavallo di Troia dell’economia, che si rivelò essere, come già il caso della CECA aveva dimostrato, il miglior collante per obbligare gli stati a fondersi insieme. Cosa meglio della pagnotta mette d’accordo tutti?
Sicché si arrivò alla Risoluzione di Messina, nel 1955, che mise le basi per la costruzione della CEE. L’Europa riusciva ad edificarsi solo partendo dall’economia. Che vuol dire che, non potendo parlar d’altro, di parla di ciò di cui non parla nessuno (a parte gli addetti ai lavori). L’economia, appunto.
E infatti, senza troppi problemi nel 1956 viene firmato il Trattato di Roma che data la nascita della CEE. Un mercato comune europeo pieno di merci e uomini in omvimento transfrontaliero.
Ma il fine ultimo era, come al solito, più ambizioso. Si trattava nientemeno che della “completa integrazione degli Stati europei”, come ebbe a dire nel 1960 Karl Roemer, avvocato generale tedesco della Corte di Giustizia. “I Trattati – spiegò – non sono che la parziale realizzazione di questo grande programma generale”.
Due anni dopo, nel 1962, un altro fervente europeista tedesco, Walter Hellstein, che presiedette in quegli anni la commissione CEE (antesignana di quella Ue), disse che “l’integrazione economica europea è, nella sua essenza, un fenomeno politico. La CEE costituisce un’unione politica nel campo economico e sociale”.
Col passare del tempo le comunità europee, a partire dalla CECA fino alla CEE e poi all’UE, grazie all’intensa opera delle Corte di Giustizia europea, che si occupò di commentare, e rileggere le norme nazionali alla luce dei Trattati, divennero così comunità di diritto capaci, proprio perché sovranazionali di imporsi sugli Stati. Una sorta di riedizione del Sacro romano impero, senza sacro né romano, ma profano e sovranazionale.
La nascita del diritto comunitario fu lo strumento principe, e lo è tuttora, della lenta conquista dell’Unione politica europea che procede, oggi come ieri, tramite argomenti noiosi come l’Unione Bancaria. avendo come fine, ormai dichiarato, l’Unione politica.
Ce ne sarebbe tanto ancora da raccontare (lo faremo, prima o poi) ma per il momento è più utile tornare alla mia domanda iniziale.
Cos’è l’Europa?
Se leggiamo lo studio di Bankitalia di cui ho parlato, viene fuori che l’Europa, almeno relativamente alle questioni finanziarie (ma in fondo vale per tutto il resto), è un corpo di norme giuridiche che nel tempo sono diventate sempre più appannaggio di sconosciuti legulei le cui coordinate vengono fissate in vertici intergovernativi e scritti a Bruxelles e a Strasburgo.
L’Europa, quindi, è un organismo giuridico disincarnato.
Un OGM.
Organismo giuridicamente modificato.
Ps
Con questo post ho provato ad allargare il campo dell’analisi dai temi prettamente economici a quelli storico-giuridici, che come spero di aver reso chiaro, ad essi sono sottintesi. Non essendo giurista, come d’altronde non sono economista, mi perdonerete semplificazioni ed errori. Lo scopo, come sempre, non è dare lezioni o rivelare segreti. Lo scopo è ragionare insieme sul nostro presente, per provare a capire il futuro che ci aspetta. Da questo punto di vista sarebbe miserevole ridurre tutto all’economia.
Buona lettura e grazie per l’attenzione.
Svuotare il mare (del debito) col secchiello (dell’avanzo primario)
I conti nazionali italiani relativi al 2012 diffusi dall’Istat ieri mostrano con chiarezza una verità molto semplice: pensare di abbattere il nostro debito pubblico con l’accumulo di un avanzo primario è come pensare di svuotare il mare col secchiello.
Se i nostri governanti fossero onesti dovrebbero ammetterlo invece di propinarci la solita storiella.
I dati Istat, poi, ci dicono un’altra cosa. Anzi: la fotografano.
Le curve che misurano l’andamento del Pil, la quota di profitto delle società non finanziarie e l’andamento del risparmio nazionale sono in calo dal 2000. Quest’ultimo è ai suoi minimi da 22 anni, ed è crollato dal 14% del 2000 a poco più dell’8%.
Il calo generale si è aggravato dal 2010, quando invece la curva dell’avanzo primario ha iniziato a salire. E malgrado tale risalita, il debito è aumentato.
Quindi il nostro secchiello è pure bucato.
E’ utile fare un approfondimento, visto che dell’avanzo primario tutti sentono parlare ma pochi sanno cos’è. O magari sanno cos’è ma non hanno analizzato il suo significato.
Nella contabilità nazionale, il saldo primario (avanzo se positivo, deficit se negativo) equivale alla differenza fra le entrate dello stato e le spese, al netto degli interessi pagati sul debito pubblico.
Questo non vuol dire tali interessi non debbano essere pagati.
Al contrario. Tanto è vero che la spesa per gli interessi viene classificata fra le uscite correnti del bilancio dello Stato.
Il saldo primario, in pratica, costituisce un tesoretto che lo Stato raggranella e che viene utilizzato innanzitutto per pagare gli interessi sul debito, che, nel caso dell’Italia ormai veleggiano verso i 90 miliardi di euro l’anno.
Facciamo due conti della serva. Nel 2012 abbiamo avuto un avanzo primario del 2,5% del Pil, equivalente a 39,7 miliardi di euro. Siccome la montagna degli interessi è molto più elevata, ecco che abbiamo chiuso il 2012 con un deficit di bilancio complessivo del 3% del Pil (nei limiti europei, evviva), pari a circa 46,9 miliardi. Se sommiamo il deficit finale all’avanzo primario, abbiamo la somma totale degli interessi pagati sul debito, ovvero oltre 86,7 miliardi di euro.
Avere un buon avanzo primario, nel caso italiano, serve a pagare gli interessi sul debito, non ad abbattere il debito lordo, che infatti cresce senza sosta. Serve a rassicurare i nostri creditori, non a risolvere una situazione debitoria alla lunga insostenibile.
Infatti, nella definizione della contabilità nazionale, il saldo primario viene indicato come uguale all’indebitamento netto meno la spesa per interessi. Quindi tornando ai nostri conti della serva, l’indebitamento netto nel 2012 è stato, appunto, di 46,9 miliardi. Se a questo sottraiamo la spesa per interessi, gli altri 86,6, otteniamo il nostro bell’avanzo primario di 39,7.
Solo che questi soldi spariscono nel gorgo del servizio del debito. Quindi se li godono i possessori di titoli di stato in Italia e nel mondo.
E così il debito, nutrito dal deficit, non accenna a diminuire.
Se guardiamo i numeri assoluti, vediamo infatti che il debito nel 2010 è stato di 1.851 miliardi, 1.907 nel 2011 e 1.989 nel 2012.
Per far diminuire questa montagna, di conseguenza, è necessario che l’avanzo primario copra almeno interamente la spesa per interessi, in modo da non fare altro deficit che vada ad aumentare il debito complessivo. Meglio ancora se la supera: vuol dire che il debito si abbatte della cifra corrispondente.
Infatti nel Def del giugno scorso, il governo prevedeva di arrivare ad avere un avanzo primario di circa il 5,7% del Pil. Che detto in soldoni significa tirare fuori un avanzo primario pari a circa 90 miliardi di euro, ossia alla spesa presunta per gli interessi sul debito prevista entro l’arco di tempo del Def.
In questo modo si arriverebbe al pareggio di bilancio, ossia all’azzeramente dell’indebitamento netto, che peraltro è un obbligo votato dal Parlamento in omaggio ai vari fiscal compact, six pack, eccetera.
Se fermiamo l’analisi ai dati Istat del 2012, e senza considerare la variabile (molto incerta) della crescita, significa che la spesa pubblica italiana dovrebbe diminuire di quei famosi 46,9 miliardi. E se considerate la cagnara che si è scatenata in Italia (con finta crisi di governo inclusa) per evitare l’aumento dell’Iva, che vale un misero miliardo, avrete la chiara rappresentazione di quanto sia probabile che questo pareggio di bilancio lo raggiungeremo sul serio.
Questo che significa?
A parte che dobbiamo abituarci a convivere con un debito eterno, vuol dire che dobbiamo prepararci comunque a una robusta cura dimagrante. Anche perché il debito pubblico, aumentando, finisce anche con l’aumentare il nostro debito estero, che rende il nostro paese sempre più ostaggio dei mercati internazionali.
Chiaro che il governo redivivo abbia ricominciato a parlare di spending review.
Ma da dove dovrebbero arrivare i tanto auspicati risparmi sulla spesa pubblica?
Anche qui ci vengono in aiuto i valori aggregati forniti dall’Istat.
Agli odiatori professionisti della spesa pubblica farà piacere sapere che l’unica spesa pubblica cresciuta dal 2010 al 2012 è proprio quella per gli interessi sul debito, passata dai 70,8 miliardi del 2010 agli 86,6 del 2012. La spesa corrente al netto degli interessi, infatti, è aumentata di soli 6 miliardi, passando dai 660 del 2010 ai 667 del 2012. In pratica, a fronte di un aumento della spesa per interessi del 22% c’è stato un aumento della spesa corrente (senza interessi) dell’1%.
In compenso le entrate correnti (quindi tasse e altro) sono passate da 699 a 748 miliardi, quindi sono cresciute del 7%. Ecco da dove è venuto fuori il nostro avanzo primario.
E’ chiaro che, se la crescita non ripartirà a passo sostenuto, il governo non avrà altra scelta che aumentare ancora le entrate correnti, quindi le tasse, o tagliare severamente la spesa corrente al netto degli interessi, se vuole davvero raggiungere l’avanzo primario che si propone di raggiungere.
E allora che tagli, dicono i nostri odiatori professionisti.
Va bene: ma dove?
Le voci che pesano sono tre: la spesa per consumi finali, che nel 2012 ha pesato 314 miliardi (dentro ci sono 165 miliardi di costo del lavoro pubblico, 88 di consumi intermedi e 43 di prestazioni sociali acquistate sul mercato), le prestazioni sociali in denaro (quindi il welfare) che ci è costato 311 miliardi, e altre uscite correnti non meglio specificate che ci sono costate 40 miliardi.
Questa è la torta
Serviranno un bel po’ di avanzi per accumulare l’Avanzo.
Ecco l’Europa di Supermario bros
Certe volte bisogna coltivare le domande inutili perché spesso conducono a scoperte istruttive.
Poiché mi diletto in questo esercizio ozioso, qualche giorno fa mi sono chiesto: ma come sarà l’Europa fra dieci anni?
Prima di fare gli scongiuri suggerisco di leggere un bell’intervento del 30 settembre scorso di Yves Mersch, componente del board della Bce dal titolo asettico ma pieno di promesse: “Verso l’unione bancaria europea”.
Una volta si andava verso il sol dell’avvenire, ma tant’è.
Non ci crederete, ma ho trovato risposte utili alla mia domanda inutile.
Non mi soffermo sul significato e gli scopi dell’unione bancaria, sulla quale ho versato gli opportuni fiumi di bit in diversi post.
Quello che è interessante, del lungo intervento, è invece il passaggio in cui Mersch, dopo aver ricordato i diversi problemi strutturali che affligono l’architettura delll’eurozona, ricorda che “qualcosa di nuovo è emerso a giugno 2012 al summit dei leader europei: scorci di una visione europea comune per un’architettura coerente e vitale della UEM”.
Meglio tardi che mai, viene da dire.
I protagonisti di questa visione furono quattro: il presidente del Consiglio europeo, Herman Van Rompuy, quello dell’eurogruppo, Jean Claude Juncker, della commissione europea, José Manuel Barroso, e della Bce, Mario Draghi. I quattro visionari redassero un documento che fu icasticamente soprannominato “Il rapporto dei quattro presidenti”.
Supermario brothers.
Una sorta di nuovo videogioco destinato al mercato europeo.
Leggendo il rapporto viene il sospetto che l’Europa si sia infilata in un’avventura pericolosa, dagli esiti incerti, che richiederà una gran destrezza per superare i vari livelli di difficoltà, che prevedono crisi, cadute e rinascite, come aveva già intravisto Jean Monnet, non a caso citato da Mersch, in una sua celebre dichiarazione, secondo la quale “L’Europa sarà forgiata dalle crisi e sarà la somma delle soluzioni adottate per le crisi”.
L’Europa che dovremmo vedere da qui a dieci anni, che poi è l’orizzonte di tempo delineato dai quattro presidenti nel loro rapporto di giugno 2012, sarà la risultante di questo gioco. Anzi, videogioco, visto che la battaglia si condurrà innanzitutto tramite i mezzi di informazione, tv e internet in testa.
Sarà L’Europa di Supermario Bros.
Dieci anni di tempo per giocare e quattro livelli da superare. Ogni livello nasconde decine di insidie. Mostri paurosissimi (gli stati nazionali), trappole e trabocchetti, sotto forma di codici e codicilli.
Primo livello: l’Unione bancaria. Sappiamo già che siamo a un terzo dell’opera. Dopo l’approvazione della supervisione unificata, si dovrebbe approvare il meccanismo di risoluzione e poi quello di assicurazione dei depositi. Risultato: una banca barcollante potrà essere chiusa dal risolutore senza spese per i contribuenti, ma a carico di azionisti e obbligazionisti fino ai depositanti. In questo modo si conta di spezzare il legame, tuttora molto forte, fra le banche e gli stati dove risiedono.
Secondo livello: l’Unione fiscale, “che comprenda – dice Mersch – un contesto unitario di budget che vada aldilà del fiscal compact”. Per dirla con le parole di Supermario Bros, “sono essenziali meccanismi efficaci per prevenire e correggere politiche di bilancio non sostenibili in ciascuno stato membro”. Come? “L’emissione di debito pubblico, oltre il livello convenuto di comune accordo, dovrebbe essere motivato e approvato in via preventiva”. A queste condizioni “in prospettiva di medio termine si potrebbe valutare l’emissione di debito comune che comporterebbe lo sviluppo di una maggiore capacità di gestire le interdipendenze economiche”.
Terzo livello: l’Unione economica, visto che “una maggiore integrazione – recita il rapporto – è necessaria per favorire il coordinamento e la convergenza dei diversi settori politici fra i paesi dell’euro”. Tale livello di integrazione sarebbe “particolarmente importante per orientare le politiche in settori come quello della mobilità dei lavoratori o del coordinamento in campo tributario”.
Quarto livello: l’Unione politica. Bontà sua, Supermario bros ammette che “le decisioni sui bilanci nazionali sono al centro delle democrazie parlamentari, quindi orientarsi verso un processo decisionale in campo fiscale ed economico richiederà (dulcis in fundo, ndr) meccanismi forti che garantiscano la legittimità e la responsabilità delle decisioni comuni”.
Le istruzioni del gioco prevedono anche un metodo di lavoro. I quattro presidenti costruiranno una tabella di marcia che verrà socializzata nel tempo perché tutti possano averne contezza.
Il gioco è questo. E’ tutto già scritto, Solo che, come al solito quasi nessuno legge.
Rimane una domanda: chi manovra il joystick?
Ps Ovviamente non ho una risposta. Però seguo una traccia.
Draghi ieri ha detto di essersi molto stupito del fatto che qualcuno metta in discussione il principio che gli stati dovranno ricapitalizzare le banche che dovessero essere giudcate carenti di capitale dalla Supervisione europea, sottolineando che gli stati si sono impegnati in tal senso già da tempo e che comunque le risorse messe a disposizione delle banche non verranno conteggiate fra i parametri che definiscono il deficit fiscale.
Quindi gli stati, molto presto, saranno chiamati a tirare fuori altri soldi dopo quelli che hanno dovuto spendere per salvare le banche dal 2008 in poi. Giocoforza ne avranno meno da spendere per tutto il resto, e questo, pure se servirà a dare stabilità al sistema bancario europeo, rischia di far diventare ancora più anemica l’economia reale. E poiché consolidamento chiama consolidamento, è facile prevede un’altra stagione di crisi fiscali che sarà di sicuro un ottimo viatico per arrivare al secondo livello del videogioco: l’Unione fiscale.
La crisi come asso nella manica per superare i livelli del gioco: ecco il trucco vincente di Supermario Bros.
Resta da capire che tipo di crisi servirà per superare anche gli altri due livelli.
Visti i precedenti, c’è di che preoccuparsi.
C’è del marcio in Danimarca?
Le ultime che arrivano dalla Danimarca ci raccontano dell’intenso dibattito politico, che potrebbe sfociare in un referendum, fra il governo e i partiti euroscettici su una serie di questioni europee: dall’adesione alla normativa Ue sui brevetti, all’Unione bancaria.
A parte provare una sana e benevole invidia – addirittura un paese dove si parla di cose reali – mi sono chiesto come mai la Danimarca, che pure è uno dei paesi creditori del mondo ed è fuori dall’euro (sempre dopo un referendum, lo ricorderete), abbia iniziato a discutere di queste cose, quando il buon senso dovrebbe suggerirle di non mischiarsi con i pasticcioni dell’eurozona, seppure per il tramite dell’adesione indiretta per via bancaria.
Poi mi sono capitati fra le mani un paio di discorsi. Uno del vicegovernatore della banca centrale finlandese Pentti Hakkarainen alla Mansion House di Londra. E l’altro del governatore della banca centrale danese, Lars Rohde, all’associazione della banche danesi che si occupano di mutui.
Il primo ha detto a chiare lettere che la regione nordica, ossia quel gruppo di paesi che vede insieme Svezia, Danimarca, Finlandia e Norvegia, avrebbe tutto da guadagnare se aderisse al meccanismo di supervisione bancaria (SSM) di recente approvato a Strasburgo, che vede la Bce nel ruolo di supervisore di 130 banche dell’area euro.
La ragione è presto detta: l’area nordica, come di recente ha illustrato con chiarezza anche uno staff report del Fondo monetario internazionale, è profondamente interrelata sul versante bancario. Talché una crisi bancaria in uno dei paesi avrebbe conseguenza devastante anche per gli altri, come peraltro dimostra l’esperienza della crisi bancaria di fine anni ’80 che travolse la Svezia.
La Finlandia, in quanto aderente all’euro, nell’Unione bancaria entrerà di diritto. E poiché sul suo territorio ospita diverse filiali di banche degli altri paesi dell’area del Nord, in ogni caso la Bce finirebbe col doversene occupare. Meglio sarebbe, di conseguenza, entrare direttamente nella sorveglianza unificata “per dare coerenza e semplificare la struttura di supervisione”, dice il nostro banchiere. Sarebbe un fatto tecnico, quindi, non eminentemente politico.
Peraltro tale opinione viene condivisa anche da diversi analisti. Una ricerca pubblicata da Bruegel, un think-tank economico, sottolinea che la Danimarca, ma anche la Svezia, “dovrebbero essere pronti a entrare” nel meccanismo SSM, per superare alcuni svantaggi competitivi.
In Svezia il dibattito per ora rimane sullo sfondo. Al contrario di quanto accade in Danimarca. E leggere quello che dice il governatore danese ci aiuta a capire perché.
Alcuni dati evidenziano la sostanza del problema. Con l’esplosione della crisi del 2008 il governo danese dovette mettere sul piatto una quantità ingentissima di risorse per mettere al sicuro il proprio sistema bancario. Il primo Bank reascue package previde garanzie esplicite del governo per 4.200 miliardi di corone per le banche danesi. Con il secondo Bank rescue package, il governo iniettò 46 miliardi di corone nel settore finanziario per evitare potenziali credit crunch, oltre a garantire 194 miliardi di corone di emissioni di debito.
Cinque anni dopo il governo aveva iniettato altri 31 miliardi di corone nelle sue banche. “Finora – dice il governatore – il governo non ha avuto costi diretti che non siano stati coperti, ma i rischi sono stati enormi. In questa prospettiva – conclude, non c’è alcun dubbio che si fosse bisogno di una stretta”.
Ma cosa aveva combinato il settore bancario danese per costringere il governo a farsi carico di questi “rischi enormi”?
Il problema, per la Danimarca come anche per tutta l’area nordica, è innanzitutto il debito privato. Le famiglie danesi sono imbottite di debiti, per lo più contratti per comprare casa, e l’andamento del settore non è rassicurante, con la conseguenza che “la crescita in Danimarca – dice il governatore – sta sotto il suo livello potenziale”, anche a causa dell’andamento piatto del consumo privato, cui certo non giova un alto livello di debiti.
Ad aggravare la situazione l’andamento dei corsi immobiliari, crollati nel biennio 2008-9, e declinati di circa il 10% anche nel 2011. Solo nel 2012 i prezzi sono risaliti, ma in maniera diseguale sul territorio. Nella capitale, l’anno scorso, i prezzi sono saliti del 10%. Ma non è andata così in tutto il paese. E tuttavia il sospetto che ci si possa trovare di fronte a unsettore squilibrato rimane.
Un’indagine svolta dalla banca centrale danese nella sua ultima Monetary review, citata dal governatore, compara i prezzi delle case a Copenhagen con altre capitali europee e sottolinea come 100 metri quadri nella capitale danesi costerebbero 2,3 milioni di corone, il doppio rispetto ad Oslo e Stoccolma e addirittura il triplo rispetto a Parigi, mentre a Berlino il costo sarebbe di circa 1,9 milioni di corone.
Ciò fa dire al nostro banchiere che “il livello dei prezzi a Copenhagen non è particolarmente alto rispetto a una prospettiva internazionale, ma non è probabile che i prezzi continuino a salire al passo che abbiamo visto l’anno scorso e neanche dovrebbero”. I prezzi immobiliari – dice “sono vicini al loro livello di equilibrio” anche se la storia insegna che “ci possono essere rilevanti deviazioni dal trend” anche a causa “della tassazione sulle case che contribuisce all’instabilità del settore”.
La stabilità del settore immobiliare è un pre-requisito della stabilità finanziaria delle banche danesi. E, indirettamente, vista l’esperienza storica, dell’equilibrio fiscale.
A proposito, la politica fiscale, dice il banchiere, “non dovrebbe essere rilassata”. Malgrado il deficit sia intorno al 3% scritto nelle tavole della legge ed è previsto rimanga a quel livello fino al 2015, non ci sono spazi per fare politica espansiva.
Perché? uno dei motivi è che dal lato credito bancario, dal 2008 in poi l’attività di prestito si è rafforzata nel settore delle banche che rilasciano mutui, mentre si è contratta nelle banche tradizionali. Significa che famiglie e imprese hanno acceso mutui invece che prestiti “normali” e le imprese, i particolare, hanno preferito finanziarsi emettendo bond piuttosto che chiedendo un affidamento bancario.
Ma questo significa solo che il rischio si è spostato da un settore bancario all’altro. E stante l’alto livello di indebitamento delle famiglie questo può essere un grave fattore di instabilità con conseguenze, in ultima analisi, anche per i conti dello stato.
A tal proposito è interessante notare che il governatore non crede che l’alto livello di debito privato possa destabilizzare le banche, perché dice, “i cittadini tendono a dare proprità al pagamento del mutuo sopra ogni cosa”, ma certo, ammette, potrebbero esserci effetti indiretti sulla domanda aggregata (già piatta) e quindi sull’equilibrio fiscale (già ai confini del deficit) qualora si verificasse una qualche forma di shock sui tassi d’interessi.
Si capisce perché la banca centrale danese si eserciti in diversi scenari apocalittici, finora più o meno rassicuranti. E anche perché si parli così tanto di Unione bancaria.
Per quanto il governatore sia convinto che “il settore finanziaro danese si è stabilizzato dal collasso della Roskilde bank del 2008”, lui stesso riconosce che ci sono un paio di questioni sul tappeto che suscitano qualche preoccupazione.
La prima è quella dei prestiti chiamati F1, ossia mutui che vengono rifinanziati annualmente. Quindi debito lungo che viene finanziato a breve. Un potente fattore di instabilità.
“Cosa succederebbe – dice – se una banca che opera nei mutui si trovasse nell’impossibilità di venderei suoi bond a breve coi quali finanzia i suoi prestiti a lungo?”
Risposta: “La banca centrale si comporterebbe come prestatore di ultima istanza, sempre che la banca in difficoltà abbia collaterali in quantità e qualità tali da avere credito”. E poiché i bond delle banche che erogano mutui sono entrati nei collaterali accettati dalla banca centrale, il problema sembra di facile soluzione.
Provo a tradurre: in caso queste banche non piazzino i propri bond sul mercato, li comprerà la banca centrale usando come collaterali gli stessi bond che nessuno vuole comprare. Di fatto significa buttare sulle spalle del bilancio dello stato il rischio di questi finanziamenti.
Ti credo che “non c’è rischio per la stabilità finanziaria”. Anche se “è importante trovare una soluzione di lungo termine”.
La seconda questione riguarda proprio la regolazione. “La crisi ha rivelato molte debolezze e le regole sono state rinforzate” dice, “ma adesso sembra che la crisi finanziaria sia stata già dimenticata e, come abbiamo già visto in passato, ci saranno pressioni per allentare le regole”.
Meglio mettersi sotto l’ala della Bce e tenere le dita incrociate.
Evidentemente c’è del marcio in Danimarcia.
Ops, Danimarca.
Lo spirito tedesco dell’export italiano
Quando tutto sembra cadere a pezzi è buona prassi igienica volgere lo sguardo verso il buono che ancora c’è nel nostro Paese e che sembra miracolosamente resistere allo sfacelo della nostra vita pubblica.
Il fatto che tali riflessioni scaturiscano dall’ultimo staff report del Fmi sull’Italia, per nulla tenero nei nostri confronti, dovrebbe farci riflettere e convincerci di una semplice ed evidente circostanza: siamo ancora un grande Paese.
La stabilità italiana, per fortuna, resiste persino a questa classe politica e a una palese inadeguatezza di classe dirigente.
Il capitolo del rapporto che vale la lettura si intitola “The Italian Competitiveness Puzzle” e spiega bene, già dal titolo, quanto l’Italia sia un paese strano, capace di coniugare senza imbarazzi grandi punti di forza e altrettante debolezze. E pure se abbiamo una naturale predisposizione a lamentarci, possiamo pure contare su straordinarie (e sconosciute) riserve di ricchezza, finanziarie e produttive, che purtroppo di rado trovano spazio nelle cronache, malate di chiacchiericcio e piagnonismo.
Il puzzle della nostra competitività si compone di diversi pezzi, come è giusto che sia. Ma giova rappresentarne da subito il quadro d’insieme che credo sia più eloquente di qualsiasi analisi. Nella top ten dell’export dei paesi manufatturieri per valore aggiunto (dato ONU 2010), l’Italia conserva saldamente il sesto posto. Lo stesso che aveva nel 2000.
Non ci sarebbe nulla di strano se intanto non fosse cambiato il mondo.
Nel 2000 l’America era la prima della lista. Nel 2010 la prima è stata la Cina, con gli Usa in seconda posizione. Il Giappone, che era secondo, è diventato terzo. La Gran Bretagna, che era quinta, è diventata decima. La Francia, che era settima è scivolata all’ottavo.
Solo la Germania, come noi, ha conservato la sua posizione al quarto posto.
Conclusione: solo noi e i tedeschi abbiamo retto l’urto dell’arrivo delle economie emergenti iniziato agli albori del XXI secolo.
C’è molto dello spirito tedesco, nell’export italiano.
Per questo il Fondo apre il suo rapporto con una constatazione che sembra l’esatto contrario del mainstream economico del nostro tempo: in Italia c’è stata una perdita di competitività senza un collasso delle esportazioni.
E questa è la prima tessera del puzzle.
Negli ultimi vent’anni, scrive il Fondo, “un calo costante della crescita nel totale fattore di produttività (TFP) e il conseguente aumento del costo unitario del lavoro rispetto ai concorrenti europei hanno sollevato ripetute preoccupazioni circa la competitività degli esportatori italiani”. E tuttavia, “l’export italiano ha tenuto relativamente bene”.
“Più di recente – sottolinea – la vivacità delle esportazioni a fronte di una depressione globale della domanda evidenzia la continua capacità di adattamento e la resilienza delle Imprese commerciali italiane”.
Qualcosa di buono, quindi, c’è pure da noi.
in particolare, siamo leader nel tessile, nell’abbigliamento e nella pelletteria, e siamo secondi (dopo la Germania) per i macchinari non elettronici e la manifattura.
Per capire le ragioni di questo mezzo miracolo bisogna fare un ragionamento più generale. L’andamento italiano della produttività replica, pur amplificandolo il trend che ha iniziato a svilupparsi in Europa dalla metà degli anni ’90, quando l’inizio della rivoluzione dell’ICT ha arricchito il concetto stesso di competitività. Le imprese hanno iniziato a distinguersi e a distinguere fra competitività derivante dalla tecnologia, quindi dallo sviluppo di nuovi prodotti e caratterizzata da un alto contenuto di innovazione, e competitività derivante dai costi, associato all’aumento dell’efficienza e alla diminuzione dei costi del lavoro. Le imprese italiane, che dovevano fare i conti con la concorrenza delle economie emergenti, dovevano vedersela innanzitutto con questo tipo di competitività. E a quanto pare sono riuscite a resistere.
Tale successo si spiega analizzando le nostre imprese esportatrici.
Il Fondo distingue quattro tipi:
1) Industrie scienze-based, come la farmaceutica, l’elettronica o l’aviazione;
2) Industrie specializzate, dominate da piccole imprese che disegnano, sviluppano e producono prodotti di nicchia;
3) Industrie tradizionali, comeil tessile, l’alimentari, dove l’innovazone è meno rilevante
4) industrie intensive che sfruttano le economie di scala e che possono essere basate o su tecnologie pesanti, come l’industria degli autoveicoli, o sullo sfruttamento di materie prime, come la chimica o la raffinazione.
Questa tassonomia aiuta a capire l’evoluzione del nostri sistema industriale che, nota il Fondo, è un mix ben riuscito di prodotti tradizionali e industrie specializzate
Un grafico mostra tale andamento fra il 1995 e il 2011.
La prima cosa che salta all’occhio è il peso crescente delle industrie che fanno economia di scala che sfruttano le materie prime. La quota di export di queste aziende è cresciuta constantemente nel tempo e ora pesa circa il 35% nell’export totale italiano. Le industrie intensive che fanno tecnologie, invece, hanno ridotto nell’ultima metà del XXI secolo la quota di esportazioni. La somma delle due industrie, tuttavia, mostra un trend chiaramente in aumento.
Al contrario, quelle che hanno sofferto di più la globalizzazione sono le imprese tradizionali, che hanno visto diminuire di circa un terzo la loro quota di export. Sono rimasti distanti le industrie specializzate e quelle science-based.
Cosa ci dice questo grafico?
Che in pratica le imprese che hanno migliorato la competitività tecnologica, e sono riuscite a fare economie di scala, sono cresciute, e che quelle che fanno innovazione al loro interno, pure se sono piccoli produttori, hanno resistito. Nel confronto con altri paesi, scrive il Fondo, “queste industrie sembrano più simili a quelle delle Germania o degli Stati Uniti”.
Detto in altre parole, un incremento della capacità di sviluppare tecnologia e innovazione paga persino se peggiorano gli indici della competitività di costo.
Infatti il prezzo più alto l’hanno pagato le imprese tradizionali, che, non riuscendo a fare competitività tecnologica hanno subito l’andamento declinante della competitività di costo, anche a causa della “rivalutazione italiana cumulatasi sin dall’introduzione dell’euro”.
Ecco spiegato il miracolo dell’export italiano, che resiste alle innumerevoli riforme del lavoro, agli infiniti tavoli politico-sindacali e persina alla rivalutazione reale del cambio.
Vale la pena fare una piccola appendice sulla competitività di costo, perché il Fondo evidenzia alcuni dati interessanti.
Il primo è che, usando un indice riferito all’economia globale del costo unitario del lavoro (ULCs), quella italiana appare essersi deteriotata fino al 5% dal momento dell’introduzione dell’euro, mentre quella tedesca risulta essere migliorata di circa il 20% a causa dell’andamento declinante del costo del lavoro.
Secondo un altro indice il PPI-based, ossia sull’indice dei prezzi alla produzione, l’Italia risulta meno competitiva di quanto lo fosse nel 1999.
Ecco, sulla competitività di costo (leggi costi del lavoro) siamo i meno tedeschi di tutti.
Il mattone minaccia la stabilità italiana
Uno sente la parola stabilità e pensa alla politica. Al governo e a quelle chiacchiere da telegiornale che ormai non ascolta più nessuno, tranne i diretti interessati e i loro sottopancia.
Uno sente la parola stabilità e gli prende il nervoso.
Invece la stabilità è una cosa seria. Corrisponde al risultato di un equilibrio di forze. Quindi la stabilità è l’antitesi del caos.
Quando sentite dire che la stabilità è importante, perciò, non pensate all’ennesimo balletto dei governanti che fanno ammuina. Pensate invece al nostro paese come un sistema solare che vive in equilibrio grazie alla forza di gravità. In un sistema solare non importa che un pianeta sia dieci volte più grosso di un altro. Importa che la massa complessiva del sistema origini una spinta gravitazionale tale da non farlo collassare.
Tale logica si può applicare senza essere troppo semplicistici ai sistemi socioeconomici.
Checché se ne dica, il nostro Paese è ancora molto stabile, malgrado il governo. La miglior prova è che siamo qui a discuterne, malgrado il governo. E che ogni mattina si spengono i lampioni e si accendono i motori per andare (sempre meno) a lavorare, malgrado il governo.
Ma è fondamentale individuare i veri fattori di instabilità, quelli che mettono a rischio sul serio il Paese e che potrebbero farlo collassare.
Ovviamente sono diversi, più o meno correlati.
Ne ho scovato uno leggendo l’ultimo staff report del Fmi sull’Italia, un corposo approfondimento che dice più o meno quello che ci si aspettava: troppo debito pubblico, poco competitività, giustizia inefficiente, banche sofferenti. Ma di tutto questo parlerò un’altra volta.
Il fattore di instabilità, che poi mi ha fatto venire voglia di scrivere questo post, l’ho trovato a pagina 55:
il mattone.
Chi segue questo blog avrà notato che l’immobiliare è un mio pallino fisso. Il fatto è che il mattone è un aggeggio pericoloso per sua natura. Perché costa caro ed è poco liquido. Ciò significa che è capace di originare grandi debiti che può essere difficile ripagare. E perciò coinvolge chi questo debiti li eroga – le banche – e chi li se li carica addosso – famiglie e imprese.
In più, appunto perché muove grandi risorse, ha un impatto rilevante non soltanto sull’equilibrio del sistema finanziario, ma anche nella cosiddetta economia reale. Il settore delle costruzioni dà un contributo rilevante al prodotto interno lordo.
A dimostrazione del fatto che non sia una mia fisima, c’è la circostanza che il mattone sia uno dei grandi protagonisti della reportistica economica di tutte le banche centrali e delle istituzioni che sovrintendono alla stabilità finanziaria.
Ma se non avete voglia di leggere questa roba, vi basti ricordare che la Grande Crisi che stiamo vivendo è partita da lì: dal mattone cartolarizzato.
Mattone+finanza= bomba termonucleare innescata.
Figuratevi la mia sorpresa quando ho scoperto che una di queste bombe è piazzata a casa nostra.
A pagina 55 il Fondo scrive che “uno shock nel settore immobiliare, che è la forma predominante della ricchezza delle famiglie e dei collaterali dei prestiti, può incrementare le perdite delle banche“.
Prima di approfondire i perché e i percome, ecco un assaggio delle conclusioni del Fondo: “Un grande shock sui prezzi delle case (20%) potrebbe innescare vulnerabilità sui bilanci delle famiglie tanto che quelle a rischio debito potrebbero arrivare al 12%”.
La prima cosa che mi è saltata all’occhio è l’entità della correzione: appena il 20%. Quanto è probabile che i prezzi scendano così?
Se andiamo a vedere il grafico elaborato dal Fmi, che monitora l’andamento dei prezzi delle case dal 2000 ad oggi nei principali paesi europei, vediamo che l’Italia, fatto 100 l’indice dei prezzi nel 2000, quota tuttora circa 160, poco sopra la media dei paesi dell’euro area.
Questo livello è rimasto sostanzialmente stabile dal 2008 in poi, anche se adesso la curva è orientata al ribasso. Rispetto ad altri paesi (salvo la Germania), l’Italia è quella i prezzi sono saliti meno. La Spagna, che al picco della bolla quotava 240 di indice, adesso sta a circa 180. La Gran Bretagna è scesa dal picco intorno a 220 a poco meno di 200. La Francia è l’unico paese dove i prezzi continuano a salire, e ora quota circa 220. In Germania i prezzi sono in lieve crescita. L’indice sfiora quota 120.
Una diminuzione dei prezzi italiani del 20% significa che l’indice dovrebbe arrivate circa a quota 130. E’ così improbabile?
L’analisi dell’andamento delle transazioni fa sospettare di no.
Fatto 100 tale livello nel 2000, adesso l’indice punta deciso verso quota 60. L’attrazione verso il basso dei prezzi, insomma, sembra irresistibile. “L’outlook debole dell’economia – commenta il Fondo – è probabile porti pressioni al ribasso sui prezzi, in coerenza con i tempi medi di vendita (pù di otto mesi) e il considerevole sconto medio sui prezzi (il 16%)”.
Come dire: il ribasso è già nelle cifre.
E D’altronde perché stupirsi? La bolla italiana è assai più antica di quello che ci dice il Fondo, e incorpora il passaggio alla moneta unica.
Se è ragionevole attendersi un ribasso sostanzioso dei prezzi immobiliari, rimane da capire perché ciò può avere un effetto detonante sulla stabilità del sistema-Paese.
Anche qui, l’analisi del Fondo ci viene in aiuto.
Il rischio dei credito degli italiani, scrive, è attualmente mitigato “dalla loro ricchezza positiva netta”. La ricchezza degli italiani, proprio come nell’esempio del sistema solare, è un potente fattore stabilizzante dell’universo Italia, capace com’è di controbilanciare il rilevante debito pubblico e il debitor privato tutto abbastanza contenuto, se lo si paragona al resto del mondo.
Il Fondo calcola che tale ricchezza sia vicina all’800% del reddito disponibile, e risulta dalla somma degli asset finanziari e di quelli reali, ma con un peso determinanti di questi ultimi, che valgono circa due terzi del totale. In questi due terzi, insomma, c’è la casa.
Un calo di un quinto dei valori immobiliari, di conseguenza, avrebbe un effetto diretto sulla ricchezza netta degli italiani, già messa a dura prova dall’andamento declinante dei redditi, spinti al ribasso dalla disoccupazione, e dall’aumento dell’indebitamento, cresciuto senza sosta negli ultimi dieci anni.
A tal proposito, vale la pena fare un approfondimento.
“La ricchezza degli italiani – scrive il Fondo – è declinata durante la crisi, in particolare per le classi a basso reddito e le famiglie giovani”. Al momento solo il 22% delle famiglie sono indebitate e quelle giudicate “vulnerabili”, ossia quelle che hanno un servizio del debito pari al 30% del reddito, rappresentano il 10% delle famiglie indebitate e detengono il 24% del debito totale delle famiglie che rappresenta circa il 50% del Pil.
Quindi c’è un gruppo (finora) ristretto di famiglie fragili che ha sulle spalle una montagna di debiti, probabilmente contratti all’epoca del boom per comprare la casa.
A questa montagna di debito corrisponde, uguale e contraria, una montagna dei credito, che le banche hanno erogato a questi soggetti e che adesso è finito nel tritacarne della crisi.
Se i prezzi caleranno del 20%, i le famiglie a rischio aumenteranno significativamente e, di conseguenza, aumenterà la fragilità del sistema bancario, già sofferente. Banche che, è il caso di ricordarlo, si sono imbottite di debito pubblico per sostenere l’andamento declinante degli spread.
Ed ecco che il sistema italia (dal quale abbiamo tenuto fuori il debito delle imprese per non complicare troppo l’analisi) comincia a diventare instabile. Il calo del mattone fa scricchiolare le banche, che già hanno visto triplicare i propri NPLs (non performing loans), e mette sotto pressione il debito pubblico, in quanto diminuisce la ricchezza privata che era uno dei suoi principali fattori di riequilibrio.
Di questo dovremmo parlare quando parliamo di stabilità.
Non dei politici.
Vivere con un debito di guerra in tempo di pace
Dopo l’Ocse, anche il Fondo monetario internazionale si è accorto che il livello dei debiti sovrani nelle economie avanzate ha raggiunto un livello mai visto in tempo di pace.
Tale impennata del debito pubblico è uno dei tanti regali che ci ha fatto questa crisi. Prima il debito medio sul Pil era intorno al 45%. A fine 2012 era già schizzato intorno al 74% “un livello che non si vedeva dagli anni successivi alla seconda guerra mondiale”. Adesso tale livello ha superato il 90% in alcune economie del G7 e in molte economie dell’eurozona. In alcune è previsto che il debito/pil superi di circa il 40% il livello pre-crisi.
Si capisce perciò perché mai il Fondo abbia deciso di dedicare al tema un quaderno d’analisi, icasticamente intitolato “Dealing with High Debt in an Era of Low Growth”, che vuole dire una cosa molto semplice: dobbiamo abituarci a convivere con un debito di guerra in un tempo di guerra: la guerra della bassa crescita, che implica disoccupazione e recessione.
Le cause e le dimensioni del problema ormai sono note. La crisi, fra le altre cose, ha provocato il collasso delle entrate fiscali che, associato all’aumento della spesa pubblica, necessario per garantire la stabilità delle banche, e agli stabilizzatori automatici, ha fatto esplodere la montagna del debito degli stati. La crisi degli spread, all’interno dell’eurozona, ha dato un altro contributo. A conti fatti, scrive il Fondo, i saldi fiscali nelle economie avanzate sono peggiorati all’incirca del 4% del Pil, prima di iniziare a recuperare.
Questa montagna di debito, “può portare a più alti tassi d’interesse e a una crescita più bassa”, oltre a rendere “più vulnerabili le finanze pubbliche a futuri shock”, senza contare che può far crollare la fiducia conducendo a ulteriori disequilibri.
Ricordiamoci, prima di andare avanti, che il debito pubblico, a cui lo studio è dedicato, è solo una parte del problema. Altrettanto pericoloso è il debito del settore privato e, all’interno del debito lordo (privato+pubblico), la quota di debito estero.
Ma torniamo al nostro paper.
La prima questione che salta all’occhio è che a questo debito crescente siano associatoe alcune questioni socioeconomiche che caratterizzano fortemente le economie avanzate. Prima fra tutte la crescita della spesa sociale correlata all’invecchiamento delle popolazioni, quindi previdenza e sanità in testa, che è prevista aumenti di più di 3 punti di Pil entro i prossimo 30 anni.
Quidi debito alto e previsto in crescita.
Un fatto che non ha precedenti nella storia.
Come se non bastasse, questo debito crescente è associato a un outlook scoraggiante sul versante della crescita.
Gli studi concordano sulla circostanza che il miglior modo per uscire dai debiti sia aumentare la crescita, d’altro canto si parla sempre di rapporto debito/pil.
Ma anche qui le previsioni non sono incoraggianti. Il Fondo stima che la crescita media delle economie considerate, fra il 2013-18, sarà intorno al 2%, ben al di sotto del 3,3% del periodo 1980-2007. Quando, aggiungo io, la montagna del credito/debito ha iniziato a impennarsi. Non certo a caso.
La combinazione di crescita calante e debiti crescenti (e quindi pressione sui tassi) “è particolarmente sfidante per alcuni paesi”.
Vi fischiano le orecchie? Allora sappiate che nelle previsioni del Fondo, fra il 2013-18 in Italia dovremmo avere una media reale dei tassi del 3% a fronte di una crescita media dello 0,1%. Quindi il nostro indebitamento pubblico reale è destinato a crescere a questo tasso. Persino superiore a quello della Spagna (2,7), del Portogallo (2,5) e dell’Irlanda (0,4%).
Al contrario, nei paesi che stanno di fatto inflazionando il debito, il saldo fra crescita prevista e tassi reali è negativo: per lo 0,7% per il Giappone e addirittura del 2% per gli Usa, per la gioia dei compratori del debito americano, cinesi in testa.
Per capire come uscirne, è interessante vedere cosa ci dice la storia recente.
Fin dal 1980 (ossia da quando il debito lordo è cominciato a crescere senza sosta) ci sono stati 26 episodi di riduzione di debito pubblico che hanno interessato 20 paesi.
Anche stavolta primeggiamo.
Fra il 1994 e il 2003 l’Italia riuscì ad abbattere il proprio debito pubblico dal 122 al 104%., ma salta all’occhio anche il caso del Belgio, che fra il 1997 e il 2003 passò dal 134 all’84% o, fuori dall’eurozona, quello di Israele, che fra il 1989 e il 2000 è passato dal 147 all’84%. Notevole anche il risultato dell’Irlanda, che nei vent’anni fra il 1987 e il 2007 (quando poi è riesploso) ha portato il debito dal 109 al 25%.
Cosa hanno in comune questi casi? Che c’è voluto parecchio tempo e un contesto internazionale di crescita robusta, per diminuire il debito.
Quindi, se la storia insegna qualcosa, è che comunque servirà parecchio tempo prima di uscire da questa situazione. La media, calcolata dal Fondo, è di otto anni.
Se la crescita sarà lenta questa media è destinata ad allungarsi.
Rischiamo di invecchiare con questo debito sulle spalle. Che poi significa sotto l’ipoteca dei nostri creditori e col costante fardello della minaccia di un default.
Ma come si fa a sfuggire da questa prigione?
Anche qui la storia è maestra di contabilità.
Nei casi monitorati dal Fondo il grande protagonista di questo risanamento è l’avanzo primario, che gareggia con la crescita nel ruolo di fattore determinante per il calo del debito. Ma anche l’inflazione fa la sua parte. Nel caso di Israele, ad esempio, i tassi medi reali furono negativi per il 4% nel periodo.
Tuttavia il cavallo di battaglia è l’avanzo primario, che appare sia nei casi in cui ci sia stata forte crescita, sia in quelli contrari. Anzi, paradossalmente, scrive il Fondo “sembra che i paesi generino un più alto avanzo primario quando l’economia è debole, forse per compensare la bassa crescita”.
Avanzo primario, perciò, rima con consolidamento fiscale, anche se non sembra.
E questo è il primo indizio di quello che ci aspetta.
Un secondo indizio lo traiamo dall’analisi del Fondo sul caso Italiano.
La nostra riduzione di debito, nota il Fondo, si è consumata nonostante una crescita modesta dello 0,7% medio nei tre anni precedenti la riduzione e dell’1,5% durante la riduzione. “Ciò suggerisce che la riduzione del debito può verificarsi anche in un ambiente di bassa crescita”.
Ma come abbiamo fatto?
“Alcuni fattori – scrive il Fondo – hanno contribuito, in particolare la domanda estera e il calo dei tassi d’interesse”.
L’episodio italiano fu caratterizzato da una graduale svalutazione del tasso di cambio e da un crescente export tre anni prima che il debito iniziasse a scendere. Il tasso di cambio poi si stabilizzò, una volta che il debito scese, ma l’export continuò a tirare per altri due anni.
Quanto ai tassi, la riduzione del tasso a breve cominciò quattro anni prima della riduzione del debito e continuò, pur moderandosi, per tutto il periodo. “Le analisi del Fondo – sottolinea – hanno mostrato quanto sia determinante una politica accomodante per la riduzione dei debiti”.
C’è arrivata anche la Bce, infatti.
Ma è un altro il dato interessante: la riduzione del debito si è innescata con la partenza della crescita, seguita all’aumento della domanda estera e al calo dei tassi, che poi ha fatto partire anche la domanda interna.
Questo per quelli che dicono che la svalutazione fa male.
Nel caso italiano, poi, l’inflazione non ebbe alcun ruolo, “anzi diminuì in quel periodo”.
Rimane la domanda: che fare oggi?
Col consolidamento fiscale bisogna andarci piano, visti la quota raggiunta dalla montagna del debito, poiché si rischia di far più danno che bene. E tuttavia, dice il Fondo, bisogna metterlo in campo. Perché sennò c’è il rischio di generare sfiducia, costi crescenti per il debito e ulteriore crisi. Un contesto istituzionale robusto – nota – può aiutare. Perciò la spesa pubblica dovrà diminuire, in un modo o nell’altro.
Quindi dobbiamo aspettarci un robusto dimagrimento della spesa pubblica o un aumento delle tasse.
Sul lato monetario serve una politica accomodante, anzi di stimolo monetario, “specie nei paesi dove il gap della produzione rimane notevole”. Nel nostro caso, non potendo fare politica monetaria indipendente, dobbiamo sperare nel buon cuore della Bce.
Poi c’è il capitolo delle privatizzazioni. Ma anche il Fondo si deve essere accorto che ormai fa un po’ ridere quest’argomento. Perché, scrive “possono aiutare”, ma poi in realtà “bisogna considerarle con realismo e attenzione”, anche perché in un contesto di crescita debole possono generare incassi poco significativi.
Il Fondo prende in esame anche il caso inflazione. “Un’alta inflazione può aiutare a ridurre il debito pubblico erodendo il valore reale del debito”. Per non parlare di salari e pensioni. E tuttavia un’alta inflazione porta con sé diversi rischi, primo fra tutti quello di disancorare le prospettive di inflazione e far passare agi investitori la voglia di comprare debito destinato a inflazionarsi chissà quanto.
Dulcis in fundo, le riforme strutturali. Che però prima bisogna riuscire a farle, e poi aspettare che facciano effetto “nel lungo termine”, ossia quando saremo, keynesianamente parlando, tutti morti.
Chiaramente più un paese ha debiti, più dovrà vedersela con tutte queste opzioni. E poiché noi primeggiamo in Europa per debito pubblico, più degli altri dovremo farci i conti.
A questo punto dovrebbe esser chiaro a tutti come si vive con un debito di guerra in tempo di guerra. E d’altronde bastava chiederlo ai nostri nonni.
Si mangia poco e si dimagrisce.
Il Fondo monetario vuole più Europa
Solo una sana e consapevole unione fiscale salva l’euro dallo stress e dall’azione statale. E grazie alla crisi questo miracolo ormai è in vista.
Eccola qui la morale di un robusto studio presentato dal Fondo monetario internazionale che si intitola “Toward a fiscal union for the euro area”, che è un po’ un bignami di tutto quello che abbiamo letto e sentito in questi ultimi anni e anche un possente documento di analisi destinato di sicuro a trovare udienza benevola sui tavoli della politica europea, compresa la nostra, ammesso che trovi il tempo di occuparsi di qualcosa che abbia un senso.
Meglio perciò leggerlo, almeno sappiamo cosa ci aspetta.
“La crisi – scrive il Fondo – ha rivelato un gap critico nell’UEM: la capacità degli shock subiti da un singolo paese di propagarsi in tutta l’eurozona, mettendo in discussione anche la moneta unica”.
L’avreste mai detto?
Da qui la domanda: una più profonda integrazione fiscale può servire a correggere la debolezza dell’architettura europea?
Voi che dite?
Il Fondo osserva che sono già stati fatti alcuni passi in questa direzione. Ma, suggerisce, è il momento di fare qualcosa di più.
Prima di arrivare alla prognosi, tuttavia, è utile andare a vedere la diagnosi. Non tanto perché il Fondo dica qualcosa di nuovo, ma perché ribadisce concetti anche ancora oggi faticano ad affermarsi nel nostro dibattito economico. Quello politico sul tema, semplicemente, non è pervenuto.
“La crisi ha rilvelato che il debito sovrano può essere prezzato a un livello fuori mercato, e che gli stati possono persino perdere l’accesso a tali mercati, mentre il costo dei prestiti ai privati può variare notevolmente malgrado l’Unione monetaria. Inoltre ha mostrato come il contagio può diffondersi fra gli stati”.
In pratica la crisi ha dimostrato che l’unione monetaria, per come dovrebbe funzionare in teoria, semplicemente non esiste.
Ancora peggio, la crisi ha mostrato che quello che l’Uem avrebbe dovuto garantire, ossia la convergenza dei redditi dei paesi dell’area, non si è mai verificata. Al contrario, “la divergenza all’interno dell’eurozona non è declinata con l’introduzione dell’euro.
Così come sapevamo che l’unica forma di convergenza raggiunta grazie all’euro è stata quella sul ribasso dei salari per gran parte dell’area.
Quello che non sapevamo prima di leggere l’analisi del Fmi è che “mentre gli shock specifici al livello del singolo stato sono rimasti più prevalenti di quanto ci si aspettasse, l’alto livello di commercio e l’integrazione finanziaria ha creato il potenziale per sostanziali esternalità, aggravate da una governance fiscale debole e dall’assenza di un’effettiva disciplina di mercato”.
Traducendo vuol dire che l’Uem ha funzionato da amplificatore degli squilibri, anziché come fattore di riequilibrio.
Il motivo? “Rigidità del mercato del lavoro e dei prezzi”, visto che “a differenza di quanto ci si aspettava accadesse in un’area valutaria ottimale prezzi e salari hanno continuato a mostrare rigidità in molti paesi dell’area, e ciò ha provocato dei larghi squilibri interni nella zona che sono stati il cuore della crisi”.
Peraltro, la mobilità del lavoro “continua ad essere bassa a differenza di quanto accade in altre aree a valuta comune”, vuoi per motivi linguistici e culturali, vuoi perché, più prosaicamente, è impossibile portare con sé, quando si cambia paese all’interno dell’eurozona, il proprio bagaglio pensionistico o “i propri benefit di disoccupazione”. Tutta roba che, nel migliore dei mondi possibili, avrebbe dovuto essere affrontata prima dell’Unione, non dopo.
Quando la crisi è esplosa, si è visto che la frammentazione socio-economica-istituzionale dei paesi dell’area è diventata frammentazione finanziaria tout court. Sono arrivati gli spread, e con essi il rischio sovrano, prima, e quello della destabilizzazione finanziaria per via bancaria, dopo. La paura del contagio ha fatto il resto.
L’eurozona si è scoperta per quella che è: un gruppo di paesi dove tutto è diverso, tranne la moneta.
Uno straordinario bagno di realtà.
E anche costoso.
Il Fondo calcola che finora i paesi dell’euro hanno già speso 227 dei 390 miliardi previsti per i programmi di assistenza agli stati in difficoltà, quindi fra ESM, EFSF, EFSM e prestiti alla Grecia. Senza contare l’esposizione dell’Eurosistema per circa 1.200 miliardi tramite il bilancio della Bce e il sistema Target 2. L’Italia, per guardare a casa nostra, è esposta per circa 400 miliardi di debito nella pancia della Bce. La Spagna per altri 500.
Tale pratica, che ha avuto l’indubitabile vantaggio di far abbassare il costo del finanziamento per gli stati in difficoltà, ha generato quello che il Fondo chiama “trasferimenti impliciti” a favore di questi stati sostanzialmente a carico dei paesi creditori, stimati fra i 45 e i 76 miliardi l’anno per Grecia, Irlanda, Italia, Portogallo e Spagna.
Questo spiega perché gli stati del Nord Europa siano così nervosi.
Allo stesso tempo, questi trasferimenti impliciti mostrano con chiarezza che c’è già un meccanismo di socializzazione dei debiti.
Perché allora non andare oltre?
Infatti per riparare il giocattolo difettoso, l’Ue ha messo mano a una serie di strumenti che vale la pena riepilogare (sempre perché è utile sapere cosa ci aspetta).
A dicembre 2011 è stato approvato il Six pack, un pacchetto di norme votato al rafforzamento della governance fiscale nella zona, seguito, un anno dopo, dal Fiscal compact, già ratificato da 15 paesi dell’eurozona, e poi c’è il Two pack approvato dal parlamento europeo a marzo scorso che dovrebbe entrare in vigore nel 2014.
Una volta o l’altra andremo a vedere che c’è scritto in queste norme. Per adesso contentiamoci di sapere che servono, o dovrebbero servire, a dare una maggiore disciplina fiscale agli stati dell’euro.
Non finisce qui. La parte del leone, in questo momento, la sta facendo l’Unione bancaria, per la quale il Fondo tifa senza mezze misure, che abbiamo già visto essere il prodromo necessario per arrivare all’unione fiscale. Nell’arco dei prossimi 18 mesi, poi, il Fondo si aspetta che la Commissione Ue metta a punto il “Convergence and competitiveness instrument” per promuovere ex ante un maggior coordinamento fra gli stati e maggiori riforme strutturali.
Tutta questa roba, sottolinea il Fondo, si può fare i tempi ravvicinati e, soprattutto, senza modificare i trattati.
Nel medio termine, quindi fra la fine del 2014 e il 2017, dovrebbero raggiungersi risultati ben più ambiziosi, che però richiedono il cambiamento dei trattati.
In particolare, un “controllo più forte sui bilanci nazionali, compreso il diritto per il centro (l’Ue) di richiedere cambiamenti nelle decisioni fiscali nazionali; una capacità fiscale centrale, con risorse dedicate; la possibilità di prendere a prestito in solido, vale a dire creare un fondo di rimborso europeo per coordinare la riduzione del debito pubblico; emettere eurobills per favorire l’integrazione dei mercati finanziari”.
Quindi il monito: “Il contesto di governance deve essere implementato rigorosamente, con un forte rinforzo dei poteri del centro”.
Alla fine del documento, fra le note tecniche, il Fondo scrive un bellissimo paragrafo che si intitola “Lezioni per l’eurozona” che leggo con avido interesse.
Scopro che:
1) La condivisione del rischio fra i paesi deve essere accoppiata con una robusta governance del centro. Mettere i debiti in comune significa anche mettere in comune la capacità di gestire le finanze pubbliche. Che poi è il senso dell’Unione fiscale.
Quindi più Europa.
2) Bisogna migliorare il set istituzionale degli strumenti europei per risolvere eventuali crisi sovrane. Processo lungo che, almeno nella fase attuale, “deve essere imposto più direttamente dal centro”.
Quindi più Europa.
3) La transizione è uno dei risultati della crisi. La storia mostra che gli episodi di stress fiscale sono spesso il primo passo per un ribilanciamento dei poteri verso il centro (l’Ue). Le crisi hanno offerto l’occasione per una transizione verso meccanismi più stabili nelle aree a valuta unica. La crisi corrente offre all’eurozona una simile opportunità.
Quindi più Europa (grazie alla crisi).
La lezione è che dobbiamo sperare che la crisi ci conduca a un’Europa più forte e stabile.
Viva la Crisi.
Viva l’Europa.
