Il diavolo (economico) si annida sempre nel dettaglio (contabile)

Questa storia vale la pena raccontarla perché illustra magnificamente come funzioni il nostro sistema economico e quali siano le fondamenta sulle quali si regge. Serve a comprendere come la tanto abusata retorica dei dati, che sarebbero oggettivi, serva a celare la sostanza soggettiva che sta dietro la loro costruzione, e perciò dovrebbe renderci un filo più diffidenti verso gli apostoli del numero economico: costoro, nella migliore delle ipotesi, mentono non sapendo di mentire. Il dato economico, a differenza di un semplice numero, è tutt’altro che oggettivo. Ciò che è oggettivo è il significato che gli si dà, fondandolo su premesse metodologiche condivise. Il dato, quindi, sta molto prima della teoria economica,per la semplice ragione che senza dati non è possibile costruire alcun modello teorico. L’economia,insomma, è roba da ragionieri, sia detto col massimo rispetto, essendo gli economisti null’altro che filosofi politici che usano i dati – sedicenti oggettivi – per trarne rappresentazioni della realtà. Il problema, come ogni bravo contabile sa, è che il dato stesso è una rappresentazione della realtà.

Questo discorso, che a molti parrà astruso, diventa immediatamente comprensibile se si pensa a cosa sia un bilancio d’esercizio. Ossia null’altro che la rappresentazione di una serie di poste la gran parte delle quali valutate secondo principi contabili che devono avere una qualche forma di internazionalità affinché due aziende di due paesi diversi siano confrontabili. Vale insomma per la contabilità privata quello che abbiamo già visto valere per la contabilità nazionale. E per il dato di bilancio di un’impresa quello che abbiamo visto per le statistiche pubbliche.

Veniamo alla nostra storia. Qualche tempo fa mi è stato segnalato un articolo che nota come i giganti di Internet, Amazon, Facebook e Google siano sempre più propensi ad ammettere che le stock compensation, ossia i pagamenti in azioni, siano un normale costo per l’azienda. Detta così sembra evidente: un’azienda paga a un suo dipendente un premio in azioni, magari con il classico meccanismo delle stock option, e questa cosa finisce col rappresentare per lei un costo. Ma la realtà della contabilità non è mai semplice. Il diavolo, com’è noto, si annida nel dettaglio.

L’articolo completo è stato pubblicato su Wolf stamattina ed è disponibile solo per gli abbonati. Se vuoi abbonarti è sufficiente usare questo link:
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Ancora una settimana per il crowdfunding di Crusoe. Siate generosi

Cari lettori, il crowdfunding per Crusoe è quasi terminato. Qui trovate il link per contribuire. Bastano pochi minuti e pochi euro per darci una mano. Che non vuol dire soltanto regalarci un obolo, ma sostenerci con la vostra fiducia, che è assai più preziosa. Finora abbiamo ricevuto 47 sottoscrizioni che coprono oltre il 25% della somma richiesta. Poteva andar meglio, ma poteva andar peggio. Personalmente sono contento di avere 47 proprietari che con il loro contributo sosterranno il nostro progetto editoriale. I proprietari, come le buone idee, più sono e meglio è: averne tanti significa non averne nessuno, e quindi servire meglio tutti. Questo è il motivo per il quale ci siamo rivolti a ognuno di voi.

C’è ancora tempo, dicevo: una settimana. L’ultima cosa che posso chiedere a chi ha avuto finora la gentilezza di sostenerci, e di provare a convincere un/a amico/a, un/a parente o chi meglio gli aggrada a usare questi pochi giorni che rimangono per iscriversi e contribuire. Da parte nostra faremo di tutto per non fargli fare brutta figura. Se ognuno di voi convincesse una persona, potremmo raddoppiare gli iscritti in pochissimo tempo e così facendo, lavorando nel tempo con diligenza, realizzare l’obiettivo che ci siamo proposti quando abbiamo iniziato a ragionare su questo esperimento: lavorare per chi paga il giornale e per nessun altro. Non abbiamo grandi pretese. Non siamo giornalisti da jet set. Però dobbiamo avere tempo per dedicarci alla ricerca, allo studio e alla scrittura. E il vostro denaro serve a comprare questo tempo. Mi sembra giusto ricordarvelo, e insieme sottolineare l’importanza sociale di questo esperimento economico.

Nelle prossime settimane arriveranno altre novità che coinvolgeranno il blog, che non sarà più in modalità gratuita. Vi informerò appena il progetto prenderà forma.

Grazie per essere stati qui finora.

 

 

Cronicario: L’Ue risparmia, gli Usa spendono e il Giappone? Dipende

La coda degli analisti battuti nelle loro previsioni si allunga fino a venerdì, per molti vigilia d’un ponte lungo che perciò s’inaugura con le migliori intenzioni. Va tutto bene, perbacco, che mi voglio rilassare. Comincia Ubs, che già dalla mattina fa strillare al Financial Times che il terzo quarto 2016 vede profitti ben superiori alle attese degli analisti, salvo scoprire poi leggendo il pezzo (ma c’è qualcuno che li leggerà, mi chiedo) che i profitti netti sono stati 827 milioni di franchi svizzeri a fronte dei 2,1 miliardi del terzo trimestre 2015. Ciò con un profitto pre tasse di 1,3 mld rispetto ai 979 milioni del 2015, quando gli analisti se ne aspettavano 1,1 miliardi. Ed ecco spiegato l’inghippo: l’anno scorso c’era stato un beneficio fiscale da 1,3 miliardi. Più che gli analisti, è stato battuto il fisco.

Ma il pezzo grosso arriva nel primo pomeriggio, il mammo di tutti i nostri spauracchi: il pil degli Usa. Ma siccome deve andar tutto bene per evidente volontà benigna degli dei del ponte lungo, ecco il dato: +2,9% su base annuale, quando i soliti (sfigati) analisti al massimo aspettavano un 2,6. Basta questo e partono i tappi di champagne.

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Se proprio volete fare i saputelli con gli amici al bar, ecco la release dell’ufficio statistico Usa. Il succo è presto detto. Gli Usa hanno speso di più per certe cose e meno per altre. Ma alla fine dei conti hanno speso ed esportato più del solito e per questo che sono cresciuti. I contributi positivi sono arrivati dalle spese per consumi personali (PCE), pure se sono diminuite rispetto al passato trimestre, dall’export, dagli investimenti in scorte, dagli investimenti fissi non residenziali e dalla spesa del governo federale. Al contrario i governi locali e statali hanno contratto la spesa, gravando quindi sulla crescita come anche gli investimenti residenziali. Rimarchevole anche l’aumento delle importazioni, che hanno sottratto 0,34 punti alla crescita a fronte degli 0,03 del secondo trimestre. Ce ne sarebbe da dire sui numeri Usa, ma chi vuole ascoltare? Per il bar dell’economia va bene il +2,9% e poi fra poco apre il ponte…

Sicché cambio argomento profittando di una notizia che racconta di un altro mondo: il nostro. Il nostro di noi europei, intendo, che viviamo nell’eurozona provincia dell’Italia (o è il contrario?). Boh. Comunque, la Bce ha rilasciato la sua release ottobrina sui saldi settoriali dell’eurozona, una roba tecnica che i nerd economici sanno cos’è mentre a noi orecchianti basta sapere che serve a misurare debiti e risparmi dei settori istituzionali, ossia del pubblico e del privato. Chi volesse saperne di più può fare mente locale qui.

La notizia del giorno che ci riguarda è che L’EZ,che poi è quella che soffre di deflazione e bassa crescita, aumenta il suo risparmio e di conseguenza aumenta la quota di denari che viene prestata al resto del mondo. Ossia l’istogramma rosso.

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Siamo diretti verso i 400 miliardi di euro a fronte di risparmi intorno ai 600. In pratica gli investimenti di imprese e famiglie assorbono un terzo del risparmio europeo, e il resto emigra. In pratica stiamo campando il resto del mondo con i nostri trasferimenti con l’elastico, ossia prestiti a interesse, come se fossimo cittadini del mondo immigrati nell’eurozona. In più siamo sempre meno indebitati, ma non vuol dire che lo siamo poco: le aziende stanno oltre il 130% del pil, le famiglie a poco meno del 60%. Risparmiamo tanto, il 12,5% del reddito lordo in media, perché spediamo poco, ma non investiamo granché in casa nostra. Siamo in piena sindrome giapponese.

A proposito, come va laggiù?

Maluccio secondo questo grafico che trovo qui.

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Un simpaticone no? Ma sarà anche serio? Ma ecco che d’improvviso si fa vivo anche l’augusto FT. E’ vero allora: l’inflazione core, ossia al netto di energia e cibo fresco, è scesa al livello più basso degli ultimi tre anni. Ancora una volta gli analisti sono stati battuti. Anzi, l’analista, ossia il governatore delle BoJ (nella foto) che non più di poche settimane fa aveva giurato che l’inflazione sarebbe risalita.

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Roba da ridere appunto.

Mi rassereno con quest’articolo che trovo sul sito del World economic forum, secondo il quale l’economia giapponese potrebbe stare assai meglio di come appare, dipende dal sistema di calcolo. L’economista dice che tutto va bene in Giappone, c’è addirittura un boom della costruzioni, eppure secondo i dati ufficiali la crescita giapponese ha perso un punto nell’anno fiscale 2014, ma se si cambia il sistema di calcolo il risultato potrebbe essere completamente diverso: addirittura tre punti di pil in più. Voilà:

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Ed ecco la soluzione ai problemi: rifacciamo la statistica. Eliminiamo la disoccupazione iscrivendo d’ufficio tutti come lavoratori autonomi e diamo una spinta al Pil cambiando le regole di computo. Tanto quelle dei grandi numeri sono e rimangono bugie. L’importante è crederci.

Rapito dalla nouvelle vague del venerdì pomeriggio e ormai incantato dalle sirene che vedo sguazzare vicino al ponte lungo, mi rimane spazio solo per ancora un paio di notizie che mi sembrano una degna chiusura di settimana. La prima arriva dall’istituto di statistica tedesco, che si aspetta un aumento dell’inflazione all0 0,8% ad ottobre, per la gioia della Buba e la disperazione dei possessori di bund comprati a tassi negativi. Anche qui basterebbe pure il numeretto per le chiacchiere da bar, ma i più coscienziosi potrebbero notare che si è ridotta significativamente la componente deflazionaria dell’energia, più che dimezzatasi nell’ultimo mese. E questo fa capire come la pax petrolifera, se veramente verrà siglata il prossimo novembre, cambierà le nostre vite.

La seconda notizia non c’entra con l’inflazione tedesca e il petrolio o forse sì, visto che viviamo nell’epoca dei battiti d’ali delle farfalle che causano tifoni dove capita. Riguarda bitcoin, che tutti conoscete pure per sentito dire.

bitconi

Bloomberg si è divertita a notare che questa settimana sia stata la migliore da un bel pezzo per la moneta virtuale e che il suo apprezzamento ha corrisposto a un sostanziale arretramento dello yuan. Immaginare un collegamento fra le due cose è alquanto fantasioso, ma uno che scrive a fare di economia se non racconta storie del genere? Addirittura l’articolo ipotizza che i cinesi stanno comprando bitcoin per difendersi dalla svalutazione dello yuan. Ora vabbé che i cinesi comprano di tutto però..Comunque sia il grafico è ben fatto è può essere utile.

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A dirla tutta, s’io fossi cinese, mi preoccuperebbe di più questo:

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E non tanto perché il trend demografico è scoraggiante: succede a più di mezzo mondo. Ma perché se n’è occupata la Fed di farcelo sapere. Vai a capire che si mettono in testa questi americani, che sono fra i pochi ad avere un saldo demografico positivo. Cari cinesi, invece che ai bitcoin, pensate ai cinesini.

Anche noi però: pensiamo agli europeini.

Buon ponte. Ci rivediamo mercoledì.

La guerra (persa) dell’Europa contro la povertà

Sembra una buona notizia, ma a ben vedere non lo è: Eurostat ha rilasciato le sue ultime rilevazioni sulla quota di europei a rischio di povertà ed esclusione sociale, sottolineando la circostanza che finalmente siamo tornati al livello pre crisi. Sembra una buona notizia ma non lo è per la semplice circostanza che questo livello quota oggi – e quotava allora  – il 23,7% della popolazione, dopo aver raggiunto quasi il 25% fra il 2009 e il 2012.

“la riduzione del numero delle persone a rischio povertà o esclusione sociale è uno degli obiettivi chiave della strategia Europa 2020”, ricorda Eurostat. Ma i risultati per il momento non sono incoraggiati. La curva praticamente piatta che fotografa questa situazione ne è la rappresentazione migliore. L’Europa, malgrado sia una terra ricca, e esporti grandi quantità di ricchezza, non riesce nel suo insieme a offrire una speranza di miglioramento nelle condizioni di vita dei suoi abitanti.

Se dal dato aggregato si va nelle singole economie, il presunto miglioramento finisce col trasformarsi in sostanziale peggioramento per molti paesi, fra i quali il nostro. L’Italia infatti è passata dal 25,5% della popolazione a rischio al 28,6, e ancora peggio è andata ai paesi all’epicentro della crisi, come la Grecia, dal 28,1 al 35,7%, la Spagna, dal 23,8 al 28,6%, a Cipro, dal 23,3 al 28,9 e al Portogallo, dal 26 al 26,6%. Vi parrà strano, ma la situazione è persino peggiorata nel Lussemburgo, dal 15,5 al 18,5%, che però rimane abbondantemente sotto la media. La Germania ha visto un lievissimo miglioramento, dal 20,1 al 20%, mentre sono peggiorati anche Belgio e Olanda, dal 20,8 al 21,1% e dal 14,9 al 16,8%.

I miglioramenti registrati si sono concentrati in un piccolo gruppo di paesi. La Francia, che ha visto la percentuale scendere dal 18,5 al 17,7%, l’Austria, dal 20,6 al 18,3%, la Finlandia, dal 17,4 al 16,8%,. Il risultato migliore si è visto in Polonia, dove si è ridotta dal 30,5 al 23,4, in Romania, dal 44,2 al 37,3, in Lettonia, dal 34,2 al 30,9 e in Bulgaria, dal 44,8 al 41,3%.

Tre di questi paesi sono fuori dall’euro, ma forse è solo un caso.

 

 

Cronicario: Batti l’analista e scappa con la Borsa

Lo sport del giorno è battere gli analisti, ossia lorsignori che prevedono sapendo che sbaglieranno, ma comunque vendendole care le loro previsioni, cosicché si possa batterle con maggiore soddisfazione. Una perfetta situazione win win. Comincia il Regno Unito, oggi sotto esame già all’alba per l’atteso dato trimestrale sul pil. Attesa febbrile dopo il referendum di giugno. Bloomberg pubblica questa previsione:

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La Brexit sapete: e perciò un rallentamento fino allo 0,3% dallo 0,7 del II quarto. Come se la Brexit si fosse davvero consumata, cosa che non è. Di fatto, a parte riempire milioni di pagine di parole, non è successo niente. Però si sa: viviamo d’emozioni, tanto più intense quanto effimere. E perciò quando dopo esce il dato ufficiale, che colloca il terzo trimestre a +0,5 è tutto un fiorire di commenti sull’Uk che batte gli analisti. Reuters ci regala anche questa bella tabella che illustra le componenti del prodotto:

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La striscia blu, che poi è quella che tiene in piedi il Pil, è quella dei servizi alle imprese, male costruzioni e manifatture. L’UK dovrebbe preoccuparsi del futuro delle sue banche assai più che delle sue fabbriche di manufatti. Ma intanto quest’anno l’UK non se la vedrà così brutta. Poi, certo, c’è sempre chi gufa. 

La seconda battuta agli analisti arriva da Deutsche Bank, che oggi doveva pubblicare la sua trimestrale. Tutti la davano per morta, e invece DB ha ha tirato fuori un utile inatteso che al netto di tasse e compagnia pesa 278 milioni. Ovviamente qualcuno ha questionato.

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La terza battuta agli analisti arriva da Twitter.

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Ma mica si contenta di battere gli analisti. E’ andata talmente bene, la trimestrale, che Twitter deve pure (ab)battere un po’ di dipendenti, il 9% appena. E per fortuna i ricavi sono aumentati dell’8% e quelli da pubblicità del 6%. Ma allora perché la compagnia sottolinea che deve ridurre i costi? Vi do un’indizio. Il CFO ha rilasciato la seguente dichiarazione: “Abbiamo fissato come obbiettivo della compagnia quello di arrivare alla profittabilità GAAP nel 2017”. Che vuol dire? Un giorno o l’altro ve lo racconto. Intanto vi basti di sapere che questa cosa ha a che vedere con le regole contabili Usa e il trattamento delle stock compensation. Una storia lunga, mica da cronicario.

Anche perché è assai più interessante notare la quarta battuta degli analisti, stavolta al ribasso riepilogata in questo grafico che ha il vantaggio di non necessitare di spiegazioni.

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In questo mondo che va al contrario di come si aspettano gli esperti bisogna pure cercare delle certezze. Sicché mi lancio sul classico approfittando dell’ultima edizione del Doing Business elaborato dalla Banca mondiale per vedere quale paese è più amichevole verso l’intraprendere. Scopro così che la Nuova Zelanda ha superato Singapore al primo posto della classifica. In compenso noi italiani siamo sempre bassi e in peggioramento. Esattamente dove mi aspettavo. Per fortuna i più illuminati fra noi hanno già pronta la soluzione. “Le infrastrutture sono un moltiplicatore della crescita: un euro investito in infrastrutture genera 2,45 euro di pil”, twitta sicuro il club Ambrosetti. Mi colpisce soprattutto la precisione: 2,45. Né 2,46, ne 2,44. Queste si che sono previsioni imbattibili. Ci crederei pure se qualcuno mi spiegasse con parole sue da dove arriva quell’euro che si moltiplica per miracolo.

Inutile pensarci su. Mi appassiona molto più questo, che non è una previsione ma un dato.

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Lo shadow banking cinese è cresciuto del 19% nel 2016 e ora pesa 58 trilioni di yuan, l’80% del Pil cinese. Mi direte che sono fissato con la Cina, lo so. Ma non è colpa mia: è colpa dei numeri che muove. Roba che spaventerebbe chiunque. Così come dovrebbero spaventarci questi altri numeri, che ha diffuso l’Ocse

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In pratica la stragrande maggioranza dei paesi nell’elenco ha un fertility rate inferiore al replacement rate, ossia il tasso di sostituzione, che vale 2,1. Nella tabella OCSE solo otto paesi rispettano questo indicatore. Gli altri sono in costante debito demografico. L’Italia è quart’ultima. Interessante osservare come nel 1970 una donna in età fertile avesse in media 2,7 figli. Nel 2014 1,7. E le previsioni sono talmente brutte che ve le risparmio. Perciò per concludere scelgo una notizia di colore.

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Quelli che vedete sono i risultati dell’ultima trimestrale del CME group, ossia uno dei colossi borsistici della nostra strampalata economia globale. Le borse sono come l’oro: non passano mai di moda e regalano grandi soddisfazioni sotto forma di utili ai proprietari, che spesso sono altre borse o grandi banche quotate nelle stesse borse, che magari hanno a libro paga gli analisti di cui battono le previsioni.  Non servono altre parole per spiegarsi. Prendi la Borsa e scappa.

A domani.

La stagnazione demografica dei matusalemme asiatici

Guardo il Giappone e mi domando se non sia laggiù che, ormai da quasi un quarto di secolo, si stia consumando l’agonia di un certo modo di essere delle nostre società. Quello che ha generato città densamente popolate di atomi umani anonimi e indifferenti, interessati al loro personale benessere piuttosto che a quello condiviso, incapaci persino di desiderare nulla di più di ciò che giova a loro. E mi domando, senza trovare risposta, se non sia questo rimpicciolirsi del cuore a motivare la nostra decadenza sociale, prima ancora che economica.

Rimane il fatto che in Giappone i prezzi stagnano insieme al prodotto e si constata con l’implacabilità dei numeri l’impotenza delle politiche monetarie e fiscali. Ancora oggi, nonostante l’imponente quantità di denaro messa in campo dalle autorità, il paese non riesce a uscire dalla deflazione strisciante e dalla crescita risicata.

Sicché non è ozioso domandarsi se questo paese non sia davvero l’avanguardia dell’Occidente, già dal fatto che ancora patisce i danni della recessione patrimoniale esplosa alla fine degli anni ’80 che, per dimensioni e conseguenze, ricorda da vicino quella vissuta dai paesi avanzati dal 2008 in poi. Ma non solo. Il Giappone è all’avanguardia anche per la sua evoluzione demografica. Lo stato asiatico, scrive la Banca Mondiale in un recente rapporto, è per molti versi “la nazione più vecchia del mondo”, nel senso che la composizione della sua popolazione vede una maggioranza relativa di over 65, che ormai ha superato il 20%. Un paese di matusalemme.

In tal senso diventa interessante cercare la risposta alla domanda che i tecnici della World Bank si fanno nel loro rapporto. Specificamente se l’invecchiamento della popolazione sia responsabile del “drammatico slowdown” giapponese.

Partiamo da alcuni dati. Durante gli anni ’60 il Giappone visse un’età dell’oro con crescite medie nell’ordine del 9%, come la Cina d’inizio XXI secolo. Dopo quarant’anni, per tutto il primo decennio dei 2000, la crescita è stata inferiore all’1%. Questo prosciugarsi di ricchezza ha coinciso con un sostanziale mutamento demografico. Negli anni ’60 gli over 65 erano il 6% della popolazione, mentre nell’ultimo decennio, come abbiamo visto, hanno superato il 20%. I giovani, che erano il 27% nei ’60, nel XXI secolo sono diventati il 14%. La conseguenza è stata che mentre nei ’60 c’erano 11 lavoratori per ogni pensionato, oggi ce ne sono solo 2,5, mentre la popolazione ha iniziato a declinare.

Sarebbe interessante sapere cosa abbia provocato un mutamento così profondo delle consuetudini sociali in Giappone, similmente peraltro a quanto accaduto in altri paesi avanzati negli ultimi quarant’anni. Ma sarebbe domandare troppo agli economisti della Banca mondiale. Costoro, vuoi per compiti d’istituto vuoi per formazione, possono solo usare la lingua che conoscono, quella della tecnica economica, per immaginare una risposta, che vale comunque la pena ascoltare perché ci rivela alcune informazioni interessanti.

La strada scelta per analizzare il problema passa per la scomposizione della crescita del Pil, che viene raccolta in una tabella. I dati elaborati (non si sa bene come) dicono che gli 8,4 punti di Pil perduti nei quarant’anni dipendono solo per un punto dagli andamenti demografici e per 7,4 punti dallo slowdown della crescita pro capite, dipesa a sua volta in gran parte dal crollo della produttività, calata di 6-7 punti.

Su quest’ultimo fenomeno, gli andamenti demografici, calcola la WB, hanno pesato solo 0,7 punti. Ciò principalmente in ragione di alcuni meccanismi di compensazione: una quantità sempre minore di persone in età lavorativa ha saturato sempre più il tasso di partecipazione al mercato del lavoro, al contrario di quanto accadeva nei ’60. E ciò spiega perché il Giappone oggi abbia uno dei tassi di disoccupazione più bassi fra i paesi avanzati. A pensarci bene, è una magra soddisfazione.

Rimane il fatto che il grande sviluppo dei ’60, comunque anche questo a molti paesi, fu dovuto in gran parte all’urbanizzazione e all’industrializzazione, che spostò enormi masse di persone dall’agricoltura, scarsamente produttiva, all’industria. Questo cambiamento strutturale, che durò per tutti i ’70, condusse il paese verso una sostanziale trasformazione sociale ed economica, che culminò nell’esplosione della bolla di fine anni ’80. Quest’ultima, “insieme all’accorciamento della settimana lavorativa deciso fra gli anni ’80 e ’90”, può aver ridotto la crescita del pil pro capite. E tuttavia, nota la WB, “si potrebbe anche argomentare che la bolla finanziaria e i cambiamenti nei mercati del lavoro sia stati più la conseguenza che la causa del rallentamento economico”.

Insomma, non è per nulla agevole trarre un insegnamento dal caso giapponese, almeno se si usano gli strumenti analitici per individuare le influenze dirette della demografia sulla crescita economica. A meno di non accontentarsi dei dati che risultano dalla scomposizione del Pil. L’unica evidenza è che il Giappone soffre davvero di una stagnazione secolare che investe la società e ciò che produce. E come al solito i tecnici dell’economia riescono solo a imprigionarci in ragionamenti circolari che dicono tutto il suo contrario.

Ancora più difficile è rispondere alla domanda se i cambiamenti demografici abbiamo avuto effetti indiretti sulle performance economiche. “Il Giappone ha una lunga tradizione di scarsa flessibilità nel mercato del lavoro e leggi sull’immigrazione restrittive, mentre la mobilità nel mercato del lavoro è critica per sostenere l’innovazione, specie in una società che invecchia”. Per di più, sottolinea ancora, “l’aumento della spesa pubblica per le pensioni e il grande livello di debito pubblico sono diventati un fardello per la crescita”. Una situazione che ricorda molto da vicino quella italiana, che peraltro ricalca molto da vicino l’evoluzione demografica giapponese. Con la differenza che il Giappone è un creditore netto sull’estero. L’Italia no.

(7/fine)

Puntata precedente

Cronicario: L’economia s’è ristretta, per questo serve lo spazio

La Coca Cola s’è ristretta, ma bisogna dirlo con gentilezza. Perciò Bloomberg e Reuters, che dovrebbero essere una pietra di paragone della stampa di qualità, titolano con tono trionfale sui risultati del trimestre che battono le previsioni degli analisti. Quindi uno pensa a un successo. Che è vero quanto è vero che 49 centesimi di profitto per azione sono più di 48 – le famose previsioni – mentre solo i più interessati – immagino i dirigenti della Coca Cola – leggendo Reuters (Bloomberg tace) scopriranno che il profitto netto è diminuito del 7%, il sesto calo trimestrale consecutivo. La Coca s’è ristretta, ma mica uno può gridarlo in giro. Al contrario rumoreggia l’Apple, che s’è ristretta pure lei, avendo postato il primo calo dei profitti in 15 anni. Scrivono che adesso a Cupertino sperano nell’IPhone 7, ma la verità è che se l’economia s’è ristretta pure là, mica basterà un auricolare wireless per farla sentire bene.

Esagero? Mah. Intanto qualcuno preconizza che l’era delle restrizioni colpirà anche le compagnie petrolifere, che dopo essersi indebitate per miliardi per produrre petrolio da vendere sottocosto hanno scoperto le virtù della parsimonia. Che poi vuol dire in pratica spendere di meno in esplorazioni e investimenti, e quindi far restringere ancor di più l’economia.

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Mi convinco che tante ristrettezze finiranno con lo scoraggiare del tutto gli affannati spiriti animali del capitalismo contemporaneo, quando mi cade sotto gli occhi questo grafico:

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Almeno la Glaxo si è allargata, mi dico pensando che i venditori di farmaci stanno sempre bene, loro. Ma poi capisco che no: non è dipeso dai farmaci ma dal cambio. L’azienda infatti vende in dollari e incassa in sterline e siccome la sterlina si è svalutata dopo Brexit, ecco spiegato il miracolo: la trimestrale gliela hanno salvata gli exiter britannici.

Inizio a sentirmi depresso. A un certo punto arriva pure la notizia che Fitch ha declassato il merito di credito di Deutsche Bahn, proprio mentre arriva quest’altra notizia sui tormenti di un’altra Deutsche, la Bank.

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Lo si vede anche dalle statue: la situazione è seria. Se mi si restringe anche la Germania sono guai. Come dovrebbe fare la Grecia a riguardarsi la fiducia dei mercati entro il 2018, come ha saggiamente suggerito l’ESM, se l’economia si restringe? I soliti geni del pensiero economico hanno la risposta pronta: serve un maggiore spazio fiscale. Spesa pubblica a go go. La genialata arriva dal Giappone. La notizia è che un advisor avrebbe consigliato al governo di aumentare lo stimolo fiscale per uscire dalle secche della ventennale saudade giapponese. Figuriamoci. In fondo hanno debiti pubblici per il 230% del Pil, perché non dovrebbero farne altri? Intanto si restringono anche loro.

Mi tocca consolarmi con quel che trovo. Mi inerpico nello specialistico, la nicchia, e trovo questa notizia: la Northrop Grumman, produttori di armi Usa, ha postato un profitto trimestrale in crescita del 16,7%. Si beve meno Coca, si comprano meno telefoni, ma si rinnova il parco fucili. Evidentemente gli Usa sanno come reagire alle crisi. E comunque neanche loro sono più quelli di una volta.

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Sono diventati choosy. E gli si sono ristrette le start up.

E noialtri? Noi europei dico? Geniali. La Commissione Ue ha svelato finalmente la chiave per aprire la porta stretta (anche lei) del futuro: lo spazio. L’economia s’è ristretta: ci salverà lo spazio. Ma non lo spazio fiscale alla giapponese, che di quello proprio non vuol sentire parlare. Tantomeno lo spazio vitale d’antan. Lo spazio spazio. Questo:

spazio

E’ stata pensata una strategia spaziale, come l’ha chiamata la Commissione, grazie alla quale si migliorerà la vita quotidiana degli europei e la loro competitività. Pensare alle stelle per uscire dallo stallo. Altro che Coca, Apple, Usa, Giappone o cinesi. Marte o morte.

A domani.

Due terzi del debito globale sono del settore privato

Se davvero fossimo capaci di usare saggiamente il debito, come consiglia il Fmi nel suo ultimo Fiscal monitor, non saremmo arrivati al punto di cumularne uno globale che supera il 225% del pil mondiale, due terzi dei quali – circa 100 trilioni – sono stati originati dal settore privato. Se poi la saggezza suggerita dal Fmi dovesse valere da oggi in poi, allora dovremmo cominciare ricordando che questa montagna di obbligazioni non pesa per tutti allo stesso modo, anche se tutti saremo chiamati a pagarne le conseguenze.

Il paesaggio del debito, infatti, chiamiamolo così, è assai composito. “Il debito privato è alto nei paesi avanzati e in pochi sistemicamente importanti economie emergenti”, con trend che sono stati assai diversi dal 2008 in poi. “Le economie avanzate – spiega il Fmi – che sono state l’epicentro della crisi, hanno diminuito i debiti in maniera non uniforme e in alcuni casi i debiti privati sono anche aumentati. Anche i debiti pubblici sono aumentati in questi paesi, in parte a causa dei bail out bancari”. Oltre a questo, è notevole la circostanza che “le facilitazioni al finanziamento internazionale hanno condotto a un boom del credito privato in alcune economie emergenti, specialmente in Cina”. E difatti il grafico che monitora l’andamento del debito globale ha un andamento molto diverso se si aggiunge la Cina o si sottrae. Infine nei paesi a basso reddito, il debito è aumentato, ma i livelli debito/pil rimangono contenuti. In sostanza, è molto indebitato chi se lo può permettere. Ma poi se lo può permettere davvero?

Ancora una volta, l’invito a esser saggi è da considerarsi con attenzione, perché sempre più numerose e allarmate si fanno le voci di chi teme che, alla lunga, questa montagna di debiti finirà con lo zavorrare anche l’economia più dinamica, come peraltro lascia sospettare l’andamento declinante della crescita che lo stesso Fmi ha illustrato nel suo ultimo World economic outlook. Ciò probabilmente anche a causa della lentezza con la quale sta procedendo il disindebitamento, frenato dall’inflazione bassa sulla quale evidentemente contavano tutti per avere un aiutino, gli stati come le imprese.

Saggezza dovrebbe ricordarci, inoltre che un alto livello di debito privato, come ci ricorda sempre il Fmi, aumenta le probabilità di una crisi finanziaria, a sua volta accompagnata da perdite di prodotto e distruzione di ricchezza, oltre alla circostanza che avere tanti debiti scoraggia sia l’investimento che il consumo.

“L’evidenza suggerisce – osserva il Fondo – che per ottenere un deleveraging significativo servano la crescita e l’inflazione, quindi cosa bisogna fare in mondo costretto da vincoli sempre più stringenti?” Esperto in domande retoriche, il Fmi si risponde che, sul fronte fiscale, programmi sponsorizzati dai governi per ridurre i debiti – si pensi alla questione degli NPLs – potrebbero aiutare. “Ma la politica fiscale non può risolvere il problema da sola”, sottolinea. Come d’altronde neanche la politica monetaria può, come ci ricordano ormai pressoché ogni giorno le banche centrali.

Sicché bisogna innanzitutto impedire che la montagna cresca ancora, “specialmente nei paesi emergenti”, nota Vitor Gaspar, direttore del dipartimento degli affari fiscali del Fmi. Che è come dire che bisogna chiudere la stalla anche se i buoi sono fuggiti. E poi sperare di riuscire a ritrovarli.

Buona fortuna.

 

Cronicario: Gli Usa, la pagliuzza tedesca e la trave cinese

In un’impeto di invidia sociale il WSJ apre il pomeriggio titolando sul settore corporate tedesco che sta seduto su 500 miliardi di soldi cash invece di spenderli per fare chissà cosa. Penso invidia sociale, ma poi mi ricordo le prefiche di tanti osservatori titolati che ormai da un bel pezzo dicono ai tedeschi che devono spendere i loro soldi per fare stare bene il resto del mondo. Sicché capisco che l’apertura pomeridiana del giornale della city statunitense è solo l’ennesimo atto della lunga strategia di avvicinamento alla cassaforte tedesca, visto che l’altra, quella cinese, è assai meglio custodita e soprattutto ben investita.

Allora, siccome è pomeriggio e mi annoio, provo a far notare al WSJ, che mai leggerà quest’articolo, che è molto più interessante per il lettore Usa, e quindi per il resto del mondo, quest’altra notizia che chissà chi riporterà.

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Quelli blu sono gli asiatici residenti negli Usa. Sono loro ad avere le paghe mediane (si badi bene mediane) più alte nel paese. Il secolo asiatico ha messo bene radici nella patria del capitalismo. E non solo lì.

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Ma non è solo la Cina, ovviamente. E’ tutto un mondo che sta trasformandosi a Levante e che sembra essere l’unico resiliente abbastanza da affrontare i turbini del nostro tempo. La Banca mondiale ne ha trattato proprio di recente, ma anche questa cosa probabilmente la leggerete solo qui.

Come ultimo spunto vi segnalo quest’altra notizia rilanciata da Moody’s: la Cina, sempre lei, guida la classifica delle emissioni di green bond nel mondo.

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Dalla nostra piccola Europa, che ancora pensa di essere il centro del mondo, arriva appena la notizia dell’ennesimo prestito concesso alla Grecia. Ormai è pura burocrazia. Il credito politico dei politicanti greci si è estinto in un piazza di Atene più di un anno fa.

In questa temperie la notizia migliore del giorno l’ho trovata navigando il sito della Fed di San Francisco.

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In pratica si tratta di un gioco on line, pensato a scopo didattico ma anche per semplice curiosità, che consente al giocatore di guidare la Fed e quindi maneggiare i tool a disposizione dei banchieri centrali Usa per provare a orientare l’economia. L’idea mi sembra meravigliosa, quindi mi scuserete se scappo: faccio partire l‘exit strategy per vedere che succede.

A domani.

Il rischio globale finisce sotto il tappeto

Sicché pare che il sistema finanziario continui a prendere tempo, ossia la risorsa scarsa per eccellenza, rosicchiando stabilità nel breve periodo e spalmando l’instabilità nel medio-lungo. Detto in altre parole, il rischio globale, che continua a crescere in un orizzonte appena più lungo della settimana di borsa, viene nascosto sotto il tappeto di una sostanziale lateralità che attende di declinarsi in un trend consolidato.

Ne abbiamo già parlato. E sarebbe inutile ripetersi se non fosse che il Fmi fa sostanzialmente lo stesso ragionamento nel suo ultimo Global financial stability report dove si dice a chiare lettere che “il rischio a breve termine è stato abbattuto” mentre “i rischi a medio termine sono aumentati”. Il che mi sembra la migliore sintesi possibile dello spirito del nostro tempo, che guarda all’oggi infischiandosene sostanzialmente del domani.

Tant’è. Affrontare le radici di questa rischiosità sembra un compito davvero improbo, affondando queste ultime nella crescita debole che ormai spinge i mercati finanziari ad aspettarsi un lungo periodo di bassa inflazione e tassi di interesse rasoterra mentre, sul versante politico, incoraggia i cosiddetti populismi, i quali aggiungono pulsioni disgregatrici a un contesto generale che già ne è ampiamente fornito.

Se questo è il quadro, la cornice lungo la quale operano le istituzioni finanziarie appare fin troppo sottile e fragile per riuscire a contenerlo. Le banche continuano a doversela vedere con una profittabilità debole. Il Fmi calcola che il 25% della banche delle economie avanzate, che pesano per circa 11,7 trilioni di asset, rimarranno deboli anche nel futuro prossimo e dovranno affrontare importanti sfide strutturali. Fra questa primeggiano le banche europee, ovviamente, ma anche quella giapponesi. Queste ultime stanno cercando di compensare con l’attivismo sull’estero la stagnazione dei profitti che proviene loro da un contesto interno debole, esponendosi però a rischi collegati alla loro capacità di ottenere fondi in dollari. Nell’ipotesi che il funding in dollari diventasse problematico, sarebbero costrette a limitare notevolmente sia i loro prestiti che i loro investimenti, aggravando di fatto la loro posizione.

Oltre alle banche, tutto il mondo dei cosiddetti investitori istituzionali inizia a mostrare crescenti fragilità, in gran parte esacerbate dai bassi tassi di interesse e insieme dai cambiamenti demografici, che allungando la vita aumentano anche la durata media delle obbligazioni che questi soggetti sono chiamati ad onorare.

E poi ci sono i mercati emergenti, la Grande Incognita, che si agitano fra le turbolenze delle commodity declinanti, il rimpicciolirsi degli scambi globali e i notevoli problemi finanziari che l’età del debito ha lasciato loro in eredità. Solo qualche numero basterà a comprendere. Il Fmi sottolinea quello del debito del settore corporate di questi paesi e calcola che circa l’11% di questo debito, che vale 400 miliardi, è detenuto da soggetti che hanno una capacità di ripagarlo definita “debole”. Uscirne perciò è diventato assai problematico il che aggiunge complessità sia interne che esterne a queste economie che, lo ricordo, hanno una rilevante quota dei loro debiti espressa in dollari.

Il Fmi ha buon gioco a ricordare che “un aggiustamento disordinato è ancora possibile se il premio del rischio globale aumenta”. E in questo caso “i buffer di capitale delle banche in alcune economia emergenti verrebbero esauriti”.

Di fronte a questo scenario il richiamo del Fmi alla necessità di “politiche più potenti e coordinate per favorire la stabilità” fa eco alla nutrita congerie di appelli simili che ormai tutte le organizzazioni, più o meno internazionali, recitano a fronte dell’avanzare minaccioso della disgregazione. Un’eco ormai stucchevole che rimbalza fra orecchie sorde.