Cronicario: Al momento debito arriva il memento debitum

Siccome è venerdì e fra un po’ (quasi) tutti vanno a divertirsi, non c’è miglior momento per ricordarci quanto siano periclitanti le nostre finanze perché fra poche ore l’avremo già dimenticato godendo le gioie di venere. Le finanze pubbliche intanto, che quelle private non sono popolari e molti neanche sanno che sono un problema.

E siccome è venerdì ed Eurostat c’ha fretta di chiuder bottega, ecco che arriva a inizio mattinata, la notifica del debito e del deficit per Ue ed eurozona: l’uno e l’altro per l’una e l’altra sono previsti in calo rispetto al 2014. E’ un bel momento per il memento. E la Commissione Ue è talmente felice che produce questo disegnino:

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Ai presbiti basti sapere che l’Italia è decima per deficit e seconda per debito. Abbiamo molto da ricordare.

Agli amanti dei grafici facili, piacerà invece questo:

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E’ questione di minuti, e arriva anche l’istituto di statistica britannico che ormai stampa solo cattive notizie. E casualmente per il venerdì si è tenuta quella delle finanze del settore pubblico. Il grafico è impietoso e non bisogna di spiegazioni:

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Ma quest’altro, che viene invece dalla BoE è ancora peggio:

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In pratica la Banca d’Inghilterra (la vecchina nella foto)

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ha studiato l’evoluzione del mercato dei mutui a Londra dal 2007. Sulle ordinate si trova la quantità di mutui con un loan to value superiore al 90% del valore della casa, quindi vi prestano 90 o più euro se la casa vale 100. Sulle ascisse la quota di mutui superiori a 30 anni. Nel 2007 il 35% dei mutui avevano un loan to value superiore al 90% e la proporzione dei mutui superiori ai 30 anni era di poco superiore al 30%. Nel 2016 i mutui con LTV superiore al 90% si sono dimezzati – dopo essersi quasi azzerati fra il 2009 e il 2012 – mentre la proporzione dei mutui ultratrentennali sfiora il 70%. In sostanza i londinesi si comprano casa indebitandosi praticamente a vita. Alla salute di chi festeggia i rialzi immobiliari di Londra.

Il memento debito britannico fa scolorire il pallido tentativo dell’Istat che poco fa se n’è uscita con la sua notifica semestrale dell’indebitamento netto italiano a Bruxelles riferita al triennio precedente. Roba noiosa, ma strategica, visto che sulla base di questi dati i nostri amici europei si fanno i loro conticini sui vari fiscal compact, che di questi tempi col governo che vuole sforare più del solito non è saggio sottovalutare. Ma siccome è venerdì, non la vedranno prima di lunedì.

Sempre perché è venerdì, e perciò vi voglio salutare con una buona notizia, vi propongo un altro primato italiano, che essendo il secondo che ho trovato questa settimana mi ha messo particolarmente di buonumore e spero farà lo stesso anche a voi:

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L’Ocse si è divertita a calcolare la quota di 15-29enni che vive con i genitori. E anche stavolta siamo primi: con l’81%. Chi dice che dipende dalla crisi e dalla disoccupazione dovrebbe avere la cortesia di spiegarmi come fanno i messicani ad essere al 54% o i greci, che nell’immaginario nazionale sono dei derelitti, a stare al 76. Nessuna spiegazione? Immaginavo.

A lunedì.

L’Europa del futuro raccontata dai francesi

In questo crepuscolo globale mi diverte collezionare le opinioni dei personaggi illustri che stanno scrivendo la commedia della nostra contemporaneità nella quale la vicenda europea, e segnatamente quella dell’eurozona, ha finito con l’assumere il ruolo di attrice coprotagonista.

Abbiamo già visto la versione di Weidmann, il potente governatore della Bundesbank. Diventa perciò interessante raccontarne un’altra, stavolta affidandosi alle riflessioni di François Villeroy de Galhau, governatore della Banca di Francia, ossia del paese che in qualche modo ha finito con l’assumere il ruolo di competitore e insieme partner della visione tedesca. Si è a lungo discettato dell’asse franco-tedesco come motore dell’integrazione europea, a volte esagerando o addirittura fraintendendo. Ma rimane il fatto che l’eurozona trova in questa relazione il suo meccanismo di avanzamento e quindi il suo punto di equilibrio fra la visione nordica, chiamiamola così, e quella latina, essendo la Francia nient’altro che il luogo – anche geografico – dell’incontro fra le due anime dell’Europa che oggi si trovano a doversi confrontare. E che sia un confronto complesso e denso di incognite non dovrebbe stupire nessuno. Le differenze fra le popolazioni europee sono e rimangono enormi.

Questo non è necessariamente un problema, secondo il nostro banchiere francese. Semmai i problemi nascono dal fatto che “le nostre differenze di opinione tendono a far passare in secondo piano le aree in cui condividiamo un terreno comune”. Naturale, peraltro, in un momento che vede sedici milioni di persone senza lavoro, solo nell’eurozona. Costoro sono gli interlocutori ideali della vulgata euroscettica, il cui avanzamento nell’opinione pubblica è troppo marcato perché si possa sottovalutare. I tormenti generati dalla Brexit, ma anche l’avanzata dei partiti contrari all’integrazione europea, sono lì a dimostrarlo.

E tuttavia, spiega ancora il governatore, “dovremmo rimanere fieri della nostra identità europea”. Tema antico a ben vedere. Di identità europea si discute da decenni, spesso questionandone il senso e il significato. Nella visione di Villeroy de Galhau quest’ultima è molto più “della nostra grande storia di riconciliazione e assai più della nostra ricca diversità”. Il senso dell’identità europea, sottolinea, è “il nostro unico modello sociale, combinato con alti standard di servizi pubblici e livelli relativamente bassi di diseguaglianza, assai minori che nella società americana”. Il tutto ottenuto all’interno di “un’economia di mercato”. “Infatti – sottolinea – il segno distintivo dell’Europa è un’economia sociale di mercato”. E questo ci riporta alla visione ordoliberale di Weidmann, se osserviamo bene. Per questa ragione il banchiere francese esorta a “non abbandonare il nostro modello comune o abbassare la bandiera europea”.

Se l’Europa, come dice il nostro cugino francese, è un modello di integrazione fondato su un’economia sociale di mercato, è evidente che la soluzione ai nostri dilemmi debba essere ricercata all’interno del modello, facendo leva sui punti di forza che il governatore sottolinea con forza. “Abbiamo costruito il mercato unico – dice – che è un asset notevole che appartiene a tutti noi. Non è una coincidenza che l’accesso al mercato unico sia alla base del dibattito su Brexit”. A tal proposito, osserva, deve risultare chiaro che “l’accesso al mercato unico deve essere soggetto a una stretta accettazione delle regole europee”. Niente comportamenti opportunistici.

Il secondo punto di forza che viene identificato è l’euro “una solida moneta riconosciuta a livello globale” e che, nell’EZ, vede “il 68% dei cittadini affezionati alla loro valuta”. Affezione psicologica, quindi, ma con ricadute anche assai pratiche. “La politica monetaria europea – sottolinea – è una pietra di paragone di stabilità e ha prodotto risultati tangibili: sta spingendo la domanda fra lo 0,3 e lo 05% ogni anno, e anche l’inflazione” che dovrebbe eccedere l’1% l’anno prossimo e arrivare all’1,6% nel 2018.

Questi due punti di forza sono le leve che dovrebbero servire a rilanciare la crescita dell’area seguendo tre progetti concreti (in neretto nel testo). Primo passo: “L’Europa ha bisogno di quella che io chiamo la Financing and Investment Union (FIU), più che una semplice unione del mercato dei capitali“. Ciò in quanto “ci sono in Europa aziende che vogliono investire e innovare ma non riescono a trovare finanziamenti”, malgrado i soldi ci siano eccome: “Nell’EZ il surplus di conto corrente è più del 3% del Pil. E’ enorme”. Insomma: il banchiere centrale francese si iscrive alla vulgata, in constante crescita, che punta sugli investimenti produttivi quale soluzione per uscire dalle secche della crisi. E’ quella vulgata che ha dato origine al piano Juncker, partendo dalla constatazione che il gap di investimenti, calcolato all’epoca della presentazione del piano, sia ancora nell’ordine del 2% del Pil.

Un visione non tanto alternativa a quella di Weidmann ma semmai complementare. “Per creare la FIU dobbiamo anche completare le iniziative in corso: l’unione dei capitali, ovviamente, ma anche il piano Juncker e l’Unione bancaria”. Come dire: al principio della responsabilità di marca tedesca, si aggiunge quello della facilità di spesa che caratterizza la Francia. Il tutto semplificando il quadro di soggetti e competenze che rende le tre gambe della FIU ancora periclitanti, in modo da realizzare “un grande mercato europeo per il risparmio e l’investimento”.

Questo, sottolinea, “ci consentirebbe di realizzare iniziative più ambiziose”. E come esempio viene citato la necessità di facilitare il finanziamento delle imprese – in Europa l’equity pesa il 51% del Pil a fronte del 121% Usa – e quindi “armonizzare le leggi fallimentari”, e poi migliorare il settore finanziario consentendo “maggiori fusioni transfrontaliere”. Inoltre “per allentare il link eccessivo fra debito sovrano e banche nazionali (tema assai caro a Weidmann, ndr) una soluzione potrebbe essere creare bond sintetici sull’euro zona (European safe bonds)” con sotto pacchetti di bond emessi da diversi stati che lascino a ognuno di loro la responsabilità dell’emissione e del pagamento delle loro obbligazioni. Un’idea che manifesta la grande fatica che si fa ad accettare in Europa il principio della mutualizzazione del debito,e che ricalca di fatto la strada seguita dalla Bce per i suoi acquisti di bond sovrani all’interno del QE.

Come secondo esempio di “obiettivo ambizioso” c’è quello di elaborare una strategia economica collettiva, perché l’agire isolato “genera soluzioni sub-ottimali”. “Noi sappiamo che la crescita e l’occupazione sarebbero maggiori se ci fossero maggiori riforme strutturali dove servono, come ad esempio in Francia, e più supporto fiscale dove c’è spazio di manovra, come ad esempio in Germania”. Per arrivare a questo coordinamento servirebbe un’istituzione che sviluppi la fiducia che potrebbe consistere in un ministro delle finanze con alle spalle un Tesoro europeo. Tutto ciò consentirebbe di realizzare il terzo passo, ossia dotare l’Unione di una sua capacità fiscale che “aumenterebbe il senso di fiducia fra gli stati membri”.

Le riflessioni di Villeroy de Galhau sono quelle di un banchiere centrale, ovviamente, come lui si premura di sottolineare, che mai e poi mai invaderebbe il campo della politica alla quale è demandato di occuparsi di queste decisioni, consapevole che “la politica monetaria non può fare tutto da sola”. Eppure queste riflessioni sono utili a delineare ciò che in comune hanno i banchieri centrali di Francia e Germania, relativamente all’idea di Europa, e quello che li separa. In comune c’è l’idea che l’integrazione debba procedere tramite l’economia, che è un po’ il leit motiv dell’Ue sin dai tempi della Ceca. Dall’altro una diversa percezioni delle priorità e degli strumenti da utilizzare. Ma in fondo è un dettaglio. Oggi l’identità europea è solo una questione di numeri, grafici e tabelle. Questo unisce Francia e Germania.

E il resto di noi.

Cronicario: Qentusiasti e Qestuanti alla corte di SuperMario

Il giovedì gnocchi, diceva la nonna. E invece nel nostro tempo economicizzato il giovedì, ogni tot settimane, ci tocca la Bce, che tutti cominciano ad aspettare almeno una settimana prima, con le borse a fare la fila sperando di fare il filo al board dei superbanchieri che sono convinti di guidare l’economia europea anche se non lo dicono. Hai visto mai ci spunta un aiutino, che oggi si chiama stimolo monetario.

Anche questo giovedì, la fila di Qentusiasti e Qestuanti, ossia i fan del Quantitative easing (Qe), è stata notevole. I primi nelle scorse settimane avevano preso paura perché qualcuno aveva scritto che la Bce avrebbe potuto ridurre gli acquisti mensili di titoli prima di marzo 2017, quando è prevista la conclusione formale del programma di Qe. I secondi, che non sono mai sazi, speravano magari in qualche altra invenzione che magari nutrisse il loro argent de poche, che, com’è noto, non basta mai.

Sia come sia, SuperMario ha tagliato la testa al toro. Le principali dichiarazioni del governatore le ho raccolte in questo momento su Twitter. Ma il succo è semplice. Per ora si avanti così, e ne riparliamo a dicembre, quando saranno disponibili altre previsioni e ci faremo due conti. Intanto tassi fermi e acquisti di asset a 80 miliardi al mese. Se volete entrare nel tecnico, leggete la decisione dei banchieri qui. Qentusiasti e Qestuanti hanno altre sei settimane per farci un pensierino.

Se questa è la notizia del giorno dipende solo dal fatto che siamo schiavi delle nostre abitudini, come gli gnocchi il giovedì, appunto. Ma non vuol dire che non succedano altre cose. Ho scoperto ad esempio, scorrendo un bel paper della BoE, che proprio il QE, che tanto entusiasmo ha generato, proprio a febbraio prossimo – in tempo per i redde rationem della Bce di marzo – diventerà maggiorenne. Chi pensasse che è un’invenzione recente trascura di ricordare che risale al 1999 la prima dichiarazione che lo evocò e l’autore fu un anonimo banchiere centrale giapponese. Il Giappone è stato sempre all’avanguardia nelle magie monetarie, anche se pochi lo sanno. In compenso se ne parla a iosa senza magari capire bene cosa sia. Guardate questo grafico:

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La curva misura la quota di articoli sul totale, nella produzione di Bloomberg, nei quali si è parlato di QE. Aldilà della sua efficacia sull’economia, il QE il suo risultato l’ha raggiunto: è diventato celebre. E forse in fondo serviva innanzitutto a questo.

Anzi no: è servito pure a quest’altro:

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Le curve crescenti sono i bilanci delle banche centrali, sia sul pil che sul totale dei debiti del governo. Aldilà di come la si pensi, questa è una notizia storica. Degno regalo per un istituto ormai maggiorenne.

Chiudiamo il capitolo e passiamo a quest’altro. Sempre Draghi ha detto che la vera causa dell’aumento della diseguaglianza è la disoccupazione. E allora mi sembra utile segnalarvi quest’articolo del FT secondo cui dal 2007 in poi sarebbe stato distrutto un lavoro su dieci. Il grafico è ancora più eloquente. Quindi non servono commenti.

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En passant, mi ricordo che oggi è il giorno europeo della statistica e tutti gli istituti festeggiano. La Commissione europea dice che il giorno della statistica sottintende l’idea che “dati migliori implicano migliori decisioni”, ossequiando chissà quanto consapevolmente le bugie dei grandi numeri. Ma tant’è, visto che i dati sono il feticcio del nostro tempo economicizzato concludo offrendovene una che ho tratto dal WSJ.

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Come vedete la quota pubblicitaria dei giornali di carta si sta squagliando sotto i caldi abbracci della crisi e dei cambiamenti tecnologici. La quota crescente in blu è quella dei giornali digitali, che infatti sono diventati illeggibili. Per questo abbiamo deciso di fondare Crusoe. Dateci una mano a farlo senza pubblicità. Grazie.

A domani

Il segreto del successo della demografia francese

La Francia non è Parigi, pure se Parigi è la Francia. Questo apparente non senso racconta molto dell’evoluzione demografica dei nostri cugini d’Oltralpe, citati  – e a ragione – come i portabandiera della riscossa demografica dei paesi dell’eurozona, essendo i soli con l’Irlanda ad esibire un tasso di fecondità di due figli per donna, ossia il minimo sindacale per non far decrescere la popolazione al netto dell’immigrazione.

Diventa interessante, di conseguenza, osservare il caso francese per capire quanto e come le politiche di sostegno del governo, di sicuro rilevanti, abbiano contribuito al mantenimento della natalità, domandandosi se anche altri fattori vi abbiano contribuito. In sostanza per provare a falsificare, in senso popperiano, la vulgata materialista che trova nella spiegazione semplicemente economica la chiave di comprensione degli andamenti demografici.

Come sempre, faccio riferimento ai dati dell’istituto francese di statistica iniziando da quelli aggregati. Un primo approfondimento utile lo trovo in quest’articolo, pubblicato nel marzo scorso, che riepiloga molte delle variabile che ci interessa osservare. La prima cosa che mi colpisce è il grafico che illustra le nascite dal 1900 al 2015. Ricordo che i valori assoluti, per avere significato, dovrebbero essere sempre raffrontati col totale della popolazione, ma in ogni caso sono un indicatore utile da osservare.

All’inizio del secolo scorso le nascite superavano le 900 mila l’anno. Nel 2015 siamo a circa 100 mila meno. Nel 115 anni trascorsi si osservano tre momenti in cui le nascite crollano: nella seconda metà degli anni Dieci, quando c’era la Grande Guerra, con le nascite che si dimezzano. Subito dopo il gap viene rapidamente colmato e già nel 1920 le nascite erano tornate sopra le 800 mila. Una lunga fase di declino si sviluppa da quell’anno in poi per toccare il minimo nei primi anni ’40, poco sopra le 500 mila. Da quel momento in poi la curva si rialza raggiungendo il picco massimo nel 1950, poco sotto le 900 mila. Nel ventennio fra il 1950 e il 1970 le nascite oscillano per tornare, sempre in valore assoluto, al livello originario, poco sotto le 900 mila. Poi si osserva un altro rapido declino, con l’ingresso nell’età fertile della generazione dei primi anni ’50, che porta le nascite poco sopra le 700 mila a metà dei Settanta. Da quel momento risalgono a 800 mila nel 1980, dove, con andamento oscillante, si sono mantenute fino ad oggi. I tre momenti di forte declino individuati quindi sono in corrispondenza di due guerre e dei primi anni ’70.

Se vogliamo confrontare il numero dei nati con l’andamento della popolazione, dobbiamo incrociare gli indici di natalità con l’indicatore medio di fecondità. Ricordo che il primo misura il numero di bambini vivi nati in un anno ogni mille abitanti. Il secondo il numero medio di figli delle donne in età fertile. Il pattern francese non è così dissimile da quello di altri paesi avanzati, europei e non: si fanno meno figli e sempre più tardi. Il tasso di natalità, che era a 20,6 nel 1950, nel 2015 è arrivato a 12 per la Francia, e a 11,8 per la Francia metropolitana. L’indicatore di fecondità, che nel 1950 quotava 294,7, tocca il suo minimo di 177 per la Francia metropolitana nel 1990, per poi risalire verso l’attuale 193,1, a fronte del 196,1 della Francia nel suo insieme. Anche in Francia come altrove è andata aumentando l’età media in cui si diventa madri, ormai di poco superiore ai 30 anni. A differenza di altri paesi con più alta partecipazione al lavoro come il Canada, che abbiamo visto come possa essere considerata un’altra variabile che influenza la natalità, quella francese è ancora relativamente contenuta seppure molto cresciuta, come si può osservare leggendo questo articolo.

Questa semplici osservazioni comunicano un’evidenza: l’andamento demografico francese non è così diverso da quello dei paesi vicini. E’ stato solo più resiliente. Dobbiamo perciò chiederci perché.

La risposta più semplice è che le politiche governative di sostegno alla natalità, in effetti invidiabili per i genitori italiani e non solo, abbiano contribuito significativamente. E poiché esiste una vasta letteratura che sostiene questa ipotesi, mi sembra persino superfluo sottolineare questo punto, che in fondo è alla base dell’ipotesi materialista che si facciano figli in relazione alle possibilità economiche. Sarebbe saggio anche domandarsi, visto l’andamento della partecipazione al lavoro, se la qualità e la quantità di questa partecipazione abbia influenza sulla natalità. Abbiamo già discusso del sostanziale dilemma che ogni donna deve affrontare fra produrre – leggasi partecipare alla crescita del Pil – e riprodurre, e quindi partecipare alla crescita della popolazione, e sarebbe poco saggio non tenerne conto. Tale dilemma è chiaramente visibile già nell’aumento dell’età della prima gravidanza. Ma è interessante anche a esplorare un altro punto di vista che scopro essere poco frequentato: l’articolazione della distribuzione della popolazione sul territorio.

Mi viene in aiuto un altro articolo dell’ufficio francese di statistica dove si osserva la scomposizione dell’indicatore di fecondità per aree dipartimentali. Qui la prima evidenza che salta all’occhio è l’andamento dell’indicatore per l’Île-de-France, il dipartimento che ospita la capitale Parigi. Qui lo schema è curioso. La parte a nord est di Parigi ha un indicatore oltre 250, ossia 250 figli per mille donne fertili, quelle intorno a Parigi fra 182 e 250. Parigi è fermo a 156, il livello più basso della Francia dopo quello del sud della Corsica. L’indicatore 200 fa riferimento a tutta la Francia, dunque maschera profonde differenze che non possono esse spiegate semplicemente con la questione del sostegno governativo, che vale per tutti i dipartimenti, ma evidentemente hanno a che fare con lo stile di vita e la cultura del territorio.

Il dato di Parigi, che sta sotto al livello della media Ue, dice assai più della demografia francese di quanto non spieghino le analisi economicistiche sul sostegno alla maternità. La Francia non è Parigi, appunto, ma Parigi è, nel nostro immaginario, la Francia. Quest’ultima invece vive in una vasta provincia, che i dati sull’ultimo censimento distribuiti nel giugno scorso fotografano con chiarezza.

Dall’analisi emerge una delle caratteristiche salienti dell’articolazione territoriale francese, relativamente al numero di abitanti: poche grandi città, una capitale enorme, una pletora di piccoli comuni. Qualche numero aiuterà a comprendere. I grandi arrondissement sono tre: Marsiglia, Lione e Parigi. Marsiglia nel 2013, anno a cui è aggiornato il censimento, contava circa 855 mila abitanti, Lione circa 500 mila, Parigi, con i suoi 20 arrondissement circa 2,2 milioni di abitanti.

Se retrodatiamo l’osservazione al 1968, fino a dove risale la serie storica, osserviamo che Marsiglia contava circa 889 mila residenti, Lione 527 mila, Parigi 2 milioni 590 mila. Quindi le grandi città hanno perso abitanti. Tendenza quest’ultima che si può riscontrare con l’andamento delle nascite. La serie delle nascite non risale al ’68 per tutte e tre le città, quindi dobbiamo accontentarci dal dato parigino. Fra il 1968 e il 1975 a Parigi sono nati 262 mila bambini. Nei dieci anni successivi erano poco più 220 mila. Fra il 2008 e il 2013, ultimo confronto disponibile, 152 mila. Se volessimo confrontare un periodo analogo al primo, quindi di dieci anni, possiamo osservare il dato più vicino, ossia 1999-2008, quando le nascite sono state 284 mila. Va detto però che nel frattempo è aumentata, fra il 2000 e il 2014, la percentuale di nascite in famiglie con entrambi i genitori stranieri, passata dal 6,5 all’8,4%, così come quelle derivanti da matrimoni misti, dall’8,7 al 14,1%, a discapito delle famiglie di francesi, che in quattordici anni sono diminute dall’84,8 al 77,5%. In sostanza l’aumento della natalità a Parigi sconta il contributo degli immigrati. E il decennio 1999-2008 è stato quello che ha visto crescere la popolazione parigina di circa 100 mila unità, mentre dal 2008 è rimasta stabile e comunque inferiore rispetto agli ’60.

Se adesso andiamo a vedere la distribuzione della popolazione negli oltre 36.600 unità comunali censite, osserviamo che al netto dei tre grandi arrondissement, che insieme sviluppano circa tre milioni e mezzo di abitanti, gli altri circa 62 milioni vivono in miriadi di piccole città, fra le quale quelle che superano i 100 mila abitanti non sono più di una decina. Sono questi piccoli centri dove si è concentrata la gran parte della popolazione della Francia e dove si è registrato l’incremento più deciso della natalità nel corso del tempo.

Questa analisi, pure se sbrigativa, suggerisce che la distribuzione territoriale possa avere una qualche influenza nello sviluppo demografico. La grande città sembra scoraggi la genitorialità al contrario di quanto accade nei piccoli centri, pure a parità di incentivi economici. Le ragioni posso essere diverse e ognuno può immaginarle.

Il mio sospetto è che il segreto del successo della demografia francese risieda nella sua fisionomia del territorio urbano piuttosto che nelle sue scelte fiscali. Forse sarebbe saggio aggiungere anche questo elemento di riflessione al quadro d’insieme.

(6/segue)

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Cronicario: L’Arabia si quota e la Cina fa strike

Nero è il colore del giorno, come il petrolio, e screziato di verde, come i dollaroni che l’Arabia Saudita ha chiesto al mondo in cambio di un pugno di bond, che non sarebbe una notizia se non fosse la prima volta che i monarchi del Golfo si affidano alla volgarità del mercato per spuntare un prestito. Nero d’altronde è anche il colore dell’orizzonte finanziario saudita, con un deficit notevole provocato proprio dai ribassi petroliferi.

E così la notizia che l’Arabia Saudita si “quota” nel mercato dei bond riscuote un notevole successo. Di pubblico e di critica, visto che campeggia sulle aperture pomeridiane della stampa internazionale e raccoglie adesioni entusiastiche degli investitori. D’altronde il tasso era più che appetitoso, con uno spread di 140 punti base sul decennale Usa, che di questi tempi è un bel guadagnare. Sempre che uno si fidi. E poiché la domanda è stata robusta, alla fine dei conti l’Arabia ha pure pagato qualcosina meno. Benvenuti allora nel magico mondo delle borse ai nostri cugini arabi.

Mi chiedo se questo miracolo sarebbe accaduto se non fosse successo che nel corso del 2015 i paesi esportatori, come illustra una interessante ricognizione del Fmi, abbiano perduto 400 miliardi di incassi rispetto al 2014 a causa dei ribassi del petrolio. Un danno che comporterà un doloroso aggiustamento per molti di loro che, dice il Fmi, “durerà anni”. E anche qui: benvenuti nel club. E’ una vita che proviao ad aggiustarci senza troppo successo. E senza neanche il petrolio.

Viene il dubbio che i nababbi del petrolio vedano nero pure loro, il proprio futuro. E di sicuro cadrebbero in depressione se guardassero questo video diffuso da Fitch secondo il quale il progresso delle auto elettriche metterà a dura prova i colossi del petrolio. E figuriamoci chi lo produce.

Nero d’altronde è un po’ tutto in questa giornata. Twitter rivomita un grafico di una settimana fa che farebbe impazzire di gioia i luddisti:

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In pratica i posti di lavoro negli Usa, nel manufatturiero collegato all’hi tech, sono crollati dal 1990. Sono cresciuti – poco – solo quelli collegati al settore software/publishing e le paghe hanno avuto un’andamento simile. La Grande Rivoluzione del digitale ha finito col corrispondere a una sconfitta dell’hardware a favore del software. Sarà vera gloria?

Difficile rispondere, anche perché nel frattempo è uscito un altro grafico, stavolta dell’Ocse, che fotografa l’ennesima evoluzione (fin troppo osservata) dell’ultimo trentennio: quella della diseguaglianza. Anche qui, gli Usa sono imbattibili:

ocse-diseguaglianza

la sorpresa semmai è osservare che subito dopo viene l’Austria: qui il 10% più ricco detiene oltre il 60% della ricchezza totale (negli Usa è il 76%). Keynes scrisse nel 1919 che la diseguaglianza del XIX secolo aveva consentito accumulazione, investimenti e sviluppo. Dovremmo credere che la storia si ripeterà?

Mah. Per intanto mi tocca leggere questo pezzo de Linkiesta che affronta temi assai fastidiosi per le anime belle del nostro paese: il nostro sballatissimo modello sociale e di welfare. Siamo il Paese dei nonni che mantengono i nipoti, e questo lo sapevamo già. Ma che tristezza. Il pezzo è interessante anche per questo grafico che mostra come stia evolvendo il nostro vivere insieme:

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Evidenzio solo un dato. Le famiglie pluricomponenti con due occupati – la fascia blu dell’istogramma, sono diminuite dal 45,1% del totale al 37,3% fra il 2004 e il 2015, mentre aumentano le monocomponenti con un occupato o non occupati (marrone e verde). In sostanza siamo sempre più tristi, solitari y final.

Nero perciò, questo mercoledì 19, ma con screziature di verde, stavolta come il colore della speranza, perché a un certo punto, nella mattinata, arriva il dato del pil cinese:

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La Cina fa il 6,7% anche il terzo trimestre del 2016. Sorvolo pudicamente sui sospetti di mezzo mondo sull’accuratezza delle statistiche cinesi. Sarà pure una palla, questo numero, ma serve allo scopo: fa cadere come birilli i dubbi sulla crescita cinese e serve un perfetto strike al governo ma soprattutto ai mercati. Domani qualcuno scriverà che il dato sul Pil cinese li ha rassicurati. Tanto basta. Capisco perché non sbaglia chi parla di alba del secolo asiatico. Ma quando osservo questo grafico, dove i punti in rosso individuano le megalopoli con oltre 10 milioni di abitanti, sono ben contento di essere nato dall’altra parte del mondo.

popolazione

A domani.

 

La Cina dimagrisce e il mondo con lei

Mi torna in mente quella storiella, chissà quanto vera, di quel tale re di un arcipelago esotico che ogni volta che decideva di smagrire metteva a dieta l’intera popolazione, mentre leggo l’ampia dissertazione del Fmi sui rischi di contagio globale che può provocare il dimagrimento dell’economia cinese. D’altronde la Cina, come il nostro leggendario re, può essere raccontata come un’autentica sovrana, almeno relativamente agli scambi internazionali, che ha dominato lungo tutto il primo decennio del XXI secolo per scoprirsi oggi, a metà del secondo, troppo ingombrante e incapace di reggere il suo stesso peso.

Sicché non stupisce che i medici di mezzo mondo, Fmi compreso, suggeriscano alla Cina una sostanziale cura dimagrante, che nel linguaggio felpato dell’economia viene definita come una “transizione verso un modello di crescita sostenibile”. Quindi non più basato su un diluvio di investimenti pubblici, che hanno finito col creare una capacità produttiva che oggi appare inutile almeno quanto inutilizzata, oltre ad avere addestrato il resto del mondo a una domanda cinese – si pensi ad esempio a quella di petrolio o metalli – che oggi l’appetito del gigante asiatico non è più in grado di alimentare.

Tutto ciò spiega perché il Fmi abbia inteso dedicare un capitolo del suo recente Spillover report alla transizione cinese e agli effetti che tale dimagrimento può provocare sul resto del mondo, che sul successo cinese, e quindi la sua domanda di importazioni, aveva fondato buona parte del suo successo. “La rapida crescita cinese basata sugli investimenti – sottolinea il Fmi – nel decennio passato ha favorito una notevole espansione del commercio globale e il prezzo delle commodity. Più recentemente, il necessario rallentamento degli investimenti cinesi e la sua transizione verso un modello di crescita basato sui consumi ha coinciso con un notevole declino del tasso di crescita dei commercio”, acuendo di fatto il cupio dissolvi del commercio globale. Ma non solo, la minore domanda di materie prime ha pure aggravato il calo delle commodity, petrolio in testa, che viene unanimamente indicato come una delle cause della disinflazione, quando non addirittura deflazione, che ha messo in crisi le banche centrali di mezzo mondo.

Ovviamente, c’è anche un lato positivo in questo dimagrimento. Il calo delle commodity avvantaggia gli importatori, e al tempo stesso l’aumento della domanda cinese di prodotti finiti può avvantaggiare nuova categorie di esportatori. Ma è sempre difficile capire se i saldi globali saranno positivi o negativi. Per dire: gli effetti deflazionistici del calo petrolifero saranno compensati dagli effetti espansivi del maggior potere d’acquisto dei consumatori? Oppure, la transizione cinese verso un modello di crescita più equilibrato sarà in grado di garantire che la Cina continuerà a pesare il 10% dell’import globale (vedi grafico)?

Trovare la risposta è molto difficile. Gli esiti del commercio internazionale e dell’inflazione lasciano sospettare che il saldo rischia di essere negativo, almeno nel periodo breve. La Cina è in piena transizione, con gli investimenti scesi dal 47,2% al 46,4% del Pil, e il consumo salito dal 49,1 al 51,6%, ma l’economia internazionale finora non sembra abbia tratto quei giovamenti che pure tutti si aspettavano. Dipende dal fatto che il contagio si estende innanzitutto tramite il canale del commercio, e lo fa colpendo innanzitutto i principali partner cinesi e creando vincitori e vinti”.

Il secondo canale di contagio, quello delle commodity, è altrettanto difficile da decodificare. Alla fine del 2014 la domanda cinese di metalli pesava il 40% di quella globale, senza considerare che la sovrapproduzione cinese – si pensi all’acciaio e alle polemiche recenti nel G20 – ha intasato aree strategiche della produzione industriale.

Infine, c’è il terzo canale, che finora ha avuto effetti limitati ma che sta accelerando la sua capacità di contagio: quello finanziario. La Cina è ancora parzialmente integrata nei mercati finanziari, visto che sembra ancora lunga la strada verso la piena convertibilità, “e tuttavia i collegamenti di stanno intensificando”, sottolinea il Fmi. Per il momento le vicende cinesi hanno scritto importanti capitoli, nel mesi scorsi, del lungo libro dedicato alla volatilità dei mercati finanziari. Perché la Cina può pure essere ancora ai margini dei mercati finanziari, ma i mercati finanziari guardano alla Cina come un player internazionale, convertibilità o meno.

L’insieme di queste circostanze rende la dieta del sovrano asiatico assai dimagrante anche per il resto del mondo. Che, se tutto andrà bene, dovrà attendere che il re cinese recuperi la sua forma migliore – e quindi concluda la sua transizione verso una crescita più equilibrata – per godere a sua volta degli effetti benefici che ne deriveranno in termini di importazioni e stabilità finanziaria. Ma nel frattempo dobbiamo soffrire, noi e i cinesi, senza più neanche la consolazione di ricordare i vecchi tempi. Siamo troppo distratti.

Cronicario: Il primato di Goldman e quello italiano

Che ci vuole a fare un giornale finanziario quando arrivano notizie come quella sul boom dei ricavi e dei profitti del terzo trimestre di Goldman Sachs? E infatti i pezzi grossi del WSJ e del FT ci aprono le cronache d’inizio pomeriggio litigando appena sull’entità del miglioramento, il 47% in più sul trimestre per il primo, il 60% per il secondo, che dipende se uno conta i ricavi o i profitti. Ma che volete che sia: in soldoni sono comunque un paio di miliardi di dollari netti. Su base annua il ROE (return on equity) arriva all’11,2% che suona come una grassa risata alla faccia delle povere banche europee che, com’è noto, soffrono di sofferenze genuina. Il segreto di questo successo è che arriva dal trading, così ci ricordiamo pure cosa faccia di preciso GS e perché siano tutti contenti quando la borsa fa faville. Meno popolare, ma non meno interessante, la notizia rilanciata da Bloomberg che la montagna di obbligazioni a rendimento negativo ha superato i 10 trilioni, per la precisione 10,4 trilioni di dollari. A fine 2014 erano poco più di zero trilioni. Così si capisce cosa è successo in questi due anni. Ai più curiosi suggerisco di osservare questo grafico:

market-value-bond-negativi

Lontano da queste cifre insensate, osservo un paio di notizie che mi fanno capire come, aldilà dei fantastiliardi, siano all’opera movimenti profondi in uno dei mercati più caldi del momento: quello petrolifero. Sempre Bloomberg riporta l’opinione di un pezzo grosso dell’IEA, l’agenzia internazionale dell’energia, che spiega come l’accordo Opec di novembre, se mai arriverà, sarà un toccasana per i corsi petroliferi e perciò farebbe un gran bene ai produttori Usa di shale, che si sono inguaiati dopo il crollo delle quotazioni. E poiché la Russia sarà la grande protagonista, insieme all’Arabia Saudita, di questo accordo, vale la pena anche sottolineare uno studio secondo il quale proprio la Russia, insieme con la Cina, si è distinta per un alto numero di pratiche discriminatorie del commercio estero. Ecco il grafico: cina-e-russia

L’autore forse esagera, ma rimane il fatto che queste analisi aggiungono benzina al fuoco della polemica che sta deglobalizzando le relazioni internazionali. La Russia peraltro si è parecchio rafforzata nell’ultimo anno, al contrario della Cina che continua a soffrire di deflussi dei capitali, come riporta l’IIF e come si può vedere qui:

deflussi-cina

Ma la notizia migliore la trovo sfogliando una ricerca pubblicata nell’agosto scorso da tre economisti, un americano, una canadese e una tedesca, che sembra una barzelletta. I tre hanno svolto un’analisi su dati relativi al periodo 1983-2011 per scoprire che gli Europei lavorano in media il 19% di ore in meno rispetto agli statunitensi. E’ divertente osservare che noi italiani, come illustra questo grafico preso da Bloomberg, siamo considerati fra quelli che lavorano meno di tutti.ore-lavoro

Ma forse dipende dal fatto che noi lo facciamo meglio.

A domani.

Ecco il numero zero di Crusoe: commentatelo e sostenetelo

Ieri sera è arrivato sulle caselle di posta dei primi fondatori il numero zero di Crusoe, la newsletter che noi di TheWalkingDebt abbiamo progettato in collaborazione con Slow news. Ve l’avevo annunciato la settimana scorsa ed eccolo: lo trovate a questo link.

Inutile dilungarsi troppo. Come ogni esperimento, anche questo avrà bisogno di essere verificato quanto ai risultati finali. Ed è qui che entrate in gioco voi lettori. La vostra opinione, in tal senso, è la cartina tornasole del nostro lavoro. Quindi leggete il primo esperimento di Crusoe, commentatelo, anche in calce a questo post, e soprattutto sostenetelo. Qui trovate il link per contribuire. C’è ancora tempo per essere fra i nostri fondatori, ossia i veri proprietari di Crusoe.

Grazie a tutti

L’ennesima piroetta della BoJ per far funzionare il QQE

Ormai è un lavoro da appassionati seguire le evoluzione monetarie della BoJ, da un triennio impegnata nel difficile compito di far uscire il paese dalla deflazione da un ventennio e insieme dare un calcione all’economia nazionale, che vivacchia con poco entusiasmo da altrettanto. Eppure vale la pena investire un po’ di tempo e leggere i documenti ufficiali. Per la semplice ragione che la BoJ, come rivendica il suo governatore Kuroda, è da sempre all’avanguardia negli esperimenti monetari, seppure con esiti discordanti.

Anche di recente, riferendosi ai nuovi strumenti messi in campo, il governatore ha sottolineato che “la BoJ è la prima nel mondo a introdurre questi nuovi tool”, riferendosi allo yield curve control e all’inflation-overshooting commitment. Non cambiate canale: si tratta di cose molto semplici che solo la complicazione linguistica della politica monetaria rende esotici. Il succo è presto detto: malgrado il grande sforzo avanguardistico la BoJ ancora fatica a riportare l’inflazione dove vorrebbe. In compenso il suo QQE ha contribuito significativamente ad abbassare la curva dei rendimenti a un livello tale che la BoJ ha avvertito l’esigenza di fornirsi di uno strumento capace di regolare lo yield, ossia il rendimento reale, utilizzando, come ha fatto sinora gli acquisti massicci di bond pubblici come strumento di controllo.

In sostanza, da un lato si sottolinea il profondo impegno (inflation-overshooting commitment) a far crescere la base monetaria, ormai arrivata all’80% del pil nominale per tirare su i prezzi. Al tempo stesso si prova a manovrare la curva dei rendimenti (yield curve control) per evitare che gli acquisti di bond pubblici, effettuati in ottica di QE, abbassino troppo o troppo poco i rendimenti rispetto agli obiettivi di stabilità finanziaria che la BoJ comunque deve tenere presente.

A tal proposito è sufficiente ricordare, come fa lo stesso Kuroda, che “l’efficacia della politica di declino dei tassi di interesse dipenderà dal suo impatto sui profitti delle istituzioni finanziarie, che si riflette nella loro capacità di prestito”. Detto chiaramente, poco serve il QQE se poi le banche soffrono e gli assicuratori e i fondi pensioni vedono aggravare la loro profittabilità e sostenibilità. Raggiungere il target d’inflazione con un sistema finanziario fragile sarebbe una vittoria di Pirro per la BoJ. Ed ecco perché sono stati introdotti questi nuovi strumenti. Sempre nella presunzione che siano efficaci.

Ed è proprio sulla funzionalità delle misure intraprese che la BoJ e lo stesso Kuroda impegnano e si giocano tutta la loro credibilità. Kuroda, nel suo speech, ha ripetuto ancora una volta che la cosa più difficile da sconfiggere per le autorità monetarie giapponese è il deflationary mindset, ossia la psicologia deflazionaria nata a cresciuta nel ventennio perduto giapponese ancora permanente pure se la deflazione è stata tecnicamente superata, e Kuroda lo rivendica: il CPI (consumer price index) per tutti i beni meno il pesce fresco è in territorio positivo dall’autunno 2013 e lì è rimasto per due anni e dieci mesi. “E’ la prima volta dalla fine degli anni ’90 che succede”, nota il banchiere. Ma la deflazione è ancora nella testa dei giapponesi, sembra di capire. E ovviamente Kuroda, che è un sacerdote della moneta, deve credere che tramite la politica monetaria – il QQE e le sue varie piroette – questa deformazione dello spirito si possa raddrizzare.

Tutto ciò richiede un’esibizione di argomenti che la BoJ ha collazionato in un documento di 60 pagine col quale ha fatto il punto sull’evoluzione e gli esiti delle politiche monetarie. Una lettura sicuramente istruttiva che consiglio a tutti gli appassionati di politica monetaria. Qui basterà arrivare al punto. Tre anni dopo, e dopo aver sperimentato un’infinità di tool, la BoJ deve ancora convincere i giapponesi, oltre che se stessa e il resto del mondo, che riuscirà a raggiungere il suo target di inflazione. A fronte di questa difficoltà, Kuroda rivendica che il “QQE ha portato ad una inversione di tendenza positiva dell’attività economica e dei prezzi”. Come è giusto che sia, Kuroda guarda il bicchiere mezzo pieno, senza nascondere quello vuoto, per il quale è sempre pronta una ricetta di policy o un nuovo tool. E la storia continua.

Over and over again.

Cronicario: La leggenda del sell off dei bond governativi

Sarà colpa del 17 che evoca disastri immaginari, ma la notizia del giorno che il WSJ rilancia in grande spolvero è che i mercati vendono aggressivamente bond pubblici perché preoccupati del rialzo dell’inflazione e del terminare della politica monetaria allentata. Il che mi suscita una certa ilarità, atteso che l’inflazione è ferma e la politica allentata per il prossimo lustro è praticamente un certezza non scritta. E tuttavia rido solo io. Sul sito della CNBC un economista dice che questo non è (scritto maiuscolo) la grande vendita di bond che tutti si aspettano da tempo. Sempre il WSJ, per dire, l’aveva già annunciato a giugno, prima del Brexit, e poi a settembre ne aveva parlato Bloomberg. Insomma, quando il bond sell off arriverà sul serio – e chi non sarebbe spaventato dal mercato dei bond oggi? – un sacco di gente potrà dire di averlo detto prima. Assisto a un preoccupante dilagare della sindrome di Roubini.

Sicché per uscire dal coro mi immergo in letture esotiche. Fra queste annovero i dati Istat sul commercio estero di agosto che è un capolavoro di tutto e il suo contrario. Il succo è presto detto: le esportazioni, rispetto al  mese precedente, sono cresciute meno delle importazioni. Queste ultime, in volume, fra gennaio e agosto, sono aumentate del 3,7% rispetto al 2015 a fronte del +0,5% dell’export. Ne deduco che forse molto dipenda dal vantaggio che il petrolio low cost ancora sta regalando al nostro import, e mi preoccupa leggere sulla Reuters che il ministro iraniano dell’Iran auspica che l’accordo con l’Opec per congelare la produzione venga raggiunto in novembre. Sicché la pacchia potrebbe pure finire. Troppo esotico, temo.

Cerco roba più pop e finisce che mi appassiono allora alla lettura dell’ultima release di Eurostat sulle persone a rischio di povertà o esclusione economica nell’UE e scopro, udite udite, che finalmente siamo tornati al livello pre crisi. Che poi è superiore al 23%, quasi un cittadino su quattro. Dovrei consolarmi perché eravamo arrivati al 25%. In Italia in compenso siamo andati peggio: siamo passati dal 25,5 al 28,7%.

Sono sazio di attualità e mi viene voglia di interessarmi di qualcosa di fresco su Bitcoin, visto che più tardi dovrò parlarne in radio con gli amici di SpazioEconomia, ma mi cade l’occhio su due notizie sulla Germania. La prima la osservo in un grafico del WSJ, dove si vede il declinante surplus di conto corrente cinese e quello ascendente della Germania, che, alla faccia dei tanti critici, ormai ha praticamente superato il 9% del pil a giugno 2016. La seconda riguarda la demografia tedesca, di cui abbiamo parlato di recente. Il tasso di fertilità, nel 2015, è salito a 1,5o figli per donna, per la prima volta dopo 33 anni. Penso alle donne siriane, e auguro loro ogni bene. Se vi chiedete perché, guardate questa tabella.

A domani