Usa e Giappone si “mangiano” il 58% del nuovo debito 2016

Non che sia una notizia, visto che il livello globale di indebitamento, pubblico e privato, è notoriamente in crescita dal 2008 in poi. Però credo sia opportuno ricordare, come ha fatto di recente Standard&Poor nel suo Global Sovereign debt report, che nel 2016 si prevedono emissioni da parte degli stati – il campione censito ne conta 131 – per circa 6,7 trilioni di dollari di debito a lungo termine, dei quali il 74%, circa cinque trilioni, sono rifinanziamenti di debiti a lungo in maturazione. Il che porta l’aumento dell’indebitamento netto al 2,2% del Pil dei 131 paesi, ossia 1,7 trilioni di dollari.

Semplifico: il debito eterno degli stati non solo deve essere ovviamente rifinanziato man mano che scade, ma deve pure aumentare perché, come insegna la saggezza popolare, i soldi non bastano mai. Ed è tanto vero che S&P profetizza che lo stock dei debiti sovrani censiti crescerà del 2,3% nel 2016 arrivando alla rispettabile cifra di 42,4 trilioni. Una postilla dell’istituto ci ricorda che “i numeri presentati sono stati convertiti in dollari statunitensi e pertanto riflette il rafforzamento del dollaro nei confronti di molte valute importanti di emissione”. Tenetelo a mente.

Nella overview S&P rileva che “Gli Usa e il Giappone saranno di nuovo i mutuatari più prolifici di quest’anno, assorbendo il 58% del totale, seguiti da Cina, Italia e Francia”. e poi che “il livello assoluto dei debito globale degli stati salirà ancora nel 2016 di circa un trilione”.

Un grafico raffigura bene questa distribuzione. Gli Stati Uniti prenderanno a prestito 2,286 trilioni, seguiti dal Giappone con 1,643. A grande distanza la Cina, con 341 miliardi e poi l’Italia con 254, marcata stretta dalla Francia con 199. Un altro grafico mostra che Usa e Giappone assorbono il 58% dei nuovi prestiti, e ciò malgrado le previsioni indichino in calo il loro insaziabile appetito. Casualmente sono gli stessi paesi dove le banche centrali hanno attivamente sostenuto la politica del governo.

E’ interessante sapere che gran parte di questo debito ha rating fra AA e A, rispettivamente per il 45 e il 26%, mentre il rating a tripla A pesa il 13% del totale. Ciò implica che ai tassi attuali, il servizio di questo debito sarà di sicuro modesto. D’altronde che lo scopo della politica monetaria sia anche quello si rendere questi debiti sostenibili ormai è acquisizione pacifica.

Altra informazione interessante è che il Giappone ha il più alto tasso di rollover del debito, pari al 70%, conseguenza del fatto che il 17% del suo enorme debito pubblico (il 243% del Pil) è probabilmente a breve termine. Per la cronaca, dopo il Giappone ci sono le Barbados, l’Egitto e il Ghana.

Infine, una notazione metodologica. Il debito censito da S&P in questa release esclude quello delle autorità locali e della sicurezza sociale, oltre a quello delle entità governative. L’istituto, inoltre, non considera il debito a breve termine, ma solo quello superiore a un anno. Tutto ciò per dire una semplice evidenza. Non sono oltre 42 trilioni i debiti dei governi. Sono molto di più.

Bitcoin for dummies: la sfida di Satoshi

Correva l’anno 2008. Il mondo tremava, scosso dal cadere improvviso dei giganti. A settembre era fallita Lehman Brothers, dopo un’estate tormentata che aveva messo in ginocchio altre banche d’affari salvate per il rotto della cuffia. Il mese successivo la bufera investì i residui colossi di Wall Street e si diffuse come una pestilenza lungo tutto il globo.

In questa temperie alla fine di ottobre, sulla rete, apparve un paper firmato da un tal Satoshi Nakamoto che si intitolava Bitcoin: A Peer-to-Peer Electronic Cash System che già dall’abstract suonava come il lancio di un guanto di sfida da parte di un qualcuno, che poi si scoprì essere uno pseudonimo, nientemeno che al sistema finanziario organizzato, che in quel momento cadeva a pezzi e che solo l’amorevole e assai costosa cura dei governi avrebbe salvato dalla definitiva dissoluzione.

Non c’era momento migliore per lanciare la sfida. La reputazione delle banche non era mai stata così bassa. E già leggendo l’abstract si capiva il senso della proposta di Satoshi: “Una versione puramente peer-to-peer di denaro elettronico che consente pagamenti on-line fra due parti senza l’onere di dover passare attraverso un istituto finanziario”. Nessuno, in quel terminare di anno, aveva voglia di avere a che fare con una banca. E questo spiega perché la sfida divenne rapidamente popolare.

Ciò non vuole dire che sia stata immediatamente compresa. Già dall’esordio, infatti, richiedeva conoscenze specifiche complesse, lontane dalla portata di moltissimi cittadini. Anche oggi, che sono passati più di sette anni, molte persone ignorano cosa sia un sistema peer-to-peer e sanno ancora meno come si utilizzi. Il paper di Satoshi è roba da nerd, secchioni insomma. E già questo connota la sua portata sociale e quindi politica.

Non che sia strano. Se aveste chiesto a chiunque non fosse un mercante nei primi secoli dopo l’anno mille, di spiegarvi cosa fosse una lettera di cambio non avrebbe saputo rispondervi. L’innovazione procede sempre grazie a una minoranza che poi, forse, diventa maggioranza. Ed è in questo forse che si gioca la sfida di Satoshi.

Poiché ognuno di noi sarà determinante, è il caso di conoscere meglio il pensiero del misterioso Satoshi e il miglior modo per farlo è leggere insieme il suo paper. Per farlo dobbiamo imparare a distinguere i due livelli della sua rappresentazione, quello tecnico e quello economico. I due percorsi conducono alla conclusione che Satoshi riepiloga così: “Abbiamo proposto un sistema per le transazioni elettroniche che non si basa sulla fiducia”.

Fare a meno della fiducia: la scommessa del Bitcoin/bitcoin sta tutta qua. Ma attenzione: si parla di fiducia nell’intermediazione creditizia. La fiducia infatti non sparisce: si trasferisce semplicemente dalle banche alla potenza computazionale. Dall’uomo alla macchina. Il retropensiero è che queste ultime, in quanto teoricamente non manipolabili, siano più affidabili delle persone.

Questo piccolo dettaglio rimane sovente inosservato, malgrado emerga più volte nelle poche pagine scritte da Satoshi. Ma per comprenderlo nell’interezza della sua portata dobbiamo guardare ancora più in profondità.

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Le sofferenze nascoste delle banche italiane: quelle fiscali

Farà piacere ai molti che non amano le banche sapere che le italiane sono quelle che nel 2014, seguendo una tendenza che data almeno dal 2006, hanno avuto il tax rate teorico ed effettivo (vedi grafico) più alto fra i grandi paesi europei, ben il 37,4% a fronte di una percentuale di prelievo teorica del 32,9. La Francia, per dire, ha tasso teorico più alto del nostro effettivo ma poi, per il complicato gioco del sistema tributario, finisce con un tasso effettivo del 35%, mentre la Germania somiglia più al nostro paese, ma il tasso effettivo è comunque più basso. La Spagna rimane al 30, sia teorico che effettivo, mentre l’UK straccia tutti con un tax rate effettivo di poco superiore del 20%.

Il dato inglese è interessante perché fotografa una tendenza che si è manifestata in tutta la sua forza all’indomani della crisi. Se osservate il grafico, noterete come in effetti fino al 2008 il livello di tassazione inglese sulle banche fosse piatto poco sopra il 28% fin dal 2000, già comunque qualche punto al di sotto della media degli altri paesi. Dal 2008 in poi questo tasso è diminuito seccamente, amplificando una tendenza simile che si osserva anche negli altri paesi considerati.

Ma la Germania ha fatto di più. Fino al 2000 il tax rate teorico era vicino al 53%, ed è stato bruscamente ridotto al 38% nel 2001, dove è rimasto fino al 2008, quando ha conosciuto un’altra riduzione che l’ha portato sotto il 30%. Il nostro Paese ha conosciuto un’evoluzione simile. Il tax rate dichiarato stava vicino al 43% nel 2000, quando ha iniziato la sua discesa fino a sotto il 33% nel 2008, dove è rimasto fino al 2012, quando ha conosciuto un picco che l’ha riportato quasi al livello del 2000 per poi riabbassarsi sulla media della seconda metà degli anni 2000.

Questa interessante ricognizione viene sviluppata in un paper della Banca d’Italia (“The tax burden on banks over the period 2006-2014“) scritto al fine di valutare l’impatto del sistema fiscale dei singoli paesi sulla stabilità finanziaria e soprattutto sulla frammentazione che tale fiscalità può provocare nei sistemi finanziari, specie adesso che siamo in un contesto di supervisione unificata della vigilanza bancaria. L’analisi è stata condotta su un panel di 740 banche.

Vale specificare che lo statutory tax rate, che ho tradotto con tasso teorico, misura l’impatto della tassazione corporate sulla banche, quindi nel caso italia dell’Ires e dell’Irap, e si distingue dal tax base, considerato nell’analisiche riguarda il trattamento fiscale sulle perdite su prestiti e sulle svalutazioni. Il combinato disposto fra il tax rate teorico e il tax base consente di calcolare il tax rate effettivo, ossia il peso globale del fisco sugli intermediari. E ciò spiega perché i due tax rate possono diverge anche sostanzialmente.

Se guardiamo al grafico che misura il tax rate effettivo a far data dal 2006, notiamo come il primato italiano sia ben consolidato e che il livello del 2014 è il più basso degli ultimi otto anni. Rimarchevole anche la circostanza che per le banche spagnole non ci siano stati grossi cambiamenti dal 2008, similmente a quanto è accaduto a quelle tedesche. Il fisco post-crisi, insomma, ha colpito le banche assai meno (salvo che marginalmente in Italia) di altri settori produttivi.

Ovviamente, un più alto livello di tassazione incide maggiormente sulla redditività bancaria e infatti dal confronto svolto emerge che ” a parità di condizioni il sistema fiscale italiano riduce il ROE (return on equity, ndr) più di quanto facciano i sistemi fiscali negli altri paesi”. Ed è in questa circostanza che la sofferenza fiscale aggiunge il suo peso nell’ampio ventaglio dei tormenti delle banche italiane, oppresse non soltanto dai crediti incagliati, dai tassi bassi che diminuiscono i margini di interesse, ma anche da un fisco poco benigno. Se partiamo dal presupposto che una banca tedesca e una italiana abbiano lo stesso ROE prima delle tasse, dal confronto di Bankitalia emerge che dopo le tasse il ROE netto è il 16% maggiore di quello italiano. Se Il ROE ante imposte fosse del 10% per entrambe le banche, insomma, quelle tedesche guadagnerebbero un netto del 7,2%, quelle italiane del 6,2. Ciò vuol dire che le banche italiane devono essere assai più brave di quelle tedesche per aver la stessa redditività.

Di conseguenza, il sistema fiscale finisce per dare o togliere vantaggi competitivi a una banca piuttosto che a un’altra. Il che rende molto più difficile avere quelle pari condizioni fra gli istituti che pure dovrebbero esserci dentro un’unione bancaria. Basta un dato per capire cosa significhi. Fra il 2008 e il 2012 la disciplina fiscale ha condotto a un aumento della tassazione per le banche che ha pesato per 8,6 miliardi di euro. “Se queste tasse addizionali non fossero state pagate – spiega Bankitalia – alla fine del 2012 il sistema bancario italiano avrebbe maturato circa 5,6 miliardi di capitale addizionale, corrispondente a un aumento dei ratio di capitale di 33 punti base”. Ciò vuol dire che banche sarebbero state più capitalizzate, per la gioia della vigilanza unificata. “Ciò suggerisce – conclude – che sarebbe vantaggioso esplorare possibile vie per rendere più omogeneo il sistema fiscale dei paesi partecipanti alla vigilanza unificata. Un primo passo sarebbe quello di armonizzare il regime del tax bases”. Un modo timido per dire che dopo l’Unione bancaria serve quella fiscale.

 

Le metamorfosi dell’economia: Il capitale asociale

Il capitale vero, ha scritto Geminello Alvi nel suo Capitalismo, verso l’ideale cinese, “è operosità scontata con parsimonia, quello fittizio sono le banche centrali che fingono un risparmio e una crescita inesistenti in sconto fin troppo prodigo”, osservando in seguito come l’esito della crisi, in fin dei conti, sia stata la conversione del capitale privato fittizio, creato dal sistema bancario, in debito pubblico, acquisizione ormai pacifica ma ancora poco popolare nel 2011, quando il libro è stato scritto.

E mentre leggo del capitale fittizio, così egregiamente descritto da Alvi, ripenso a Sismondi, che nel 1827, nella parte finale dei suoi Nuovi principi di economia politica, scriveva cosa simile ma con parole differenti, accennando stavolta al debito dello stato, a sua volta “un debito immaginario” che economisti confusi e governanti prodighi avevano contrabbandato come costituente della ricchezza nazionale. Pura rappresentazione, perciò, e fardello materiale per chi vivrà in futuro che con ben poco sforzo diventa un giogo spirituale.

Sistema bancario e debito dello stato sono potentissimi generatori di capitale fittizio. Da almeno tre secoli, pure se mai come ai tempi nostri, queste due entità hanno trovato nella sintesi della banca centrale lo strumento ideale per moltiplicare un denaro virtuale nascosto dietro un debito inesigibile, e perciò illusorio. La banca centrale “finge”, per dirla con le parole di Alvi, una crescita e un risparmio usando le previsioni del futuro per orientare le sue scelte di politica monetaria. Il governo fa lo stesso quando decide come impiegare il frutto della tassazione, nei suoi vari documenti di programmazione economica. L’esito che osserviamo è un moltiplicarsi di capitali virtuali, mentre l’economia langue, che ci dicono esser necessari per evitare che deperisca del tutto.

Secondo una delle tante agenzie di rating, nel 2016 le emissioni di debito pubblico nel mondo per 131 paesi arriveranno a 6,7 trilioni di dollari, che sono 6.700 miliardi, per i meno avvezzi all’aritmetica dell’assurdo, consolandosi persino col notare, l’agenzia, che sono in calo rispetto all’anno prima, quando erano quasi 6.900, a fronte di uno stock di debito cumulato che supera i 42 trilioni.

Questo capitale immaginario, come lo chiamerebbe Sismondi, è solo una parte e neanche la più grande della montagna di debito che i privati e gli stati hanno generato e accumulato finora facendolo corrispondere ad un credito altrettanto immaginario che oggi si sconta a tassi azzerati. Si calcola che i debiti abbiamo ormai superato i 130 trilioni di dollari, che sono 130.000 miliardi. E questo ammontare non tiene conto dei debiti impliciti che sono nascosti nelle garanzie pubbliche.

Le banche centrali, ormai, sono divenute emittenti instancabili di capitale fittizio, a livelli che Alvi forse neanche immaginava nel 2011. Qualche tempo fa è stato calcolato che gli asset delle principali banche centrali abbiamo superato i 22 trilioni e dentro c’è di tutto: debito pubblico e privato acquistato col miracolo della fiat money nel disperato tentativo di rendere questa costruzione immaginaria, che in pratica sostiene l’intero edificio finanziario, ancora credibile per tutti coloro che sono chiamati a sostenerla. Quindi ognuno di noi.

Meraviglia dell’immaginazione umana e probabile concausa della nostra depressione, che è spirituale prima ancora che finanziaria, il capitale fittizio connota se stesso per una semplice caratteristica: è bugiardo. Si tratta di un debito che si contrae non per ripagarlo, ma per costantemente rinnovarlo. I 6,7 trilioni che saranno emessi nel 2016 sono la tabulare dimostrazione di questa evidenza. In quest’inganno, di cui tutti sono consapevoli e che anzi viene incoraggiato, si cela la sostanza del nostro benessere e insieme la sua più potente insidia. Fondato sulla menzogna, il capitale fittizio non può che generare sfiducia, che cresce al suo moltiplicarsi, e quindi crisi costanti ogni qual volta qualcuno vada e vedere il bluff nascosto nei bilanci bancari o in quelli pubblici.

In quanto generatore di fiducia volatile, o di sfiducia se preferite, il capitale fittizio è squisitamente asociale. Funziona finché l’avidità è maggiore della paura, sentimenti entrambi divisivi, che però sono il suo fondamento e, insieme, le costituenti dell’egonomia che ha invaso come una malattia l’agire economico.

In quanto bugiardo, il capitale fittizio instaura una relazione falsa fra i soggetti che lo originano, quindi il debitore e il creditore. Tale falsità si contagia nella società come una pestilenza e genera ricchezza falsa, come notava Sismondi quasi duecento anni fa, che finisce intrappolata nei giochi della finanza e non produce scambi perché non corrisponde a bisogni reali ma a semplice hybris immaginaria. Così facendo intrappola ognuno di noi nell’utopia di una ricchezza tanto infinita quanto irraggiungibile. E così ci sfinisce.

Questa mostruosa ipoteca sul nostro futuro, grava perciò anche sulla nostra immaginazione, che è chiamata a sostenerla fiduciariamente. E perciò ci svuota, lasciandoci esausti a contemplare una ricchezza virtuale che stimola i nostri peggiori istinti.

Quel che è peggio, tale deriva prosegue in perfetta soluzione di continuità. Dal 2008 il debito globale, che già sfiorava il 200 per cento del prodotto interno lordo del mondo, ora ha superato il 250% e tutto ciò che i decisori sono riusciti a fare, nel frattempo, è incantare il mondo con astruse magie monetarie che si propongono soltanto di rendere sostenibili questi debiti e quindi perpetuarli. Viviamo letteralmente immersi dentro l’illusione monetaria ed esposti al rischio costante di un risveglio apocalittico.

A fronte di tutto ciò si generano enormi ricchezza, che sono altrettanto virtuali, a fronte delle quali le società espongono crescenti povertà, avendo in comune, i ricchi come i poveri, la sensazione di camminare insicuri lungo un crinale che affaccia sulla disgrazia.

Che fare dunque?

Gli economisti dicono che la via maestra per abbattere il peso del debito è favorire la crescita ma non sanno più come evocare questa sorta di fantasma risanatore. Chiunque legga le ricette proposte dai principali osservatori internazionali ne ottiene solo rappresentazioni confuse e pensieri obsoleti che mutano col mutare delle stagioni.

La verità, nuda e cruda, è che dovremmo disincantarci dall’illusione monetaria, ma non possiamo. Chiunque pensi di fermare questa sorta di caleidoscopio impazzito si espone all’accusa di sabotatore e i più avveduti, che lanciano moniti sull’inevitabile esito del capitale fittizio – la sua distruzione – vengono emarginati.

In queste condizioni possiamo solo provare a cavalcare l’onda, provando però a decidere dove vogliamo arrivare. Il capitale asociale appartiene ormai al nostro bagaglio istituzionale, ci piaccia o no, e dobbiamo farci i conti. Siamo costretti a sostenere questa costruzione immaginaria, sapendo che è immaginaria. Ci troviamo insomma in quella condizione che Walter Bagehot, un secolo e mezzo fa nel suo ancora ottimo libro, Lombard street, illustrava a proposito del sistema bancario della riserva unica del Regno Unito fondato sulla banca centrale: un sistema che si provava essere foriero di infiniti problemi ma ormai talmente insito nell’organizzazione sociale che nessuno non solo non immaginava ma neanche desiderava metterlo in discussione.

Il nostro sistema finanziario, in fondo, non è altro che una evoluzione di quel tempo. La turbofinanza, così odiata e amata insieme, è una costituente delle nostre società che non potremmo estirpare senza distruggere tutto il resto. Sarebbe saggio prenderne atto e provare a utilizzarla con giudizio veicolando lentamente le nostre società verso una nuova evoluzione.

Quale? Se davvero l’unico modo per guarire dall’ossessione del debito è aumentare la crescita, ciò significa che dovremmo sostituire l’economia reale a quella finanziaria, ossia scambiare il capitale fittizio, che è asociale, con quello reale, che sociale. Ma prima dobbiamo ri-conoscerlo.

E questo richiede un piccolo approfondimento.

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L’altra faccia delle sofferenze bancarie italiane: i debiti delle imprese

Nel gran parlare che si fa di sofferenze bancarie, si trascura sempre di osservare che a fronte di crediti incagliati ci stanno debiti non pagati, e quindi chi siano i detentori di queste obbligazioni. Sicché vale la pena leggere un paper diffuso di recente da Bankitalia (“The debt of italian non financial firms“) che racconta in modo spassionato e altrettanto preciso la parabola del debito delle imprese italiane, assai somigliante a quello delle cugine dell’eurozona, ma dall’esito molto differente. Per ragioni microeconomiche più che macroeconomiche, oggi le imprese italiane appaiono con un indice di leverage, ossia il rapporto fra il debito e i mezzi propri, fra i più alti dell’eurozona e quindi risultano sofferenti almeno quanto le banche che questi crediti hanno elargito con una certa disinvoltura negli anni buoni.

Tale esito non è da sottovalutare, atteso che imprese sofferenti per i debiti faticano a investire e a innovare, almeno quanto banche sofferenti per i crediti faticano a fidarsi e quindi prestare i soldi.

L’epopea del debito delle imprese italiane la si può osservare agevolmente da un grafico che Bankitalia ha costruito sui base dei conti finanziari dove si osserva l’andamento del leverage dal 2000 al 2014. Almeno un paio di circostanze sono utili da sottolineare. Negli anni fra il 2000 e il 2008 le imprese italiane hanno visto crescere notevolmente i loro debiti finanziari grazie ai prestiti bancari mentre contestualmente diminuivano i mezzi propri. L’equity infatti, contribuiva negativamente al leverage. “In Italia – scrive Bankitalia – la crescita pre crisi del debito è stata simile a quella di altri paesi, ma la fragilità finanziaria è stata esacerbata da un livello strutturalmente più basso di capitalizzazione”.

In particolare, fra il 2000 e il 2009 il debito/pil delle imprese non finanziarie è cresciuto del 28%, seguendo una dinamica simile a quelle di altri paesi, salvo la Germania dove la crescita dell’indebitamento è stata più contenuta (vedi tabella). Il dato italiano si collocava fra il 15% francese e il 60% spagnolo. Durante questo periodo, tuttavia, le imprese italiane non hanno visto crescere altrettanto il loro equity e ciò ha provocato “un profondo cambiamento nella loro struttura finanziaria verso un modello più leveraged”. L’indice di leverage è cresciuto del 12% fra il 2000 e il 2014, più del doppia della crescita registrata negli altri paesi di importanza simile al nostro.

Tale peculiarità ha svolto i suoi effetti negativi all’indomani del crash globale. “Durante la crisi – spiega – gli squilibri di bilancio combinati con il deterioramento della profittabilità ha rapidamente condotto a difficoltà di ripagare i debiti, un alto livello di fallimenti e problemi di accesso a nuovi finanziamenti”. Proprio il diverso livello di leverage delle imprese italiane rispetto a quelle europee è stato un dei driver che hanno provocato questa situazione.

Dal 2011 è iniziato il deleveraging, ma il trend di disindebitamento è risultato più lento in Italia rispetto a quello seguito in altri paesi. “Alla fine del 2014 – osserva ancora – il leverage delle imprese italiane è stato uguale al 46%, 11 punti più alto che in Francia e sei punti sopra quello di Germania e Spagna”. Ciò malgrado le imprese di Francia e Spagna abbiano un debito/pil più alto di quello italiano.

Ne consegue che “le imprese italiane emergono fra quelle con più leverage nell’ultimo decennio”. L’indicatore al 46%, circa quattro punti sopra la media dell’eurozona, peraltro è sottostimato se il confronto si estende a livello micro. Le piccole e grandi aziende, ossia la gran parte del nostro tessuto produttivo, hanno una media di leverage di circa dieci punti superiore a quella delle imprese europee.

Recuperare questo gap, spiega Bankitalia, e quindi riportare queste imprese al livello della media dell’EZ “richiederebbe che circa 230 miliardi di debiti fossero trasformati in equity, una somma che corrisponde al 18% del debito finanziario totale delle imprese non finanziarie italiane”. Noterete che la cifra somiglia all’importo delle sofferenze in pancia alle banche. Tanto le banche dovrebbero liberarsi di questi crediti incagliati quanto le aziende di questi debiti. Le prime per prestare più facilmente, le seconde per investire più liberamente, visto che il livello degli investimenti italiani è ancora parecchio sotto il livello pre crisi.

Il problema è che nessuno sa come fare.

 

Ue, 43 miliardi di fondi per l’Italia. Se riusciamo a spenderli

Di tempo ne è rimasto poco. Entro fine anno il nostro paese dovrebbe riuscire ad approvare i piani per l’utilizzo dei fondi che l’Europa mette a disposizione per investimenti strutturali. Un ammontare cospicuo, che la Commissione Ue, nel suo ultimo Country report dedicato all’Italia ricorda superare i 43 miliardi di euro fino al 2020, una cifra che pesa 0,4 punti di pil l’anno ed equivale al 15% degli investimenti pubblici previsti nell’arco di vigenza del piano.

Poiché le chiacchiere stanno a zero – come quelle sulla nostra storica incapacità di spendere i fondi del ESIF (European Structural and Investment Funds) – sarebbe il caso che le varie amministrazioni pubbliche che sono incaricate di farsi venire idee e poi di portarle a compimento si rimboccassero le maniche e per una volta ci stupissero. Anche perché questi denari, che rischiano di esserci sottratti se non vengono utilizzati, sono una delle ragioni che dovrebbero motivare il nostro appartenere all’Unione. Non a caso la Commissione osserva che “i programmi operativi sono un passo importante nella direzione del miglioramento della capacità amministrativa di utilizzarli”.

Giusto per ricordarlo, questi fondi sono pensati per sostenere programmi di sostegno in vari settori del paese, dalla lotta alla povertà ai miglioramenti infrastrutturali e del mercato del lavoro e dell’istruzione, tutti temi che dovrebbero suscitare sensibilità fra i nostri politici e amministratori. L’Italia peraltro beneficia di un altro capitolo del bilancio europeo che ha stanziato 567 milioni per il lavoro giovanile, che si aggiungono ad altri finanziamenti del Fondo sociale europeo proprio per supportare i giovani e il loro incontro con il mercato del lavoro. C’è poi un altro miliardo per investimenti nei trasporti che l’Italia ha prenotato nell’ambito del piano Connecting Europe Facility. Altre informazioni le trovate qui.

Tutte belle cose, quindi. stando così le cose, abbiamo pochi alibi. O la nostra classe dirigente, che è composta non solo dai politici ma anche dai burocrati, dimostra di essere all’altezza del compito, o dobbiamo rassegnarci a pensare che non è soltanto l’Europa ad essere brutta e cattiva.

Ci mettiamo anche di nostro.

Bitcoin for dummies: C’è Bitcoin e bitcoin

Rivoluzione è la parola parola più utilizzata nell’ampia trattatistica che ha per oggetto la tecnologia bitcoin. Si tratta di libri scritti per lo più da persone che operano con questa innovazione, giovani, fortemente orientate verso le materie matematiche e statistiche e con buoni background informatici, mentre la conoscenza dei fondamenti di economia non supera in gran parte dei casi la manualistica di base. Anche in questo caso, insomma, si replica quanto abbiamo visto a proposito del trading algoritmico: sono i geni del computer i protagonisti di questa sedicente rivoluzione, non gli economisti. Ciò non vuol dire che un pensiero economico non ci sia, anzi è parecchio interessante analizzarlo.

Prima però, è opportuno iniziare a schematizzare il percorso di questa ricognizione, individuando i fondamenti del sistema che bitcoin sta in qualche modo questionando, proponendosi come alternativa.

Il cuore della faccenda sta in un semplice gesto che facciamo ogni giorno: il pagamento per avere qualcosa. Questo gesto si esaurisce nel passaggio di moneta da una persona a un’altra, o perché ci ha venduto qualcosa o perché dobbiamo pagare una prestazione, o magari semplicemente le tasse. Questo gesto coinvolge due cose: una moneta, che deve essere scambiata, e una infrastruttura che rende possibile questo scambio di moneta.

Bitcoin si propone come un’alternativa alle tecnologie esistenti proponendo insieme una moneta, che si chiama bitcoin (scritto in minuscolo) e una infrastruttura, che si chiama Bitcoin (scritta in maiuscolo). Questa prima distinzione permette già di fare un primo passo che aiuta a dissipare tanta confusione. Quando si parla di bitcoin, infatti, è sempre opportuno chiarire se ci riferisca alla valuta o all’infrastruttura. Perché le due cose nascono insieme, ma non sono la stessa cosa. Oltre a bitcoin, infatti, possono esistere altre valute crittografiche – si chiamano criptovalute perché usano la crittografica per essere autenticate – che usano sistemi di funzionamento simili a quelli di Bitcoin. Ne trovate un breve elenco qui.

In questa differenza risiede il primo importante discrimine fra la tecnologia tradizionale, nella quale esistono diverse valute che condividono uno o più sistemi di pagamento, e quella “rivoluzionaria” proposta dal misterioso Satoshi Nakamoto, che nel 2008, in piena crisi finanziaria, registrò anonimamente il dominio bitcoin.org lanciando il suo manifesto di cui parleremo più avanti.

Per capire in cosa consista questa “rivoluzione”, di conseguenza, dobbiamo analizzare che tipo di moneta sia il bitcoin e che tipo di sistema di pagamento – ossia l’infrastruttura sui cui si veicolano gli scambi – voglia proporre Bitcoin. Quindi dobbiamo chiederci in cosa sia diversa questa tecnologia rispetto a quella consolidata e quali siano i presupposti economici, politici e persino filosofici sulla base dei quali questa innovazione vuole accreditarsi nei confronti della comunità internazionale.

Magari finiremo per scoprire che è bella, ma non ci piace.

O il contrario.

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L’economia ai tempi dello ZLB: Ecco chi paga il conto dei tassi negativi

Nell’economia ai tempi dello zero lower bound diventa esercizio utile provare a comprendere come le società stiano reagendo allo sprofondamento dei tassi di interesse ufficiali – ossia quelli gestiti dalle banche centrali – sotto la soglia dello zero, che nel mondo capitalistico somiglia a una sorta di eresia. L’idea che un prestito generi un tasso negativo, lo abbiamo visto e analizzato da diverse angolazioni, sembra contraddire lo spirito stesso del pensiero capitalistico, che sullo smercio del denaro, fra le altre cose, ha costruito la sua fortuna nei secoli.

Perciò è estremamente interessante leggere un’analisi, contenuta nell’ultima quaterly review della bis (How have central banks implemented negative policy rates?) dove gli autori osservano le conseguenze della decisione che quattro banche centrali hanno adottato di portare a zero i tassi ufficiali osservando prima il mercato monetario e poi la struttura dei tassi bancari. Il che ci aiuta a comprendere chi poi, alla fine dei conti, sia stato chiamato a sostenere queste manovre.

Ricordo che le quattro banche centrali che presentano, alla fine del 2015, almeno un tasso ufficiale sotto lo zero sono la BCE e le banche centrali di Danimarca, Svezia e Svizzera e la Bank of Japan, ultima arrivata a gennaio di quest’anno. L’analisi parte dalla constatazione che quando hanno introdotto tassi negativi, le banche centrali hanno cercato di farlo in modo tali da limitare l’onere sulle banche. Le Bc, infatti, con l’eccezione della Riksbank, hanno applicato tassi negativi esclusivamente alle riserve delle banche presso la banca centrale che superavano determinate soglie.
In tutti i casi analizzati, questi tassi moderatamente negativi si sono trasmessi ai tassi del mercato monetario e più in là lungo la curva dei rendimenti.

Al contrario, il loro impatto su altri tassi, in particolare quelli bancari, è stato molto meno evidente. Soprattutto, non sono scesi in territorio negativo i tassi sui depositi bancari della clientela al dettaglio, mentre in Svizzera i tassi ipotecari, con le banche che hanno cercato di proteggere i loro profitti, negli ultimi mesi sono persino aumentati.

Vediamo in dettaglio cosa ciò significhi. “Finora – scrivono gli autori – l’introduzione di tassi moderatamente negativi non sembra abbia generato malfunzionamenti sul mercato monetario”. In tutte le giurisdizioni considerate il tasso overnight ha seguito il tasso di policy sotto lo zero, e poi si è trasmesso ad altri tassi del mercato. Ciò significa, in pratica, che indebitarsi a brevissimo termine ha comportato costi negativi per gli intermediari o di poche unità sopra lo zero. Se guardiamo al caso dell’Eurozona, su osserva ad esempio che l’Euribor a un mese e l’Eonia stanno stabilmente in territorio negativo. Nel mercato monetario svizzero il tasso negativo persiste, e anche a livello compreso fra il meno 0,5 e l’1% anche nei prestiti a tre mesi.

Interessante osservare che tale peculiarità non ha impattato sui volumi degli scambi se non marginalmente. In Svizzera addirittura le transazioni, per motivi tecnici, sono leggermente aumentate.

Aldilà del mercato monetario, che ricordo include le transazioni fino a un anno, l’influsso dei tassi negativi ha contribuito a una diminuzione dei rendimenti, compresi quelli sui titoli ad alto rischio. “L’eccezione chiave – sottolineano – è stata la riluttanza a far passare i tassi negativi sui depositi retail. Questa reazione è stata motivata dalla preoccupazione, condivisa da alcune banche centrali, che i tassi negativi sui depositi bancari avrebbe condotto a uno loro diminuzione. In Svizzera, le banche hanno risposto all’abbassamento del margine sui nuovi prestiti in alcuni linee di business aggiustando altri tassi di prestito. In particolare, le banche svizzere hanno innalzato il tasso dei prestiti sui mutui”.

La qualcosa è una interessante evoluzione. “Se i tassi negativi non conducono a più bassi tassi per i prestiti alle famiglie e alle imprese, allora perdono il loro razionale. D’altra parte, se i tassi negativi si trasmettessero alla famiglie e alle imprese ci sarebbe un effetto negativo sulla profittabilità delle banche”. La quale, è bene ricordarlo, è giù messa a dura prova.

Questa breve analisi ci consente già di trarre alcune considerazioni. La prima è che la politica dei tassi negativi, abbassando i rendimenti, favorisce i debitori nel mercato monetario come in quello dei capitali, quindi per scadenze superiori a un anno. In entrambi i casi i costi sono a carico dei creditori. In ogni caso chi dà a prestito, con queste politiche, tende a perdere a meno che non accetti di correre più rischi.

La circostanza poi che le banche debbano compensare in qualche modo la perdita di profittabilità lascia comprendere che alla fine sono gli stessi che dovrebbero godere di questi ribassi a doverne pagare il conto, seppure per altra via. E il caso svizzero è l’esempio più calzante.

Morale della favola? “Tutto ciò – commenta Hyun Song Shin, capo del settore ricerca della Bis – solleva interrogativi su come sia cambiato il meccanismo di trasmissione della politica monetaria in questi paesi, come cambierà in futuro e, più in generale, come funzionerà il sistema finanziario se i costi di indebitamento ufficiali continueranno a scendere ulteriormente in territorio negativo o se resteranno sotto lo zero per un periodo prolungato”.

La morale dunque è chiara: non sappiamo dove ci condurranno queste pratiche. Per ora sappiamo solo chi ne stia pagando il conto.

 

Le metamorfosi dell’economia: Nella testa del Golem

Il Golem oggi appare molto diverso dal mostro antropomorfo evocato nella leggenda dal rabbino di Praga, ma ciò non vuol dire che lo sia davvero. Nell’ebraico moderno golem significa anche robot, parola quest’ultima di cui comunemente si ignorano origine e significato.

Ne trovo una spiegazione in un bel libro di qualche anno fa di Tomas Sedlacék, L’economia del bene e del male, dove scopro che il termine robot è stato utilizzato per la prima volta nel 1920 da un drammaturgo ceco, Karel Capek, all’interno della pièce fantascientifica R.U.R., dove si racconta dell’insurrezione di esseri artificiali creati allo scopo di sostituire gli esseri umani nel lavoro. L’etimo di robot lo fa risalire alla parola protoslava robota, che significa proprio lavoro. Come vedete molto delle nostre vite gira intorno al lavoro.

Rabbini e scienziati, perciò, hanno condiviso nel tempo, per ragioni e con metodi diversi, l’esigenza dell’uomo di servirsi di esseri artificiali per fare ciò che dovrebbe far da solo, vuoi perché convinto che lo facciano meglio loro, vuoi perché non ha voglia di occuparsene direttamente. O magari – e questa è stata la motivazione economica – perché così aumenta la produttività. Ciò serve a comprendere quanto sia radicato negli esseri umani tale desiderio.

Il Golem che abbiamo generato ai giorni nostri agisce a nostra insaputa in uno dei gangli più sensibili della società: l’organizzazione della vita economica. Con una differenza rispetto al suo prototipo ancestrale: il golem economico non è per nulla spaventoso. Al contrario. Somiglia al computer che tenete a casa, magari solo un po’ più potente, e articola i suoi ragionamenti computando centinaia di equazioni che descrivono un mondo ideale che il Golem interpreta come un auruspice o un moderno oracolo. Ne sortisce previsioni e consigli che finiscono sui tavoli degli uomini più potenti del mondo e sulla base dei quali costoro prendono decisioni che riguardano tutti. Così facendo il golem economico, a differenza dei suoi avi immaginari, diventa un’entità assai reale che provoca conseguenze altrettanto reali, segnando infine un clamoroso successo nella sua lotta secolare contro gli umani, che pure l’hanno generato.

Giova a questo punto darne una sommaria descrizione. Sempre Sedlacék nel suo libro ricorda che nel corso del tempo il pensiero economico sia stato sempre influenzato da correnti religiose, morali e filosofiche, salvo poi, a partire dal XX secolo finire sotto l’influenza di un certo determinismo meccanicistico che ha favorito il razionalismo di stampo cartesiano e il sorgere di un individualismo semplificato che ha finito col costituirsi in soggetto: il mitico uomo economico razionale, l’archetipo del Golem.

Questa “economia piena di matematica” dove è stata incistato l’automatismo del robot/golem sotto la forma di equazioni massimizzanti l’utilità necessitava di un corpo affinché il mostro si animasse in tutta la sua potenza e il progresso tecnologico, proprio come accade in un brutto film di fantascienza, gliel’ha trovato. La fisica dei microprocessori gli ha fornito un cervello di silicio che non elabora pensiero ma informazioni. Queste ultime vengono utilizzate in maniera combinatoria sulla base di premesse metodologiche pre-determinate. Un cervello morto, perciò: incapace di immaginare, ma buono solo a computare. Al Golem non è richiesta invenzione, ma efficiente prevedibilità.

Ed ecco come appare oggi, in uno dei suoi tanti esemplari: “Il modello econometrico trimestrale della Banca d’Italia, sviluppato nella prima metà degli anni ottanta, descrive le interazioni fra i più importanti aggregati macroeconomici dell’economia italiana. È costituito da circa 800 equazioni, di cui quasi 100 stocastiche, con una specificazione articolata dei diversi settori economici, incluso quello pubblico.
I meccanismi che governano l’evoluzione delle principali variabili sono keynesiani nel breve periodo, in cui l’andamento dell’attività economica è determinato soprattutto dall’evoluzione della domanda aggregata e vi sono rigidità nell’aggiustamento dei prezzi e dei salari; nel lungo periodo, come nello schema neoclassico, la crescita economica è il risultato della dinamica dell’accumulazione di capitale, della produttività e degli andamenti demografici. Il modello trimestrale è utilizzato per gli esercizi di previsione e per le analisi di politica economica”.

Questo esemplare l’ho tratto dal sito di Banca d’Italia, dove ne esiste anche un altro che merita di essere conosciuto: il modello DSGE: “I modelli dinamici stocastici di equilibrio generale (dynamic stochastic general equilibrium, DSGE) descrivono l’andamento dei principali aggregati macroeconomici come risultato di scelte ottimizzanti (corsivo mio, ndr) di famiglie e imprese, che dipendono anche dalle loro aspettative. Combinando rigorosi fondamenti teorici delle equazioni comportamentali (microfondazioni) con la stima (o calibrazione) dei parametri strutturali, i modelli DSGE consentono di replicare l’andamento delle principali variabili macroeconomiche. Inoltre l’identificazione dei parametri strutturali – che descrivono le preferenze individuali, i vincoli tecnologici e quelli istituzionali – consente di utilizzare i modelli per analisi di politica economica senza incorrere nella Lucas critique. I modelli DSGE di tipo neo-keynesiano, sviluppati dall’Istituto con riferimento all’Italia e all’area dell’euro, sono utilizzati per la previsione, la costruzione di scenari controfattuali e l’analisi di politica economica”.

Perché non pensiate che questi due robot agiscano solo da noi, è bene precisare subito che i Golem sono ben posizionati in tutte le banche centrali e nei principali istituti internazionali. Le ragioni di questa moda sono ben descritte in un altro bel libro di qualche anno fa di Felix Martin, Denaro, dove si ricorda che “alla fine degli anni ’90 venne finalmente individuato un modo accettabile per giustificare un ruolo limitato delle politica monetaria (..) l’alzata di ingegno finale consistette nel battezzare ‘neokeynesiana’ questa nuova versione della teoria classica (..) questa miscela inebriante si rivelò irresistibile persino per i direttori delle banche centrali. Le loro difese erano crollate una volta per tutte e i modelli di equilibrio generale neokeynesiani, dinamici e stocastici, arrivarono presto a dominare la pianificazione politica politica delle maggiori banche centrali del mondo”.

Quindi i Golem ormai hanno trovato graziosa ospitalità presso quelle banche centrali che decidono molto della nostra vita. La cosa è talmente seria che nel 2008 la Bis produsse un paper dove si faceva il punto sullo stato dell’arte. Leggendolo ho scoperto che Martin non esagerava: i Golem sono dappertutto. Quello della banca centrale canadese si chiama ToTEM, quello della Banca d’Inghilterra di chiama BEQM, quello della BC cilena MAS. In Perù si chiama MEGA-D, nella Bce abbiamo NAWM, in Norvegia si chiama NEMO, mentre in Svezia hanno scelto l’esotico RAMSES. La Fed l’ha chiamato SIGMA, e pare ne abbia un altro che si chiama EDO, mentre il Fmi ne ha addirittura due: GEM e GIMF. Di sicuro ce ne stanno altri, ma il paper non li censisce e in fondo ci importa poco.

Ciò che importa è che quest’armata robotica ormai regola più di quanto pensiamo le nostre esistenze. Malgrado siano diversi, questi Golem condividono importanti caratteristiche strutturali, che sarebbe più giusto chiamare filosofiche, se ormai la filosofia non fosse così fuori moda. Dovremmo capire perciò come ragionano, ammesso che ricombinare informazioni del passato secondo schemi logici ancora più vecchi si possa chiamare ragionare.

A tal proposito ci torna utile un ottimo articolo di Terenzio Cozzi che ho trovato su moneta e credito (volume 64, numero 253, 2011) dal titolo esemplare: La crisi della macroeconomia. Che la crisi della macroeconomia consista sostanzialmente in quella dei modelli in cui ormai si è trasformata dovrebbe dirci molto sullo stato di questa disciplina. Ma tant’è. E’ utile soffermarsi e vedere quali ipotesi incorporino questi modelli. Serve a entrare nella testa del Golem che pretende di guidarci.

A differenza dei primi esemplari, che postulavano concorrenza perfetta e salari e prezzi pienamente flessibili, in armonia con il retropensiero dell’economia classica, “i nuovi modello DSGE incorporano qualche elemento di imperfezione dei mercati e rigidità di tipo keynesiano: concorrenza imperfetta nei mercati del lavoro e dei prodotti, salari e prezzi che non aggiustano immediatamente, possibile inutilizzazione di risorse per tempi non brevissimi, piccole imperfezioni nei mercati finanziari, le poche volte che vengono esplicitamente considerati”. “Questi ultimi modelli –  aggiunge – sono stati man mano preferiti ai primi per ragioni di stima econometrica e lato sensu di verosimiglianza con gli andamenti effettivi. Ma da quelli non si
discostano molto, sia per le ipotesi di fondo su cui sono basati sia per le
conclusioni che ne derivano”.

Quali sono dunque queste ipotesi? Eccole qua: “Equilibrio stabile, aspettative razionali, agente rappresentativo, mercati finanziari efficienti (e completi), garantiscono il buon funzionamento del sistema economico ed escludono la possibilità che vengano a manifestarsi gravi crisi e conseguentemente la necessità di
consistenti interventi pubblici per correggere gli andamenti spontanei. Per ipotesi infatti, il sistema è sempre in condizioni di equilibrio che è unico ed è reso stabile da forze di mercato spontanee che riescono a coordinare le decisioni degli operatori e, in definitiva, a far sì che il mercato riesca ad autoregolarsi. L’unicità e la stabilità sono però semplicemente ipotizzate, senza alcun tipo di analisi a supporto”.

Come si vede, non siamo tanto lontani dall’utopia dei mercati perfetti che illudeva i nostri progenitori. Assistiamo al ritorno della mano invisibile di Smith, ma in versione informatica. Con semplificazioni inaccettabili anche per i palati più rozzi, come quella che ipotizza che tutte le decisioni “vengano prese da un “unico consumatore/lavoratore /proprietario che vive in eterno [e che] massimizza, su un orizzonte infinito, una funzione di utilità […] sotto l’ipotesi di previsione perfetta o di aspettative razionali, in un ambiente istituzionale e tecnologico che favorisce, a ogni livello, comportamenti caratteristici dei mercati perfettamente concorrenziali”.

E la circostanza che questi modelli siano stati costruiti inzuppandoli di dati raccolti nel ventennio 1984-2004, quelli della cosiddetta Grande Moderazione, esclude che siano in grado di immaginare quali comportamenti si debbano adottare in caso di shock, come è stato dal 2008. Alcuni di recente hanno ammesso che gli strumenti analitici di cui disponiamo non sono in grado di comprendere la nostra realtà per la semplice ragione che non incorporano scenari nuovi, non previsti né prevedibili.

Il Golem, come tutti i robot, è terribilmente stupido, per la semplice circostanza che conosce solo il passato e non ha la minima possibilità di immaginare un futuro diverso. Per quello servono le persone.

Ma a quanto pare non hanno voglia di pensarci.

(17/segue)

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Non ci resta che la politica monetaria: parola di Bce

Leggo deliziato uno speech di Vítor Constâncio, vicepresidente della BCE, rilasciato all’indomani dell’inusitato sforzo compiuto dalla nostra banca centrale per debellare l’insidia deflazionistica dell’eurozona. Deliziato innanzitutto dal titolo, che annuncia una “difesa della politica monetaria”, lasciandomi capire quanto l’esigenza di tale difesa sia sentita persino in alto loco. Il motivo è presto detto: “La decisione è stata assunta in un momento in cui i media e i mercati davano voce al proprio scetticismo. Il ragionamento degli scettici muove in due direzioni: la politica monetaria, in primo luogo, non sarebbe adeguata a fronteggiare la tendenza attuale alla bassa crescita e, in secondo luogo, si dimostrerebbe comunque sempre più inefficace”.

Insomma, il sancta sanctorum è stato questionato e tanto basta. Sorrido poi quando leggo che “l’idea che la politica monetaria da sola non sia in grado di incrementare la crescita tendenziale è perlopiù corretta ma banale, soprattutto se si considerano le sfide connesse al ristagno secolare messe in luce da Robert Gordon nel suo brillante libro”. Corretta ma banale: devo ricordarmelo la prossima volta che un banchiere centrale – e lo fanno sempre – ricorderà che la politica monetaria da sola non può far tutto.

Interpreto poi come un autentico grido di dolore il ricordare come “il G20 abbia sollecitato il ricorso ad altre politiche, in particolare riforme strutturali e di bilancio” e insieme la constatazione che “il contributo di altre politiche sarebbe certamente desiderabile, ma si possono nutrire ragionevoli dubbi riguardo alla loro applicazione”. E questo per una serie di ragioni. A cominciare dal fatto che “una politica di bilancio attivamente improntata alla stabilizzazione è soggetta a restrizioni di legge nell’UE e ai vincoli della politica negli Stati Uniti. Più in generale, i paesi che potrebbero utilizzare un margine per interventi di bilancio, non se ne serviranno, mentre molti che ne farebbero uso, non dovrebbero”. Traduco: chi dovrebbe spendere non lo fa e chi non dovrebbe è tentato di farlo.

Desolata la conclusione: “Non ci restano quindi che le riforme strutturali”. Che mi ricorda l’immortale duo Troisi&Benigni di “Non ci resta che piangere”. Tali riforme, peraltro, “sono importanti ma richiedono tempo per essere applicate e per produrre risultati”. Se invece pensate alle mitiche liberalizzazioni e deregolamentazioni, “che gli economisti spesso hanno in mente” il nostro banchiere ci ricorda che “determinano una riduzione dei salari e dei prezzi nel breve termine, che non aiuta a normalizzare l’inflazione”. Insomma: sono recessive. Cade un altro mito.

Conclusione: “Le riforme strutturali sono essenziali per la crescita potenziale di lungo periodo, ma è difficile vedere come potrebbero stimolare la crescita in misura significativa nell’arco dei prossimi due anni, soprattutto se il problema è al momento la debolezza della domanda mondiale”.

In questa clamorosa scoperta dell’acqua calda, alla quale finalmente partecipano anche i banchieri centrali, “dovremmo ricordare i risultati imbarazzanti del piano convenuto dal G20 a Brisbane per generare una crescita addizionale del 2% a livello mondiale attraverso un lungo elenco di riforme concrete proposte dall’FMI e dall’OCSE. Di fatto, l’economia mondiale ora rischia di non raggiungere neppure quello che allora veniva considerato lo scenario di base”.

Tutto questo per dire un’altra cosa ovvia: “Se queste altre politiche non possono dare o non daranno un contributo significativo, allora non solo è sbagliato mettere fuori gioco la politica monetaria, ma è in realtà pericoloso”.

Secondo argomento che fa infuriare il nostro di solito compassato banchiere è quello secondo cui le politiche monetarie non abbiano funzionato, basandosi “su un confronto grossolano tra il livello attuale dell’inflazione (o della crescita) e quello in cui si collocava quando si esordiva con la politica”. Ebbene, “sulla base di svariati modelli gli esperti della BCE hanno stimato che senza le nostre misure l’inflazione sarebbe stata negativa di un terzo di punto percentuale nel 2015 e sarebbe rimasta significativamente negativa nel corso del 2016; in altre parole, saremmo in deflazione permanente dallo scorso anno. Abbiamo quindi ottenuto un risultato significativo”. Il vice di Draghi ricorda che “due terzi di un punto percentuale della crescita registrata negli ultimi due anni è riconducibile alla nostra politica monetaria”.

Peccato che “ciò che abbiamo conseguito in termini di stimolo alla domanda interna è stato annullato dalla successiva riduzione delle esportazioni nette in un contesto di rallentamento dell’economia mondiale”.

Ma soprattutto a farlo arrabbiare sono gli argomenti di chi pensa che alla lunga i tassi negativi danneggino le banche. E questo, mi spiace, ma dovete leggerlo tutto: “Malgrado i tassi di interesse negativi durante lo scorso anno, gli interessi attivi netti delle banche dell’area dell’euro si sono accresciuti in percentuale delle attività e la redditività del capitale è aumentata dal 3,5% nel 2014 al 5,7% nel 2015, il che corrisponde alla redditività in termini reali poiché l’inflazione era pari a zero. Le nostre politiche hanno inoltre prodotto plusvalenze per le banche, in quanto i prezzi dei titoli sono saliti (al contrario dei rendimenti) e i costi connessi alle attività deteriorate sono diminuiti poiché la ripresa ha ridotto l’ammontare dei prestiti deteriorati. Più in generale, i tassi di interesse negativi sui depositi presso la banca centrale hanno contribuito a determinare tassi negativi nel mercato monetario, abbassando i costi di provvista per le banche. La curva dei rendimenti si è ridotta per tutti i segmenti, che è l’unico obiettivo perseguito con questo particolare strumento di politica monetaria”.

Insomma, le banche finora ne hanno tratto parecchio giovamento. E l’inflazione? “Necessitiamo con urgenza di una crescita più elevata che possa ridimensionare l’output gap e l’unemployment gap negativi, ricorrendo a tutte le misure di fatto disponibili. Chi altri se non la politica monetaria?”

E questa volta mi viene in mente Clooney nel celebre spot Nespresso: What else?

Morale della favola. Per adesso abbiamo aiutato le banche, dice il banchiere, e poiché non c’è da aspettarsi dai governi nessuna collaborazione effettiva, dovremo trovare il modo di occuparci anche del resto.

Ma soprattutto un’altra cosa: non fate arrabbiare mai un banchiere centrale.

Potrebbe dirvi quello che pensa.