Comprare casa con i prezzi del 2005 e i redditi del ’91

Sento dire, e anzi ripetere, che la domanda di mutui cresce, e leggo sulla stampa di aumenti a due cifre delle compravendite. Mi chiama persino il mio bancario, chiedendomi se davvero non voglia approfittare dei tassi straordinariamente bassi, “come mai ho visto in venti anni che lavoro in banca”, e magari fare un debituccio per comprare una casa più grande.

Magari, mi dico. Ma per fortuna mi è rimasto un po’ di buon senso.

Capisco perciò che l’industria del mattone sta provando a far ripartire il suo motore arrugginito dalla speculazione dissennata dei primi anni 2000, spargendo qua e là semi di fiducia che si spera fioriscano con i soldi delle banche centrali.

Ma il velo di Maya dell’illusione monetaria, sapientemente tessuto dalla Bce, non può celare a lungo la mia ragionevolezza esercitata al lume dell’economia domestica.

Sicché, una volta strappato questo velo, appare nuda e cruda una semplice verità che le statistiche farlocche sui presunti rimbalzi immobiliari non possono celare: per comprare casa ci vogliono i soldi. E anche tanti.

Il denaro preso a prestito a basso costo non serve a niente se poi non dispongo di redditi sufficienti a onorare i mie debiti (a parte che nessuna banca mi darebbe un mutuo) e inoltre il denaro a basso costo non ha nessuna influenza diretta su quella che è poi la variabile più importante: il prezzo delle abitazioni.

Eh, ma dai, i prezzi sono calati dopo il 2008, direte voi. Certo, come no. L’Istat ce lo dice ad ogni rilevazione.

Però suggerisco di dare un’occhiata a un grafico che la Banca d’Italia ha pubblicato nell’ultimo bollettino economico di aprile, dove si raffigura in una curva l’andamento del prezzo delle abitazioni dal 2000 al 2014.

Ebbene, fatto 100 l’indice nel 2005, oggi siamo appena sotto, dopo aver toccato un picco vicino a 115 nel 2008.

Quindi è vero che i prezzi sono calati. Ma è vero altresì che siamo ai livelli del 2005, quando i prezzi erano in pieno boom. E se pensate che esagero, allora sappiate che nel 2000 l’indice quotava meno di 70.

Ciò significa che siamo ancora nella fascia alta della curva dei prezzi. E questo non c’è QE che possa cambiarlo. Anzi, semmai può solo incoraggiare ulteriori aumenti.

Se i prezzi sono questi (e le compravendite sono ancora intorno a un indice 55), bisogna chiedersi quali redditi dovrebbero sostenerli.

Bene, per avere una visione storica dell’andamento dei nostri redditi mi servo di una rilevazione pubblicata nel dicembre scorso sempre dalla Banca d’Italia, quella sui bilanci delle famiglie italiane, che per quanto recente è stata costruita sui dati del 2012. Ma tanto non mi pare ci siano stati significativi aumenti di reddito da allora. Al contrario: il prodotto è sceso.

Bankitalia nota che fra il 2010 e il 2012 il reddito familiare ha subito un calo del 7,3%. Che non sarebbe un gran problema se non si inserisse in un trend alquanto depressivo.

Per apprezzarlo, Bankitalia usa la definizione di reddito equivalente, che ha lo scopo di ricavare una misura che approssimi il livello di benessere economico.

Il reddito equivalente corrisponde in pratica al “reddito di cui ciascun individuo dovrebbe disporre se vivesse da solo per raggiungere lo stesso tenore di vita che ha nella famiglia in cui vive”.

Quindi, ad esempio, il reddito di cui dovrebbe disporre una persona che vive da single. Per la cronaca, tale reddito equivalente nel 2012 era 17.814 euro, come dato di media generale (indice 100/Italia)

La cosa interessante è che i dati presentati da Bankitalia mostrano l’andamento del reddito equivalente dal 1991 al 2012.

Quello che scopro, guardano i grafici, è alquanto deprimente. La categoria dei lavoratori dipendenti ha visto diminuire il suo indice dai 115 punti del 1991 a poco sotto 110 nel 2012. Quindi il loro reddito equivalente è diminuito di circa il 4% nel frattempo.

Gli autonomi, che partivano da 135 nel 1991, stanno poco sopra 140. Quindi per loro il reddito equivalente è cresciuto di quasi il 4%.

Il reddito equivalente delle persone d’incerta condizione professionale è rimasto piatto.

L’unico reddito cresciuto è quello dei pensionati, passato da 95 a 115: +21%.

Ne deduco che gli unici che forse si possono permettere di comprare una casa siano i pensionati, che hanno di sicuro risparmi da parte e una possibilità di sostenere la rata del mutuo con il proprio reddito. Peccato che di solito un anziano la casa ce l’ha già. Potrà comprarla per i figli allora, sempre che la banca accetti di fargli un mutuo ventennale alla sua età.

Per il resto di noi, che vive del proprio lavoro, l’enigma economico rimane: come dovremmo fare a comprare una casa coi prezzi del 2005 e i redditi del 1991?

Accetto suggerimenti.

 

Gli Usa e noi: il futuro non è cambiato

Oggi voglio solo riportarvi parole non mie, che mi sono capitate sotto gli occhi e che ho trovato una ottima rappresentazione della nostra situazione e di quella globale. Ne riporto i passi salienti.

“I problemi economici degli Stati Uniti sono, necessariamente, al centro dell’attenzione mondiale, più di quanto i problemi economici del mondo, nel suo insieme, risultino interessare la politica economica statunitense”.

“La formula kennediana ‘Dalla indipendenza alla interdipendenza’, anche a livello di speranza o di obiettivo potenziale, non sembra avere alcun rapporto con l’indifferenza benevola che ha ispirato negli ultimi tempi le decisioni economiche rilevanti degli Stati Uniti, con riguardo particolare ai problemi monetari internazionali. E si tratta di una “indifferenza” che, agli effetti pratici, sposta l’accento su un rapporto di dipendenza di molti paesi del resto del mondo dagli Stati Uniti, più che su legami di interdipendenza”.

“A questi esiti, d’altra parte, non è stata estranea l’incapacità dimostrata dall’Europa a dare un contributo positivo alla creazione di un sistema di poteri bilancianti, destinati ad evitare un assoggettamento effettivo della disgregata area economica rispetto alle potenze egemoni. Non può sfuggire che il futuro europeo, come configurato dalla prevaricante ed economicamente osoleta visione teutonica, non corrisponda agli ideali che mossero la costruzione economica”.

“Questa negli auspici avrebbe dovuto basarsi su rapporti di effettiva parità tra i vari membri: sulla realistica comprensione che i dislivelli di partenza dei diversi paesi non potevano non ingenerare tensioni con il procedere dell’unificazione; sulla conseguente necessità di accorgimenti adeguati, per poter avanzare di conserva ed evitare l’instaurarsi di direttorii”.

“Più che sui problemi di fondo, tuttavia, l’attenzione odierna sembra concentrarsi sull’evoluzione congiunturale. Ciò non toglie che gli Stati Uniti siano soprattutto preoccupati dei loro problemi interni, concorrendo non di meno, per le dimensioni stesse di quei problemi, ad aggravare quelli degli altri”.

“Prevale ora negli Stati Uniti, per quanto riguarda l’andamento dell’economia nella seconda parte dell’anno, un clima più fiducioso. I consiglieri economici presidenziali e i responsabili della Fed (questi ultimi anche come artefici della ripresa), con la determinazione di più agevoli condizioni monetarie si attendono un consistente miglioramento in termini di reddito”.

“Più dubbie sono le previsioni per l’occupazione, specie se dai dati globali si passa alle cifre concernenti particolari categorie di lavoratori, meno favoriti per età e grado di qualificazione. Ancor più grigio appare il quadro di chi spinge a considerare se l’espansione fiscale e monetaria odierna non si tradurrà a breve scadenza in rinnovate tensioni inflazionistiche. Ne manca chi indichi vicina l’epoca di un nuovo rapido deterioramento alla situazione economica”.

Personalmente credo che non si possa sintetizzare meglio quello che sta accadendo.

Dimenticavo: il testo da cui ho attinto è un articolo scritto da Federico Caffé il 3 giugno 1975, intitolato “Dalla interdipendenza alla dipendenza?”.

Cosa è successo nei quarant’anni successivi?

Niente.

Il futuro non è cambiato.

Il DEF non è roba da Signorini

Quando finalmente arrivo alla 28esima e ultima pagina della lunga audizione in commissione parlamentare sul DEF di Luigi Signorini, vice direttore generale della Banca d’Italia, scovo nei recessi della memoria un pensiero atavico che riemerge come un fungo velenoso dalla nebbia: si stava meglio quando si stava peggio.

E non sono tanto le argomentazioni di Signorini, che sono cortesi e documentate come si conviene a un banchiere centrale, a farmi rifugiare nel passato. Piuttosto alcune tavole aggiunte in appendice che monitorano la nostra contabilità pubblica dal 2005 al 2014.

Mi rendo conto che, rispetto ad oggi, il 2005, che pure non è che fosse ‘sto granché, era una anno meraviglioso.

Per dire: avevamo un debito/pil del 101,9%, a fronte del 132,1 del 2014, la spesa pubblica era al 47,1% a fronte del corrente 51,1%. La pressione fiscale, compresi i contributi, era al 39,1, e ora siamo al 43,5 e pagavamo interessi sul debito per il 4,5% del Pil a fronte del 4,7 del 2014.

E mi accorgo, guardando queste cifre e poi rileggendo Signorini che tornare da dove siamo partiti, fosse anche il 2005, agli albori della peggiore crisi della nostra storia recente, richiederà ben altro sforzo che quello delineato nei documenti del governo che Signorini commenta con tono trattenuto, spinto dall’evidente dovere d’ufficio e insieme dal desiderio di seminare qualche elemento di ragionevolezza nel fantastico mondo delle previsioni governative.

Ma sarebbe ingeneroso dire che il DEF è un libro dei sogni. I tanti che lo dicono dimenticano quale sia la sua funzione precipua. Il DEF non è un documento di economia. E’ un documento politico, che usa retoricamente l’economia per sostenere decisioni politiche.

In tale contesto ha gioco facile chi individui battibecchi fra governo e Bankitalia, come quello sul presunto tesoretto che ha campeggiato sulla stampa in questi giorni. E’ del tutto evidente che Bankitalia faccia Bankitalia, ricordando la necessità di mantenere l’equilibrio dei conti pubblici, utilizzando eventuali risorse a consolidare il percorso di rientro fiscale. Così come è evidente che il governo faccia il governo facendo credere al popolo che sono in arrivo risorse aggiuntive per saziare la sua fame atavica.

Poiché questo gioco, che pure ho giocato anch’io, mi ha stancato, decido di leggere il DEF, e le valutazioni di Signorini provando a coglierne le qualità, invece delle quantità.

Ne viene fuori, oltre al pensiero che già vi ho detto, una fastidiosa sensazione, che il dettato del DEF e il commento di Signorini rafforzano: stiamo facendo una scommessa collettiva, peraltro con i soldi della Bce (ma soprattutto di Bankitalia).

Parlo di scommessa non a caso.

La premessa che il ciclo dell’economia mostri segni di miglioramento non basta a celare la sostanza della questione in gioco. “Lo scenario descritto nel DEF per il biennio 2015-16 – sottolinea Signorini – è plausibile, anche se non esente da rischi a breve termine: i miglioramenti della fiducia devono consolidarsi; l’incertezza sull’esito delle trattative sul programma di aggiustamento del governo greco resta elevata e può indurre
volatilità nelle condizioni finanziarie”.

Ma “questo scenario è reso possibile dal pieno dispiegarsi degli effetti del programma di acquisto di
titoli dell’Eurosistema”. Ossia dalla Bce, che con il suo QE ha rivitalizzato innanzitutto i mercati finanziari e valutari, incoraggiando la propensione al rischio e svalutando l’euro quel tanto che si spera basti per dare ossigeno alle esportazioni, ossia la voce principale che sostiene la crescita del nostro prodotto.

Le misure interne, infatti, dal credito d’imposta per i dipendenti agli sgravi Irap, “fornirebbero un contributo positivo di circa un terzo di punto percentuale alla crescita del prodotto nel biennio 2015-16”.

Se si nota che il grosso del nostro sviluppo dipenderà come pare dal contesto internazionale, si può apprezzare compiutamente il senso della scommessa del governo.

Ancor di più se si nota come il DEF, per il triennio 2017-2019 preveda un’espansione ancora più robusta, ma sempre basandosi sull’ipotesi che permangano “condizioni estremamente favorevoli sui mercati finanziari e l’ipotesi di quotazioni del greggio stabili, ai livelli minimi osservati negli ultimi mesi”.

Tutte variabili al di fuori del nostro controllo.

Da parte nostra, nota Signorini, dovremmo provvedere ad attuare le riforme – i politici – e riprendere a consumare e a investire, le famiglie e le imprese. Circostanze alquanto aleatorie.

E poi c’è la questione della finanza pubblica. E’ stato fatto qualche progresso nel contenimento della spesa, osserva Signorini, ma lungi dall’essere sufficiente. E il grosso del miglioramento dei nostri conti pubblici si deve sostanzialmente al calo della spesa per interessi, (variabile ancora una volta fuori dal controllo del governo) diminuita di o,3 punti di Pil, che però è stata compensata da un minore avanzo primario dello 0,2%.

E anche il rispetto delle regole europee sul deficit e sul debito è appesa all’andamento di quest’anno e del prossimo, quando le regole verranno violate, e siamo ancora in attesa di sapere cose ne dirà la Commissione europea.

Noto, grazie a Signorini, che l’introito previsto dal governo per le privatizzazioni, altro sacro graal governativo insieme con le spendig review e le riforme, è stato rivisto al ribasso, dallo 0,7 per cento del Pil ogni anno per i prossimi tre del DEF scorso, allo 0,4% del DEf attuale fra il 2015 e il 2018. Ma, nota il banchiere, bisogna spingere sul pedale dell’attuazione, esattamente come occorebbe fare per le riforme.

Insomma: siamo infilati in una scommessa che si gioca, letteralmente sulla fiducia. Questo capisco. E le persone ragionevoli che guardano ai numeri coltivano ampi dubbi circa l’esito di tale scommessa.

Ma d’altronde, come dicevo prima, il Def è un documento politico, roba per gente con parecchio pelo sullo stomaco e senza peli sulla lingua, non certo roba da signorine.

Tantomeno da Signorini.

 

 

 

L’origine estera della crescita italiana

Mentre sfoglio curioso il volume dell’ultimo DEF del governo, dalla Banca d’Italia arriva l’ultimo bollettino economico che fotografa l’andamento dell’economia e tira le somme del 2014.

Poiché i consuntivi dicono sempre di più dei preventivi, mi affretto a cambiare argomento e inizio a leggere quello che dice Bankitalia, nel cui bollettino il riferimento al Def occupa poche righe dell’ampio sommario che precede il resoconto.

Qui leggo che, anche grazie al QE della BCE, “in uno scenario di piena attuazione del piano, la crescita del prodotto in Italia potrebbe essere superiore allo 0,5 per cento quest’anno e attorno all’1,5 il prossimo”.

Tutti d’accordo insomma: il 2015 sarà l’anno del ritorno alla crescita. Che sia dello 0,5, come si prevede, o di qualche decimale in più dal mio punto di vista cambia poco. Quel che conta è invertire una tendenza che dura ormai da anni. E anche su questo c’è piena sintonia fra gli osservatori.

Poi però trovo una tabella che riepiloga l’andamento del Pil l’anno scorso, suddivisa fra le varie componenti, col suo triste -0,4% finale, che ci racconta di un anno, quello trascorso, dove la domanda nazionale ha contribuito negativamente per -0,7%, e gli investimenti ancora peggio, con il -3,3%.

A fronte di ciò appare una crescita dell’import, in aumento dell’1,8% rispetto all’anno precedente, e soprattutto dell’export, +2,7%. Il saldo indica che l’export netto ha contribuito alla crescita solo per lo 0,3%, non sufficiente quindi a controbilanciare gli altri contributi negativi che sono arrivati dal resto delle componenti del Pil.

Mi chiedo perciò da dove dovrebbe arrivare la crescita quest’anno.

Bankitalia riconosce che permane una debolezza di fondo dell’attività economica, con l’indicatore Ita-coin ancora in territorio negativo. Ricordo che tale indicatore misura l’andamento della congiuntura.

“Segnali più favorevoli provengono dalle inchieste qualitative, che delineano un quadro di maggior fiducia nei giudizi di imprese e famiglie, soprattutto in termini prospettici”, aggiunge.

In pratica, la crescita dovrebbe dipendere dalla nostra capacità di farci tornare la voglia di produrre e lavorare di più, oltre che di spendere i soldi che teniamo fermi in banca.

In sostanza è una scommessa sul futuro.

A ciò si aggiunga che un “impulso alla crescita potrà scaturire dall’ampliamento del programma di acquisto di titoli recentemente varato dal Consiglio direttivo della Banca centrale europea” e che “l’attività economica beneficerebbe inoltre delle basse quotazioni del greggio: la riduzione della spesa energetica libera risorse che famiglie e imprese possono destinare a consumi e investimenti e potrebbe contribuire a un effetto sul prodotto nell’ordine di mezzo punto percentuale in due anni”.

Se questo è il quadro, l’unica cosa certa è che la crescita è incerta, per il semplice fatto che si basa su ipotesi molto incerte.

L’unica cosa sicura, al momento, è il QE, i cui effetti macroeconomici sono altrettanto incerti, basati come sono su stime della banca centrale italiana effettuate sulla base del proprio modello econometrico.

Tali stime ipotizzano che il Pil italiano potrebbe aumentare cumulativamente dell’1,4% nel biennio 2015-16 grazie al QE di Draghi.

Attenzione però: tale assunzione porta con sé alcune ipotesi macro, che è interessante conoscere per capire su cosa sia fondata questa previsione.

In particolare Bankitalia ipotizza che “i rendimenti dei titoli di Stato scendano di circa 85 punti base, favorendo una ricomposizione dei portafogli verso strumenti più redditizi; i tassi bancari si riducano di 35 punti base per le famiglie e di 20 per le imprese, contribuendo a stimolare la domanda di prestiti; il tasso di cambio si deprezzi nei confronti del dollaro dell’11,4 per cento (del 6,5 tenendo anche conto della quota di scambi commerciali dell’Italia con il resto dell’area dell’euro e con gli altri paesi); la domanda estera potenziale dell’Italia cresca di quasi lo 0,5 per cento, grazie alla più sostenuta attività economica negli altri paesi dell’area”.

Se tutte questi condizioni si verificheranno, il QE potrebbe favorire una crescita del prodotto “superiore allo 0,5 per cento quest’anno e attorno all’1,5 il prossimo”.

A fronte di queste previsioni, il DEF del governo stima “per il 2015 un incremento del PIL pari allo 0,7 per cento, che si porterebbe all’1,4 e all’1,5 per cento nel 2016 e 2017”.

Quindi secondo il governo, nel biennio 2015-16 il Pil dovrebbe crescere cumulativamente del 2,1%, secondo Bankitalia almeno del 2%, l’1,4% del quale grazie al QE.

In sostanza, la crescita dipenderà dall’assunzione di maggiori rischi e più debiti, da parte degli operatori interni, e dalla domanda estera.

Soprattutto da quella.

Il QE non frena la galoppata del debito privato

Anche i più estenuati corifei dei vari quantitative easing dovranno farsi piacere un’antipatica evidenza che il Fmi sottolinea nel suo ultimo Global financial stability report: l’allentamento monetario non ha fatto diminuire la montagna di debito che grava sul nostro futuro. L’ha erosa qua e là, ma solo per spostarne il peso relativo da un punto all’altro del globo, e per certi versi l’ha incoraggiata. Ma il macigno è ancora fra noi, pesante e sempre più difficilmente gestibile.

Quel che è peggio, “guardando avanti, la crescita prevista sotto le attuali condizioni monetarie, sarà probabilmente insufficiente a ridurre il livello del debito significativamente”.

E quindi?

Semplice: il debito del nostro tempo rimane eterno. Ci costringe a rischiare sempre più il collo, come individui e come società, per riuscire a sostenerlo, e genera un costo che va ben al di là di quello rappresentato dagli interessi che matura ogni anno: è un costo che grava sulle potenzialità di crescita, sulla programmazione delle politiche economiche, sul welfare.

Viviamo, per così dire, sotto ipoteca, godendo schizofrenicamente ogni qualvolta una banca centrale affossa i rendimenti, come se ce ne venisse in tasca qualcosa oltre ai maggiori rischi che tali decisioni sussumono. E malgrado ce lo dicano pure a chiare lettere, come fa peraltro anche il Fmi, che stiamo vivendo molto pericolosamente.

Detto ciò, è sempre utile capire a che punto siamo, e a questo servono i rapporti internazionali. A tal proposito il Fmi nota che “le politiche monetarie accomodanti nelle economie avanzate hanno aiutato a ridurre il debito privato non finanziario supportando l’inflazione e la crescita e aumentando il valore degli asset”.

Ma è altresì vero che il disindebitamento non è avvenuto ovunque con le stesse modalità. In Europa si è proceduto attraverso pagamenti e/o svalutazione dei debiti. Nei paesi anglosassoni, dove il QE è cominciato anni fa, tramite l’accoppiata inflazione&crescita. E tuttavia nessuno dei due metodi sembra abbia funzionato pienamente: “L’indebitamento del settore privato rimane elevato in molte economie”.

I grafici proposti dal Fmi fotografano con bene questa evidenza. Negli Usa e in UK, dove il deleveraging è stato deciso, i debiti delle famiglie sono passati, rispettivamente, da circa il 90% e il 100% del Pil del 2008 al 90% e poco meno dell’80% del 2014. Quello delle imprese non finanziarie dal 70% e 100% del 2008, al 65% e 75% del 2014.

Nella zona euro le famiglie hanno raggiunto il loro picco di debito nel 2008 a poco sopra il 60% del Pil e da quel livello i ribassi sono stati minimi, mentre le imprese, che avevano superato il 100% del Pil ora stanno poco sotto.

In Giappone le famiglie si sono mosse poco dal loro circa 70% del pil di debiti e le imprese non finanziarie, che avevano raggiunto il 110% ora viaggiano intorno al 100%.

Se vi sembra poco…

In questo sostanziale fallimento delle politiche eccezionali, celato dall’euforia finanziaria delle borse, se ne nasconde un altro: “Guardando avanti – dice il Fmi – la crescita e l’inflazione previste sotto le attuali condizioni monetarie saranno probabilmente insufficienti a ridurre i debiti significativamente”.

In particolare, “Il deleveraging macroeconomico fino al 2020 potrebbe ridurre il debito di famiglie e imprese, ma in diverse economie non sarà sufficiente a liminare il peso dell’alto debito”. Anzi “alcune economie avanzate i cui debiti sono cresciuti bruscamente, è ancora probabile avranno un livello di debiti vicino al loro livello pre crisi.

Come esempio viene citato quello del debito lordo del settore corporate di Francia, Italia, Portogallo e Spagna, che “rimarrebbe sopra o vicino al 70% del Pil nel 2020 sulla base delle correnti previsioni su crescita e inflazione”.

Benvenuti nel futuro.

 

 

Il lato oscuro del petrolio low cost

Sempre perché è utile ricordare che una medaglia ha due facce, quando vi dicono che il calo del petrolio fa bene all’economia, ricordatevi che fa male all’altra metà del cielo, ossia alla finanza.

Se questa evidenza passa pressoché inosservata è perché il mondo ha bisogno di buone notizie, capaci di incrementare il buon umore, ossia l’unico antidoto alla crescente quantità di rischio che dobbiamo caricarci sulle spalle per scrollarci la pigrizia di dosso.

Ma il fatto che non se ne parli, col pretesto che è roba da azzeccagarbugli dell’informazione, non impedisce che tali malanni stiano covando sotto le nostre preziosissime terga. Solo che per conoscerli bisogna armarsi di pazienza e leggere roba noiosa come quella che pubblica il FMI nel suo ultimo Global financial stability report, dove un box titola proprio su “The Oil Price Fallout—Spillovers and Implications for the Financial Sector”.

Qui leggo ciò che a me pareva già evidente: ossia che non esistono pasti gratis nell’economia internazionale e tantomeno nella finanza internazionale. Ciò che fa bene ai paesi avanzati, che devono sborsare meno dollari per comprare il petrolio e quindi possono contare su un inaspettato miglioramento dei propri redditi, fa male a quei paesi che producono il petrolio.

Questo sul canale economico.

Su quello finanziario le complicazioni sono ancora maggiori.

Il primo esito che impensierisce il Fmi è l’amplificazione del rischio di credito per quei paesi e quelle compagnie che basano sul petrolio gli incassi energetici. In pratica costoro, molti dei quali notevolmente indebitati, hanno subito un riprezzamento del loro merito di credito da parte degli investitori. Che detto in parole povere chiedono loro più soldi per prestargliene a loro volta.

Per darvi un’idea di cosa ciò abbia comportato in pratica, basta ricordare che dall’estate 2014 gli spread sui bond denominati in dollari emessi dai paesi emergenti che hanno a che fare col petrolio sono quasi raddoppiati, il che rende assai più problematico per questi paesi gestire i loro debiti.

Chi come noi è fresco di spread alle stelle sa bene cosa ciò voglia dire.

Le valute di questi paesi, inoltre, hanno sperimentato pressioni al ribasso, complicando anche la gestione domestica dell’inflazione le cui aspettative, in diversi paesi emergenti, “risultano non bene ancorate”.

Il quadro peggiore se dai paesi sovrani si guarda la situazione delle corporation che agiscono nel settore energia, che hanno notevolmente aumentato il loro livello di indebitamento nella fase del  boom del prezzi delle commodity. “Storicamente – nota perfido il Fmi – i default nel settore corporate nel settore energia si sono verificati nella fase dei prezzi calanti”. E sarebbe strano il contrario, aggiungo.

Agli amanti dei numeri farà piacere sapere che il valore nozionale dei debiti del settore energetico, a livello globale, pesa circa 3 trilioni di dollari, 247 miliardi dei quali sono attribuibili al mercato americano delle obbligazioni ad alto rendimento, che è il modo elegante per dire che sono ad alto rischio.

Solo nel 2014, l’emissione di prestiti sindacati nel settore dell’oil e del gas ha raggiunto i 450 miliardi di dollari, pari al doppio del precedente picco del 2007, con una percentuale di prestiti leveraged, ossia ad alto rendimento perché altamente rischiosi,  passata dal 17% del 2006 al 45% del 2014.

Risulta peraltro che la maggior parte della banche considerate sistemicamente globali (GSIs) abbia nei suoi libri una quota che oscilla dal 2 al 4% di esposizione verso il settore energetico. “Un prolungato ribasso dei prezzi petroliferi, avverte il Fmi – può rendere complicato la capacità di servire il debito” e in ultima analisi la loro operatività.

Il costo del petrolio insomma impatta su chi ha finanziato i petrolieri.

A questo canale di potenziale instabilità, se ne aggiungono altri.

Le riserve dei paesi esportatori sono aumentate di 1,1 trilioni, quintuplicandosi, nell’ultimo decennio. Questa montagna di carta è diventata una componente rilevante della liquidità globale. Ossia una delle fonti alle quali si abbeverano per il loro funding il settore bancario globale e i mercati dei capitali.

Per darvene un’idea, i depositi bancari dei paesi esportatori, secondo i dati della BIS, sono più che raddoppiati dal 2004 al 2014, arrivando a 974 miliardi di dollari, e adesso detengono asset finanziari per oltre 2 trilioni di dollari, suddivisi fra equity (1,3 trilioni) Treasuries (580 miliardi), credito (230 miliardi) e agency debt (21 miliardi).

Bene, nel 2014 le riserve dei paesi esportatori sono diminuite di 88 miliardi e questo trend sembra confermato per il 2015. Ciò, osserva il Fmi, pure se appartiene al normale processo di riequilibrio in corso, può creare problemi. Specie considerando che il settore Oil e in generale delle commodity ha da tempo attirato per i suoi rendimenti l’attenzione dei cosiddetti investitori istituzionali, quindi ad esempio i fondi pensioni, che si stima abbiano in pancia il 45% dei future sul WTI, ossia il triplo di quanti ne detenevano nel 1990.

Quindi il costo del petrolio impatta anche su chi gestisce, per dire, i soldi dei futuri pensionati.

Sempre contenti che il petrolio cali?

La tremarella globale e la coperta corta della crescita

Come in un riassunto delle puntate precedenti, il Fondo monetario internazionale collaziona i peggiori tremori globali dovendosi occupare di redigere la nuova edizione del Global financial stability report.

Chi come me, per mestiere o per diletto, passa il tempo a leggere i resoconti preoccupati che arrivano da tutte le parti del mondo sulla situazione della finanza internazionale, della liquidità, dei mercati a reddito fisso o valutario, leggerà l’ennesimo monito del Fmi come una stanca ripetizione di circostanze note, che i compilatori del rapporto devono mettere insieme per dovere d’ufficio. E forse non ha tutti i torti.

Il fatto però è che il Fmi non fa filosofia, o almeno non ne fa più di tanto: incrocia dati statistici con modelli econometrici e ne trae previsioni e stime. Perciò quando si arriva alla conclusione che “gli sviluppi degli ultimi sei mesi hanno aumentato i rischi per la stabilità finanziaria globale”, possiamo solo fare due cose: ignorare l’allarme o toccare scaramanticamente ferro.

Qualcuno si stupirà che tale aumento di rischi coincida col migliorare delle previsione di crescita, che lo stesso Fmi ha pubblicato nel suo World Outlook più recente, persino per la povera e vecchia Eurozona. Ma in realtà non dovrebbe: le migliori previsioni di crescita sono la contropartita dell’aumentato rischio finanziario. Nessuno sfugge alla regola generale della finanza, forse l’unica che valga realmente, ossia che per aumentare i rendimenti bisogna rischiare di più. Chi non risica non rosica, dice il proverbio. Vale per ognuno di noi, ma anche per il mondo nel suo insieme.

Per avere più rendimento perciò, ossia più crescita, il mondo deve rischiare di più, sperando che la crescita non si riveli una coperta troppo corta per proteggerci dalla tremarella che tutti questi rischi provocano in ognuno di noi.

Tutto qua.

Sicché a me, che sono cresciuto a pane e allarmi, quelli del Fmi, pure se fatti per dovere d’ufficio, mi sembrano il prezzo ipocrita che il mondo economicizzato paga al suo senso di colpa, e come tali li considero: utili a comprendere ma insinceri ab imis fundamentis. Se fossero sinceri, questi almanacchi, dovrebbero confessare che l’instabilità è intrinseca nell’idea economica che essi stessi propagandano.

Se decido di parlarvene qui, è solo perché questo blog è la testimonianza del cronicario economico nel quale ognuno di noi vive. Questi rischi, quindi, ci riguardano personalmente e credo che conoscerli possa servire a salvare la pelle, o almeno a farsi meno male quando il redde rationem arriverà, come è sempre arrivato.

Tutto quello che c’è da sapere, o meglio da ricordare, sta scritto nell’excutive summary del documento che vi sommarizzo per punti, riservandomi gli approfondimenti per altri post.

La premessa dice già tutto: “Un ampio raggio di sviluppi macroeconomici, positivi e negativi, e finanziari si sono verificati nei sei mesi trascorsi. Al netto, questi sviluppi hanno aumentato i rischi per la stabilità finanziaria”.

Quindi stiamo rischiando di più per spuntare qualche decimale di crescita. Mi chiedo se avessimo alternative.

Di positivo c’è che i vari QE, non ultimo quello europeo, dovrebbero spingere il prodotto e insieme sconfiggere il baubau deflazionario che tutte le banche centrali dicono di voler debellare. Tale miracolo dovrebbe avvenire tramite una serie di canali, a cominciare da quello del credito.

Ma poiché il rapporto si occupa di stabilità finanziaria, ecco che il lato oscuro della forza (del QE) viene rappresentato con maggior nitidezza.

Un’altra affermazione rivela un dettaglio che molti trascurano: “Malgrado i benefici siano abbastanza ben distribuiti, gli impatti avversi dei recenti shock hanno avuto conseguenze su settori o economie già fragili. Nel frattempo le continue prese di rischio e i cambiamenti nei mercati del crediti hanno spostato il rischio dalle economie avanzate a quelle emergenti, dalle banche alle banche ombra, dai rischi di solvency a quelli di liquidità“.

Insomma: siamo inseriti in un gigantesco gioco delle tre carte. E conosciamo tutti chi sia il mazziere.

La questione monetaria, con i tassi ormai stabilmente in territorio negativo, ha chiare conseguenze per molti settori finanziari, a cominciare da quello assicurativo, e in particolare per quello europeo.

Solo per darvi un’idea, gli stress test assicurativi svolti dall’Eiopa (European Insurance and Occupational Pensions Authority) mostrano che il 24% degli assicuratori dell’area potrebbe non essere in grado di raggiungere i suoi requisiti di solvency in caso di prolungata durata di uno scenario di tassi bassi. Tale industria, ricorda il Fmi, gestisce 4,4 trilioni di asset nell’eurozona con crescente e profonde interconnessioni col resto del mondo.

Il QE, insomma, ci scava la fossa nel momento stesso in cui la riempie di euro.

Poi c’è la questione del debito privato, che si è sì ridotto, ma rimane alto e lo rimarrà ancora a lungo. Per dire: il Francia, Italia, Portogallo e Spagna si prevede che il debito corporate lordo rimarrà nell’ordine del 70% del Pil almeno fino al 2020, e quello delle famiglie, in UK e in Spagna, bel al di sopra.

Poi ci sono gli Stai Uniti, certo, con le loro indecisioni monetarie che rischiano di scaricare sui paesi emergenti, come è sempre successo ancora di recente, il costo dell’apprezzamento del dollaro, visto che costoro hanno emesso debito denominato in valuta estera, per lo più americana, a rotta di collo.

E che dire della Cina che già non si sappia? Magari che l’esposizione al settore del real estate, esclusi i mutui, è arrivata al 20% del Pil, o che magari “11 dei 21 paese emergenti monitorati settori bancari mostrano una notevole dipendenza dai crediti concessi al settore corporate”.

O magari, che il calo del petrolio ha reso i paesi esportatori, gonfi di debiti da ripagare, assai più fragili, e che tale fragilità inizia a fibrillare in Argentina, come in Brasile, con in Sudafrica o Nigeria.

Tutte queste circostanza hanno in comune rendere molto dipendenti dal funding estero questi paesi, le ex grandi speranze dell’Occidente, divenute ora la grande Minaccia Emergente.

Ma non sono solo le complicazioni dell’economia internazionale a preoccupare il Fmi. E’ l’infrastruttura stessa della finanza che è pericolosa, con i suoi sistemi ombra, le gravi crisi di liquidità alle quali si assiste di tanto in tanto, i cambiamenti profondi che abbiamo visto stanno intervento nei mercati.

Di fronte a questo scenario il Fmi consiglia prudenza, temperanza e moderazione.

Tutto il contrario della realtà

 

 

La lotteria delle pensioni: il boom infinito dei ’60

Leggo curioso una lunga intervista che il nuovo presidente dell’Inps ha rilasciato a Repubblica pochi giorni fa e vi scorgo una dichiarazione che non smette di sorprendermi.

Alla richiesta se l’Istituto stia pensando di ricalcolare le pensioni col metodo contributivo, per reperire le risorse per l’annunciata proposta di un intervento di reddito minimo per gli over 55enni rimasti a spasso e senza pensione, il presidente Inps risponde così: “Pensiamo che si debbano evitare il più possibile interventi sulle pensioni in essere. Se dovessero esserci esigenze finanziarie potremmo anche prendere in considerazione, ma solo per le pensioni alte, molto alte”.

A fronte di cotanta certezza, che non muove di un centimetro la posizione espressa dai vari governi finora succedutisi, osservo un grafico in cima alla pagina che ospita l’intervista dove leggo che la spesa totale per le pensioni italiane sul totale della spesa pubblica, dato 2011, ormai è ben oltre il 30%, dieci punti in più rispetto alla Germania e peggio persino della Grecia. E mi chiedo, senza trovare una risposta, come si possa pensare di lasciare tutto com’è e in nome di cosa.

Quale è la ragione per la quale in Italia ciò che è stato è stato?

Nella prudenza di tecnici e governanti, scorgo il feticcio dei diritti acquisiti, che valgono per molti, ma non per tutti, visto che i vari governi non si preoccupano di violarli quando gli fa comodo. E capisco pure le prudenze elettorali che derivano dall’essere i pensionati ormai oltre il 21% della popolazione, ossia una sostanziale maggioranza relativa dei votanti, atteso che i minori (dato 2014) sono poco più di dieci milioni. La demografia pesa in politica almeno quanto in economia, faremmo bene a ricordarcelo.

Sicché nella prudenza del presidente dell’Inps leggo il destino che attende tutti noi, che pensionati non siamo e che magari non lo saremo mai, o di sicuro non alle condizioni di cui hanno goduto quelli prima di noi.

E soprattutto nei dati della nostra spesa pensionistica, che in sessant’anni si è moltiplicata per quasi duemila a valore nominale, scorgo l’unico boom che ha dignità di esser chiamato tale nel nostro paese: quello delle pensioni che, iniziato negli anni ’50, conosce nei ’60 la sua incredibile parabola espansiva che ben altro esito produrrà sulla nostra storia, rispetto al misero boom del prodotto interno lordo registrato nel periodo 1959-1963. Quello è finito in malora. Quello delle pensioni, dura da allora e nessuno minaccia di fermarlo. Al massimo si prova a rallentarlo.

Un dato di sintesi permetterà di apprezzare perché non è esagerato parlare di boom e collocarlo negli anni ’60.

Un bel grafico, che ho trovato nel libro di Maurizio Ferrera e altri, che ha accompagnato questa nostra ricognizione nel welfare all’italiana illustra l’andamento della spesa totale per pensioni fra il 1951, quando era di poche centinaia di miliardi (a prezzi costanti del 1970), al 1977, quando ormai aveva superato i 5.000 miliardi (sempre a prezzi costanti del 1970).

In pratica in un quarto di secolo la spesa a prezzi costanti si è moltiplicata per un fattore di almeno 25, assai più di quanto avrebbe giustificato l’aumento del costo della vita o della demografia. Si è trattato di precise scelte politiche, ossia di tutti noi (sarebbe miope accusare solo quelli che fanno le leggi ignorando il contesto socio-istituzionale). O meglio della generazione che guidava il paese nel tardo secondo dopoguerra.

Se guardiamo le responsabilità politiche, infatti, notiamo che le riforme più costose sono state approvate con ampi consensi parlamentari e più tardi sindacali, opposizione compresa, a dimostrazione che il consenso su questa modalità di uso della spesa pubblica è stato pressoché universale. La pensione, insieme con la casa, appartiene alla mitologia dell’essere italiani, a quanto pare.

La lunga parabola espansiva, come la chiama Ferrera, inizi proprio a metà degli anni ’50 e dura almeno un ventennio, trovando nei ’60 l’apice della dissennatezza che i ’70 si incaricheranno solo di consolidare.

Fra il 1955 e il 1975, infatti, le pensioni aumentano di numero al ritmo di oltre 1,5 milioni ogni cinque anni, arrivando a crescere di ben 2 milioni 737 mila unità nel 1970 e di 2 milioni 350 mila nel 1975.

Vi faccio notare che nel 1975 era in vigore già da 19 anni la normativa sulle pensioni baby, che pochi anni prima era stata approvata abbassando  a 2o anni, 15 per le donne, l’età contributiva per i dipendenti pubblici per andare in pensione. In pratica, una donna nata nel 1940, che fosse dipendente pubblica nel 1960, quando ancora lo Stato assumeva a spron battuto, nel 1975 poteva già essere in pensione, e ancora oggi continuare a godersela. Si capisce bene perché aumentarono così tanto i pensionati.

Però, dice il presidente dell’Inps, le pensioni in essere non si toccano.

Chi ha avuto ha avuto.

Osservo deliziato che l’ultimo picco di pensioni concesse, pari a 1 milione 229 mila, al livello del 1955, quando fu approvata la riforma degli agrari, si è toccato nel 1995, quando il governo tentò la sua timida riforma contributiva. L’ennesima beffa.

Se guardiamo agli importi, espressi in euro del 2010, notiamo come quello medio del 1955, pari a  1.268 euro 2010, praticamente sia raddoppiato nel 1965, collocandosi a 2.475, per arrivare a 4.125 nel 1975, e a 6.552 nel 1985. In pratica, in trent’anni l’importo medio è aumentato di oltre cinque volte, mentre nei venti anni successivi appena del 51%.

Il dissesto della nostra previdenza, perciò, si consuma nel trentennio fra il 1955 e il 1985, e gli anni ’60 stanno com’è logico che sia, in mezzo.

Per evitare di annoiarvi con i dettagli, ricordo solo che la prima metà degli anni ’60 fu sostanzialmente preparatoria. A parte alcuni aumenti dei minimi concessi ad alcune categorie, che comunque fecero salire parecchio la spesa complessiva, non si segnalano eventi rilevanti. Ricordo pure che già dal 1963 si provò a indicizzare le pensioni . E che risale alla legge 3 agosto 1962 l’abbassamento dell’età pensionabile delle donne a 60 anni, che durerà fino a tempi recenti.

Per apprezzare quanto siano costati questi mini-interventi, basta osservare che fra il 1958 e il 1963, la spesa pensionistica passò da 418 a 870 miliardi, con un’accelerazione  nel 1962, quando si passò dai 528 miliardi del 1961 a 768. Il boom dell’economia coincise con quello delle pensioni, insomma, alle quale furono concessi incrementi come mai prima nella storia. Solo che quello dell’economia poi si fermò. Quello delle pensioni no.

In compenso il lavoro propositivo è frenetico. Nella III legislatura, quindi fra il 1958 e il 1963, vengono presentate 211 proposte di legge sulla protezione sociale, 97 delle quali riguardano le pensioni e solo 6 la disoccupazione, che a mio modesto avviso spiega meglio di ogni altro argomento cosa sia il nostro paese.

Ma il punto di svolta avviene nel 1965, quando fu varata la legge 903, ennesima grande riforma incrementale del sistema, che fra l’altro istituì le pensioni di anzianità per i dipendenti privati, con 35 anni di anzianità, che seguì a quella del 1956 che l’aveva istituita per i dipendenti pubblici insieme con l’introduzione del sistema retributivo, sistema di calcolo che durerà fino alla riforma Dini del ’95.

Le pensioni del settore privato però, a differenza del pubblico, venivano ancora calcolate a contributivo (come adesso).

Ma non accadde solo questo. La legge del ’65 mise la base della pensione sociale, all’epoca individuata come il trattamento pensionistico minimo per tutti i lavoratori. Quindi non equivale a quella che conosciamo oggi, ma è un po’ la sua progenitrice.

L’anno successivo fu estesa la tutela ai commercianti, ma soprattutto si preparò il clima per l’ultimo grande intervento incrementale, che si verificherà nel bel mezzo delle contestazioni operaie e studentesche, in un clima intriso della retorica dei diritti e del tutto gratis a tutti, preparatorio della grande abbuffata degli anni ’70.

La riforma del 1965 prevedeva l’esercizio di una delega che però non venne esercitata nel tempo di due anni previsto.

Il governo, dopo un’ampia negoziazione con i sindacati decise di rivedere il contenuto della delega e così arriva al Dpr 488 del 1968 che previde l’ennesimo aumento di spesa pensionistica. Oltre all’aumento dei minimi, si decise anche l’introduzione del sistema retributivo nel settore privato, anche se ancora in forma diluita.

Il governo provò anche a fare un passo indietro sulle pensioni di anzianitià, che oltre ad essere l’ennesimo unicum italiano, avevano provocato 170 miliardi di spesa aggiuntiva solo nel primo triennio di approvazione, e riuscì persino a cancellarle, fra gli strepiti dell’opposizione.

La Cgil reagì duramente aprendo una vertenza pensione. Il clima dell’epoca favorì la mobilitazione e il governo cedette su tutta la linea.

Il governo, guidato da Mariano Rumor realizzò quel “grande accordo spartitorio con il quale si conclude la fase di più robusta espansione del sistema pensionistico italiano”, chiosa Ferrera.

Con la legge 153 del 1969 le molte richieste dei sindacati vengono accolte, fra le quali l’indicizzazione delle pensioni in corso al costo della vita e il rafforzamento del ruolo dei sindacati dentro l’Inps. Fra l’altro viene adottata la pensione sociale, come la conosciamo adesso, e vengono reintrodotte le pensioni di anzianità che solo con la riforma Fornero del 2012 sono state abolite.

L’impostazione di base, generosa, deficitaria e inguale, non muta negli anni successivi.

Nel 1975 le pensioni superiori al minimo vengono indicizzate alla crescita delle retribuzioni nel settore industriali. Nel 1976 vennero concessi ai dipendenti  pubblici sistemi di calcolo per il retributivo più generosi. E ancora nel 1990 si arrivò a istituire il calcolo retributivo per le pensioni del lavoro autonomo assicurate presso l’Inps. Come se il bengodi non dovesse finire mai.

E infatti non finì, neanche nel 1992. Per qualcuno dura ancora.

Ma non ditelo al presidente Inps.

(3/fine)

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La lotteria delle pensioni: i semi velenosi degli anni ’50

Scorro statistiche ammuffite, che raccontano di un’Italia che mi risulta aliena, per quanto è remota, eppure terribilmente concreta per gli effetti che le decisioni a suo tempo prese hanno sulla mia vita e su quella di tutti noi.

E poiché debbo discorrere di pensioni, m’infliggo una defatigante lettura delle statistiche sulla popolazione, concentrando l’attenzione nel periodo successivo al secondo dopoguerra, quando il dibattito sulla previdenza iniziò a infuriare.

Gli studiosi raccontano dell’infinità di proposte di legge depositate in Parlamento per riformare la previdenza, e ciò malgrado gli anziani fossero ben pochi.

Anche qui, scopro un’Italia che abbiamo ormai dimenticato, dove i residenti fino a 5 anni, nel 1951, erano più del 9% del totale della popolazione, a fronte del 6% di sessant’anni dopo, mentre gli ultra65enni erano poco più dell’8% della popolazione, che all’epoca quotava 47 milioni e 515mila, a fronte del 21% dei 59 milioni e 434mila residenti del 2011.

Faccio un salto di dieci anni, durante i quali si piantano le robuste radici della nostra imprevidente previdenza, e scopro che i numeri sono cambiati di poco, ma si è già verificata un’inversione di trend. I residenti fino a cinque anni sono scesi all’8,2% circa dei 50 milioni e 623 mila residenti, mentre gli ultrasessantacinquenni sono arrivati al 9,5%.

Nel 1971, a disastro pensionistico ormai consumato, il trend di quello che diventerà l’Italia, comune peraltro agli altri paesi avanzati, è già ben delineato. Sui 54 milioni 137 milioni di residenti, quelli con meno di cinque anni sono l’8,1%, a fronte dell’oltre 11% degli ultra65enni. Quindi non è che già all’epoca non si potesse immaginare dove ci avrebbe condotto la demografia. Solo che nessuno se ne è preoccupato.

Se ne sono infischiati.

Un altro indicatore demografico, rivela con chiarezza che l’andamento dell’invecchiamento della popolazione era scritto nei numeri, mentre il nostro Parlamento legiferava per aumentare in maniera dissennata la spesa previdenziale. Mi riferisco all’indice di vecchiaia, ossia al rapporto percentuale fra la popolazione di 65 anni e quella di 0-14 anni, quindi riferito a un universo giovanile più ampio di quello che abbiamo visto finora.

Nel 1951 tale indice misurava 31,4, che significa che c’erano 31,4 anziani ogni cento 0-14enni. Nel ’61 erano già 38,9. E dieci anni dopo a 46,1. Il trend, insomma, era chiarissimo.

Certo nessuno poteva presagire che si arrivasse ai 144 anziani su 100 giovani del 2009, ma una sana prudenza attuariale avrebbe dovuto suggerire prudenza politica, che invece è venuta a mancare già dall’inizio degli anni ’50, quando il dibattito sulle pensioni, malgrado il numero relativamente contenuto degli anziani, infuriava come oggi.

Ed è proprio nei meravigliosi anni ’50, anni di grandi speranze, che si piantano i semi velenosi dai quali germoglierà il nostro dissesto pensionistico, che in fondo altro non è che l’altra faccia del nostro dissesto sociale.

Non serve essere sociologi per capire i guasti che può provocare a una società la tentazione di vincere una pensione alla lotteria. E mi chiedo, mentre scorro le vecchie cronache di quegli anni, che popolo siamo, visto che abbiamo dimostrato con la nostra storia di privilegiare la spesa pensionistica, e per giunta anticipando sempre più l’età del pensionamento, rispetto a qualunque altra forme di welfare, familiare o lavorativo.

Preferisco non rispondermi.

Meglio osservare che già all’inizio dei ’50 si mettono le basi del nostro presente.

La prima legge, la numero 633 del 28 luglio 1950, estende a tutti i dipendenti la tutela della vecchiaia. Quindi la legge 218 del 1952, che conferma il passaggio dal vecchio sistema a capitalizzazione a quello a ripartizione, fissando pure il requisito di 15 anni di contribuzione per avere diritto alla prestazione di vecchiaia, con tanto di deroga che prevede che tale diritto, fra il 1952 e il 1962, sia estensibile anche ai lavoratori con meno di 15 anni.

La fase autenticamente espansiva, tuttavia, inizierà pochi anni dopo. La lotta per la conquista dei consensi fra Dc e Pci, verrà combattuta innanzitutto sul terreno delle pensioni. Cosa c’è di meglio che garantire una provvidenza per conquistare consenso? Sempre meglio che lavorare, direbbero i giornalisti.

Come simpatico aneddoto valga quello che ci racconta della legge 55 del 1958, quando già molti danni erano stati fatti.

Poiché si doveva votare, nel febbraio di quell’anno, il 30 ottobre del 1957 il ministro del Lavoro Gui presenta un disegno di legge che si propone di facilitare l’accesso alle pensioni di reversibilità e di aumentare i trattamenti pensionistici di un robusto 22%. La legge viene approvata il 20 febbraio, con importi addirittura superiori a quelli previsti dal governo: a conti fatti le prestazioni aumenteranno del 35-50%.

Sarebbe troppo lungo e anche noioso far qui l’elenco degli importanti provvedimenti presi negli anni ’50 sul fronte pensionistico, frutto di una furiosa quanto incomprensibile (o al contrario chiarissima) fissazione per le pensioni, che come vedete non ci è mai passata.

Ricordo solo la riforma che estese agli agricoli la tutela previdenziale e quindi agli artigiani, prodromiche alla generale estensioni della tutela agli autonomi. O quella che previde di aumentare il bacino delle cosiddette pensioni quasi-gratis, ossia concesse agli agricoli anche a fronte di un solo anno di contributi. Gestioni strutturalmente deficitarie, quindi, destinate a dispiegare i suoi effetti sulle generazioni a venire.

Preferisco raccontarvi nel dettaglio la storia di un istituto che solo la nostra sperimentata fantasia poteva immaginare: le baby pensioni, cui si affiancarono le pensioni di anzianità.

E infatti è proprio negli anni ’50, contrariamente a quanto pensano molti, che nascono le baby pensioni per i dipendenti pubblici, non a caso definite “la più vistosa anomalia del sistema pensionistico italiano” nel libro di Ferrera, che come un novello Virgilio mi guida negli inferi previdenziali italiani.

Mi chiedo quanto sia giusto che uno stato regali una pensione ai suoi dipendenti pubblici dopo vent’anni di lavoro, ridotti a 15 per le donne coniugate con figli, incoraggiando così la peggiore considerazione del lavoro, ossia come stato di disgrazia dal quale evadere prima possibile, per tacere delle infinite distorsioni che ciò provoca nel mercato del lavoro e sui conti pubblici.

Anche qui preferisco non rispondermi. Rispondono i fatti per me.

Il governo, Guidato da Pella, presentò il 20 ottobre 1953 un disegno di legge per istituire la tredicesima mensilità per gli ex dipendenti pubblici titolari di pensioni ordinarie. Un mese dopo le commissioni avevano già liquidato il provvedimento, che sei giorni dopo venne approvato dall’aula, divenendo la legge 876 del 1953.

Non pago, pochi giorni dopo il governo presentò un disegno di legge delega che si proponeva di emanare nuove norme relative al nuovo statuto degli impiegati civili e degli altri dipendenti dello Stato. Nel testo, però, non c’era alcun riferimento alle pensioni.

La solita manina inserirà il tema durante il passaggio al Senato.

I lavori parlamentari si protraggono, anche a causa del cambio di governo, che adesso vede Scelba alla presidenza del consiglio. Si arriva così al 1955, quando su pressione della Cisl e dopo la fine del governo Scelba, sostituito dal primo governo Segni, il governo trova la quadratura del cerchio che conduce, nel gennaio 1956, all’emissione di alcuni decreti del presidente della Repubblica che attuano la legge delega.

In particolare, il Dpr 20/1956 previde il diritto dei dipendenti pubblici a ricevere una pensione dopo 25 anni di servizio, ridotti a 20 nel caso di donne coniugate o con prole. Ed eccole qui le nostre pensioni baby, che più tardi, nel 1973, verranno ulteriormente “infantilizzate” portando gli anni minimi di contribuzione a 20 per gli uomini e 15 per le donne.

Sempre con Dpr, il numero 17, furono introdotte le pensioni di anzianità per i dipendenti pubblici (pensioni di vecchiaia all’età di 65 anni, con 20 anni di contributi, o a una pensioni di anzianità dopo 40 anni di servizio) e il sistema retributivo per il calcolo dell’assegno.

Tale decisione si rivelò gravosissima, sia perché per i dipendenti pubblici vigeva il sistema retributivo, sia perché non era previsto un meccanismo attuariale che aggiustasse le prestazioni sulla base dell’età anagrafica.

In pratica, al di là del dato contabile, si creò una coorte potenziale di 40-45enni sfaccendati e pensionati, buoni per lavorare in nero come sicuramente molti avranno fatto. E questa situazione è andata avanti fino al 1992, quando le baby pensioni furono cancellate.

Non riesco nemmeno a immaginare quanto sia costata, economicamente e socialmente, questa trovata. Osservo però che la spesa per pensioni, nel 1955, era poco meno del 25% del totale della spesa sociale, e che cinque anni dopo arriverà a sfiorare il 30% ( da 270 miliardi circa a 560) e da lì via via crescere fino al quasi 35% del 1970  e all’oltre il 40% del 1980.

E ciò spiega bene perché, considerando i dati relativi agli anni 200-2008, la spesa sociale per vecchiaia e superstiti sia stata del 59,1% della spesa sociale a fronte di una media dell’Ue a 15 di 43,7%, mentre la spesa sociale per le famiglie e i minori siano appena al 4,2% del totale contro una media Ue del 7,8, per non parlare di quella per la disoccupazione, appena all’1,8% a fronte di una media Ue del 5,7.

Il succo è chiaro: abbiamo dato precedenza alle pensioni, rispetto a tutto il resto. E per quanto mi seduca l’idea di avere un rendita – o un salario differito, fate voi – per fare nulla, tutto ciò mi risulta indigesto. Ma forse solo perché devo pagare il conto per qualcun altro.

Concludo riportando quanto scrive Ferrera sulle baby pensioni, ossia che “la più vistosa criticità, sia sul piano finanziario che intra e inter-generazionale sia stata introdotta per decreto in assenza di una approfondita discussione parlamentare”.

Di ciò di cui non si può parlare si deve tacere, diceva il filosofo.

(2/segue)

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Riparte la lotteria delle pensioni

Sono cresciuto, come molti, sentendo parlare di pensioni. Quando ero piccolo era il miraggio di mio padre, che agognava, come tanti della sua generazione, di terminare la vita lavorativa prima possibile, potendo contare su una previdenza alquanto generosa che l’avrebbe accompagnato serenamente lungo la terza età.

Poi, diventato grande, ho capito che il sogno di mio padre non poteva essere il mio, per la semplice circostanza che nel frattempo erano intervenute le varie riforme, a cominciare da quella del ’95-’96, che avevano fatto coincidere la mia vita lavorativa con l’ingresso nel contributivo e quindi in un regime previdenziale che prevede rendite assai meno generose rispetto al passato, a fronte di una vita contributiva assai più lunga.

Sicché ormai mi sono rassegnato a lavorare fino a 70 anni, pregando tutti i giorni di avere la forza e un lavoro fino ad allora, contemplando insieme atterrito e sconcertato il continuo discorrere di previdenza da parte dei nostri governanti, come se ancora ci fosse da togliere a quelli come me, per non parlare dei più giovani, e non invece a quelli che prima di me, e in ben altri regimi previdenziali, hanno maturato i loro cosiddetti diritti acquisiti i cui esiti ancora oggi siamo chiamati a sostenere con i nostri contributi.

Qualche giorno fa ho letto che il neo presidente dell’Inps ha annunciato entro giugno una proposta di riforma delle pensioni orientata a una maggiore equità, con lo scopo di recuperare risorse da destinare alla corte dei 50-60enni che rimangono senza lavoro e devono essere supportati. Giustissimo, per carità. Ma l’esperienza mi ha insegnato che tanto il conto finirà con lo spostarsi su chi verrà dopo, perché nessuno vuole davvero scontentare quel 21% di sessantacinquenni e oltre che abita in Italia (dati censimento Istat 2011) che corrispondono a quattro anziani per un bambino.

Poi leggo che anche il governo ha le sue idee. La stampa riporta che il ministro Poletti dice che vuole riformare la legge Fornero per consentire una maggiore flessibilità in uscita dei pensionandi (ai quali certo non appartengo) purché ciò sia fatto in maniera economicamente sostenibile. Se ne parlerà in sede di legge di stabilità, ha spiegato, quindi non prima di settembre.

Capisco che sta per ripartire la lotteria delle pensioni, e non credo neanche per un attimo che non sarò chiamato a pagarne il conto.

Mi preparo ad assistere al desueto balletto che va in scena ormai da un ventennio, e mi propongo di farlo provando ad essere bene informato.

Perciò mi preparo leggendo un vecchio libro di Maurizio Ferrera e altri (Alle radici del welfare all’italiana, Marsilio), che ben rappresenta cosa siano state le pensioni in Italia e cosa siano tuttora. Lo faccio senza pregiudizi, convinto come sono che il modo in cui uno spende i propri soldi dica molto del suo carattere e che tale principio valga anche per gli stati e le comunità che li esprimono.

E scopro così che l’ossessione per la pensione rivela molto del nostro carattere di italiani, tanto è antica e consolidata. Noi italiani abbiamo a cuore le pensioni, che di fatto vengono vissute come una lotteria che consente, una volta vinta, di realizzare il sogno che fu di mio padre. Mentre assai meno interessati siamo stati a sviluppare un sistema di welfare che tuteli davvero chi perde il lavoro o non lo trova.

Ho la fastidiosa sensazione che il retropensiero sia: tutelare gli anziani, e che i giovani si arrangino.

E rilevo che questa ossessione per la difesa della vecchiaia non data da oggi, che gli anziani sono in maggioranza relativa, ma dall’altro ieri, quando erano una minoranza.

Mentre mi interrogo sul nostro carattere nazionale e scorro il volume di Ferrera trovo un dato che più di tutti mi fa riflettere.

Nel 1955, dopo la prima generosa riforma incrementale delle pensioni, la spesa pensionistica italiana, a valori correnti, era schizzata a 274 miliardi di lire, a fronte dei 169 di appena tre anni prima.

Ripesco a memoria i dati sulla spesa pensionistica dei nostri giorni e mi accorgo che, a valore corrente, e quindi nominale, è più o meno la stessa: circa 270-80 miliardi. Ma di euro.

Ne deduco che in 50 anni la spesa pensionistica italiana si è moltiplicata a valore nominale per quasi 2.000, circostanza che certo non si è verificata per il costo della vita.

Mi chiedo se si sia verificato un altrettanto esorbitante aumento della spesa pubblica in un qualunque altro campo di intervento.

Mi chiedo come sia stato possibile.

E capisco che devo rassegnarmi a studiare un po’ di storia.

(1/segue)

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