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Dalla moneta hi tech alle “nazioni” digitali
Cronicario: Trovato rimedio contro l’evasione: abolire le tasse
Proverbio del 23 ottobre Non vi è albero che il vento non raggiunga
Numero del giorno: 2.933 Scuole cinesi specializzate in calcio giovanile
Mentre là fuori i politici s’impiccano in imprese impossibili come la Brexif, qui da noi, dove abitano politici molto più intelligenti, i nostri rappresentanti si esibiscono in colpi di genio a mezzo stampa che rendono il dibattito pubblico esattamente come deve essere in un paese bello come il nostro.
Non sappiamo ancora quanto ci costerà il biglietto per abitare in Italia, l’anno che verrà, ma una cosa la sappiamo per certo: molto presto troveranno la soluzione per sconfiggere definitivamente la piaga dell’evasione fiscale. Sapete qual è?
Nonono. Le manette piacciono a tutti in Italia, ma nel caso degli evasori c’è un quarantino per cento che non è convinto. Stanno all’opposizione del 60% a favore. Hanno anche un rappresentante che ha le idee molto chiare. Poco infatti poco fa questo ex vicepremier di governo, ora premier dell’opposizione – bisogna pur far carriera in un modo o nell’altro – ha spiegato che il carcere agli evasori “non risolve mezzo problema. L’unico modo per abbattere l’evasione fiscale è abbassare le tasse”.
Sicché, preso d’ispirazione ho svolto un rapido sondaggio fra i circa 60 milioni di abitanti – neonati compresi – che abitano questo fortunatissimo paese proponendo loro un’idea che secondo me mette d’accordo tutti. La democrazia prima di tutto eh. E infatti avevo ragione.
La proposta ha ottenuto il 100% dei voti. E anche qualcosa in più (qualcuno ci crede di sicuro). I nostri politici sono avvertiti. Serviva giusto un rimedio facile facile, com’è nello spirito del tempo, per risolvere il problema difficile difficile dell’evasione fiscale. Bastava capire che il problema non sono gli evasori. Sono le tasse. Quindi vanno abolite.
Per tutto il resto c’è Mastercard (cit.).
A domani.
Dal sistema di pagamento alla piattaforma monetaria digitale
Una volta chiarito in che modo le valute digitali possano diventare concorrenziali rispetto alla tradizionali valute “analogiche”, dobbiamo fare un passo in avanti e ragionare sul modo in cui la moneta digitale va a impattare sul sistema dei pagamenti, ossia l’altra costituente del sistema monetario, che possiamo rappresentare come una ideale conduttura lungo la quale la moneta viene veicolata.
Tradizionalmente i sistemi di pagamento hanno come protagonisti le banche centrali e le banche commerciali attorno alle quali ruotano i vari agenti economici. Si tratta di sistemi complessi e articolati, che non serve qui approfondire ai fini del nostro discorso. Basta ricordare che sono sistemi che esprimono una forte vocazione pubblica proprio come la moneta che circola al loro interno.
E qui veniamo alla differenza principale, che è innanzitutto istituzionale, fra i sistemi di pagamento e le piattaforme digitali. Queste ultime sono tipicamente considerate mercati dove venditori e compratori si incontrano per scambiare prodotti come accade quando usiamo Amazon. Si entra nel marketplace, si sceglie un prodotto, si dà un numero di carta di credito e si perfeziona un acquisto che viene consegnato a domicilio. Questa semplice operazione coinvolge diversi soggetti, fra i quali anche il sistema dei pagamenti tradizionale, che processa il trasferimento di denaro. Ma cosa succede se la piattaforma diventa il sistema di pagamento?
L’evoluzione tecnica ha reso sensata questa domanda, visto che già ci sta conducendo all’introduzione di una valuta digitale nelle piattaforme, trasformando questi strumenti in ecosistemi all’interno dei quali l’interazione fra i vari soggetti si svolge compiutamente. “Gli strumenti di pagamento digitali associati alle piattaforme – scrivono gli economisti autori del paper Nber – uniranno efficacemente le funzionalità tradizionali del denaro con le funzionalità e i dati della piattaforma”.
La potenza “aggregativa” della valuta digitale “contrasta con il ruolo disaggregato delle reti digitali”. Significa in sostanza che l’avvento delle valute digitali trasformerà le piattaforme informatiche in qualcos’altro di ben diverso da un semplice network. “I dati registrati e condivisi su una piattaforma possono essere utilizzati per formulare raccomandazioni agli utenti, per costruire sistemi di reputazione,
o per abbinare efficacemente gli utenti tra loro, tra le altre possibilità. Le grandi piattaforme commerciali e sociali, come quelle gestite da Amazon e Alibaba, presentano molte di queste funzionalità”. Detto altrimenti, le piattaforme tendono a creare relazioni digitali che, associate alla disponibilità di una moneta, somigliano sempre più a vere e proprie cittadinanze digitali. Gli user non scambiano più solo beni e denaro, ma condividono anche un denaro comune gestito dalla piattaforma come se fosse una banca centrale.
In sostanza l’incorporazione del sistema di pagamento nella piattaforma comporta che quest’ultima non solo disponga delle informazioni relative ai gusti e le abitudini del consumatore, ma conosca nel dettaglio anche molti movimenti finanziari e quindi acquisisca dati patrimoniali, magari fornendo anche servizi specifici (consulenza per gli investimenti, ad esempio). Questo combinato disposto genera un unicum capace di mettere facilmente fuori mercato gli operatori tradizionali, ossia il sistema bancario.
Pensate alla valutazione di un rischio per la concessione di un prestito. Una banca per svolgere questa attività può attingere solo alle informazioni patrimoniali. Una piattaforma digitale anche alle vostre abitudini di consumo, che possono contenere elementi di rischio e quindi cambiare il merito di credito. Dipende dall’algoritmo.
Questi pochi elementi bastano a spiegare perché gli autori del paper ritengano che “la natura delle piattaforme potrebbe anche cambiare il panorama competitivo dell’economia”. Queste entità “possono tendere verso monopoli” o verso “una inversione dell’organizzazione industriale corrente delle attività finanziarie”.
Il grafico sopra spiega bene quanto abbiamo detto prima. Il modello tradizione “bancocentrico” potrebbe essere sostituito da un sistema “piattaformacentrico” dove le attività bancarie sono un semplice aspetto dell’insieme delle attività offerte dalla piattaforma. “In questo nuovo tipo di gerarchia finanziaria, gli istituti finanziari tradizionali come le banche potrebbero essere sostituiti da filiali fintech
dei sistemi di pagamento”.
Per la cronaca, è giusto sapere che “questo tipo di organizzazione industriale è già fiorente in alcuni paesi”. Parliamo della Cina, ad esempio, dove Yu’e Bao, che è una filiale di Ant Financial (La filiale finanziaria di Alibaba), è diventato il più grande fondo comune di investimento del mercato monetario al mondo. Un altro esempio: Sesame Credit, un’altra consociata di Alibaba, è emersa come sistema dominante di valutazione del credito. “L’idea è che le persone vivano la propria vita attraverso questa piattaforma “, ha detto un portavoce di Ant Financial a The Guardian. Un pensiero sicuramente assai diffuso fra i gestori delle varie piattaforme.
La Cina è sempre dove Alipay e WeChatPay, che emettono valute digitali, hanno diffuso applicazioni che permettono di scambiare denaro fra i conti correnti bancari. E non ci sarebbe nulla di strano che laggiù si sviluppasse uno scenario più radicale, quello in cui un soggetto emetta moneta, sulla base di depositi detenuti presso grandi banche, e i cittadini accettino di usare la sua moneta anziché quella tradizionale. Sul modello di Libra, per intenderci. Ed è a questo punto che la storia può trovare il suo momento di svolta.
(4/segue)
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Cronicario: Approvata finalmente la Brexif
Proverbio del 22 ottobre Pensa alle disgrazie altrui per contentarti della tua sorte
Numero del giorno: 138 Debito % sul Pil in Italia nel IIQ 2019 secondo Eurostat
E insomma da oggi ai parlamentari britannici verrà fornito un clone pagato con fondi Ue per farli votare il doppio del solito, visto che in tre giorni dovrebbero fare quello che non sono stati capaci di fare in tre anni.
Entro tre giorni infatti dovranno approvare le leggi propedeutiche all’approvazione dell’accordo che approva il dover discorrere con l’Ue “almeno altri due-tre anni” (Cit. dal capo negoziatore Ue) per approvare quello che serve approvare per dare finalmente seguito, dopo oltre un lustro, al referendum del 2016 che per allora avranno dimenticato tutti.
Su questo meraviglioso scenario – l’ennesimo – campeggia come ormai da copione un altrettanto meraviglioso punto interrogativo, sottolineato dalle dichiarazione dei politici, europei e britannici, compresi quelli eletti al parlamento europeo, (ma si può dire che sono europei anche loro o no?). Che potremmo semplificare così: ma che se succede se il parlamento fa questo anziché quest’altro?
Benvenuti nel meraviglioso mondo di Brexif.
A domani.
PS Sempre nell’ottica del mezzo gaudio, i britannici potranno consolarsi col mal comune delle nostre trattative, eterne come la loro, con l’Ue, nel caso nostro per i nostri debitucci di gola. Hanno già mandato a dire al governo che la manovra non rispetta i target, ma di stare comunque sereni. Occhio al portafogli.
La rivoluzione digitale che cambierà il sistema monetario
Quello che ai tempi di Hayek risultava difficile immaginare – un sistema monetario in cui agissero in concorrenza monete emesse da entità private invece delle moneta di emanazione governativa – oggi diviene teoricamente possibile grazie all’avvento delle monete digitali, che hanno sovvertito (o minacciano di sovvertire) le regole del gioco valutario.
Per arrivare a questa conclusione, serve ancora un po’ di infarinatura teorica. La concorrenza fra valute avviene infatti tenendo conto delle tre caratteristiche della moneta che abbiamo visto più volte ma è sempre meglio ripetere. Quindi: unità di conto, riserva di valore e mezzo di scambio. La prima ha la funzione di denominare gli scambi, e quindi comunicare informazioni sul valore. Perciò è fondamentale affinché gli operatori economici possano incardinare i loro affari. La seconda serve a garantire il valore futuro delle transazioni valutarie. Una moneta che si teme non abbia valore fra un anno non svolge perciò questa funzione. Infine, l’essere un mezzo di scambio serve ad aggirare quella che gli economisti chiamano “la doppia coincidenza dei desideri”. Se non ci fossero strumenti di pagamento e vigesse il baratto, due agenti economici potrebbero effettuare uno scambio solo se i loro desideri coincidessero. Ad esempio un barbiere potrebbe comprare del pane solo se il panificatore ha bisogno di un taglio di capelli. Invece è sufficiente scambiare moneta per realizzare ognuno i propri desideri.
Queste funzioni classiche si adattano anche alle monete digitali, ma con una particolarità: non tutte sono presenti in tutte le monete digitali. La digitalizzazione e la tecnologia hanno “profondamente alterato le natura delle competizioni fra le monete”, scrivono gli autori del nostro paper. In sostanza alla competizione “piena”, ossia su tutte e tre le funzioni classiche, se ne è aggiunta una “ridotta”, dove lo strumento monetario viene denominato nella stessa unità di conto della moneta con cui compete, ma le fa concorrenza nel suo ruolo di mezzo di scambio.
Nulla impedisce che due compagnie emettano due valute digitali vicendevolmente convertibili, ognuna delle quali sia basata sul proprio bilancio. La valuta della compagnia più solida potrà essere usata magari come riserva di valore, mentre l’altra come mezzo di scambio, replicando una dinamica già vista all’opera quando nel mondo circolavano oro e argento, come moneta. A differenza di quei tempi invece una valuta digitale ha radicalmente cambiato le regole della competizione.
Il cuore del problema è che gli internet provider hanno creato un loro personale ecosistema dove vengono scambiati beni e quindi informazioni. Queste informazioni possono essere convertite automaticamente nella forma che risulta più conveniente ai fruitori e poiché uno strumento di pagamento contiene sostanzialmente informazioni e le nuove tecnologie consentono di costruire token che incorporano e fanno circolare queste informazioni, ecco che il social network diventa praticamente insieme lo strumento della circolazione monetaria e il garante della transazione.
“La rete – scrivono gli autori – facilita sia la diffusione di informazioni sulla valuta che l’adozione della valuta, visto che un potenziale utilizzatore sa che altri potenziali utilizzatori sono connessi a un comune sistema di pagamento”. Ciò riduce significativamente i costi di transazione, ossia quelli legati al cambio valutario e che complicano la concorrenza valutaria tradizionale, in quanto gli user di un social possono essere “amalgamati” dalla valuta digitale emessa dal social stesso, che non è legato a un emittente geografico ma a una rete. La moneta digitale diventa insomma una sorta di lingua franca. E soprattutto si possono automatizzare con varie app tutti i processi che richiedono expertise nelle transazioni valutarie trans-frontaliere fino a trasformare lo user in un mago degli arbitraggi.
In pratica, mentre in passato le valute erano con poche eccezioni (dollaro ovviamente, euro, sterlina yen e oggi yuan) legate a un’area geografica adesso con le monete digitali l’area di riferimento diventa digitale anch’essa: il network. “Le valute digitali sono libere di circolare all’interno di reti che attraversano i confini e servono decine o addirittura centinaia di milioni di partecipanti”. Nulla di più globalizzato e globalizzante.
A ciò si aggiunga che tale competizione non si rivolgerà più, com’era una volta, alla moneta una e trina nella sua interezza, ossia nelle sue tre funzioni che abbiamo visto, ma può interessare anche i singoli aspetti. La Libra di Facebook, ad esempio. Probabilmente non ha nessun interesse a far concorrenza al dollaro come riserva di valore, ma magari come mezzo di scambio si. E questo è il cambiamento più interessante da un punto di vista analitico rispetto al mondo immaginato da Hayen oltre quarant’anni fa, quando era impossibile “scorporare” in chiave concorrenziale le tre funzioni di una moneta. Ma rimane, e anzi viene esaltato, il principio di fondo: molte monete in competizione sulla base dei servizi che offrono. E soprattutto a-governative. Poco meno che una rivoluzione. Con tutti i rischi del caso.
(3/segue)
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Cronicario: Il reddito c’è, manca la cittadinanza
Proverbio del 21 ottobre Le piogge più forti cadono sulle case più sconnesse
Numero del giorno: 23 Aumento % tariffe energia per le famiglie italiane in 10 anni
Della Brexit, a questo punto, meglio infischiarsene. Comunque andrà a finire sarà un recesso. Del governo nato dal governo del cambiamento che si avvia a passo di carica verso un altro cambiamento di governo, ancora di più. Comunque vada a finire sarà un processo. Quantomeno alle intenzioni. Perciò tanto vale concentrarsi sugli indubitabili successi che il vecchio governo di ha lasciato in eredità insieme a qualche punto di più in più di robetta da pagare.
L’avrete capito: mi riferisco al geniale reddito di cittadinanza che è servito finalmente a bandire dal nostro paese la piaga della povertà. Non di quella dei contribuenti che pagano all’osso, ovviamente. Ma quella degli incapienti. E perciò evviva, champagne, applausi, eccetera. Dormiamo tutti meglio sapendo che le nostre tasse hanno redento chissà quanti Oliver Twist regalando loro una prospettiva di vita.
E la cronaca ci dà ragione. Proprio in queste ore la guardia di finanza è riuscita a strappare dagli orridi del contrabbando di sigarette un gruppo di 50-60enni – Oliver un po’ grandicelli ma cheffà vogliamo discriminare? – che finalmente percepivano il reddito di cittadinanza ma non avevano terminato il periodo di preavviso con vecchio datore d’opera. Certo, non è facile lasciare un posto sicuro, specie al Sud, per una prospettiva di reddito che oggi c’è e domani chissà. Il vizio paga sempre, peraltro. La virtù chissà. E lo Stato paga poco.
Tutto ciò mentre dal Lazio arriva la notizia che un buon 30% dei redditieri di cittadinanza convocati per il colloquio – mica per un lavoro eh – dai centri per l’impiego non si è neanche presentato. La metà erano assenti giustificati, sia chiaro. Mamme con figli – evidentemente impossibilitate a prendersi una mezz’ora – ammalati e chissà cos’altro. Ma comunque già ben sintonizzati con l’esercizio italico del diritto al reddito. Quello c’è e lotta (a debito) insieme a noi. La cittadinanza seguirà.
A domani.
Le basi teoriche delle monete digitali
Per comprendere l’entità della trasformazione che l’avvento delle monete digitali sta provocando nel cuore dell’infrastruttura finanziaria globale – ossia il sistema monetario – dobbiamo innanzitutto capire cosa sia un sistema monetario e come funzioni. O almeno come abbia funzionato fino ad ora.
“Tradizionalmente – scrivono gli economisti autori del paper pubblicato dal Nber che ha ispirato questa miniserie – i sistemi monetari sono stati organizzati attorno a un’ancora. Ogni strumento di pagamento, nel sistema monetario, è collegato a un ammontare fisso di questa ancora, che può assumere varie forme, come una commodity o una fiat currency”.
Proviamo a semplificare. Un sistema monetario si articola in uno strumento di pagamento e un sistema di pagamento che ne favorisce la circolazione. Lo strumento di pagamento è sostanzialmente una moneta che trova la sua fondazione in qualcosa. Questo qualcosa in passato ha assunto varie forme: sale, tabacco, conchiglie, bastoncini di legno, seta, metalli più o meno nobili, fino perdere la sua ancora merceologica e diventare fiat currency, ossia moneta fiduciaria che trova la sua fondazione in una banca centrale indipendente, ma comunque collegata al governo, visto che è ormai opinione comune che la moneta sia un bene pubblico (“government-issued fiat currency“). L’età delle monete fiduciarie è cominciata con la fine del sistema di Bretton Woods, determinata dalla decisione statunitense (1971) di abolire la convertibilità in oro del dollaro.
L’abolizione della convertibilità è stato il primo passo concreto verso la “smaterializzazione” della moneta. Nel senso che la quantità dello strumento di pagamento, non essendo più limitata da un qualche tipo di commodity, preziosa e stabile abbastanza da fungere da valido sottostante, è virtualmente illimitata. E infatti la quantità di moneta in circolazione continua a crescere da decenni. La convertibilità, per dirla con le parole dei nostri autori “effettivamente lega le mani all’emittente”.
Al tempo stesso però la convertibilità garantisce alcuni vantaggi. Ad esempio uno strumento di pagamento convertibile conserva le caratteristiche tipiche della moneta come l’essere una riserva di valore o una unità di conto. Pensate ai depositi bancari. Sono strumenti convertibili in moneta fiduciaria in qualsiasi momento. La banca, quindi l’emittente, quindi ne garantisce la convertibilità. Quindi la fine delle monete merce non implica la fine della convertibilità. Semplicemente questo concetto si applica ai diversi strumenti di pagamento che circolano nel sistema dei pagamenti.
La questione della convertibilità è al centro della digitalizzazione della moneta. Nel senso che sono state emesse diverse valute digitali che hanno come sottostante monete fiat, e altre sicuramente saranno emesse in futuro. Si pensi a Libra: una stable coin agganciata a un paniere di valute “reali”. Ma Libra sarà solo l’ultima arrivata nel mondo dell cosiddette stable coin, ossia le criptovalute “agganciate” a valute reali. Una fra le più conosciute è Tether, che è agganciata al dollaro. Per i gestori di queste monete la convertibilità offre la possibilità di gestire la quantità di moneta emessa mantenendo il valore del tasso di cambio con la moneta sottostante. Ma anche se dovessero decidere di deviare dai target iniziali – ad esempio svalutando la moneta digitale – non subirebbero conseguenze legali.
Correlato al concetto di convertibilità è quello di moneta interna o esterna (“inside and outside money”). Una moneta interna rappresenta il debito di un emittente privato, che tale appare sul suo bilancio, che deve essere restituito a richiesta del soggetto che detiene lo strumento di pagamento. Quindi una moneta interna si definisce a “offerta netta zero” (“zero net supply”). Si pensi sempre al deposito bancario o ad alcuni token, come quello di Alipay. Una moneta esterna, al contrario, non rappresenta un debito per alcuna entità privata (la banca centrale non è un’entità privata e infatti le banconote sono un debito nel bilancio della BC), anche se può avere come sottostante altre monete. In tal senso, le monete fiat dei vari governi e le criptovalute sono monete esterne.
Un altro concetto che bisogna tenere presente è la distinzione fra “account based money” (ABM) e “token money” (TM). Tale distinzione trova la sua radice nelle modalità di verifica del sistema di pagamento. Nei sistemi ABM si deve procedere sempre alla verifica dell’identità del pagatore prima di autorizzare il pagamento. Si pensi sempre al funzionamento di un conto corrente. Se la banca effettua un pagamento non autorizzato dal proprietario del conto ne risponde patrimonialmente. In un sistema TM, invece, si deve verificare che l’oggetto che consente lo scambio sia autentico. Il denaro contante è il classico esempio di token money. In un pagamento TM chi riceve lo strumento di pagamento lo accetterà solo se confida nella sua autenticità. La moneta elettronica moderna e le criptovalute sono TM. I sistemi di pagamento con TM non si curano dell’identità del possessore degli strumenti, che viene (dovrebbe essere) garantita dalle procedure di autenticazione.
Tenendo a mente queste distinzioni, possiamo dedurre che le ABM generano inside money collegate alla creazione di credito, al contrario di quanto accade con le TM. Per questa ragione si dice che le banche commerciali creano moneta tramite i depositi. Ma moneta con le caratteristiche che abbiamo detto. Le implicazioni di un’espansione monetaria di inside money, perciò, sono diverse da quelle di un’espansione di outside money.
C’è ancora un altro concetto che dobbiamo comprendere per analizzare meglio lo stato di alcune valute digitali: quello di valuta indipendente. Un insieme di strumenti di pagamento realizza una valuta indipendente quando questi strumenti sono tutti denominati nella stessa unità di conto e ognuno di loro, all’interno della valuta, è convertibile negli altri. Tale caratteristica è comune a molte valute digitali, come d’altronde è tipica delle criptovalute fiat (Bitcoin e Ether sono inconvertibili e hanno una propria unità di conto).
Questi pochi elementi teorici servono a capire perché l’avvento delle monete digitali sia capace di provocare un sostanziale mutamento nel gioco globale della competizione monetaria. Quando Hayek scrisse “La denazionalizzazione della moneta”, proponendo di risolvere i problemi generati dalla moneta generata dai governi con una competizione fra monete emesse in concorrenza fra diverse entità private, l’economista austriaco dovette vedersela con la difficoltà di immaginare un sistema nel quale asset diversi possano conservare le tre qualità classiche della moneta (riserva di valore, unità di conto, mezzo di scambio). Ma con le valute digitali queste difficoltà paiono adesso superabili. Che poi si superino, ovviamente è da vedere.
(2/segue)
Puntata precedente: La denazionalizzazione della moneta (digitale)
Puntata successiva: La rivoluzione digitale che cambierà il sistema monetario
Cartolina: Chi risica poi rosica
Per quanto di tanto in tanto si odano le voci allarmate degli osservatori, che sottolineano la costante crescita dei rischi nel sistema finanziario, la reazione più comune ormai è lo sbadiglio. Tutti abbiamo capito di vivere in un mondo pericoloso. Ma soprattutto ci siamo convinti che non c’è limite alla buona volontà dei governi di metterci una toppa, quando l’ampliarsi dei buchi sul tessuto della finanza dovesse rendere troppo chiaro che ormai il re è nudo. L’azzardo morale paga sempre. Salvo poi scoprire che a furia di whatever it takes il denaro non vale più nulla – e anzi molti creditori pagano per darlo a prestito – l’economia diventa svogliata e la fame fiscale dei governi insaziabile. Sicché le perdite escono dalla finestra anziché dalla porta. Chi risica poi rosica. In un modo o nell’altro.
Cronicario: Sugar tax+plastic tax=Coca Cola tax
Proverbio del 17 ottobre Il cibo migliore è quello che riempie la pancia
Numero del giorno: -3,4 Calo % su base annua dell’export italiano ad agosto
Siccome le vie del governo sono finite, anzi finitissime, ecco a voi una semplice equazione che rappresenta anche l’italica e geniale risposta alle provocazioni dell’alleato (riluttante) americano che ci dazia parmigiano e brunello.
Partiamo dal presupposto che dobbiamo tutelare l’ambiente, e siamo tutti d’accordo. Poi che dobbiamo tutelare la salute pubblica dagli stravizi di gola. Tutti d’accordissimo. In più dobbiamo dare una scocciatura senza farglielo sapere a Mister T…
E pensa che ci ripensa, ecco l’uovo di Colombo. Intanto una bella tassa sulla plastica, che farà felice gli adolescenti (politici e non) e la tartaruga caretta caretta. Poi una bella tassa sullo zucchero. Ma tranquilli: il ciambellone è salvo. “Nella manovra rientrerà la sugar tax – dice il sedicente ministro della manovra – che però sarà limitata alle bevande e non si occuperà di merendine”.
Quindi prendete una bottiglia di plastica, metteteci dentro una bibita zuccherata e indovinate che viene fuori.
Tassata due volte, per giunta. Altro che Trump.
A domani.
L’inflazione non è morta. Si adegua
Ma quanto sia problematico oggi il lavoro di banchiere centrale lo spiegato un paio di anni fa Claudio Borio, capo del Dipartimento economico e monetario della Bri di Basilea. Le banche centrali devono provare a guidare i tassi di interessi verso il tasso naturale – una delle tante astrazioni del pensiero economico – usando come bussola i segnali che provengono dalla curva di Phillips. Ossia la relazione che lega il livello dell’occupazione con quello dell’inflazione. Situazioni di piena occupazione si associano solitamente a livelli più elevati di inflazione e viceversa.
Senonché la curva sembra abbia smesso di funzionare. Abbiamo economie in sostanziale piena occupazione – sempre il Giappone ad esempio – dove i prezzi rallentano. Si può ipotizzare lo sprofondamento del tasso naturale – uno dei fondamenti della teoria della stagnazione secolare – che rende necessario azzerare i tassi di riferimento. Oppure, come suggerisce Borio, guardare ad altri fattori: la tecnologia e la globalizzazione.
Quest’ultima ha aggiunto circa 1,6 miliardi di persone al mercato del lavoro mondiale e insieme ridotto il peso specifico dei “nostri” mercati del lavoro. Molti studi mostrano che la componente “globale” che determina il livello generale dei prezzi pesa sempre di più sui costi unitari del lavoro. In sostanza “importiamo” deflazione. E il progresso tecnico – si pensi al crescente utilizzo dei robot – ha fatto il resto. Forse l’inflazione non è morta. Si sta adeguando.

















