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Quelli che la crisi li ha fatti più ricchi

Finalmente qualcuno comincia a fare i conti e scorrendoli viene fuori che l’eurodepressione che ancora incombe sulle nostre teste ha colpito tutti, ma non tutti allo stesso modo.

Alcuni stanno persino meglio di prima. E questo non vale solo per i singoli paesi – in Italia, tanto per dire, fra il 2008 e il 2011 la distribuzione della ricchezza è migliorata a favore dei più ricchi – ma anche nel confronto internazionale.

Quello che emerge da questi conti è che i paesi che stavano bene adesso stanno meglio, e peggio per tutti gli altri.

Piove sempre sul bagnato, come dice il proverbio.

Tali considerazioni le abbiamo tratte dalle lettura di uno di quei documenti che chissà perché non trovano mai spazio sulla stampa nostrana, forse perché un po’ esotici.

In particolare, abbiamo letto il Quaterly bulletin, pubblicato il 2 aprile scorso, della banca centrale irlandese. La quale si è cimentata in uno studio intitolato “The impact of the financial turmoil in household: a cross country comparison”, pieno di grafici molto eloquenti.

Il primo che vale la pena raccontare mostra l’andamento della ricchezza finanziaria netta (quindi il saldo fra attivi e debiti) fra il secondo trimestre 2007 e il terzo trimestre 2011 delle famiglie in una ventina di paesi europei.

Bene, mentre tutti (tranne l’Estonia) hanno sperimentato un calo della ricchezza finanziaria netta fra il 2007 e il 2009, al picco quindi della crisi, solo alcuni, nel 2011, hanno non solo recuperato, ma anzi hanno superato il picco di ricchezza netta raggiunto nel 2007.

Insomma: sono più ricchi di prima.

Su tutti svetta la Svizzera, dove la ricchezza finanziaria netta delle famiglie arriva a quotare il 450% del reddito disponibile lordo, mentre prima della crisi era poco sopra il 400%. E’ andata bene anche all’Austria, dove la ricchezza netta sfiora il 200% del reddito lordo, mentre nel 2007 era abbondantemente sotto. E ovviamente la Germania, più o meno al livello dell’Austria. Fra i piccoli paesi si salva solo la Repubblica Ceca, con una ricchezza netta poco sopra il 100% del reddito lordo, sopra il livello del 2007.

Curiosa la situazione del nostro Paese. Sebbene conserviamo il quinto posto nella classifica, dopo Svizzera, Belgio, Olanda e Gran Bretagna, la nostra ricchezza netta è in calo costante dal 2007, e neanche di poco: era quasi pari al 300% del reddito lordo nel 2007, mentre era già scesa sotto il 250% a fine 2011. Dopo di noi c’è la Danimarca, arrivata a circa il 170% a fine 2011. Abbiamo ampi margini di decrescita.

La circostanza che la nostra ricchezza finanziaria sia superiore a quella di paesi ben più solidi del nostro, come Germania, Austria e Francia, non dovrebbe entusiasmarci più di tanto. Porta con sé l’idea che in Italia ci sia un tesoretto a cui attingere a piene mani in un futuro più o meno lontano. E poiché abbiamo una situazione debitoria pesante, a livello di ammnistrazioni pubbliche e nei confronti dell’estero, è facile anche immaginare che questo tesoretto farà la gioia dei nostri creditori.

Un altro grafico interessante racconta l’incidenza della ricchezza immobiliare sulla ricchezza netta totale. Anche qui, il caso italiano è interessante. Fra il 2007 e il 2011 tale incidenza è aumentata da circa il 55% a quasi il 70%. Significa che le famiglie basano sempre più il loro patrimonio netto sul mattone e sempre meno sulla carta. Che nel giorno in cui l’Istat certifica la deflazione in corso dei valori immobiliari, scesi di oltre il 2% nel 2012, non è necessariamente una buona notizia. Anche perché il mattone è illiquido.

La cartina tornasole di tale situazione la troviamo nell’andamento del risparmio. L’Italia, fra il 2006 e il 2010 ha perso una quota di risparmio pari quasi al 4% del reddito lordo. Peggio di noi ha fatto solo l’Ungheria, che ha superato il 4%, e poco sotto di noi ci stanno la Slovenia, l’Olanda e la Spagna. Risparmio positivo per tutti gli altri Paesi, a cominciare dalla Germania che non solo ha superato il livello netto di ricchezza del 2007 ma ha aumentato il tasso di risparmio, mentre l’incidenza del mattone sulla ricchezza totale è stabile.

Una botte di ferro, finché dura. 

Ultimo dato illuminante che spiega bene dove stia andando (a sbattere?) l’Europa è il debito privato delle famiglie.

In testa ci sta la Danimarca, che è passata da circa il 230% di debiti sul reddito lordo a quota vicina a 280%. Poi c’è la Svizzera, poco sotto il 250%, l’Olanda, poco sopra e la Norvegia, intorno al 210%.

Le famiglie italiane sono le meno indebitate dei paesi core dell’eurozona, con un livello che però è cresciuto quasi al 100% dal 70% del 2007. Come si vede, l’aumento dell’indebitamente è andato di pari passo con l’erosione del risparmio. E ciò nonostante, siamo fra i meno indebitati dell’eurozona.

Per ora.

Le banche spingono il mattone nel baratro

La spintarella capace di far sprofondare il mattone italiano nel baratro, se mai arriverà, arriverà dalle banche, non dal mercato. Quest’ultimo è praticamente congelato da almeno due anni, con compravendite tornate dal livello degli anni ’80. La domanda latita e l’offerta tiene i prezzi quanto più possibili fermi. Il calo delle quotazioni, tuttavia, è lento ma costante.

Ma il problema vero è annidato nelle banche, gonfie come non mai di mattone e di crediti legati al mattone. Una circostanza che di sicuro ha aggravato i loro bilanci. Un dato di Bankitalia, riferito al 2009 ma di sicuro utile a capire quanto pesi l’esposizione bancaria sull’immobiliare, mostra che i finanziamenti al mercato immobiliare (famiglie e imprese) del sistema creditizio pesano 550 miliardi, un terzo degli impieghi totali. Nel 2000 pesavano solo il 20%.

Quindi l’esposizione del sistema creditizio sul mattone è cresciuta del 13% in più in otto anni. Gli anni d’oro del credito bancario facile che adesso il presente e il futuro sono chiamati a scontare.

La Banca d’Italia, in uno degli ultimi bollettini di vigilanza, nota che  “il deterioramento della qualità del credito registrato dalle banche italiane dall’avvio della crisi finanziaria è significativo”. In particolare l’incidenza media dei crediti deteriorati sul totale è passata dal 4,5% di fine 2007 al 12,2% di fine settembre 2012.

Quasi il triplo.

Su un’esposizione immobiliare così importante significa che prima di concedere un mutuo una banca di penserà parecchio.

Bilanci bancari problematici hanno un impatto sistemico sul Paese, questo è evidente. Perciò la Banca d’Italia è intervenuta per fissare alcune regole da osservare nella costruzione dei bilanci futuri, molte delle quali riguardano proprio il trattamento degli immobili, e in particolare di quelli sui quali è stata iscritta un’ipoteca a garanzia di un mutuo.

Nella comunicazione del 15 gennaio 2013, pubblicata il 27 marzo scorso, Bankitalia scrive, ad esempio, che “nel caso
degli immobili nel determinare il fair value si può tenere conto del prezzo di presumibile realizzo nell’asta fallimentare”. Che tradotto dal tecnichese significa che le banche dovranno rettificare il valore a libro dell’immobile parametrandolo a quello presumibile in caso di vendita all’asta. Circostanza che si verifica quando il debitore non paga il mutuo.

In pratica un bel taglio netto delle quotazioni attuali.

Tali istruzioni portano con sé una fastidiosa controindicazione: dovendo avere crediti di migliore qualità, le banche dovranno necessariamente chiedere più garanzie, e quindi restringere il credito. “Il deterioramento del credito – scrive ancora la Banca d’Italia – si è accompagnato ad un graduale rafforzamento delle garanzie acquisite a tutela del credito concesso: la percentuale di esposizioni deteriorate coperte da garanzie è passata, nel medesimo arco temporale, dal 42,3 per cento al 50,6 per cento”.

Ricapitoliamo: da una parte le banche concederanno meno credito, ma di qualità migliore. Dall’altra dovranno rettificare i valori degli immobili messi a garanzia dei prestiti, usando come stima il valore a base d’asta fallimentare.

In pratica per il mattone italiano una doppia spinta verso il baratro.

Poi ce n’è una terza.

Oltre ad avere i portafoglio gonfi di prestiti e mutui basati sul mattone, le banche sono pure gonfie di mattone fisico. La ricerca di una migliore qualità degli attivi spinge costantemente le banche verso una valorizzazione di questi immobili. E poiché il mercato non tira, l’unico modo per riuscirci è usare i fondi immobiliari.

E’ di pochi giorni fa la notizia pubblicata da Radiocor secondo la quale Intesa San Paolo starebbe pensando di cedere cedere un blocco di immobili al fondo Idea Fimit, una sgr del gruppo De Agostini. Il fondo, per la cronaca, fu creato ad hoc nel 2008 in occasione di una precedente operazione tra le due parti con cui Intesa aveva ceduto 850 milioni di asset.

Insomma, il copione è sempre lo stesso: le banche cedono ai fondi immobiliari, molti dei quali sono loro espressioni, il proprio mattone, e magari prestano ai fondi il denaro necessario per l’acquisto. In questo modo le risorse per i mercati dei mutui diminuiscono e il problema si sposta su un altro soggetto – i fondi immobiliari italiani – che ormai sono gli unici che investono sul mattone nostrano nella speranza di tempi migliori.

Insomma, per una serie di questioni, il credito al settore è congelato. Difficile che dalle banche arrivi ossigeno per il mattone. Allo stesso tempo le famiglie, con un livello di crescita del reddito in calo costante, è molto difficile che possano riuscire a generare una quota di risparmio tale da far decollare gli acquisti di nuovo.

Stando così le cose, in assenza per giunta di crescita, il mattone ha solo una possibilità per rilanciarsi: la deflazione.

I prezzi dovranno scendere finché non saranno coerenti con il livello generale dei redditi e con la quantità di credito disponibile.

Se considerate che fatto 100 il livello dei prezzi immobiliari nel 1975, nel 2008 tale indice era arrivato a 1.750 e nel 2012 a 1.500, è chiaro a tutti quanto ampia sia la possibilità che i prezzi scendano ancora.

Secondo voi che succederà?

Italia a stelle e strisce contro l’eurodepressione

Per sfuggire all’eurodepressione mi sono rifugiato negli Stati Uniti, concedendomi qualche ora di lettura dei loro dati economici più recenti. Lo spunto me l’ha fornito il discorso, pubblicato sul sito della Fed di Boston, di Eric S. Rosengren
President & Chief Executive Officer, dal titolo impegnativo: Monetary policy and financial stability.

Il succo delle 13 cartelle e della mole di grafici allegati al discorso è molto semplice: gli Usa, anche se lentamente, stanno uscendo dal tunnel della crisi grazie al vasto programma di acquisti di asset da parte della banca centrale (85 miliardi di dollari al mese fra titoli di Stato e obbligazioni immobiliari).

Provenendo pro domo propria, l’analisi della Fed di Boston può sembrare interessata e forse lo è. Però i dati parlano chiaro.

Secondo le stime fatte dalla Fed, tanto per fare un esempio, ogni 500 miliardi di acquisti fatti dalla Fed ha abbassato per un quarto di punto il tasso di disoccupazione. Quindi tale spesa origina in media circa 400.000 posti di lavoro. Per la cronaca,le ultime previsioni della Fed stimano che, nel 2013, la disoccupazione americana sarà intorno al 7,5%, ancora un punto in più rispetto all’obiettivo fissato dalla banca centrale.

Per deduzione, possiamo calcolare che se la Fed acquisterà altri 2.000 miliardi nei prossimi mesi, quindi entro i prossimi due anni, l’obiettivo della disoccupazione al 6,5% sarà raggiunto più o meno a metà 2015. In quel momento, se del caso, inizierà l’exit strategy della banca centrale, con tutte le conseguenze di cui abbiamo già discusso in un atro post.

Altri dati rafforzano l’opinione che i benefici della strategia espansiva della banca centrale americana stiano dando i primi corposi risultati. Con una premessa: a dispetto dei pessimisti, che temono impatti superinflattivi, l’inflazione americana è ferma all’1,2%, ben al di sotto del target previsto.

In cambio i risultati sono evidenti. Oggi la borsa americana ha superato il suo record di sempre, che risaliva al 2007. E sempre oggi il dipartimento del commercio ha modificato al rialzo (0,4% anziché 0,1) le stime di crescita americane per il quarto trimestre 2012.

Se non vi basta, il presidente della Fed di Boston fa una ricognizione del mercato immobiliare che, se pur lontano dai valori di bolla del 2007, mostra chiari segni di ripresa con prezzi e transazione in crescita dappertutto.

Il “viaggio” in America ha spiegato i suoi effetti sul mio umore fino a quando, stamane, non è uscito l’ultimo Economic outlook dell’Ocse. Ancora una volta l’eurodepressione ha avuto il sopravvento. Già dal titolo: l’economia globale sta migliorando, ma l’Europa rimane indietro.

Ci risiamo. Dal sole nascente dell’economia americana al tramonto incipiente dell’eurozona. Per noi italiani, poi, il discorso è ancora più deprimente. L’Ocse stima che i primi due trimestri del 2013 saranno negativi: -1,6% il primo e -1% il secondo. Siamo l’unico paese del G7 ad ottenere questo risultato.

Siamo i peggiori della classe.

Persino la Francia, che pure è previsto chiuderà il primo trimestre in recessione (-0,6%) si riprenderà nel secondo (+0,5). Mentre a noi ci è già toccata una revisione al ribasso della stima del Pil per il 2013, da -1 a -1,3%, e Bankitalia ha detto pure che la crescita stimata del Pil per il 2014 (+1,4%) è sopravvalutata di un buon 30%. Questo mentre l’Istat, sempre oggi, calcolava che la lunga recessione italiana, iniziata sei trimestri fa, ha riportato il Pil al livello del 2000.

Tredici anni persi.

Questo mentre, sempre l’Ocse notava con rinnovata preoccupazione che “c’è una rinnovata divergenza tra la crescita in Germania e quella degli altri Paesi”. Già. Mentre noi franiamo, le previsione dei primi due trimestri 2013 per la Germania sono di un +2,3 e un +2,6%. Un risultato che compete con quello del Giappone, previsto un +3,2% e un +2,2% per i due prossimi trimestri, e con gli Usa (+3,5% e +2%).

E lasciamo da parte, per amor di patria, gli altri dati sulla disoccupazione, che nell’eurozona svetta verso il 12% a fronte del 4% giapponese e di quello Usa che abbiamo già visto.

Poiché siamo in periodo pre-festivo, e quindi per qualche giorno il blog rimarrà chiuso, abbiamo pensato, dopo aver letto tutti questi dati, di regalarci una suggestione sulla quale riflettere fra una fetta di colomba e un uovo pasquale.

Poiché facciamo parte, anche se non sappiamo per quanto ancora, dei paesi avanzati, dobbiamo guardare ai migliori di noi per decidere del nostro futuro. I campioni li abbiamo visti: Germania, Usa e Giappone.

Lasciando da parte quest’ultimo, troppo distante da noi per una serie di ragioni (non ultima la ventennale deflazione), rimangono solo la Germania e l’America. A chi vogliamo somigliare?

Personalmente credo che nel nostro stato di Grandi Debitori, ricordo che abbiamo un saldo estero negativo del 30% sul Pil, un debito pubblico che sfiora il 127% del Pil e un debito privato crescente, sia nel nostro legittimo interesse inflazionare il debito, piuttosto che provare a deflazionarlo con l’austerità indotta.

L’America il suo debito lo sta già inflazionando, visto che i suoi tassi d’interesse a lungo sono sotto il livello di inflazione, e una volta che partirà la ripresa la crescita abbatterà anche il debito.

La Germania, al contrario, ha tutto l’interesse a mantenere il valore dei suoi crediti, che sono i debiti altrui, fra i quali i nostri.

Quindi la risposta dovrebbe essere automatica: usciamo dall’Ue e entriamo negli Usa. Potremmo diventare la 51° stella, come si auspicava per la Sicilia nel dopoguerra. 

Vu’ cumpra?

Medicina tedesca per i lavoratori spagnoli

La cura tedesca – deflazione salariale e aumento della produttività – ha trovato terreno fertile in Spagna, dopo aver spiegato i suoi effetti per anni nella stessa Germania.

Con una differenza però. Mentre da due anni a questa parte i tedeschi stanno sperimentando di nuovo aumenti salariali, gli spagnoli hanno retribuzioni reali in calo dal 2009. Vanno persino peggio dei Portoghesi. Segno che deflazione salariale e disoccupazione crescono simmetricamente.

I primi dati, che confermano tale percezione, arrivano dall’Ocse. Fatto 100 il livello del costo unitario del lavoro a inizio 2005, un grafico ci mostra con chiarezza che il costo del lavoro tedesco è sceso fino a sfiorare quota 95 fra il 2007 e il 2008.

Nello stesso periodo il costo unitario del lavoro spagnolo superava quota 115, il più alto dei principali paesi dell’eurozona. Subito dopo troviamo la Grecia, l’Italia, la Francia e infine il Portogallo. Quindi, mentre in Germania il costo del lavoro diminuiva, nel resto dei paesi considerati aumentava significativamente.

Dal 2008 in poi, il costo del lavoro tedesco inizia a salire, ma rimane ben al di sotto di quello degli altri paesi.

A inizio 2009 l’indice sfiora quota 105, mentre Spagna e Grecia quotano sopra 115 e l’Italia è poco sotto. Le curve di Portogallo e Francia si incontrano intorno a quota 112.

Il costo del lavoro tedesco torna a calare da metà 2009, fino all’ultimo quadrimestre del 2010, quando quota circa 103. Quindi in cinque anni l’indice tedesco è cresciuto di solo 3 punti.

Nello stesso periodo di tempo, comincia la deflazione salariale spagnola, che dal picco intorno a 117 raggiunto nell’ultimo quadrimestre 2009 inizia una calo costante e drammatico, complice la crisi immobiliare, quella bancaria e l’aumento della disoccupazione.

In Grecia, al contrario, malgrado la crisi sia conclamata, i salari continuano a crescere fino quasi a sfiorare quota 120 a fine 2010. In Italia l’indice rimane stabile intorno a 115 e solo in Francia la crescita del costo unitario del lavoro continua indisturbata.

Fra il 2011 e il 2012, si consuma l’inversione del ciclo. Il costo del lavoro tedesco inizia a crescere con regolarità e arriva ad incrociare la curva spagnola, che cala senza sosta, a quota 107 nell’ultimo quarto del 2012. Da quel momento le curva si divaricano: al rialzo quella tedesca, al ribasso quella spagnola. Ciò malgrado la Spagna segni, fra fine 20o7 e fine 2012 un aumento di produttività di oltre il 10%, che invece in Germania cala di un paio di punti.

Questo per quelli che dicono che i salari devono seguire la produttività.

Francia e Italia continuano la loro crescita – addirittura l’Italia supera la Francia – verso quota 120. Peggio della Spagna c’è solo il Portogallo, che quota sotto 105, più o meno al livello del 2006.

Che tale tendenza sia confermata anche nei periodi a noi più vicini, lo dimostrano i dati statistici diffusi ieri dal Federal Statistical Office tedesco, e relativi al costo del lavoro del settore privato.

Nel 2012 in Germania tale costo è cresciuto del 2,8%, portando la paga oraria dei lavoratori privati tedeschi a 31 euro, il 32% in più rispetto alla media di 23,5 euro pagati nell’Ue.

In Spagna, nello stesso periodo, tale costo è cresciuto solo dell1,1%, quindi meno dell’inflazione, portandosi a 20,9 euro. In Grecia, la deflazione salariale viene conclamata da una cambiamento negativo del 6,8%, che porta il costo a 15,5: la metà dei tedeschi.

In un’ottica di allocazione efficiente delle risorse, sarebbe del tutto razionale, per la Germania, portare le proprie industrie subito in Grecia e, domani, in Spagna, se limitiamo la nostra analisi ai paesi finora considerati.

Anche in Italia la deflazione salariale è in corso, anche se non ai livelli spagnoli, visto che il costo orario nel 2012 è aumentato solo dell1,9%, quindi meno dell’inflazione, fermandosi a quota 27,2, meno dell’Irlanda (27,4). Ciò a fronte di una produttività del lavoro crollata del 5% da fine 2007 a fine 2012.

Al contrario il costo orario rimane sopra quello tedesco in Francia (34,9 euro), mentre i lavoratori più pagati sono gli svedesi (41,9 euro).

Insomma, i salari dei lavoratori tedeschi è chiaro dove stiano andando: almeno verso quelli francesi, con l’obiettivo di raggiungere i paesi scandinavi.

Quelli spagnoli, è pure abbastanza chiaro. D’altronde la Grecia è a due passi e la Troika incombe.

Per quelli italiani, fatevi due conti.

I Brics preparano il governo ombra

C’è un pizzico di megalomania e tanta buona volontà nelle dichiarazioni d’intenti dei cinque paesi – i famosi Brics – che oggi e domani si vedranno in Sudafrica, a Durban, per discutere delle sorti magnifiche e progressive del mondo a venire. Un mondo nel quale, manco a dirlo, Brasile, Russia, Cina, India e Sudafrica giocheranno un ruolo sempre più importante. Se non altro per il loro peso demografico.

Qualche numero aiuterà a capire. Il prodotto interno lordo dei Brics rappresenta il 21% del Pil mondiale. I Brics occupano il 26 per cento della superfice del pianeta e totalizzano il 42% della popolazione mondiale.

Qualche giorno fa i giornali russi riportavano le roboanti dichiarazioni di Putin, secondo il quale “è necessario trasformare i paesi in via di sviluppo nel nuovo centro di influenza euroatlantica”. Il piano prevede di creare anche un’alternativa alla Banca Mondiale e al Fondo Monetario Internazionale. L’istituto, che prenderà il nome di Banca dello Sviluppo, sarà un centro nevralgico per la raccolta delle informazioni e delle analisi della situazione economica attuale che sarà dunque un’alternativa agli esistenti rapporti forniti da FMI e BM, analisi, fa sapere il premier che potrebbero anche discostarsi da quelli fino ad ora conosciuti. Per completare l’opera Putin vuole regalare all’Occidente anche una nuova agenzia di rating. In pratica un occhio “indipendente” sul mondo dell’economia.

Quale sia il disegno è chiaro: fare dei Brics una specie di G5.

Replicare in piccolo il sistema di potere che ha consentito ai vincitori della seconda guerra mondiale di restare in sella per 60 anni, istituendo anche una sorta di governo ombra del sistema finanziario, può anche essere una trovata interessante, in un mondo che ormai tutti dicono multipolare, ma sconta un problema di fondo: la fragilità dei suoi partecipanti.

Una fragilità che è innanzitutto finanziaria. Se guardiamo alla posizione netta sull’estero dei cinque Brics, servendoci delle statistiche del Fondo monetario internazionale, scopriamo che il Brasile, nel 2011, aveva un debito netto con l’estero pari al 33,12% del Pil; la Russia, sempre nel 2011, ha realizzato un saldo netto positivo pari al 7,97% del Pil, ma fino al 2008 era negativo per l’11,47%, segno di una situazione finanziaria sempre troppo esposta alle turbolenze e alla connotazione energy-based del proprio export. La Cina mantiene un saldo netto positivo per il 23,71% (dato 2011) del Pil, ma ben lontano dal 32% del 2008 e in costante calo dal allora. L’India ha visto il suo saldo negativo ampliarsi dal 5,9% del Pil del 2007 al 12,4 del 2011. Quanto al Sudafrica, il saldo è stato sempre negativo con una punta del 23% nel 2007 fino al 6,7985 del 2011.

Questo se si guardano solo i conti esteri.

Che tale fragilità sia ben nota ai cinque Brics lo dimostrano i primi atti che dovrebbero essere firmati in questo meeting. Banca mondiale ombra a parte, uno dei primi incontri previsti è quello fra le autorità brasiliani e quelle cinesi per regolamentare le transazioni effettuate non più in dollari, ma nelle rispettive monete. Il che la dice lunga sullo spirito dell’iniziativa: mettere d’assedio il principale strumento grazie al quale viene esercitata l’egemonia euroatlantica: il sistema monetario internazionale basato sul dollaro fluttuante.

Che i primi tentativi in tal senso vengano effettuati da Brasile e Cina non deve stupire, visti i rapporti sempre più intensi fra i due paesi. Un esempio basterà a chiarire: il volume degli scambi tra il Brasile e gli altri Brics è quasi raddoppiato in quattro anni: nel 2008, era di 48 miliardi di dollari e nel 2012 è stato di 95 miliardi di dollari. E la Cina è diventata lo scorso anno il primo partner commerciale del Brasile, scavalcando gli Stati Uniti. Ma i saldi netti esteri dimostrano come tale intensa attività di scambi sia fortemente sbilanciata.

Aldilà di come finirà il meeting di Durban, è evidente che due diverse visioni del mondo stanno emergendo e finiranno per contendersi l’egemonia globale. La prima, quella che Putin chiama euroatlantica, è destinata a confrontarsi con la visione emergente, quella eurasiatica, visto il peso relativo di Russia, Cina e India nei Brics.

Non è un caso che l’Europa stia in mezzo.

Gli eurodebiti e i venti piccoli indiani

E poi non rimase più nessuno, si potrebbe concludere prendendo a prestito dal celebre romanzo di Agatha Christie.

Il copione si ripete con preoccupante regolarità: un Paese viene invitato a entrare, come nei Dieci piccoli indiani, in un luogo bellissimo: nientemeno che un’unione monetaria che promette pace e prosperità.

All’inizio tutto sembra andare per il meglio. Nelle banche di questo paese affluiscono fiumi di euro, che ne gonfiano i bilanci spingendole all’azzardo, i cittadini godono di un’improvvisa apertura di credito e cominciano a consumare a mani basse, i prezzi degli asset salgono, tutti si indebitano. Ma va bene così: è il capitalismo, bellezza.

Poi succede qualcosa. Uno scricchiolio sinistro, da Oltreoceano o da dove volete voi, mette paura ai prestatori. Cominciano a richiamare i capitali e i paesi, proprio come i piccoli indiani, cominciano a entrare in coma uno dopo l’altro, per non dire che muoiono.

Si congettura su chi sia l’assassino e intanto si cerca di rianimare il paziente. Prima la Grecia, ultimo Cipro. In mezzo la Spagna, il Portogallo, l’Irlanda, e l’Italia un giorno sì e l’altro no. Già ci si chiede chi sarà il prossimo. Forse la Slovenia, che si dice abbia un sistema finanziari imbottito di titoli tossici (almeno un quinto del Pil) o magari l’Ungheria. Chi lo decide? In base a quali parametri?

Una cosa finora è apparsa chiara: la grandezza di un paese è inversamente proporzionale al grado di danno che può sopportare. Una crisi a Cipro fa più male di una crisi spagnola. O perlomeno questo è quello che divulga il mainstream politico-economico, forse perché le realtà più piccole sono quelle più adatte a fare pratica di salvataggi.

Nel dubbio, possiamo provare solo a fare due conti. Partiamo da una domanda: cosa rende un paese sovrano fragile? La risposta più ovvia è: i troppi debiti. Il fatto però è che i debiti non sono tutti uguali. Uno Stato indebitato con i propri cittadini potrà sempre decidere di non ripagarli. Al massimo verranno cacciati i politici responsabili e finisce lì.

Uno stato che ha debiti con l’estero, al contrario, dipende letteralmente dalla generosità dei suoi creditori. Se smettono di comprare i suoi titoli, e noi lo sappiamo bene, non potrà più pagare gli stipendi. Se i creditori ritirano i suoi attivi, lo ha scoperto Cipro con la Russia, il paese finisce in miseria.

Perciò sembra del tutto ragionevole andare a vedere un indicatore macroeconomico assai interessante che ci racconta lo stato di salute di un paese relativamente ai suoi conti con l’estero, ossia la posizione patrimoniale netta internazionale.

Tale indicatore misura il saldo fra le attività e le passività estere. Per farla semplice, dice quanto è indebitato un paese rispetto al resto del mondo. L’indicatore non distingue fra debito privato e debito pubblico, per saperlo bisognerebbe analizzare i saldi settoriali. Però è uno strumento utile a misurare la fragilità finanziaria di un paese.

Cominciamo da noi. Proprio oggi la Banca d’Italia ha pubblicato la posizione netta italiana sull’estero, che nel terzo trimestre 2012 era negativa per 351,471 miliardi di euro, più o meno il 20% del Pil. Un dato simile a quello che ci siamo andati a ripescare sul sito di Eurostat, che ha pubblicato un interessante prospetto dei saldi netti di tutti i paesi dell’eurozona a partire dal 1971. Una lettura edificante.

Nell’Ue a 27, a fine 2011, i paesi con posizione netta negativa erano 20. I nostri venti piccoli indiani. Undici se consideriamo solo quelli che hanno aderito all’euro.

I creditori sono sette: Belgio, Danimarca, Germania, Malta, Olanda, Finlandia, Lussemburgo. Di questi solo la Danimarca non ha aderito all’euro. La posizione netta, il relazione al Pil, migliore di tutte è quella del Lussemburgo, che vale il 107,6%. Ma ovviamente è la Germania a fare la parte del leone con il suo 32,6% di saldo attivo estero sul Pil, che pure se vale la metà di quello del Belglio (65,7%) è assai più corposo a livello di stock, viste le dimensioni del Pil tedesco.

Se questi sono i creditori, andiamo a vedere i debitori. La Grecia, nel 2007, quando inizia a spirare il vento della crisi, aveva una posizione netta negativa pari al 96,1% del Pil. Quando scoppia la crisi gli investitori iniziano a richiamare i capitali, ed ecco che la posizione negativa cala improvvisamente al 76,8%. Poi arrivano i prestiti per salvare il salvabile, ed ecco che nel 2010 la posizione netta arriva ad essere negativa per il 98,4% del Pil.

Lo stesso copione che vediamo in Spagna. Nel 1992 il saldo netto era negativo per appena il 19% del Pil. Nel 2002, dopo l’euro, è già al 41,6% e sale costantemente. Al top dell’euforia, nel 2009, prima che la crisi spagnola diventasse d’attualità, era già al 93,7%. E poiché in Spagna il debito pubblico è rimasto sotto controllo per lunghi anni, questo peggioramento è stato chiaramente guidato dal debito privato.

Paese diverso, stessa storia. Portogallo: nel 1995 il saldo netto era negativo per uno striminzito 9,5%. Nel 2002 era già al 54,6. Nel 2009 addirittura al 110,4%. In pratica il Portogallo ha più che decuplicato la sua esposizione estera in un quindicennio. Chiaro che i creditori lo abbiano messo sotto Troika. Con la conseguenza che ora il suo saldo netto è negativo per il 105% del Pil.

La storia dell’Irlanda è ancora più illuminante. Nel 1997 è addirittura creditrice netta per l’11,6% del Pil, e dua anni dopo arriva addirittura al 50,4%. Poi il crollo. Nel 2002  la posizione è già negativa per il 17,9%, ma il crollo vero si registra nel 2008, quando arriva al -76,2%. Nel 2011 è ancora peggiorata: -96%. Per anni l’Irlanda ha attratto capitali con la sua legislazione favorevole all’impresa, il mercato immbiliare è salito alle stelle, il dimagrimento, via rimpatrio dei capitali, dolorosissimo e non ancora concluso.

E Cipro? Beh, l’isoletta che così tanto ha fatto patire mezzo mondo in queste settimane ha raggiunto il suo peggio nel 2009, con un saldo netto estero negativo per l’82,7% del Pil. Assai meno che la Spagna, il Portogallo. Nel 2011 era pure migliorato al 73,3%. Eppure sono bastate voci sulla fragilità di un sistema bancario ipertrofico (come se ce ne fosse uno che non lo sia oggi nell’Unione) perché tale quota di debiti fosse giudicata insostenibile.

E state sicuri che c’è molto di peggio: l’Ungheria, ad esempio, ha sfondato il 117% nel 2009 e nel 2011 quotava il 105%. Gli ex paesi del blocco sovietico hanno tutti posizione nette negative  nell’ordine del 60-80% del Pil. Anche qui capire bene chi sono i creditori e se si tratti di debito pubblico o privato è dirimente. Ma di sicuro non resisterebbero a lungo a un prelievo dei capitali esteri dalle propri economie.

E poi ci sono i giganti, Francia e Gran Bretagna, che quotano il 15,9 3 il 17,2% di saldo netto negativo. Poco sotto rispetto a noi.

Stando così le cose, risulta ozioso chiedersi chi sarà il prossimo.

Meglio sarebbe chiedersi quando succederà di nuovo.

Lezioni cinesi per l’eurozona

Uno dice Cina e pensa: esportazioni, grandi riserve, pochi debiti e Pil alle stelle. Uno legge l’ultimo Economic surveys dell’Ocse pubblicato oggi e dedicato al gigante asiatico e scopre: sempre meno esportazioni, meno riserve, tanti debiti nascosti e Pil in crescita ma…

Questo per dire che ogni tanto bisognerebbe scrivere di meno e leggere di più. Se non altro perché fra le righe delle 161 pagine del rapporto si intravede una straordinaria lezione per l’eurozona che è quasi un monito: le economie che puntano solo sull’export per crescere prima o poi s’impantanano.

Con un corollario: non è tutto Pil quello che luccica.

La lezione la Cina l’ha imparata fra il 2009 e il 2011. Dopo l’ingresso nel Wto, nel 2001, la Cina è diventata il Grande Esportatore manufatturiero del mondo. Nel 2007, all’apice del successo, la crescita reale del Pil era del 14,2% e il saldo del conto corrente segnava un surplus pari al 10% del Pil, mentre il saldo fiscale era positivo per il 2% del Pil.

A livello macro, le esportazioni contribuivano per il 19,8% al Pil e le importazioni il 13,7, i consumi di famiglie e governo il 10,8%, gli investimenti il 14,3%.

Tuttavia, l’incidenza percentuale del commercio estero alla crescita del Pil era al 3,6%, in terza posizione rispetto a quella degli investimenti (6%) e dei consumi interni (5,6%). Come dire: l’export è importante per far crescere il prodotto, ma mai quanto gli investimenti e la domanda interna. La strada, insomma, era già segnata, a volerla vedere.

Anche i ciechi, però, se ne sono accorti due anni dopo.

La crisi ha cambiato il volto della Cina.

Nel 2009 malgrado il Pil segni sempre un robusto +9,6% (purtroppo il Pil è l’unica cosa che fa notizia quando si parla di Cina), l’export crolla di 10,2 punti di Pil (dal +19,8 del 2007). A compensare, in parte, questo calo drammatico sono stati gli investimenti pubblici, che arrivano al 18,9%. Il saldo commerciale si dimezza, arrivando al 4,9% del Pil (era il 10,1 nel 2007) e il saldo fiscale diventa negativo dell1,1%. Bazzecole rispetto ai bilanci pubblici occidentali, però…

Però c’è una sorpresa nei conti pubblici cinesi: gli off budget borrowing. Ossia gli enormi debiti fuori dal bilancio dello stato accesi dalle varie autonomie locali con le banche per sostenere lo straordinario piano di stimolo post crisi. Proprio fra il 2009 e il 2010 tale montagna di debito “invisibile” raggiunge quasi il 40% del Pil, “riflettendo – scrive l’Ocse – il ricorso ricorrente a finanza non trasparente”. Di fatto un sistema bancario pubblico presta soldi pubblici ai territori nell’ipotesi, remota, che tali debiti siano ripagati. E di tutto questo nei conti pubblici statali non si vede.

L’approfondirsi della crisi conferma il cambio sistemico in corso in Cina. Nel 2011, col Pil sempre in crescita del 9,3%, per la prima volta la percentuale di crescita delle importazioni (8,8%) supera quelle delle esportazioni (8,1), con la conseguenza che il saldo del conto corrente crolla al 2,8% del Pil (dal 10,1 del 2007). A guidare la crescita del Pil è ancora una volta la domanda domestica, con i consumi privati in testa. Il saldo fiscale torna positivo per lo 0,1%, ma i debiti fuori bilancio continuano a pesare circa il 35% del Pil.

Che la Cina sia destinata a spendere i suoi soldi sempre più in casa sua per sostenere la sua crescita viene confermato dai dati del 2012, quando il Pil si ferma al 7,8%. Il calo si spiega in gran parte con il calo degli investimenti e dei consumi. La domanda domestica, infatti passa dal 10,1% del Pil del 2011 all’8,2.

Certo, anche l’export pesa sempre meno. Il saldo commerciale si ferma a 2,6 punti di Pil, ed è previsto peserà sempre di meno. Quest’anno dovrebbe scendere al 2,3, per arrivare al 2% nel 2014. 

Tutto ciò bisognerebbe ricordarselo quando leggeremo sui giornali che “La Cina continua a crescere”, come scrive l’Ocse, e che per il 2013 è prevista una crescita dell8,5% e per il 2014 dell’8,9.

Il futuro della Cina dipenderà sempre più da quanto spenderà dentro i suoi confini. Anche perché finora ha speso pochissimo per tutte quelle voci che fanno sballare le nostre contabilità pubbliche.

Basti considerare che la spesa pubblica per finalità sociali, ossia il welfare, arriva appena al 9,6% del Pil, a fronte del 28,3 medio dei paesi Ocse, e che l’indice di soddisfazione per la propria vita quota 92, a fronte del 29 Ocse, quando 1 dovrebbe essere l’ottimo.

La lezione che non si campa di solo export la Cina l’ha imparata, e dovrà tenerla a mente nei prossimi anni, se non vuole collassare.

L’Europa rischia di essere rimandata a settembre.

2015: resa dei conti fra debitori e creditori

La data è stata fissata, direbbero i mitici autori di X Files. Solo che la grande protagonista non sarà l’invasione aliena di Mulder&co, ma l’altrettanto aliena exit strategy della Fed.

La fine della politica monetaria accomodante, per non dire nutriente.

Guardiamo le date. A gennaio scade il secondo mandato di Bernanke, detto anche Ben l’elicottero per la sua notevole predisposizione ai finanziamenti a pioggia. Forse ne farà un terzo, forse no. Nel dubbio ieri il gran capo della Fed ha confermato che continuerà a comprare bond Usa e titoli collegati ai mutui immobiliari per 85 miliardi al mese, perché, ha detto ieri, la disoccupazione è ancora troppo alta. Addirittura fra il 7,3 e il 7,5% nel 2013.

E che dovremmo fare noi europei?

L’indizio arriva poco dopo. Nel 2014 la disoccupazione è prevista attestarsi al 6,7-7%, appena un filo sotto l’obbiettivo del 6,5% che farà scattare l’exit strategy. La fine del denaro a costo negativo.

Per il mondo sarà una rivoluzione. Chi segue queste storie si ricorderà cosa accadde il 30 giugno 2004, quando la Fed concluse la lunga corsa al ribasso dei tassi iniziata nel maggio del 2000, quando i Fed funds erano al 6,5% (sembra fantafinanza oggi) e furono portati all’1% nel giugno 2003 per dare ossigeno ai mercati dopo lo scoppio della bolla internet.

Le principali banche centrali si adeguarono subito. La Bce, per citare quella più vicina a noi, passò dal tasso del 4,75% dell’ottobre 2000 al minimo storico (per allora) del 2% del giugno 2003. Senonché non appena la Fed suonò la fine della ricreazione (indebitarsi a tasso negativo) e tornò a muovere i tassi, la Bce si adeguò subito: a dicembre 2005 i tassi erano già al 2,25%. Poi certo, la risalità dei tassi mise in crisi il mercato immobiliare americano, ormai assediato da obbligazioni spazzatura, fino ad arrivare ad oggi. Questo giusto per dare un’idea di cosa succede quando le banche centrali cambiano strategia monetarie.

Altri tempi, altri tassi. Rispetto alla crisi del 2008, la bolla di Internet è un semplice incidente di percorso. E basta vedere gli strumenti messi in campo dalle banche centrali per accorgersene. La Fed ha portato i tassi a zero, come il Giappone, e ha quadruplicato il suo bilancio a furia di comprare titoli di stato e obbligazioni immobiliari. La Bce ha portato i tassi a un livello mai visto e ha varato programmi straordinari per finanziare praticamente gratis le banche.

Detto ciò, la data è stata fissata. O quantomeno indicata. L’exit strategy, qualunque cosa comporterà, avrà un significato molto chiaro per il mercato. Ossia che inizia la resa dei conti fra i grandi creditori e i grandi debitori del mondo.

Queste due armate sono naturalmente destinate a fronteggiarsi. Specie quando aumenta il costo del credito/debito. Un’idea vaga di cosa potrebbe succedere ce l’ha data la Russia, che ha minacciato l’Eurozona di diminuire le proprie riserve in euro qualora si procedesse all’esproprio proletario sui conti correnti ciprioti. Addirittura Medved ha accusato l’Ue di essere un Soviet. Molto divertente.

Già, perché la fisionomia delle armate non è delle più rassicuranti. Da una parte ci sono i grandi paesi sviluppati, cresciuti a pane e debito. Gli Usa, quindi, gravati da un crescente sbilancio sull’estero che l’Ocse prevede in aumento dai 511 miliardi di dollari del 2010 ai 653 del 2014. Il Giappone, il cui saldo sull’estero è crollato dai 65,5 miliardi del 2010 ai previsti -106 miliardi del 2014. E l’Eurozona che, in controtendenza, vede crescere il suo saldo estero dai 161 miliardi del 2010 ai 405 del 2014.

Questa apparente controtendenza ha una spiegazione molto semplice. All’interno dell’Eurozona c’è un player che ormai da un decennio è iscritto all’altro club: quello dei grandi creditori. Ossia la Germania. Le esportazioni tedesche nette nel 2011 hanno sfiorato i 130 miliardi di euro, quando il saldo del corrente dell’intera eurozona dell’anno, sempre secondo i dati Ocse, è stato di 138 miliardi. In pratica la Germania pesa il 94,2% del saldo commerciale netto della zona euro. Ciò spiega perché la voce tedesca assomigli sempre di più alla voce del padrone, in un mondo dove chi ha soldi da prestare detta legge.

In compagnia della Germania ci sono i paesi emergenti, Cina in testa, e i paesi esportatori di petrolio e simili (tipo la Russia). Tutti coloro, insomma, che hanno estratto ricchezza dal denaro piovuto grazie al credito facile e che adesso faranno tutto ciò che è necessario per evitare che i loro crediti perdano valore.

In tutto ciò ci sono oltre 10 trilioni di debito pubblico da finanziare ogni anno con emissioni che, a tassi crescenti, non potranno che essere sempre più onerose per i singoli stati. E il bisogno, si sa, è il miglior cavallo di troia per conquistare spazio economico.

Che tutto questo accada dal 2015, centenario della Grande Guerra che ha segnato la fine di un mondo e l’inizio di uno nuovo, è sicuramente una divertente coincidenza.

Il lato oscuro del miracolo tedesco

Anche stamattina mi sono svegliato con la voce di qualcuno che ammoniva circa “la grande emergenza rappresentata dalla mancanza del lavoro”. Che poi è una variante di un altro motto oracolare che avrete sentito migliaia di volte in questi anni tormentati: servono le riforme.

Il presidente della Bce Draghi, per esempio, non più tardi di pochi giorni fa ha detto che bisogna riformare i contratti di lavoro nei paesi a bassa competitività.

Il nostro Paese, ovviamente, ha meritato ancora una volta una menzione speciale. Abbiamo una produttività ferma da un decennio, eppure i nostri stipendi crescono più di quelli di austriaci e tedeschi, che invece hanno una produttività miracolosa. Questo più o meno il ritornello che oggi diventa pressante, specie di fronte a una disoccupazione che non accenna a diminuire, e anzi aumenta.

Mentre ci  interroghiamo sul che fare, può essere d’ispirazione andare a vedere cosa hanno fatto gli altri. E in particolare la Germania visto che, vuoi o non vuoi, il suo modello di sviluppo, basato sulla competitività e quindi le esportazioni, sembra quello dominante nell’Eurozona, e quindi siamo tutti chiamati a farci i conti.

Ci viene in aiuto un working papers pubblicato da due studiosi del Fondo monetario internazionale un mese fa dal titolo “Macroeconomic Evaluation of Labor Market Reform in Germany”. Lettura che non si può dire amena, ma utile sì.

Essere competitivi, è ovvio, vuol dire produrre buoni prodotti a un costo basso. Ciò non può che favorire la loro vendita. L’industria tedesca, universalmente riconosciuta come di qualità, obbediva quindi già al primo requisito, mentre aveva qualche problema col secondo.

Nel periodo fra il 1970 e il 2005, notano gli studiosi, “il tasso di disoccupazione in Germania cresce costantemente, facendo del paese uno dei esempi più lampanti di eurosclerosi”. Per risolvere il problema fra il 2003 e il 2005 il governo tedesco mette mano a una riforma epocale del mercato del lavoro, la cosiddetta riforma Hartz, che con la versione Hartz IV, approvata nel gennaio 2005, completa la rivisitazione della legislazione di settore, dalle norme del lavoro a quelle dei sussidi.

Dopo una fase di assestamento, il tasso di disoccupazione passò dall’11% del 2005 al 7,5% del 2008, e da lì poco si è mosso anche durante la crisi, arrivando persino al minimo del 6%. “La storia del malato d’Europa – scrivono i due – si è trasformata nella storia del miracolo del mercato del lavoro tedesco”.

Cosa è successo? Semplice: la riforma è intervenuta modificando al ribasso il tasso di disoccupazione agendo sugli incentivi a trovare lavoro, quindi modificando sostanzialmente la normativa sui sussidi. La riforma ha trovato il suo driver principale nel calo dei salari reali. Il calo dei sussidi ha spinto in su l’offerta di lavoro. In pratica, i lavoratori tedeschi hanno visto ridursi i sussidi di disoccupazione e quindi sono stati incoraggiati a trovare un lavoro pure a un salario più basso o precario.

La deflazione salariale che ne è seguita ha rilanciato l’occupazione e quindi la produzione industriale. Allo stesso tempo il calo della disoccupazione ha permesso una riduzione delle tasse sul lavoro.

Vale la pena rilevare che tutto ciò è stato reso possibile grazie a un corposo investimento governativo di svariate decine di miliardi, che ha “pagato” la riforma.

L’analisi svolta mostra che la “riforma ha creato vincitori e perdenti” in Germania. “Abbiamo evidenza – scrivono i due studiosi – che le famiglie occupate hanno avuto vantaggi, visto che il calo della tassazione sul lavoro ha superato lo svantaggio derivante dal calo dei sussidi di disoccupazione. Al contrario, i disoccupati di lungo periodo che tali sono rimasti hanno pagato il prezzo della diminuizione dei loro sussidi”.

Detto in altre parole: chi stava bene sta meglio, chi stava male sta peggio.

Se andiamo nel dettaglio, scopriamo altre cose. Le riforme Hartz hanno puntato alla riduzione del costo del lavoro eliminando i contributi sociali per i lavori fino a 400 euro al mese (i cosiddetti mini-jobs) e abbassandoli per quelli fino a 800 euro (i midi-jobs). Quindi hanno puntato sulla de-regolamentazione del mercato del lavoro, affidando gran parte del lavoro ad agenzie private.

Il risultato di tali politiche è facilmente osservabile da un grafico elaborato dai due studiosi. Il primo riguarda i salari reali. Fatto 100 il livello dei salari nel 1992, l’indice comincia a decrescere dal 2003 in poi, data di inizio della riforma, e arriva a toccare quota 95 nel 2007, per risalire di poche unità nel 2010, senza però riuscire a recuperare quota 100. Significa che in pratica i lavorati tedeschi hanno sperimentato una riduzione reale della propria retribuzione che, a fine 2010 non arriva neanche al livello del 1992.

A fronte di tale prezzo pagato, i cittadini tedeschi hanno sperimentato una crescita del Pil procapite rilevante. Fatto 100 il livello del 1992, a fine 2010 l’indice del Pil pro-capite aveva già superato 125. Ecco il famoso incremento di produttività, che di sicuro ha arricchito l’industria, ma non i lavoratori.

Le riforme hanno anche cambiato la fisionomia del mercato del lavoro. La quota dei lavori di lungo termine si è ridotta a favore di quelli a breve. Il tasso disoccupazione a per i lavori a breve termine, infatti, dopo la riforma si è ridotto dal 4,5 al 3,92%.

Il miracolo tedesco, quindi, si è basato su un forte investimento pubblico che ha consentito un calo dei salari reali, indotto grazie alla compressione delle garanzie sociali provocata dal calo dei sussidi, che ha spinto i lavoratori a trovare un lavoro qualunque. Poter contare su una vasta forza lavoro inoccupata, di sicuro ha favorito l’aggiustamento del mercato del lavoro.

Il combinato disposto fra prodotti di qualità e costo del lavoro basso spiega i grandi risultati ottenuti dall’industria tedesca, misurata dalle sue esportazioni,  nell’età dell’euro. L’abbassamento dei salari, peraltro, porta con sé il vantaggio di comprimere la domanda interna e ciò non può che far bene al saldo del conto corrente, che infatti in Germania è cresciuto esponenzialmente negli ultimi anni.

Se questa è la ricetta, adesso possiamo capire quello che si chiede quando si parla di riforma del lavoro: in pratica esportazione, per via disoccupazione, della deflazione salariale negli altri paesi europei che, per logica, dovrebbero posizionarsi a un livello più basso di quelli tedeschi per essere davvero competitivi.

Il lato oscuro del miracolo tedesco è la “cinesizzazione” del costo del lavoro.

Un altro passo in avanti del dispotismo Euro-asiatico.

 

 

La Maginot francese e il dispotismo Euro-asiatico

Più che di Cipro sarebbe saggio preoccuparsi della Francia. Che i Piigs (anzi, i Piigsc) siano la palla al piede dell’Eurozona è cosa nota, e neanche vale più la pena provare a confutare la vulgata (quantomeno ingenerosa, per non dire disinformata) che individua nelle nostre debolezze la forza del resto d’Europa.

Si fa servizio più utile alla comprensione dello spirito del tempo, di cui l’economia è solo una declinazione, andandosi a leggere l’ultimo Economic Surveys dedicato dall’Ocse alla Francia, questo strano paese che non è Nord Europa, ma neanche ancora Sud. Che ha un Pil di quasi 2.000 miliardi di euro nel 2011, ma che è cresciuto negli ultimi cinque anni di appena lo 0,4% medio a fronte dello 0,8% dell’area Ocse. Che ha una popolazione di circa 63 milioni di abitanti dei quali gli over 65 sono di poco inferiori (il 17,4%) degli under 15 (18,4%). Che ha una spesa pubblica sul Pil che nel 2011 ha superato il 56%, contro una media del 45%, con uno stock di debito ormai sulla soglia del 100% sul Pil, a fronte di una media Ocse del 90,2.

Come se non bastasse, i conti esteri del gigante francese non sono per nulla allegri. Il saldo del conto corrente è negativo per il 2% del Pil (a fronte di una media Ocse di -0,7%) mentre era positivo di due punti di Pil nel 1998, e la posizione netta degli investimenti è negativa per il 10,7%. L’export pesa il 26,9% sul Pil (media Ocse 52,7), l’import il 29,7. Tale sbilancio commerciale, il peggiore dell’Eurozona, genera un debito estero in costante aumento, da cui deriva un’altro primato della Francia.

A un alto debito pubblico e a un rilevante debito estero si aggiunge anche un debito privato importante che, rileva l’Ocse, “è cresciuto notevolmente da un livello basso”. Quello delle famiglie è cresciuto esponenzialmente dal 2002 in poi e ora sfiora quasi il 60% del Pil (era poco più del 30% prima dell’euro). Quello delle aziende non finanziarie è cresciuto di meno ma ha comunque superato il 60% del Pil in valore (a fronte del 50% del 1998).

Se poi andiamo a vedere il sistema bancario, l’Ocse nota che è ancora molto esposto verso i paesi del Sud Europa, compresa l’Italia. Nel dettaglio, il sistema bancario a fine 2012 risulta esposto per crediti pari al 19,4% del Pil, di cui il 12,4 relativi a prestiti concessi all’Italia. Nel 2007 le banche francesi avevano prestiti in Italia per il 17,3% del Pil, con un picco di 18,1 raggiunto a fine 2009. Appena due anni dopo tale esposizione si era ridotta al 12,3%, quasi sei punti di Pil in meno. E le cronache ci ricordano le grandi difficoltà affrontate durante la crisi dal sistema bancario francese.

I guai finanziari della Francia non finiscono qui. L’Ocse ricorda molto opportunamente che il sistema bancario transalpino dovrà ricorrere a un robusto funding (leggi raccolta di prestiti) per finanziare il suo grande debito sistemico. La raccolta prevista nel biennio 2013-2014 è di 131 miliardi di euro. Questo a fronte di bilanci gonfi di asset pressoché triplicati dal 2000.

Diagnosi: la Francia soffre di evidente fragilità finanziaria, sia sul versante interno che estero, sia sul versante del debito pubblico che privato.

Una tale stato delle finanze deve pure fare i conti con un mercato immobiliare inceppato, con prezzi in forte calo dal 2011 e previsti in calo ulteriore, ma soprattutto con un mercato del lavoro molto particolare, con tasse sul lavoro seconde per incidenza solo a quelle del Belgio e un’incidenza del peso dei contributi sociali che sfiora il 16% del Pil: il terzo primato della Francia.

Il quarto primato, sempre sul lavoro, ce l’ha il livello dei salari. Il salario minimo francese, che adesso quota circa nove euro l’ora, è l’unico cresciuto costantemente dal 1980 al 2010 dell’intera Ocse, a fronte di una produttività declinante. Questo a fronte di relazioni sindacali che l’Ocse giudica “di non buona qualità” perché troppo invasive e poco cooperative.

A fronte di questi primati ce n’è un altro in preparazione: quello della disoccupazione. Il mercato del lavoro francese è sempre più duale, diviso cioé fra i lavoratori precari e quelli ultragarantiti (vi ricorda qualcosa?), e ormai il tasso di disoccupazione è in crescita costante dal 2008, quando era poco sopra il 7%, e ha superato il 10%. La disoccupazione giovanile (15-24 anni) è sopra il 24% (peggio della nostra), quella della classe fra i 25-49 anni intorno al 9%, quella degli ultracinquantenni al 7%. I più anziani, quindi, sono quelli più garantiti. Non vi sentite a casa?

E qui si apre un altro problema rilevante: la previdenza. La Francia spende il 12% della sua corposa spesa sociale per pagare pensioni, e un altro 8% per la sanità. L’incidenza della spesa pensionistica sul Pil in Francia è seconda solo alla nostra. Un altro primato mancato.

Ciliegina sulla torta, il sistema scolastico. “Le disuguaglianze in termini di livello di istruzione hanno raggiunto
un livello preoccupante – scrive l’Ocse – , e l’influenza dell’origine sociale sul rendimento scolastico è uno delle più rilevanti fra i paesi Ocse”.

Diagnosi: la società francese è divisa fra adulti, garantiti, e una quota crescente di giovani senza prospettive. Il costo degli anziani sui bilanci pubblici sarà sempre maggiore, e il prezzo dovranno pagarlo i giovani. La diseguaglianza nelle opportunità, che parte dalla scuola, polarizzerà sempre più la società francese, erodendo anche l’unico dato positivo che si evince dalle 156 pagine del rapporto Ocse: l’indice di redistribuzione della ricchezza, ancora fra i migliori dell’eurozona.

Le ricette suggerite dall’Ocse sono quelle che si possono immaginare: riforma del mercato del lavoro (modello tedesco), per rilanciare la competitività (modello mercantilistico) e quindi tagliare la spesa pubblica. Insomma, la stessa ricetta che gli organismi internazionali propinano ai paesi in crisi.

Ma un attimo però: la Francia non è in crisi. Ha uno spread miserrimo. E allora com’è possibile?

Sarà merito della grandeur, che cova sotto i bilanci.

Per ora limitiamoci a notare che la Francia, paese che non è più del Nord ma che ancora non è finito nell’inferno del Sud, ha eretto una nuova linea Maginot contro l’invasione delle armate dei suoi creditori. Paradossalmente, questa fortificazione è l’unico argine alla sua definitiva meridionalizzazione.

La Francia, con il suo welfare ipertrofico e costoso, i suoi (pochi) lavoratori iperprotetti e ben pagati, il suo Stato costoso, la sua gran voglia di consumare a debito e infischiarsene, fa davvero ancien régime. La sua capitolazione completerebbe, in un certo senso, il processo di integrazione europea a guida tedesca. E visti i fondamentali è facile che accada.

La Maginot francese, perciò, è l’ultimo argine contro il dispotismo Euro-asiatico avanzante.

Speriamo non finisca come nel 1940.