Etichettato: the walking debt
Cronicario: Guarda o Maio quant’è bello
Proverbio del 22 gennaio Quando c’è una meta anche il deserto diventa strada
Numero del giorno: 532 Reddito di cittadinanza in euro medio a gennaio 2020
Stavo già parecchio in ansia per la misteriosa malattia cinese, che dai tempi della peste nera medievale finisce sempre con l’arrivare qua, quando mi sono capitate sotto gli occhi le prima pagine dei giornali, come sempre attente alle cose che davvero interessano ai cittadini.
E così ho scoperto la vera notizia del giorno, che però doveva ancora succedere anche se già si sprecavano i coccodrilli. Vale a dire il fatto che Lui, il già vicepremier del governo del cambiamento poi cambiato in ministro dell’esteriorità, avrebbe deciso di fare il famoso passo indietro.
Pare che l’evento abbia generato una notevole crisi nel noto Movimento del firmamento – nel senso di firme digitali – con alcuni già a rimpiangere l’ei fu siccome mobile: giovane, bello e soprattutto intelligente.
Proprio lui che poco dopo annunciava urbi et orbi, promettendo “cose importanti” da dire alle 17 in punto di oggi, che lasciava l’incarico di capo.
Capo retto, per giunta. Tutto il resto è noia (cit.).
A domani.
PS Siccome la sfiga ci vede benissimo, a differenza della fortuna cieca, questo è l’anno della cultura e del turismo fra Italia e Cina, che il Nostro Capo retto in retromarcia avrà di sicuro sponsorizzato. Quindi sono attesi molti più cinesi del solito. Speriamo ci ripensino.
Nel cuore dell’Eurasia: La variabile energetica dell’Asia centrale
Oggi come ieri l’Asia centrale gioca un ruolo fondamentale, per quanto sconosciuto ai più, nel vasto processo di globalizzazione che sta emergendo lentamente ma con decisione all’interno della piattaforma continentale dell’Eurasia, e con buona ragione. Se, come abbiamo visto, le rotte energetiche stanno divenendo la maglia della rete di relazione che avvinghia sempre più la geografia degli stati, i paesi del centro Asia sono assai ben dotati di ciò che serve per partecipare al nuovo Grande Gioco. Non solo perché sono “centrali” per la geografia – dallo Xinjian cinese alla Russia, l’Asia centrale è un passaggio obbligato – ma perché sono piene di petrolio e gas. Ossia la materia prima che più favorisce rapporti di buon vicinato.
Giocoforza che questi paesi siano finiti – proprio come ai tempi di Kipling – nel gioco delle grandi potenze di oggi. Che sono la Russia e la Cina, ovviamente, con la prima a rinverdire certe nostalgie sovietiche, per non dire zariste, e la seconda antichi espansionismi d’epoca imperiale. Ma ci sono, per ragioni e con capacità diverse, anche l’Iran e la Turchia, ma soprattutto gli Stati Uniti, che pur non essendo prossimi di geografia, godono del vantaggio storico della superpotenza, avendo peraltro annunciato da tempo di avere in mente qualcosa per questa porzione di mondo.
Diventa perciò assai utile provare a fare il punto, servendosi allo scopo di un bel paper pubblicato nel marzo scorso dalla Fondazione Enrico Mattei che consente di farci un’idea quantomeno aggiornata del coacervo di interessi che ruota attorno a queste terre sterminate e complesse, anche se limitatamente a Kazakhstan, Turkmenistan e Uzbekistan, ossia i principali beneficiari delle risorge energetiche della zona.
Risorse che per anni sono state sfruttate dalla Russia – importate a Mosca a costi politici e riesportate in Occidente a prezzi di mercato – e che adesso sono al centro di una tenzone che non risparmia neanche l’Ue, impegnata nell’ambizioso obiettivo di sfidare l’influenza russa nella zona accedendo direttamente alle risorse energetiche centro-asiatiche. Che significa, di conseguenza, avere meno dipendenza da quelle russe.
Non è certo un caso che il Kazakhstan, che dei tre paesi è quello che meglio ha saputo interpretare la transizione verso la modernità, abbia sviluppato progetti energetici con consorzi internazionali: Tengiz, Karachaganak e Kashagan. Sia l’Ue che gli Usa, fin dal 1990 – quindi all’indomani del crollo dell’URSS – hanno investito nel petrolio Kazakho, e tuttavia la Russia mantiene ancora un controllo sostanziale sull’export del paese grazie alla proprietà delle infrastrutture – la CPC pipeline – che collega la Russia al paese.
Diversamente, la Cina ha iniziato a interagire col paese utilizzando il suo potere economico, fornendo quindi prestiti, che le hanno fornito lo “spunto” necessario a superare l’India, quando si è trattato, nel 2005, di comprare il 50% della PetroKazakhstan e, nel 2013, l’8,33% della compagnia Kashagan. Non è certo un caso che le fornitura di gas kazakho ai cinesi siano cresciute notevolmente nel corso del tempo.
Ancora una volta si osserva lo schema che abbiamo ipotizzato altrove: la Cina opera come motore, la Russia come connettore e la Turchia, ancora in sordina, nel ruolo di stabilizzatore.
Ne possiamo trovare traccia anche nelle vicende occorse al Turkmenistan. Dopo una lunga fase di svendita delle proprie risorse ai russi, la crescita dei prezzi iniziata dopo il 2000 provocò dei dissapori fra i due paesi che condussero, nel 2006, all’accordo del Turkmenistan con la Cina per la costruzione del Central Asia-China gas pipeline, entrato in servizio nel 2009.
La Russia si è ritirata dal fronte turkmeno e la Cina è divenuta rapidamente l’unico compratore di gas del paese. I tentativi turkmeni di diversificare gli acquirenti, vendendo gas all’Iran, sono cessati all’inizio del 2017 – malgrado la costruzione di due gasdotti nel 1997 e il 2010 – a causa di un debito di 1,8 miliardi di dollari non pagato da Teheran. I paesi occidentali hanno provato a convogliare il gas turkmeno nella sottomarina Trans-caspian pipeline, ma senza successo, prima a causa delle interdizioni di Russia e Iran, col pretesto dello status del Caspio, e poi per i problemi economici e industriali connessi all’opera.
Non è certo un caso che proprio di recente l’Ue sia tornata a sottolineare l’importanza strategica di questa infrastruttura. Nel frattempo però i turkmeni si sono consolati con la TAPI pipeline, una ambiziosa infrastruttura che collega il paese con l’India, passando da Afghanistan e Pakistan.
Dei tre paesi considerati, l’Uzbekistan è quello che esporta meno, per la semplice ragione che consuma molta della sua produzione all’interno. Il paese è ancora bene inserito nell’orbita russa, con la Gazprom e la Lukoil saldamente insediate nel territorio per sviluppo e esplorazioni. Ciò può servire a spiegare come mai il paese appaia molto intenzionato a partecipare all’Unione euroasiatica a guida russa.
La Cina dal canto suo, verso la quale la Lukoil russa esporta il gas uzbeko, ha guadagnato influenza sul paese, che ha rapporti alquanto freddi con l’Occidente a causa delle politiche seguite dalla dirigenza uzbeka, giudicata poco attenta verso democrazia e diritti umani. Il cambio di regime, seguito alla morte del vecchio presidente nel 2016, potrebbe cambiare questo stato di cose, ma al momento il paese sembra ancora molto lontano da noi.
Ed in effetti lo è.
(1/segue)
Puntata successiva: Nel cuore dell’Eurasia: L’ombra della Turchia sull’Asia centrale
Cronicario: Siamo grati a GretaS
Proverbio del 21 gennaio Per quanto sia alta la montagna si trova un sentiero
Numero del giorno: 291 Persona contagiate da virus misterioso in Cina
Nel giorno in cui il nostro capo degli industriali (esagero, lo so) dice, osservando il dato della nostra crescita prevista, che siamo troppo timidi, dobbiamo esser grati alla gentil Greta che viene dal freddo che oggi è andata a Davos a dire ai vecchioni che comandano il pianeta che non fanno un bel niente per evitare il riscaldamento globale, che fa rima con mortale – ipse dixit – e che lei non si stancherà di ripeterlo. Altro che timidezza.
Siccome Greta non ha nessun desiderio di piacere e tantomeno paura di sbagliare, ecco spiegato perché abbia addirittura aperto i lavori del vertice di Davos, che dall’anno prossimo di chiamerà vertice di GretaS, affermando che è vero, è molto ascoltata, ma poi nessuno fa niente.
Sicché dobbiamo essere doppiamente grati a GretaS perché ha fatto sapere che lei continuerà, per la salute di tutti noi, a darsi da fare, visto che “i media ignorano il clima”.
I Bambi capitalisti di GretaS, ovviamente, ringraziano più di tutti.
A domani.
La diversificazione geopolitica fa crescere il commercio cinese
La firma dell’accordo iniziale fra Usa e Cina, che sostanzialmente impegna gli Usa a ridurre i dazi e i cinesi a comprare più merci americane – e in particolare più risorse energetiche e beni primari – oltre che ad adottare pratiche più amichevoli nei confronti delle imprese americane, raffredda la tensione commerciale fra i due paesi che ha avuto conseguenze notevoli sui flussi commerciali globali, con risultati per certi versi sorprendenti.
I dati diffusi dal governo cinese sul commercio estero nel 2019, infatti, mostrano che malgrado la dura tenzone commerciale con gli Usa, in sostanza il mercato principale dell’export cinese, che ha condotto a un calo robusto delle esportazioni (-12,5% nel 2018 rispetto al 2018, a 295,8 miliardi), complessivamente l’export totale cinese è cresciuto dello 0,5%. I dati si possono consultare integralmente dalla tabella sotto.
Il totale di export e import del 2019 è risultato di circa 4,575 trilioni di dollari, con export pari a 2,498 trilioni e import per 2,076. Il saldo 2019, quindi si colloca a circa 422 miliardi, in decisa crescita rispetto al saldo 2018, quando le esportazioni totali erano state pari a circa 2,487 trilioni e l’import 2,135, per un saldo di circa 350 miliardi.
A questi risultati ha sicuramente concorso il calo delle importazioni, diminuite globalmente del 2,8% nel 2018 a fronte dell’aumento del 15,8% nel 2018. Altrettanto significativo è il fatto che le importazioni dagli Usa siano crollate di oltre il 20%. Parliamo di oltre 30 miliardi di produzione Usa, molta parte della quale è stata pagata dal settore energetico, come mostra questo grafico pubblicato da Bloomberg.
Le tensioni commerciali le pagano innanzitutto i produttori ovviamente, e quelli Usa non fanno certo eccezione. Ma certo è notevole la circostanza che ciò malgrado il saldo commerciale cinese sia cresciuto così ampiamente. E una delle ragioni, a parte il calo delle importazioni cinesi, risiede nel fatto che al calo del deficit bilaterale degli Usa nei confronti della Cina ha corrisposto un aumento dei deficit bilaterale di molti degli altri partner commerciali di Pechino. Il conto dei dazi, insomma, li pagano anche quelli che non c’entrano con la guerra commerciale.
L’export cinese nel 2019, infatti, è cresciuto di una ventina di miliardi, rispetto al 2018, nei confronti dell’Europa e del doppio nei paesi Asean, ed è arrivato a superare i 151 miliardi nell’America Latina, con il Brasile a guidare la classifica con oltre 115 miliardi di importazioni cinesi. I paesi interessati dalla Bri, quindi, verso i quali la Cina investe decine di miliardi al mese, ricambiano affettuosamente le attenzioni di Pechino. Il governo cinese, infatti, si è affrettato a far sapere che il commercio con i partner della Belt and Road initiative ha raggiunto un volume di transazioni di 1,34 trilioni di dollari, in crescita del 10,8%. La Cina è diventato il principale partner commerciale di 25 di questi paesi.
Ciò per dire che la firma del primo accordo con gli Usa, che dovrebbe (e mai condizionale fu più d’obbligo) svelenire una clima economico poco adatto alla crescita globale non può celare il fatto che la guerra commerciale ha avuto già un effetto evidente: è servita a diminuire il deficit bilaterale degli Usa verso la Cina, come voleva Trump, ma al costo di un sostanziale peggioramento di quello del resto del mondo nei confronti di Pechino. E alla fine dei conti, la Cina ci ha pure guadagnato. Diversificare è stato l’asso nella manica dei cinesi. Gli Usa sono ancora il primo cliente dei cinesi. Ma il resto del mondo, con il quale la Cina intrattiene rapporti commerciali sempre più intensi, è il secondo. Per ora.
Cronicario: La milionata di cittadinanza
Proverbio del 20 gennaio L’insetto silenzioso supera le muraglie
Numero del giorno: 4 Calo % produzione costruzioni in Italia a novembre
Nel giorno in cui viene fuori che una Onlus di Brescia affittava 250 lavoratori in nero, alcuni dei quali titolari di sussidio di disoccupazione, ai ristoranti della sua zona, non si può che salutare con un fremito commosso l’Inps che ha annunciato urbi et orbi di passare l’obolo di cittadinanza a 1 milione e 41 mila persone, per un importo medio di euro 493.
Fremito commosso perché sono certo che l’Inps, come ha fatto per i 56.000 che hanno avuto il reddito segato e per i circa 400 mila che ci hanno provato ma gli ha detto male, controllerà strenuamente la milionata di cittadinanza che alimento con le mie tasse di cittadinanza, esattamente come faceva per quei lavoratori in nero, beccati dalla finanza, che avevano il sussidio di disoccupazione. Perché i furbi ci sono dappertutto. Ma l’Inps vigila, signora mia.
Ma nel caso mi dovessi sbagliare – l’Inps non voglia – prego l’illustrissimo Presidente, che oggi su un noto quotidiano ha proposto di potenziare le pensioni, dare un salario minimo e di sconfiggere di nuovo la povertà, di passarsi una mano sulla coscienza. Ovviamente su quella di cittadinanza.
A domani.
Il declino secolare del debito “sicuro”
Un bel paper pubblicato dal NBER ci informa di un’altra delle tante, curiose, tendenze economiche emerse nel corso del secolo scorso che sembra caratterizzare anche quello nuovo: la sostanziale scomparsa del debito assicurato. Vale a dire delle obbligazioni garantite da collaterali sicuri – tipicamente asset reali – che la gran parte della letteratura economica giudica ottimali sia per il debitore, in quanto il collaterale lo aiuta a “piazzare” il proprio debito facilmente e a un costo inferiore, sia per il creditore che trova nel collaterale una garanzia robusta che lo mette al riparo da eventi avversi.
Fin qui nulla che il buon senso non ci suggerisca. Ma come spiegare allora il graduale e sostanziale diffondersi del debito obbligazionario – ci si riferisce al settore corporate – non assicurato?
I dati raccolti dalla ricerca, riferiti ai prestiti obbligazionari concessi al settore corporate Usa, ci raccontano infatti che nel 1900 i bond garantiti da collaterale (“secured”) erano il 98,5% del totale. Nel 1943 questa quota era già scesa al 66%, intraprendendo quel trend discendente che condurrà il debito assicurato al 50% del totale nel 1970 e addirittura al 13% nel 2007.
Solo dopo la crisi, che evidentemente ha messo a dura prova la fiducia, il debito assicurato è salito lievemente al 15%. “Ma è troppo presto – sottolinea il paper – per dire in che misura ciò corrisponda a un’inversione del trend precedente o se si tratti di un andamento ciclico”.
Gli autori si chiedono come mai le aziende abbiano preferito nel tempo emettere debito non garantito, che ovviamente risulta più costoso e difficile da collocare. Le risposte sono diverse, ma prima ancora di scorrerle, partiamo da un altro dato assai eloquente: la quantità di debito emesso nell’ultimo secolo.
Forse anche questa variabile ha avuto la sua importanza. Non deve essere semplice trovare collaterale a sufficienza per importi così elevati di prestiti. E in effetti fra le spiegazioni individuate ci sono – da una parte – il declino della domanda dei creditori per queste obbligazioni assicurate, per la semplice ragione che al minor costo per il debitore corrisponde un minor guadagno per il prestatore. E poi – dall’altra parte – proprio la diminuita disponibilità dei debitori a procacciarsi il collaterale. Vuoi perché ne servirebbe una quantità crescente, vuoi perché comunque il collaterale ha un costo.
Al declino del debito assicurato, inoltre, può aver contribuito in maniera sostanziale anche il miglioramento dell’ecosistema che ruota attorno al credito alle imprese. Quindi i miglioramenti legislativi – ad esempio la legislazione sulla bancarotta – ma anche quelli nell’organizzazione delle imprese. Come d’altronde hanno influito gli sviluppi finanziari nel mondo della politica monetaria e del credito e la natura stessa dei collaterali, nel tempo divenuti sempre meno tangibili.
Quali che siano le ragioni, il declino secolare del debito assicurato è un ottimo termometro per misurare non solo la fisionomia, ma anche la temperatura del sistema finanziario, in un momento di estrema volatilità della fiducia. Quel che pare evidente, scorrendo il paper, è che questa evoluzione, che si è consumata nel mercato obbligazionario Usa, probabilmente si è diffusa e si sta diffondendo anche nel resto del mondo. Nulla di che sorprendersi, a ben vedere.
Cronicario: Il Bambi-capitalism va in vacanza a Davos
Proverbio del 15 gennaio Chi mangia il tuo pane avrà fame solo vedendoti
Numero del giorno: 42.300.000.000 Entrate fiscali italiane a novembre (+8,5%)
Siccome anche per il capitalismo vale la distinzione ormai celebre per il colesterolo..
non mi stupisce per niente sapere che lassù, fra le vette innevate dove allignano i davosiani, fenotipo svizzero del genotipo sorosiano (cit.), il cuore ormai batta per il “capitalismo degli stakeholder”, versione colta del meno noto ma più espressivo Bambi-capitalism.
Questo capitalismo delle buone intenzioni, che stanno al capitalismo come l’iniziativa privata sta al socialismo, ha ovviamente a cuore la sorte di Bambi e di conseguenza si spertica per fare in modo che costui, e con lui (o era una lei? boh) tutti gli altri esserini belli e carini che abitano Madre Terra, abbia sempre un prato verde dove correre senza sudare troppo a causa del riscaldamento globale. E perciò cosa fanno i fenotipi svizzeri? Lanciano ancora prima del vertice il rapporto sull’allarme climatico, suggellando quindi il sorpasso dell’emergenza ambientale rispetto a quella economica, di cui pure i davosiani di solito discettano, confermando che l’ecologismo ormai racchiude l’alfa e l’omega del capitalismo che verrà.
Quindi: allarme per il crescente rischio climatico, e mentre che ci siamo anche per i dazi. Il global risks report di Davos ci dice tutto quello che dobbiamo sapere per dormire preoccupati e svegliarci tranquilli. Almeno fino al prossimo vertice.
A domani.
La sfida fra Usa e Cina passa anche dall’industria dei farmaci
Poiché, piaccia o meno, la disputa fra Usa e Cina fa parte dell’imponderabile – per quanto molto ponderato – che decide della nostra quotidianità, è buona prassi provare a farsi un’idea quanto più possibile compiuta della vastità del legame che avvinghia le due potenze, nel quale – paradossalmente – risiede una delle ragioni del conflitto.
Per iniziare questa opera di apprendimento, vale la pena dedicare un po’ di tempo al lungo rapporto che la US-China Economic and security Review commission – e già che ci sia un organo del genere è indicativo – ha indirizzato al Congresso Usa l’anno scorso. L’ultimo di una lunga serie iniziata nel 2002, ossia un anno dopo l’ingresso della Cina nel WTO, che ci comunica alcune informazioni importanti. A cominciare proprio dal fatto che alla commissione servono ben 593 pagine per esaurire – e solo per il 2019 -il quaderno delle doglianza contro la Cina. Alcune delle quali persino sorprendenti.
Se infatti ormai non è più una novità che fra le tante ragioni dei dissidi vi siano questioni legate alla tecnologia di domani, espressioni di tensioni geopolitiche più profonde, per molti sarà stupefacente scoprire che una delle fonti delle tensioni fra i due paesi, addirittura indicata come scaturigine di rischi per la sicurezza nazionale Usa, è l’industria farmaceutica. O, per meglio dire, la profonda dipendenza degli Usa dalle produzioni cinesi.
Il rapporto, frutto di lunghe audizioni della commissione, disponibili on line per chi volesse inerpicarvicisi, parte da una constatazione molto semplice che non ha bisogno di molti commenti: “La Cina è il maggiore produttore mondiale di active pharmaceutical
ingredients (API). Gli Stati Uniti sono fortemente dipendenti dai farmaci che provengono dalla Cina o includono API proveniente dalla Cina”. In sostanza, la Cina produce massicciamente farmaci e i principi attivi che vengono utilizzati dall’industria Usa per produrre farmaci. Questa dipendenza “è specialmente vera per i farmaci generici”.
La preoccupazione della Commissione deriva anche dalla circostanza che la normativa Usa non prevede che le compagnie farmaceutiche abbiano l’obbligo di dettagliare la zona di provenienza delle API che utilizzano. Quindi, “i consumatori americani possono inconsapevolmente accettare i rischi associati a farmaci che derivano dalla Cina”. Uno potrebbe dire che basterebbe obbligare le compagnie produttrici a indicare la provenienza delle API. Ma se fosse così semplice, il mondo, non servirebbero rapporti di 593 pagine.
La questione si arricchisce di contenuti se si ricorda che “il governo cinese ha designato le biotecnologie come un’industria prioritaria nel suo 13° piano quinquennale e nell’iniziativa Made in China 2025“, con l’aggravante che “lo sviluppo dell’industria farmaceutica cinese segue un pattern già visto in alcune delle sue industrie, come quella chimica e delle telecomunicazioni, dove il supporto dello stato promuove le compagnie domestiche a spese dei competitori esteri”.
C’è quindi una questione di metodo. Ma anche di merito. “L’industria farmaceutica cinese non è regolata dal governo cinese”. Nel senso che il governo “non ha risorse adeguate per sovrintendere migliaia di produttori, anche se Pechino ha fatto di questa supervisione una sua priorità”. Ciò spiega perché la Food and Drug Administration (FDA) Usa, anche lei a corto di personale, fatichi così tanto a garantire la sicurezza dei principi e dei farmaci (drug) importati dalla Cina. Con l’aggravante che “data la dipendenza degli Usa dalla Cina per moti farmaci critici, fermare certe importazioni per frenare il rischio di contaminazioni, può provocare una carenza di farmaci negli Usa”.
Conclusione, doverosamente apocalittica: “l cittadini americani, comprese le forze armate, sono a rischio di esposizione a medicinali contaminati e pericolosi. Se Pechino scegliesse di usare la dipendenza degli Stati Uniti come arma economica e tagliasse l’offerta di scorte di droghe essenziali, avrebbe un effetto serio sulla salute dei consumatori statunitensi”. America, oggi.
Le retribuzioni dell’EZ spinte da salari minimi e calo dei contributi
Una buona illustrazione contenuta nell’ultimo bollettino della Bce ci aiuta a fare il punto sulle condizioni del mercato del lavoro dell’Eurozona nel paragone con il periodo pre-crisi, che ormai risale a un quindicennio fa.
Il grafico ci consente di osservare che molti degli indicatori che servono a qualificare il mercato, dal tasso di disoccupazione a quello dei posti vacanti, hanno recuperato notevolmente i livelli post crisi, eguagliando ormai quelli precedenti, mentre rimangono ancora deboli altri indicatori come quello relativo alla produttività – fermo al livello del 2013 – e quello del reddito reale, che pure se in crescita risulta ancora debole.
Proprio per provare a spiegare gli andamenti del reddito per occupato, gli economisti di Francoforte hanno sviluppato un approfondimento che ci aiuta a capire meglio come si siano evolute in questi anni le varie componenti di questa voce che, lo ricordiamo, viene definita come la retribuzione totale, in denaro o in natura, pagabile dai datori di lavoro ai dipendenti in cambio di una prestazione lavorativa, ossia retribuzioni lorde, gratifiche, pagamenti per ore di lavoro straordinario e contributi previdenziali a carico dei datori di lavoro, diviso per il numero totale di dipendenti.
In sostanza il reddito per occupato è una misura del costo del lavoro. In quanto tale può essere influenzato non solo dal livello dei contributi previdenziali, ma anche da quello del salario minimo, che viene fissato sostanzialmente dai poteri pubblici. Detto altrimenti, contributi e salario minimo possono spiegare molto dell’andamento del reddito e quindi dei salari, con tutto quello che ciò comporta sugli andamenti dei prezzi alla produzione e al consumo.
I dati, ad esempio, mostrano un certo divario fra la crescita del reddito per occupato e l’aumento delle retribuzioni per dipendente nel periodo 2015-16, che peraltro si osserva anche a inizio 2019.
Il divario si spiega col fatto che in questi periodi sono diminuiti i contributi a carico dei datori di lavoro. Questi ultimi, lo abbiamo visto, sono incorporati nel reddito per occupato. Quindi una loro diminuzione ha effetti sul livello dei redditi, che diminuisce, ma non su quello di salari e stipendi, che rimangono stabili: il lavoratore non percepisce i contributi previdenziali, quindi una loro diminuzione per lui è neutra.
E’ interessante sottolineare che nel periodo 2015-16 furono i principali quattro paesi dell’area a tagliare i contributi, quindi Francia, Germania, Spagna e Italia (grafico sopra a destra). Mentre nel 2019 il divario che si osserva nuovamente è stato generato dalla decisione della Francia di diminuire significativamente i contributi in conseguenza di una modifica legislativa che ha sostituito con questo taglio fiscale permanente alcuni crediti d’imposta. Al contrario, negli altri paesi i contributi sono aumentati.
Per la Francia il calo dei contributi ha determinato che i redditi per dipendenti sono cresciuti più lentamente – del 2,3, del 2,2 e del 2,1% nei primi tre trimestri del 2019 – rispetto alle retribuzioni per dipendente (+2,6%, +2,5% e +2,5%). Ciò significa che bisogna sempre tenere presente questa distinzione – fra reddito per occupato e retribuzione – quando si osserva il mercato del lavoro per non incorrere in equivoci che mescolano le due voci non tendendo conto del cuneo fiscale generato dalla contribuzione obbligatoria.
Per le stesse ragioni, bisogna sempre considerare il peso dei salari minimi, presenti in 15 paesi su 19 nell’eurozona, che in qualche modo irrigidiscono la struttura del costo del lavoro. Anche su questa voce esistono profonde differenze nell’eurozona. L’ammontare dei salari minimi varia infatti dai 430 euro mensili della Lettonia ai 2.071 euro del Lussemburgo, con aumenti che negli ultimi dieci anni sono stati in media fra l’1,5% irlandese e il 7% estone. I salari minimi aumentano ogni uno-due anni, seguendo svariate formule, e il 2019 si è segnalato per essere l’anno in cui il salario minimo è cresciuto molto rispetto alle retribuzioni complessive. In particolare, dopo esser cresciuti dell’1% nel 2018 sono aumentati di un robusto 4,6% l’anno scorso.
Aldilà dell’aumento complessivo, c’è da segnalare che i salari minimi sono aumentati in tutti i paesi, nel 2019, con incrementi che vanno dall’1,5% francese al 17,9% spagnolo.
Pure se, come scrive la Bce, “l’impatto meccanico diretto delle variazioni nel livello di salario minimo sull’aumento complessivo delle retribuzioni nell’area dell’euro tende a essere limitato”, bisogna tenerlo presente quando si valutano i livelli di reddito per occupato e soprattutto i livelli delle retribuzioni. Queste ultime hanno mostrato un andamento solido, favorito, come abbiamo visto, dall’aumento dei salari minimi e dalla diminuzione dei contributi. Ma rimane da chiedersi, in un contesto di produttività lenta, come sarebbero le retribuzioni al netto di queste componenti occasionali. E le risposte non sembrano incoraggianti.
La Russia cerca un passaggio per l’India
La recente presentazione di Turkstream, diventata il palcoscenico delle ambizioni di potenza russo-turche sullo scenario del Mediterraneo orientale, con tanto di richiesta di pace fra le fazioni libiche – peraltro spalleggiate una dalla Turchia e l’altra dalla Russia – conferma qualora fosse necessario il valore politico dello sviluppo infrastrutturale nella tessitura della nuova rete di interessi – ancora prematuro definirle alleanze – che sta dando forma al nuovo grande gioco euroasiatico. Russia e Turchia, quindi. Ma anche Cina, ovviamente.
Si può facilmente immaginare che molto presto l’influenza di questa triplice coincidenza di interessi si estenderà all’Egitto, che come insegna la storia è nientemeno che strategico nella saldatura fra Asia e Africa, già in uno stato avanzato di relazioni con la Russia, con la quale peraltro sta negoziando da tempo l’ingresso nell’Unione Euroasiatica di Putin. Esiste anche una possibilità molto concreta che l’Egitto accetti, come richiesto dalla Russia nel giugno scorso, di firmare un accordo di libero scambio con l’Unione, come peraltro ha fatto l’Iran, pochi mesi fa. Ciò per dire che ormai l’influenza Russa in questa regione – non dimentichiamo la crisi siriana – è un fatto evidente.
Lo stesso vale per la Cina, come è stato icasticamente rappresentato dall’esercitazione navale congiunta russo-turco-cinese che si è svolta a fine 2019 nel mare Arabico e nell’Oceano indiano, che ha rappresentato una notevole novità.
Ma se l’approfondirsi dell’influenza russa verso il sud nel quadrante del Mediterraneo è ormai un fatto scontato, lo è meno quello che Mosca ormai da tempo sta tentando verso il Sud Est, e in particolare verso l’India. O almeno così sembra a chi abbia dimenticato come la Russia zarista, per gran parte del XIX secolo, abbia coltivato l’ambizione di arrivare fino in India, all’epoca saldamente in mano ai britannici, contribuendo a generare nella potenza egemone dell’epoca un profondo sentimento di russofobia che verrà eguagliato solo all’epoca della Guerra Fredda, ma stavolta dagli americani. Gli inglesi erano molto preoccupati dell’avanzata russa nelle vaste pianure del centro Asia, all’origine peraltro della duratura influenza di Mosca in quelle regioni, perché avevano capito che l’obiettivo delle armate russe non erano certo le fredde steppe dell’Asia centrale ma la ricca India, che all’epoca svolgeva un ruolo vitale per gli interessi economici, finanziari e politici di Londra.
La prima guerra mondiale mise fine al Grande Gioco, magistralmente raccontato in un vecchio libro di tanti anni fa. Ma il ritorno in scena della Russia sullo scacchiere internazionale con velleità di potenza deve aver fatto ricordare la vecchia idea di allungare la propria sfera di influenza fino all’Asia del Sud, in un altro quadrante regionale, quindi molto diverso da quello Mediterraneo, dove l’India – ma anche il Pakistan che dell’India è un fiero avversario, gioca un ruolo determinante. Vuoi per il suo peso specifico, vuoi per quello strategico, visto il rapporto che lega l’India agli Usa e il suo ruolo nel Quad il quartetto diplomatico formato da Usa, India, Giappone e Australia che si propone in qualche modo di svolgere un’azione di coordinamento nell’area del Pacifico.
E tuttavia la Russia proprio di recente ha ribadito il suo invito all’India a unirsi alla “sua” Unione euroasiatica anche se nella forma affievolita di una partnership commerciale, facendo seguito a quanto dichiarato da Putin nel 2016. Ossia l’intenzione di promuovere accordi commerciali preferenziali con i partner con i quali la Russia intrattiene rapporti commerciali avanzati. All’elenco, oltre alla Cina, erano stati aggiunti anche l’India, il Pakistan e l’Iran.
Da allora l’UEE di Putin ha fatto notevoli progressi. Accordi commerciali di vario genere sono stati siglati proprio con la Cina, l’Iran, il Vietnam, la Serbia, il Tajikistan, Singapore. E i colloqui sono in corso, oltre che con l’Egitto, anche con Israele. Ma arrivare fino in India, paese col quale la Russia ha una lunga frequentazione, sarebbe un notevole progresso per la presenza di Mosca in quell’area. I legami peraltro sono già molto profondi. Manca solo da fare l’ultimo passo.
(1/segue)
Puntata finale: La via del petrolio e del gas che porta da Mosca all’India


























