Etichettato: the walking debt
Cartolina: Il tramonto bancario dell’Occidente
Chiedersi che mondo sarà quello dove le banche cinesi, ormai dinosauri globali, dominano la classifica delle banche internazionali significa semplicemente imparare a leggere il presente. Il tramonto bancario dell’Occidente è solo l’ennesima declinazione di quello più generale che si esprime con grande chiarezza con la seduzione autarchica e interventista che dilagano lungo la piramide sociale con la forza di un contagio. E’ il fallimento delle élite, prima ancora che quello dell’economia, ad alimentare il populismo occidentale. Dall’altro lato della storia l’Oriente, che oggi come ieri rima sghembo con la Cina, alimenta un sistema bancario ormai onnipresente che cresce all’ombra dello stato. L’élite cinese predica il commercio globale sotto l’egida di un governo benigno, come ai tempi dei suoi grandi e numerosi imperi. Le banche, sentitamente, ringraziano.
Cronicario: Soffia il vento, fischia l’inflazione
Proverbio del 2 agosto L’umiltà è il filo si cui si incatena la gloria
Numero del giorno: 60.000.000 Valore beni sequestrati a presunto tesoriere mafioso
Prima o poi, a furia di evocarla, l’inflazione arriva. E quando vi accorgerete che il vostro conto corrente vale meno e lo stipendio pure poi non dite che non lo sapevate. Provate a calcolare quanto cumula il 2% di inflazione annuo, che poi è il target che dovrebbe centrare la Bce, dopo vent’anni e scoprirete quanto varrà il vostro Btp che oggi vi rende un nulla percento.
Dopodiché ripetete con me: l’inflazione è una cosa bella. L’inflazione ci fa star bene. L’inflazione guarisce le nostre malattie e cura i nostri redditi. E soprattutto i debiti. La sapete la storiella: ce la raccontano da una vita perculandoci pure: tipo aumentare i salari nominali mentre la banca centrale pompa l’inflazione. Trovata geniale di qualche economista defunto che nei bei tempi andati invitava i governi a far salire l’inflazione anziché tagliare i salari perché i lavoratori non ne accorgevano che li stavi fregando. Evito di menzionare il genio perché sennò si scatenano i madonnari. Ore mi direte, maccheccefrega? Di fondo nulla, se non fosse che nell’area Ocse l’inflazione ormai è arrivata al 2,8% e quindi inizia a mostrare la corda la favoletta che possiamo continuare a produrre denaro e distribuirlo come ci pare perché tanto l’inflazione è ferma.
Ecco l’istogramma rosso come l’allarme dei pompieri è quello dei beni energetici che le rassicuranti politiche internazionali hanno fatto schizzare alle stelle. Ma pure se guardate l’indice aggregato, il segnale è chiaro: i prezzi stanno salendo e anche le banche centrali (compresa la nostra che ha annunciato la fine del QE e inizia a ragionare sui tassi a zero) ne prendono atto. Per dire: poco fa persino la Banca d’Inghilterra s’è decisa ad aumentare i tassi dallo 0,50, dove stavano da un’infinità, allo 0,75.
L’estate calda non dovrebbe farci dimenticare che prima o poi finisce, e il risveglio dell’inflazione, unito alle prudenti restrizioni monetarie che si preparano, dovrebbe iniziare a inquietarci, atteso che aumenterà il costo del nostro debito e perdiamo punti anche nell’unica voce che finora ci ha tenuto in piedi. Noi italiani intendo: il commercio. I dati del Pil dell’ultimo trimestre certificano il contributo negativo offerto dall’export alla crescita. E questo, unito alle genialate cui costantemente ci espone il governo del cambiamento spiega bene perché a un certo punto della giornata lo spread sul bund sia tornato a quota 250 dopo aver vivacchiato per giorni fra i 220 e i 230.
Dite che gufo? Per niente. Sono molto fiducioso. Specie da quando ho scoperto che secondo Fimaa e Nomisma, aumentano le compravendite di case vacanze (+3,5% sul 2017) anche se certo i prezzi barcollano (-2,5%). Il fatto che gli italiani spendano ancora per le seconde case nell’anno del Signore 2018 è più che un segnale di ottimismo. E’ pura rassegnazione.
A domani.
Cina, fra il socialismo e il mercato c’è di mezzo Confucio
Chiunque abbia letto Von Mises avrà abbondanza di argomenti per sostenere la profonda inconciliabilità fra l’idea dell’interventismo, che nelle analisi dell’economista austriaco non può che condurre inevitabilmente al socialismo, e quella del liberalismo che trova nell’economia di mercato, basata sulla proprietà dei mezzi di produzione e la divisione del lavoro, la sua declinazione compiuta. Come ogni schematizzazione anche questa va presa con giudizio e tuttavia non può essere ignorata, per la semplice circostanza che ha rimato il dibattito pubblico occidentale per più di due secoli. Ancora oggi si sentono parole che rievocano questo confronto che somiglia a uno scontro fra superstizioni. Gli adoratori dello stato onnipotente e onnisciente e quelli del mercato che quantomeno fa meno danni dello stato all’economia per la semplice ragione che alloca in maniera più efficiente le risorse che, per definizione stessa dell’economia, sono scarse.
Ora non ci sarebbe alcun bisogno di ricordare questo epico scontro culturale se intanto all’orizzonte del potere globale non si avvedesse il prepotente sorgere della Cina, che secondo alcune stime pubblicate nell’ultimo staff report del Fmi, dal 2030 supererà la produzione Usa divenendo di fatto la prima economia del mondo.
Chiunque conosca la storia cinese sa bene che questa non è una novità. La Cina è stata per secoli, in epoche diverse, la prima economia del mondo. Le sue numerose epopee imperiali, che si sono articolate nell’arco di un paio di millenni, hanno visto sorgere grandi potentati economici basati sostanzialmente sul commercio internazionale. La Cina commerciava seta con la Roma imperiale in epoca Han, arrivava nell’Asia centrale in epoca Tang, penetrava nel Medio Oriente in epoca Song e diventava una potenza globale in epoca Ming e ancor di più sotto il dominio mancese dell’epoca Qing. Le navi cinesi partivano dal Mare cinese meridionale dirette verso l’India e la Persia prima dell’anno mille o navigavano il Grande Canale imperiale. Gli europei hanno imparato dai cinesi la tecnica dei compartimenti stagni dei natanti. Gli imperatori dell’epoca Song incoraggiavano i mercanti a svolgere quelle attività che non erano appannaggio del monopolio statale e consentivano la messa in circolazione della prima cartamoneta. Ciò per dire che applicare la categoria socialismo vs libero mercato all’economia cinese rischia di essere fuorviante. Gli imperi cinesi infatti, pure se fra notevoli saliscendi, si sono sempre ispirati alla filosofia confuciana, che è innanzitutto una pratica di governo basata su alcuni principi morali, che fra le altre cose prevedeva la selezione per esame dei funzionari pubblici. Esami letterari. I letterati cinese erano quello che oggi chiameremo una casta, per quanto illuminata. La tradizione confuciana è molto diversa da quella occidentale. Le varie scuole succedute al maestro, tuttavia, hanno qualcosa in comune: la scarsa considerazione che nutrono per gli affari economici nel contesto degli affari di stato. Semplificando molto, potremmo dire che in economia i confuciani erano teorici del laissez faire, ma sotto l’egida di un governo fortemente centralizzato e a forte vocazione burocratica che spesso sponsorizzava spedizioni all’estero alla ricerca di nuove vie di collegamento.
La tradizione confuciana in Cina ha oltre 2.500 anni. Il fatto che oggi la Cina si dica socialista e dica di volersi aprire al mercato, meglio se globale, non deve ingannare. La Cina fa quello che ha sempre fatto. Ricostruisce un impero dopo un periodo di dissoluzione e usa parole che noi possiamo capire per presentarsi al mondo. La rivoluzione socialista cinese è servita a dare unità al paese. La globalizzazione e il mercato sono gli strumenti che la Cina ha sempre usato per sostenere la sua enorme popolazione. Anche qui un dato serve meglio di ogni ragionamento. Da quanto nel 1978 i comunisti cinesi diedero il via all’epoca delle riforme e all’apertura verso l’esterno i poveri cinesi sono diminuiti di 800 milioni di unità.
Notate l’impennata del pil pro capite da inizio 2000, quando i cinesi entrarono nel WTO, ossia nel commercio globale. Altresì che la diminuzione dei poveri andava avanti già da quasi tre decenni.
Ragionare sul futuro della Cina, specie oggi che il governo ha annunciato un nuovo pattern di sviluppo basato sulla qualità della crescita piuttosto che sulla quantità, significa iniziare a pensare non più in termini di socialismo e liberalismo, ma di confucianesimo. E poi conoscere meglio la sua storia. C’è solo da imparare.
(1/segue)
Seconda puntata: La Cina prepara la sua nuova avventura imperiale
Cronicario: Trovato rimedio ai mali del Sud: lo spopolamento
Proverbio dell’1 agosto L’aratro è il fondamento di tutte le arti
Numero del giorno: 19.300.000 Residenti con radici migratorie in Germania nel 2017
Siccome com’è noto il grande problema del Sud è il traffico, farà piacere ai vari interventisti che si sperticano ragionando sul futuro del nostro Meridione che laggiù il problema se lo stanno risolvendo da soli, come solo i meridionali sanno fare: emigrano.
Ora non prendetela come una mancanza di fiducia verso il governo del cambiamento che sicuramente farà piovere miliardi di cittadinanza sulle teste frastornate dei giovani meridionali che sono rimasti laggiù. Il problema è più profondo: al sud, oltre al traffico, fa caldo. Capite bene che a nessuno piace sudare mentre si cerca un lavoro che non c’è. Perciò ecco la soluzione, che, come insegnano i sacri testi dei pensatori liberali, è emersa dai meandri dell’economia di mercato: lo spopolamento.
Proprio oggi il fenomeno è stato certificato col bollino dello Svimez, un istituto che studia da anni i mali del Sud non potendo far altro che esercitarsi in strazianti grida d’allarme che danno ai meridionali i loro quindici secondi di celebrità, che è più o meno il tempo che richiede la lettura di questo post. E siccome quindici secondi passano subito e vi staranno già rincoglionendo con la storia di Foa silurato alla Presidenza Rai, il decreto Dignità che chissà che fine fa, ve la faccio breve. Ah un attimo: prima vi devo raccontare delle importazioni di soia dell’Ue dagli Usa aumentate del 238% dopo che i prezzi Usa sono crollati come conseguenza del blocco delle importazioni cinesi. Che c’entra? Niente, ma fa riflettere. I produttori Usa hanno esportato di più nell’Ue a causa del crollo dei prezzi. Questo non vuol dire che abbiano anche guadagnato di più.
Sono rimasti dieci secondi, quindi torno al Sud. Ecco i numeri dell’unico successo meridionale: negli ultimi 16 anni hanno lasciato il Mezzogiorno 1 milione e 883 mila residenti: la metà giovani di età compresa tra i 15 e i 34 anni, quasi un quinto laureati, il 16% dei quali si è trasferito all’estero. Quasi 800 mila non sono tornati. L’altro milione è tornato e magari vive all’interno dell’ 600 mila famiglie dove risultano tutti disoccupati, visto che dal 2008 si sono persi 578 mila posti di lavoro under 35 e il pil minaccia di crescere alla metà della media nazionale. Capirete che di fronte a una situazione del genere, i liberisti emigrano e gli statalisti aspettano il sussidio. Ma tutti votano per il governo del cambiamento.
A domani.
Pil e commercio Usa nell’epoca di Trump
L’ottimo risultato dell’economia Usa, cresciuta del 4,1% nel secondo trimestre 2018, è una buona occasione per andare a vedere dentro il dato e provare a delineare alcune tendenze, magari osservando un arco di tempo più lungo di un trimestre. Peraltro la nuova amministrazione si appresta a varcare la soglia del secondo anno di mandato. Quindi può essere interessante osservare cosa abbia portato concretamente, almeno in termini di grandezze macroeconomiche. Cominciamo coi dati.
Come si può osservare il risultato del primo trimestre replica al ribasso quello del terzo trimestre 2014. Quindi non è di per sé eccezionale, ma sicuramente rilevante. Se leggiamo il commento degli analisti statunitensi scopriamo che “l’aumento del Pil reale nel secondo trimestre (2018, ndr) riflette i contributi positivi della spesa personale per consumi (PCE), delle esportazioni, degli investimenti fissi non residenziali, della spesa del governo federale e spesa pubblica statale e locale, parzialmente compensati dai contributi negativi delle scorte e degli investimenti fissi residenziali”. Quindi la crescita è stata dovuta all’aumento della spesa per consumi privati e al buon andamento dell’export, e in particolare dell’export netto. Ma prima di approfondire vediamo i dati disaggregati e su un orizzonte di tempo lungo.
Se guardiamo alle percentuale di crescita delle varie voci che compongono il pil, osserviamo che l’incremento del 4% rispetto al trimestre precedente, si era già ripetuto per livello simile nel 2014, salvo poi rallentare. E’ del tutto legittimo ipotizzare che la riforma fiscale di Trump, con i tagli promessi, abbia rinvigorito le spese degli americani che hanno consumato di più pensando che otterranno benefici dalla riforma fiscale. In tal senso, sarà interessante osservare se questi tagli sapranno sostenere in maniera stabile l’espansione dei consumi e soprattutto che conseguenze avrà sul deficit fiscale.
Un’altra tendenza sicuramente interessante è quella del commercio. L’export, infatti, è cresciuto notevolmente, il 9,3% nel secondo trimestre 2018 rispetto al precedente, sfiorando il record del +12,2% che risale al quarto trimestre 2013. Dato di per sé poco informativo se non si incrocia con quello dell’import, visto che ai fini del calcolo del Pil vale l’export netto. A tal proposito, è interessante osservare che l’incremento dell’import del secondo trimestre (+0,5%) è il più basso degli ultimi anni. Ciò ha determinato che il contributo dell’export netto alla crescita del Pil sia stato molto rilevante: parliamo di 1.06 punti (voce 43 della tabella sotto) su una crescita totale di 4,1.
Questo risultato potrebbe sostenere l’ipotesi che l’approccio aggressivo di Trump sul commercio internazionale, basato su dazi e minacce di dazi, abbia finito col funzionare. E tuttavia non è la prima volta che il contributo dell’export netto pesa oltre l’1% del pil (1,23 nel quarto trimestre 2013). Rimane il fatto che se guardiamo al dato della bilancia commerciale, si osserva un’inversione del trend da inizio anno.
E’ presto per trarre conseguenze. Per adesso possiamo solo osservare che il calo del deficit commerciale di maggio porta lo squilibrio sostanzialmente al livello di due anni fa. Per ridurre il maniera strutturale il deficit commerciale serve ben altro sforzo e sembra difficile riuscire senza danneggiare la struttura produttiva Usa, che come abbiamo visto dipende molto dai beni intermedi importati, e soprattutto la domanda interna, ossia il vero driver stabile della cresciuta Usa. Peraltro dovrebbe far riflettere la circostanza che il quasi azzeramento trimestrale dell’import coincida con quello degli investimenti. Se ne potrebbe dedurre che si prepari un raffredamento della produzione futura, anche se al momento l’indice globale della produzione non mostra segnali in tal senso. Si vedrà.
A tal proposito è interessante osservare l’unica tendenza che sembra strettamente “trumpiana”: quello dell’aumento della spesa militare che ha contribuito alla crescita del pil del secondo trimestre e di quelli precedenti (linea 52 ultima tabella). In generale, la spesa pubblica, federale, statale e locale, ha contribuito per 0,37 punti alla crescita del 4,1% dell’ultimo trimestre. Di questi, 0,22 punti sono dipesi dalla spesa federale. La spesa per la difesa ha pesato 0,21 punti, quindi sostanzialmente quasi tutto. La tendenza ad aumentare la spesa militare dura da alcuni trimestri (vedi prima tabella) è ha invertito un trend di sostanziale diminuzione partito almeno al 2013. Trump fa Trump: mette i dazi, aumenta la spesa per la difesa e taglia le tasse. L’economia, pur confermando trend storici consolidati, risponde bene. Ma bisogna vedere se dura. E a che prezzo.
Le multinazionali fanno bene alla Gran Bretagna
Due interessanti ricognizioni svolte dall’istituto britannico di statistica ci consentono di apprezzare la notevole importanza relativa che ha il capitale straniero nell’economia dell’UK. Non tanto per la sua dimensione che, almeno relativamente agli investimenti diretti e all’economia non finanziaria, è tutto sommato contenuta. Ma per gli effetti che genera nell’occupazione e nella creazione di valore. Queste misurazioni, è giusto dirlo subito, vanno lette con giudizio, visto che sono soggette a specifiche premesse metodologiche, ma comunque vale la pena inerpicarcisi perché sono il segnale di una tendenza che abbiamo già osservato altrove. L’internazionalizzazione delle imprese giova alla produttività e all’occupazione dei paesi che ricevono i capitali stranieri, anche se dirlo in tempi in cui la globalizzazione è sempre più invisa rischia di apparire antipatico.
La prima analisi proposta è la business survey nel settore delle imprese non finanziarie con proprietà estera relativa all’anno 2016. E comincia con un dato. Nel 2016 in UK erano registrate 2,5 milioni di imprese non finanziarie delle quali poco meno di 25 mila, quindi circa l’1% risultava posseduto da capitalisti esteri. “Nonostante questa piccola proporzione, questi business hanno contribuito per 324,3 miliardi di sterline, il 27,2%, alla crescita del valore aggiunto complessivo del settore delle imprese non finanziarie britanniche.
La maggioranza di queste proprietà era di provenienza europa. Parliamo del 55,6% del totale delle imprese a capitale estero censite (13.542 complessivamente) che rappresentano 152,7 miliardi di valore aggiunto pari al 47,1% del totale. Questo dato, nell’anno in cui è stata votata la Brexit, da la misura della complessità delle negoziazioni fra l’UE e l’UK sul futuro delle loro relazioni. Si osserva che, sempre quell’anno, il numero delle aziende britanniche a capitale Usa è diminuito, pure se è aumentato dell’8,1% il contributo di queste compagnie alla produzione di valore. All’interno dell’UK il numero maggiore di imprese arriva dall’Inghilterra, che ha la proprietà dell’88,5% delle imprese non finanziarie.
La seconda analisi è altrettanto istruttiva. L’oggetto stavolta sono gli investimenti diretti, dei quali, in termini generali, abbiamo già discusso altrove. L’Ons fa ovviamente riferimento ai dati dell’UK, mantenendo comunque la distinzione fra gli investimenti diretti in uscita (outward FDI), ossia quelli fatti dalle compagnie britanniche all’estero, che vengono considerati come crediti, e gli investimenti diretti in entrata (inward FDI), che equivalgono agli investimenti fatti dagli stranieri in UK, che vengono classificati contabilmente come debiti. Tale investimenti possono essere classificati in termini di posizione come stock (quantità degli investimenti in un tempo dato), redditi (rendimento degli investimenti in un certo periodo) o flussi (valore degli investimenti in un periodo di tempo). Così come la quantità di aziende estere che operano nel paese, il flusso degli investimenti diretti è una buona cartina tornasole del livello di apertura di un’economia.
Il saldo dei redditi degli investimenti diretti è positivo per l’economia britannica. Ciò vuol dire che l’UK riceve dai suoi investimenti diretti (crediti) un rendimento maggiore di quello che paga agli investitori esteri (debiti). Nel 2017 il valore di questi rendimenti ricevuti è notevolmente cresciuto, con un incremento di 23,5 miliardi, invertendo un trend che declinava dal 2011, quando i crediti dall’estero ammontavano a 104,6 miliardi di sterline, dimezzandosi quasi a 58,4 nel 2016. Nel 2017 i crediti sono arrivati perciò a 81,9 miliardi, mentre i debiti, che sono sostanzialmente stabili dal 2011, sono stati 59,8 miliardi.
Detto in altre parole, per l’UK c’è una chiara convenienza nell’essere un’economia aperta. I suoi investimenti esteri, in particolare, nel 2017, quelli effettuati in Nord America, le consentono ogni anno di incassare dei redditi superiori ai rendimenti che devono pagare ai loro investitori esteri. Sempre nel 2017, su questo versante, si è osservato un notevole aumento delle rendite pagate ai paesi asiatici, compensata però dai minori rendimenti pagati all’Ue e ai paesi dell’America centromeridionale. Peraltro gli investimenti diretti sono praticamente l’unica componente attiva della bilancia dei pagamenti britannica, il cui conto corrente è in deficit fin dal 1983.
Il notevole peggioramento del saldo corrente britannico registrato si deve proprio al calo degli redditi da investimenti diretti registrato da quell’anno.
Se guardiamo agli stock, è utile sapere che il saldo complessivo fra gli asset esteri e gli asset dell’estero sull’UK, ossia la posizione netta sugli investimenti (NIIP), si sta progressivamente azzerando, pure se mantiene ancora un piccolo surplus.
La qualcosa aggiunge un altro elemento di fragilità all’economia britannica, alle prese con la difficile transizione della Brexit che genera notevole incertezza fra gli investitori esteri, specie europei.
L’importanza degli investimenti diretti per l’UK si può apprezzare ancor di più osservando il ritorno degli investimenti che, come si può osservare dal grafico sotto è alquanto elevato, variando da un picco di oltre il 7% a un minimo (nel 2016) di circa il 3%. Al contrario i rendimenti pagati dall’UK sono rimasti stabili fra il 3,8 e il 4,4%.
Interessante osservare che l’impatto della svalutazione della sterlina nel corso del 2017 ha influito positivamente per circa due miliardi sul valore dei crediti britannici, ma a fare la differenza sono stati altri fattori, primo fra i quali l’aumento della redditività degli investimenti.
Per avere un’idea del livello di internazionalizzazione dell’economia britannica, inoltre, è utile osservare chi siano i principali investitori diretti nel paese. Le variazioni negli importi dipendono dal metodo di rilevazione adottato.
Ma l’importanza degli investimenti diretti per l’economia britannica si apprezza ancora di più se oltre all’osservazione dell’impatto sulla bilancia dei pagamenti, si prova a determinare quello sulla cosiddetta economia reale, quindi su occupazione e produttività. A tal fine l’ONS ha svolto alcune rilevazioni sperimentali basate su microdati che presentano evidenza molto interessanti, anche se certo ancora provvisorie. La prima è che malgrado solo l’1,1% delle mondo imprenditoriale britannico sia destinatario di investimenti diretti, queste compagnie danno lavoro a quattro milioni di persone nel paese, il 16,8% dell’occupazione totale. Da notare che 2,1 milioni di questi lavoratori sono impiegati in aziende che hanno ricevuto investimenti diretti dall’Ue (dato 2016).
Si tratta in larga parte di multinazionali, come è nella logica degli investimenti diretti. E l’analisi mostra pure come le imprese che attraggono questi investimenti generino in media maggiore occupazione. Non solo. comparando i livelli di produttività, emerge che le aziende destinatarie di investimenti diretti tendono ad essere più produttive per una serie di ragioni che non serve elencare qui. E’ sufficiente osservare che un’economia internazionalizzata come quella britannica ha tutto da perdere e molto poco da guadagnare quando si fa sedurre da tentazioni isolazionistiche.
Tanto più quando riguardano i paesi dirimpettai.
Cronicario: Fra il dire e il fare c’è di mezzo il nominare
Proverbio del 30 luglio La gentilezza batte la forza
Numero del giorno: 6.200.000 Italiani che hanno ripetuto gli esami di guida
Poi dice che il governo non governa. Eccome se governa: con un paio di post su Facebook il ministro del trasporto amoroso ha silurato e nominato i vertici delle FS, che sta per Ferrovie Sovrane, ne caso vi fosse sfuggito. E quanto ci ha messo? Niente: un battito d’ali. Licenziati via social a metà della settimana scorsa, i nuovi vertici sono stati nominati stamattina, mentre l’Italia boccheggiava sotto il caldo africano.
Lo so, adesso mi direte che è molto più facile cambiare gli amministratori che governare, ma è chiaro che siete prevenuti. Fra il dire e il fare c’è di mezzo il nominare lo sanno tutti. Peraltro ormai è chiaro che usano una tattica sopraffina. Il ministro uno e bino temporeggia, chessò invita 62 sigle a parlare di Ilva, in un delirio di assemblearismo egalitario, e gli altri nominano come se non ci fosse un domani: i vertici del ministero del Tesoro, quelli della Cdp e persino la presidenza Rai, dove hanno provato a mettere uno che gli piace. Cosa inedita nel panorama italiano.
State certi che prime delle meritatissime vacanze (innanzitutto le mie) il medagliere delle benedizioni ministeriali si arricchirà ancor di più finendo di lacerare quel che resta della nostra concordia sociale. In compenso ci guadagneremo tempo, calma e riflessione su quelle che sono le partite davvero delicate che attendono di essere governate sul serio: chessò la solita Ilva, l’Alitalia, il miracolo decreto Dignità, ormai in versione 2.0, come ci ricorda il ministro Bino, e, dulcis in fundo, la legge di bilancio, dove il governo, finalmente tornato dalle vacanze dovrà finalmente dare prova reale di sé. Dice, l’altro ministro tuttologo, che l’importante è incardinare i provvedimenti. Basteranno un paio di tweet magari.
Nel caso (assai ipotetico) che abbiate ancora voglia di occuparvi di cose serie, vi segnalo l’ultima chicca in casa Bis, ossia le statistiche sulla liquidità globale, che mostra come l’unica cosa che non ci manca, in questo periodo vagamente disgraziato, sono i soldi.
Il credito in dollari alle non banche fuori dagli Usa, nel primo trimestre 2018 è cresciuto del 7% rispetto a un anno fa, quello in euro addirittura del 10%. L’uno vale 11,5 trilioni, l’altro 3,1 (di euro). Fra le altre cose, 3,7 di questi trilioni sono crediti verso le economia emergenti, verso le quali il boom, guidato da emissioni obbligazionarie, è stato del 16% rispetto a un anno fa. Questa montagna di denaro, che rappresenta debiti, gira intorno a noi minacciosa come una gigantesca cambiale in attesa di essere pagata, il cui peso specifico dovrebbe far tremare le vene ai polsi a chi (come noi) deve rinnovare ogni anno una quantità di debito pubblico pari al pil della Grecia. Ma non ditelo ai nostri. Si potrebbero distrarre.
A domani.
Il dilemma russo della Polar Silk Road cinese
La settimana scorsa la Novatek, produttore russo di gas, ha completato la sua prima spedizione di gas liquefatto nel porto cinese di Jangsu utilizzando la Northern Sea Route (NSR) dando il via di fatto al primo sfruttamento in grande stile della rotta artica sulla quale la Russia conta moltissimo per rilanciare il suo ruolo di protagonista delle nuove rotte commerciali del Grande Nord. Il trasporto via Artico ha tagliato drammaticamente i costi e i tempi rispetto alla rotta tradizionale attraverso il canale di Suez con grande soddisfazioni dei cinesi, che infatti contano di importare tre milioni di tonnellate di gas liquefatto dal sito di Yamal a partire dal 2019. Soddisfazione anche perché sulle potenzialità dell’impianto di Yamal e delle rotte artiche i cinesi hanno mostrato di avere la vista lunga, come d’altronde anche i russi.
Già dal 2013 il capo della Novatek, si era fatto vedere in Cina per discutere progetti di collaborazione nell’area artica che condussero, a settembre, alla sigla di un contratto fra i russi e la China national petroleum corporation (CNPC) che prevedeva proprio la fornitura di tre tonnellate di gas liquido l’anno alla Cina, pari al 18% della capacità dell’impianto. L’accordo fu approvato dal governo russo a gennaio del 2014. Dopo la crisi ucraina, che ha messo in crisi la Novatek – l’Ucraina era uno dei maggiori consumatori di gas russo –, a settembre 2015 la Novatek ha venduto a un fondo sovrano cinese, il fondo sovrano per la via della seta il 9,9% della quota della Yamal liquefied natural gas (LNG), società che gestisce il progetto sulla penisola, per oltre un miliardo di euro ricevendo inoltre un prestito da 730 milioni per 15 anni per finanziare il progetto di esplorazione. Gli altri azionisti principali sono, oltre alla Novatek (50,1%), la cinese CNPC (20%) e la Total francese (20%). L’accordo ha conosciuto una ulteriore evoluzione l’aprile 2016 quando la Yamal LNG ha siglato un accordo con la Export-Import Bank of China e la China Development Bank per facilitazioni creditizie per 15 anni per un ammontare totale di 9,3 miliardi di euro per finanziare il progetto. Non bisogna farsi ingannare da tanto attivismo però: le negoziazioni sono state complesse e più volte ritardate, segno che la partnership è ancora tutta da costruire. Epperò è stata avviata e i cinesi ne hanno ricevuto già grandi benefici, visto che l’80% dei macchinari necessari per il progetto Yamal verrà realizzato in cantieri cinesi.
La collaborazione russo-cinese sull’Artico non si limita al caso Yamal. La Novatek ha proposto alla CNPC cinese di partecipare anche allo sviluppo del sito Arctic LNG2 del quale la francese Total ha già accettato di acquistare il 10% del progetto per la produzione di gas liquefatto in corso di sviluppo nella penisola siberiana di Gydan che insiste sempre sulla NSR.
Ancora più rilevante, per non dire esemplare, per la collaborazione energetica russo-cinese è il gasdotto Power to Siberia, messo in cantiere dalla Gazprom: un’infrastruttura lunga 3.000 chilometri che si propone di connettere per la prima volta direttamente il grande produttore russo col grande consumatore cinese che alcuni resoconti stimano diverrà operativo già alla fine di quest’anno rivoluzionando di fatto il mercato del gas.
Al tempo stesso le compagnie cinesi stanno spingendo molto per il completamento della ferrovia di Belkomur, alla quale la COSCO cinese partecipa come investitore, che si propone di collegare i centri minerali russi degli Urali settentrionali al porto Artico di Arkhangelsk. Lo stesso luogo, dove nel marzo 2017 una delegazione cinese si recò per proporre lo sviluppo, a sue spese, di un porto marittimo e di una nuova ferrovia di 800 chilometri per collegare l’intera regione a parti della Siberia e della Russia settentrionale dove insistono significativi giacimenti di petrolio e gas. Tutti progetti che dovrebbero concludersi entro il 2025. Per allora la Cina dovrebbe essere riuscita a varare la sua prima rompighiaccio nucleare. Un tempo lungo abbastanza da capire se la Russia accetterà davvero di far diventare la Cina una potenza artica. Sarebbe un precedente: il primo paese che non costiero ad avere influenza concreta nell’Artico. Un notevole successo per la politica cinese.
In generale, la Russia a un certo punto dovrà decidere – e non è chiaro se e come potrà farlo – che tipo di reazione opporre alle raffinata strategia di cooperazione e competizione che Pechino ha messo in campo ormai da anni per aumentare la sua capacità di influenza nelle zone tradizionalmente a influenza russa. Si pensi all’Asia Centrale. Le ex repubbliche sovietiche, che mantengono ancora profondi legami con la Russia, stanno stringendo legami sempre più fitti con la Cina, a volte mediate dall’Unione euroasiatica di Putin, a volte frutto di relazioni bilaterali dove si replica il copione che la Cina sta recitando anche nella partita che si sta giocando sul futuro dell’Artico: collaborazione finanziaria in cambio di influenza. Succede in tutte le aree dove la Cina sta operando per costruire la sua ragnatela di influenza: dall’Africa al Polo Nord, passando per il Medio Oriente e appunto l’Asia centrale.
Per il momento, almeno nelle dichiarazioni ufficiali, i rapporti fra le due potenze sembrano basati sulla voglia di cooperare. Per tornare all’esempio del gas, da quando Putin e il suo omologo cinese Xi Jinping hanno firmato l’accordo di fornitura di gas nel 2014, le banche e le società cinesi hanno investito oltre 40 miliardi di dollari in attività russe. Oltre ai progetti artici che abbiamo visto, i cinesi della CEFC China Energy hanno acquistato anche il 14,2% della compagnia petrolifera russa Rosneft. Le sanzioni occidentali sono state un potente collante fra Russia e Cina e le nuove prese di posizione degli Usa, dal nucleare iraniano ai dazi ai cinesi (e all’Ue) sembrano giustificare la costruzioni di nuove relazioni capaci di infittire la tela eurasiatica. Ma rimane il fatto che non è mai facile mantenere una relazione paritaria quando sono in gioco interessi notevolissimi. E il caso dell’Artico è un chiaro esempio di come la cooperazione possa facilmente trasformarsi in competizione. Inoltre, il collante dell’ostracismo Usa, che spinge all’abbraccio Cina e Russia, può facilmente sciogliersi non appena cambi il vento in Occidente. Il caso dell’Artico, da questo punto di vista, è un’ottima cartina tornasole per monitorare lo stato della relazione russo-cinese. Al momento la Northern Sea Route (NSR) russa sembra aver ispirato il progetto della Polar silk road cinese, che è andata ad alimentare il libro dei sogni della Belt and road initiative cinese. Non è detto che questo piaccia ai russi, che prima o poi dovranno sciogliere il dilemma della crescente influenza cinese sulla loro economia. Intanto però funziona.
(2/fine)
Puntata precedente: La Cina si prepara a diventare una potenza nell’Artico.
Cronicario: Meno tasse per tetto
Proverbio del 27 luglio Se tratti un uomo da volpe, ruberà le galline
Numero del giorno: 1.500 Migranti morti nel Mediterraneo nel 2018 secondo Oim
Visto il notevole successo che riscuote da noi il piagnisteo, c’è da aspettarsi che ogni giorno qualcuno dica la sua battendo sostanzialmente cassa, visto che abbiamo la fortuna di avere un governo popolato da persone non solo di cuore sensibile, ma anche poco inclini alle complicazioni dell’aritmetica.
Oggi la palma piagnisteo la vince di sicuro Confedilizia. Dopo aver letto i dati del Notariato, secondo i quali in un anno i prezzi medi degli immobili compravenduti sono diminuiti del 15%, l’augusto presidente se n’è uscito così: “Si tratta dell’ennesima conferma della condizione di estrema crisi nella quale si trova il settore immobiliare italiano, che Confedilizia denuncia da tempo. Il risparmio delle famiglie e delle imprese italiane si sta erodendo giorno dopo giorno, ma in troppi continuano a salutare positivamente il parziale recupero nel numero di compravendite, senza far notare che si tratta nelle stragrande maggioranza dei casi di vere e proprie svendite”.
Ora uno lo sboom del mattone italiano è dovuto a mille cause, dal credito farlocco ai redditi micragnosi, passando per il nostro disastro demografico. Ma per il nostro confedile il problema è uno solo: “L’Italia dell’immobiliare si distingue – come risulta dai dati Eurostat – rispetto a tutti gli altri Paesi europei, per una ragione molto semplice: da noi sono state attuate politiche fiscali folli che hanno letteralmente annientato (come per i tabaccai il calo degli aggi sulle lotterie, ndr) un intero settore e tutta l’economia che gli gira attorno. È ora di prenderne coscienza e di varare misure di segno opposto”.
Esagerati. Bastano meno tasse per tetto.
A lunedì.
Le aziende preferiscono la liquidità agli investimenti
L’ultimo report del Fmi dedicato agli squilibri globali propone un approfondimento molto interessante che torna a far luce su un argomento tanto rilevante quanto poco conosciuto e ancor meno discusso dell’economia del nostro tempo: il mare proprietario di liquidità dove nuotano molte multinazionali. Ne abbiamo già parlato, ma è bene tornarci perché l’analisi del Fmi aggiunge altri dettagli alla nostra osservazione. Cominciamo da una visione di insieme, peraltro parecchio suggestiva.
Questo grafico ci consente di apprezzare il peso specifico medio dei risparmi fatti dalle società non finanziarie isolato nelle sue componenti. Il risparmio delle imprese infatti può essere considerato come la somma dei profitti (operating surplus) e i redditi da proprietà meno le tasse, gli interessi passivi pagati e i dividendi. Nel periodo considerato, ossia sostanzialmente negli ultimi vent’anni, l’andamento favorevole della tassazione e dei tassi di interesse hanno contribuito notevolmente all’innalzamento del risparmio lordo, così come d’altronde le rendite e i profitti. Il peso dei dividendi è stato di parecchio inferiore, con la conseguenza che i risparmi netti son cresciuti notevolmente. “Questo trend è proseguito, anche se più lentamente, dopo la grande crisi finanziaria, quando i dividendi hanno smesso di crescere insieme ai profitti, persino cadendo in alcuni casi come la Germania”.
Il risparmio aziendale in eccesso, ossia che non si trasforma in investimenti, denominato corporate net lending, può essere utilizzato per buyback azionari, diminuire i debiti o acquisire asset finanziari. E tuttavia diverse osservazioni concordano sul punto che “l’accumulazione di contante è stato l’uso più saliente del corporate net lending”. Ecco come rappresentava questa situazione la Bis alcuni mesi fa.
La correlazione fra l’aumento del risparmio netto e l’accumulazione di cash è stata particolarmente forte in Germania e Olanda. E non a caso Germania e Olanda hanno un notevole attivo di conto corrente sulla bilancia dei pagamenti. Queste decisioni, che sembrano un fatto privato, hanno infatti notevole rilevanza pubblica. Il cash delle aziende, che anziché investire accumulano come Arpagone, gonfia gli squilibri globali e inasprisce le relazioni fra gli stati, come le cronache ci ricordano continuamente. Peraltro, ad esempio nel caso della Germania, molti accusano i governi degli squilibri correnti, trascurando il fatto che questi attivi sono sostanzialmente privati e il governo, a meno che non decida di espropriarli (ammesso che sia possibile), non può disporne in alcun modo.
Le ragioni di questa grande accumulazione di risparmio, divenuto ora liquidità che contribuisce a mantenere distesi i mercati monetari e ha trasformato le corporation in prestatori al servizio del mercato (compreso quello bancario) e degli stati, sono diverse. Si va dalle politiche fiscali favorevoli adottate nell’ultimo ventennio per le aziende, ma anche quelle monetarie che hanno favorito il risparmio sugli interessi pagati, fino alla crescente diffusioni delle imprese globali. Capire le ragioni di questo esito è sicuramente importante, ma ancor più dovrebbe essere provare a immaginare quello futuro. Quello presente è chiaro: molte multinazionali sono assai più potenti di quanto non fossero in passato. E soprattutto più ricche.




































