Etichettato: the walking debt
Continua il boom di credito alle banche ombra
Le ultime statistiche bancarie pubblicate dalla Bis confermano il trend di ripresa dei prestiti bancari internazionali che già aveva fatto capolino dalla seconda metà del 2017, segnando un aumento di 451 miliardi a marzo 2018 rispetto a fine 2017. Complessivamente i prestiti transnazionali, nello stesso mese, hanno raggiunto quota 30 trilioni, il 2% in più su base annua. Ma le tendenze più interessanti sono quelle meno evidenti. In particolare si registra non solo la ripresa dei prestiti alle economie emergenti (+7% ne confronto fra marzo 2018 e marzo 2017), con la Cina a far la parte del leone, ma soprattutto il boom creditizio a favore del cosiddetto shadow banking, ossia gli intermediari non bancari come fondi di investimento, hedge fund, special purpose vehicles, eccetera. I prestiti sono cresciuti dell’8% su base annua.
Questo incremento è tanto più rilevante in quanto conferma una tendenza che risale al 2016 e che non accenna a diminuire. Solo da fine 2017 a marzo 2018 i prestiti alle banche ombra sono aumentati di 214 miliardi, totalizzando 5,8 trilioni di esposizione complessiva. L’incremento nell’ultimo trimestre censito si è concentrato in poche economie, e segnatamente quella Usa, dove sono affluiti 60 miliardi, seguita dal Giappone (41 miliardi), l’Irlanda (27 miliardi) e il Lussemburgo (25 miliardi). Gran parte di questi prestiti sono denominati in dollari, ma sono cresciti anche quelli denominati in euro, sterline e yen.
Un’altra osservazione interessante si può ricavare notando come il credito transazionale cresca ovunque tranne che nell’eurozona, che anzi ha contratto i suoi crediti esteri di circa il 4% su base annua replicando il trend declinante del 2017.
Fra i paesi avanzati primeggiano le banche giapponesi, che hanno aumentato i loro prestiti dell’8% su base annua, a fronte dell’aumento del 4% delle banche Usa. L’aumento dell’attività bancarie è stato trainato in piccola parte anche dai prestiti al settore non finanziario, in particolare ai governi, con una crescita del credito a questo settore di circa il 3% nell’anno finito a marzo 2018. La ripresa dei prestiti ai paesi emergenti è dovuta in gran parte alla Cina, che ha assorbito la metà delle risorse finite in Asia nel primo trimestre 2018, mentre in America Latina la parte del leone l’ha fatto il Brasile, che ha assorbito 11 miliardi.
Cina, Brasile e shadow banking, in sostanza, trainano la ripresa dei prestiti transnazionali. Se la fiducia bancaria sia ben risposta è un’altra storia.
La guerra commerciale mette a rischio gli investimenti internazionali
Poiché viviamo un tempo nel quale una fantasia vagamente sconclusionata governa al posto del principio di realtà, non dovrebbe sorprenderci che molti stiano lavorando al sabotaggio del commercio internazionale. Costoro peraltro trascurano di osservare che tale attivismo minaccia seriamente di sabotare lo strumento principale della globalizzazione, ossia gli investimenti diretti esteri (IDE) che i paesi fanno l’uno l’altro per una pluralità di ragioni che riepiloga bene la Bce nel suo ultimo bollettino. Per evitare fraintendimenti, è meglio illustrare subito che gli IDE sono definiti tali quando “un’impresa possiede almeno il 10 per cento di una società situata in un altro paese”. Generalmente “questi investimenti sono condotti da multinazionali che investono all’estero mediante impieghi in nuovi progetti (greenfield investments), ossia l’apertura di
sussidiarie all’estero, o mediante attività di fusione e acquisizione”. Sulla utilità degli IDE la Bce non ha dubbi: “Gli IDE sono in grado di apportare numerosi benefici al paese ricevente”, per una serie di ragioni che vanno dalla promozione della concorrenza all’aumento della produttività e alla diffusione dell’innovazione tecnologica. In particolare, e questo ci riguarda più da vicino, “l’evidenza empirica conferma l’impatto positivo degli IDE sui paesi dell’UE”.
Vale la pena arrivare subito a una delle conclusioni riportate nell’articolo perché è la plastica rappresentazione di come il principio di realtà contrasti ormai sempre più vistosamente con le nostre fantasie o le nostre percezioni. Un’analisi econometrica svolta dalla Bce mostra che “in media, l’ingresso nell’UE ha aumentato del 43,9 per cento i flussi di IDE in entrata provenienti da altri paesi dell’UE, mentre non ha avuto impatti significativi sulla capacità di attrarre IDE provenienti da paesi non appartenenti all’UE”. Se poi guardiamo all’area euro, il risultato è ancora più rilevante: “L’adozione
dell’euro ha aumentato del 73,7 per cento gli IDE provenienti da altri paesi dell’area dell’euro. L’effetto ulteriore ascrivibile all’appartenenza all’area valutaria comune è stimato pertanto al 20 per cento circa”. In sostanza, partecipare a un’area comune, specie se integrata a livello valutario, stimola l’internazionalizzazione del capitale per una serie di ragioni legate all’eliminazione di rischio di cambio o di liquidità. E di conseguenza contribuisce a diffondere quei benefici che gli IDE portano con sé. Non è certo un caso che l’espansione della crescita nell’ultimo ventennio abbia generato anche quella degli IDE che sempre più si rivolgono verso le economie emergenti.
Altrettanto interessante è osservare che gli stessi paesi emergenti sono diventati una fonte crescente di investimenti diretti, col che completandosi quel processo di internazionalizzazione del capitale che ha cambiato le regole del gioco dell’economia: si pensi alle complesse catene di valore che oggi stanno dietro a una merce, o agli intrecci finanziari che stanno dietro i flussi commerciali di beni e servizi.
L’idea che si possa sanzionare il commercio senza mutare la delicata filigrana finanziaria tessuta intorno al mondo e gli investimenti esteri che ne conseguono è alquanto ingenua, ma purtroppo diffusa. Favorire il proprio commercio internazionale, utilizzando le leve dei vantaggi competitivi che l’internazionalizzazione porta con sé, è una delle tante ragioni che spingono le multinazionali a fare investimenti in altri paesi. Nel momento in cui gli stati iniziano a guerreggiare con i dazi, questo incentivo viene meno. Molti di temperamento autarchico argomenteranno che si può vivere benissimo ognuno a casa propria anche senza scambiarsi nulla, né beni né capitali. Ma bisognerebbe anche domandarsi se ciò sia coerente con la storia e con onestà intellettuale se la circostanza che gli IDE siano cresciuti dal 22 al 35% del pil fra il 2000 e il 2016 abbia giovato o no all’aumento del benessere globale.
Prima di rispondere però può essere utile proporre un’altra osservazione, ossia quanto siano permeabili i principali paesi del mondo agli IDE. “All’interno dell’Ue – spiega la Bce – le restrizioni agli IDE in entrata sono, al netto di due eccezioni, minori rispetto alla
media dell’OCSE”. Ai tanti che temono le invasioni di capitali stranieri in Italia, farà piacere che facciamo parte di queste eccezioni.
L’Italia infatti è abbondantemente sopra la media Ue e appena sotto quella Ocse per il numero delle restrizione agli investimenti diretti esteri. Peggio di noi, all’interno dell’eurozona fa solo l’Austria. Dovremmo interrogarci se aprirci maggiormente al capitale straniero possa contribuire alla salute della nostra economia. Ma a quanto pare è una domanda difficile, di questi tempi.
La Cina si prepara a diventare una potenza nell’Artico
La notizia del giugno scorso che la Cina ha lanciato una gara per costruire la sua prima nave rompighiaccio alimentata ad energia nucleare aggiunge un altro tassello alla complessa strategia che la Cina ha messo in campo ormai da anni per diventare un player nel grande gioco del mare e, indirettamente, nel mondo. Questa strategia passa naturalmente per il presidio della principali rotte commerciali, che significa presenza militare nei mari dove passa la grandissima maggioranza del commercio cinese, e soprattutto sulle rotte che devono ancora essere sfruttate, fra le quali spiccano quelle artiche, divenute d’interesse da quando il cambiamento climatico ha sciolto i ghiacci e lasciato immaginare nuovi percorsi economicamente più efficienti rispetto alle rotte tradizionali. Secondo alcuni resoconti la compagnia cinese Cosco avrebbe già inviato dieci vascelli in 14 viaggi lungo le rotte artiche in Europa risparmiando 220 gioni di navigazione, 7.000 tonnellate di carburante e 10 milioni di dollari di costi rispetto al tradizionale passaggio lungo il canale di Suez.
Non a caso la Cina, nel gennaio scorso, in qualità di osservatore ha presentato un libro bianco dedicato proprio alla gestione del Circolo Polare artico. Un fatto del genere presuppone già una strategia. E una strategia non si costruisce con la parole, ma con fatti molto concreti. La costruzione di rompighiaccio capaci di navigare le rotte artiche è una di queste. Come d’altronde lo è stata l’intesa raggiunta con i russi per lo sfruttamento dei giacimenti di gas della penisola di Yamal che ha condotto alla costituzione della Yamal LNG, società a maggioranza russa partecipata dai cinesi e dai francesi.
La penisola di Yamal affaccia sul mare di Kara che è uno dei punti nodali della Northern Sea Route (NSR), la rotta che sfocia nel Pacifico settentrionale sulla quale la Russia accampa una sostanziale titolarità visto che bordeggia lungo il suo territorio.
Una rotta estremamente appetibile per i cinesi, visto che la metterebbe in collegamento col mercato europeo assai più rapidamente di quanto non facciano le rotte tradizionali. Questo spiega l’interesse dei cinesi a partecipare al gioco artico, e soprattutto quello dei russi a diventarne i grandi protagonisti.
La Russia ci crede talmente che ha affidato la gestione della NSR al gigante statale dell’energia nucleare Rosatom, che è proprietaria della Rosatomflot, armatore dei vascelli a bandiera russa ma a capitale estero, cinese, canadese o giapponese, che provano ad attraversare la NSR finendo magari intrappolati nel ghiaccio come è accaduto di recente. Le rompighiaccio della Rosatomflot trasportano gas liquefatto ricavato dall’impianto di Yamal destinate al porto cinese di Jangdu e questo basta a capire perché i cinesi abbiano investito sul progetto Yamal e perché la costruzione della loro prima rompighiaccio sia più di una semplice notizia da addetti ai lavori. Somiglia di più a un’opa discreta, in perfetto stile cinese, su rotte che in un futuro più o meno lontano potranno diventare strategiche. Non a caso il vascello rompighiaccio di ricerca cinese Xuelong ha svolto finora otto missione nell’Artico e l’anno scorso ha percorso interamente il passaggio articolo di Nord Ovest che corre lungo la costa canadese.
La costruzione della sua prima rompighiaccio nucleare non è l’unico passaggio che suggerisce che i cinesi abbiano una strategia di lungo termine che si articola rafforzando la cooperazione con la Russia, e insieme competendo con la Russia rafforzando la presenza nelle zone tradizione di influenza dei russi, nell’artico come nel centro Asia. Una strategia che, nel lungo termine, potrebbe rivelarsi fonte di tensione fra i due paesi, che però potrebbero trovare nel dover far fronte al dirimpettaio Usa l’ingrediente magico per superarle. Gli esempi di questa strategia sono numerosi. Di recente la China Development bank (CDB) ha accettato di prestare fino a dieci miliardi di dollari alla gemella Vnesheconombank (VEB) con i quali la banca di sviluppo russa potrà finanziare progetti e infrastrutture nella zona artica. La VEB russa è stata colpita dalle sanzioni di Ue e Usa dopo il conflitto ucraino e quindi l’ossigeno cinese era l’unico sul quale la banca potesse contare. La Cina d’altronde non fornisce solo denaro alle ambizione artiche russe, ma anche e soprattutto tecnologie, anche quest’ultime venute meno dopo l’embargo. Ma certo non lo fa gratis.
(1/segue)
Seguito e conclusione: Il dilemma russo della Polar Silk Road cinese
Cartolina: I poveri disillusi dall’Ue
Nel peggiore dei suoi anni l’Ue provò a darsi obiettivi ambiziosi per un futuro lontano che suonava seducente a cominciare dal numero: 2020. Si era in quel terribile 2008 e dodici anni sembravano un tempo sufficiente per proporre alle opinioni pubbliche frastornate dal rumore dei fallimenti e spaventate dall’improvvisa minaccia della povertà un orizzonte dove il tasso di occupazione fosse superiore al 75 per cento della popolazione, la spesa per ricerca e sviluppo fosse uguale o superiore al 3 per cento del pil dell’Unione, le emissioni inquinanti fossero inferiori di un 10 per cento abbondante, gli abbandoni scolastici per i giovani fossero meno del 10 per cento della popolazione e l’educazione terziaria riguardasse almeno il 40 per cento dei 30-34enni. L’insieme di questi indicatori disegnava il volto di una società capace di dare, in maniera sostenibile, lavoro a persone sempre più istruite e perciò impiegate in produzioni a maggior valore aggiunto, col risultato – che poi era il gioiello della corona – di far diminuire i poveri, che erano 116 milioni, di almeno venti milioni. Dieci anni dopo inquiniamo meno, siamo più occupati e anche meglio istruiti, ma i poveri sono 118 milioni. Molti li chiamano populisti.
Cronicario: I tavolini del Mise a rischio investimento
Proverbio del 18 luglio Il frutto maturo cade da solo, ma non nella nostra bocca
Numero del giorno: 4,2 Aumento % annuo compravendite immobiliari in Italia
Nel caso doveste mai passare dalle parti del ministero dello Sviluppo economico, che insiste su una traversa della celeberrima via Veneto a Roma, non stupitevi della folla di tavolini che vi trovate davanti.
E soprattutto non vi ingannate: non sono i baristi ad essere impazziti: è il governo. La confessione è arrivata dritta dritta dal titolare del dicastero, notoriamente instancabile e in perenne veglia per la salute economica, i diritti e soprattutto la dignità di Noi Tutti. Costui, mai pago di fornirci preziose informazioni, oggi ha reso noto che al Mise sono in piedi nientepopòdimeno che 144 tavoli per altrettante situazioni di crisi aziendali, attorno ai quali bisognerà decidere le sorti di 189 mila lavoratori. Tanto è l’impegno, che il Nostro, per quanto uno e bino e probabilmente trino, ha dovuto coinvolgere al baretto Mise anche quattro parlamentari a scopi non solo conoscitivi, ma anche di servizio.
Comprenderete l’ansia che m’ha divorato al pensiero che 189 mila lavoratori e altrettante famiglie siano in attesa di servizio pubblico al tavolo. Non sai mai quello che ti portano, ma costerà sicuramente caro e sulla qualità lévati. Poi però un paio di altre voci autorevolissime del governo del cambiamento sono giunte fino a noi, producendo in me un improvviso senso di tranquillità.
Il primo a parlare è stato il titolare dell’Economia, quello che rima con mammamia, il quale ha notato che a) dal 2008 al 2018 gli investimenti della pubblica amministrazione si sono ridotti del 50% e questa “è una situazione drammatica”. Perciò il ministro Mammamia ha “evidenziato la necessità di mettere in campo investimenti sia pubblici che privati” poiché “trovare uno stimolo endogeno alla crescita significa affrontare il tema dell’occupazione”;
b) nel bilancio dello Stato sono stanziati 150 miliardi in 15 anni per gli investimenti pubblici, già scontati nel deficit. Di questi, 118 miliardi sono “considerabili immediatamente attivabili”, ma procedure complesse e capacità progettuale insufficiente ne complicano l’utilizzo, tanto da rendere biblici i tempi di realizzazione delle opere.
Il secondo a parlare è stato il titolare dei Trasporti, che ha confessato ciò che il vostro Cronicario qui, cazzeggiando come sempre, vi aveva anticipato: il decollo dell’Alétalia: “L’Alitalia tornerà compagnia di bandiera con il 51% in capo all’Italia”, visto che “l’italianità è un punto fondamentale nel futuro”. Si cerca un partner che metta il 49% e “la faccia volare”. M’immagino la fila. Specie perché il ministro bino di poco fa ha assicurato costoro e noi tutti che si “spenderà personalmente per Alitalia”.
Sicché ho finalmente capito il destino che si prepara per i tavolini al Mise: saranno investiti dal potente motore della crescita alimentato a denaro pubblico che non abbiamo.
Tutto ciò mentre il Fmi, nel documento preparato per il prossimo vertice del G20, invita i paesi per i quali la posizione “è vulnerabile alla perdita di fiducia del mercato” parlando casualmente del nostro, a evitare “stimoli di bilancio pro-ciclici” e a “ricostruire riserve di bilancio” per i tempi brutti che sono sempre in agguato. Non avete capito? Era un “Mammamia”, in versione Fmi. E non si riferiva al ministro.
A domani.
La guerra commerciale accelera la deriva asiatica dell’Europa
La firma dell’accordo di libero scambio dell’Ue col Giappone segna un’altra tappa importante nel processo di spostamento degli equilibri globali verso l’Asia, ormai a torto o ragione identificata come l’ultima regione del mondo disposta a difendere la globalizzazione dopo la sostanziale abdicazione dell’Occidente che pure l’ha inventata e diffusa. Le ragioni sono evidente: Cina e Giappone, come d’altronde anche l’Europa e in particolare l’eurozona, sono creditori netti e devono molte delle loro fortune al commercio internazionale. Quindi non deve stupire che proprio mentre Trump annunciava dazi per ulteriori 200 miliardi a carico della Cina, il primo ministro Li Keqiang diceva da Sofia che il suo paese aveva le migliori intenzioni per rilanciare il commercio con i paesi centro orientali dell’Europa ripetendo sostanzialmente gli argomenti che poi sono stati illustrati anche al vertice del 16 luglio con l’Ue a Pechino. La Cina vuole stringere la sua relazione con i paesi europei e importa relativamente la circostanza che tale volontà sia stata rafforzata dall’atteggiamento ostile dell’amministrazione Usa nei confronti dei cinesi – ma anche dell’Ue, giudicata nemica commerciale degli Usa – o se questa riaffermata disponibilità sia l’evoluzione naturale di un’economia – quella cinese – che all’apice della rinascita nazionalista che sta travolgendo l’Occidente, si scopre invece convinta sostenitrice del multilateralismo e della globalizzazione, dai quali evidentemente la Cina finora ha molto guadagnato.
Questa interessante evoluzione del quadro politico – lo stesso giorno che il primo ministro cinese incontrava i rappresentanti europei, Trump stava incontrando Putin in Finlandia – arriva in un momento di grande tensione per l’economia internazionale che i sismografi sensibilissimi degli osservatori registrano continuamente. Le analisi – ultima in ordine di apparizione quella del Fmi che ha aggiornato il suo outlook sull’economia globale – sono concordi nel temere gli effetti nefasti sul commercio che potrebbe provocare una ulteriore escalation fra Usa e Cina che certo non risparmierebbe l’Europa che non è frapposta solo geograficamente fra i due paesi, ma è punto di snodo fondamentale delle relazioni economiche di cui il commercio è solo la rappresentazione più immediata. Quando due paesi commerciano, c’è sempre una contropartita finanziaria che chiude il ciclo dello scambio iniziato con la produzione. Ciò significa sistemi finanziari più o meno interconnessi – si pensi alla rilevante esposizione delle banche britanniche nei confronti della Cina – e catene di valore delle merci che si articolano in paesi differenti ognuno dei quali aggiunge gradi di produzione al prodotto finale. In tal senso, la rappresentazione che fanno le bilance dei pagamenti dei flussi commerciali risultano spesso troppo schematiche per dare l’idea corretta delle relazioni profonde che la globalizzazione ha tessuto fra i paesi del mondo, che hanno avuto come strumenti principali gli investimenti diretti che i paesi avanzati prima e quelli emergenti poi si sono scambiati.
Quando si fa un investimento diretto, secondo la classificazione che ne fa la Bce, un paese detiene una quota di almeno il 10% del capitale di un’azienda in un paese estero. Le ragioni sono le più svariate e l’internalizzazione del commercio è una di queste. Un’azienda trova più conveniente produrre all’estero per guadagnare competitività. Da questo punto di vista, pure se al costo di qualche semplificazione, si può dire che gli investimenti diretti sono una buona cartina tornasole della globalizzazione e, indirettamente, del commercio internazionale. In tal senso, imporre dazi, che di fatto limitano i vantaggi competitivi, può provocare impedimenti agli investimenti fra i paesi.
Le relazioni fra Ue e Usa sono molto profonde e hanno una storia ultradecennale alle spalle. Ciò non vuol dire che siano eterne. Come ha detto il segretario della Nato nei giorni del difficile vertice dei primi di luglio, con Trump che addirittura che minacciava di uscire dall’alleanza, le relazioni fra Usa e Ue non sono scritte sulla pietra. E se questo vale per le questioni della difesa, vale ancor più per quelle economiche, che hanno motivazioni meno cogenti, almeno all’apparenza. Peraltro la cronaca ci mostra che relazioni economiche fra Usa e Ue abbiano già subito profondi cambiamenti. I dati Eurostat relativi agli investimenti nell’Ue mostrano il sostanziale disimpegno del capitale americano dall’Europa avvenuto nel corso del 2017, quando oltre 270 miliardi di dollari sono usciti dall’Ue a fronte di afflussi per circa 56 l’anno precedente. Tale tendenza è stata condivisa anche dall’Ue, che ha fatto defluire dagli Usa circa 66 miliardi di propri investimenti diretti.
Un anno è un periodo di tempo limitato per trarne una tendenza, ma non si capisce per quale ragione un’azienda europea dovrebbe essere invogliata a investire in un paese il cui presidente – ossia il massimo rappresentante – dice pubblicamente che l’Ue è un nemico commerciale. I dazi, in tal senso, possono rappresentare un potente disincentivo all’ampliarsi degli investimenti europei negli Usa e non tanto (o non solo) per la diseconomia che provoca direttamente sui costi, ma per il nocumento che genera sulla fiducia, ossia il principale alimento degli animal spirit imprenditoriali. Gli ultimi dati sull’indice Zew tedesco, che misura proprio lo stato della fiducia nell’economia, mostrano cali che segnalano i timori crescenti che la guerra commerciale fra Usa e Cina possa colpire il cuore dell’economia della Germania, per la quale le esportazioni pesano una quota rilevante del prodotto. Ma questo non vale solo per la Germania. Anche l’Italia ha tutto da perdere dal deterioramento degli scambi internazionali, e i dati di maggio della bilancia commerciale, che registrano un calo di circa un miliardo del surplus italiano rispetto a maggio del 2017, mostrano che tale tendenza è in agguato e che sarebbe una iattura non tenerne conto. E’ l’intera l’Ue, d’altronde, ad essere fortemente dipendente dal commercio con gli Usa, che sono il suo primo importatore.
A sua volta per l’Ue la Cina è il principale esportatore, visto che il 20% delle importazioni europee arrivano da lì a fronte del 14% che arriva dagli Usa, che al contrario pesano il 20% delle esportazioni europee a fronte dell’11% cinese. Guardare a questi numeri schematicamente può essere fuorviante, come abbiamo detto, atteso che raggruppano relazioni molto complesse che sono insieme finanziarie e produttive, ma vale la pena rilevarli perché servono a comprendere il grado di questa interconnessione. Se guardiamo al dato del commercio con la Svizzera, ad esempio, divenuta dopo la fuga dei capitali Usa la prima investitrice diretta nell’Ue, si capisce perché la Confederazione abbia tutto l’interesse a infittire la collaborazione con l’Europa e insieme perché il primo ministro cinese Li abbia proposto aprire le porte della Cina al capitale europeo sul sul territorio in maniera paritaria. Pechino si offre ai capitali europei proprio nel momento di massima crisi con gli Usa e non solo: propone anche un percorso comune per riscrivere le regole del Wto, ossia l’organizzazione che presiede lo svolgimento del commercio internazionale. Lo stesso argomento, non a caso, è stato proposto anche sul tavolo dove Ue e Giappone firmavano l’accordo di libero scambio.
Emerge quindi uno scenario in cui Europa e Cina e ormai anche il Giappone sembrano interpretare la parte delle regioni disposte a spendersi (e a spendere) per difendere le ragioni del libero scambio, anche se regolato, e del multilateralismo, opponendosi al nascente spirito nazionalistico che vede nella vocazione bilateralista di Trump il suo massimo campione e nella Russia, ancora ai margini, un potenziale ago della bilancia. Se torniamo a guardare ai numeri del commercio con l’Ue, la Russia (ma anche il Giappone) è un partner quantitativamente degno di nota, ma non tale da cambiare le regole del gioco, come d’altronde il Giappone. La Cina forse sì. Insieme sicuramente.
Cronicario: La spesa diventa più cara, ci salverà il sushi
Proverbio del 17 luglio La gioia è destinata a chi ha il cuore contento
Numero del giorno: 1,7 Aumento % del fatturato dell’industria a maggio vs aprile
Non so se mi inquieta di più sapere che l’indice dei prezzi al consumo è stato rivisto al ribasso o sapere che, al tempo stesso, è aumentato l’indice del cosiddetto carrello della spesa, ossia il costo della vita di quello che compriamo tutti i giorni: beni alimentari, cura della casa o della persona. Il primo, a giugno, scende dall’1,4% all’1,3% su base annua, il secondo accelera, sempre su base annua, del 2,2%, dall’1,7% di maggio. E siccome al supermercato uno ci deve andare tutti i giorni, mentre gli effetti benefici dell’inflazione sul pil nominale non li capisce nessuno, finisce che mi preoccupo più del carrello, anche perché, pure se rivisto al ribasso, l’indice dei prezzi al consumo risente drammaticamente del costo della bolletta energetica, che non solo prosciuga i nostri attivi commerciali, ma anche il mio assai più modesto attivo salariale in qualità di consumatore onnivoro di idrocarburi, oltre che di carboidrati.
Aì più curiosi di voi che si domandano come mai tutto aumenti tranne lo stipendio, rispondo con questo bellissimo grafico prodotto da Istat che contiene anche alcune informazioni utili.
Per dire: mica è vero che aumenta tutto. Il peso dell’istruzione è in potente calo. Sarà mica questo il segreto del successo del nostro sistema educativo?
Dubbioso circa l’effetto dei prezzi bassi per stimolare la domanda, preferisco lasciarmi distrarre dalla notizia del giorno che a me, che sono cresciuto guardando con Jeeg Robot e guidando Yamaha, fa particolarmente piacere: l’Ue ha firmato l’accordo di libero scambio col Giappone.
Sicché il nostro Donald T., dopo aver amoreggiato con i cinesi a Pechino in nome dell’interesse europeo, oggi ha fatto la stessa cosa col primo ministro giapponese e ha firmato un trattato di libero scambio che nelle parole del compagno di merende di Donald T., il claudicante (per sciatica) Juncker “proteggerà dal protezionismo”, che deve essere la traduzione brussellina del famoso detto anonimo “i dazi liberano dal liberalismo”. Non faccio in tempo a farmi folgorare dalla rivelazione che Eurostat se ne esce con una delle sue note che mi riporta d’improvviso al discorso iniziale: l’andamento della ricchezza reale nell’eurozona, e in particolare a casa nostra. Fatevi due risate (per dire).
La prima curva mostra l’incremento della ricchezza reale nell’Ue a confronto con quella italiana, rigorosamente al di sotto. La seconda curva mostra l’aumento della povertà nell’Ue a confronto con quella italiana, regolarmente al di sopra. Dite che c’è da preoccuparsi? Ma no, basta mangiare sushi.
A domani.
Gli Usa hanno portato via 270 miliardi dall’Ue
Se siamo arrivati al punto in cui un presidente Usa dice che l’Ue è un nemico non bisogna stupirsi che le relazioni economiche si accordino di conseguenza, seguendo una vulgata politica che sembra costruita apposta per generare sfiducia. Le dichiarazioni di Trump sono solo l’ennesimo atto ostile del presidente americano che, fra le altre cose, ha pure deciso di daziare i suoi principali alleati, dopo aver ridotto l’ultima riunione Nato a una sorta di show personale. Questi fatti di cronaca non cadono dal cielo e sono solo la conferma che l’asse fra Usa e Ue, che ha segnato la storia della seconda metà del XX secolo è entrata in una fase nuova dagli esiti imprevedibili, ma che già mostra i suoi effetti sulle relazioni più fragili, perché squisitamente fiduciarie, che tengono avvinte le due regioni. Si pensi ad esempio agli investimenti diretti.
L’ultima release di Eurostat dedicata all’osservazione di questi flussi nel 2017 mostra con chiarezza che gli Usa sono diventati, cordialmente ricambiati, disinvestitori netti dall’Ue. Detto in parole povere, nel 2017 hanno portato via centinaia di miliardi di investimenti diretti invertendo la tendenza del 2016, quando nell’Ue dagli Usa erano arrivati 56 miliardi di dollari, a fronte dei 274 miliardi che sono usciti nel 2017. Dal canto suo, l’Ue ha disinvestito oltre 66 miliardi dagli Usa nel 2017, quando invece nel 2016 vi aveva fatto affluire oltre 76 miliardi.
In generale, per l’Ue l’anno scorso non è stato un anno positivo per gli investimenti diretti esteri. I suoi investimenti sono diminuiti di oltre il 52% rispetto al 2016, passando da 250 miliardi a circa 120. Al tempo stesso gli investimenti nell’Ue da parte dei paesi esteri sono crollati, passando dai 340 miliardi nel 2016 a 37. Una brusca diminuzione nella quale la parte del leone l’hanno fatta proprio le compagnie americane che evidentemente non trovano più attrattiva l’Ue per i loro investimenti.
A conclusione di questo anno orribile, l’Ue si trova come primo investitore diretto la Svizzera seguita dal Giappone. Le principali destinazioni di investimento diretto dell’UE sono la Svizzera e Hong Kong.
Il fatto che l’addio Usa all’Europa sia storia del 2017 conferma che l’allontanamento fra le due regioni sia un trend ormai consolidato che le ultime decisioni dell’amministrazione Trump sono destinate a rafforzare. E poiché l’economia condivide con la natura l’orrore per il vuoto, è molto facile prevedere chi sostituirà il capitale statunitense proseguendo questa tendenza. Se ne sono avute avvisaglie chiare quando il primo ministro cinese, in risposta all’ennesima minaccia di dazi arrivata dagli Usa, ha proposto all’Ue di stringere le maglie della collaborazione commerciale. E il commercio è uno degli strumenti degli investimenti diretti.
Cronicario: Che lo sforzo (dello zerotré) sia con noi
Proverbio del 13 luglio Cento saggi hanno la stessa opinione, ogni sciocco ha la sua
Numero del giorno 60,9 Quota % italiani con almeno un diploma (77,5 media Ue)
E’ chiaro a questo punto che il degradare del dibattito pubblico verso la satira, del quale il vostro Cronicario qui è solo un modesto testimone, è la caratteristica saliente di questo scorcio di XXI secolo. Il che va benissimo per carità: d’altronde i comici in politica ormai sono la normalità.
Ora stavo faticosamente riprendendomi dall’ennesimo knock out di Mister T, che prima rilascia un’intervista a un giornale britannico per sfottere la May, trovandosi lassù, e poi incontra la Lady di gomma e le dice che mai sono andati così d’accordo, dimostrando una rara verve comica. Ma d’improvviso è uscita la notizia che all’Ecofin, la riunione dei ministri europei dell’economia, è venuta fuori una considerazione saliente che ci riguarda. Il gruppetto infatti ha approvato le raccomandazioni specifiche per paese che la Commissione Ue aveva già pubblicato, sottolineando che all’Italia serve “uno sforzo strutturale di almeno lo 0,3% del Pil nel 2018, senza alcun margine aggiuntivo di deviazione sull’anno”.
Ritrovarmi nel meraviglioso “Balle spaziali” di Mel Brooks mi ha fatto capire quanto sia profonda e amabile la cultura popolare dei governanti europei – altro che populisti – e me li ha fatti improvvisamente voler bene. Un poco va. Ma soprattutto mi ha fatto capire che lo sforzo dovrà essere un bel po’ più grande di quel micragnoso zerotré che vale sì e no un cinque miliardi. Sempre l’Ecofin: “L’elevato debito pubblico implica che ampie risorse siano assegnate a coprire i costi per servire il debito, a detrimento di misure che aiutano la crescita incluse istruzione, innovazione e infrastrutture”. In generale, scrivono i cronisti, “il Consiglio è dell’opinione che le misure necessarie dovrebbero essere prese dal 2018 per rispettare le indicazioni del Patto. Sarebbe prudente anche l’uso di entrate inattese per ridurre il debito”. E che saranno mai queste entrate inattese?
Tanto più che nel frattempo Bankitalia aveva rilasciato l’aggiornamento sull’andamento della nostra finanza pubblica col debituccio che zitto zitto (perché ancora ce lo comprano) ha raggiunto un altro record arrivando a 2.327 miliardi, il 3,6% in più rispetto a fine 2017.
Per chi non lo sapesse, all’Ecofin c’era anche il nostro beneamato Tria, che chissà perché rima con mammamia, divenuto suo malgrado la speranza dei (pochi) cittadini dotati di buon senso, che se n’è uscito così: “Il profilo di discesa debito non sarà in discussione, discuteremo dei tempi e del profilo dell’aggiustamento, ma il centro della manovra è ribaltare la tendenza fino ad oggi di aumentare sempre la quota di spesa corrente a scapito della spesa per investimenti”. Cioé faremo debiti per investire – chessò migliorare le scuole – anziché per pagarci il pranzo. Il miracolo è assicurato. E chi non ci crede, Bruxelles lo colga. O almeno lo accolga.
Non ho scelto a caso la scuola. Istat infatti ha pubblicato oggi una release imperdibile sullo stato della nostra istruzione.
Ecco, se avete letto tutto il pezzo qua sopra e ci avete persino capito qualcosa sappiate che appartenete a una minoranza. Quelli che non solo leggono più di tre righe, ma riescono persino a digerirle. Ma per fortuna nostra durerete poco. Menti illuminate stanno lavorando per riportare indietro la nostra capacità scolare, questo frutto avvelenato del progresso, e trasformarci in buoni selvaggi bravissimi a votare col telefonino, dopo che qualcuno ha scritto sui social che il miglior modo per non pagare i debiti è disimparare a far di conto. Ovviamente ci hanno creduto tutti.
A lunedì.
Cronicario: Italia&GB, May(be) or not to be
Proverbio del 12 luglio Meglio camminare con chi ami che riposare con chi odi
Numero del giorno: 1,1 Tasso di interesse sul Btp triennale in asta oggi
Sono sinceramente indeciso a chi assegnare la palma di minchiata del giorno, ormai disputatissimo premio che il vostro Cronicario attribuisce con cadenza irregolare ai vari fenomeni che affollano la nostra scena pubblica. La giornata era cominciata con le solite facezie dei nostri governanti su pensioni e tagli ai vitalizi, carne sanguinolenta per le belve da tastiera, ma la mestizia nostrana, così d’antan, è stata subito superata dal solito Mister T. in versione Nato in the Usa, che ha fatto venire le palpitazioni a mezzo mondo – per la troppa gioia o il panico – dicendo nel bel mezzo del vertice Nato che gli Usa potrebbero lasciare l’alleanza.
Ma era una battuta ovviamente. Neanche il tempo di digerire il rutto che la controfigura di Mister T, o il gemello diverso se preferite, se ne esce dicendo che la Nato è una cosa bellissima e che lui adora la Merkel perché suo padre – quello di Mister T – era tedesco. La riunione della Nato, convocata d’urgenza dopo l’annuncio del Natexit Usa, si scioglie in un abbraccio affettuoso dove tutti promettono di spendere più di prima e Trump, dopo aver twittato “Grazie Nato”, manco fosse un Venditti qualunque, tira a sorte sul prossimo pupazzo su cui esercitare il suo tirassegno. E chi viene fuori dal cilindro?
Per nulla anglosferico, Mister T. se ne esce osservando che il libro bianco della Lady di gomma, scritto a chissà quante mani per diventare la piattaforma negoziale con l’Ue dopo la Brexit, non è affatto sicuro sia in sintonia col voto dei britannici. Poi ha chiuso in bellezza avvisando l’Ue, con la quale dovrà incontrarsi il prossimo 25 luglio nella persona di Juncker, che se non negozia equamente dazia le auto, ossia il cuore del nostro export.
Juncker non ha risposto, mentre la zia May, non quella di Spider man ma insomma, ha spiegato al nipotino americano che la sua piattaforma è la migliore possibile e poi, tanto per far capire che è di famiglia con Mister T, se n’è uscita con una minchiata meravigliosa: “”Non sarà più permesso alle persone di arrivare dall’Europa nella remota possibilità che possano trovare un lavoro. Accoglieremo sempre i professionisti qualificati che aiutano la nostra economia a prosperare, dai dottori alle infermiere, agli ingegneri e agli imprenditori ma, per la prima volta da decenni, avremo il pieno controllo dei nostri confini”. Dicono a Trump sia sbiancato il ciuffo mentre ordinava di erigere un muro col Texas.
La nostra indomita premier si sente talmente forte e sicura nella sua roccaforte che avrà persino accolto con sovrana scrollata di spalle anche le ultime previsioni dell’Ue che vedono l’economia britannica scivolare accanto all’ultima della classe, che per inciso sarebbe la nostra.
Essere in compagnia dei britannici è sicuramente il sogno dei sovranisti nazionali, e quindi ben venga la perfida Albione. Quaggiù, sul limitare dell’1% quando va bene, si vivacchia fra l’essere e il non essere, e voi cari brexiter sapete che vuol dire. Si produce poco, ma il tempo è buono e si mangia bene. Ecco forse questo da voi proprio no. Ma almeno avete la sterlina e il controllo dei mari. May(be).
A domani.






































