Etichettato: the walking debt
Cronicario: La flat pax del governo verdellino
Proverbio del 10 maggio Il fiore deve profumare, l’uomo essere gentile
Numero del giorno: 119,2 Utile Fincantieri nel 2017
Annunciazione, annunciazione. Il Gatto e la Volpe ci fanno sapere che molto sta accadendo sotto il cielo di Montecitorio, dove si scaldano i portoni per garantire una accoglienza appassionata al nuovo inquilino del governo gialloverde, che non c’è ma che forse verrà. I due colorati protagonisti, mischiandosi, produrranno un meraviglioso colore verdellino, che potrebbe persino spingere alcuni riluttanti a votarlo. Prima ci saranno incontri e varie elucubrazioni. Ma il menù è già pronto, come spiega uno degli eroi della nostra favola italiana: “Stiamo facendo notevoli passi avanti con il programma di governo, stiamo trovando ampie convergenze su reddito di cittadinanza, flat tax, legge Fornero, sulla questione che riguarda la lotta al business dell’immigrazione, del conflitto di interessi”.
Ora so bene che questi temi susciteranno la ola dei tifosi. La flat tax, capite? Non vedo l’ora dì vedere come faranno a realizzare la flat tax in un paese dove ci sono più esenzioni fiscali che commercialisti. Per dire, qualcuno ne ha contate 799, fra deduzioni e detrazioni, che secondo gli espertoni che ci girano intorno generano una perdita di gettito per l’erario di 313 miliardi, come la targa di Paperino, e sapendo poi che le esenzioni crescono rigogliose come piante tropicali della giungla fiscale nella quale abitiamo noi tutti. Erano 720 appena nel 2011. Per dare un’idea del paese meraviglioso in cui viviamo, sappiate che questo 8% del pil di esenzioni si confronta con lo 0,8 della Germania, il 2,2% della Francia e il 3,8 della Spagna secondo uno studio di Unindustria.
Chi credesse veramente che il Gatto e la Volpe hanno in mente di togliere le esenzioni fiscali per usare le risorse recuperate per fare una flat tax secca, senza regalini agli amici e ai amici degli amici, è il degno governato dei futuri governanti, che però, dovendo poi fare i conti con la contabilità e non potendo scontentare i tanti che li hanno voluti, faranno una flat tax all’80%, che sempre flat è, epperò aumenteranno le esenzioni fiscali perché ci sono un sacco di poveri, porca miseria. E con quello che avanza, di questa spremuta dei sempre meno che lavorano e pagano le tasse, ci pagheranno anche il reddito di cittadinanza e le future pensioni di anzianità. Così facendo realizzeranno l’unico obiettivo di questo governo: la flat pax. Comprata coi soldi pubblici e i minibot.
A lunedì.
Cartolina: La primavera degli azionisti americani
Bisogna fare un viaggio nel tempo, addirittura al 1930, per trovare il record dei dividendi sul pil pagati dalle compagnie Usa ai propri azionisti. Ma soprattutto bisogna tornare ai giorni nostri per trovare un volume analogo. Il record era il 5,9% del pil nel 1930 e gli Usa ci sono tornati vicini nel 2007, quando hanno toccato il 5,6%. Quindi l’abisso del 2008 e poi la rinascita, per arrivare al 2015 che quasi raggiunge il 1930 col 5,7%. Contati in dollari, nel 2017 le aziende Usa hanno pagato la bellezza di 990 miliardi di dividendi ai loro tanti azionisti, che sembra una cifra enorme rispetto ai 5,8 miliardi del 1929, ma solo perché nel frattempo l’inflazione ha divorato il valore della moneta. In mezzo a questo secolo c’è un lunghissimo periodo, durante il quale, i dividendi sul pil si sono più che dimezzati. Il capitale pagava meno del lavoro, probabilmente. Ma poi, dal finire degli anni ’80, gli azionisti son tornati a sorridere. Il disgelo, lento ma costante, ha consegnato loro una splendida primavera.
Cronicario: Il gatto, la volpe e l’Abi
Proverbio del 10 maggio Un asino rivestito di seta è sempre un asino
Numero del giorno: 2.543 Progetti presentati a Invitalia per l’iniziativa Resto al Sud
Nel giorno in cui il Gatto e la Volpe brigano per regalare al paese il migliore dei governi possibili, alla faccia di Pinocchio che intanto medita, dovrei adottare il cipiglio pensoso di tanti osservatori preoccupati dalla circostanza che ci riescano e invece mi trovo a leggere la dichiarazione più sincera mai letta sul cronicario globale, per giunta emessa da un banchiere, ossia l’anello mancante fra il credo e il credito.
Il nostro riveste per giunta l’incarico di presidente dell’Abi, cioé l’associazione dei banchieri, ossia l’anello mancante fra la sagrestia e la sezione, che quindi deve essere seguita insieme religiosamente e laicamente, considerando il portafogli clienti che esprime, fra le altre cose primi acquirenti dei titoli pubblici italiani. E cosa dice il nostro papa laico? Che i dati diffusi oggi da Bankitalia sulla tendenza del credito “confermano nel modo più autorevole sensazioni ed elementi che nei mesi scorsi abbiamo anticipato”.
Quali? Tranquilli: il meglio viene adesso: “Siamo molto soddisfatti, sono mesi che dico che c’è più offerta che domanda di credito”. Com’era quella storia che ci hanno ripetuto per anni che l’offerta di credito avrebbe trovato la sua domanda? Che la crisi dipendeva dal fatto che le banche non prestavano?
Allora capisco che il Gatto, la Volpe e l’Abi, ci stanno benissimo nel paese che ha inventato Pinocchio. Siamo amanti delle favole. A volte le viviamo persino.
A domani.
La spesa militare cinese raddoppia in dieci anni
Cronicario: Udite udite, l’inflazione ti impoverisce
Proverbio del 9 maggio Una buona azione è meglio di tre giorni di digiuno
Numero del giorno: 1.100.000 Famiglie italiane dove tutti cercano lavoro
E’ primavera e insieme alle foglie spuntano pure le audizioni sul Def, che pure se l’ha scritto un governo fantasma, viene comunque ampiamente commentano da un numero cospicuo di pezzi grossi che ci regalano la loro visione illuminata sui conti del nostro paesello afflitto (ma che davero?) ognuno dal suo peculiarissimo punto di vista. Oggi per dire si sono espressi nell’ordine: l’Istat, Bankitalia, l’Ufficio parlamentare di bilancio, il presidente dell’Unione delle Province d’Italia
che forse son state abolite ma anche no e comunque l’Unione rimane, hai visto mai, e infine l’Anci. Vista l’importanza degli assisi davanti alle commissioni di Camera e Senato, che intanto si scatenavano con le scommesse sul governo che forse ci sarà fra il gatto e la volpe alla faccia del solito Pinocchio, ho pensato che fosse il minimo regalarvi una perla di ognuno di questi interventi. Solo un assaggio però che ho da fare.
Cominciamo dagli ultimi che notoriamente sono i primi anche nell’aldiqua. L’Anci perciò. La richiesta più saliente è stata la richiesta di prorogare al 31 luglio i termini per la presentazione della documentazione della contabilità economica patrimoniale da parte dei comuni perché molti rischiano di non farcela e potrebbero finire sciolti e commissariati. Capirete che nessuno regge nuove elezioni.
Risalendo la china, troviamo l’Upi che molto signorilmente ha chiesto alle Commissioni di trovare un 280 milioni – spiccioli signora mia – per consentire a molte province, che sono sciolte ma anche no, di chiudere i bilanci, la qualcosa impedisce l’erogazione dei servizi che dovrebbero erogare ai cittadini, ma pure no.
Dopo questa prestazione edificante dei nostri enti locali, autentici maestri di vita pubblica, risaliamo fino all’Upb che col linguaggio cristallinamente incomprensibile dei burocrati dice quello che nessuno vuole sentire, ma che per fortuna nessuno capisce: “Rispetto ad un aggiustamento richiesto di 0,3 punti, il Def mostra un miglioramento del saldo strutturale di solo 0,1 punti di Pil. Nonostante la flessibilità concessa, si evidenzierebbe quindi un rischio di deviazione di -0,2 punti di Pil che dovrebbe comportare la necessità di una manovra aggiuntiva di 0,2 punti sul 2018”. Per giunta “secondo le stime più recenti della Commissione Ue non vi sarebbe nessun aggiustamento strutturale nel 2018, evidenziando quindi il rischio di una deviazione pari a -0,3 punti, maggiore di quanto precedentemente stimato”. Che vor di’?
Gli fa eco Bankitalia che ripete come un mantra: non toccate le pensioni, la cui riforma “è un punto di forza” e se proprio non si vuole far scattare l’aumento Iva toccherà “ricercare fonti alternative di aumento di entrata o riduzione di spesa”.
Dulcis in fundo l’Istat, che declina una delle sue migliori rappresentazioni che farà la gioia dei nostri piangitori ufficiali (se non siete iscritti al club correte a farlo che i tempi son propizi): Che dice l’augusto presidente Istat? Che nel 2017 c’erano cinque milioni di persone in povertà assoluta, l’8,3% della popolazione residente, pari a 1,8 milioni di famiglie, il 6,9% del totale, lo 0,6% in più rispetto al 2016. Ma la perla è nascosta fra le righe che non leggono i piagnoni a cui bastano i titoli: la metà dell’incremento di questo 0,6% di famiglie impoverite l’ha determinato l’inflazione, per quanto bassa.
Ecco. Adesso quando vi dicono che bisogna avere un’inflazione pari o vicina al 2% fateci un pensierino.
A domani.
I consigli del Maître: Trump, Hormuz e l’economia cinese del mare
Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.
Il boom della spesa militare cinese. Il Sipri ha diffuso pochi giorni fa l’aggiornamento dei dati sulla spesa militare nel mondo per l’anno 2017 che confermano la crescita costante della spesa militare globale e la supremazia degli Stati Uniti che conservano con oltre 610 miliardi il primato della spesa.
Ma la vera notizia da sottolineare è un’altra, ossia l’incredibile crescita della spesa militare cinese. La Cina, infatti, non solo è diventata il secondo paese per spesa in valore assoluto, ma ha praticamente raddoppiato la spesa militare in dieci anni, come mostrano sempre i dati raccolti dal Sipri.
Molto di questa crescita, spiegano diversi osservatori, è dipesa dai notevoli investimenti che la Cina ha effettuato nella propria marina militare, proprio di recente al centro di una esercitazione imponente nel Mare cinese meridionale. D’altronde la Cina vuole sempre di più diventare una potenza marittima e i motivi sono numerosissimi, a cominciare da quelli più strettamente economici.
La blue economy cinese. Non si comprende l’interesse cinese per il mare se non si studiano un po’ le mappe e soprattutto non si prova a quantificare il peso specifica dell’economia legata al mare, e in particolare della blue economy cinese sul totale dell’economia nazionale. L’European council on foreign relations in un recente paper ha stimato che questa porzione dell’economia cinese valga almeno 1.000 miliardi e soprattutto ha osservato come i crescenti interessi commerciali cinesi nella globalizzazione abbiano finito col generare una notevole mole di investimenti in numerose strutture portuali, conseguenza diretta di un altro ambizione progetto presentato dalle autorità nel 2013 nell’ambito della Bealt and road iniziative, ossia la Maritime silk road to Europe.
Come si può osservare, la Cina sta pazientemente tessendo una ragnatela attorno agli oceani per garantirsi ritorni interessanti dai propri investimenti portuali, ma soprattutto capacità di influenza in tutti i settori che hanno a che fare con la marina: dalla cantieristica navale alla gestione dei porti. Questa decisa scelta di campo per il mare da parte dei cinesi è stata annunciata nel diciottesimo congresso del partito cinese e confermata nel diciannovesimo. I cinesi dicono che il XXI secolo sarà quello degli oceani. E se guardiamo alle quantità enormi di merci che ci viaggiano sopra capiamo anche perché. E perché di conseguenza la Cina debba scommetterci sopra.
Il paese che saremo e quello che vogliamo essere. L’Istat ha aggiornato le sue previsioni demografiche sul nostro paese che confermano lo stato sempre più declinante della nostra popolazione. Nel 2065 si prevede che saremo oltre sei milioni di meno, ma soprattutto saremo sempre più vecchi come si può osservare scrutando la piramide demografica che diventa sempre più stretta alla base e si allarga sempre più in cima, delineando una società a dir poco instabile, dove l’economia viene completamente capovolta e a ragione.
Le esigenze di una società popolata per un terzo da ultra65enni – si stima che al picco di invecchiamento nel 2045 gli anziani saranno il 34% della popolazione – sono completamente diverse da quelle di una società con tanti bambini che diventeranno futuri adulti. Pensate solo ai mercati immobiliari, all’istruzione, e alla forza lavoro che sarà sempre di meno, pure al lordo degli immigrati che si prospetta arriveranno ma non in maniera sufficiente a compensare il calo della popolazione. Nella peggiore delle ipotesi, nel 2065 saremo 46,2 milioni di abitanti, con un buon terzo vecchi. Se vogliamo un paese diverso da questo è il caso di iniziare da subito a immaginarlo.
Goobye Iran: aumentano i rischi per il petrolio. Platts ha proposto un interessante approfondimento che illustra come le tensioni in varie parti del mondo mettano a rischio volatilità dei corsi petroliferi. Le grane maggiori potranno arrivare dall’acuirsi delle tensioni in Iran, visto che Trump ha deciso di abbandonare l’accordo sul nucleare che ha sospeso le sanzioni a carico della repubblica islamica, consentendole di tornare a vendere il proprio petrolio nei mercati internazionali. Ma la crisi iraniana può anche impattare su altre zone calde dove insiste il traffico petrolifero, a cominciare dallo stretto di Hormuz, che sta proprio sotto l’Iran, dove ogni giorno (dato 2016) passano petroliere che trasportano 18,5 milioni di barili, pari al 30% del totale del petrolio trasportato per mare.
Questo dato ci consente di calcolarne un altro. Partendo dalla stima di consumi per il 2016 dell’EIA di circa 96 milioni di barili e sottraiamo quello che passa per mare (61 milioni) partendo dal dato di Hormuz (18,5 milioni) scopriamo che circa 35 milioni di barili passano per terra, ossia tramite oleodotti e altri mezzi di trasporto. Questo serve ancora una volta a riportarci al discorso iniziale: l’economia del mare e le sue ricadute geopolitiche. A cominciare da quelle per la Cina, peraltro grande acquirente di petrolio iraniano.
La sfida cinese sulla cantieristica navale
Avere una marina, mercantile e militare, capace di fare la differenza, potendo peraltro contare su una ragnatela di nodi portuali in espansione, significa innanzitutto avere la capacità di costruire imbarcazioni capaci di competere con le eccellenze europee, giapponesi, coreane e soprattutto statunitensi. Le ambizioni cinesi di diventare una paese che punta sull’innovazione, annunciate sin dal 2016 con l’Innovation Driven Development Strategy decisa dal Comitato centrale cinese e dallo State Council, ha implicazioni dirette ed evidente per il settore navale, la cui ingegneria, oltre che allo sviluppo di sistemi hi tech nella navigazione, è diventata una delle dieci priorità del piano industriale di innovazione denominato dalle autorità “Made in China 2025”. Lo sviluppo tecnologico è la chiave per avere imbarcazioni sempre più moderne, con sistemi di propulsione che usino sempre meno il carbone e questo è possibile sono investendo massicciamente sulla ricerca e sviluppo, come la Cina peraltro fa da anni, col risultato di aver insidiato un altro dei primati degli Stati Uniti.
I frutti delle fatiche marinare cinesi sono già visibili. Nel 2017 il paese è diventato il primo in tre categorie, ossia completamento delle navi, nuovi ordini e volumi di ordini, mentre sta ancora dietro i principali costruttori tradizionali nel settore delle navi ad alta tecnologia, come ad esempio i vascelli che trasportano LNG, ossia gas e metano liquefatti, i vascelli scientifici e quelli militari. Anche nella marina, la Cina si segnala per un’industria a basso valore aggiunto e produzione di medio livello, segnalandosi per lo più per la costruzioni di petroliere, cargo e navi da container. Nel 2013 le produzioni più avanzate pesavano solo il 7% dei profitti della cantieristica navale cinese. Con la conseguenza che la nostra Fincantieri, la tedesca Meyer Werft e la francese STX erano ancora in vantaggio nel settore delle costruzioni navali ad alto valore aggiunto e nelle nicchie come le navi da crociera.
Ma questo vantaggio rischia seriamente di erodersi nello spazio di pochi anni. Il governo cinese infatti di recente ha emesso diverse direttive per riorganizzare drasticamente il settore, che appariva afflitto da sovracapacità produttiva, col risultato che delle numerose aziende che operavano solo 51 sono state ritenute meritevoli di credito bancario e supporto governativo. Tutte quelle, insomma, capaci di garantire la graduale trasformazione della cantieristica cinese in un settore all’avanguardia. Da ciò ne discende che il primato europeo rischia di essere pesantemente insidiato. A giugno scorso erano in costruzione 74 navi di lusso in 19 cantieri navali. Ventisette di questi erano stati ordinati a Fincantieri, in sei cantieri, 19 ai tedeschi e sette ai francesi. Ma i cinesi stanno sullo sfondo e stanno iniziando a penetrare il mercato.
Una mossa molto interessante è quella che ha condotto, nel maggio scorso, Fincantieri a prestare assistenza alla China State Shipbuilding corportaion (CSSC), il più grande conglomerato della cantieristica cinese per realizzare nel distretto Baoshan di Shangai, un parco industriale dedicato alla cantieristica navale. Un accordo che fa seguito a quello che Fincantieri aveva firmato per la costruzione presso il cantiere di Shangai Waigaoqiao Shipbuilding (SWS) di due navi da crociera, e ulteriori quattro in opzione: le prime unità di questo genere mai realizzate in loco per il mercato cinese. Una grande occasione di profitto a breve termine per l’azienda italiana, ma che suscita qualche perplessità agli osservatori per le conseguenze che potrà avere nel medio termine. “Questa mossa – sottolineano gli analisi dell’European council on foreign relations – finirà per aiutare a creare un concorrente cinese e darà il colpo di grazia all’industria europea delle navi da crociera, la cui migliore prospettiva di crescita è proprio nel mercato interno cinese”. I cinesi “comprano” alleati, ne assimilano le conoscenze e quindi diventano competitivi: è una strategia che è stata sempre utilizzata dai paesi emergenti in tutti i tempi.
Quella su Fincantieri è stata una operazione importante, ma non è stata l’unica. Nel 2016 la Genting Hong Kong ha completato l’acquisizione di tre cantieri navali della tedesca Nordic Yards Wismar, che consentirà ai cinesi di aumentare la propria expertise nella costruzione di navi da crociera. Al tempo stesso la compagnia svizzero-svedese ABB sta aiutando la Cina a entrare nel mercato europeo delle navi traghetto. Si prevede che nel 2020 sarà consegnata un traghetto con una capacità di 2.800 passeggeri che collegherà il porto finlandese di Turku con Stoccolma. Anche la compagnia Meyer ha espresso la propria preoccupazione per il costante trasferimento di tecnologia cantieristica ai cinesi. Paura (o pretesto) che è ricorsa anche fra gli argomenti addotti dal governo francese quando decise di nazionalizzare la STX, spiegando che temeva il trasferimento di tecnologie ai cinesi per il tramite di Fincantieri. Alla fine il governo francese e quello italiano si sono accordati mettendo sul tavolo un accordo fra Fincantieri e la francese Naval Group per consolidare la cantieristica europea nel settore militare.
E il settore militare apre un altro capitolo della nostra storia. “La Cina ha fatto notevoli progressi, grazie a un produzione navale senza precedenti, per qualità e quantità, che le consente di competere in alcune settori della cantieristica navale militare dove prima dominavano gli europei”, osserva ancora l’Ecfr. La conseguenza è stata che la Cina ha iniziato a esportare corvette e fregate alla Thailandia, il Pakistan e la Malesia, che di solito comprava vascelli di seconda mano dall’Occidente, e anche all’Algeria, che di solito si approvvigionava da costruttori italiani, britannici, tedeschi o russi. Di recente la Cina è riuscita a piazzare due navi da pattugliamento offshore alla Nigeria, un mercato tradizionalmente in mano a britannici, inglesi e tedeschi. Inoltre la Cina trasferisce navi di seconda mano (compresi i sottomarini) in Myanmar e
Bangladesh, e ha venduto sottomarini anche in Pakistan e in Thailandia, a spese di francesi e tedeschi. Costi più bassi e influenza politica hanno certo favorito i cinesi. Ma anche la loro tradizionale pazienza e perseveranza. Adesso i cinesi hanno dimostrato che sanno realizzare pure le portaerei, e la Francia inizia a vederli come competitori nel progetto che prevede la vendita di una portaerei al Brasile.
Questa capacità di penetrazione del mercato della marina cinese è visibile anche nella circostanza che la Cina è diventata una grande venditrice di armi, oltre che una straordinaria acquirente. Mercantili, navi da crociera, fregate e portaerei: la Cina di oggi, e soprattutto di domani, minaccia di estinzione l’industria cantieristica europea e non solo. La Cina marinara è forse la più profonda minaccia alla pace mondiale se lancerà la sfida alla potenza marinara in carica: quella statunitense. Questo copione è stato già recitato agli inizi del XX secolo, quando la potenza emergente era la Germania e quella in carica il Regno Unito e molte delle tensioni fra i due paesi furono alimentate dalla decisione tedesca di investire massicciamente sulla marina militare. La storia non si ripete, certo. Ma si somiglia. E questo confronto potrebbe avere un scenario inedito: i fondali sottomarini dove si nascondono enormi risorse energetiche e minerarie in attesa di essere trovate e sfruttate. E l’attesa sta finendo.
(3/segue)
Puntata precedente: La ragnatela cinese che avvolge gli oceani
Puntata successiva: La caccia cinese al tesoro nascosto nei fondali sottomarini
Cronicario: Il pil rallenta, ma il governo di più
Proverbio del 7 maggio Anche le scimmie cadono dagli alberi
Numero del giorno: 3.125.000.000.000 Riserve valutarie cinesi ad aprile
Siccome vi so interessati alla tregenda che si sta consumando sui più bei colli romani, vi do subito la notizia del giorno: il governo non lo vuole fare nessuno. Né quelli che hanno vinto, che ancora si devono mettere d’accordo se ha vinto il partito o la coalizione, né quelli che hanno perso, per la semplice ragione che non vogliono perdere di più la prossima volta. Perciò alle consultazioni lampo seguono spedizioni a quel paese altrettanto repentine, che spostano la soluzione della crisi del governo che non c’è alle calende greche, ormai divenute classicamente italiane. Perché hai voglia a dire che i tedeschi ci hanno messo sei mesi a fare il governo. Noi, che siamo più bravi di loro, di loro ci metteremo sei mesi a rifare le elezioni.
Questo lampo di genio italico non vi sarà sfuggito, ma nel caso è giusto sappiate che i tragediatori più o meno stellati hanno già fissato la data delle elezioni all’8 luglio: se non ci sarà il governo politico i sedicenti vincitori hanno già deciso che rivinceranno fra due mesi. Poi certo dovrebbe essere il presidente della repubblica a decidere questi dettagli. Ma che volete che sia nei tempi in cui si governa coi blog?
Quindi se votiamo a luglio vorrà dire in pratica che siccome rivinceranno quelli che hanno già vinto e che non hanno nessuna voglia di fare un governo prima delle vacanze estive, arriveremo a settembre col povero capo dello stato costretto a consultazioni balneari all’acqua pazza, quando ormai sul limitare della legge di bilancio partiranno le clausole di salvaguardia che faranno schizzare l’Iva più in alto di dove non sia già, per la gioia del Fisco che già ha visto salire il gettito Iva dell1,5% nel primo trimestre di quest’anno a 24,6 miliardi. Fino ad allora il paese avrà continuato a godersi le vacanze, mentre il governo che non c’è, interpretato ancora da quello che c’era, continuerà a somministrargli i brodini che gli servono per mantenere il suo splendido stato di salute economica.
I risultati si stanno già vedendo. Oggi l’Istat ha rilasciato la sua nota mensile nella quale osserva che la crescita rallenta, come da copione.
E se l’economia non ha fretta, figuratevi la politica.
A domani.
Ecco chi paga il conto della guerra commerciale fra Ue e Usa
La decisione dell’amministrazione Trump di concedere, dopo la scadenza del primo maggio, altri 30 giorni di esenzione all’Ue dai dazi su acciaio e alluminio lascia in vita la possibilità che alla fine la tanto temuta guerra commerciale fra gli europei e gli americani, ossia gli artefici della crescita economica degli ultimi settant’anni, non ci sarà. Ma si tratta di una speranza e peraltro tenue, come ci ricorda un’analisi recente proposta da S&P che esordisce ricordando una dichiarazione del presidente Usa secondo la quale il suo paese avrebbe “perduto 151 miliardi” nei confronti dell’Europa a causa del deficit commerciale. Nella sua dichiarazione Trump lamentava che per gli europei fosse facile vendere negli Usa le loro Mercedes e Bmw, mentre gli Usa non avevano la stessa facilità a vendere i loro prodotti. Ma si guarda al commercio come a una gara, dove vince chi esporta di più, allora la dichiarazione di Trump è già nei fatti una dichiarazione di guerra. E in tal senso i 30 giorni di proroga di esenzione dai dazi per gli europei somiglia più alla classica quiete prima delle tempesta che rischia di provocare un costo altissimo per le imprese europee, che traggono una parte considerevole dei loro utili dalla domanda Usa. Ma ciò non vuol dire che il danno non si trasmetterà anche agli Usa. L’Ue ha già stilato due elenchi di beni che saranno soggetti a tariffe, uno per circa 2,8 miliardi e un altro per altri 3,6 miliardi che scatterà trascorsi tre anni dalla bocciatura dei dazi Usa da parte del Wto se gli Usa non torneranno indietro sulla loro decisione.
La disputa commerciale fra Usa e Ue si spiega con la circostanza che se è vero che i deficit commerciale di 823 miliardi che gli Usa hanno cumulato nei dodici mesi terminati a febbraio 2018 dipende in buona parte dallo squilibrio con la Cina, è vero altresì che l’Ue è il secondo “paese” per attivi con oltre 150 miliardi.
Come si vede buona parte di questa eccedenza la produce la Germania (66 miliardi), ma anche l’Italia ha visto crescere la sua quota (33 miliardi), e persino la Franca (15 miliardi) mentre l’UK è deficitaria nei confronti degli Usa per circa 4 miliardi.
Il dato aggregato può essere utile per avere una visione d’insieme, ma si capisce poco delle relazioni commerciali fra Ue e Usa se non si guarda a come queste eccedenze si distribuiscano nei vari settori industriali.
Come si può osservare, il grosso delle eccedenze sta nel settore degli autoveicoli, ma anche il settore farmaceutico è rilevante, così come i macchinari, compresi quelli specialistici, e alcune categorie di alimenti, che sommati pesano quasi 100 miliardi delle eccedenze Ue verso gli Usa. E se guardiamo i due grafici insieme, ossia associando i paesi e i settori, la visione d’insieme che ci si offre è ancora più chiara.
In sostanza, la Germania domina il commercio estero dell’Ue, insomma, ma noi italiani siamo i secondi. Il fatto che Trump abbia parlato solo delle Bmw e delle Mercedes non dovrebbe rassicurarci troppo.
Per capire (parzialmente) le ragioni di Trump si può ricordare, con S&P, che “le auto statunitensi importate nell’UE sono soggette a tariffe del 10% contro il 2,5% nell’altra direzione”. Ma è altresì vero che “le importazioni di camion e pick-up negli Stati Uniti sono soggette a tariffe del 25%”. Rimane il fatto, evidente a tutti ma forse non troppo chiaro a chi deve decidere, che “una guerra commerciale conclamata tra l’UE e gli Stati Uniti sarebbe estremamente costosa per entrambe le parti”,. Quanto all’Europa, S&P stima che le vendite che coinvolgono gli Usa rappresentano il 23% degli incassi totali delle imprese non finanziarie europee con investment grade. Anche le imprese di grado Speculative traggono dagli Usa il 14% delle loro entrate.
Rimane poi il dubbio che anche daziando le auto europee Trump raggiunga l’obiettivo che si propone, ossia riequilibrare i sui conti commerciali con l’Ue. Ci sono questioni tecniche che rendono estremamente complesso agire sulle eccedenze utilizzando i dazi. E proprio il settore automobilistico è l’esempio migliore. “Un numero elevato di veicoli di società europee – spiega S&P – è stato effettivamente realizzato negli Stati Uniti. Le aziende tedesche hanno prodotto 804.000 automobili negli Usa nel 2017, a fronte di 494.000 automobili esportate dalla Germania verso gli Stati Uniti. Inoltre, di questa produzione basata negli Stati Uniti, oltre la metà viene a sua volta esportata – circa 430.000 unità l’anno scorso. Ciò significa che le auto prodotte dagli Stati Uniti con marca tedesca potrebbero finire nel fuoco incrociato delle imposizioni tariffarie e che dipendenti e fornitori statunitensi potrebbero subirne conseguenze negative”. Paradossalmente la Bmw, una delle marche citate da Trump nella sua invettiva contro i produttori automobilistici, ha una capacità di produzione significativa negli Usa, al contrario di Audi, Porsche, Jaguar e Land Rover. Inoltre è assai più complesso, da un punto di vista legale, trovare lo strumento adatto a daziare l’import di auto senza incorrere nel rischio di finire davanti al Wto.
Insomma, fare una dichiarazione per cattivarsi le simpatie degli elettori è senza dubbio più facile che far seguire dei fatti coerenti. Il rinvio di trenta giorni dell’applicazione dei dazi all’Ue è il segnale delle profonde difficoltà nelle quali si agita l’amministrazione Usa, evidentemente consapevole che l’Ue, dove il commercio tedesco interpreta un ruolo da leader, non si lascerà daziare senza reagire. E decidere qualcosa quando si è in difficoltà è il modo più semplice per fare scelte sbagliate.
Cronicario: I 200 anni da Marx a MarXi
Proverbio del 5 maggio Ei fu siccome immobile, dato il mortal sospiro…
Numero del giorno: 0,8 Inflazione in Italia a marzo
Ci sono mille motivi per celebrare il 5 maggio, a cominciare dalla partenza dei Mille di Garibaldi da Quarto a finire alla morte di Napoleone. Ma la celebrazione che più di tutte mi solleva quel non so che di ilare – e solo per questo ne parlo – è quella che il presidente cinese Xi ha fatto oggi per ricordare i 200 anni della nascita di Carletto Marx. Lo zio che tutti avremmo voluto avere: fumatore compulsivo, gran contastorie e soprattutto incazzato al punto da sembrare un rivoluzionario.
Uno spettacolo, quello di Xi. Sentite che roba: A distanza di due secoli, malgrado gli enormi e profondi cambiamenti della società, il nome di Karl Marx è ancora rispettato nel mondo e le sue teorie splendono con la brillante luce della verità essendo uno strumento per la Cina per “vincere il futuro”. Questo fraseggio è stato articolato dall’imperatore cinese prossimo venturo nel corso di una solennissima (e immagino barbutissima) solenne iniziativa tenutasi alla Grande Sala del Popolo a piazza Tiananmen luogo dove alligna la memoria della meravigliosa democrazia cinese.
Marx, ha aggiunto Xi nell’intervento di oltre un’ora trasmesso in diretta tv, è il “maestro della rivoluzione del proletariato e della classe lavoratrice nel mondo, il principale fondare del Marxismo, il creatore delle parti marxiste, il pioniere per il comunismo internazionale e il più grande pensatore dei tempi moderni”. Per un attimo penso che in fondo Xi parli di sé. Ma poi per fortuna prosegue. “Oggi – ha proseguito Xi – teniamo un’importante riunione con grande venerazione per ricordare il 200/mo anniversario della nascita, per ricordare la sua grande indole e le sue storiche azioni, per esaminare il nobile spirito e i pensieri brillanti”. Allora capisco che era Marx. Ma oggi è MarXi.
A lunedì.






























