Etichettato: the walking debt

La svalutazione non salva le economie più indebitate

Ora che l’anno finisce e quindi si fa un po’ di contabilità, può essere istruttivo fare i conti in tasca ai soggetti che più di altri, nell’anno che verrà, determineranno, esattamente come è accaduto quest’anno, il clima dei mercati internazionali: i mercati emergenti. Chi segue le cronache finanziarie ricorderà la fine del 2015, che somiglia a questa: rialzo tassi Fed e milioni di buon auspici che sbiadirono con il crollo del borse di gennaio innescato dai cinesi. L’anno bisestile si presentò in tutto il suo fulgore. Cosa ci garantisce che il 2017 sarà diverso? Praticamente niente.

Al contrario, gli ingredienti per una riedizione ci sono tutti, salvo il più importante: il panico. La vera differenza fra ieri e oggi è che i mercati sono allegri, specie dopo l’arrivo di Trump. E quasi tutti scommettono sulla prima conseguenza visibile della sua presidenza, conseguenza anche dell’azione della Fed: il rafforzamento del dollaro.

E qui che casca l’asino, come dice il proverbio. Sappiamo già che un dollaro forte è fonte di numerosi squilibri reali e potenziali nel sistema finanziario internazionale. E sappiamo pure che molte cose stanno avvenendo nei bassifondi della finanza proprio a causa del rafforzamento del bigliettone, che ormai dura da diversi mesi pure se ha conosciuto un’impennata negli ultimi. Quello a cui si pensa meno è alle conseguenze che potrebbe avere sui paesi che, proprio a causa di questo rivalutarsi del dollaro, subiscono una svalutazione della loro moneta. O meglio, qualcuno ci ha pensato.

Nel suo ultimo Quarterly report la Bis ha allegato una ricerca che tratta proprio di questo. E’ utile ricordarla partendo dalla presentazione che ne ha fatto Hyun Song Shin, capo della ricerca della banca di Basilea, domandandosi in che misura il deprezzamento della moneta potrebbe fungere da ammortizzatore degli stress di mercato. “Tradizionalmente  – osserva – si ritiene che, a parità di condizioni, il deprezzamento della moneta generi espansione in quanto è associato a un aumento delle esportazioni nette e del prodotto. Si tratta di quello che a volte viene chiamato “canale commerciale”. Tuttavia, se il debito in valuta estera induce un rallentamento della crescita a fronte di un deprezzamento, creando così vulnerabilità, i tassi di cambio operano anche attraverso il canale finanziario”.

Che significa? Leggete ancora che dice il nostro economista. “L’intensità del canale finanziario dipende dalla sensibilità dei bilanci nazionali ai tassi di cambio, mentre la solidità del canale commerciale dipende dalle reazioni del commercio ai tassi di cambio. Gli autori (del paper, ndr) riscontrano che, per quanto riguarda le EME, il canale finanziario compensa ampiamente il canale commerciale. La compensazione è invece minore per le economie avanzate, dove domina il canale commerciale di tipo tradizionale”. Quindi per le economie avanzate eventuali squilibri sul canale finanziario sono capaci di annullare i benefici che possono derivare sul canale commerciale dalla svalutazione. Detto in altre parole, non è detto che una svalutazione aiuti i conti nazionali, se il paese ha squilibri finanziari, magari sotto la forma di debiti esteri in valuta straniera che diventa più cara.

Nel dettaglio, “per 13 EME su 22, la somma del tasso di cambio ponderato sul debito estero (DWER) e delle elasticità del NEER è positiva, il che significa che un apprezzamento equivalente di entrambe le misure di tassi di cambio sarebbe espansivo, contrariamente a quanto generalmente si pensa. Sia il canale commerciale sia quello finanziario sono più preminenti in Asia che in America latina. E il canale finanziario è più forte nelle EME che detengono più debito in valuta estera”. Provo a tradurre: per alcune economie emergenti, l’apprezzamento del cambio può avere effetti espansivi sia sul canale commerciale che finanziario, mentre non è detto che la svalutazione svolga gli stessi effetti sul canale commerciale se il paese detiene debito estero, proprio perché il canale finanziario è prevalente in questi paesi.

Non so a voi, ma a me è venuta subito in mente la Cina, che si segnala per il suo debito crescente buona parte del quale in dollari e la cui valuta sta soffrendo il rafforzamento del dollaro. Perciò a fine anno fate una cosa molto semplice: tenete le dita incrociate.

 

Cronicario: I (debiti) cinesi a cinque stelle, noialtri nelle stalle

Proverbio del 20 dicembre Il vuoto da la strada al pieno

Numero del giorno: 80 Percentuale di europei che usa lo smartphone per andare su Internet

Se fossi cinese non avrei dubbi: manderei una mail al figlio del cielo, il primo ministro Li, che proprio in questi giorni ha inaugurato una nuova consuetudine: aprirsi all’ascolto dell’universo mondo, purché parli mandarino e abiti in Cina, per redigere con democratica coscienza il work report del 2017.

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In questo rigurgito di democrazia diretta, che fa della Cina un papabile candidato all’universo a Cinque Stelle che noi italiani abbiamo avuto il genio di inaugurare, se fossi un cittadino cinese profitterei della benevolenza del primo di tutti loro per chiedere una spiegazione di questo grafico mirabolante che ho trovato sul WSJ.

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Ve la faccio semplice: l’85% del debito corporate cinese, una montagna che galleggia intorno al 150% del pil è stato emesso da imprese che hanno alle spalle governi locali o statali. In pratica sono aziende pubbliche. I privati veri sono appena il 10%, che se ci pensate è un piccolo record. Bene: quasi il 66% di questi debiti sono in pancia alle banche ombra, entità a loro volta a forte ingerenza statale, il 24% di questi bond li hanno comprato le banche (statali) e l’8,8% altre entità governative. Appena l’1,1% di questi debiti è fuori dal perimetro del governo che quindi è in pratica il perfetto creditore di se stesso. La situazione ideale. Il moto perpetuo del debito.

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Capisco perché la Cina sia diventata un esempio per tutti noi. L’autentico faro che illumina il sol dell’avvenire. E capisco pure che non possiamo neanche spiegare la circostanza col fatto che sono comunisti. Che dovremmo dire allora degli Usa, che garantiscono più del 60% dei debiti del sistema privato con il governo?

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Appunto. Quindi evviva la Cina, a cinque stelle come i suoi debiti. E speriamo che duri perché ci siamo già passati l’anno scorso dai tormenti cinesi e pure all’inizio di questo. E per il prossimo, se il dollaro continuerà a salire non è che le prospettive siano migliori. Poi il fatto che i governi commettono infiniti disastri quando si occupano dell’economia non interessa a nessuno. Anzi: c’è un problema: chiamate il governo.

Da noi per dire. Ieri sera, dopo un’ampio endorsement da parte di quelli che contano (i soldi), il governo ieri sera ha preso 20 miliardi che non ha e li ha messi sul piatto per salvare il sistema bancario più solido del mondo (cit.) quello con le banche che non hanno problemi (ricit.) perché non parlano inglese (aricit.).

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Le nostre stelle bancarie, a cominciare da Mps che splendeva nel firmamento da alcuni secoli, sono finite nelle stalle dove di solito abitano i risparmiatori e i contribuenti. Ossia noi. Bentrovati.

Dall’Europa arriva una notizia che basta appena a consolarmi. La prima è che il saldo del conto corrente della bilancia dei pagamenti Ue continua a crescere, per lo più grazie ai servizi. L’attivo dell’EZ, in particolare, riferito sempre al mese di ottobre 2016, sta intorno ai 30 miliardi.

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Che significa? In pratica che come area prendiamo dall’estero più soldi di quanti gliene diamo per i vari scambi. Insomma: siamo sempre più ricchi, mettiamo da parte, e intanto ci lamentiamo. Il vecchio trucco per star bene, evidentemente.

Dall’altra parte del mondo, dal Giappone, arriva la notizia che la BoJ non muove paglia, per il momento, perché l’economia va meglio secondo il noto ottimista Kuroda, incidentalmente governatore della banca, che però ammette che l’inflazione è ancora freddina. Al contrario in Germania si intravede un pochino di inflazione sui prezzi di produzione, per la prima volta dal 2013.

Ma per finire serve una perla, e ne ho trovate un paio magnifiche, fra le tante gioie preziose che ci offre Bankitalia, nell’audizione di Salvatore Rossi, DG della banca, in Parlamento. Ecco la prima: “L’informativa alla clientela deve essere snella e scritta con linguaggio comprensibile”. Dal che deduco che Rossi non abbiamo mai comprato un’obbligazione o aderito a una collocazione di titoli in borsa, figuratevi convertire un subordinato. E poi l’altra: “Un eccesso di documentazione trasforma la trasparenza in beffa”.

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Dal che capisco qual è il vero segreto che i banchieri si tengono stretti solo per loro: non fidarsi mai delle banche e mettere i soldi sotto la mattonella. Meditate gente.

A domani.

La ricetta Bce per l’EZ: lasciar fare alla Bce

Poiché l’eurozona è un caso di scuola, per come è nata e come si conduce, non dovete stupirvi nel notare la gran quantità di studi e ricerche che nell’ultimo ventennio, e in particolare da quando è esplosa la crisi, sono stati dedicati all’annosa questione di come farla funzionare. Fra i tanti ne ho scovato uno recente che vale la pena sottoporvi per la semplice ragione che proviene dagli economisti della Bce, la cosa più europea che conosco, e poi perché ha una ricetta semplicissima per far procedere le cose: lasciar lavorare la Bce, almeno nel breve periodo, fino a quando non saremo in grado, noi europei, di dotarci di istituzioni funzionanti.

Il paper si intitola “Macroeconomic stabilization, monetary-fiscal interactions, and Europe’s monetary union” e non va considerato nulla di più di quello che è: un’esercitazione accademica per provare a quadrare il cerchio di un’area economica che ha una banca centrale senza avere uno stato. Tale caratteristica, che è stata la vera innovazione istituzionale rappresentata dall’eurozona, è insieme la croce e la delizia degli eurodotati, e di conseguenza il punto di partenza di qualunque analisi che si proponga di arrivare a soluzioni capaci di restituire una crescita decente a un territorio così vasto e così benestante e che malgrado la sua ricchezza (o forse proprio a causa della sua ricchezza) non riesce a emergere dalle secche di una stagnazione strisciante.

“L’eurozona ha attraversato un periodo prolungato di attività economica debole e inflazione molto bassa”, notano gli autori, che sottolineano come ormai sia conoscenza comune, più volte reiterata dagli stessi banchieri centrali, che la politica monetaria da sola non basti a risolvere il problema. E poi come di recente abbia preso quota l’idea che a questo livello di tassi serva una politica fiscale accomodante per stimolare la crescita.

Ed ecco perché il paper ipotizza una strategia a doppio binario che mette insieme le cose. L’idea è semplice e si compone di due elementi distinti. Il primo è l’introduzione di un nuovo strumento finanziario, una sorta di eurobond non soggetto a default, emesso da un fondo dell’ez (tipo l’Esm per intenderci). Per asset non soggetto a default, gli autori intendono uno strumento che, emesso all’interno di una strategia di intervento politico, possa essere convertibile in moneta alla pari – in pratica monetizzato – analogamente a quanto avviene per le riserve in deposito presso la Bce. Emettendo questi asset, il Fondo potrebbe acquistare debito pubblico nazionale, sotto precise condizionalità. Inoltre, “il fondo, soggetto a un controllo democratico, potrebbe disporre di una limitata abilità fiscale uniforme fra gli stati membri, ad esempio un piccolo sovrappiù sull’Iva” e potrebbe anche spuntare qualche ricavo da signoraggio dalla Bce. Notate l’inciso sul “controllo democratico”.

Il secondo elemento della strategia è che gli stati dell’eurozona devono essere messi in grado di ristrutturare, se necessario, il proprio debito pubblico in maniera ordinata, potendo contare sull’assistenza del Fondo come acquirente di ultima istanza e come fornitore di risorse anche per il Risolutore unico dell’Unione bancaria (SRM) nel caso sia necessario sostenere il sistema bancario in crisi dopo la ristrutturazione del debito sovrano, sfruttando il meccanismo unico di copertura di depositi per evitare corse agli sportelli.

“Si potrebbe sostenere – riconoscono gli autori – che un’istituzione che emette debito non soggetto a default già c’è, ossia la Bce, e che la soluzione più semplice sarebbe che questa istituzione agisse come descritto. Infatti un mix di policy, dove si combinano tassi bassi e espansione della base monetaria per comprare debito pubblico nazionale, come implementato dal public sector purchase programme, insieme con un accomodamento fiscale rimale un’opzione sensibile sul breve termine. Nel paper – concludono – noi spieghiamo come la struttura istituzionale che include il fondo appare preferibile nel medio lungo termine”.

Provo a tradurre: intanto che c’è lasciate lavorare la Bce. Poi si vedrà.

Cronicario: Mps? Macché, la banca del giorno è PrivatBank

Proverbio del 19 dicembre La farfalla conta gli istanti, perciò le basta il suo tempo

Numero del giorno: 1,5 Crescita % annuale del costo orario del lavoro nell’EZ

Beati voi se credete che cervelloni europei stiano dando fondo ai neuroni per cavare Mps (e l’Italia) fuori dai guai. A noi al massimo ci mandano a dire di fare i bravi e di cavarcela da soli. E si capisce perché: ben altri orizzonti occupano i pensieri dei capataz di Bruxelles. Se proprio si deve dare una mano a una banca, l’Ucraina vale cento volte l’Italia, e siete troppo intelligenti per non capire il motivo, quindi il vostro Cronicario non vi offenderà offrendovi una spiegazione.

spiegazione

Qui vi ricordo solo due cose: la prima è che entro giovedì sapremo quanti poveri cristi che si sono fidati del loro bancario convertiranno i loro bond subordinati Mps, che dovrebbero portare fra uno e due miliardi al Monte dei Laschi (rectius, Paschi) , e poi vedremo se si farà sotto qualche cinese o arabo a comprare il resto. Solo alla fine sapremo quanto pagheremo noi contribuenti per tutto ciò che i privati non vorranno comprare. Per poi magari scoprire che fra un anno saremo di nuovo a parlare di Mps, un po’ come succede per la Grecia. O l’Ucraina, appunto.

Adesso che c’entra l’Ucraina? Il caso vuole che proprio mentre Mps iniziava la sua improbabile apertura all’aumento privato di capitale il cronicario globale iniziava a cinguettare sulla banca del giorno. Che non è Mps, sorry, ma PrivatBank, la prima banca dell’Ucraina, il cui governo ha ottenuto il plauso, fra gli altri, dell’ERBD, la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, per la decisione di nazionalizzarla “per proteggere i depositanti della banca, sia individuali che business”, nella consapevolezza che “la  stabilità a lungo termine della PrivatBank in Ucraina è cruciale per la salute economica del paese”, come ha spiegato il gentile Suma Chakrabati, presidente dell’ERBD. Hai capito PrivatBank…

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Mica finiva li. Poco dopo la Commissione Ue twittava allegramente dei suoi accordi sempre con l’Ucraina su praticamente lo scibile economico, dall’energia alle ferrovie, suscitando un altro appassionato plauso, stavolta addirittura dal Fmi. “La decisione di nazionalizzare la PrivatBank è un passo importante nello sforzo di salvaguardare la stabilità finanziaria”, e poi le solite promesse di aiutare, collaborare, eccetera, per ottenere la mitica “crescita forte e sostenibile”. Parola di Lagarde. Che peraltro non finisce di parlare che viene fuori la notizia che proprio lei, miss Fmi, è finita nei guai: i giudici francesi l’hanno trovata negligente. La storia la trovate qui.

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Sempre casualmente gli aiuti all’Ucraina arrivano lo stesso giorno in cui l’Ue prolunga di altri sei mesi le sanzioni alla Russia, decise proprio a causa del conflitto ucraino. Ora se vi chiedete perché l’Ucraina può nazionalizzare una banca e l’Italia no, vuol dire che state fuori dallo spirito del tempo, (chessò avete dimenticato che 25 anni fa cadeva l’Unione sovietica) e quindi vi meritate di leggere l’ultima lectio magistralis di Ignazio Visco che oggi è stato laureato honoris causa a Napoli e ci ha regalato, come di consueto, alcune primizie della sua saggezza. Ve ne sgrano un paio per non guastarvi la sorpresa. Uno: “Il singolo numero esercita grande attrazione, ma può generare fraintendimenti”. Due: “Se il quadro macroeconomico dovesse diventare meno favorevole, @ecb è pronta ad ampliare ritmo e durata del QE”.

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Siccome il Cronicario stamattina si è svegliato col piglio geopolitoco, mi sembra giusto a questo punto infliggervi due notizie sul petrolio, ossia il lubrificante geopolitico per eccellenza, che ho pescato leggendo le previsioni di Ole Hansen, Head of Commodity Strategy di Saxo Bank sull’anno che verrà. La prima è che l’EIA ha notato un balzo recente di 99.000 barili nella produzione Usa nelle regioni specializzate in shale. Insomma, la curva della produzione Usa, dopo Vienna, rischia di invertirsi, come il vostro Cronicario vi ripete da un bel po’.

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La seconda news è che la Libia potrebbe riaprire dei campi petroliferi chiusi da un paio d’anni che pesano un 400 mila barili al dì, più o meno quanto l’Arabia si è impegnata a tagliare a Vienna. Questo aiuta a capire perché l’entusiasmo sulle quotazioni petrolifere inizi a raffreddarsi, al contrario di quello per il dollaro, ancora bello pimpante.

Concludo con Eurostat che ha rilasciato i dati sulla crescita delle retribuzioni in Europa, nel terzo quarto 2016 rispetto a quello del 2015, che sotto Natale fa piacere sapere queste cose.

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Per la cronaca, l’Italia ha visto una decrescita delle retribuzioni su base annua dello 0,5%, questo a fronte di una crescita nell’area euro dell’1,5%. C’è di buono che la Commissione Ue ci fa sapere che molti governi, in Europa, sono i datori di lavoro più attivi e le entità economiche più pervasive. Che è fantastico, se ci pensate. Almeno sappiamo con chi dobbiamo prendercela.

A domani.

I mercati festeggiano Trump come ai tempi di Reagan

Che fosse aria di festa nei mercati internazionali è evidente da diversi giorni, se non settimane. L’umore degli investitori si è decisamente orientato al positivo già all’indomani delle elezioni del nuovo presidente statunitense, ed è diventata talmente visibile, questa intonazione positiva, che se n’è accorta persino la Bis. Nella sua ultima Quaterly review, la banca di Basilea ha pubblicato un grafico dove si osserva un parallelismo molto interessante fra il dopo Trump e l’andamento dei mercati che si registrò all’indomani dell’elezione di Ronald Reagan.

In particolare, il parallelismo è evidente per gli andamenti del mercato obbligazionario, dove si è avuta una marcata crescita dei rendimenti, conseguenza del calo dei valori dei titoli, e su quello azionario, la cui crescita ha superato persino quella registrata ai tempi di Reagan. “Nei giorni immediatamente successivi alle elezioni – scrive la Bis – , i mercati hanno subito brusche evoluzioni. I rendimenti azionari e obbligazionari negli Stati Uniti sono ulteriormente saliti, riproducendo una dinamica già osservata in occasione dell’elezione di Ronald Reagan nel 1980. Ciò fa ritenere che i mercati abbiano scontato un’accelerazione della crescita e un incremento dei profitti aziendali negli Stati Uniti in virtù delle aspettative di una politica di bilancio più espansiva, di una riduzione delle tasse e di una regolamentazione meno rigorosa”.

Evidentemente i mercati si sono lasciati irretire dalle promesse elettorali di Trump, che parlavano di un pacchetto di stimoli fiscali da 1.000 miliardi di dollari, il 5% del pil, accoppiato con la riduzione delle imposte, mentre la promessa di alleggerire la regolamentazione finanziaria ha dato ossigeno alle banche Usa, le cui azioni “hanno sopravanzato il resto del mercato muovendosi al rialzo ovunque, spinte dalla prospettiva di una ripresa congiunturale e di margini di interesse netti più elevati”. Ciò anche in ragione dell’ormai sempre più probabile aumento dei tassi da parte della Fed. Vale la pena osservare che pure le azioni delle banche giapponesi hanno tratto beneficio da quest’umore allegro, al contrario di quelle europee “rimaste complessivamente stabili”.

Il rialzo dei rendimenti sul mercato obbligazionario, peraltro, ha seguito un trend già evidente dalla seconda metà del 2016. “Prima dell’8 novembre – sottolinea la Bis – i rendimenti dei Tesoro Usa avevano già guadagnato 50 punti base rispetto ai minimi di luglio. Sono poi saliti di altri 20 punti base in reazione al risultato elettorale, registrando una variazione giornaliera non osservata dai tempi del taper tantrum del maggio settembre 2013″. Ossia quando la Fed ipotizzò una normalizzazione monetaria ravvicinata che poi non fu mai realizzata, mandando il tilt i mercati internazionali.

All’epoca, qualcuno lo ricorderà, il prezzo più alto lo pagarono le economie emergenti, e non a caso. Queste economie, infatti, erano state oggetto di imponenti afflussi di fondi dall’estero che molto rapidamente si sono trasformati in deflussi. Questa volta la reazione si è mitigata proprio perché i deflussi degli ultimi anni hanno impedito uno shock. Ma rimane il fatto che queste economie sono molto indebitate, e per di più in dollari, valuta che mostra chiari segnali di forza. ”

Il 10% del debito societario delle EME denominato in dollari – ricorda la Bis – giunge a scadenza nel 2017 e ciò rischia di acuire le pressioni sui loro mercati finanziari”. Ciò significa che “circa 120 miliardi di dollari di debiti dovranno essere rinnovati o rimborsati, cosa che rischia di aggiungere ulteriori pressioni su queste economie. Sul piano interno, varie EME si trovano ancora ad affrontare squilibri relativi ai recenti periodi di rapida espansione del credito”.

Di fronte a questo scenario, la reazione dei mercati al dopo Trump è assai istruttiva. “Nella settimana successiva alle elezioni negli Stati Uniti – scrive la Bis – le EME hanno subito il più ampio deflusso di fondi obbligazionari mai registrato in una settimana. Anche gli investitori dei mercati azionari hanno disinvestito vaste somme dai fondi. In linea con questi ingenti deflussi, la reazione dei tassi di cambio delle EME è stata più pronunciata di quella registrata nella peggiore settimana del taper tantrum”.

In tal senso l’elezione di Trump potrebbe trovare un ulteriore parallelismo con quella del 1980 di Reagan. La politica seguita dall’amministrazione condusse a un deciso rafforzamento del dollaro che nemmeno due anni dopo, nel 1982, portò a una devastante crisi il Messico cui seguì quella di altri paesi dell’America Latina. E’ vero che la storia non si ripete mai. Ma, lo abbiamo visto, tende a somigliarsi.

La Chat di Crusoe con @francelenzi: Mps, il bail in e il Berliner consensus

Questa settimana Crusoe (C) si è piacevolmente intrattenuto con @francelenzi (FL)

C Buongiorno Francesco. C’è tanto di cui discutere questa settimana, ma comincerei con una faccenda di casa nostra: Mps. Te la senti di fare una previsione e magari trarne un insegnamento per il futuro?

FL Buongiorno. E’ molto difficile fare una previsione su una storia che si trascina ormai da diversi anni. Dal 2011 Mps ha chiesto al mercato più di 10 miliardi di euro, adesso ne ha bisogno di altri. Era abbastanza facile ipotizzare che chiedere nuove risorse fresche al mercato fosse alquanto complicato e che si dovesse far ricorso ai circa 4 miliardi di obbligazioni subordinate in circolazione. A questo punto, confermato il termine perentorio del 31 dicembre, oltre il quale si aprono le porte della risoluzione bancaria, è probabile che anche altri obbligazionisti partecipino alla conversione. Credo però che alla fine l’intervento dello Stato sarà inevitabile. Anche perché si tende a dimenticare che l’intera operazione J.P. Morgan si basa sulla valorizzazione delle sofferenze al 33% e degli altri crediti deteriorati al 60%. Se tali valutazioni non si rivelassero corrette la storia potrebbe non esser finita. L’insegnamento che si può trarre dovrebbe essere a mio avviso inteso in termini generali, e riguarda il fatto che nascondere i problemi, come avvenuto in questi anni, sotto il velo della presunta “solidità” del settore bancario italiano, non serve a migliorare la fiducia tra gli operatori, non migliora la cosiddetta stabilità finanziaria, ma anzi opera in maniera totalmente opposta, rendendo più opaco il confine tra le istituzioni sane e quelle malate.

C. In tutto questo sembra evapori il Berliner consensus fondato sulla filosofia del bail in. Il salvataggio pubblico, pure se con l’ok dell’Ue, dimostra che poi quando le banche sono sul crinale della risoluzione lo stato deve comunque aprire il borsellino, a meno di non assorbire le perdite finanziarie con assai più costose perdite di consenso politico. Secondo te l’unione bancaria, vista questa situazione, ha ancora un futuro?

FL Il fatto che lo stato possa intervenire non esclude il bail-in. In alternativa alla liquidazione della banca, quando si manifestino problemi di stabilità finanziaria del sistema, lo stato può intervenire per fornire le risorse necessarie. Questo è pienamente compatibile con la normativa sulle risoluzioni bancarie se verrà effettuato dopo il cosiddetto burden-sharing di azionisti ed obbligazionisti. Anche l’applicazione del Berliner Consensus ha un limite di realtà che è l’interesse a preservare la stabilità finanziaria del sistema.

C. Certo, hai ragione. Ma il problema è che il concetto di stabilità finanziaria è alquanto nebuloso. Chi è chiamato a giudicare? Il governo nazionale? l’Ue, la Bce?

FL Il mantenimento della stabilità finanziaria avendo a che fare con la fiducia degli operatori, con il funzionamento del sistema dei pagamenti, è per sua natura una prerogativa innanzitutto della Banca Centrale.

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Il trionfo del capitalismo alla cinese

L’esercizio meno frequentato e al tempo stesso più appassionante per chi osserva i fatti socioeconomici è di sicuro inerpicarsi sui ripidi di notizie poco popolari e da lì provare a scrutare l’orizzonte della Storia, che ogni tanto si rivela in squarci di attualità. L’apparire della storia sul palcoscenico delle nostre cronache è assai più frequente di quanto si pensi, solo che raramente viene sottolineato, per la semplice circostanza che, a parte pochi specialisti, non siamo più interessati. La nostra attenzione dura pochi secondi, che coincidono con lo spazio mentale che dedichiamo a gran parte dei nostri interessi. Malgrado le enormi possibilità che la rete offre per informarsi – o forse proprio per questo – siamo sempre meno spinti a farlo. Cerchiamo suggestioni, non informazione critica.

E tuttavia mai il tempo fu più propizio per coloro che ancora coltivano il gusto per la ricerca. Vent’anni fa l’accesso alle fonti era difficile e poco soddisfacente. Oggi è facile e assai produttivo. E’ in ragione di questa facilità che possiamo osservare la Storia che, nel mondo di cui stiamo raccontando, si rivela in aggregati statistici e dati economici.

La storia di questa settimana è quella delle state owned enterprises (SOEs), ossia le imprese sotto il controllo dello stato e il loro peso specifico sul totale delle più grandi imprese al mondo. Ebbene: uno studio recente redatto dall’Ocse rivela che queste compagnie statalizzate sono 22 sulle 100 imprese più grandi del pianeta. “Questo – commenta Ocse – è il numero più elevato che abbiamo osservato in decenni”. Ed eccola qui, la Storia. Il XXI secolo si presenta come quello a più alto tasso di corporation pubbliche, con tutto ciò che questo può determinare nelle sorti dell’economia globale.

Prima di procedere all’analisi è utile dare un’occhiata alla carta d’identità di questi soggetti. I giganti delle imprese pubbliche operano in settori estremamente ampi per le ricadute economiche che incorporano, come le public utilities, la manifatture, i metalli e le miniere, il petrolio. Queste imprese sono fortemente internazionalizzate, grazie anche alla fioritura di M&A (merger and acquisition), che si è sviluppata sin dal 2007, specie nei mercati emergenti, con un aumento notevole proprio durante gli anni della crisi. Le dimensioni e i legami commerciali di questi giganti pubblici lasciano ipotizzare che sono qui con noi per rimanere, e anche a lungo.

Ciò ha comportato il sorgere di notevoli preoccupazioni circa il fair play di queste entità che godono di trattamenti preferenziali da parte degli stati azionisti e quindi possono potenzialmente distorcere la concorrenza.

Il caso cinese è probabilmente quello più conosciuto.

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Capitalismo alla cinese. Leggi il terzo numero di Crusoe

Il numero 3 di Crusoe propone un approfondimento sul trionfo globale del capitalismo alla cinese, ossia il capitalismo che vede lo stato come grande player dell’economia. Trionfo che è culturale prima ancora che statistico, pure se i dati Ocse, contenuti in un recente rapporto sulle SOEs (state owned enterprises) mostrano come su 100 grandi corporation mondiali, 22 hanno per proprietari i governi.

Nella Chat di questa settimana, ci siamo intrattenuti piacevolmente con Francesco Lenzi (@francelenzi), e abbiamo discusso veramente di tutto, da Mps ai rialzi Fed, ai rischi per i paesi emergenti dopo l’arrivo di Trump alla presidenza Usa. Sono venute fuori un sacco di informazioni e tantissimi spunti di riflessione, ottimo viatico per decifrare il puzzle intricato della nostra contemporaneità.

Come sempre, infine, ci sono una lettura consigliata, alcuni post pieni di link con le notizie più curiose, e un pezzo che riepiloga i fatti economici salienti della settimana.
Buona lettura con Crusoe. Ci rivediamo venerdì 23, in tempo per gli auguri di Natale.

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Cronicario: Mps, Bankitalia parla a suocera perché il governo intenda

Proverbio del 16 dicembre Coloro che salgono sulla stessa barca hanno le stesse aspirazioni

Numero del giorno: 26% Peso dell’industria nell’economia della Germania

Poiché è un venerdì da leoni per i circa quarantamila di noialtri che si sono imbarcati nelle obbligazioni subordinate di Mps, mi sembra doveroso dedicare a loro il Cronicario che chiude questa settimana così ridanciana per le borse e insieme tristanzuola per le loro belle speranze, dopo che la Consob ieri notte ha dato il via libera all’aumento di capitale da cinque miliardi e alla possibilità di conversione dei loro bond bailinabili. A loro rivolgerò un esortazione divenuta celebre.

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No, davvero. E se non credete a me, che pure ormai ho una certa esperienza in paraculaggine nostrana, credete a Valeria Sannucci, vice direttore di Bankitalia che stamattina è intervenuta al Rome Investment Forum recitando un compassato intervento sulla necessità di aggiustare e completare l’Unione economica e monetaria europea. Intento nobilissimo e discorso pieno di spunti edificanti, come quando, ad esempio, ha ricordato che, in caso di crisi sistemica, un supporto pubblico temporaneo non solo deve essere considerato, ma favorito. Oppure quando ha sottolineato che l’uso del bail in in caso di rischio sistemico rischia di esacerbare la minaccia alla stabilità finanziaria. Ed eccola qua la parolina magica che apre le porte all’intervento pubblico: stabilità finanziaria. Qualcuno dubita che Mps, in caso di risoluzione, metta a rischio la stabilità finanziaria? No di certo, specie di questi tempi. Ed ecco allora che si prepara il confortevole abbraccio del governo. Prima delle feste, poi, ci sta tutto. Babbo Natale quest’anno passa dritto da palazzo Chigi.

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Quindi godetevi il week end, e la prossima volta che l’amico bancario vi propone un titolo che non sapete spiegare a vostro figlio piccolo denunciatelo per istigazione al bail in.

La seconda bella notizia del giorno ce la regala l’Istat e riguarda il nostro commercio estero di ottobre, che segna un aumento congiunturale delle importazioni del 2,7% rispetto a settembre a uno zero bello tondo dell’export, mentre se guardiamo il dato tendenziale, ossia rispetto a ottobre 2015, notiamo che l’export è diminuito del 2,2% e l’import dell’1,6. Se leggete la nota fino in fondo scoprirete che sono aumentati i prezzi all’importazione, e questo è dipeso principalmente dal petrolio, e poi che nei primi dieci mesi dell’anno abbiamo cumulato un avanzo commerciale di 41,6 miliardi che sarebbero stati 63,1 se non avessimo dovuto pagare la bolletta energetica. Che quindi vale circa 22 miliardi. Questo a ottobre, prima che accadesse questo al petrolio

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e questo al dollaro, che dobbiamo usare per comprarlo

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Ma voi continuate a stare sereni, e godetevi la tredicesima (chi ce l’ha). Il fatto che il nostro avanzo commerciale – ossia l’unica cosa che ci tiene in piedi – rischi di liquefarsi appartiene al novero delle sfighe probabili più che possibili del 2017. C’è sempre la speranza, per dire, che quelli dell’Opec litighino o che i non Opec si rimangino la promessa di tagliare la produzione e che quindi l’IEA, l’agenzia internazionale che stima un deficit fra offerta e domanda a metà 2017 (e quindi un ulteriore incremento dei prezzi) prenda una cantonata.

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Ah, dimenticavo, ci sarebbe l’esito del Consiglio europeo di ieri, ma come vi aveva anticipato il vostro Cronicario si è trattato per lo più di uno scambio di auguri e di dossier, uno più complicato dell’altro, dall’immigrazione all’unione bancaria. Si segnala la circostanza che i leader Ue si sono messi a discutere di Brexit dopo che la prima ministra britannica aveva tagliato la corda. Fra l’altro non è che i nostri euroleader abbiano le idee chiare o siano d’accordo…

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Concludo con una notizia che allieterà il vostro tempo libero nei due giorni prossimi. Il WEF ci fa sapere che la finanza digitale sta aiutando le popolazioni del mondo a sfuggire alla povertà. Non la finanza, ma il fintech ci fornirà le chiavi per il paradiso, ossia un reddito capiente. Perché, per dirla con le parole di Jane Austin,

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e se non ci credete vuol dire che avete un large income ce l’avete. Oppure che abitate in paradiso.

Buon week end.

 

 

I prezzi del mattone di nuovo al livello del 2007

Se non è un allarme, poco ci manca. Di sicuro è un utile promemoria quello che ci propone il Fmi in un articolo dove osserva che i prezzi globali del mattone, calcolato sui dati di 57 paesi, sono tornati al livello del 2007, come si può osservare agevolmente da questo grafico.

Da qui la domanda dell’autore: è il momento di preoccuparsi nuovamente? A giudicare dalla rapida inclinazione della curva di crescita dei prezzi, che si osserva dal 2000 in poi, e la correzione relativamente contenuta registrata fra il 2008 e il 2012, anno dal quale i prezzi hanno iniziato a recuperare, la domanda sembra assai sensata. All’apice del picco, che poi è dove ci ritroviamo adesso, l’indice pesava il 50% in più della base dei primi anni 2000. Quindi c’è molto che può andar male.

Il Fmi, tuttavia, invita alla prudenza più che sollevare allarmi. “E’ tempo di vigilare, non di panico”, scrive. E ciò principalmente per due ragioni. La prima è che “a differenza del boom degli anni 2000, il boom attuale non è sincronizzato fra i diversi paesi, e pure all’interno dei paesi è spesso ristretto a poche città”. Inoltre “il boom non è guidato da una forte crescita del credito: alcuni incrementi di prezzi sono determinati da restrizioni nell’offerta”. La seconda ragione è che i paesi hanno imparato la lezione della crisi e quindi sono “più attivi nell’uso delle politiche macroprudenziali per frenare gli eccessi”. L’articolo riporta la dichiarazione di un ex vicedirettore del Fmi secondo cui “l’età della disattenzione sui boom dei prezzi immobiliari è finita”.

Rimane il fatto che gli stessi punti di forza possono rappresentare punti di debolezza, a voler fare l’avvocato del diavolo. Se guardiamo in Cina, per fare l’esempio di un paese che ha conosciuto un notevole boom, notiamo che a Pechino i prezzi, aggiustati per l’inflazione, sono saliti di circa il 25% l’anno negli ultimi tempi, segnando “il più grande boom mai visto nel mercato immobiliare”. La circostanza che altre aree della Cina abbiamo registrato incrementi più contenuti non toglie forza all’argomento che il boom pechinese, dove abitano milioni di persone, generi rischiosità assai maggiori, per non dire sistemiche, di qualunque altro in Asia. Giova poco rilevare che c’è assenza di sincronicità, quando conosciamo bene la potenza dei canali di contagio. Giusto per la cronaca, ai primi di dicembre l’ European Systemic Risk Board ha pubblicato una serie di warning su vulnerabilità di medio termine per Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Lussemburgo, Olanda, Svezia, Regno Unito. Ossia centri economici e finanziari di tutto rispetto, profondamente interconnessi col resto del mondo. E scusate se è poco.

Anche il richiamo alle politiche macroprudenziali rischia di essere un’arma spuntata. Chi ha la memoria lunga ricorda ancora le parole rassicuranti che gli organismi internazionali elargivano sulla robustezza dell’infrastruttura finanziaria e la sua stabilità prima della crisi. Poi si scoprirono i debiti immobiliari subprime.

Quindi, niente panico, per carità. Ma occhi aperti e tanti scongiuri.