Categoria: cronicario

Cronicario: Prima o poi l’inflazione arriva

Proverbio del giorno Anche il pulcino dell’oca galleggia

Numero del giorno: 2,215 Milioni di posti di lavoro nel settore finanziario in UK

Ripetete respirando profondamente: non c’è nessun rischio inflazione, non c’è nessuno rischio inflazione, non c’è nessun rischio inflazione. Ommmm.

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E quando sarete belli rilassati leggete la release Istat sulla stima dei prezzi al consumo di febbraio, che saranno pure provvisori, ma intanto ci dicono che su base annua sono saliti dell’1,5%, rispetto all’1% di gennaio 2017/2016, mentre su base mensile dello 0,3%. Poca roba? ‘Nsomma: quello è solo un indice generale, creatura astrusa e solitamente mal compresa. Il problema è che da una parte il Caropetrolio, dall’altra il rincaro dei broccoletti – i vegetali freschi sono aumentati del 37,3% su base annua a fronte del +20,4% di gennaio – hanno contributo in larga parte a questa stima, che se fosse depurata da energia e cibi freschi – la famosa inflazione di fondo – salirebbe comunque, ma dello 0,6% rispetto allo 0,5% di gennaio, mentre quella al netto dei soli beni energetici sale dal +0,8 all’1,3%. Ci sono inflazioni per tutti i gusti.

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All’Istat, che giura che l’inflazione acquisita per il 2017 è dell’1%, vorrei postare il cartello esposto dal gelataio sotto casa mia che riporta un aumento secco del 10% di tutti i prezzi dal 2016 al 2017. Ma tanto lo so che mi direbbero.

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Perciò mi tengo il mio aumento del gelato del 10%, che fa scopa con quello simile della benzina, elimino la lattuga dalla mia tavola, smetto di fumare e di usare cibi freschi. Rimane il fatto che cinquanta euro finiscono prima di un anno fa. Ne deduco che non è l’inflazione ad aumentare dopo, ma il denaro a diminuire prima. Una sorta deflazione temporale contrapposta all’inflazione materiale. Niente niente ho inventato un nuovo indice? In ogni caso godetevi il colpo d’occhio.

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A botte di 0,5% al mese, finisce che centriamo il target prima della Germania. Sai che risate.

A proposito di Germania, che mi pubblica oggi l’istituto di statistica? Le proiezioni demografiche riferite ai prossimi 18 anni, che prevedono un aumento a 43 milioni del numero di famiglie. Epperò…guardate che famiglie.

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In pratica quasi una su due sarà composta da una persona, quattro su cinque al massimo da due. In pratica un’estinzione di massa, che da un paese che produce surplus fiscali proprio non te l’aspetti. Ma che sia la demografia il tallone d’Achille del gigante teutonico è un fatto tanto noto quanto inspiegabile. O forse è spiegabile, ma non si può dire. Perché parlare di dilemma fra esigenze della produzione e necessità della riproduzione ti fa sembrare subito un esagitato.

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Sicché per farmi perdonare, concluderò con questa nostalgia d’ottobre – quest’anno ricorre il centenario della famosa rivoluzione – della Commissione Ue che ha dedicato questa fine di febbraio alla giornata dell’industria, ossia la metafora imperitura della volontà di potenza bolscevica.

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Oggi il martello, poi arriverà la falce. Un falcetto.va…

A domani.

Cronicario: Mister TTT vuol dire fiducia

Proverbio del 24 febbraio Un tappo rotondo non chiude un buco quadrato

Numero del giorno: 53,2 Quota % del valore della borsa Usa sul totale mondiale

Trump taglia le tasse. Trump taglia le tasse. Trump taglia le tasse. Trump taglia le tasse.  E vai coi coretti dopo che il segretario del Tesoro Steven Mnuchin ha detto di voler fare un riforma fiscale “molto significativa”, addirittura prima di agosto. E così il nostro beneamato Mister T, è diventato Mister T Taglia le Tasse, Mister TTT, un mister a tripla T, come il probabile rating del debito Usa da qui a un quinquennio. Non c’è il rating a tripla T?

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Abbiate fede, almeno quante ce ne hanno i mercati, che però oggi nicchiano, ma solo perché è venerdì e hanno altro da fare.

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In ogni caso non c’è da preoccuparsi più di tanto e se guardate quaggiù capite il motivo.

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Le borse Usa pesano il 53% della capitalizzazione mondiale dei mercati azionari. Perciò se va bene agli Usa, va bene anche agli altri. L’Italia, ci avrete fatto caso, non è neanche censita. Se va male però…

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Se Mister TTT vuol dire fiducia non vuol dire mica che siano tutte rose e fiori. Almeno per noi. Istat ci dice che la fiducia dei consumatori è in calo a febbraio e quella delle imprese pure. Poi escono pure i dati degli ordini industriali, che segnano un -0,9% a dicembre 2016 su base annua.

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Per fortuna recuperano su base mensile. Ma anche questo sarà sicuramente merito di Mister TTT. Dove proprio non ce la fa, il nostro campione d’ottimismo, è far pagare il conto ai tedeschi. Prima arriva Moody’s, che rivede al rialzo la crescita tedesca per quest’anno e il prossimo, e poi il Ft. Con consueta perfidia britannica, il quotidiano nota che il rendimento del titolo pubblico tedesco a due anni ha toccato il suo record di bassezza, superando il -0,95%, per la “migliore settimana dalla crisi dell’eurozona”, questo mentre il WsJ si domanda in prima pagina on line se si possono fare soldi col collasso dell’euro.

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Immagino che la Trumpsuasion mieta vittime eccellenti nei piani alti dei giornali anglosassoni e me ne compiaccio: era ora che un politico dettasse la linea ai giornali.

Il problema è che non lo capiscono.

A lunedì.

 

 

 

Cronicario: Il governo tedesco fa più utili di JP Morgan

Proverbio del 23 febbraio Se porti un paniere di uova, non danzare

Numero del giorno: 97,3 Quota % di ragazzi che studiano inglese a scuola nell’Ue

Lo so che non sono utili, furbacchioni. Ma se il governo tedesco fosse un’impresa, nel 2016 avrebbe fatto più profitti di JP Morgan, o quasi. Parliamo di circa 24 miliardi di attivo fiscale, ossia di differenza fra le entrate del governo e le spese. Sul Pil vale un surplus dello 0,8%, il più alto dai tempi della riunificazione. Questo in un mondo che fatica a stare sotto il mitico deficit del 3% sul Pil.

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Sono fenomeni? No: sono tedeschi. E pure recidivi. Con questo sono tre anni che stanno in attivo di bilancio, crescente persino: nel 2014 il surplus era dello 0,3, poi è arrivato allo 0,7 e ora allo 0,8. Certo, aiuta il fatto che la crescita fa aumentare le entrate fiscali, sia di tasse che di contributi. E questo ha consentito che il governo ha speso più del solito – la domanda del governo ha pesato uno 0,8 punti sulla crescita del pil – e alla fine ha risparmiato più del solito.

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Vabbé, torniamo alle miserie umane. Chissà perché iniziano a fischiarmi le orecchie e due minuti dopo esce l’Istat con i dati sul nostro commercio al dettaglio a dicembre: mese natalizio e fineannesco, che uno si immagina la gente far debiti per comprarsi il panettone con dentro i gioielli. E invece nisba: abbiamo consumato meno di novembre (-0,5%) e meno di dicembre 2015 (-0,2). Siamo sempre stati sparagnini a dirla tutta. Però ora così chi li sente i commercianti?

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Sempre a proposito di miserie umane, gli statistici britannici hanno diffuso i dati sull’immigrazione, che così tanti brexiter ha ispirato al momento del voto per il goodbye all’Europa. Non servono parole: basta un grafico.

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Tutto ‘sto spauracchio per 200 mila persone? Considerate che una buona parte va lì a studiare…

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E mo’ che fanno, li cacciano? (semicit.). Davvero non li capisco gli inglesi. Abbiamo tutta una gioventù che studia praticamente solo la loro lingua per chiacchierare con loro, e questi che fanno? Ci snobbano.

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Sembrava amore, ma era solo un calesse (cit.).

A domani.

 

Cronicario: E adesso godetevi l’inflazione

Proverbio del giorno La fame non impedisce il sonno, i litigi sì

Numero del giorno: 3,1 Aumento % dei salari reali in Russia su base annua

Vi diranno che è normale. Che dipende dal petrolio e anzi la Bce nel suo ultimo Bollettino ha già fatto i conti. Ci sarà un’impennata primaverile dei prezzi a causa dello schiaffone arrivato dall’energia, ma poi la curva dei prezzi si ammoscerà già in autunno. Avremo un’inflazione normale. Sarà sicuramente vero: intanto beccatevi i broccoletti aumentati del 20% e la benzina a rischio aumento+accise. Poi si vedrà.

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L’Istat infatti ha confermato che a gennaio 2017 i prezzi sono saliti dell’1% su base annua, in aumento rispetto alla stima dello 0,9, raddoppiando rispetto a dicembre. Poi vi diranno che c’è inflazione e inflazione: quella di fondo, quella armonizzata, quella di Pippo, Pluto e Paperino. Rimane il fatto che aumentano tutte, chi più chi meno. E questa seccatura farà sicuramente piacere a chi ha debiti, a cominciare dal governo, un po’ meno a chi ha comprato i BtP all’unovirgola di qualche tempo fa.

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Ma tranquillizzatevi: non siamo solo noi. Sempre oggi Eurostat ha rilasciato la sua bella tabellina.

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Vedete, noi siamo nella parte bassa. Sono i paesi dopo il rosso che adesso inizieranno ad agitarsi.

Dai diversamente europei arriva un’altra notizia che piacerà a coloro che aspirano a diventarlo: il Pil dell’UK del quarto trimestre 2016 è stato rivisto al rialzo dello 0,1%, è arrivato allo 0,7%.

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Ma la notizia non è questa. La notizia è che la revisione al rialzo è conseguenza del conteggio più accurato dell’output delle industrie manifatturiere, mentre la crescita è dovuta soprattutto alla forte domanda interna dei consumatori e della produzione nei servizi. Insomma: l’UK fa l’UK, e riesce pure a farla bene. Domani chissà. La legge per l’avvio della Brexit ha già fatto il primo passaggio nella camera dei Lord. Auguri.

Poi, siccome questa è la settimana del mattone (non ve l’avevo detto?) vi segnalo le ultime statistiche immobiliari pubblicate dalla Bis. Ma non fatevi ingannare dal grafico.

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Perché a guardarlo così sembra che in fondo i prezzi siano ancora bassi. Ma poi se guardate quest’altro…

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Nel terzo trimestre 2016 i prezzi in Canada sono cresciuti del 13% e in Brasile sono crollati di più del 20.

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Per concludere, ricordo a tutti i poveri derelitti che si sentono orfani di qualunque cosa, che sono proprietari di una Banca, e neanche di una banchetta: di una Banca maiuscola. L’ha detto Salvatore Rossi a Floris. “Bankitalia è degli italiani, senza alcun dubbio”. Provate a chiedere un appuntamento.

A domani.

I consigli del Maître: Banche a nascita zero e il ritorno dell’oro sul Reno

Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio con gli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

Banche a nascita zero negli Usa. Sul finire del 2013 ha suscitato un certo scalpore la notizia dell’apertura della Bank of Bird-in-Hand in un paesino Amish della Pennsylvania. E non tanto perché la banca aveva uno sportello-finestra per i cavalli o i passeggini, ma perché questa singolare banca è stata la prima a nascere negli Usa dal 2010. Secondo i dati della Federal Deposit Insurance Corporation (FDIC), l’ente governativo che garantisce fra le altre i depositi negli Usa, dal 2010 sono nate solo sette banche dal 2010. Prima della crisi la storia era ben diversa. Solo nel 2007, ad esempio, ne furono fondate 175, e fra il 1997 e il 2007 ne nacquero in media 159 all’anno.

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La Fed di Richmond, che ha dedicato un approfondimento della tematica, sottolinea che il processo di graduale riduzione del numero di banche negli Usa parte da lontano e trova la sua origine nel processo di concentrazione favorito dalle leggi bancarie.

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Ma rimane il fatto che è alquanto inconsueto che improvvisamente nessuno abbia più avuto voglia di aprirne di nuove, o quasi nessuno, negli ultimi sette anni. Quale può essere la ragione? La Fed ipotizza che una parte di responsabilità risieda nella regolazione, che ha fatto crescere i costi e quindi diminuito la convenienza di aprire nuovi sportelli. Gestire una banca è diventato un affare troppo complesso e scoraggiante, specie per le piccole, che poi sono la maggioranza negli Usa. Secondo una rilevazione del FDIC più del 90% delle banche Usa ha meno di 10 miliardi di asset e fra il 2000 e il 2008 il 77% delle banche di nuova costituzione ha aperto gli sportelli con meno di un miliardo di asset. E sono proprio i piccoli ad aver abbandonato il campo. E poi c’è la questione dei profitti. I tassi a zero hanno essiccato la fonte primaria di ricavo per le banche meno complesse. Ossia sempre le più piccole. Alla domanda perché non aprono più nuove banche negli Usa, perciò, è facile rispondere: non conviene più.

Dove vanno a finire i risparmi europei? L’Europa soffre di un notevole deficit di investimenti, che ancora non sono riusciti a recuperare in molti paesi compreso il nostro (siamo intorno al 70% di quanto non fossero) il livello pre crisi. E tuttavia, come mostra una interessante ricerca dell’Istituto Bruegel, l’Ue a 28 ha visto crescere notevolmente i risparmi dal 2009 in poi.

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Questa singolarità provoca che l’Europa ha notevolmente aumentato la propria ricchezza, come si vede dal saldo di conto corrente, che registra un surplus superiore al 2% del pil europeo, senza però migliorare la sua condizione generale di benessere, visto che ci sono ancora oltre 11 milioni di disoccupati, secondo gli ultimi dati Eurostat (al netto di Belgio e Germania) e quasi quattro milioni di inattivi, rimanendo la crescita globale alquanto lenta. Rimane la domanda: cosa ne fanno dei soldi gli europei? Facile: li prestano all’estero. L’Europa infatti è diventata la prima creditrice globale.

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Gli europei amano la rendita più che il lavoro. E’ storia antica. E si ripete.

Un bond lungo 100 anni. L’Ocse ha pubblicato un interessante report sull’andamento dei prestiti statali che fra le altre cose nota il notevole aumento delle emissioni di bond con durata superiore ai 30 anni. In valore queste emissioni sono triplicate dal 2006 e adesso sfiorano i 350 miliardi. Poca cosa rispetto alla montagna di obbligazioni emesse dagli stati – quest’anno si prevede che i governi prenderanno a prestito 9,5 trilioni di dollari – ma comunque segnale di una tendenza che trova la sua giustificazione nella convenienza dei gestori del debito pubblico a impegnarsi per orizzonti lunghi per sfruttare al massimo i vantaggi del tassi bassi. Considerate che circa 10 trilioni di debito pubblico viene attualmente remunerato a tassi negativi a livello globale. Ebbene alcuni paesi, Irlanda, Messico e Belgio, hanno emesso bond con scadenza a 100 anni. E non è certo strano che ci abbiano provato. Ma semmai la circostanza che qualcuno, evidentemente molto ottimista, li abbia comprati.

Il ritorno dell’oro sul Reno. La Bundesbank, banca centrale tedesca, ha completato il trasferimento previsto per il 2016 del suo stock di oro da New York, dove era stato trasferito diversi anni fa, alla sua sede di Francoforte. Si parla di 111 tonnellate di metallo giallo. Il trasferimento, condotto con discrezione e bancaria efficienza, si è concluso alla fine del 2016. Un’altra quota di oro è ancora custodita a Parigi e la banca conta di far rientrare anche questa nel corso di quest’anno, dopo che nel 2016 sono transitati 105 tonnellate da Parigi a Francoforte.

Dal 2013 la Buba ha riportato in patria 283 tonnellate di oro da Parigi e 300 da New York. Sicché al 31 dicembre del 2016 a Francoforte era già custodito il 47,9% delle riserve auree tedesche. La quota restante è suddivisa fra New York (36,6%), Londra (12,8%) e Parigi (2,7%). La Buba pianifica di lasciare all’estero, fra New York (37%) e Londra (13%) la metà delle sue riserve. La Germania possiede riserve per 3.378 tonnellate d’oro, secondo paese al mondo dopo gli Usa per consistenze. Le riserve auree pesano i due terzi del totale delle riserve estere tedesche.

Cronicario: Un mattone di dollari ci seppellirà

Proverbio del 21 febbraio Acido, dolce, amaro, pungente: tutto si deve assaggiare

Numero del giorno: 4,5 Aumento % delle spese sanitarie in Germania nel 2015

E poi arriva Fitch, che nel mezzo di una giornata funestata dalle scocciature e le domande fondamentali – che farà Emiliano? Ma il Pd c’è o ci fa? – se ne esce con un outlook sul mattone globale che sembra fatto apposta per i menagramo che girano a frotte in questo inizio di anno col 17 in mezzo.

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E che dice Fitch? Dice che gli sforzi dei governi per frenare le espansioni immobiliari eccessive in alcuni paesi non è che siano andati benissimo. “Gli acquisti di case in molti paesi continuano a diventare sempre più costosi, in relazione al reddito delle famiglie. Queste condizioni rimarranno in campo anche quest’anno”. I prezzi dovrebbero rallentare in Nuova Zelanda, Norvegia e Canada, dove sono cresciuti a rotta di collo, e chissà che capiterà in Cina, dove i prezzi in alcune grandi città sono cresciuti del 25% nel 2016 e la montagna di debito per mutuo è triplicata dal 2012.

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Il governo è intervenuto con cinese destrezza – d’altronde controlla tutto – e adesso i prezzi dovrebbero rallentare, mentre negli Usa il tasso di inadempienza dei mutui è tornato al livello del 2006, prima quindi della grande crisi. Il ciclo è finito, insomma. Possiamo aprirne un altro.

Questa è la sintesi.

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Se pensare al mattone vi appesantisce, allora guardate quest’altro grafico che ho trovato in uno speech pubblicato dalla Bis.

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E poi guardate pure questo.

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Notate bene: è vero che la diseguaglianza è aumentata dagli anni ’90 in poi, dopo essere diminuita parecchio dagli anni ’50, ma se allunghiamo lo sguardo, notiamo che l’indice di Gini che, lo ricordo varia da 0 (massima uguaglianza) a 100 (massimo diseguaglianza) su scala globale mostra un continuo recedere della diseguaglianza dal 1830 in poi e mostra una discontinuità notevole dal 1970. E che sarà mai?

Ve lo dico un’altra volta. Adesso voglio chiudere in bellezza.

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Quelli in blu scuro sono i deficit bilaterali degli Usa con i paesi indicati. Quelli in azzurro chiaro sono le ri-esportazioni di merci che gli Usa vendono ai paesi verso i quali hanno deficit. Adesso gira voce che Mister T stia pensando di cambiare le regole di calcolo dei deficit commerciali, per cui le ri-esportazioni non verranno più contate in sottrazione del deficit. In pratica, se così fosse, il Messico non avrebbe un surplus di 61 miliardi ma di 61 più 50, quindi 111. Capite perché gli americani vincono sempre? Bombe? Macché: lanciano mattoni gonfi di dollari a chi sta loro sulle balle. A volte mattoni puri e semplici. E poi ridono.

A domani.

 

Cronicario: E a metà giornata l’Europa si spegne

Proverbio del 20 febbraio Non è la mano che dona, ma il cuore

Numero del giorno: 14 Aumento % uso carte di credito in Irlanda al 12/16

Mi devo sbrigare a scrivere il Cronicario perché ho scoperto grazie ai buoni uffici di Eurostat che l’Europa a malapena ha energia per arrivare a metà giornata, e l’Italia ancora meno. Si e no arriviamo al caffé della colazione.

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Addirittura viene fuori che la dipendenza energetica nel 2015, anno a cui si riferiscono i dati, è peggiore di quelle che c’era nel 1990. Dal che deduco che tutta la favoletta delle rinnovabili, dell’efficienza o addirittura dell’autosufficienza energetica, è stata talmente ben scritta che non c’ha creduto nessuno. Oggi più che mai dipendiamo dagli arabi e dai russi, altroché. Anzi: c’è stata pure un’evoluzione: ora dipendiamo anche dagli Usa, almeno per il petrolio.

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Questa bella tabella che ho trovato su Platts misura come sia cambiata la vocazione degli Usa dopo la rimozione del divieto di esportare petrolio dal dicembre 2015. Ebbene, noi italiani siamo diventati il terzo mercato di esportazione del petrolio americano dopo l’Olanda e Curacao. Ne assorbiamo persino più della Cina. La cosa scoraggiante è che questa situazione si verifica a fronte di un consumo in calo dell’11% dal suo picco, nel 2006.

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Capite bene perché questo problema sia diventato l’argomento principale del nostro dibattito politico in questi giorni convulsi. Siamo un paese in costante deficit energetico, con quello che significa oggi, ma per fortuna abbiamo una classe dirigente che conosce le sfide del nostro tempo ed è all’altezza: mica si perde in chiacchiere inutili sugli equilibri interni nel partito di maggioranza relativa.

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Perciò, siccome sto scrivendo soprattutto grazie al petrolio arabo-russo-americano e stasera eviterò di congelare grazie al gas di Putin, a loro rivolgo il sentito ringraziamento che avrei voluto rivolgere ai miei governanti, che invece spenderanno una ventina di miliardi l’anno delle nostre tasse per pagare emiri e compagnie cantanti.

Mi consola che non siamo soli in questa valle di lacrime. Prendete la Germania. I prezzi alla produzione a gennaio 2017 sono schizzati del 2,4% rispetto al gennaio 2016. E indovinate da cosa dipende…Vi do un’indizio: i prezzi dei prodotti petroliferi sono aumentati del 19,7%.

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Faccio un salto in Uk perché l’istituto di statistica ha avutola cortesia di pubblicare un grafico che dice tutto quello che c’è da sapere sul mondo dopo il 2008.

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La cosa incredibile è che, malgrado noi, siamo ancora una grande economia. Ma fa un certo effetto vedere l’UK che si infligge la complicazione di Brexit dopo aver superato così brillantemente la peggiore crisi dell’ultimo mezzo secolo. Questa curva descrive l’andamento del pil inglese dal 2009, punto di minimo, al 2015.

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Era abbastanza per uscire dall’Ue? Evidentemente si.

A domani.

 

Cronicario: Gli italiani tornano a emigrare. Stavolta coi soldi

Proverbio del 17 febbraio Chi è triste non si diverte neanche ubriaco

Numero del giorno: 200 Miliardi investiti all’estero dalla Cina nel 2016

Non mi dite che non lo sapevate perché lo sanno tutti: basta guardarsi intorno: gli italiani sono tornati ad emigrare. Prima del 2007 erano un 60 mila l’anno, quelli che espatriavano in cerca di fortuna. Nel 2014 sono arrivati a sfiorare i 160 mila, secondo gli ultimi dati Ocse.

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Il grosso va in Germania, come ai tempi del magliari, perché  com’è noto l’italiano ama la tradizione, il freddo secco e la birra. E poi in Germania si rischia persino di viverci bene, guarda un po’. Un sacco vanno a Londra, molti in Svizzera, la Spagna regge ancora botta con la Francia, mentre Usa, Canada, Australia e Nuova Zelanda sono ancora poco gettonate. Lì aiuta essere biondi con gli occhi chiari. Sia come sia, “l’emigrazione di cittadini italiani è più che raddoppiata dal 2010 e il 2014”, nota l’Ocse. E così finalmente vi spiegate perché quel tale che abitava vicino casa vostra è sparito.

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Prima che iniziate a versare lacrime ricordando il trisavolo sbarcato a Ellis Island, vorrei farvi notare che siamo nel XXI secolo e che nel frattempo il mondo è cambiato. E siccome vi so diffidenti, vi faccio vedere un altro modo per emigrare, che nel frattempo siamo diventati abilissimi a sperimentare.

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Ve la faccio semplice prima che vi viene il mal di testa. Quelli verde scuro sono i soldi che, secondo i dati di Bankitalia, abbiamo fatto emigrare di recente e non sono bruscolini: parliamo di centinaia di miliardi. Una volta si emigrava con la valigia di cartone. Ora si fanno emigrare cartonate di liquidi. Lasciamo che si ambientino, e poi magari li raggiungiamo là.

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Siamo migranti di seconda generazione. Addirittura di terza. Per questo ci piacciono così poco gli ultimi arrivati. Specie quando arrivano qua. E se adesso mi dite che ci sono un sacco di poveri disgraziati fra i nostri migranti scoprite l’acqua calda. La notizia – udite udite – è che ci sono anche un sacco di trilaureati poliglotti col borsellino capiente abbastanza da potersi permettere di aspettare prima di finire a lavar piatti per pagarsi la cena. Prima esportavamo solo miseria. Oggi un bel po’ di ricchezza, non solo finanziaria.

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Ma qui mi taccio perché il Cronicario aborre il tono serio, specie di venerdì pomeriggio quando si pensa ad altro, e giustamente. Ma prima ancora di abbandonarmi alla mia attività preferita

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vorrei offrivi un paio di spunti da week end, ottimi per le discussioni da fuori a cena dopo il quarto shottino. Della serie come eravamo e come siamo:

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con le famiglie mononucleari diventate maggioranza relativa, e il debito pubblico che esplode biforcandosi dal Pil dal 2007 in poi.

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Il 2007 non è solo l’anno che sono ripartite le emigrazioni, ma anche quello in cui le famiglie mononucleari iniziano a superare quelle con due componenti. Cosa c’entra l’esplosione del debito con quella delle famiglie?

Ottima domanda. Datevi una risposta.

A lunedì.

Cronicario: Cara Ocse ti scrivo così mi distraggo un po’. F.to Padoan

Proverbio del 15 febbraio Un nemico intelligente è meglio di un amico stupido

Numero del giorno: 2.217,7 Debito pubblico italiano in miliardi a fine 2016

Cara Ocse ti scrivo, così mi distraggo un po’, e siccome oggi non sei molto lontana – anzi stai a Roma con la compagnia cantante, dolcemente ti scriverò.

manoceihescrive

Da quando sei partita da Parigi per venire a Roma c’è una grossa novità: l’anno vecchio è finito ormai, col pil cresciuto dell’1%, ma qualcosa ancora qui non va.

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Si esce poco la sera, persino quando è festa, perché le persone tesoreggiano il denaro e non vogliono fare un bel niente, né spenderlo né investirlo. Anzi c’è chi ha messo dei sacchi di sabbia vicino alla finestra perché gli hanno detto che ci stanno invadendo gli immigrati, gli agenti del fisco e i creditori esteri preoccupati per il nostro debito pubblico.

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Si sta senza parlare per intere settimane, nel senso che si discute del congresso del Pd, della legge elettorale e robe simili, e a quelli che hanno niente da dire, cioé i politici e i chiacchieroni globali rimane sempre il tempo di sparare minchiate su Twitter.

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Per fortuna alla televisione hanno detto che il 2017 porterà una trasformazione e tutti quanti stanno già aspettando che si torni a votare, visto che non sappiamo fare altro. Dicono che dopo le elezioni sarà tre volte Natale, usciremo dall’euro e ci rientreremo di nuovo, così facciamo contenti tutti e festeggiamo tutto l’anno. I poveri cristi disoccupati scenderanno dalla croce grazie al reddito di cittadinanza che pagheremo in miniassegni degli anni ’70 e anche i cervelli all’estero faranno ritorno.

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Vedi caro Ocse cosa si deve inventare per continuare a sperare? Purtroppo l’anno che sta arrivando fra un anno passerà, e le previsioni tue e di altri dicono che sarà un po’ come questo, con un po’ di crescita,

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le sofferenze bancarie

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e quelle burocratiche,

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l’evasione fiscale,

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il lavoro che va così così

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l’istruzione vagamente disastrosa.

istruzione

Io mi sto preparando ad emigrare, questa è la novità. Anzi, cara Ocse, visto che ho già lavorato da te, non è che avresti uno strapuntino? Parlo un ottimo inglese e francese. 

Rimango il tuo affezionato Pier Carlo Padoan.

 

 

I consigli del Maître: L’import tedesco e i bamboccioni UK

 

Anche questa settimana siamo andati in radio a parlare con gli amici di SpazioEconomia. Ecco cosa gli abbiamo raccontato. 

Le importazioni tedesche. L’istituto di statistica tedesco ha rilasciato gli ultimi dati del commercio della Germania, evidenziando il record storico dell’attivo commerciale del paese, arrivato a oltre 250 miliardi di dollari nel 2016. Tutti i giornali hanno osservato che mai la Germania aveva avuto un attivo così elevato. Ma questa suggestione ne nasconde un’altra che invece è bene conoscere per farsi un’idea più precisa del perché la buona salute del commercio tedesco riguardi tutti noi. Il fatto è semplice e si può osservare non guardando solo il saldo ma tutti i flussi commerciali della Germania.

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Accanto ai 1.207 miliardi di merci vendute all’estero dalla Germania, ci sono 954 miliardi di merci estere comprate dalla Germania. Ciò significa che molti paesi hanno goduto degli effetti positivi della domanda tedesca sulla loro economia. Per la cronaca è interessante ricordare che l’Italia, che pure ha un deficit bilaterale nei confronti della Germania, nel 2015 vi ha esportato merci per oltre 51 miliardi. Quindi i tanti che lamentano gli eccessi commerciali della Germania, e in cuor loro si augurano che finiscano, dovrebbero ricordare che ciò rischia di far pagare un conto assai salato anche a noi. Ci piaccia o no.

I love shopping, on line. Economia digitale non vuol dire solo reti, terminali e dati. Significa anche comprendere il mutamento di consuetudini secolari e l’evolversi della tecnologia che sta delineando la nuova globalizzazione digitale del XXI secolo. Una di queste pratiche è sicuramente quella degli acquisti on line, che potremmo considerare come l’evoluzione digitale dei vecchi acquisti analogici per corrispondenza. I più grandicelli ricorderanno il vecchio catalogo Postal market, o i vecchi club del libro, che peraltro ancora ci sono. Una recente ricerca di Eurostat ha calcolato che l’84% dei residenti nell’UE di età compresa fra i 16 e i 74 anni ha usato internet nel 2016 e due terzi, pari al 66% ha effettuato ordini on line di beni o servizi. Nel 2007 questi utenti non superavano il 50%.

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Noi italiani siamo un po’ fanalino di coda, con poco più del 40%, ma siamo cresciuti dal 2012, quando si era sotto il 30. Rimane il fatto che comprare on line non significa solo fare ordini per corrispondenza con un click. Significa pure che invece del vecchio Postal market ora andiamo, ad esempio, su Amazon, che, oltre a venderci prodotti di qualunque genere, produce film, possiede giornali e ha pure una sua moneta per le transazioni interne. Roba che Postal market neanche si immaginava. E questo è il vero punto saliente dell’economia digitale.

Energia col vento in poppa. L’Agenzia internazionale dell’energia, l’IEA, ha diffuso uno studio secondo il quale la crescita delle energie rinnovabili sarà molto più rapida di quanto stimato fino ad oggi, arrivando a ipotizzare che per i prossimi cinque anni verranno installate 60 turbine alimentate a vento al giorno in diversi paesi del mondo. Parliamo di circa 110 mila impianti, quindi. Globalmente la crescita di energia da fonti rinnovabili dovrebbe crescere del 13% da qui al 2021 per lo più in seguito alle politiche che l’Agenzia si aspetta vengano attivate negli Usa, in Cina, India e Messico. Nello stesso periodo ci si attende che i costi per i pannelli solari diminuiscano di un 15%. Anche qui perciò, come abbiamo visto a proposito della diffusione delle auto elettriche la settimana scorsa, a far la differenza nella produzione e nella diffusione di queste fonti rinnovabili sarà il costo-opportunità.

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Interessante ricordare che il grande sviluppo dell’energia solare ed eolica ha consentito che oggi le rinnovabili rappresentino più della metà della nuova capacità energetica nel mondo, raggiungendo nel 2015 il record dei 153 gigawatt, il 15% in più rispetto all’anno precedente. Sempre nel 2015 sono stati installati quasi mezzo milione di pannelli solari al giorno. In Cina, che pesa circa il 40% dell’aumento globale delle fonti rinnovabili globali, nel corso del 2015 sono state installate due turbine a vento ogni ora per tutto l’anno.

Bamboccioni britannici. Di solito sono gli italiani a passare per bamboccioni sempre legati al cordone ombelicale di mammà. Ma la realtà è sempre un filo più intricata di quanto non possa raccontare un titolo di giornale e dovremmo abituarci a guardare in profondità per capire bene le correnti del presente. Uno stimolo in tal senso ce lo offre un recente studio diffuso dall’Ons, istituto di statistica britannico, che mostra come la quota di giovani adulti, quindi da 20 ai 34 anni, che vive con i genitori in UK ormai sfiori il 25%. In sostanza, uno su quattro sta a casa con i suoi. Poco male, viene da dire, se non fosse che nel 1996 erano uno su cinque. In sostanza in un ventennio i 2,7 milioni di bamboccioni britannici sono diventati 3,3 milioni.

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Cosa è successo nel frattempo?  Notate che il livello del 1996 era all’incirca lo stesso del 2008. L’evoluzione avviene da quel momento in poi e conosce il suo picco dal 2010-11. Curiosamente in quegli anni è cominciata la crescita del mercato immobiliare e tale sviluppo si è associato a un altro: il numero dei giovani proprietari di casa (25-29 anni) è passato dal 55% del 1996 al 30% del 2015, mentre quello di 30-34 è diminuito dal 68% al 46%. Che fine hanno fatto questi giovani? Chi poteva permetterselo è andato in affitto, la quota di giovani in affitto infatti è notevolmente cresciuta dal 2008. Gli altri sono tornati a casa di mammà. Non credo avessero tutta questa nostalgia.