Cronicario: Evviva l’Italia dello Zerodue

Proverbio del 16 maggio Un uomo libero legato a una corda prima o poi la spezza

Numero del giorno: 30.900.000.000 Surplus commerciale EZ a marzo 2017

Perché a un certo punto della vita bisogna decidere se volersi bene, pure se col naso storto e le maniglie dell’amore, oppure se inseguire il profilo apollineo e il girovita di Rambo e rimanerci male ogni volta davanti allo specchio. Ecco, mutatis mutandis, dopo l’ultimo dato rilasciato da Istat sul nostro pil ho deciso ora e per sempre: evviva l’Italia dello Zerodue, sorella di quella dello Zerotré.

Questa crescita mensile, cui corrisponde una crescita annuale dello 0,8% disegna la nostra fisionomia meglio di un Pinturicchio. Siamo in pieno miniaturismo statistico, cura maniacale del dettaglio, ricerca della profondità nell’infinitamente piccolo. siamo i teorici e pratici della slow economy. Uno sporco lavoro, ma qualcuno dovrà farlo.

Quest’opera è di sicuro meritoria del mio affetto, visto che già verrà a mancare quello dei mercati, e spero anche del vostro. Dobbiamo volere bene all’Italia dello Zerodue e farcela pure piacere perché non c’è un’altra e nessun altro le vorrà bene al posto nostro. E quando leggete che intanto il Pil in Germania è cresciuto dello 0,6, ricordate a questi esterofili che siamo gagliardi almeno quando gli Stati Uniti, su base mensile, e quanto la Francia, su base annuale. Non è tutta colpa nostra. Ci disegnano così.

Ora penserete che il Cronicario non è una cosa seria e avete perfettamente ragione. Ma questo non vuol dire che non diamo notizie serie. Ad esempio poco fa è uscito l’Oil market report dell’IEA che seguiamo religiosamente perché le vicende petrolifere hanno su di me effetto lisergico.

Non ditemi che sono strano perché lo so già. Ebbene, il report parla di mercato sostanzialmente bilanciato e fa scopa con quello che ha lasciato trapelare Putin che ipotizza il proseguimento dei tagli decisi con Opec a novembre scorso.

Tutto ciò dovrebbe dare stabilità al mercato dell’energia, e quindi ai prezzi, che dalle contraddanze del petrolio dipendono parecchio. E dai prezzi dipende l’inflazione e la Bce, e i tassi di interesse e la solita solfa che sapete già.

Concludo in bellezza con un paio di dati. Uno che riguarda l’inflazione in UK, che ho mutuato dall’ultimo rapporto della BoE. Come si osserva i prezzi stanno risalendo e ciò in parte è stato determinato dalla svalutazione della sterlina.

L’altra arriva dalla Germania, di recente nelle grazie del Fmi per le sue performance. Oggi l’istituto di statistica ha diffuso i dati sull’occupazione, sottolineando che rispetto a un anno fa gli occupati sono aumentati di 638 mila unità nel primo quarto del 2017 rispetto al primo 2016. Il grosso della crescita è tirato dai servizi.

Capite perché a noi, che amiamo lo Zerodue, i tedeschi ci fanno un filo incazzare.

A domani

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Il Fmi tira la giacchetta alla Germania

Attesa e tutto sommato prevedibile, la dichiarazione finale del Fmi sullo stato di salute della Germania dice quello che tutti vogliono sentirsi dire: l’economia del paese marcia un ritmo invidiabile e quindi ha la possibilità di mettere mano ad alcune situazioni che attendono di essere riformate. La Germania ha “spazio fiscale” ossia risorse pubbliche sufficienti, e quindi deve utilizzarle. In fondo la vulgata del FMI, che ricorda molto anche quella dell’Ocse, è tutta qui.

Nel merito, il Fondo, sempre prodigo di consigli, ricorda pure come si potrebbe utilizzare questo “spazio fiscale”. Innanzitutto per iniziative che rilancio la crescita potenziale, come investimenti in infrastrutture fisiche e digitali, spesa per i bambini, integrazione dei rifugiati e diminuzione della tassazione sul lavoro. Quindi il Fondo suggerisce una riforma delle pensioni che renda attrattivo lavorare di più e quindi aumenti il reddito per gli anziani in modo da far crescere il prodotto e insieme diminuire la necessità di risparmio per la terza età.

Sul versante della produttività, vengono individuati alcuni ambiti di riforma in certi settori industriali e servizi professionali, con particolare riferimento all’economia digitale, mentre sul quello della giustizia sociale, si osserva come mentre la diseguaglianza dei redditi sia rimasta stabile – nonostante lo straordinario risultato dell’economia, viene da dire – il rischio di povertà richiede ancora molta attenzione. Infine, una notazione sul mercato immobiliare, sempre più caldo. Gli sviluppi di questo mercato, sul quale l’occhiuta Bundesbank vigila da tempo vano tenuti sotto osservazione.

Insomma, neanche essere la Germania serve a evitare la storiella delle riforme strutturali. Essere la Germania al massimo dà la libertà di infischiarsene.

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Cronicario: Finalmente aumenta tutto, a cominciare dai debiti

Proverbio del 15 maggio La ragazza bella non è senza difetti

Numero del giorno: 10,7 Aumento % vendite al dettaglio in Cina ad aprile

Allegria: aumenta l’inflazione. Dovremmo essere felici? Ci dicono di sì. E siccome il cronicario globale non dubita, non lo faccio neanch’io anche perché fa caldo e pensare mi provoca allergia.

Perciò mi contento di osservare che l’indice dei prezzi al consumo di aprile è cresciuto su base mensile dello 0,4%, mentre su base annuale, ossia verso aprile 2016, la crescita è stata dell’1,9%. Siamo ai confini della realtà, ossia il target Bce. E non è detto che sia una cosa buona e giusta.

Anche perché, a parte il Mago di Ez che ci trascina con le sue magie monetarie, qui c’è un problema di debito pubblico che cresce pure lui  – a marzo siamo arrivati a 2.260 miliardi, venti in più rispetto a febbraio – e bisogna pure pagarci sopra gli interessi che non saranno sempre bassi come adesso, specie se l’inflazione salirà bla bla bla. La conoscete la solita solfa.

Che ci salva dall’aumento dei tassi? L’inflazione di fondo che rimane bassina, ma comunque aumenta pure lei. Al netto di cibo fresco ed energia si arriva all’1,1%, quattro decimi in più rispetto a marzo. Quella senza beni energetici arriva a 1,3 da 1,2. Tutto aumenta: fateci pace.

C’è pure chi festeggia. L’agenzia per le entrate, ad esempio, festeggia sottovoce l’aumento delle transazioni immobiliari certificato dal suo ultimo bollettino. Di sicuro lo fa per amore patrio, vista la rilevanza dell’economia immobiliare nel nostro paese, ma forse anche perché qualche cosina arriva pure al fisco ogni volta che comprate casa.

Insomma l’Agenzia per motivi di amor patrio o di semplice bottega festeggia l’aumento delle compravendite ipotizzando persino l’avvio di un nuovo ciclo espansivo sull’immobiliare, visto che l’anno scorso ci sono state più di 530 mila vendite di abitazioni, che non solo è quasi il 19% in più rispetto al 2015, ma è anche il terzo anno di fila che le compravendite aumentano, ponendo fine a un ciclo che aveva fatto dimezzare indice delle compravendite rispetto al picco del 2007.

E siccome 245 mila di queste case sono state comprate con un mutuo, oltre ad aumentare le vendite sono anche aumentati i debiti privati, non bastassero quelli pubblici. A parte il fatto che è mi stupisce osservare come gli altri trecentomila che hanno comprato casa avevano i soldi in bocca, tutti questi aumenti mi riconciliano con lo spirito del tempo.

A domani.

 

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La (quasi) riscossa dell’acciaio europeo

La tenue ripresa europea sembra giovi al mercato continentale dell’acciaio, almeno secondo le ultime rilevazioni diffuse di recente da Eurofer, l’associazione dei produttori europei che proprio la settimana scorsa ha indetto L’European steel day, l’edizione 2017 dell’appuntamento che i produttori dedicano a illustrare le sfide che attendono il settore.

Ma è evidente, come sanno i lettori di Crusoe che ricordano l’approfondimento dedicato all’acciaio che abbiamo pubblicato nel numero 13, che non è solo, o almeno non solo, la sostenibilità ambientale il problema di fondo della produzione europea. La questione principale rimane sempre la stessa: la sua sostenibilità economica, in contesto internazionale di grande competizione con i paesi emergenti – Cina in testa – e gli Usa, dove la nuova amministrazione ha fatto capire chiaramente di voler intervenire pesantemente, e soprattutto il grande problema della sovracapacità di produzione, da tempo all’attenzione di Ocse per i rilevanti effetti che provoca sull’economia internazionale.

Il resto dell’articolo è disponibile su Crusoe, una newsletter che si può leggere solo abbonandosi. Tutte le informazioni le trovi qui.

Il nuovo numero di Crusoe: Alla scoperta del mercato dell’acciaio europeo. Arrivano le “Parole famose”

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Questa settimana Crusoe riprende il discorso sul mercato dell’acciaio che avevamo iniziato nel numero 13, focalizzando l’attenzione sul mercato europeo al quale è dedicato l’ultimo rapporto Eurofer pubblicato alcuni giorni fa. I produttori europei si confrontano con una ripresa della domanda, trainata da quella dell’economia, e ci consentono di osservare come i vari settori, dalle costruzioni all’automotive, influenzino il consumo finale, che però impatta notevolmente anche sulle importazioni, che tuttora e malgrado alcuni dazi imposti dall’Ue, provengono in gran parte dalla Cina. Il mercato sta conoscendo una fase di risveglio, ma le complessità sono rimaste, e se ne è parlato anche in occasione del convegno organizzato da Eurofer il 10 di questo mese.

Questa settimana inoltre, presentiamo un nuovo prodotto che di tanto in tanto sostituirà la Chat con gli amici di Crusoe. L’abbiamo chiamato Le ultime parole famose, e consiste nella pubblicazione di stralci di discorsi tenuti nel corso della settimana da personaggi che hanno responsabilità nei processi dell’economia. Ovviamente troverai anche il link col documento completo e in lingua originale, qualora non fosse in italiano. Speriamo che questa novità ti piaccia e che contribuisca alla costruzione del tuo personale portafoglio di fonti alle quali attingere per soddisfare le tue curiosità.

Come lettura della settimana troverai il rapporto sullo Shadow banking pubblicato nei giorni scorso dal FSB, un’entità internazionale di regolatori che vigila sulla stabilità finanziaria globale.

Chiude la nostra newsletter la consueta selezione delle notizie della settimana e poi le nostre notizie invisibili, quelle che trovi solo su Crusoe. Buona lettura.

Ci rivediamo il 19 maggio.

Cronicario: Bistecca texana per gli schizzinosi cinesi

Proverbio del 12 maggio Un anziano che muore è una biblioteca che brucia

Numero del giorno 3.000.000 Multa inflitta a Whatsapp per concorrenza sleale

E così, anziché dargliela a bere, ai cinesi, Mister T. è riuscito nel miracolo di dargliela da mangiare: una bella bisteccona texana con l’osso che fino a ieri non varcava le frontiere perché quei fissati dei cinesi chissà di che si preoccupavano.

Altro che involtino primavera. Finalmente entreranno a pieno titolo nella globalizzazione del colesterolo, ingurgitando carne rossa e trigliceridi opportunamente carichi di tutto ciò che serve, ormoni compresi, per crescere belli, robusti e biondi come gli americani.

Adesso mi toccherà dirlo a quel fenomeno del piano di sopra che di questa cosa della bistecca ne aveva parlato pure in radio facendo ridere mezza Italia. Pensa che risate si starà facendo lui adesso.

Comunque sia l’accordo fra cinesi e Usa sulla bistecca è solo la parte appetitosa di una roba poco saporita ma assai consistente, che riguarda cosette tipo accettare che le agenzie di rating Usa esprimano giudizi sulle imprese cinesi (e quindi ci incassino pure qualcosina), o consentire che le società di carte di credito Usa aprano una dependance a Pechino e Shanghai. Che volete che sia: una sana iniezione di American way of life in un mondo ancora timido. Magari servirà a diminuire quel debituccio commerciale che gli Usa hanno nei confronti dei cinesi.

Di sicuro la vicenda della bistecca non finisce qui. Toccherà rosicchiarsela pure noi europei, ‘sta costoletta prima o poi, visto che Mister T ci ha già purgato niente male e che gli Usa e l’Ue litigano da un ventennio per questa storia della carne. E mica solo per questa. C’è anche questa storia dell’acciaio che bolle in pentola. Proprio oggi l’Ue ha confermato un bel dazio sui tubi cinesi senza saldatura che oscilla dal 29 al 54%, per dire. La storia dell’acciaio, però, se volete ve la leggete su Crusoe, che oggi ve la racconta per bene. Qui dobbiamo occuparci di bazzecole come il primo trimestre del pil tedesco, aumentato dello 0,6%, che sembra poco ma invece è più frizzante di quanto si pensasse. Vedete come s’impenna presuntuosetto?

Lo sapevamo già che l’export a marzo era stato esagerato. Ma è tutta l’economia tedesca che è esagerata se persino il cattivissimo Schaeuble ha dovuto confessare allo Spiegel che “è giusto dire che il surplus tedesco è alto, ma questo non dipende dalla politica”. Siete voi acquirenti di Mercedes, Bmw, elettrodomistici e quant’altro, i colpevoli.

E tuttavia, malgrado questo clima mesto, vi farà piacere sapere – così concludiamo in bellezza – che la fiducia globale sta crescendo.

E se lo dice la Banca d’Inghilterra che aveva previsto disastri a causa della Brexit, la cosa mi rassicura. Talmente che vi saluto.

A lunedì.

 

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Cartolina: La globalizzazione dei boiardi

Osservare come gli stipendi degli executive delle grandi aziende siano cresciuti imitando il ritmo del commercio internazionale alimenterà di sicuro i sospetti di molti – e gli odi no global di moltissimi altri – circa gli esiti più autentici dell’economia dell’ultimo ventennio. Sembra che una classe, quella dei boiardi, pubblici e privati, abbia vinto il primo premio e sia l’unica autenticamente globalizzata. Dovunque, nelle economie che contano, i grandi dirigenti sono diventati milionari, a volte miliardari. Ma soprattutto si sono moltiplicati. Ormai ogni grande capitalista germina mille burocrati d’azienda che il birignao contemporaneo chiama manager. Costoro adducono la complessità come scusante della loro voracità e giurano che restituiscono in profitto la loro retribuzione. Nessuno può dire se ciò sia vero o falso. Sappiamo solo che loro crescono, per numero e stipendio. L’economia assai meno.

 

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Cronicario: Primato italiano nella Slow Economy

Proverbio dell’11 maggio Una piccola falla fa affondare una grande nave

Numero del giorno: 950.000 Aumento produzione petrolio Usa in barili nel 2017

Sono sicuro che avrete letto nel cronicario globale il cervellone di turno dire, commentando le previsioni di primavera della Commissione Ue, che l’economia italiana è quella che cresce più lentamente, che andiamo troppo piano, che così non si può andare avanti e tutto il solito piagnisteo a corredo di questi numeri:

Ora il problema del cronicario globale è che, a differenza del vostro Cronicario qui presente, non ha capito che noi siamo gli ultimi perché siamo i primi: basta cambiare punto di vista.

Esatto: noi siamo in cima alle economie che gareggiano per la Slow economy. Abbiamo pure profeti in patria.

Perciò stiamo rinascendo con saggezza e ci stiamo riuscendo talmente bene che diventeremo strasaggi una volta che saremo tutti disoccupati. Perciò gli altri paesi europei rosicassero quanto gli pare con la loro crescita del 2, del 3 e alcuni persino del 4%. Loro sono dei tristi fautori della fast economy. Sono il passato, noi il futuro.

Purtroppo però il passato ancora incombe. E non soltanto nei cervelli bacati di quegli economisti nati nel XIX secolo che ancora pensano alla crescita, ma anche in certe istituzioni internazionali che addirittura festeggiano il calo della disoccupazione.

O persino nella signora europea per eccellenza, ossia la Bce, che oggi ha finalmente rilasciato il suo bollettino mensile dopo aver lanciato estratti terroristi nei giorni scorsi. E siccome è sadica come poche, ha completato l’opera pubblicando un approfondimento su Target 2, una roba che ha fatto scervellare più persone del cubismo, ben sapendo che tanto non ci capisce un fico secco nessuno (o quasi).

E siccome mi sento slow anch’io, stacco e neanche ve lo spiego.

A domani.

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Il rischio più grande per l’economia tedesca

La settimana scorsa Eurostat ha lanciato la #YouthWeek, una settimana di dati dedicati alla questione della gioventù europea che è cominciata con la diffusione di quelli sul numero degli under 20 nei diversi paesi dell’area. Il grafico che riepiloga la situazione mostra il primato dell’Irlanda, con il 28% di 0-19enni sul totale della popolazione e, fanalino di coda, la Germania con circa il 18%. Noi italiani siamo terz’ultimi, con qualche decimale in più.

Questa rilevazione cela il duplice problema della Germania, che è di ordine sociale ed economico insieme. La prima parte del problema è visibile da quest’altro grafico, prodotto dall’istituto statistico tedesco. Si osserva chiaramente che già nel 2015 le famiglie composte da una persona sola sono 17 milioni e quelle con due persone 14 milioni, mentre quelle con tre o più persone sono in tutto dieci milioni. Le previsioni per il 2035 sono ancora più estreme: le famiglie mononucleari saranno 19 milioni quelle con due persone 15 milioni, quelle con più di tre solo otto milioni. In pratica quasi 50 milioni di persone non parteciperanno in alcun modo alla crescita demografica del paese.

Questa articolazione sociale ha un chiaro effetto economico, fotografato con chiarezza dalla Bundesbank nel suo ultimo bollettino mensile. “L a popolazione tedesca invecchierà negli anni a venire e diminuirà significativamente in futuro e questo avrà un impatto sul mercato del lavoro”. Secondo le proiezioni fatte dalla banca il numero di persone in età lavorativa. segnatamente nella fascia di età fra i 15 e i 74 anni, diminuirà di circa 2,5 milioni entro il 2025, iniziando un trend di caduta dell’offerta di lavoro al quale si accompagnerà un aumento significativo – circa il 7% – della classe dei 55-74enni che arriverà a pesare circa il 40% della popolazione. Ed ecco perché la Germania si avvia a diventare il paese dei single e delle coppie più o meno anziane.

“I trend demografici avranno un impatto su quelli della crescita economica”, sottolina la Buba, i cui economisti vedono la crescita potenziale rallentare considerevolmente negli anni a venire, dal livello dell 1,25% medio del periodo 2011-2016 allo 0,75% previsto fra il 2021 e il 2025. D’altronde meno lavoratori e per giunta più attempati non sono il miglior viatico per la crescita della produttività, a meno che il progresso tecnologico o l’immigrazione non compensi.

Su quest’ultima possibilità, ossia che i flussi migratori regalino un po’ di gioventù alla vecchia Germania, la Buba sembra scettica: “L’immigrazione non è in grado di prevenire la caduta dell’offerta di lavoro”, sottolinea. Da una parte neanche l’aumentata partecipazione delle coorti più anziani servirà a compensare il calo dei lavoratori attivi. Dall’altro l’immigrazione sta già rallentando. Nel 2016 secondo le stime della Buba sono arrivati in Germania 500 mila immigrati e si prevede saranno solo 200 mila nel 2025. Nell’arco di tempo dovrebbero arrivare circa 2,5 milioni di persone, almeno due milioni delle quali in età lavorativa. Ma sono stime “molto incerte”, come nota la Buba e anche nello scenario di immigrazione elevata “il trend demografico non può essere stoppato nel lungo periodo: la caduta dell’offerta di lavoro può al più essere rimandata al 2023”.

Questo scenario, assai più vicino di quanto si pensi, associa al calo di produttività anche un sostanziale mutamento della produzione. Una società di anziani chiede servizi per anziani, quindi cure e assistenza, più che nuovi beni, ossia stimola settori a produttività più bassa. Ed ecco il rischio più autentico dell’economia tedesca: morire di vecchiaia.

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Cronicario: Moody’s gufa le banche, la Bce i disoccupati

Proverbio del 10 maggio Chi si profuma troppo è perché puzza

Numero del giorno: 34.000.000.000.000 Volume globale Shadow Banking

Fa sempre piacere sapere di essere nei pensieri di meravigliosi osservatori internazionali come Moody’s che il mondo ricorda per l’arguzia e soprattutto la tempestività con la quale avvisarono il mondo che il debito subprime variamente impacchettato era meraviglioso,

salvo scoprire a stalle vuote la sua autentica natura.

Tuttavia Moody’s sta ancora fra noi e io mi abbevero alle sue analisi come un pellegrino nel deserto, non tanto perché ci creda, ma perché sono divertenti. E scrutando qua e là ho trovato questa.

Ora non è tanto scoprire che  su 3,9 trilioni di asset ci sono 356 problem loans, un po’ meno del 10%. Quello che non capisco è cosa siano i problem loans: scaduti, sofferenti, abbandonati, tristi?

Sono serissimo, giuro. Specie quando leggo che l’outlook sul governo è negativo come quello sulle banche che, guarda caso hanno in pancia quasi 400 miliardi di debito del governo.

Che in pratica vuol dire che se gufi le banche gufi anche il governo e viceversa. Un raro esempio di efficienza delle agenzie di rating.

Augurando care cose a Moody’s provo a cambiare registro quanto tutto d’un tratto il coro del cronicario globale si scatena attorno alla Bce che ha rilasciato un capitolo del suo bollettino economico dove dice in sostanza che la disoccupazione in Europa potrebbe essere di più di quello che si dice.

Uno dei motivi alla base di questa sorprendente intuizione è che ci potrebbe essere una quota rilevante di lavoratori sottoutilizzati

e poi anche di lavoratori scoraggiati. Sia come sia: anche la Bce gufeggia proprio mentre la disoccupazione cala. Il motivo?

Le riforme, le riforme!!

A domani.

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