Cronicario: Hillary Trump che in italiano si legge tramp

Riapro il cronicario dopo il solito malanno stagionale e che ci ritrovo? Trump e l’alter ego Hillary, il suo lato femminile, politically correct. Insieme fanno il sicuro vincitore di queste elezioni: Hillary Trump (qui di profilo da una foto dell’Economist).

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Mi ricordo che finalmente domani si vota negli Usa e così terminiamo di interessarci di una cosa sulla quale abbiamo influenza zero oltre al diritto di cianciare da lontano, come facevano una volta le servette coi vestiti della signora. Oggi ho visto persino un giornale dei nostri, di quelli scritti per farci sentire cool, che ha proposto un sondaggio per vedere come avrebbero votato gli italiani, col che superando qualunque soglia del ridicolo. In fondo li capisco, questi poveri giornalisti italiani. Che serve questo mestiere se manco puoi parlare delle elezioni americane? Hai visto mai una tua articolessa sposta un voto. Ma non negli Usa. In Italia.

Noto però una certa carenza di informazioni nelle pur nutritissime cronache che hanno accompagnato la noiosissima vicenda. Tutti hanno fatto i funamboli per illustrare i numeri e le misure di Hillary Trump. Ma a quanto ne so, nessuno ha pensato di usare il vocabolario per saperne di più. Sicché essendo giornalista anch’io – nessuno è perfetto – decido di servirmi di questo strumento per riferirvi una cronaca verissima sulla campagna elettorale e il suo esito prevedibile.

Ricordiamoci i proverbi. Nome omen. Ora molti di voi lo sapranno già, ma la gran parte no, perché i nostri giornalisti international si son guardati bene dal dircelo, ma Trump, in inglese, oltre ad essere il nome dell’alter ego di Hillary è sia un verbo che un sostantivo. Che purtroppo ha la fastidiosa caratteristica di avere anche significati opposti. Si usa per indicare una carta da briscola, oppure un jolly, alludendo alla possibilità di un trionfo, di una mossa risolutiva, che può anche essere considerata come l’ultima risorsa per vincere una partita.

Nell’uso colloquiale trump è persino un modo di caratterizzare una brava persona o un tipo in gamba, mentre nello slang degli sboccati indica un peto o l’attività dello scoreggiare. Sono certo che adesso abbiate più chiaro cosa stia succedendo negli Usa. Hillary Trump può essere il jolly della politica Usa, o la sua definitiva bolla d’aria puzzolente.

Intanto sentite che spara Bloomberg: una vittoria di Trump, Donald non Hillary, può affondare il dollaro:

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Inutile chiedersi perché.

Più interessante chiedersi com’è che noi italiani, esperti traduttori dei comportamenti altrui, abbiamo ignorato l’autentico significato di Trump. Il problema, mi sono detto, deve essere dipeso dalla pronuncia. Perché si scrive Trump ma si legge tramp, che – non ci crederete – ma significa un’altra cosa. Anzi diverse che sono insieme sostantivi e verbi. Il sostantivo indica un poveraccio, un vagabondo, un barbone, che non ha i soldi per far nulla ed è pure disoccupato, che va a zonzo chiedendo soldi a quelli che incontra. Il verbo poi significa fra le altre cose fare lunghe passeggiate con passo pesante. Andare di qua e di là. Temo che tramp piaccia assai meno di Trump, che pure non piace affatto. Chiaro che non se ne parli.

E a proposito di tramp, leggo sulla Reuters che il governo italiano dirà no all’inserimento dei fiscal compact nei trattati europei, che immagino sia la via italiana alla Brexit, che insieme a Trump the trump(et), impegna orde di commentatori. Nel frattempo, alla faccia di Trump, del governo anti fiscal compact e dei commentatori, la sterlina low cost si gode il suo cambio ideale.

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Sarebbe saggio occuparsi di cose reali, mi dico perciò già stufo a metà pomeriggio. E mi incoraggia questo grafico preso da McKinsey.

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In pratica noi italiani spuntiamo l’ennesimo primato già ad inizio settimana. Abbiamo il più basso livello di contributo del digitale al pil dei paesi censiti. Che significa? Significa che da noi i soldi e la crescita arrivano assai poco dalla rete. Siamo vagamente premoderni, quindi quelli come me che vogliono campare scrivendo su internet sono fuori di testa. Dovrei emigrare in UK.

Di fronte a questa situazione mi dovrei sorbire le audizioni dei mandarini di Bankitalia e della Corte dei conti sulla legge di bilancio italiana? Fossi matto. Emigro, ma sul serio.

Purtroppo solo on line, ma meglio di niente. Schivata Hillary Trump, mi rimane solo la Cina, gioia e dolore del XXI secolo, dove scovo una di quelle notizie che bisogna proprio cercarle. La Cina ha fatto una legge sull’industria cinematografica. Non ci crederete, ma il punto qualificante è che la norma prevede punizioni esemplari per chi falsifica i dati del botteghino.

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Si possono pure inventare i film. Ma mica delle storie sugli affari.

Leggendo la nota ho scoperto che la Cina è il secondo produttore cinematografico al mondo dopo gli Usa, ovviamente, ben saldi in prima posizione. Avere numeri corretti su vendite e botteghino serve ad avere un mercato sano e in crescita, ha spiegato uno dei burosauri dello Shanghai film group. La Cina si prepara all’ennesima sfida agli Usa, a quanto pare, e ha un asso nella manica. Anzi: un trump.

A domani.

Si prepara la Grande Rotazione dalla politica monetaria a quella fiscale

La fine dell’anno porterà con sé un rialzo dei tassi Usa, ormai tutti se lo aspettano e i mercati, che infatti si sbriciolano, per primi. Questa circostanza segnerà un deciso orientarsi delle aspettative circa la politica monetaria statunitense verso la sua normalizzazione. Tale circostanza, aggiungendosi alla conclusione della vicenda elettorale Usa, finirà col dare il via al movimento che segnerà lo sviluppo dell’economia internazionale a cominciare dal prossimo anno: la Grande Rotazione dalla politica monetaria a quella fiscale. L’età dello stimolo monetario volge al termine, adesso toccherà ai governi direttamente aprire i cordoni della borsa. Questo non vuol dire che la moneta facile sparirà. Tutt’altro. I tassi bassi sono un strumento essenziale per il secondo capitolo del lungo libro che l’economia internazionale sta scrivendo nel tentativo di rilanciarsi: il capitolo degli stimoli fiscali.

Ormai non si contano più gli appelli a fare spesa pubblica per investimenti produttivi. L’Ocse, il Fmi, l’Ue: praticamente tutti gli organismi internazionali, in questi mesi, hanno esortato i paesi con spazio fiscale, Germania in testa, a usarlo per investire sulle infrastrutture. A seguire, praticamente tutti i governi, direttamente o per il tramite di veicoli speciali, si sono fatti promotori di piani per roboanti investimenti pubblici o stimoli fiscali.

L’ultimo in ordine di apparizione è stato il governo canadese. Il primo ministro ha presentato un piano da 120 miliardi di dollari canadesi in dieci anni fra tagli fiscali e investimenti infrastrutturali. Una scommessa, ha scritto il WSJ, che sottolinea anche il limite raggiunto dagli stimoli monetari. La Banca centrale ha tagliato i tassi fino allo 0,5% due volte nel 2015, ma ha fatto capire di non poter fare di più. Sicché arrivano i nostri, ossia il governo (come se la banca centrale viva sulla luna).

Lo spazio fiscale il Canada ce l’ha. Il debito Pil è inferiore al 100%, il 94% riporta il WSJ, e la spesa del governo sul Pil supera di poco il 40%, poco sopra il Giappone, che però ha un debito Pil superiore al 230%, e inferiore alla Germania, dove la spesa pubblica sul Pil rimane intorno al 43% e il debito pubblico sul pil all’80%. Come dire: se il Canada può fare un piano del genere, figuratevi se non potrebbe farlo la Germania, su cui infatti, come abbiamo già osservato, si concentrano le attenzioni di tutto il mondo che conta. Per finanziare il suo piano, il primo ministro canadese farà ricorso senza imbarazzi al deficit di bilancio che dovrebbe raggiungere l’1,5% del Pil. Sicché, conclude il WSJ, gli occhi del mondo si sono puntati sull’esperimento canadese. Come se veramente una soluzione economica si possa esportare da un paese all’altro.

Ma tant’è. Ormai da un secolo viviamo nel mito dell’economia manovrata, ora dal governo, ora dalla banca centrale, il più delle volte insieme, e quindi l’esperimento canadese servirà solo a dar fiato ai tanti che oggi auspicano una decisa scelta per i governi verso il deficit spending.

Non a caso, agli appelli reiterati dell’Ocse e del Fmi sono seguite le promesse elettorali dei candidati alle elezioni statunitensi, i pensierini dell’UK che deve pur far qualcosa per assorbire i contraccolpi di Brexit, e soprattutto il Grande Stimolatore fiscale, ossia il Giappone, che da circa un ventennio fa stimoli monetari e fiscali, ottenendone soltanto il prosieguo della deflazione e l’aumento dei debiti. E tuttavia di recente ha ribadito che avrebbe investito 74 miliardi di dollari in stimoli fiscali. Quanto all’Europa, rimane in piedi il mitico piano Juncker da 300 miliardi, di cui poco si sa e ancor meno si è visto.

Ma in fondo conta poco. Ciò che importa è capire come si svolgerà la prossima narrazione del governo collettivo, chiamiamolo così, che si nutre di mode culturali – oggi si parla di stimoli fiscali per investimenti produttivi – alimentate dalla disperazione per il fallito raggiungimento degli obiettivi. I governi, tutti, hanno sempre fatto credere di poter far crescere l’economia indefinitamente. Adesso devono dimostrarlo. A spese nostre, ovviamente.

Ecco chi sono i creditori esteri del governo italiano

Sempre perché è buona prassi sapere come si evolvono i nostri creditori mi sono letto volentieri un approfondimento di Bankitalia (“Foreign holders of Italian government debt securities: new evidence“) che analizza chi siano i detentori esteri del nostro debito pubblico. Lo studio è aggiornato alla fine del 2015, quindi non è freschissimo, ma ha il vantaggio di incrociare il database Securities Holdings Statistics (SHS) dell’Eurosistema con il Coordinated Portfolio Investment Survey (CPIS) del Fmi e così offrire una foto abbastanza a fuoco della situazione. Utile per varie ragioni: serve a capire quale sia l’appetito degli investitori esteri verso il rischio sovrano, specie in un momento in cui viene seriamente questionato e al tempo stesso confortato dalle braccia generose delle banche centrali, che ormai sono diventate importanti investitori nel debito del governo. E poi serve a chi monitora la stabilità finanziaria, visto che le tensioni sul mercato dei titoli di stato, che noi italiani abbiamo sperimentato non più tardi di cinque anni fa, dipendono sostanzialmente da chi siano i proprietari dei titoli.

I risultati della ricognizione sono essenzialmente due. Il primo è che gli investitori dell’euro area (vedi tabella) detengono più del 60% dei titoli pubblici italiani acquistati all’estero. Il settore più rappresentativo di questi creditori dell’eurozona è quello classificato come “altri intermediari finanziari”, per lo più fondi non monetari, che ha in pancia circa il 23% di questi titoli, seguiti dalle banche (13,9%) e dall’industri assicurativa e poi dai fondi pensione (11,5%). Il secondo risultato è che la domanda estera per i bond italiani è stata guidata nel 2014 dai paesi dell’eurozona, mentre nel 2015 dagli investitori fuori dall’area della moneta unica.

Sempre osservando la tabella è interessante notare come gli altri settori, nei quali la classificazione incluse le imprese non finanziarie, le famiglie, l’Eurosistema con l’esclusione della Banca d’Italia, ha visto ridurre la sua esposizione verso i bond pubblici italiani probabilmente a causa dell’avvio del QE che ha finito col trasformare gli acquisti di bond di questi privati in acquisti pubblici.

I paesi esteri che investono di più in bond italiani sono il Lussemburgo e la Francia, seguiti dalla Germania e dalla Spagna. Fuori dall’Ez ci sono gli Usa, l’Uk, la Cina e il Giappone. Bankitalia sottolinea che l’alto livello di esposizione che si registra in Lussemburgo e in altri paesi dove esiste una robusta industria di fondi è dovuta con tutta probabilità a fenomeni di “round tripping”: gli investitori italiani comprano quote di fondi lussemburghesi che in cambio investono in asset italiani, inclusi i bond del governo. Bankitalia quota questo round tripping fra il 10 e il 16% dei titoli italiani detenuti all’estero, a seconda del metodo di calcolo.

Infine un paio di numeri. La crisi di fiducia del 2011 è stata sostanzialmente superata fra il 2014 e il 2015, quando sono arrivati dagli investitori esteri 58,8 miliardi e poi 21,1 secondo i dati della bilancia dei pagamenti, che sono simili a quelli ricavati dal database del CPSI del Fmi. Due terzi della cifra arrivata nel 2014, secondo le stime di Bankitalia, sarebbero arrivati dall’EZ, e la metà di questi due terzi, circa 20 miliardi, da altri intermediari finanziari. Nel 2015, al contrario, l’EZ ha disinvestito dall’Italia. I disinvestimenti netti sono ammontati a 6,3 miliardi, con le banche europee a vendere in prima fila, “possibilmente in relazione alla discussione sui cambiamenti nei regolamenti per il trattamento dei titoli sovrani”.

Il grosso dei prestiti sono arrivati da fuori l’EZ. Curiosamente gli acquisti di debito italiani sono arrivati nello stesso anno che gli investitori extra EZ hanno venduto titoli sovrani dei paesi dell’eurozona. Forse in qualche modo il QE ha rafforzato la fiducia nell’Italia, o semplicemente il rendimento valeva la candela.

L’ultima informazione utile da ricordare riguarda la consistenza è la scadenza media del nostro debito pubblici estero. Tutte le informazioni le trovate in questo grafico. Qui basta ricordare che a fine 2015 la montagna dei debiti pubblici italiani quotava circa 700 miliardi. A buon intenditor…

 

Zitto zitto il QE diventa maggiorenne

Molti saranno sorpresi nello scoprire che il prossimo febbraio il QE compirà diciott’anni superando la soglia della maggiore età. Il quantitative easing, insomma, è cresciuto insieme a noi e probabilmente continuerà a farlo.

L’occasione per celebrare questa ricorrenza me l’ha fornita un interessante paper della BoE, che ha il pregio di raccontare tutta la storia di questa pratica a far data da febbraio del 1999 quando per la prima volta una banca centrale – e segnatamente la BoJ – discusse pubblicamente della necessità di “implementare un allentamento quantitativo prendendo di mira la base monetaria”. E in effetti due anni dopo il Giappone iniziò a comprare bond pubblici tramite la creazione di riserve di banca centrale. Il QE, appunto. Sapevamo già che il Giappone è sempre stato all’avanguardia in queste pratiche. Peccato che non gli abbiano portato questa gran fortuna.

In ogni caso, trascorsa l’età dell’infanzia, il QE divenne improvvisamente celebre nel 2008 e soprattutto l’anno successivo, quando Usa e Uk diedero il via al loro programma di massiccia acquisizione di titoli, fino a quando, nel 2015, anche la Bce non si unì al coro dei QEntusiasti al fine di abbassare i tassi e dare ossigeno finanziario ai tanti debitori a corto di risorse, a cominciare dagli stati.

Il resto è cronaca che non necessita di essere ricordata. Più interessante osservare, grazie a questo grafico, quanta popolarità abbia finito col conquistare il QE nelle narrazioni della stampa. La curva si riferisce alla sola Bloomberg, ma per analogia si può estendere a tutta la stampa più o meno specializzata. Notate che il picco di discussioni si raggiunge in corrispondeza dell’annuncio del QE della Bce nel 2015. Da quel momento in poi l’attenzione va scemando, e forse non a caso. Ormai la vulgata ha assimilato la convizione che il QE andrà a scemare mentre il grande protagonista diventa la politica fiscale: i famosi investimenti produttivi.

Sicché, adesso che il Qe si avvia alla maggiore età, gli osservatori iniziano a guardarvi come a un interessante evoluzione della storia, spendendo tempo e risorse per valutarne le conseguenze. Quanto a quest’ultime, mentre ancora si discute di quanto e in che modo abbiano effetti distribuitivi e di come impattino sui mercati finanziari, il primo effetto visibile lo si può scorgere osservando questo grafico. Insomma, si potrà discutere a lungo sulle conseguenze più o meno intenzionali del Qe, ma alla fine dei conti si rimane sempre nel campo delle opinioni più o meno fondate da costruzioni consenzienti di dati. I fatti evidenti sono quelli che vedete: il QE ha fatto crescere enormemente il peso specifico delle banche centrali nell’economia per il tramite dei propri bilanci. Il caso della banca centrale giapponese, ossia l’iniziatrice, avviata ad avere un bilancio superiore al 100% del Pil e (chi volesse capire cosa significa può leggere questa serie) a detenere il 50% del debito del governo è troppo eloquente per aver bisogno di essere ulteriormente commentato. E poi è anche inutile.

Ormai, zitta zitta, la creatura è diventata maggiorenne.

 

Il boom dello shadow banking cinese

Il diavolo (economico) si annida sempre nel dettaglio (contabile)

Questa storia vale la pena raccontarla perché illustra magnificamente come funzioni il nostro sistema economico e quali siano le fondamenta sulle quali si regge. Serve a comprendere come la tanto abusata retorica dei dati, che sarebbero oggettivi, serva a celare la sostanza soggettiva che sta dietro la loro costruzione, e perciò dovrebbe renderci un filo più diffidenti verso gli apostoli del numero economico: costoro, nella migliore delle ipotesi, mentono non sapendo di mentire. Il dato economico, a differenza di un semplice numero, è tutt’altro che oggettivo. Ciò che è oggettivo è il significato che gli si dà, fondandolo su premesse metodologiche condivise. Il dato, quindi, sta molto prima della teoria economica,per la semplice ragione che senza dati non è possibile costruire alcun modello teorico. L’economia,insomma, è roba da ragionieri, sia detto col massimo rispetto, essendo gli economisti null’altro che filosofi politici che usano i dati – sedicenti oggettivi – per trarne rappresentazioni della realtà. Il problema, come ogni bravo contabile sa, è che il dato stesso è una rappresentazione della realtà.

Questo discorso, che a molti parrà astruso, diventa immediatamente comprensibile se si pensa a cosa sia un bilancio d’esercizio. Ossia null’altro che la rappresentazione di una serie di poste la gran parte delle quali valutate secondo principi contabili che devono avere una qualche forma di internazionalità affinché due aziende di due paesi diversi siano confrontabili. Vale insomma per la contabilità privata quello che abbiamo già visto valere per la contabilità nazionale. E per il dato di bilancio di un’impresa quello che abbiamo visto per le statistiche pubbliche.

Veniamo alla nostra storia. Qualche tempo fa mi è stato segnalato un articolo che nota come i giganti di Internet, Amazon, Facebook e Google siano sempre più propensi ad ammettere che le stock compensation, ossia i pagamenti in azioni, siano un normale costo per l’azienda. Detta così sembra evidente: un’azienda paga a un suo dipendente un premio in azioni, magari con il classico meccanismo delle stock option, e questa cosa finisce col rappresentare per lei un costo. Ma la realtà della contabilità non è mai semplice. Il diavolo, com’è noto, si annida nel dettaglio.

L’articolo completo è stato pubblicato su Wolf stamattina ed è disponibile solo per gli abbonati. Se vuoi abbonarti è sufficiente usare questo link:
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Ancora una settimana per il crowdfunding di Crusoe. Siate generosi

Cari lettori, il crowdfunding per Crusoe è quasi terminato. Qui trovate il link per contribuire. Bastano pochi minuti e pochi euro per darci una mano. Che non vuol dire soltanto regalarci un obolo, ma sostenerci con la vostra fiducia, che è assai più preziosa. Finora abbiamo ricevuto 47 sottoscrizioni che coprono oltre il 25% della somma richiesta. Poteva andar meglio, ma poteva andar peggio. Personalmente sono contento di avere 47 proprietari che con il loro contributo sosterranno il nostro progetto editoriale. I proprietari, come le buone idee, più sono e meglio è: averne tanti significa non averne nessuno, e quindi servire meglio tutti. Questo è il motivo per il quale ci siamo rivolti a ognuno di voi.

C’è ancora tempo, dicevo: una settimana. L’ultima cosa che posso chiedere a chi ha avuto finora la gentilezza di sostenerci, e di provare a convincere un/a amico/a, un/a parente o chi meglio gli aggrada a usare questi pochi giorni che rimangono per iscriversi e contribuire. Da parte nostra faremo di tutto per non fargli fare brutta figura. Se ognuno di voi convincesse una persona, potremmo raddoppiare gli iscritti in pochissimo tempo e così facendo, lavorando nel tempo con diligenza, realizzare l’obiettivo che ci siamo proposti quando abbiamo iniziato a ragionare su questo esperimento: lavorare per chi paga il giornale e per nessun altro. Non abbiamo grandi pretese. Non siamo giornalisti da jet set. Però dobbiamo avere tempo per dedicarci alla ricerca, allo studio e alla scrittura. E il vostro denaro serve a comprare questo tempo. Mi sembra giusto ricordarvelo, e insieme sottolineare l’importanza sociale di questo esperimento economico.

Nelle prossime settimane arriveranno altre novità che coinvolgeranno il blog, che non sarà più in modalità gratuita. Vi informerò appena il progetto prenderà forma.

Grazie per essere stati qui finora.

 

 

Cronicario: L’Ue risparmia, gli Usa spendono e il Giappone? Dipende

La coda degli analisti battuti nelle loro previsioni si allunga fino a venerdì, per molti vigilia d’un ponte lungo che perciò s’inaugura con le migliori intenzioni. Va tutto bene, perbacco, che mi voglio rilassare. Comincia Ubs, che già dalla mattina fa strillare al Financial Times che il terzo quarto 2016 vede profitti ben superiori alle attese degli analisti, salvo scoprire poi leggendo il pezzo (ma c’è qualcuno che li leggerà, mi chiedo) che i profitti netti sono stati 827 milioni di franchi svizzeri a fronte dei 2,1 miliardi del terzo trimestre 2015. Ciò con un profitto pre tasse di 1,3 mld rispetto ai 979 milioni del 2015, quando gli analisti se ne aspettavano 1,1 miliardi. Ed ecco spiegato l’inghippo: l’anno scorso c’era stato un beneficio fiscale da 1,3 miliardi. Più che gli analisti, è stato battuto il fisco.

Ma il pezzo grosso arriva nel primo pomeriggio, il mammo di tutti i nostri spauracchi: il pil degli Usa. Ma siccome deve andar tutto bene per evidente volontà benigna degli dei del ponte lungo, ecco il dato: +2,9% su base annuale, quando i soliti (sfigati) analisti al massimo aspettavano un 2,6. Basta questo e partono i tappi di champagne.

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Se proprio volete fare i saputelli con gli amici al bar, ecco la release dell’ufficio statistico Usa. Il succo è presto detto. Gli Usa hanno speso di più per certe cose e meno per altre. Ma alla fine dei conti hanno speso ed esportato più del solito e per questo che sono cresciuti. I contributi positivi sono arrivati dalle spese per consumi personali (PCE), pure se sono diminuite rispetto al passato trimestre, dall’export, dagli investimenti in scorte, dagli investimenti fissi non residenziali e dalla spesa del governo federale. Al contrario i governi locali e statali hanno contratto la spesa, gravando quindi sulla crescita come anche gli investimenti residenziali. Rimarchevole anche l’aumento delle importazioni, che hanno sottratto 0,34 punti alla crescita a fronte degli 0,03 del secondo trimestre. Ce ne sarebbe da dire sui numeri Usa, ma chi vuole ascoltare? Per il bar dell’economia va bene il +2,9% e poi fra poco apre il ponte…

Sicché cambio argomento profittando di una notizia che racconta di un altro mondo: il nostro. Il nostro di noi europei, intendo, che viviamo nell’eurozona provincia dell’Italia (o è il contrario?). Boh. Comunque, la Bce ha rilasciato la sua release ottobrina sui saldi settoriali dell’eurozona, una roba tecnica che i nerd economici sanno cos’è mentre a noi orecchianti basta sapere che serve a misurare debiti e risparmi dei settori istituzionali, ossia del pubblico e del privato. Chi volesse saperne di più può fare mente locale qui.

La notizia del giorno che ci riguarda è che L’EZ,che poi è quella che soffre di deflazione e bassa crescita, aumenta il suo risparmio e di conseguenza aumenta la quota di denari che viene prestata al resto del mondo. Ossia l’istogramma rosso.

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Siamo diretti verso i 400 miliardi di euro a fronte di risparmi intorno ai 600. In pratica gli investimenti di imprese e famiglie assorbono un terzo del risparmio europeo, e il resto emigra. In pratica stiamo campando il resto del mondo con i nostri trasferimenti con l’elastico, ossia prestiti a interesse, come se fossimo cittadini del mondo immigrati nell’eurozona. In più siamo sempre meno indebitati, ma non vuol dire che lo siamo poco: le aziende stanno oltre il 130% del pil, le famiglie a poco meno del 60%. Risparmiamo tanto, il 12,5% del reddito lordo in media, perché spediamo poco, ma non investiamo granché in casa nostra. Siamo in piena sindrome giapponese.

A proposito, come va laggiù?

Maluccio secondo questo grafico che trovo qui.

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Un simpaticone no? Ma sarà anche serio? Ma ecco che d’improvviso si fa vivo anche l’augusto FT. E’ vero allora: l’inflazione core, ossia al netto di energia e cibo fresco, è scesa al livello più basso degli ultimi tre anni. Ancora una volta gli analisti sono stati battuti. Anzi, l’analista, ossia il governatore delle BoJ (nella foto) che non più di poche settimane fa aveva giurato che l’inflazione sarebbe risalita.

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Roba da ridere appunto.

Mi rassereno con quest’articolo che trovo sul sito del World economic forum, secondo il quale l’economia giapponese potrebbe stare assai meglio di come appare, dipende dal sistema di calcolo. L’economista dice che tutto va bene in Giappone, c’è addirittura un boom della costruzioni, eppure secondo i dati ufficiali la crescita giapponese ha perso un punto nell’anno fiscale 2014, ma se si cambia il sistema di calcolo il risultato potrebbe essere completamente diverso: addirittura tre punti di pil in più. Voilà:

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Ed ecco la soluzione ai problemi: rifacciamo la statistica. Eliminiamo la disoccupazione iscrivendo d’ufficio tutti come lavoratori autonomi e diamo una spinta al Pil cambiando le regole di computo. Tanto quelle dei grandi numeri sono e rimangono bugie. L’importante è crederci.

Rapito dalla nouvelle vague del venerdì pomeriggio e ormai incantato dalle sirene che vedo sguazzare vicino al ponte lungo, mi rimane spazio solo per ancora un paio di notizie che mi sembrano una degna chiusura di settimana. La prima arriva dall’istituto di statistica tedesco, che si aspetta un aumento dell’inflazione all0 0,8% ad ottobre, per la gioia della Buba e la disperazione dei possessori di bund comprati a tassi negativi. Anche qui basterebbe pure il numeretto per le chiacchiere da bar, ma i più coscienziosi potrebbero notare che si è ridotta significativamente la componente deflazionaria dell’energia, più che dimezzatasi nell’ultimo mese. E questo fa capire come la pax petrolifera, se veramente verrà siglata il prossimo novembre, cambierà le nostre vite.

La seconda notizia non c’entra con l’inflazione tedesca e il petrolio o forse sì, visto che viviamo nell’epoca dei battiti d’ali delle farfalle che causano tifoni dove capita. Riguarda bitcoin, che tutti conoscete pure per sentito dire.

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Bloomberg si è divertita a notare che questa settimana sia stata la migliore da un bel pezzo per la moneta virtuale e che il suo apprezzamento ha corrisposto a un sostanziale arretramento dello yuan. Immaginare un collegamento fra le due cose è alquanto fantasioso, ma uno che scrive a fare di economia se non racconta storie del genere? Addirittura l’articolo ipotizza che i cinesi stanno comprando bitcoin per difendersi dalla svalutazione dello yuan. Ora vabbé che i cinesi comprano di tutto però..Comunque sia il grafico è ben fatto è può essere utile.

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A dirla tutta, s’io fossi cinese, mi preoccuperebbe di più questo:

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E non tanto perché il trend demografico è scoraggiante: succede a più di mezzo mondo. Ma perché se n’è occupata la Fed di farcelo sapere. Vai a capire che si mettono in testa questi americani, che sono fra i pochi ad avere un saldo demografico positivo. Cari cinesi, invece che ai bitcoin, pensate ai cinesini.

Anche noi però: pensiamo agli europeini.

Buon ponte. Ci rivediamo mercoledì.

La guerra (persa) dell’Europa contro la povertà

Sembra una buona notizia, ma a ben vedere non lo è: Eurostat ha rilasciato le sue ultime rilevazioni sulla quota di europei a rischio di povertà ed esclusione sociale, sottolineando la circostanza che finalmente siamo tornati al livello pre crisi. Sembra una buona notizia ma non lo è per la semplice circostanza che questo livello quota oggi – e quotava allora  – il 23,7% della popolazione, dopo aver raggiunto quasi il 25% fra il 2009 e il 2012.

“la riduzione del numero delle persone a rischio povertà o esclusione sociale è uno degli obiettivi chiave della strategia Europa 2020”, ricorda Eurostat. Ma i risultati per il momento non sono incoraggiati. La curva praticamente piatta che fotografa questa situazione ne è la rappresentazione migliore. L’Europa, malgrado sia una terra ricca, e esporti grandi quantità di ricchezza, non riesce nel suo insieme a offrire una speranza di miglioramento nelle condizioni di vita dei suoi abitanti.

Se dal dato aggregato si va nelle singole economie, il presunto miglioramento finisce col trasformarsi in sostanziale peggioramento per molti paesi, fra i quali il nostro. L’Italia infatti è passata dal 25,5% della popolazione a rischio al 28,6, e ancora peggio è andata ai paesi all’epicentro della crisi, come la Grecia, dal 28,1 al 35,7%, la Spagna, dal 23,8 al 28,6%, a Cipro, dal 23,3 al 28,9 e al Portogallo, dal 26 al 26,6%. Vi parrà strano, ma la situazione è persino peggiorata nel Lussemburgo, dal 15,5 al 18,5%, che però rimane abbondantemente sotto la media. La Germania ha visto un lievissimo miglioramento, dal 20,1 al 20%, mentre sono peggiorati anche Belgio e Olanda, dal 20,8 al 21,1% e dal 14,9 al 16,8%.

I miglioramenti registrati si sono concentrati in un piccolo gruppo di paesi. La Francia, che ha visto la percentuale scendere dal 18,5 al 17,7%, l’Austria, dal 20,6 al 18,3%, la Finlandia, dal 17,4 al 16,8%,. Il risultato migliore si è visto in Polonia, dove si è ridotta dal 30,5 al 23,4, in Romania, dal 44,2 al 37,3, in Lettonia, dal 34,2 al 30,9 e in Bulgaria, dal 44,8 al 41,3%.

Tre di questi paesi sono fuori dall’euro, ma forse è solo un caso.

 

 

Cronicario: Batti l’analista e scappa con la Borsa

Lo sport del giorno è battere gli analisti, ossia lorsignori che prevedono sapendo che sbaglieranno, ma comunque vendendole care le loro previsioni, cosicché si possa batterle con maggiore soddisfazione. Una perfetta situazione win win. Comincia il Regno Unito, oggi sotto esame già all’alba per l’atteso dato trimestrale sul pil. Attesa febbrile dopo il referendum di giugno. Bloomberg pubblica questa previsione:

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La Brexit sapete: e perciò un rallentamento fino allo 0,3% dallo 0,7 del II quarto. Come se la Brexit si fosse davvero consumata, cosa che non è. Di fatto, a parte riempire milioni di pagine di parole, non è successo niente. Però si sa: viviamo d’emozioni, tanto più intense quanto effimere. E perciò quando dopo esce il dato ufficiale, che colloca il terzo trimestre a +0,5 è tutto un fiorire di commenti sull’Uk che batte gli analisti. Reuters ci regala anche questa bella tabella che illustra le componenti del prodotto:

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La striscia blu, che poi è quella che tiene in piedi il Pil, è quella dei servizi alle imprese, male costruzioni e manifatture. L’UK dovrebbe preoccuparsi del futuro delle sue banche assai più che delle sue fabbriche di manufatti. Ma intanto quest’anno l’UK non se la vedrà così brutta. Poi, certo, c’è sempre chi gufa. 

La seconda battuta agli analisti arriva da Deutsche Bank, che oggi doveva pubblicare la sua trimestrale. Tutti la davano per morta, e invece DB ha ha tirato fuori un utile inatteso che al netto di tasse e compagnia pesa 278 milioni. Ovviamente qualcuno ha questionato.

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La terza battuta agli analisti arriva da Twitter.

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Ma mica si contenta di battere gli analisti. E’ andata talmente bene, la trimestrale, che Twitter deve pure (ab)battere un po’ di dipendenti, il 9% appena. E per fortuna i ricavi sono aumentati dell’8% e quelli da pubblicità del 6%. Ma allora perché la compagnia sottolinea che deve ridurre i costi? Vi do un’indizio. Il CFO ha rilasciato la seguente dichiarazione: “Abbiamo fissato come obbiettivo della compagnia quello di arrivare alla profittabilità GAAP nel 2017”. Che vuol dire? Un giorno o l’altro ve lo racconto. Intanto vi basti di sapere che questa cosa ha a che vedere con le regole contabili Usa e il trattamento delle stock compensation. Una storia lunga, mica da cronicario.

Anche perché è assai più interessante notare la quarta battuta degli analisti, stavolta al ribasso riepilogata in questo grafico che ha il vantaggio di non necessitare di spiegazioni.

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In questo mondo che va al contrario di come si aspettano gli esperti bisogna pure cercare delle certezze. Sicché mi lancio sul classico approfittando dell’ultima edizione del Doing Business elaborato dalla Banca mondiale per vedere quale paese è più amichevole verso l’intraprendere. Scopro così che la Nuova Zelanda ha superato Singapore al primo posto della classifica. In compenso noi italiani siamo sempre bassi e in peggioramento. Esattamente dove mi aspettavo. Per fortuna i più illuminati fra noi hanno già pronta la soluzione. “Le infrastrutture sono un moltiplicatore della crescita: un euro investito in infrastrutture genera 2,45 euro di pil”, twitta sicuro il club Ambrosetti. Mi colpisce soprattutto la precisione: 2,45. Né 2,46, ne 2,44. Queste si che sono previsioni imbattibili. Ci crederei pure se qualcuno mi spiegasse con parole sue da dove arriva quell’euro che si moltiplica per miracolo.

Inutile pensarci su. Mi appassiona molto più questo, che non è una previsione ma un dato.

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Lo shadow banking cinese è cresciuto del 19% nel 2016 e ora pesa 58 trilioni di yuan, l’80% del Pil cinese. Mi direte che sono fissato con la Cina, lo so. Ma non è colpa mia: è colpa dei numeri che muove. Roba che spaventerebbe chiunque. Così come dovrebbero spaventarci questi altri numeri, che ha diffuso l’Ocse

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In pratica la stragrande maggioranza dei paesi nell’elenco ha un fertility rate inferiore al replacement rate, ossia il tasso di sostituzione, che vale 2,1. Nella tabella OCSE solo otto paesi rispettano questo indicatore. Gli altri sono in costante debito demografico. L’Italia è quart’ultima. Interessante osservare come nel 1970 una donna in età fertile avesse in media 2,7 figli. Nel 2014 1,7. E le previsioni sono talmente brutte che ve le risparmio. Perciò per concludere scelgo una notizia di colore.

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Quelli che vedete sono i risultati dell’ultima trimestrale del CME group, ossia uno dei colossi borsistici della nostra strampalata economia globale. Le borse sono come l’oro: non passano mai di moda e regalano grandi soddisfazioni sotto forma di utili ai proprietari, che spesso sono altre borse o grandi banche quotate nelle stesse borse, che magari hanno a libro paga gli analisti di cui battono le previsioni.  Non servono altre parole per spiegarsi. Prendi la Borsa e scappa.

A domani.