Il dilemma bancario fra azionisti e mercato

Un grafico molto istruttivo, pubblicato all’interno di uno speech recente del direttore generale della Bis Jaime Caruana (“What are capital markets telling us about the banking sector? “) rivela in tutta la sua chiarezza il notevole dilemma di fronte al quale si trovano di fronte le banche di tutto il mondo ai giorni nostri, ossia tempi di economia pigra e tassi di interesse rasoterra. Le banche, in sostanza, devono decidere se far contenti gli azionisti, pagando loro dividendi rispettabili, o il mercato al quale ogni giorno devono rivolgersi per trovare finanziamenti. Nel dubbio, rischiano di scontentare gli uni e l’altro.

L’immagine di questo dilemma è rappresentata dalla specularità che esiste fra i valori azionari delle banche di tutto il mondo, che rimane molto basso, e in particolare per le banche europee, e il livello percentuale dei dividendi che di conseguenza gli azionisti hanno spuntato. La qualcosa è perfettamente logica. Se le mie azioni valgono 100 e la banca mi paga 5, il mio rendimento sarà il 5%. Se le mie azioni valgono 200 e la banca mi paga sempre 5, il mio rendimento sarà il 2,5%. Se quindi una banca continua a pagarmi 5 anche se il valore del capitale si è dimezzato da 200 a 100, vuol dire che l’azionista può almeno compensare la perdita (teorica) del capitale subita a causa del ribasso azionario con un più che dignitoso rendimento del suo investimento. E’ evidente che in tempi di magra, le banche sono più che motivate a tenersi stretti gli azionisti continuando a pagare dividendi regolari.

La cronaca dimostra questa evidenza. “I dividendi delle banche maggiori – sottolinea Caruana – sono vicini o superiori al 5%. Sono anche più alti per banche che continuano a pagare dividendi anche se i loro market-to-book ratio sono molto sotto uno“. Se l’indice prezzo/libro è inferiore a uno significa che le valutazioni di mercato delle azioni sono inferiori al loro valore di libro deducibile dal bilancio. Il titolo quindi è depresso, vuoi perché il mercato non ha fiducia nella capacità di reddito della banca, vuoi perché magari teme che abbia dei problemi. Pensate ad esempio a una banca con tante sofferenze.

Nel grafico proposto si vede con chiarezza che i valori di mercato delle banche europee, quotate sull’Euro Stoxx hanno un un indice prezzo/libro pari a 0,5. Al contempo hanno garantito un rendimento medio del 5% che “in questo ambiente corrente di tassi bassi è attrattivo”, ma al tempo stesso fonte di grave dilemma: “Le banche pagano i dividendi per placare i propri investitori, ma questi pagamenti possono erodere la loro posizione di capitale”.

Questo dilemma si può anche leggere al contrario. Un investitore potenziale può comprare azioni di una banca con un basso indice prezzo/libro proprio per garantirsi dividendi elevati. Alla lunga, tuttavia, questo flusso di dividendi rischia di erodere il capitale e quindi creare problemi sempre più complessi alla banca che finiscono con lo spaventare il mercato. Chi incassa oggi un dividendo domani potrebbe essere chiamato a restituirlo nel modo peggiore: perdendo il capitale.

Non a caso adesso nell’EZ è arrivato il bail in.

Cronicario: L’Ue ha un piano: più #StrongBanks meno #StronzBanks

Proverbio del 23 novembre: A San Clemente l’inverno mette un dente

Winter is coming. E siccome l’inverno sta arrivando sul serio, i re travicelli che siedono sul trono di spade (spuntate) di Bruxelles guardano preoccupati l’orda di banche zombie che dall’est remoto, passando per il nord, sta arrivando dritto nel cuore del regno europeo, con gli occhi freddi di ghiaccio e carica di sofferenza.

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Anzi, di sofferenze.

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Il grafico l’ho tratto dall’ultimo memento mori della Bce sui NPLs, rilasciato di recente, che fa il paio con un malloppo simile pubblicato dall’Esm qualche giorno prima.

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il tema è sempre lo stesso: le sofferenze bancarie. Che ha come corollario questo:

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le banche dell’Ue e in particolare quelle eurovinate hanno una redditività bassa, anche a causa delle generosità monetarie della Bce che strizzano i loro margini di interesse, ma soprattutto perché sono imbottite di prestiti morti che piano piano le hanno zombizzate, proprio come è successo in Giappone negli anni ’90.

Senza stare a farvela troppo lunga, il succo è che i commissari di Bruxelles hanno pensato di risolvere la questione una volta per tutte. Messo mano al pennino, hanno vergato un bellissimo pacchetto di riforme del settore bancario per l’Ue al grido di #StrongBanks. L’urlo di battaglia viene rilasciato massicciamente sulla rete e diventa virale.

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L’idea che per rafforzare le banche serva una legge mi ricorda Nietzsche quando sfotteva quelli che credevano che un regolamento potesse cambiare la realtà, osservando che meritavano di insegnare filosofia in un’università tedesca. Tanto più in un’area geografica che è talmente piena di soldi da spedirli all’estero per spuntarci qualcosa.

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E mica noi italiani siamo diversi

Fonte: Bankitalia

Abbiamo portato un paio di cento miliardi là fuori negli ultimi due anni e siamo pure contenti

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salvo poi deprimerci quando ci tocca sentire storie come questa, che mi fanno capire una cosa molto semplice: nell’Ez per avere più #StrongBanks bisogna far piazza pulita delle #StronzBanks, che temo però siano la maggioranza. Sennò non si spiegherebbe come mai l’Ez, che è impaccata di soldi, ha le banche peggiori dopo quelle cinesi.

A proposito quei burloni del FT se ne escono con un pezzo che parla di Lehman moment per le banche dei figli di Mao, dovuto al fatto che il mercato all’ingrosso – ossia dove si vanno a chiedere i soldi per il funding bancario – minaccia di diventare più caro.

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Fossero solo questi i problemi della Cina

Più perfidamente Bloomberg parla della Germania perché la Bce intenda e tira fuori un  grafico che mostra come il biennale tedesco abbia visto diminuire il rendimento di una decina di punti negli ultimi giorni.

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la fame di collaterale tedesco, alimentata dai dubbi sul futuro del QE made in Bce, ha portato il rendimento al -0,74%, ai livelli del 1990. In pratica dovete pagare un euro e mezzo per comprare un biennale da 100 euro che scade a dicembre 2018. Viviamo tempi miracolosi. Abbiamo scoperto il prezzo della paura.

Un altro prezzo che inquieta molti, e sul quale il vostro Cronicario preferito vi riferirà ogni giorno, almeno fino al 30 novembre, è quello del petrolio che oggi è tornato volatile.

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i soliti bene informati danno la colpa all’Iran e all’Iraq, che non vogliono tagliare la produzione

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ma la partita è un filo più complicata di come la racconta il cronicario globale. Di mezzo c’è il balletto fra Opec e Russia, e soprattutto il terzo incomodo a stelle&strisce col faccione di Mister T.

A molti sarà sfuggito che alla fine del 2015 gli Usa, con Obama a nicchiare, parecchio contrariato, hanno liberalizzato l’esportazione di petrolio Usa vietata dal 1975. Il risultato è questo

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Notate che il mercato di destinazione del petrolio Usa è principalmente l’Europa, casualmente lo stesso mercato preferito del petrolio iraniano insieme a quello cinese e indiano, che come nota Bloomberg di roba americana ne comprano poco.

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Cosa significa? Mettetevi una pulciona nell’orecchio e provate a rispondervi da soli.

E sempre per parlare di prezzi paurosi, guardate questo

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In Brasile i prezzi immobiliari sono crollati del 20% nel secondo quarto 2016 rispetto a quello 2015, secondo voi come se la stanno passando le banche brasiliane?

Se vi è rimasto tempo e vi va di giocare fatevi un giro qui. E’ un simulatore preparato da Ubs tramite il quale potrete mettere alla prova la vostra capacità di governare un paese. Sarete i sovrani assoluti della politica fiscale, monetaria ed estera del vostro paese. Dei veri Trump. Non vi preoccupate di far bene. Finisce sempre male.

A domani.

 

 

 

I soldi delle famiglie italiane emigrano all’estero

Un bel grafico contenuto nell’ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria pubblicato da Bankitalia ci racconta meglio di mille parole cosa sia accaduto fra il 2011 e il 2016 ai flussi finanziari che entrano ed escono dal nostro paese e che vengono fotografati da Target 2, ossia il sistema contabile dell’eurozona che registra i movimenti di fondi fra le banche centrali dell’Eurosistema, a loro volta riflesso delle decisioni di consumo e di investimento degli operatori nazionali rispetto all’estero. Per farvela semplice, se comprate un titolo estero Bankitalia regola con moneta di banca centrale il pagamento sull’estero, che diventa per lei una passività mentre viene iscritta come attività dalla banca centrale che lo riceve.

Il saldo Target, raccogliendo l’insieme degli afflussi e dei deflussi fra le banche centrali dell’Eurosistema, ci racconta come si stia evolvendo la nostra posizione estera, quindi se siano entrati più soldi di quanti ne siano usciti o il contrario. E’ opportuno sottolineare che avere un saldo negativo non vuol dire necessariamente che qualcosa stia andando storto. Molto dipende dalle singole componenti che determinano il saldo.

Veniamo al nostro grafico.Da inizio del 2016 il saldo Target 2 relativo a Bankitalia, quindi in sostanza al nostro Paese, è peggiorato di 100 miliardi, raggiungendo a fine ottobre un deficit di 355 miliardi, persino più elevato rispetto a quello di quasi 300 miliardi raggiunto nel picco della crisi dell’euro fra il 2011 e il 2012. Ma, come dicevo prima, il fatto che il saldo sia peggiorato non vuol dire automaticamente che il paese stia peggio di come stava a fine 2011. Oggi anzi stiamo decisamente meglio. E tuttavia l’informazione è rilevante se si osservano le componenti del saldo.

A differenza del 2011 – differenza non da poco – l’Italia oggi ha un attivo crescente di conto corrente (l’istogramma viola del grafico) che all’epoca era un deficit, che compensa anche il graduale calo di investimenti esteri in titoli italiani (istogramma rosso) iniziato a metà del 2015. Questi attivi di conto corrente uniti agli investimenti esteri stanno sopra la linea dello zero, rappresentando afflussi di denaro in Italia e quindi crediti di Bankitalia verso le consorelle dell’eurosistema. E’ interessante osservare che fra il 2011 e la fine del 2014, sopra la linea dello zero ci stavano anche gli investimenti italiani in titoli esteri. Ossia, i nostri compatrioti vendevano titoli esteri e quindi generavano afflussi di fondi in Italia.

Ed è proprio questa componente che segna l’evoluzione più interessante. L’avevamo già osservato in passato, ma adesso il trend è più che consolidato: le famiglie italiane stanno portando una quota crescente dei propri fondi all’estero (istogramma azzurro). A ottobre del 2016 tale quota sfiora i 200 miliardi. “L’ampliamento del saldo – sottolinea Bankitalia – ha riflesso soprattutto il ribilanciamento di portafoglio delle famiglie italiane verso fondi comuni e titoli esteri – sia direttamente sia indirettamente attraverso prodotti di risparmio gestito – nonché la diminuzione della raccolta sull’estero delle banche italiane”. Si potrebbe discorrere a lungo sulla curiosa circostanza per la quale durante una crisi i soldi rientrano per riuscire quando la crisi si ritiene superata. Ma è più utile sottolineare altre informazioni.

La prima è che insieme agli investimenti su titoli esteri, gli italiani hanno aumentato anche gli investimenti diretti (istogramma arancione). Poi che ci sono stati moderati deflussi originati dalla vendita di titoli di stato dall’estero (istogramma blu), e soprattutto è crollata la raccolta estera delle banche italiane (istogramma verde), che pesa poco meno degli investimenti di portafoglio delle famiglie e che è rimasta all’incirca stabile dal 2012, ossia da quando le banche hanno iniziato a soffrire.

L’analisi del saldo, insomma, ci comunica diverse cose, la più rilevante delle quali è che l’Italia creditrice è all’origine dello sbilancio del nostro saldo target. Se gli italiani investissero in Italia, un paese che ha un deficit di investimenti del 30% rispetto al 2007, non avremmo sbilanci Target e magari avremmo un po’ più di crescita. Questo almeno suggerisce la teoria. In pratica però nessuno può saperlo.

Cronicario: Arriva la parità di genere fra dollaro e euro

Proverbio del 22 novembreIl soverchio rompe il coperchio. 

Parità parità, chi non la vorrebbe? Parità nelle opportunità, nei generi, nelle paghe. Pari e patta, recita il detto. E parità deve essere anche nel borsellino delle valute, specie adesso che negli Usa è arrivato un meraviglioso conducator

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che sogna di avere Farage come ambasciatore britannico negli Usa.

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Sicché il momento è arrivato: la data è stata fissata, come per l’arrivo degli alieni in X Files: finalmente l’anno prossimo arriverà anche la parità fra dollaro ed euro.

Parità del genere sui generis. Non si capisce bene, per dire, quale sia la valuta forte o quella debole, proprio come chi sia il sesso forte fra l’uomo e la donna: dollaro ed euro giocano a sopraffarsi, ma sognano la parità e la favoriscono, sospinti dolcemente dall’urto della civilizzazione. Trump avrà pure giovato alla mascolinità del dollaro, ma il testosterone covava da tempo, almeno dal 2014, e di certo anche grazie al cambio d’umore della Bce, che proprio in quel tempo lanciava i suoi allentamenti monetari.

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Perciò la parità fra euro e dollaro, che commuove tutte le anime belle del continente, è solo un capitolo del grosso libro delle relazioni internazionali fra gli Usa e l’Europa. Il dollaro forte arriva anche per gentile concessione europea. E il fatto che Société Générale veda la parità raggiunta nell’imminenza delle elezioni francesi del 2017 è solo l’ennesimo atto del teatrino economico che ci toccherà in sorte con l’anno nuovo, replicandosi il copione di Brexit, con i buoni della finanza schierarsi compatti contro i cattivi della politica.

Cioé lei.

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che è la versione francese di lei

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Ossia la versione femminile di Mister T, lo stesso che ha mandato in panico mezzo mondo, quello che affaccia sul Pacifico, dopo aver detto che uscirà dal TPP.

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Poi certo, sul super dollaro pesa la scommessa che il mese prossimo la Fed alzerà di nuovo i tassi. Scommessa facile per i giocatori di professione, ma anche qui il confine fra la realtà e la fantasia è davvero sottile.

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In alcuni casi sottilissimo. Trovo un caso esemplare nel cronicario europeo: il manifesto di Moscovici

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Il fatto che le élite europee confidino nella fiscal stance mi convince che abitiamo come Candido nel migliore dei mondi possibili. Ai Pangloss europei suggerisco di leggere cosa dice questo signore.

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Forse non sbagliava chi ci accusava di tircheria. Ma leggere il WSJ che lo sottolinea, raccontando come le imprese europee prendano a prestito i soldi a basso costo dalla Bce e poi non li spendono mi sembra davvero troppo. Povero Mario.

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Perciò cambio continente e trovo quest’altra circostanza che mi fa pensare

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Lo so che è un colpo basso tirare fuori la solita storia dei redditi piatti a fronte della crescita delle borse – redditi mediani, attenzione – però questa roba rimbalza come una molla nel cronicario globale, trattando di un malanno che i cervelloni additano come ragione della deriva populista che li spaventa a morte. Una storiella niente male, che ha il vantaggio di convincere un sacco di persone. E che giustifica quell’altra storiella che ormai ci raccontano ogni giorno, ossia che bisogna tornare a fiscalizzare, usare il governo per spendere e distribuire. Sarà, intanto ho trovato quest’altra cosa.

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Bloomberg, che è ancora arrabbiata per la Brexit, scrive che l’esito del referendum ha fatto diminuire del 15% i milionari inglesi. Non serve il governo, allora, per tagliare le teste dei ricchi. Basta andare a votare.

Shhh, ma che siamo matti? Parlare di elezioni in Europa, quando ci aspetta una fine d’anno col botto fra Italia e Austria e un 2017 franco-tedesco, rischia di farti finire all’inferno dei menagramo. Meglio allora dedicarsi alle notizie di costume come quella che racconta di una frammentazione che ignoravo fra le tante scoperte finora nella nostra magica Europa: le paghe dei governatori delle banche centrali. Son veramente frammentate: da meno di 100 mila a 500 mila.

Lo so, anche questo è un colpo basso da populista, motivato da rancorosa invidia sociale. Però che volete, bisogna pur farlo leggere questo Cronicario e soprattutto è curioso scoprire che il governatore belga guadagna otto volte quello lituano e non è che il Belgio sia tanto più grande. Pensate che soddisfazione, poi, quando ho scoperto che il nostro Visco è secondo in classifica e guadagna più di Weidmann il terribile. Abbiamo rischiato di vincere un altro primato. Speriamo di riuscire l’anno prossimo.

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D’accordo la finisco con queste misere storie di soldi. Ma solo perché ho scoperto con somma soddisfazione che quest’anno gli italiani sono più contenti e questa mi sembra una bellissima notizia che dovete assolutamente conoscere

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Mi fa ridere parecchio scoprire che i giovani fra il 14 e i 19 anni sono altamente soddisfatti per il 54,1% proprio come il 34,4% degli ultra 75enni, che aumenteranno, immagino, l’anno prossimo grazie ai pensieri delicati del governo sulle pensioni. Sorvolo sui ventenni e quelli dopo di loro, anche perché non è che ci siano buone nuove. Ma soprattutto mi fa ridere scoprire grazie all’Istat che nel 1861 le donne erano il 40% della popolazione attiva, ossia di quella che potenzialmente lavora. C’è voluto più di un secolo per recuperare e 150 anni dopo siamo poco sopra. Inizio a sospettare che le nostre compatriote siano squisitamente sagge.

Ma non ho il tempo di soffermarmi perché vedo quest’altra notizia che già mi aveva investito la settimana scorsa farsi ancora più ingombrante: la straordinaria crescita delle quotazioni del rame: +20% in un mese.

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Sempre merito di Mister T, dicono i bene informati e delle promesse espansionistiche, per ora solo fiscali. Sarà, ma forse qualcos’altro sta maturando nel mondo delle commodity e anche i recenti strappi del petrolio, che vengono attribuiti all’imminente accordo Opec, sembrano confermarlo.

A proposito, se volete sapere chi produce quanto dentro l’Opec vi servirà questo grafico

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Cosi anche saprete di chi sarà la colpa quando l’accordo fallirà.

A domani.

Non si ferma l’invasione dell’acciaio cinese

In attesa di capire se la Cina verrà considerata o meno un’economia di mercato, è utile dare una lettura veloce a un recente report di Fitch sull’andamento del settore cinese della produzione di acciaio, assurto agli onori della cronaca al crepuscolo di quest’estate, quando la questione fu sollevata sul tavolo del G20. Il mondo scoprì i quel frangente che c’è un problema provocato dal fatto che la Cina esporta enormi quantità di acciaio grazie a un prezzo reso competitivo – o almeno così dicono i critici – dal sostanzioso sussidio garantito al settore dallo stato cinese.

Il problema dell’acciaio sicuramente è assai più profondo, come si può immaginare. E i reiterati allarmi sulla sovrapproduzione di questi anni riecheggiano quelli che dal secondo dopoguerra. Il fatto è che l’acciaio è l’anima del nostro sviluppo – si usa per fare auto, aerei e grattacieli – e quindi la più lampante cartina tornasole della sua debolezza. In tal senso, l’acciaio a basso costo cinese in mercati che sono già in affanno somiglia alla classica goccia che fa traboccare il vaso nelle relazioni internazionali e che oggi, all’indomani delle elezioni americane, rischia di innescare la revanche protezionista degli Usa.

I dati diffusi da Fitch confermano questo timore. L’agenzia stima che nel 2017 l’export rimarrà nell’ordine di circa 100 milioni di tonnellate (metric ton Mt) a causa “dell’apparente consumo piatto e della lenta capacità di razionalizzazione”. Smettere di produrre acciaio non è semplice, ovviamente. E nel caso cinese ancor di più, visto lo stretto legame fra l’industria e il piano di sviluppo che il paese si è dato dopo la crisi del 2008.

Per questa ragione Fitch stima che il consumo cinese di acciao rimarrà fra le 700 e le 705 tonnellate, “riflettendo l’andamento decrescente del settore delle costruzioni, la domanda stabile degli investimenti per infrastrutture e l’outlook positivo dell’industria automobilistica“. D’altra parte il tema della razionalizzazione rimane sul tavolo, e non solo perché ce l’ha messo il resto del mondo. La sovrapproduzione di acciaio rischia di danneggiare i cinesi prima e ancor più degli altri. L’auspicio è che si arrivi alla normalizzazione con una graduale riduzione di alcune decine di tonnellate da qui al 2020.

Fino ad allora però “l’export rimarrà alto” in ragione soprattutto della circostanza che i produttori cinesi godono di uno yuan debole e di prezzi più bassi delle materie prime. Fitch si aspetta anche lo stato provveda ad eseguire i piani per una riforma dell’offerta che “conduca a migliorare il legame fra queste aziende e lo stato”. Forse per farlo somigliare davvero a un mercato. Ma questo Fitch non lo dice.

 

Cronicario: Il capriccio di Trump mette in crisi la tirchieria Ue

Lunedì 21 novembre. Ogni riccio è un capriccio, diceva mia nonna, e perciò figuratevi che capricci verranno fuori da un uomo dotato di pettinature così elaborate.

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Bloomberg, per dire, ne ha scovato uno: il Trump tantrum sul mercato obbligazionario.

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Che vuol dire? Facile: aumentano i rendimenti e perciò le obbligazioni che avete nel cassetto valgono di meno. Potreste pure infischiarvene, se le conservate fino a scadenza. Ma il fatto è che non siete soli al mondo e ci sono entità astruse tipo banche e assicurazioni che con i market value delle loro obbligazioni devono tipo chiuderci i bilanci e calcolare gli indici di solidità finanziaria. Perciò il capriccio di Trump, traduzione libera del Trump tantrum, rischia di inzeppare più di quanto non lo sia già la caracollante finanza europea, già stressata dal problema più grave di tutti: la tirchieria.

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Sempre Bloomblerg nota che nemmeno i tassi negativi riescono a frenare l’ossessione europea di mettere i soldi da parte. La sindrome di Arpagone s’è abbattuta su di noi trasformandoci in collezionisti di euro dei quali non sappiamo che fare e che perciò prestiamo all’estero.

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Noi tirchi e Trump fa i capricci: secondo voi chi vince?

Una prima risposta mi arriva dall’Esm, il fondo europeo di stabilizzazione. Proprio oggi il direttore generale Regling ci ha regalato alcune perle di saggezza. La prima: una delle ragioni per le quali l’integrazione finanziaria si è ripresa così lentamente dopo la crisi è la bassa redditività della banche europee.

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Il blu è il ROI delle banche Usa, insomma quanto rendono, il giallo quello Ue. Sono un paio di percento in più per gli Usa, mica scherzi. E notate che siamo pure migliorati rispetto al 2012 quano il ROI europeo era negativo per il 2% e quello Usa positivo per l’8%.

Seconda perla: gli Usa hanno meno sofferenze ma adesso anche in Europa stanno diminuendo.

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Che è vero se guardate il giallo, ma di meno se osservate la striscia blu, che è bella piatta. Rimangono sul groppone delle banche europee oltre 800 miliardi di sofferenze lorde coperte si e no per la metà dalle garanzie. D’altronde si sa che i tirchi soffrono.

E sembra che soffriremo anche in futuro.

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La linea rossa che vedete lassù è la crescita Usa che va verso il 3%, quella azzurra la nostra di noi europei, che galleggia sopra l’1,5%. Sempre Bloomberg, che oggi ce l’ha con noi, dice che i capricci di Trump, oltre a terremotare l’obbligazionario, faranno barba e capelli anche all’euro, ormai lanciato verso la parità sul dollaro, e che il piano di infrastrutture che SuperTrump tirerà fuori dal cilindro farà il resto.

Che sarà di noi, mi domando mentre osservo tristemente il Giappone annunciare il suo millesimo piano di stimolo à la Trump

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E che sarà: sarà questo.

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E per noi italiani quest’altro:

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Vi do solo due numeri: il nostro Pil rimarrà sotto l’1% quest’anno e il prossimo. E poi la crescita delle importazioni è prevista superiore a quelle delle esportazioni, sempre quest’anno e il prossimo con un contributo negativo crescente dell’export netto sul pil. E chi ha orecchi intenda. Gli altri emigrino.

Il problema della tirchieria europea provoca anche effetti indiretti, tipo questo

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con le borse dei paesi con le mani bucati che perdono e recuperano, come il Giappone, o che crescono e basta, come l’Uk e gli Usa, mentre Germania e Francia, epigone della tirchieria europea, sono in pareggio, nei due semestri dell’anno, o addirittura in perdita. La tirchieria ha finito col trasformarci in riccastri riottosi che più stanno bene e più si lamentano. Quando leggo che in Olanda sta covando l’ennesima bomba anti Ue sottoforma di euroscettici o come si chiamano adesso gli indignati speciali, mi rendo conto che il problema dell’Ue non è l’Ue, ma chi ci abita. Siamo profondamente ammalati di tristezza.

E scopro anche la cura: liberarsi di Bruxelles per smettere di essere tirchi. Entrare nelle nuova tendenza. Essere alla moda. Almeno per chi ci crede.

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Chi legge il Cronicario già da giorni sa che il grosso della partita si giocherà ad aprile. E adesso dopo che Sarkozy è finito trombato dall’ennesimo sbracciatore

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Capirete che qualcuno inizia a preoccuparsi sul serio.

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Tocco ferro ed emigro sulle fasce del cronicario globale, dove trovo la notizia che il petrolio oggi rimbalza, notizia coccolatissima da Goldman Sachs tristemente nota per le sue previsioni errate sui prezzi del petrolio e per i suoi interessi di bottega sul prodotto e i suoi derivati (soprattutto questi), che oggi pronostica l’arrivo a 55 dollari nel 2017 mentre la ditta ha pensato bene di uscire dal business dello blockchain. Vuoi mettere le care vecchie materie prime?

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Tanto ottimismo è dovuto ai buoni auspici circa l’esito positivo del meeting di Vienna, quando l’Opec dovrebbe congelare la produzione, o almeno provarci. Ma questa fantasia dove fare i conti con un paio di dure realtà.  La prima è che l’Arabia Saudita, che comunque è il pezzo grosso dell’Opec, ha ancora un notevole spazio di riserve per continuare a bruciarne: ha giù speso 167 miliardi di dollari, – altro che tirchieria europea – ma gliene rimangono 552. Più del doppio del 2007 quando comunque viveva benissimo e il dollaro valeva assai meno di oggi.

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Inoltre secondo un grafico prodotto da Commerzbank le riserve saudite, con il petrolio a 45 dollari, potrebbero durare almeno altri sette anni.

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Ancora sette anni di vacche grasse e poi arriverebbero le vacche magre. Credete ancora che l’accordo di Vienna sia così scontato?

Scontato, di sicuro.

A domani.

 

Viene al pettine il nodo dell’ingresso della Cina nel WTO

Sono quasi passati quindici anni da quando la Cina ha fatto il suo ingresso nel WTO, l’Organizzazione mondiale del commercio, suggellando così la sua definitiva uscita dalla cortina di ferro e una straordinaria rivoluzione commerciale globale la cui narrazione è stata uno dei filoni portanti della globalizzazione recente.  “La sezione 15 del protocollo prevedeva che la Cina potesse essere tratta come una non market economy (NME) nei procedimenti anti dumping se le aziende cinesi non fossero state in grado di provare che operano in condizioni normali di mercato”, ricorda un documento del Parlamento europeo redatto alla fine del 2015. Questo stato di NME era previsto durasse proprio 15 anni al termine dei quali la Cina avrebbe potuto ottenere lo stato di economia di mercato.

Inutile dire che i cinesi se lo aspettano, anzi per loro si tratta di un fatto assolutamente automatico. Un’interpretazione che lo studio del Parlamento Ue ha definito “altamente controversa”. Nel frattempo tuttavia la status MES alla Cina è stato riconosciuto da alcuni paesi, come il Brasile, mentre altri, come l’Australia e il Sud Africa, ne hanno fatto la base per accordi bilaterali. Il succo è chiaro: tutti vogliono fare affari con la Cina come se fosse un paese con un’economia di mercato anche se sanno benissimo che è vero il contrario.

L’Ue si trova esattamente nella stessa posizione. La Cina è un partner importante, ma molti temono che riconoscerle lo status MES significherebbe far sparire i dazi sui prodotti cinesi e quindi mettere in crisi diversi settori industriali europei. Non a caso il Parlamento Ue ha votato alcuni mesi fa una risoluzione non vincolante per la Commissione Ue, che alla fine dovrà dire la sua, proprio per non concedere lo status MES alla Cina. Risoluzione alla quale hanno fatto seguito alcune dichiarazioni, rilasciate lo scorso 20 luglio da due commissari europei che hanno sottolineato come il problema non sia tanto la concessione dello status MES alla Cina, quanto la costruzione di un sistema di regole che consenta di difendere l’industria europea dal dumping cinese, anche nel caso che tale status venga concesso. Il che somiglia a un tentativo diplomatico per far contenti i cinesi e non spaventare gli europei.

Sono state scritte miliardi di parole su come l’ingresso nel WTO abbia consentito alla Cina di realizzare tassi di crescita stellari e insieme accumulare miliardi di riserve grazie agli attivi commerciali, mentre i paesi importatori dislocavano le loro produzioni in Cina per risparmiare sui costi di produzione e intanto interi sistemi produttivi non capaci di competere o di esternalizzare venivano sbriciolati dalla concorrenza cinese. La Cina ormai è diventato il bau bau del XXI secolo – l’acquirente di ogni cosa – così come lo era stato il Giappone negli anni ’80, prima che implodesse, e ancora oggi si guarda alla Cina come il naturale competitore degli americani, mostrando con ciò di aver sottovalutato quanto sia pervasivo il legame che lega l’uno all’altro i due presunti competitori. E in mezzo ci sta l’Europa, entità ectoplasmatica ma comunque reale. Paradossalmente sarà proprio l’Europa chiamata a scrivere una pagina assai importante della storia cinese.

In ballo non c’è una semplice questione semantica. Ci sono dazi sulle merci cinesi che cadrebbero, qualora la qualifica MES (market economy status) venisse riconosciuta alla Cina, e quindi profondi impatti sulle produzioni europee che molti immaginano persino peggiori rispetto a quelle osservate con l’ingresso nel WTO. Ci sono effetti politici internazionali non trascurabili, con gli Usa a scoraggiare l’Ue dal fare un passo così controverso, in ciò echeggiando i numerosi movimenti più o meno nazionalisti ostili. Ci sono effetti politici interni, con alcuni paesi europei favorevoli e altri contrari.

Lo stato di NME, infatti, ha un ruolo determinante quando si tratta di valutare i procedimenti antidumping, che la Cina ha collezionato in questi anni, visto che consente di utilizzare metodologie di analisi diverse rispetto a quella basata sulla semplice struttura dei costi interni per misurare i margini di dumping. Ciò nel presupposto che i costi interni siano tenuti artificialmente bassi grazie al sussidio pubblico (si pensi al caso dell’acciaio). Sicché in questi quindici anni molti prodotti cinesi, proprio in virtù dello status NME di quest’economia, sono stati considerati fonte di dumping e soggetti a dazi. Una situazione che non ha mancato di alimentare le discussioni fra la Cina e l’Ue, essendo peraltro la Cina il secondo maggior partner commerciale dell’Unione dopo gli Usa.

Rimane il fatto che i nodi conseguenti alla decisione del 2001 di ammettere la Cina nel WTO sono infine venuti al pettine. E questo accade nel periodo di minor consenso possibile nei confronti della globalizzazione. L’appuntamento dell’Ue, in tal senso, è molto più di una semplice decisione tecnica. E’ l’ennesimo pretesto per capire se la nuova globalizzazione finirà da dove era cominciata quindici anni fa.

In fondo sarebbe perfettamente logico.

Cronicario: La disoccupazione (t)ec(n)ologica al tempo dei Draghi

No, davvero, che fortuna mi dico mentre sfoglio il cronicario globale: noi europei viviamo nella terra dei Draghi e delle auto elettriche: il mito remoto e il futuro mitologico. L’avete letto, no, l’ultimo outlook dell’IEA?

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Già mi ci vedo, nel 2040, mezzo rincoglionito dentro una macchinetta elettrica. Epperò se questo è il futuro capisco bene perché gli europei, e in particolare i tedeschi, ormai decisamente americanizzati, si siano portati avanti licenziando un trentamila persone alla Volkswagen.

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Questi qui hanno fatto scrivere sui giornali di mezzo mondo che così potranno favorire la riconversione industriale verso le auto elettriche che camminano da sole, la qualcosa segna un’evoluzione notevole nella teoria economica. La disoccupazione tecnologica che Keynes paventava nel 1930 nelle sue Prospettive economiche per i nostri nipoti diventa la disoccupazione ecologica che piace alla gente che piace e che ricicla. Geniale. Vedete perché l’Europa è il futuro?

Ma siamo anche la terra dei Draghi, appunto, il migliore dei quali – e lo dico per puro amore di bottega, visto che è italiano come noi – ha parlato poco fa a Francoforte levandosi un paio di sassolini dalla scarpa da mille euro.

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Il tema è sempre lo stesso: la ripresa d’Europa che aspettiamo come quell’altro mito di Godot, dovendoci accontentare di una ripresina senza sapore, ‘na cosetta da zerotre e di prezzi mezzi morti. Ora è vero pure che l’inflazione sta risalendo – siamo allo zerocinque – ma siamo ancora lontani da quei prezzi crescenti che dovrebbero anche curarci dai debiti. E poi c’è Trump, che promette sfracelli fiscali. Che dovremmo fare noi europei? Niente: reflazionare.

Via il primo sassolino: in Europa la politica monetaria reflazionaria sarà al centro dello scenario anche nei prossimi anni, anche perché immagino l’arma della politica fiscale è alquanto spuntata. Secondo sassolino: sulla regolazione bancaria non si dovrebbe tornare indietro su quanto deciso. Ripenso subito al nyet della Yellen a Trump di ieri, ossia il canto del cigno della banchiera che ancora non si rassegna al fatto che ora comanda un politico.

yellen

Problema che i Draghi europei non conoscono né conosceranno mai, visto che di politici europei che comandano i banchieri non se ne vede uno. O meglio qualcuno ne intravede con terrore il prototipo

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Ma sicuramente il combinato disposto Draghi&autoelettrica si rivelerà un rimedio implacabile contro la deriva plebiscitaria. Perché meglio che lo sappiate: mister T e i suoi epigoni troveranno nell’Europa di Supermario la più fiera e risoluta resistenza. Due visioni del mondo si confrontano, quella dei Draghi che guidano il mondo dall’alto dei cieli sputando fuoco e fiamme, e quella dei maghi, che promettono miracoli a terra agitando il bastone e la carota. La padella o la brace? Scegliete voi.

Letteralmente: secondo il WSJ noi siamo i prossimi a dover decidere dove far pendere il pendolo della storia.

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Ma chi ci è rimasto davvero male a sentire le notizie dalla Germania sono stati i petrolieri. Stanno facendo i salti mortali all’Opec per accordarsi fra di loro in vista del vertice di Vienna e poi per accordarsi con i Russi, in uno sforzo negoziatorio che ricorda quelli di casa nostra. Scopo del gioco congelare la produzione per sostenere le quotazioni. E cosa mi succede? Mi sale il dollaro. Una cattiveria, visto che tutti sanno che quando il dollaro sale il petrolio scende. Figuratevi quanto sarà facile tagliare la produzioni in queste condizioni. Qualcuno ha fatto fuoco e fiamme.

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L’Iran, in particolare, a cui l’Opec ha chiesto di mettere un limite alla sua produzione. chissà perché

Fonte: IEA

Fonte: IEA

Insomma: questi già hanno problemi. Adesso pure le auto elettriche? Capirete che gira un certo malumore a Oriente, che parte dal Medio e arriva quasi all’Estremo. Si salva giusto il Giappone, ma solo perché Abe e Trump si sono piaciuti subito.

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E la Cina? Poverina. Laggiù sono sempre più preoccupati per i deflussi di capitali che l’ammosciamento dello yuan, già moscio di suo, sembra espellere fuori dal paese. Se volete sapere di chi siano quei capitali, leggetevi questo speech, oppure fidatevi di me: in gran parte sono europei. E poi ovviamente americani. E cosa hanno in comune questi fondi? Che sono denominati in dollari. Per stendere la Cina non serve abbassare l’elmetto: basta alzare il dollaro.

Ma così si rischia di finire sul serio, quando al massimo il vostro Cronicario è semiserio. Siamo qui per darvi notizie e tendenze dell’economia, e quella emersa oggi – la disoccupazione ecologica in Europa- mi sembra spieghi bene quale sia davvero il nostro spirito e cosa si proponga di realizzare

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Non saprei dirlo con parole migliori, pure se Proust le ha pronunciate un centennio fa. Noi abitanti dell’Europa non siamo interessati alla felicità: quella è un’americanata. A noi interessa il dolore per sviluppare il potere della mente. E viaggiare in auto senza inquinare.

Buon week end.

L’economia dell’immaginario: Il ritorno di panem et circenses

Chi occupa il nostro tempo è il signore della nostra vita. Se lavorassimo ventiquattr’ore al giorno – e ci siamo andati vicini nel XIX secolo – non saremmo null’altro che lavoratori, essendo il tempo la nostra unica proprietà. Oggi nessuno si sogna più di farci lavorare tutto il giorno, al contrario: il tempo del lavoro si riduce da un secolo a questa parte, mentre si espande a livelli inusitati il cosiddetto tempo libero. Ne nasce una curiosa contraddizione: mentre resiste il mito della produzione, si espande il desiderio di masse sempre più grandi di perdersi nella nullafacenza imbambolata dell’intrattenimento, per la semplice ragione che questo tempo libero non sanno come occuparlo.

Così, l’economia della produzione materiale, di cui è rimasto solo il mito, viene via via surclassata da un’altra economia, che con la prima condivide il metodo e l’afflato totalitaristico, in quanto si propone di occupare tutto il nostro tempo: l’economia dell’immaginario.

Questa economia ha radici profonde e robuste che affondano in desideri ancestrali del nostro essere uomini e che ha prodotto diversi esempi nella storia – si pensi al panem et circenses romano – in qualche modo incoraggiati dai vari dispotismi. Un uomo sazio e imbambolato è il sogno di ogni governante. Da questo punto di vista le varie idee di reddito garantito, prive di una qualunque forma di corrispettivo, sono il secondo piede sul quale si poggia lo sgabello dell’economia immaginaria. A pancia vuota non si potrebbe godere del circo, ossia il sostegno del nostro sgabello.

Oggi avere la pancia piena non significa semplicemente avere il pane, come ai tempi dei romani, ma significa avere una connessione internet, accesso ai contenuti e svariati device. Ed è in queste costituenti, che connotano la specificità dell’economia dell’immaginario contemporanea, che si individuano le linee guida del nuovo potere che si sta contendendo il bottino: ossia il nostro tempo.

Penserete che divago. E invece queste riflessioni sono il frutto della lettura di un rapporto assai concreto che reputo la più aggiornata esemplificazione tecnica dell’attuale economia dell’immaginario. Il documento, rilasciato dal Dipartimento del commercio Usa, è specificamente riferito al settore Media&Entertainment e contiene alcune indicazioni dedicate agli esportatori Usa. Non a caso: se il pane dovranno in qualche modo provvederlo gli stati, ognuno con i mezzi che può, il Circo è un meraviglioso tendone a stelle e strisce.

L’industria culturale americana, chiamiamola con questo delizioso termine retrò, è semplicemente la più potente al mondo. E nel mondo di internet, probabilmente ancor di più. Chiunque lamenti la supremazia militare degli Usa, o quella monetaria del dollaro americano, trascura di osservare il peso specifico dell’industria culturale Usa, intendendo con ciò la produzione di film, musica, libri e tutto ci che oggi si può veicolare attraverso una rete, senza considerare la rete stessa, i cavi, le piattaforme software che la compongono, i vari sistemi di sharing, eccetera.

Solo episodiche notizie clamorose, come quella di qualche settimana fa, già digerita pur nella sua enormità – ossia l’acquisizione da parte di AT&T della TimeWarner – ci ricordano quale sia l’oggetto del desiderio dei moderni aspiranti monopolisti. Ed è sempre lo stesso: il nostro tempo. Vogliono tutto il nostro tempo. Che significa in pratica monopolizzare (a pagamento) il nostro immaginario.

Dedicheremo altri approfondimenti a questa economia dell’immaginario. Intanto vi basti questo grafico che misura il tempo mensile che varie coorti demografiche statunitensi dedicano all’intrattenimento. Guardatelo bene e poi fatevi due conti. Io ne ho fatto uno. I Millenials, ossia la generazione meno fortunata fra quelle esaminate, passano in media 360 ore al mese intrattenendosi con vari device. Quindi dodici ore al giorno. Le loro ore di veglia sono assediate dal continuo rumore di fondo del Circo.

Interessante osservare che quelli più vecchi di loro – i baby boomers – arrivano a 400 ore mensili, la metà delle quali però dedicate alla tv, che per i Millenials vale circa la metà. In compenso questi ultimi giocano il triplo ai videogiochi, passano il 50% di ore in più sulle app dei loro smartphone e tre volte il tempo dei più anziani a guardare video sul telefono. In sostanza, sono attivi produttori di contenuti, a differenza dei loro nonni. L’economia dell’immaginario in pratica si alimenta con i contenuti gratuiti diffusi dall’onanismo tecnologico dei suoi fruitori. Come se, nel XIX secolo, l’operaio avesse dovuto procurarsi il telaio e il filo da tessere, oltre a stare venti ore in fabbrica a produrre panno.

Alle venti ore di intrattenimento ci arriveremo. Intanto compratevi i telai e il filo.

Buon divertimento.

(1/segue)

Puntata successiva

Cronicario: L’export italico emigra in Cina, il liberalismo in Germania

Vabbé il mondo si è capovolto, e ci sta pure in un anno bisestile dove è successa qualunque cosa compresi svariati terremoti. Ma leggere sull’ultima release Istat che le esportazioni italiche verso la Cina a settembre sono aumentate del 23% mi fa venire l’acquolina in bocca e gli occhi a mandorla, convincendomi che la nostra metamorfosi in copie dei cinesi, lungamente auspicata nell’ultimo ventennio, finalmente si è compiuta. Siamo noi i Grandi Esportatori, altro che i tedeschi, e tantomeno gli originali – i cinesi appunto – che ormai crescono solo perché hanno ottimi statistici in servizio permanente effettivo.

Invece noi: altroché. La quota delle nostre esportazioni extra Ue sul totale delle europee è passata dall’11 all’11,1%. Vinceremo. E giù altre cifre: export verso il Giappone: +18,2%. Export verso Usa (scusa Mister T.): +11,1%.

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La nostra sfortuna è che ancora girano quei tirchi dell’Ue, quelli dello Zerotre e dello Zerocinque, che spendono poco, e infatti il nostro export verso l’Ue è diminuito del 3,3%. E siccome il grosso di questo export lo facciamo in casa – per modo di dire – va a finire che la tirchieria dell’Ue ci ha guastato il trimestre, che si è chiuso con un export congiunturale in calo dell’1,6% e dell’import del 4,5. Già, importiamo pure, e per fortuna ancora l’energia è cheap, almeno finché i rialzi del dollaro non ce la faranno pagare cara. Ma a quanto pare nessuno sente il bisogno di avvisarci che il superdollaro può farci maluccio, specie se associato a una politica protezionista di marca Usa.

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Ma la conferma che il mondo si è capovolto, mi arriva dall’ennesimo spiffero che soffia nel cronicario globale dopo la gloriosa vittoria di Mister T: la Germania come ultimo ostello del liberalismo, il faro di libertà dell’Occidente e robe così. E mica lo dicono solo quelli del Foreign Affairs. Lo dicono un sacco di persone, che evidentemente coltivano il gusto sadico della nemesi e non hanno mai letto i libri di Sombart dei primi anni ’30.

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Insomma: gli italiani sono diventati cinesi e i tedeschi americani. Dal che deduco che i cinesi sono diventati italiani e gli americani tedeschi.

Cerco le prove nel cronicario e ne trovo a bizzeffe. Ve ne dico solo alcune. I cinesi sono sempre più pazzi per l’automobile, come eravamo noi ai tempi della 500. Figuratevi che il consumo nazionale di acciaio rimane in piedi solo grazie al fatto che l’industria automobilistica è in grande spolvero. Quanto agli Usa, beh, facile: a parte la prevalenza del biondo rame

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il dollaro sta diventando una moneta rifugio come il vecchio marco.

andamento-dollaro

Ne volete ancora? Trump in piena hybris germanica, si è messo a fare asse col Giappone, il premier Abe è il primo dei suoi incontri seri dopo le elezioni, e si telefona col bisnipote politico di Molotov, Putin. L’afrore di anni Trenta percola da ogni dove, convincendomi sempre più che il mondo è cambiato sul serio in questo scorcio di 2016. Persino certezze indubitabili, come l’aggancio della moneta dell’Arabia Saudita al dollaro, ormai vengono messe in discussione dai pezzi grossi del deserto. Gli arabi minacciano pure di uscire da Twitter e Citigroup, Non so se mi spiego. Oppure il QE della Bce: uno pensava che fossi qui per sempre, e invece no: perde pezzi grossi. La Bce potrebbe toglierci il paracadute monetario molto presto, questo è il succo del discorso. Ma non c’era l’inflazione bassa?

inflazione-eurostat

Un altro zerocinque globale dice Eurostat. Ancora poco, ma ci stanno lavorando. Intanto arriva la notizia che è stato raggiunto l’accordo sul bilancio dell’Ue per il 2017 dopo 18 giorni di negoziazioni fra il Consiglio e il Parlamento europeo. Ora lo approveranno, alla faccia di chi aveva minacciato veti e quant’altro. E in attesa che il potente piano di stimolo suggerito ieri dalla Commissione Ue sortisca i suoi effetti, beccatevi questa perla

sarkozy

che fa il verso a quest’altra

francia

Vedere candidati così sbracciati e abbraccianti mi apre il cuore. Ma quanto si vogliono bene i francesi? E soprattutto quanto ci vogliono bene? Se ancora avete dubbi che il futuro dell’Europa – e quindi il nostro – si decida il prossimo aprile 2017, quando voteranno i Galli, beh allora cambiate canale: non vi meritate Cronicario.

Rimane il fatto che chiunque vinca, in Francia, sarà un insuccesso. Sarkozy che suggerisce un secondo referendum ai britannici una volta che l’Ue avrà completato le sue riforme dimostra un senso della realtà non meno problematico della sua potenziale sfidante. Di sicuro nell’UK non vedono l’ora.

balzo-pound

Tutto questo mentre un fantasma si aggira per l’Europa, a portar sfiga

obama-grecia

Siamo davvero a un punto di svolta e ci aspettano tempi duri. Mi consola appena il pensiero che non dureranno. Ancora un millennio. Poi il mondo finirà. Alé.

hawkins

A domani.