Banche, la paura fa 90 (miliardi)

Quanto costa la paura? Vi parrà strano, ma nello splendido mondo della finanza si può stimare. I nostri meravigliosi econometristi hanno un numero per tutto. E una volta che l’hanno calcolato, capita persino di scoprire, grazie a loro, che una cosa che prima non ci passava neanche per la testa, improvvisamente diventa l’ennesimo ingrediente della nostra ansia. Un altro motivo per avere paura. E così il cerchio si chiude. Lo scopo del gioco è sempre lo stesso: creare timori.

Questa riflessione è stata il risultato di una lettura poco amena, ma interessante, estrapolata dall’ultimo Global financial stability report del Fondo Monetario, laddove tratta di un argomento assai astruso ma esemplare: Quanto è grande il sussidio implicito per le banche considerate troppo grandi per fallire?

Provo a dirlo in maniera più comprensibile: quanto costa agli stati (che devono sussidiarle) la paura che le banche sistemiche falliscano?

Ecco, così magari la questione diventa più popolare.

Salto alla conclusione – il numeretto – e poi svolgo la narrazione, che comunque è istruttiva. Ebbene: il Fondo stima che il sussidio implicito per le banche europee valga almeno 90 miliardi, che possono arrivare fino a 300.

La paura fa 90, è notorio.

A questo punto vale la pena spiegarsi, per non ricadere nell’aneddotica. Partendo da una premessa: la questione delle banche too important to fail (TIFT).

Le TIFT sono uno dei grandi problemi che assillano gli studiosi della stabilità finanziaria e i regolatori, insieme con lo shadow banking e i derivati OTC. Su questa materia, come sulle altre, i regolatori, banche centrali in testa, si sono dati un gran daffare dal 2008 in poi, quando si accorsero che il sistema finanziario faceva acqua da tutte le parti e che quindi, per ripararlo, serviva una super iniezione di liquidità. Curare gli eccessi della liquidità con altra liquidità è il preclaro esempio della logica distorta delle cose finanziarie.

La TIFT vengono anche chiamate banche sistemiche (SIBs, systemically important banks), in virtù della loro attitudine ad essere di grosso calibro e molto ramificate, e quindi capaci di diffondere contagi repentini e mortali. Come un virus letale.

Questi organismi virali sono molto coccolati dagli Stati che ne hanno una sana paura. E fanno bene: ci stiamo riprendendo a fatica e solo a caro prezzo dal decesso di uno di questi organismi nel 2008, ossia la Lehman Brothers. E poiché questi organismi sono assai diffusi nel mondo, ecco che la regolazione sta facendo tutti gli sforzi di cui è capace per trovare dei rimedi, necessariamente omeopatici, ai guasti che possono provocare, provando in qualche modo a prevenirli.

Al di là della loro pericolosità le TIFT hanno anche alcune peculiarità: sono molto più spericolate, e quindi assai più redditizie. Ciò in quanto, potendo godere di una sorta di garanzia implicita – il loro essere sistemiche, che obbliga gli stati, a spese del contribuente, a evitare che falliscano -, tendono a fare il passo più lungo della gamba, prestando magari più di quanto dovrebbero a soggetti al quali sarebbe saggio non prestare. Quindi, quando le cose vanno bene, fanno più ricavi delle banche non sistemiche.

Lato costi, poi, sempre perché tanto non possono fallire, chi presta loro i soldi le considera investimenti pressoché sicuri. E quindi spuntano dei tassi passivi più bassi delle banche non sistemiche.

In pratica: guadagno di più quando prestano e costano di meno quando prendono a prestito. L’ennesima dimostrazione che in finanza il bullismo, più o meno criminale, paga eccome.

Su queste peculiarità diciamo disdicevoli il consenso è unanime. Nella sua disamina, che ripercorre gli argomenti che ho letto decine di volte nei vari interventi dei banchieri centrali, il Fmi ricorda tutto quello che vi ho detto, e che vale la pena riepilogare citando Mark Carney, del Financial Stability board, il principale organismo internazionale di buone pratiche di regolazione: “L’aspettativa che le istituzioni finanziari sistemiche possano privatizzare i guadagni e socializzare le perdite incoraggia l’eccessiva presa di rischi nel settore privato e può essere rovinoso per le finanze pubbliche. Si è cominciato a cercare soluzioni, ma il problema non è stato ancora risolto”.

E come mai potrebbe esserlo, in un sistema che, per sua stessa natura, premia il rischio col rendimento?

A volte mi chiedo se i nostri banchieri centrali siano ingenui o diabolici.

Il meccanismo distruttivo alla base del SIBs l’abbiamo visto all’opera dal 2008, e sappiamo già che ha condotto a una delle più spettacolari impennate del debito pubblico della storia, pari a quello che ci fu durante l’ultima guerra. Chiaro che non si voglia più rivederlo. Ma ciò non significa che si riesca ad evitarlo.

Intanto che ci provano, i nostri fini analisti hanno costruito uno dei loro modellini pieni di numeri ed equazioni astruse per arrivare a stimare quanto pesa, ancora oggi, la garanzia implicita degli stati su queste banche.

Cos’è la garanzie implicita? Ve la faccio semplice: la possiamo definire come il costo teorico che uno stato potrebbe dover affrontare qualora una sua banca sistemica fallisse. Il costo teorico dei danni teorici.

A cosa serve saperlo? I tecnici vi diranno che è un indicatore della stabilità finanziaria e altre belle parole. Ma non fatevi ingannare: lo scopo principale è spaventare. La paura, come le crisi finanziarie, sono ottimi incentivi a fare “tutto quello che è necessario”.

Ebbene, secondo le stime del FMI, il sussidio implicito, che può anche essere interpretato come un’indicatore della fragilità del sistema o dei rischi che esprime, è cresciuto parecchio nel 2012, per poi declinare nella parte finale del 2013.

Negli Stati Uniti, dove il de-leveraging bancario ha proceduto molto più velocemente che in Europa, il sussidio implicito è diminuito prima. E questo certo non deve stupire. Il de leveraging è stato scaricato sulla Fed che, formalmente, sta fuori dal bilancio dello Stato. E ciò malgrado, scrive il Fmi “il valore stimato delle garanzie governative per le banche sottoposte a stress appare più o meno paragonabile al livello pre crisi”. Che sarebbe come dire che abbiamo fatto – gli Usa hanno fatto – una fatica terribile (e a carissimo prezzo) per tornare al punto di partenza.

Non che il resto del mondo se la passi meglio.

“I sussidi stimati sono notevoli”, dice il Fmi. Si calcola che le SIBs, proprio grazie alle garanzie pubbliche implicite, abbiano un vantaggio nel costo dei loro finanziamenti di circa 15 punti base negli Stati Uniti, di 25-60 punti base in Giappone, 20-60 pb nel Regno Unito e addirittura 60-90 pb nell’eurozona.

Quindi le SIBs europee sono le più avvantaggiate dalle garanzie nascoste degli stati. E di conseguenza sono quelle che spendono di meno per il funding.

Un altro modo per dirlo è quantificare l’entità della garanzia implicita in miliardi di dollari, basandosi sul totale dei debiti di queste banche, al netto dell’equity.

L’esercizio l’ha fatto il Fmi, relativamente agli anni 2011-12, e ne ha tratto che i sussidi implicit hanno pesato fra i 15 ei 7o miliardi per le SIBs americane, 25-110 miliardi per quelle inglesi e giapponesi, e dai 90 ai 300 miliardi per quelle dell’eurozona. Che perciò oltre ad essere le meno costose per il funding, sono le più rischiose per le perdite potenziali. Con l’aggiunta che il sussidio implicito, già alto prima della crisi, è addirittura aumentato.

Altro che unione bancaria.

Se ricordate quello che ho detto prima sul doppio vantaggio (sempre quando bene) delle SIBs avrete chiaro perché.

Non bisogna stupirsi che le banche europee siano ridotte così. Dal 2000 al 2012 gli asset della banche europee sono esplosi, arrivando a quotare il 350% del Pil dell’eurozona, dal 250% di inizio secolo. Solo le banche inglesi hanno fatto peggio: hanno superato il 500% del Pil. Mentre Deutsche Bank, che nel 1997 aveva asset per poche centinaia di miliardi di dollari, a fine 2012 aveva raggiunto quota 3.000 miliardi, la prima fra le top global systemically important banks. Seguono la HSBC holdings Plc, la JP Morgan Chase, la Barclays PLC, la BNp Paribas e Citigroup.

Questa meravigliosa classifica di bulli ci dice un’altra cosa che dobbiamo ricordare: ossia chi dobbiamo temere. I primi della lista sono i tedeschi, ma non sono i più rilevanti. Le banche angloamericane insieme quotano circa 9.000 miliardi di dollari, e la Bnp Paribas appena 2.500.

Gira gira torni sempre là: da dove tutto è cominciato: il sistema finanziario angloamericano.

Noi europei facciamo paura.

Ma non siamo poi così pericolosi.

 

I banchieri berlinesi alla campagna d’America

L’economia va meglio, dicono le cronache. E fra un po’ ci convinceranno pure che è tornata la fiducia, che nel magico mondo del capitalismo equivale a una ripresa dell’incoscienza.

Sarà per questo, perché le cose vanno meglio (o almeno così si dice), che s’odono sinistri scricchiolii nella fantastica costruzione regolatoria iniziata a far data dal 2008 dai banchieri centrali del mondo. Provandosi con ciò l’evidenza fattuale che la crisi fa bene all’Internazionale dei banchieri, almeno quanto la ripresa le nuoce.

Chi ha avuto la ventura di leggere l’ultimo intervento ad Harvard di Andreas Dombret, banchiere della Buba, (“Regulatory reform – unresolved issues and the need for international cooperation”) queste cose le sa già, ma magari non ha notato come la descrizione dei processi ancora irrisolti sul versante dela regolazione suoni come il canto del cigno dello slancio riformatore messo in campo dagli stati del G20 dopo il crack di Lehman Brothers.

Sempre perché le crisi aiutano assai la regolazione.

All’epoca i leader del mondo recitarono compunti e seriosi una splendida dichiarazione d’intenti, secondo la quale si sarebbero dati da fare per “rafforzare il regime regolatorio, la supervisione prudenziale e la gestione del rischio”. I mercati erano infartuati all’epoca, e abbisognavano ben più del solito contentino a base di liquidità.

“Più di cinque anni dopo – dice Dombret – abbiamo fatto buoni progressi, tuttavia dobbiamo ricordarci di quello che Mark Roe, dell’Università di Harvard, chiama il ciclo della fiducia nella regolazione”. Che poi sarebbe il fatto che si fanno le riforme quando c’è una crisi, quindi, quando l’economia riparte, si allenta la guardia e finisce come al solito.

E infatti sembra proprio che sia andata così anche stavolta. “A un’osservazione superficiale può apparire che il sistema finanziario sia stato riparato – dice Dombret – tuttavia dobbiamo essere sicuri che non si romperà di nuovo”, come disse il medico al malato, ignorando che le malattie è impossibile curarle una volta per tutte.

Anche perché, come riconosce il nostro banchiere-dottore, alcuni mali sono ancora in incubazione e devono essere curati con opportuna prevenzione, “per creare un sistema finanziario stabile”. Ossia l’Eldorado dei nostri banchieri centrali.

Si potrebbe discutere giorni su quante volte il medico sia sovente la causa della malattia che pretende di curare, e figurarsi magari la faccia piena di rughe e pensieri monetari dell’ex guru della Fed, Greenspan, mentre inonda di dollari il mondo, inflazionandone senza sosta gli asset. Ma sarebbe una discussione sterile.

Meglio allora concentrarci sulle minacce individuate da Dombret, che sono terribilmente concrete.

Le questione sul tavolo dell’Internaziona dei banchieri sono essenzialmente tre: il problema delle istituzioni finanziari troppo grandi per fallire (too-big-to fail problem), lo shadow banking e il mercato dei derivati Otc.

Chi frequenta l’informazione economica avrà ampia familiarità con questi temi. Vale la pena però seguire la sintesi che ne fa Dombret, anche per capire lo stato dell’arte.

Sulle banche troppo grandi per fallire, Dombret ha gioco facile a ricordare la filosofia del Berliner consensus, che, come ricordete, si basa sul principio della responsabilità che, spiega Dobret, nel mondo bancario pare viva una sua versione affievolita. Il che conduce sovente a una socializzazione delle perdite, come è accaduto dopo la crisi del 2008, che, non a caso, ha condotto a un’esplosione del debito pubblico mondiale, visto che le banche sono state costrette a socializzare migliaia di miliardi di debiti privati.

E’ anche una questione di fair play, spiega Dombret, citando uno studio della Fed secondo il quale le banche troppo grandi per fallire hanno anche un vantaggio competitivo nei confronti delle banche più piccole, visto che il mercato, proprio perché “non possono fallire” presta a queste banche a prezzi ridotti rispetto alle altre. Per di più sono avvantaggiate, oltre che dal lato dei costi minori per il funding, sul lato dei ricavi, perché la garanzia implicita del salvataggio statale le spinge al moral hazard, e quindi a rischiare di più. Il che equivale, nei tempi buoni, a guadagnare di più.

Tutto ciò, dice il banchiere tedesco, viola il principio della responsabilità. Come risolvere la questione? “Queste banche – dice – devono poter fallire senza portare con sé l’intero sistema finanziario”.

Ma davvero un banchiere centrale, anche se tedesco, è così ingenuo da non capire che le banche too-big-to fail sono il sistema finanziario?

A quanto pare sì.

Sedotto dal germanico candore, ho proseguito nella lettura, ma solo per scoprire che alla fine dei conti quello che serve è quello che l’eurozona sta disperatamente cercando di costruire: un sistema ordinato di risoluzione delle banche in crisi, ma a livello globale. La qualcosa, ne converrete, è alquanto complicata. Anche perché se è stato (relativamente) facile trovare un’intesa sull’Unione bancaria nell’eurozona, bail in compreso, figuratevi quanto sarà facile convincere gli americani a mettere in comune un meccanismo di risoluzione, scaricando poi il costo a carico delle banche stesse.

Mi è arrivato l’eco delle risate americane.

Il secondo tasto dolente è quello delle banche ombra. Abbiamo visto con dovizia di particolari cosa serva e come funzioni lo shadow banking e come in letteratura ci sia una certa indeterminatezza sull’utilità che esso svolge ai fini dell’aumento della liquidità globale. Al contrario c’è pressoché unanime condizioni sulla sua rischiosità intrinseca, visto che le banche ombra su muovono fuori dai circuiti regolamentati. Così come c’è certezza sul fatto che un futuro lo shadow banking crescerà ancor più di quanto è cresciuto sinora.

“Anche qui – dice Dombret – la cooperazione internazionale è essenziale per stabilire un’effettiva regolazione. A tal fine è benvenuta l’inziativa del G20 di mettere lo shadow banking in cima alla propria agenda”.

Terzo problema: la questione dei derivati Otc e delle controparti centrali.

“Lo scambio di derivati – ricorda Dombret – è stata causa di pesanti perdite, distruzione di mercati e minacce alla stabilità finanziaria“”. Perciò il G20 qualche anno fa ha determinato che lo scambio di derivati OTC (over the counter), ossia non standardizzati, avvenga nell’alveo delle controparti centrali, quindi centrali di clearing che rendano queste transazioni, di solito assai opache, un po’ più trasparenti.

Abbiamo visto altrove che le controparti centrali, che pure dovrebbero mitigare i rischi, sono portatrici anch’essa di profondi rischi sistemici, sui quali Dombret non si risparmia. Ve li sintetizzo con una battuta: le controparti centrali, che in pratica agiscono come banche ombra, possono diventare troppo grandi per fallire.

Lo so: è incredibile. Ma questo è il male e questi sono la cura. Sempre perché non si può dire – un banchiere centrale non può dire – quale sia davvero il male del sistema finanziario (voler fare soldi con i soldi).

Anche qui, Dobret invoca “un coordinamento internazionale” e nota con soddisfazione che “alcuni passi sono stati fatti”, ma ci sono ancora “grandi differenze di regolazione fra Ue e Usa”. Ad esempio sul livello del margine iniziale da depositare nelle controparti per svolgere l’operazione.

L’esempio serve a capire una cosa fondamentale, ossia chi siano le parti in gioco (nel caso non fosse chiaro). Quindi l’Ue e gli Usa, ossia i padroni reali del mercato finanziario (i secondi in particolare, insieme con gli inglesi). E ci aiuta anche a capire la posta in gioco dietro l’accorato appello di Dombret per una maggior armonizzazione e regolazione finanziaria: il trionfo dell’Internazionale dei banchieri, magari sempre più tarata sul Berliner consensus.

Ve la sintetizzo con un’altra battuta: L’Europa finanziaria (tedesca) pensa di conquistare (imbrigliare) la finanza americana con i cavilli, passando tramite la solidarietà di casta dei banchieri centrali. Che come vedete inizia a scricchiolare non appena le cose si mettono un filino meglio e gli stati (che sono gli azionisti di riferimento delle banche centrali) riprendono coraggio.

“Per raggiungere la nostra destinazione – un sistema finanziario stabile – dobbiamo camminare insieme”, conclude Dombret.

E qui il teutonico candore di Dombret diventa disarmante.

Chi l’ha detto che gli americani vogliono un sistema finanziario stabile?

 

 

Lavoro: anche gli americani diventano choosy (grazie anche alla Fed)

Da quando la Fed ha eretto a feticcio della sua politica monetaria il tasso di disoccupazione, tutto il mondo guarda con occhio spasmodico le statistiche mensili Usa, col dito sul mouse pronto a comprare America e vendere resto del mondo non appena suonerà la campanella della fine ricreazione.

La Fed ormai lo sa. E siccome ha sperimentato nel maggio scorso quanto sia pericoloso giocare col fuoco della aspettative, il 19 marzo 2014 il FOMC della banca americana ha stabilito che per cominciare l’exit strategy il tasso di disoccupazione, si, vabbé, ma anche dell’altro, sciorinando altre variabili di tipo qualitativo, che hanno indotto gli operatori finanziari a ipotizzare che la Fed farà il primo ritocco di tassi non prima dell’inizio del 2015, come qualcuno aveva già previsto.

Ciò non toglie che il tasso di disoccupazione americano, arrivato a un rassicurante 6,7% (l’obiettivo Fed era il 6,5%) continui ad esercitare il suo fascino fra gli analisti economici. Non ultimi quelli della Banca centrale europea, che, molto perfidamente, hanno svolto un approfondimento sull’andamento non tanto del tasso di disoccupazione, che è noto, ma su quello di partecipazione.

Ricordo che il tasso di disoccupazione si ottiene dividendo il totale dei disoccupati che cercano lavoro per il totale risultante dalla somma fra lavoratori occupati e disoccupati in cerca di lavoro. Come si vede, la definizione statistica ha poco a che vedere con quella che potremmo trarre dal senso comune, secondo la quale i disoccupati sono quelli che non hanno lavoro e basta.

Ciò in quanto la statistica distingue, per fini statistici, fra coloro che sono senza lavoro perché non lo trovano e quelli che sono senza lavoro perché non lo cercano.

Per distinguere queste due popolazioni è stato creato un altro indicatore, che si chiama tasso di partecipazione, che in pratica si ottiene dividendo il totale degli occupati e dei disoccupati in cerca di lavoro (ossia quella che la statistica chiama forza lavoro) per il totale della popolazione attiva, di solito i 15-64enni.

Un tasso di partecipazione basso vuol dire che la forza lavoro di un paese è bassa. Ma questo non vuol dire che i cosiddetti inattivi siano tutti ricchi rentiers. Può voler anche dire, e questa di solito è la circostanza più comune, che molti hanno rinunciato a cercare lavoro e non si sa bene come vivano. Magari grazie all’assistenza pubblica, va da sé.

Premessa noiosa, ma necessaria per capire l’analisi della Bce.

Quest’ultima nota, sempre più perfidamente, che “gran parte del calo del tasso di disoccupazione, sceso dal 7,9% al 6,7% fra dicembre 2012 e febbraio 2014,  va tuttavia ricondotta al minore tasso di partecipazione, che, nel 2013, è diminuito dello 0,8%. Rimangono al tempo stesso su livelli elevati le misure più ampie della disoccupazione comprendenti i “lavoratori scoraggiati” e quelli a tempo parziale che preferirebbero posizioni a tempo pieno, oltre che i disoccupati di lungo periodo. Anche gli andamenti del rapporto fra occupati e popolazione e dei tassi di turnover occupazionali descrivono un quadro meno positivo del mercato del lavoro”.

Chi mastica le cronache economiche avrà già capito dove vuole arrivare la Bce. Ma può essere utile fare un esempio a giovamento di quelli meno abituati a ragionare su queste cose.

Mettiamo che la nostra popolazione attiva sia composta da 10 persone. Di queste, sei partecipano al mercato del lavoro (quindi sono forza lavoro). Di questi sei, cinque sono occupati e uno è disoccupato. Il nostro tasso di disoccupazione lo otteniamo dividendo 1 (numero disoccupati) per la forza lavoro (1+5). Quindi otteniamo che il tasso di disoccupazione è pari a 1/6, ossia al 16,66%.

La banca centrale di quel paese allora inizia a pompare denaro nell’economia al fine, di sicuro nobile, di riportare il tasso di disoccupazione a un livello più basso. Evita accuratamente di parlare di fini più reconditi. Tipo favorire il deleveraging della banche, o far ripartire i mercati finanziari inceppati per mancanza di acquirenti di debiti, o magari rivitalizzare il mercato immobiliare.

Comunque. La conseguenza di tanta premura è che i partecipanti al mercato del lavoro diminuiscono da sei che erano a cinque. Magari perché il nostro unico disoccupato, ormai scoraggiato, ha smesso di cercare lavoro. Sicché si compie il miracolo. Se calcoliamo il nostro tasso di disoccupazione, scopriamo che adesso vale 0/5. Ossai zero.

Giù applausi alla Banca centrale.

Al netto della semplificazione, questo è quanto è accaduto negli Stati Uniti grazie (anche) alle politiche espansive della Fed. Forse perché al mercato del lavoro americano non ha giovato l’overdose di flessibilità inflittagli negli ultimi trent’anni? Alcuni dicono che è così.

Più interessante notare, come nota ormai palesemente maligna, la Bce che “la caduta del tasso di partecipazione osservata negli ultimi anni appare anomala nel confronto con i cicli economici precedenti”. Cicli, in cui, vale la pena sottolinearlo, non c’era ancora il quantitative easing della Fed.

Anzi: “Il tasso di partecipazione, a differenza di quanto osservato in passato, non è migliorato con la ripresa, iniziata nel 2009, ed è anzi diminuito del 3% fra dicembre 2007 e febbraio 2014, mentre nell’area dell’euro è aumentato dell’1,2% fra la fine del 2007 e il terzo trimestre del 2013, con un impatto sfavorevole immediato sul tasso di disoccupazione. Questa caratteristica potrebbe in parte spiegare la divergenza fra gli andamenti del tasso di disoccupazione nell’area euro e negli Stati Uniti”.

Ovviamente, come sempre accade nelle cose statistiche, la demografia, nel caso americano ha giocato un ruolo importante nel calo della partecipazione al mercato, che la Bce stima in circa un terzo del totale. Un altro fattore viene individuato nella crescita degli iscritti ai programmi di copertura previdenziale. Ciò potrebbe aver incoraggiato qualcuno a trasformarsi in inattivo.

Il terzo elemento individuato è stato che “la scarsità di impieghi ha indotto i giovani a proseguire gli studi per migliorare le loro opportunità”. E in effetti la quota di 16-24enni ancora in fase di istruzione è notevolmente aumentata dal 2007 in poi.

Potremmo proseguire con le analisi, ma sarebbe solo un esercizio intelletuale. Vale la conclusione della Bce: “Non bisogna limitarsi al tasso di disoccupazione per monitorare gli andamenti del mercato del lavoro. Un esame più ampio mostra che le condizioni in tale mercato restano nell’insieme deboli e caratterizzate da un eccesso di offerta”.

Per la cronaca, nel 2000 il tasso di partecipazione era di oltre il 67%. Nel 2008 quotava ancora il 66%. Oggi, dopo anni di diluvio monetario, è intorno al 63%. Fra un po’ arriveranno al nostro 55%.

Finalmente si è scoperto il vero valore aggiunto del quantitative easing.

Che poi è l’effetto che fa sempre il denaro facile.

Fa diventare choosy.

Si scrive DEF, ma si legge FED

Nel bailamme di commenti, applausi e fischi che hanno caratterizzato il dibattito sulla prima vera prova del governo Renzi, ossia il DEF (documento di economia e finanza), rimane in ombra un’inezia che però fa la differenza. Ossia la circostanza che non siamo soli al mondo.

Per rimediare, di conseguenza, è bene abbandonare per un attimo le nostre cronache strapaesane e perdere un po’ di tempo a leggere l’aggiornamento del Global financial stability review del Fondo monetario.

Sfogliando il primo capitolo, a un certo punto mi imbatto in una simpatica allocuzione: “Gli Stati Uniti devono affrontare diverse sfide in relazione alla stabilità finanziaria. (…) L’eventuale percorso di uscita dalle politiche monetarie non convenzionali potrebbe avere importanti ricadute internazionali. Le economie emergenti sono particolarmente vulnerabili se il premio o il tasso a breve cresce più rapidamente del previsto”.

E noi che c’entriamo?

Eccome, se c’entriamo. All’interno dell’eurozona, la situazione dei PIIGS, almeno lato sostenibilità esterna, non è poi così diversa  da quella dei paesi emergenti. L’Italia poi, con il suo 30% posizione netta negativa sull’estero e le sue pressanti esigenze di rifinanziamento del debito pubblico – abbiamo oltre 600 miliardi di debito pubblico collocato all’estero – è assai sensibile ai turbamenti dei tassi internazionali. Non siamo poi così diversi dal Messico, da questo punto di vista. Anzi, per certi versi stiamo pure peggio, visto che gli emergenti, a differenza nostra, possono fare politica monetaria.

E c’entriamo anche per un’altra ragione. “Il passo di normalizzazione della politica monetaria Usa – scrive il Fmi – è probabile abbia effetti significativi sulle altre economie”. E a parte le emergenti, ci sono anche le economie avanzate.

Il Fondo svolge anche alcune simulazioni per testare come un incremento dei tassi americani impatti su quelle di tutte le principali economie, partendo dall’ipotesi che è ragionevole aspettarsi un aumento dei tassi di 100 punti base dal livello “ancora depresso” di febbraio 2014.

“Anche se le principali banche centrali fuori dagli Usa possono controllare le aspettative sui tassi a breve – avvisa il Fmi – le stime suggeriscono che la normalizzazione del premio Usa possa conferire una pressione al rialzo sui tassi di lungo termine. Ovviamente un aumento del premio a termine e dei tassi a breve può avereun impatto ancora più grande”.

Detto in altri termini, quando la Fed inizierà ad alzare i tassi, tutti noi dovremo farci i conti.

A tal proposito il Fmi stima che un aumento del rendimento a lungo di 100 punti basi avrebbe un effetto di rialzo compreso fra i 35 e i 55 punti base sui rendimenti del decennale della Germania, unico stato europeo (non a caso) preso in considerazione nella simulazione. Non serve una laurea per capire che un aumento dei tassi tedeschi ha un effetto più che proporzionale sui nostri. Detto in altri termini, pure se lo spread rimane al livello attuale, se aumentano i rendimenti tedeschi aumenteranno pure i nostri.

E questo ci riporta al nostro DEF.

Se guardiamo alle tabelle diffuse dal governo leggiamo che la spesa per interessi per il 2014 è prevista al 5,2% del Pil. Sappiamo già che la spesa per interessi è la somma algebrica di avanzo primario (quando c’è) e deficit. Sicché l’avanzo del 2,6% (sempre previsto) nel 2014 ci consentirà di tenere il deficit al 2,6%.

Dal 2015 la spesa per interessi è prevista in calo, fino ad arrivare al 2018 al 4,7% del Pil. Contestualmente il saldo primario dovrebbe aumentare dal 3,3% del 2015 al 5% del 2018 (4,2% nel 2016, 4,6% nel 2017, 5% nel 2018), quando addirittura dovremmo ottenere un surplus netto di bilancio dello 0,3% del Pil. L’indebitamento netto strutturale, ossia corretto per il ciclo, dovrebbe arrivare al -0,1% nel 2015 per azzerrarsi (pareggio di bilancio) dal 2016 in poi.

Avere un surplus di bilancio significa avere la possibilità di abbattere lo stock di debito. Il Sacro Graal italiano.

Nel Def 2014 le stime sugli andamenti degli spread per i prossimi anni sono le stesse di quelle fatte dal governo Letta nel settembre scorso, nella nota di aggiornamento al Def 2013. Ricordo che all’epoca il governo prevedeva un avanzo primario del 2,9% sul Pil nel 2014, del 3,7% nel 2015, del 4,5% nel 2016 e del 5,1% nel 2017. Ciò a fronte di uno spread sul bund a 200 punti base nel 2014, di 150 nel 2015 e di 100 punti fra il 2016 e il 2017.

La prima evidenza che salta all’occhio è che gli avanzi primari stimati a settembre sono molto più alti di quelli stimati nel DEF 2014. E poiché il saldo primario è la differenza fra spesa per interessi e indebitamento netto, avere un saldo primario minore può significare che o è aumentato il deficit o è aumentata la spesa per interessi.

Il fatto che l’azzeramento dell’inebitamento strutturale sia rimandato di un anno rispetto a settembre 2013 (-0,1% nel DEF 2014) lascia sospettare che il deficit verrà interpretato un po’ più elasticamente.

La seconda tabella ci dà altre informazioni assai interessanti, laddove si esamina l’andamento delle varie componenti del Pil. La parte del leone, stima il governo, la faranno i consumi privati, previsti in crescita dello 0,2% nel 2014 (i famosi 80 euro in busta paga?), dello 0,9% nel 2015, dell’1,2% nel 2016, dell’1,6% nel 2017 e dell’1,7% nel 2018. Ricordo che nel 2013 i consumi privati si sono contratti del 2,6%.

Un contributo ancora più importante dovrebbe arrivare dagli investimenti fissi lordi, diminuiti del 4,7% nel 2013 erano, che si prevedono in crescita del 2% quest’anno, del 3% l’anno prossimo, fino ad arrivare al 3,8% nel 2018.

La spesa delle amministrazioni pubbliche, negativa per lo 0,8% nel 2013, dovrebbe contribuire per lo 0,2% quest’anno e rimanere vicina a zero fino al 2018 (la famosa Spending review).

Infine, le esportazioni nette. Nel 2013 hanno contributo al Pil per il +0,8%, facendo gridare al miracolo dell’export italiano (guidato dal calo dell’import però).

Negli anni a venire il contributo dell’export netto si abbasserà gradualmente: dal +0,5% del 2014 al +0,1% del 2018. Sostanzialmente il grosso della crescita prevista dipenderà dalla domanda interna. E’ il modo italiano per interpretare la fine delle politiche mercantiliste nell’eurozona.

Stiamo facendo la politica della Germania senza avere i soldi della Germania.

Pompare la domanda interna, se può avere un effetto energizzante sull’umore di molti cittadini (sempre i famosi 80 euro) porta con sé un rischio notevole sul versante dei conti esteri, visto che solo di recente, e solo grazie al calo dell’import, il nostro saldo di conto corrente della bilancia dei pagamenti è tornato (di poco) positivo. Se si fosse voluto puntare sulle esportazioni avrebbe avuto più senso puntare sulla competitività dedicando i famosi dieci miliardi di tagli di cuneo fiscale interamente alle imprese, per abbassare i loro costi relativi.

E tuttavia, anche sul fronte del conto corrente della BoP le previsioni del governo sono buone. A fronte del surplus dello 0,8% del 2013, ottenuto soprattutto grazie alla bilancia commerciale, si stima che quest’anno il surplus salirà all’1,4% del Pil, mantenendosi a questo livello fino al 2018, quando il saldo aumenterà all’1,5%. Mi sono chiesto, senza trovare una risposta, da dove verrà fuori questo saldo, atteso che tutte le voci del conto corrente sono negative tranne quella delle merci, che peraltro di prevede in rapido prosciugamento.

Se qualcuno può spiegarmi questa stranezza gliene sono grato. Anche perché nel DEF non c’è scritto come si sia arrivati a questa stima del saldo corrente.

Ma non è tanto questo il punto, o almeno non solo. Il punto è che scommettere su uno spread calante, come già aveva fatto il governo Letta, significa implicitamente puntare sulla FED. Ossia scommettere sulla circostanza che la banca centrale americana continuerà ancora a lungo la sua politica monetaria ultraespansiva, tenendosi la Bce come riserva in panchina. Francoforte dovrebbe preparare il suo personale quantitative easing, come non a caso ha sollecitato il ministro Padoan durante la conferenza stampa di presentazione del DEF, per intervenire appena la FED dovesse decidere di rallentare il suo. Il solito dilemma fra squilibrio o depressione.

Solo che la BCE non è la FED. E il Fmi molto opportunamente ce lo ricorda.

Ve la faccio semplice: il governo sta puntando su una politica fiscale sostanzialmente espansiva, pure a rischio dell’equilibrio di conto corrente della BoP e del saldo fiscale, scommettendo sul proseguimento di una politica monetaria espansiva, nella speranza che si rimetta in moto la macchina della crescita e che gli squilibri trovino da soli di che riequilibrarsi.

Detto ancora più semplicemente: il governo scrive DEF, ma legge FED.

Il freddo vento dell’Ovest che soffia sull’India

Gli auruspici dei disastri di là da venire compilano ormai ogni giorno la classifica del primo che cadrà, una volta che l’Occidente americano smetterà di emettere liquidità a tassi negativi. Costoro, in gran parte in avida contemplazione dei guadagni che lucreranno da tali rovine, ormai da mesi hanno rivolto i loro occhi rapaci verso i paesi emergenti, e in particolare quei Brics che nel tempo buono vennero inventati per piazzare al meglio qualche obbligazione.

Sembrano passati secoli, ma invece è poco più di un decennio. Quei campioni oggi spompati, erano il lievito di ogni discussione sul futuro della domanda globale. I perfetti succedanei di un Occidente stanco e spopolato di giovani, assai più preoccupato di mantenere i suoi vecchi che non di produrre nuove mitologie di consumo. L’automobile, per dire, doveva essere cinese o indiana, o non essere più.

Cosa è rimasto oggi, che il freddo vento dell’Ovest ha già iniziato a spolverare di neve i saldi commerciali dei Brics? Chi sarà il primo a cadere, si chiedono i traders, che muovono assurdi finanziari sotto forma di denaro?

Ecco l’India, segnalarsi con preoccupazione non come candidata ideale al sacrificio, che pure si attaglierebbe bene, questo ruolo, alla sua mistica. Ma come prima rivelazione di quanto le menzogne dell’Ovest siano e siano state profonde.Una versione aggiornata del vecchio colonialismo.

Si scopre questo e dell’altro, leggendo l’ultimo staff report del Fondo monetario dedicato proprio all’India. Si scopre ciò che già si sapeva, ossia come l’alta inflazione, avendo ridotto i rendimenti reali degli investimenti indiani, abbia contribuito notevolmente a un deficit di conto corrente della bilancia dei pagamenti senza precedenti, aggravatosi con l’aumento di importazioni di oro. A farne le spese è stato il risparmio indiano e, una volta che il vento freddo dell’Ovest ha iniziato a soffiare, la valuta, depressa da costanti deflussi di quegli afflussi che nei bei tempi dei Brics popolavano la contabilità internazionale indiana.

Ma scopriamo anche che l’Occidente non ha di che preoccuparsi: finisca pure di mettere al sicuro i suoi soldi, prestati inopinatamente, per pura avidità, al sub continente: “Uno shock che si origini in India – scrive il Fmi – ha implicazioni globali contenute, ma molto serie per alcune economie sudasiatiche”. L’Occidente, insomma, può star tranquillo.

L’India un po’ meno. “La riduzione della liquidità – scrive il Fmi – ha aumentato le pressioni esterne e appesantito gli squilibri macroeconomici dell’India (alta inflazione, grande deficit di conto corrente, e deficit fiscale) e la sua debolezza strutturale”. Quest’anno la crescita dovrebbe arrivare al 4,6%, il livello più basso dell’ultimo decennio, a causa di una contrazione della domanda estera e dell’anemia di quello interna, che non riesce a decollare.

Il deficit di conto corrente è previsto migliori, ma l’India ha poco margine, a parte usare le sue riserve, per fare politiche controcicliche. E le riserve, ammesso che le tensioni finanziarie internazionali si normalizzino, serviranno innanzitutto a tenere in piedi la rupia, che, spiega il Fondo, dovrebbe essere sostenuta da un aumento corposo dei tassi a breve in caso di torbidi esterni.

La qualcosa, come è noto, ha l’effetto di comprimere la domanda, in un momento in cui il Fmi esorta a procedere con un consolidamento fiscale, visto che il deficit è ancora previsto al 4,8% del Pil nel 2013/14. Insomma: l’India sta transitando dai Brics ai PIIGS.

Chi segue questa roba non si stupirà più di tanto. La creazione di un PIIGS, prevede il copione, comincia con l’afflusso di denaro gratis e finisce con un deflusso che lascia il paese pieno di debiti e in piena crisi fiscale/valutaria. L’abbiamo visto tante volte, questo copione negli ultimi trent’anni. E la cosa incredibile è che ancora ci si caschi.

E come ogni volta, anche per l’India, il grilletto che ha innescato la fase terminale della crisi è stato l’annuncio di maggio della Fed che presto sarebbe partito il tapering. Gli investimenti di portafoglio in India hanno cominciato a diventare fantasmi alla disperata ricerca di una sostanza sotto forma di nuovi prestiti.

Gli investitori “scoprirono” l’alto livello di inflazione che l’India esibisce ormai da un decennio, e si accorsero persino dell’instabilità politica. E’ incredibile cosa possa far dimenticare il denaro della Fed.

Il paese reagì allentando i limiti agli investimenti diretti dall’estero, introducendo controlli sui movimenti di capitale e addirittura un dazio sulle importazioni di oro. Ma, come al solito, fu la retromarci della Fed a svolgere l’effetto desiderato. I mercati si calmarono e il governo indiano di conseguenza.

Oggi che il tapering sembra un’ipotesi benigna, all’orizzonte ma non troppo, l’India si trova nuovamente di fronte ai suoi dilemmi storici: l’inflazione, la domanda interna strozzata e gli investimenti ancora bloccati, col saldo commerciale migliorato un pochino, ma solo perché il mondo là fuori è tornato a spendere. Ma fino a quando?

Il mantra delle riforme strutturali non poteva risparmiare perciò un paese che già ai tempi buoni era stato a a dir poco refrattario. E’ pur vero che nell’ultimo biennio le politiche monetarie e fiscali sono state coerenti con il consiglio del Fmi, ma questo non è stato sufficiente a incardinare l’India in un percorso sostenibile di sviluppo. Ancora troppo esposta ai marosi internazionali. Ancora troppo indiana.

La crescita si prevede in aumento al 5,4% nel periodo 2014/15, ma “l’inflazione CPI – scrive il Fondo – si prevede ancora vicina alla doppia cifra nei prossimi anni”. Un po’ perché l’inflazione da cibo non accenna a diminuire, un po’ perché si trasferisce con rapidità ai salari, un po’ perché la valuta ha prospettive di ulteriore indebolimento, un po’ perché i prezzi energetici sono previsti in crescita.

Lato esterno, il deficit di conto corrente, che aveva raggiunto il record del 4,8% nel 2012/13 si è ridotto notevolmente, spinto ai ribasso dai dazi su alcune importazioni (l’oro) e dall’aumento delle importazioni, ma anche perché, da bravi PIIGs, la domanda interna di beni è crollata sotto il peso della crisi.

Quest’anno il Fmi si aspetta un deficit di conto corrente di 61 mld, pari a circa il 3,3% del Pil, con prospettive al miglioramento grazie anche all’effetto del deprezzamento della rupia di questi ultimi tempi. A tranquillizzare i creditori c’è anche l’ammontare ancora soddisfacente di riserve (296 miliardi di dollari a dicembre 2013 previste in crescita a 314 per marzo 2015).

Ma rimane vagante il rischio più grosso: ossia che la liquidità globale torni ad essere scarsa, combinando così  la debolezza esterna con quella interna. “Le riserve sono ampie – nota il Fondo – ma la recente esperienza evidenzia che, con la normalizzazione della politica monetaria americana, l’impatto della volatilità del mercato globale può essere distruttivo. Con un bisogno di finanziamenti esteri ancora significativo, quindi, l’India è esposta al rischio di una salita dei tassi di interessi e a quello del deflusso dei capitali”.

Questa pressione può mettere in tensione i mercati domestici, indebolire i bilanci di banche (per le quali si prevede un’ampia necessità di capitali freschi in accordo con Basilea III) e imprese, tagliare la crescita del credito e forzare una tensione prociclica sulle politiche monetarie e fiscali”. Tutto ciò “può innalzare il costo dei finanziamenti, provocare deflussi di portafoglio e aggiustamenti disordinati del tasso di cambio e dei prezzi degli asset”. In pratica l’ingresso a pieno titolo fra i PIIGs.

Sicché gli indiani, una volta saggi, ora si attrezzano a scrutare le nuvole che arrivano da Ovest. Dopo l’esperienza di Lehman Brothers, quando il paese passò da un deficit di conto corrente finanziato interamente dagli investimenti esteri a un periodo in cui non coprivano neanche un quarto, i metereologi indiani hanno capito che il sole, se vuole continuare a splendere, non potrà contare solo sulla benevolenza altrui, anche se tale benevolenza rimane fondamentale. Dalla sua l’India ha il fatto che “la flessibilità del cambio potrebbe continuare a essere un punto di risposta fondamentale alle volatilità estere”.

Almeno questo vantaggio gli indiani ce l’hanno. Basti ricordare che fra il 22 maggio e il 2 settembre (ossia da quando la Fed iniziò a parlare di tapering) la rupia si è deprezzata del 18,8%, per poi rivalutarsi del 6,5% dal 2 settembre al 5 dicembre.

Il problema è che non sanno come affrontare la prossima turbolenza.

Sono in buona compagnia però.

Non lo sa nessuno.

Nessun paese del sud, tantomeno un subcontinente, è attrezzato per la grande glaciazione che si prepara.

Si prepara la terza guerra mondiale: quella del debito

Poiché stiamo scrivendo una nuova storia è bene darle subito un titolo che posizioni chiaramente il problema. Ci viene in aiuto l’Ocse, che ha rilasciato di recente un outlook sul Sovereign borrowing per il 2014.

Leggendolo scopriamo due cose: la prima è che il mondo avanzato, ossia i paesi Ocse, hanno raggiunto  e ormai superato, lo stesso livello di debito sovrano che avevano cumulato alla fine della seconda guerra mondiale.

La seconda è che ogni anno questi debiti devono essere rinnovati. E la lotta per accaparrarsi risorse, oltre 10 trilioni lordi previsti per l’anno in corso, sta somigliando sempre più a una guerra, combattuta dagli stati per convincere prestatori sempre più riottosi a dar loro credito.

Al momento ci pensano le banche centrali ad alleviare la pressione, comprando a mani basse i titoli dei loro stati. Ma prima o poi questa pratica non convenzionale finirà. E solo in quel momento la guerra per trovare credito deflagrerà. Non conosciamo le conseguenza, ma ne abbiamo già avuto qualche sentore.

La premessa, come spiega bene l’Ocse, è che gli emittenti sovrani stanno sudando le proverbiali sette camicie per continuare a fare il loro lavoro dovendo gestire rischi crescenti di liquidità, tassi di lungo termine previsti in rialzo e crescita economica globale ancora periclitante. Come se non bastasse rimane ancora senza risposta la domanda principe del nostro tempo. Ossia: quando, quanto velocemente e come le banche centrali smetteranno di inondare con la loro liquidità i mercati mondiali del debito.

I numeri ci dicono che il fabbisogno lordo di prestiti da parte dei paesi Ocse ha raggiunto il suo picco nel 2012, raggiungendo gli 11 trilioni di dollari, che dovrebbero essere diminuti a 10,8 trilioni nel 2013 e dovrebbero diminuire ancora a 10,6 quest’anno. L’alta quota di rimborsi quota il fabbisogno netto in circa 1,5 trilioni, per quest’anno. Ma ciò non toglie che i poveri gestori dei debiti statali abbiano il loro daffare. Anche perché “gli indici del debito statale nei paesi Ocse sono previsti in crescita”.

Peggio ancora: “Per un gruppo dei paesi più grandi dell’Ocse – spiega – il debito generale del governo nel 2014 si prevede raggiungerà il livello più alto dalla seconda guerra mondiale”.

Come uscirne? All’epoca ci pensò l’inflazione a fare piazza pulita dei debiti di guerra, aiutandosi i paesi anche con tassi notevoli di crescita oggi difficilmente replicabili. Oggi l’uscita da questa situazione è complicata anche dalla circostanza che il fabbisogno di rifinanziamento per l’area Ocse raggiungerà il 29% del totale del debito esistente a lungo termine (che pesa circa l’88% del totale del portafoglio) entro tre anni, durante i quali, a quanto dicono i banchieri centrali, anche il loro grazioso aiuto inizierà a venir meno.

Detto in parole semplici: si rischia di rimanere a secco. Il che a un livello di debito Ocse, aggiustato per i prezzi, che ormai ha superato il 116% del Pil, non è esattamente rassicurante.

Per la cronaca (storica) dopo la guerra, quando eravamo al livello di oggi, il debito/Pil Ocse era crollato sotto il 40% e dopo i vari boom, grazie alla crescita, era sceso ancora intorno al 20% nei primi anni ’60, dove, fra alti e bassi, lo troviamo ancora nella seconda metà degli anni ’70, quando la corsa del debito pubblico inizia senza freni.

E questo, meglio di ogni altra cosa, racconta cosa sia successo nei paesi avanzati negli ultimi quarant’anni.

L’overview dell’Ocse sullo stato attuale dei debiti sovrani ci fornisce anche altre informazioni di cui è bene tener conto.

Ad esempio è utile sapere che Giappone (34,1%) e Stati Uniti (33,3%) hanno totalizzato il 67,4% del totale del fabbisogno lordo di finanziamenti nel 2013 (10,8 trilioni). Noi italiani, terzi nella graduatoria Ocse dei debiti pubblici, abbiamo assorbito appena il 5,6%.

Ovviamente, anche quest’anno il copione si ripeterà sostanzialmente simile. La quota del Giappone è prevista in rialzo, al 34,9%, così come quella degli Usa, al 33,5, mentre noi italiani scenderemo al 5,1%.

Questi dati ci dicono una cosa elementare ma mai opportunamente sottolineata: America e Giappone assorbono oltre i due terzi del fabbisogno lordo di prestiti nel mondo. Questa evidenza spiega bene perché il comportamento delle loro banche centrali, impegnate in politiche monetarie ultraespansive, sia diventato così strategico. E soprattutto evidenzia come siano loro i grandi protagonsti della terza guerra mondiale: quella del debito. Le loro decisioni impatteranno, che piaccia o meno, sul resto del mondo.

Per comprendere perché basta farsi una domanda semplicissima: cosa succederebbe al mercato mondiale del debito se le banche centrali americana e giapponese smettessero di comprare a mani basse bond pubblici? Elementare Watson aumenterebbero i tassi.

Per comprendere quanto sia rilevante l’effetto degli acquisti di bond pubblici sul mercato da parte di Fed e BoJ, è opportuno riportare alcune cifre raccolte sempre da Ocse.

Dal 2008, per affrontare le conseguenze dello shock Lehman, tutte le banche centrali hanno aumentato i loro bilanci. La Fed, che prima del 2008 aveva asset per poco più del 5% del Pil americano, oggi è arrivata al 21,2%. La BoJ, che partiva dal 25% ora quota il 36,6%. La Bank of England è passata da cira il 5% al 25,3, mentre la Bce dal 13% circa al 25,9%.

Al di là dell’ampliamento dei bilanci è cosa c’è dentro che fa la differenza. E Fed e BoJ hanno acquistato a mani basse titoli di stato, al fine evidente di tenere bassi i tassi d’interesse garantendo il finanziamento del debito pubblico “fuori” dal mercato.

Conseguenza: nel 2011 la Fed aveva comprato il 60,2% dei titoli emessi dal Tesoro americano. A fine 2013 la banca centrale teneva a bilancio 2,15 trilioni di dollari di titoli americani, pari al 18,4% del totale dei titoli disponibili per le negoziazioni nel mondo. In pratica la Fed è l’azionista di riferimento del Tesoro americano.

Da notare come la gran parte di questi titoli, pari a 1,308 trilioni, abbiano scadenze superiori a cinque anni, pari al 40% dei 3,276 trilioni di titoli con questa scadenze emessi dal Tesoro.

Perché vi affliggo con questi numeri? Perché se i tassi saliranno, come pure la Fed minaccia ogni tanto, saranno proprio le scadenze più lunghe, di cui la Fed è imbottita, a soffrire le perdite più pesanti in conto capitale.

Stesso discorso vale per i giapponesi. Abbiamo già visto cosa sia successo in giappone nell’ultimo anno di QQE, ossia di diluvio monetario. Lato bilancio pubblico, è interessante notare che la BoJ sta comprando 7 trilioni di yen al mese di titoli del tesoro giapponese su tutta la curva dei rendimenti, che equivalngono a circa il 70% delle nuove emissioni gonvernative.

Tale politica, seguita pervicacemente nell’ultimo anno, ha portato il totale dei titoli pubblici giapponese in mano alla BoJ dagli 89 trilioni di yen di fine 2012 ai 143 di fine 2013, che dovrebbero diventare i 190 trilioni di fine 2014, ossia il doppio del 2012. Il mercato avrebbe mai comprato tutti questi JGBs? Evidentemente no.

Ed è proprio in questa strategia da economia di guerra che si individua il vulnus sistemico che preoccupa tutti coloro che dicono che, prima o poi, le banche centrali dovranno finirla. Abbiamo visto che Giappone e America assorbono oltre i due terzi del debito annuale di cui abbisognano il governi dei paesi Ocse. E abbiamo visto che quote rilevantissime di questi fabbisogni vengono comprati fuori mercato, dalle banche centrali.

Cosa significa tutto questo? Che poche decine di persone, ossia i partecipanti ai board delle due banche centrali, tengono in pugno l’economia mondiale.

Anche questa è guerra.

 

 

Il crollo del mattone costa 270 miliardi alle famiglie italiane

Il terremoto del mattone italiano, di cui l’Istat ha dato conto nei giorni scorsi, ha causato uno tsunami nei bilanci delle famiglie italiane, già messi a dura prova dal crollo della ricchezza immobiliare iniziato dopo la crisi.

Non occorre essere fini analisti per avere un’idea di quanto pesi il calo medio del 5,6% registrato da Istat nel 2013 dei valori immobiliari nazionali. Basta vedere quanto fosse quotata la ricchezza immobiliare degli italiani a fine 2012 e calcolare la perdita media. Viene fuori un dato, approssimativo quanto volete, ma assai indicativo: la crisi del mattone ha bruciato il 5,6% dei 4.800 miliardi di ricchezza abitativa, così come quotata dalla Banca d’Italia nell’ultima ricognizione sulla ricchezza delle famiglie a fine 2012.

Ricordo che tale valore aveva giù subito un calo del 3,9% rispetto al 2011, equivalente al 6% in termini reali.

Parliamo, quindi, di circa 270 miliardi di perdite (teoriche) sofferte nel corso del 2013.

Come tutte le trilussiane medie del pollo, anche questa va presa con le pinze. Anche perché l’Istat ci avverte che il calo di corsi immobiliari è stato assai più pronunciato per le abitazioni esistenti (-7,1%, dopo il -4,9% del 2012) e assai meno per quelle nuove, calate del 2,4% a fronte di un aumento del 2,2% nel 2012.

Quindi a soffrire la perdita di ricchezza maggiore sono state innanzitutto quel 67,2% di famiglie che, sempre secondo Bankitalia, possedeva la casa dove abitava. E poi il vastissimo popolo delle seconde e terze case, che ha visto dimagrire la propria ricchezza in proporzione.

Si dirà: ma questi valori sono assolutamente teorici, specie per chi possiede la casa dove abita, per il quale cambia poco sapere che la sua casa vale di meno. E’ così, però vi ricordo che la ricchezza immobiliare (sempre Bankitalia) a fine 2012 quotava 8.542 miliardi di euro, il 61% dei quali era proprio mattone. Quindi se il mattone pesa per due terzi sulla ricchezza delle famiglie, un dimagrimento del mattone ha un peso relativo assai più pernicioso di un calo delle attività finanziarie. E lasciamo da parte l’effetto psicologico che ha un impoverimento, anche se teorico, sul livello dei consumi.

In sostanza: se cala il mattone, le famiglie si ritroveranno molto più povere che se calasse la borsa.

Poi c’è tutto il settore corporate, finanziario e non, che deve essere considerato e, dulcis in fundo il mattone pubblico, ancora rilevante, e quello dei fondi pensione.

Sappiamo già che le banche italiane sono gonfie di mattone e titoli di stato. Ma sono anche molto esposte lato crediti concessi al settore immobiliare. Quindi ogni calo dei corsi immobiliari ha un effetto diretto sui loro conti, specie in tempi di asset quality review. E non è affatto detto che la strategia che le banche stanno seguendo negli ultimi anni, ossia costituire fondi immobiliari ai quali trasferire asset, alla lunga funzioni.

Anche perché, e questa l’incognita peggiore, non è affatto detto che la correzione dei corsi immobiliari italiani sia terminata.

Se analizziamo i dati Istat, notiamo che il calo dei prezzi dal 2010 è significativo, in particolare da fine 2011 in poi. Fatto 100 l’indice dei prezzi totale al primo trimestre 2010, al quarto trimestre 2013 la curva ondeggia intorno a 90, che può sembrare un calo contenuto ma solo perché è la solita media delle case esistenti e quelle nuove.

Queste ultime infatti hanno visto un indice in crescita fino a oltre 104 a metà 2012, per poi iniziare un leggero declino che, a fine 2013, ha riportato l’indicatore in zona 100, precisamente a 102,4.

Le case esistenti, invece, sono quelle che sono crollate davvero. L’indice a fine 2013 quotava fra 88,2 punti. Manco a dirlo, la case esistenti sono quelle che pesano di più sul totale del patrimonio immobiliare italiano. Il che equivale a dire che da inizio 2010 le case esistenti hanno perduto il 11,8% di valore.

Sottolineo, che sempre per le case esistenti, il ribasso accelera col passare del tempo: l’indice era diminuito dello 0,2% nel 2011 rispetto al 2010. Poi del 4,9% l’anno successivo, per arrivare al -7,1% del 2013.

Il trend, insomma, è abbastanza definito. E se guardiamo anche al calo delle compravendite, ancora pronunciato, capiamo bene che non basta un piccolo aumento del numero dei mutui concessi delle banche per dire che siamo fuori dal tunnel. Anche perché molti di questi mutui potrebbero essere ricontrattazioni.

Una rondine non fa primavera.

Figuratevi un mutuo.

Diplomazia dei prestiti esteri: la ragnatela di Spider man

Usare i fumetti per descrivere l’epopea di quello che molto opportunamente è stato definito “Il Secolo americano” potrà sembrare vezzo irriguardoso. Però mentre scorrevo la ragnatela degli investimenti esteri di portafoglio che la pettuta mamma America elargisce ai suoi pargoletti sparsi per il globo, mi è venuto in mente lui, l’eroe, anzi il supereroe, di una lontana giovinezza: il timido Peter Parker, meglio conosciuto come Spider man.

Solo la mitologia americana, che alimenta il culto del supereroe, non bastandole più il culto greco degli eroi “semplici”, poteva scegliere il ragno come epitome di uno stato dell’anima che poi, fuori dalla poetica del mito diventa prosaico esercizio della propria volontà di potenza.

Il super ragno, ovviamente declinato in lingua inglese, col sostantivo Man che nell’originale aggettivizza l’umano. L’uomo come qualità, quindi, e non più sostanza: affezione perciò modificabile a proprio piacimento, al contrario della natura intrinseca del ragno, che è il vero supereroe, dotato di forza straordinaria e inesauribile capacità di tessere tele barocche e resistentissime, che avvolgono fino a soffocare la propria vittima, cullandola nell’attesa di una morte lenta e sonnolenta per svuotamento di vita. Metafora, forse un po’ ardita ma sensata, dell’effetto che può provocare una ragnatela di prestiti esteri costanti e crescenti all’economia di una nazione e del mondo intero.

Il povero Peter Parker, nell’originale, è Spider man, che è molto diverso dall’Uomo ragno al quale ci ha abituato la pudica traduzione italiana, ancora legata a una cultura umanista ormai fuori moda, non ancora smagata abbastanza da chiamare il super eroe col suo nome più autentico: il Ragno uomo.

Spider man, d’altronde, preconizza il transumano di cui il Secolo americano è il luogo e il tempo e l’economia il suo strumento.

Noi tutti siamo i bersagli.

Poiché il Ragno umano parla preferibilmente l’inglese, accettando con benigna condiscendenza anche le corruzioni volgari che possono derivarne a cagione del suo uso globale, non dovremmo stupirci più di tanto a scorrere l’elenco anglofono dei partner che ricevono la graziosa elargizione di dollari da parte del nostro supereroe. L’internazionale anglofona è assai nota, pure se poco esplorata.

Oppure sì, un motivo di stupore l’ho trovato. Non tanto nello scoprire che il Giappone assorbe con 614 miliardi di dollari il 7% degli 8.282 miliardi di investimenti di portafoglio che gli Usa avevano in giro a metà 2013. Il Giappone, si sa, dal dopoguerra ha imparato bene la lezione americana.

No. La vera sorpresa è la Francia, che assorbe un dignitosissimo 5% del totale degli investimenti di portafoglio americani, pari a quasi 390 miliardi di dollari, confermandosi con ciò, ancora una volta, che il debito francese piace alla gente che piace. E tuttavia, a chi ricorda i tempi di De Gaulle, parrà quantomeno ironico che la buona salute della contabilità francese (una quota di questi investimenti esteri finisce nei bond statali) dipenda anche dalla generosità del ragno americano.

Ancor più ironico è notare l’andamento degli investimenti esteri americani in Francia dal 2001 in poi, quando erano appena 143 miliardi per arrivare, al top dell’euroforia, quindi nel 2006, a 443. La bomba subprime, nel 2007, li fa crollare a 280, ma nel 2009, quando lo shock Usa è stato superato a colpi di quantitative easing, eccoli tornare a quota 360. Salvo poi ripiegare nel 2010, quando scoppia la crisi del debito nell’eurozona. Ormai superata, almeno per gli americani, visto che le elargizioni sono tornate al livello che vi ho detto. Sottolineo che sul totale di 390 mld, circa 123 miliardi sono investiti in obbligazioni francesi, pubbliche o private che siano.

Recito questo rosario di numeri non per pedanteria, ma per offrire uno spunto di riflessione ai nostri finissimi analisti politici, che ignorano più o meno colpevolmente quanto sia pervasiva la diplomazia dei prestiti. Magari servirà loro a leggere con occhio più avveduto l’atlante delle relazioni internazionali, anche se più di ogni altra cosa spero serva a voi lettori.

Aggiungo, sempre per amore della curiosità, che la generosità del ragno americano non risparmia neanche la Germania, arrivata a totalizzare 421 miliardi di investimenti americani nel 2006 per arrivare, una crisi via l’altra, ai 334 miliardi di metà giugno scorso, dei quali un po’ di meno di 100 miliardi in obbligazioni.

E anche questo credo serva  a comprendere perché la nostra cancelliera di ferro abbia di recente recitato il suo endorsement per il patto transatlantico sul commercio con gli Usa. La diplomazia degli investimenti esteri, vedete, serve a dare sostanza a ciò che si dice.

E tuttavia una differenza c’è fra Francia e Germania. La Germania ha già conosciuto la carota americana dopo aver patito, per la prima volta, il bastone nella Grande Guerra e poi pure una seconda. Nel frattempo però, negli anni Venti, i tedeschi subirono con grande gioia la seduzione del Ragno americano che li avvolse nella sua tela di prestiti, necessari a pagare le esose riparazioni e insieme il piccolo boom di costruzioni e beni durevoli che alimentò il sogno tedesco di Weimar.

Salvo poi, a un certo punto, finire stritolati nelle spire dei debiti non appena il ragno ebbe di nuovo fame. I tedeschi sembra ricordino ancora la lezione di Weimar, almeno stando alla ossessione a limitare i propri debiti, assai più cogente delle paure inflazionistica nota alle cronache. I francesi invece,almeno finora, hanno solo mangiato carote, manca fossero conigli, ma non hanno ancora saggiato il bastone. E questo è meglio ricordarselo.

Purtuttavia, i 700 e passa miliardi che l’America investe sugli asset finanziari franco-tedeschi impallidiscono di fronte al cordone ombelicale che lega il Ragno alla sua nonnapatria, ossia il Regno Unito. Qui la ragnatela diventa più di una semplice teoria di collegamenti. Qui diventa sostanza, sentire comune, capirsi senza interpreti, leggersi senza vocabolario. Qui si entra nell’aereo mondo dell’Anglo-saxon idea.

Ebbene, a metà 2013 gli investimenti esteri Usa in UK sfioravano i 1.200 miliardi di dollari, pressoché il doppio rispetto al 2001, dei quali circa 800 in equity e circa 400 (360, per essere precisi) in obbligazioni.

Vale la pena rilevare il passaggio dai 647 miliardi di fine 2008 ai 958 mld di fine 2009. La qualcosa l’ho trovata commovente. Nel mezzo del bailamme della crisi post Lehman, il Ragno ha lanciato la sua tela alla vecchia parente europea, replicando un copione che ormai si ripete inesausto da cent’anni, ossia da quando gli ex corsari inglesi, ormai rincitrulliti a furia di fare i redditieri, passarono il testimone dell’Impero ai red neck oltreatlantici. Nessuno dovrebbe stupirsi, perciò, che l’UK sia la prima controparte estera degli americani. Controparte anche politica, direbbero i nostri analisti diplomatici. E tutto si tiene.

Altri 870 miliardi di dollari americani sono finiti alle Cayman, che comunque è un centro off shore made in England, ma questo è evidente, non ha a che fare con la Geoeconomia, ma con la convenienza fiscale. Mentre mi sono stupito nello scoprire i 792 miliardi di investimenti esteri dirottati verso il Canada, la patria dei rifugiati dalla coscrizione obbligatoria ai tempi del Vietnam. Che d’altronde fanno il paio con i corposi investimenti che gli Usa destinano al suo confine meridionale, quindi il Messico, già al centro di roboanti crisi valutarie e ciò malgrado ancora generosamente foraggiato con 142 miliardi (157  nel 2012), mentre l’altra “patria” anglofona e Pacifica, l’Australia ne ha totalizzati 336 (erano 55 miliardi nel 2001).

La generosità verso il Messico, come quella verso il Canada, non stupirà gli analisti più attenti. E’ noto che gli Usa amano intrattenere buoni rapporti di vicinato anche quando non sono propri vicini. Perciò ecco 180 miliardi al Brasile, oggetto peraltro anche delle amorevoli attenzioni inglesi, passati da poco più di 6 miliardi di dollari nel 2001 ai 134 miliardi del 2013.

Un paio di centinaia di miliardi targati Usa sono andati alle piazza off shore cinesi, oltre agli 82 miliardi sono finiti a Singapore e 93 miliardi a Taiwan, 79 miliardi all’India e poco più di 60 alla Russia.

Anche il Sudafrica ha sofferto il calo di popolarità dei Brics, dovendosi accontentare di una settantina di miliardi (erano 85 nel 2012). In calo, insomma, le risorse, per tutti e cinque i Brics. Ma coi tempi che corrono è comprensibile.

Persino l’Indonesia acchiappa una cinquantina di miliardi, meno però di Israele, che ne totalizza 57. Noi italiani apparteniamo alla fascia bassa. A giugno 2013 erano meno di 80 miliardi, un po’ più della Norvegia (73) in calo rispetto ai 109 del 2012, al livello del 2005. D’altronde si sa, da noi il Ragno umano al massimo viene e vedere il Colosseo, farsi due spaghetti a via Veneto e concedersi un po’ di shopping in via Condotti. Persino la Spagna ha preso più soldi di noi: erano 147 miliardi nel 2007 ora sono 90.

Si segnalano, invece, i 151 miliardi investiti in Corea del Sud (erano 34 nel 2001), mentre i 116 miliardi investiti in Lussemburgo, così come anche gli oltre 300 finiti in Svizzera o i 71 alle Isole Vergini, fanno il paio con il dato delle Cayman, al contrario degli oltre 320 miliardi finiti in Olanda. Al Ragno piacciono i tulipani.

Non solo, ovviamente. Piace pure la vista sul Bosforo, visto che i prestiti alla Turchia hanno superato i 46 miliardi, a fronte dei 3,5 del 2001, e persino, udite udite, l’Ucraina, che dai 203 milioni del 2011 ora totalizza oltre 5 miliardi di investimenti americani, ossia venticinque volte tanto. Ma soprattutto non dispiace, al Ragno, un po’ di riservatezza, visto che 112 miliardi di investimenti esteri vengono classificati come confidenziali. Anche la diplomazia del denaro ha i suoi segreti.

Stanco ormai di navigare la ragnatela di Spider Man, salto alla conclusione partendo dall’inizio, ossia dai 2.303 miliardi di investimenti di portafoglio esteri che dal 2001 sono diventati gli 8.282 miliardi di metà 2013. Quasi il quadruplo. Che avrebbe un senso economico se anche il reddito americano fosse aumentato altrettanto nel frattempo, mentre così non è. La ricchezza finanziaria americana ha poco a che fare col reddito, o col prodotto, e molto a che vedere con la sua fabbrica inesauribile di dollari. Una cornucopia chiamata Fed.

E allora mi convinco che è proprio la sua natura di Ragno, e quindi l’inesauribile capacità di produrre, tessere e lanciare ragnatele filate coi dollari, a conferire a Spider Man la sua imbattibilità.

Il Ragno americano ormai, cresciuto nel mito dei super eroi e alimentato senza limiti dalla Federal Reserve, ha avvolto con la sua tela tutto il mondo che conta. E in questo confortevole abbraccio, che ci coccola e ci prosciuga di vita, risiede la sua minaccia.

Se i dollari fossero cannoni saremmo circondati.

(3/segue)

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I debiti nel mondo superano quota 100 trilioni di dollari

La Storia, in fondo, si compone di piccoli momenti. E quando gli storici di domani arrancheranno cercando di capire la follia del nostro tempo, di sicuro si imbatteranno in questo dato che è davvero storico. Nel senso che mai eravamo arrivati così in alto: 100 trilioni di dollari. Ovvero 100 mila miliardi di dollari. Sto parlando del livello globale di debiti, ossia obbligazioni, che girano intorno al pianeta. Che quindi equivalgono a 100 trilioni di crediti.

Mai il mondo ha conosciuto un livello di ricchezza così elevata. E neanche di debiti così alti.

Se considerate che secondo gli ultimi dati della Banca Mondiale il Pil del mondo del 2012 è stato di circa 74 trilioni, pure al netto dell’approssimazione, viene fuori che il mondo ha un rapporto debito/pil intorno al 138%. Se fosse solo debito pubblico ne verrebbe fuori che noi italiani siamo quasi virtuosi. Ma nella montagna ci stanno tutti: stati, cittadini, imprese, banche. Il debito coatto non risparmia ormai nessuno.

Prima di confondervi con gli zeri, che sono davvero troppi, soffermatevi a riflettere sul fatto che quantità siffatte di solito albergano nell’infinitamente grande – le distanze stellari, ad esempio, – o nell’infinitamente piccolo. Si stima, ad esempio, che 100 mila miliardi sia il numero di cellule presenti nel corpo di un adulto di stazza media. I trilioni di carta che girano per il mondo, perciò, s’iscrivono di diritto nella categoria degli assurdi reali. Ossia di cose che ci dicono esistano, ma di cui è assai difficile trovare una prova. Dobbiamo fidarci. Ossia avere fede in quello che ci dicono. E d’altronde se non ci fidassimo, tutti questi debiti non potrebbero camminare per il mondo. Diverrebbero evanescenti.

Fidiamoci dunque. E poiché il dato arriva dalla Bri, che ha raccolto una serie di statistiche in un pregevole articolo del suo ultimo quaterly report, dobbiamo concedere a questo dato una fiducia rafforzata. Contempliamolo. Immaginiamo di camminare su questa montagna di debiti che mai potrà essere ripagata, e che si contenta di perpetuarsi al semplice scopo di rafforzare il dominio di chi questi debiti può esigerli. Ossia i creditori. Facile soffrire di vertigini.

Ma la vera vertigine è un’altra. Se la guardiamo da un punto di vista politico, un livello di debito così elevato autorizza un corrispondente esercizio del potere da parte di chi questi crediti li detiene. Il potere dei creditori, insomma, si esalta al crescere dei debiti. Così come le misure che possono mettere in campo per esigerli.

Detto in parole ancor più chiare, al crescere dei debiti aumenta il livello di tirannia nel mondo. Questo però la Bri non lo dice.

Se tralasciamo le considerazioni morali, che pure dovrebbero essere all’origine del ragionare economico (Adam Smith era un filosofo morale, lo ricorderete), rimane solo da contemplare esterrefatti la montagna di debito che solo nel 2001 valeva “appena” 40 trilioni e che in poco più di un decennio è più che raddoppiata.

In particolare, la massa debitoria aggregata, che era 70 trilioni nel 2007, è arrivata a 100 nel 2013. Quindi in sei anni è cresciuta quasi quanto era cresciuta nei decenni antecedenti al 2001.

Se non è storia questa…

Scopriamo, guardando i dati disaggregati, che il grosso di quest’esplosione di debiti si deve alle amministrazioni pubbliche, che dal 2008 in poi hanno dovuto moltiplicare le emissioni di bond per tappare le falle aperte dai debitori privati nelle varie banche. Con la conseguenza che sul totale stellare (o cellulare, fate voi) di 100 trilioni, circa la metà sono debiti pubblici. Per essere precisi, parliamo di 43 trilioni di dollari, cresciuti dell’80% rispetto al 2007.

E scopriamo in questa storica socializzazione delle perdite private la sostanziale acquiescenza degli stati ai desiderata dei creditori che, come ci insegna sempre la storia, scrivono le cronache, compresa questa che state leggendo. E’ pressoché impossibile sfuggira alla tirannia del creditori. Troppo ampia è l’ipoteca che hanno acceso sulla Storia.

Chi sono gli investitori che hanno assorbito gli ingenti volumi di nuove emissioni? Secondo gli studiosi della Bri, ben 27 trilioni di titoli di debito erano detenuti da investitori non residenti, che pesano quindi circa il 25% sul totale delle consistenze globali. il resto, quindi circa il 75% era riconducibile a investitori nazionali.

Anche questa è una delle conseguenza della crisi. Gli investimenti transfrontalieri, vuoi a titolo di riserva o di semplice investimento di portafoglio, si sono contratti del 29%, facendo sospettare a molti studiosi che sia in conrso una processo di profonda revisione della pratica dell’integrazione finanziaria che ha guidato gli albori del XXI secolo. Ma potrebbe pure essere una circostanza momentanea, come pure lascia ipotizzare il fatto che il grosso della contrazione negli investimenti transfrontalieri l’abbia vissuta la zona euro.

Già: la disponibilità transfrontaliera di titoli di debito dell’eurozona, a fine 2012, era di circa il 47% del totale, circa dieci punti in meno rispetto al picco del 2006. E lo stesso è accaduto nel Regno Unito. Sicché è  toccato agli investitori nazionali sottoscrivere questa montagna di debiti, sperando che gli stati ce la facciano a reggere la ripida pendenza.

Al contrario è accaduto per i titoli di debiti americani che in gran parte sono finiti in mano a investitori esteri. La stessa cosa è accaduta per i titoli di debito emessi da prenditori delle economie emergenti. La quota totale in mano agli investitori esteri è salita al 12%, il doppio del 2008. E’ su quest’ultima montagnola di debiti che adesso si è acceso il faro degli investitori, sempre più preoccupati che i paesi emergenti non riescano a rispettare i patti.

Ma per adesso la resa dei conti è lontana.

Disoccupazione italiana al 13%? Dipende…

Poiché è il Grande Tema, quello dell’occupazione, o meglio della disoccupazione, vale la pena leggersi in un lungo e largo l’ultima indagine campionaria dell’Istat ad essa dedicata, incrociandola magari con i dati eurostat.

Ma otterrete ben poco di diverso dallo sconforto. Con il suo 13% tondo di disoccupati l’Italia supera la media europea e la surclassa in relazione al numero di disoccupati fra i più giovani.

Fin qui il mainstream, al quale neppure questo blog può sfuggire.

Epperò possiamo provare a ragionare e precisare meglio. Ne trarremmo una lezione molto istruttiva circa l’utilità politica della statistica.

Cominciamo da alcune definizioni, che sembrano scontate ma non lo sono affatto: tipo: cos’è il tasso di disoccupazione?

Ne parlano tutti, ma potete scommettere che se provate a chiedere cosa sia molti cambiano discorso. Dicono solo che è al 13%, oppure che sono numeri drammatici. Cose peraltro vere, ma poco indicative.

Cominciamo allora da alcune definizioni. La forza lavoro, spiega l’Istat (che poi è l’emittente) è il totale delle persone occupate e di quelle disoccupate. A questa popolazione statistica si aggiunge quella degli inattivi, ossia di persone che non lavorano né chiedono di lavorare.

Anche sulla definizione di occupati e disoccupati è meglio precisare, visto che il senso comune del termine non coincide necessariamente col senso inteso dall’Istat che, lo ripeto, è l’emittente del dato.

Gli occupati sono le persone dai 15 anni in su che nella settimana di riferimento della rilevazione hanno svolto almeno un’ora di lavoro che preveda un corrispettivo in natura o in denaro, o abbiano prestato la loro opera nella ditta di un familiare nella quale collaborano. A costoro si aggiungono anche gli assenti per ferie e malattie.

I disoccupati comprendono le persone fra i 15 e i 74 anni che hanno effettuato un’azione attiva di ricerca di lavoro nelle quattro settimane precedenti a quella di riferimento e sono disposti a lavorare entro le due settimane successive, oppure che inizieranno a lavorare entro tre mesi dalla settimana di riferimento.

Notate il disallineamento fra l’età di occupazione e quella di disoccupazione.

Dall’esame di queste popolazioni si estraggono il tasso di occupazione, definito nella release Istat come il rapporto del totale degli occupati sul totale della popolazione solo 15-64enne, e il tasso di disoccupazione.

Quest’ultimo si ottiene calcolando il rapporto fra il totale dei disoccupati e il totale della forza lavoro che, lo ricordo, è la somma di occupati e disoccupati.

Tutto chiaro? Bene, guardiamo ai dati di febbraio diffusi dalla stima flash Istat.

Il numero totale degli occupati è di 22 milioni 216mila persone, 39mila in meno rispetto a gennaio e 365mila in meno rispetto a febbraio 2013. Il tasso di occupazione risulta pari al 55,2%, stabile rispetto a gennaio 2014, ma in calo dello 0,8% rispetto a febbraio 2013, e viene calcolato però solo sulla fascia 15-64 anni, mentre il totale si riferisce ai lavoratori dai 15 anni in su.

Per dare un’idea delle grandezze in gioco, possiamo utilizzare il dato relativo all’ultimi trimestre 2013, quando il totale degli occupati era 22.408 migliaia, di cui 21.984 nella classe 15-64 anni e 423 mila in quella degli ultra65enni. Quindi gli ultra 65enni pesavano circa l’1,8% del totale degli occupati.

Se manteniamo questa percentuale come riferimento, possiamo stimare che delle 22.216 migliaia di lavoratori attivi a febbraio 2014 circa 420mila fossero ultra65enni. Sottraendoli dal totale degli occupati (22.216 migliaia), possiamo stimare che gli occupati nella classe 15-64 anni siano circa 21.796 mila.

Prendetelo come un dato di tendenza, in attesa che Istat aggiorni i database. Ci serve solo a sviluppare un ragionamento.

Il numero dei disoccupati (15-74enni) è di 3 milioni 307mila, 8mila in più (+0,2%) rispetto a gennaio e 272mila in più (+9%) rispetto a febbraio 2013.

Per calcolare il tasso di disoccupazione dobbiamo sommare il totale degli occupati (15 anni e più) e dei disoccupati (15-74 anni) per ottenere la forza lavoro, ottenendo così 25 milioni 523mila persone. Quindi dividere il totale dei disoccupati (3.307 migliaia) per la forza lavoro (25.523 migliaia). Arriviamo, al lordo degli arrotondamenti, al 13% che così tanto ha inquietato l’opinione pubblica e che la stampa ha urlato in prima pagina, tanto per far capire al popolo bue che non è più tempo di indugi.

Ma per completare la nostra istruzione dobbiamo ancora fare un passaggio: esaminare la popolazione inattiva. Il glossario Istat ci spiega che sono coloro che non appartengono alla forza lavoro, e che quindi non sono iscritti né nella classe degli occupati né in quella dei disoccupati. Di costoro viene censito il dato relativo alla popolazione di età compresa fra i 15 e i 64 anni, quindi analogo a quello della popolazione attiva.

Ebbene, l’Istat ci dice che a febbraio 2014 il tasso di inattività dei 15-64enni è stato del 36,4%, pari a 14 milioni 365mila persone. Se sommiamo questo dato al tasso di attività, che è il 55,2% sempre per i 15-64enni, otteniamo che il 91,6% delle persone di età fra i 15 e i 64 anni sono occupate o inattive. Per differenza, possiamo dedurne che i senza lavoro (ossia coloro che non sono né occupati né inattivi) sono l’8,4% del totale della popolazione fra i 15 e i 64 anni.

Ma come: i disoccupati non erano il 13%? Certo. Ma perché vengono calcolati con i criteri che abbiamo visto (totale disoccupati fra i 15 e i 74 anni su somma di totali occupati e disoccupati).

A parti inverse, il discorso si può ripetere per l’altro estremo dei disoccupati che così tanto clamore suscita sui giornali: la disoccupazione giovanile.

Stavolta la popolazione di riferimento è quella dei 15-24 anni, dove ci sono quindi molti studenti o universitari. I numeri ci dicono che gli occupati (a febbraio) erano 923mila, i disoccupati 678mila e gli inattivi 4 milioni 393mila. Complessivamente, quindi, la popolazione di riferimento conta 5 milioni 994 mila 15-24enni. Un numero così alto di inattivi non deve stupire, visto che si tratta di popolazione in età scolare.

Quindi il tasso di occupazione (totale occupati/totale popolazione) risulta pari al 15,4%, 0,2% in meno rispetto a gennaio e -1,7% rispetto a febbraio 2013.

Il tasso di disoccupazione giovanile (numero disoccupati/totale occupati+disoccupati) risulta pari al 42,3%, in calo dello 0,1% rispetto a gennaio 2014 ma in aumento del 3,6% rispetto a febbraio 2013.

Quanto agli inattivi, il tasso di inattività risulta pari al 73,3%, lo 0,4% in più rispetto a gennaio 2014 e l’1,2% in più rispetto a febbraio 2013.

Questi giovani sfaticati: non solo non lavorano ma sono pure (statisticamente) inattivi.

Qualcosa di più lo scopriramo guardano i valori assoluti.

Gli occupati giovanili sono diminuti di 107 mila unità rispetto a febbraio 2013, i disoccupati sono aumentati di 27mila, e gli inattivi di 46mila. Mancano all’appello 34 mila giovani che non risultano censiti né fra i disoccupati né fra gli inattivi.

Dove sono finiti? Teoricamente non lavorano, né cercano lavoro, possiamo ipotizzare che siano tornati a studiare o che non facciano neanche quello. O forse sono scappati all’estero. O magari sono morti. O, più semplicemente, hanno compiuto gli anni e sono finiti nella classe successiva dei non più giovani. Ma comunque parliamo di 34 mila giovani su una popolazione censita di 5 milioni 994mila persone.

Questo per dire che la statistica, a differenza di quanto si pensi, dà solo i numeri, ma non spiega un bel niente. E utilizzarla come sostegno di un qualunque ragionamento è una raffinata forma di retorica.

Ultima riflessione. I 923 mila occupati fra i 15-24 enni ci consentono di conoscere il numero totale degli occupati nella popolazione 25-64enne, ossia quella core del mercato del lavoro. Se li sottraiamo al totale dei lavoratori occupati (22.216 migliaia) otteniamo 21.293 migliaia di lavoratori occupati nella fascia 25-64 anni.

Con ciò ovviamente non voglio dire che il lavoro non sia un problema nel nostro Paese. Al contrario. Ma solo compiere una piccola opera di riposizionamento del problema e dell’uso strumentale che si fa dei numeri.

Come diceva un tale, se torturi abbastanza la statistica confesserà qualunque cosa.

E tutti le crederanno.