Etichettato: maurizio sgroi
Cartolina. C’è un Mes(s) nella pancia delle banche
Ci sono 36 miliardi giusti di incremento dei depositi bancari nelle banche italiane fra febbraio e maggio 2020 che, per ironia della sorte, i risparmiatori hanno messo da parte nel periodo del lockdown. Ironia doppia, visto che questo frutto della paura e del risparmio forzoso – difficile spendere quando l’economia è chiusa in casa – è dello stesso importo del tanto contestato Mes. Sono bastati un paio di mesi di risparmio nazionale per avere le risorse che l’Europa ci offre a tassi da realizzo. Sarà per questo che molti supporter dell’indebitarsi nostrano spingono per i bond patriottici, pure se a tassi assai superiori. Trascurando peraltro di osservare un’altro evento che ha caratterizzato il lockdown: la fuga degli investitori esteri del nostro debito pubblico. Ne sia controprova l’aumento a 441 miliardi, 51 in più, dei titoli pubblici in pancia alle banche. Un pasticcio potenziale bello grosso. Più debito pubblico italiano in mano agli italiani per alcuni politici è la ricetta del successo. Sicuramente del loro.
Cronicario. Finalmente è arrivato il boom. Dei pensionati
Proverbio del 23 luglio Se tratti a uno da volpe, lui ruberà le galline
Numero del giorno: 2.100.000.000 Ore di Cig autorizzate dal aprile a giugno
Siamo in pieno boom, altroché. E adesso che arriveranno anche li sordi dell’Ue, grazie ai quali dopo aver sconfitto la povertà sconfiggeremo anche l’invecchiamento della popolazione, il degrado del territorio, la burocrazia e persino il governo…
dicevo…in attesa che arrivino li sordi dell’Ue, dobbiamo contentarci dei boom che siamo riusciti persino a realizzare da soli grazie al nostro indiscusso genio.
Vi ricordate no, che quell’altro governo – il mitico governo del cambiamento quando il Primo Minestra faceva l’avvocato del popolo – aveva promesso un nuovo boom vero?
Bene: il boom è arrivato, già ve l’ho detto, ma lo ripeto alla faccia di chi non ci credeva. Lockdown, pandemia tutta la tiritera del coronacoso: niente di tutto ciò ha impedito di triplicare – addirittura quintuplicare per le donne – il numero delle pensioni di vecchiaia, che hanno surclassato persino quelle di anzianità, che il boom – grazie a Quota 100 – l’avevano fatto l’anno scorso.
Dite che non era questo il boom annunciato dal governo verdolino? Io credo proprio di sì.
A domani.
Cronicario. La squola fa male. W la squola
Proverbio del 22 luglio Il saggio si adatta alle circostanze della vita
Numero del giorno: 18 Calo % vendite immobiliari nel 2020 previsto da Nomisma
Un giorno qualcuno riuscirà a spiegarci come abbiamo fatto a spendere una quantità enorme di euri (e prima lire) per avere un sistema scolastico che ci colloca stabilmente nella parte bassa delle classifiche europee quanto a livelli di istruzione e soprattutto qualità dell’istruzione.
E ancora oggi, che si discute se, come e quando riaprire le scuole, coi banchi con o senza rotelle, mai una volta che passasse qualcuno e dicesse l’elementare verità nascosta dietro la propaganda sindacal-political-buonista che invece noi ci sentiamo di urlare.
Non ci credete? Guardate che scrive l’Istat.
Settant’anni di scuola pubblica dopo stiamo così. Un successo straordinario. Al quale si aggiunge l’avere il numero più elevato di NEET, ossia di giovani che non studiano e neanche lavorano. Cittadini perfetti insomma.
Il perché di questa situazione adesso lo conoscete: la squola fa male. Ma per fortuna non ci riesce.
W la squola.
A domani.
La globalizzazione emergente. La faglia del Caspio meridionale
Osservare le linee di forza lungo le quali si sta lentamente delineando la fisionomia di quella che abbiamo chiamato globalizzazione emergente rende necessario al contempo andare in cerca delle linee di faglia che tendono ad approfondirsi tanto quanto più si irrobustiscono le linee di forza, per una semplice questione di fisica politica. Il triangolo di interessi che abbiamo immaginato fra Cina, Russia e Turchia nasconde al suo interno infiniti punti di rottura che originano dall’essere – queste tre potenze – strategicamente antagoniste e tatticamente dialoganti.
Detto altrimenti, la linea di forza principale di questo processo di globalizzazione emergente è generata dal desiderio di competizione con l’egemone statunitense, che ha fissato e tiene tuttora saldamente in pugno le coordinate dell’ordine globale esistente, esprimendo non solo la moneta internazionale, di fatto se non di diritto, ma anche la lingua comunemente usata, negli affari come nella comunità scientifica, oltre a esercitare il predominio delle rotte marittime lungo le quali si muove la gran parte del commercio internazionale e fissare l’ordine politico liberal-democratico che si vuole esportare, pure con le bombe, in paesi che ne sono del tutto privi.
Questa competizione, che ha trovato slancio e motivazione nell’atteggiamento statunitense degli ultimi anni, a metà fra disimpegno e spirito polemico, culminato nella guerra commerciale coi cinesi, le sanzioni ai russi e le varie minacce ai turchi, dei quali gli Usa sono pure alleati, ha spinto questi tre paesi ad avvicinarsi significativamente. Non solo perché il vertice Ankara-Mosca-Pechino è capace di avvolgere in una ragnatela l’intero continente asiatico, massa continentale di enorme peso alle spalle dell’Europa, ma anche perché i tre capi di stato di questi paesi sono chiaramente fatti per intendersi: hanno una chiara vocazione autocratica con aspirazioni monarchico-imperiali.
Detto ciò è chiaro che questa convergenza di medio termine si scontra con alcune divergenze di lungo termine. Ed è qui che emergono le linee di faglia che andremo ad elencare, cominciando da quella che cova da anni nel Caspio meridionale. Una delle tante zone di crisi dimenticate che di tanto in tanto fanno capolino nelle nostre cronache, come è accaduto di recente fra Armenia e Azerbaigian che da vent’anni guerreggiano a intensità più o meno bassa. Il conflitto si è riacceso di recente dopo alcuni scontri al confine costati la vita a diversi militari. Si segnala, fra le tante cose che si sono dette, la minaccia azera di bombardare un sito nucleare in Armenia come rappresaglia, che ha scatenato la dura protesta della Cina. Sempre a proposito di triangolo di interessi.
Ma è chiaro che l’ostilità fra i due paesi, conseguenza del collasso dell’Unione sovietica, quando i due stati divennero indipendenti, che facilmente si è trasformato in un conflitto non solo etnico ma anche religioso – gli armeni sono cristiani, gli azeri musulmani – è ben lungi dall’essere solo un fatto locale.
La disputa sui confini, che diede origine negli anni ’90 alla guerra del Nagorno-Karabak, non è mai terminata. Gli azeri rivendicano alcuni territori al momento presidiati dalle truppe armene, e dove incidentalmente passano alcune arterie energetiche che servono l’Europa, come il vicepresidente azero della compagnia statale dell’energia non si è peritato di rammentare alla comunità internazionale.
Fra questi vale la pena ricordare il corridoio meridionale del gas (Southern European natural gas pipeline) che abbiamo già incontrato, e che dovrebbe consentire, passando per la Turchia, di bypassare il gas russo.
Sorvoliamo sul fatto che gli azeri sono storicamente nell’orbita russa, perché ciò che conta rilevare è che sono assai vicini anche a quella turca. E non solo per questioni religiose, come si può intuire dalla cartina sopra. La Turchia fornisce armi agli azeri da tempo e ha fatto sentire la sua voce anche nel corso dei recenti scontri con gli armeni, con i quali i turchi hanno sempre avuto dissapori anche molto aspri, che invece sono in ottimi rapporti coi russi, con i quali partecipano all’Unione euroasiatica di Putin. L’Armenia ospita anche basi militari russe e casualmente i russi hanno svolto esercitazioni militari nella zona. La qualcosa serve a ricordare, ai tanti che ancora pensano che si possa fare politica estera con i comunicati stampa, che servono le armi per avere un’agenda di politica internazionale. E soprattutto la possibilità di usarle.
Erdogan, insieme col suo ministro degli esteri, si è affrettato a condannare gli attacchi armeni agli azeri e ad offrire aiuto. Poche ore dopo un’agenzia turca – poi smentita dalla Tass russa (la stessa che pochi giorni prima degli scontri rilanciava gli allarmi armeni sulla collaborazione militare turco-azera) – aveva fatto circolare la voce che mercenari siriani erano stati spostati dal Medio Oriente al Caspio, sembrando così che si volesse replicare il balletto già visto in Siria e in Libia.
Senonché il Caspio non è meno complicato del Medio Oriente. Basta ricordare che in quella zona insiste anche la Georgia già sfiorata dalle polemiche. E soprattutto ha profili di sensibilità capaci di trasformare i balletti russo-turchi, per adesso declinati in maniera conflittualmente bonaria, in conflitto vero e proprio che nessuno dei due si può permettere.
Che l’Europa, soprattutto, non si può permettere. Oltre al gas, infatti, nella zona dove si sono riaccesi i combattimenti passano anche alcuni oleodotti strategici per le forniture europee come il Baku-Tbilisi-Ceyhan, il Baku-Supsa e il Baku-Tbilisi-Erzrum.
Notate come tutte queste infrastrutture passino attorno ai confini armeni ma insistano pericolosamente vicino a quelli con gli azeri, dove infatti si concentrano gli scontri.
La cartina sopra serve anche a capire che il Caspio è stretto nella tenaglia russo-turca. Nessuno dei due paesi può aumentare la pressione però, perché si rischia non solo di incendiare la regione ma di mettere a repentaglio la salute economia di tutta l’area, Russia e Turchia comprese, nonché la sicurezza energetica europea.
Né bisogna dimenticare la scomoda prossimità con l’Iran, che nel Caspio ha notevoli interessi diventando così l’anello di congiunzione con la complessa partita dello scacchiere mediorientale. Peraltro l’Iran ha concluso di recente un importante accordo pluriennale con la Cina, che perciò adesso ha tutte le ragioni per allungare lo sguardo fino al Caspio venendosi così a chiudere ancora un volta il triangolo di interessi con Russia e Turchia lungo le rotte dell’Eurasia.
Nel frattempo la tenaglia deve continuare a somigliare a un balletto, e russi e turchi devono far finta di piacersi approfondendo le rispettive zone di influenza mentre la Cina, che con le sue risorse è il motore principale di questa globalizzazione, prosegue la sua opera di avvicinamento pacifico a suon di contratti miliardari.
Rimane il fatto che i globalizzatori emergenti hanno bisogno della postura di guerra per preparare la pace, preludio di un nuovo ordine globale pluricentrico. Ma c’è da dubitare che una pax russo-sino-turca duri più dello spazio di un mattino. E il Caspio potrebbe offrirne uno straordinario esempio.
Cronicario Arrivano li sordi dell’Ue, parte II
Proverbio del 21 luglio Una moneta nel salvadanaio vuoto è più rumorosa di uno pieno
Numero del giorno: 28 Quota % del Recovery Fund che verrà erogata all’Italia
Siccome siamo stati i primi, giustamente ignorati, a dire che arrivavano li sordi dall’Ue, capirete perché oggi che li sordi ce li danno sul serio – poi magari ci prendono a male parole, ma intanto sganciano – non possiamo che festeggiare per un evento che metterà le ali a questo paese.
Colli sordi dell’Ue diventeremo come la Svizzera. Anzi no, come la Svizzera no perché non sta nell’Ue. Allora come la Svezia. No aspe’: la Svezia non c’ha l’euro. Allora diventeremo come quelli più bravi dell’eurozona. Diventeremo olandesi.
Finalmente Frugali anche noi, andremo in pensione all’età comandata, senza più scivoloni pagati dal contribuente. E riusciremo persino a ridurre la spesa pubblica, dopo aver fatto pagare le tasse agli evasori e cablato anche le montagne dell’Appennino, dove i montanari potranno viaggiare a 100 megabit anche se non hanno il computer. Infatti gli diamo pure il computer.
Anzi, per usare le parole di uno dei tanti fenomeni che hanno commentato l’accordo, sappiate che li sordi serviranno a farci diventare “un paese all’avanguardia, digitale, ecologico, verde, giovane, moderno”.
D’altronde non ci hanno sempre detto che era una questione di sordi? Che ci servivano li sordi dell’Ue per fare il salto di qualità, visto che i nostri non si toccano che dobbiamo lasciarli in eredità ai nipoti disoccupati? Ebbene li sordi so’ arrivati e adesso non c’è più nessun ostacolo fra noi e il sol dell’avvenire.
A parte la realtà, ovvio. Ma questo lo dice lei.
A domani.
Arriva la cura per la devastazione fiscale dell’eurozona
Per apprezzare l’importanza dell’accordo raggiunto fra i paesi europei sui sussidi e i prestiti post Covid, bisogna partire da una semplice osservazione: la pandemia ha avuto un effetto devastante sulle contabilità pubbliche dell’eurozona. Per tutte le economie, non solo la nostra. Partire da questa evidenza è un buon punto di osservazione che ci consente di capire perché questa crisi, alla fine, è stata semplicemente l’interruttore capace di accendere un processo di socializzazione fiscale semplicemente ineludibile. Chi abbia un minimo di sensibilità storica sarà arrivato a questa conclusione da tempo.
Mancava di sapere quando, ma i perché di questa evoluzione erano chiari da tempo. E poiché il contesto economico e finanziario globale favorisce per sua natura – ne scriviamo da anni e non il caso di ripetersi qui – l’insorgenza di crisi, l’Ue aveva due possibilità: o proseguire il suo progresso di integrazione, superando finalmente il tabù della condivisione fiscale, o intraprendere quello di disintegrazione. Quest’ultimo, evidentemente, a parte poche minoranza vagamente dissociate dalla realtà non lo vuole nessuno.
Anche qui, basta un minimo di sensibilità storica. L’integrazione pacifica dell’Europa è un processo che non ha precedenti e solo per questo merita non solo di essere osservato, ma anche compreso, studiato e, dulcis in fundo, sostenuto. Almeno finché si dimostra capace di superare i suoi stessi limiti, che sono ampi e profondi, come è notorio.
Se torniamo all’apice del nostro discorso – la devastazione fiscale dell’eurozona- gli aggiornamenti ce li fornisce la Bce nel suo ultimo bollettino economico, che contiene, e non certo a caso, un approfondimento dedicato al notevole aumento di deficit e debiti pubblici che di fatto vanificano il lavoro di molti paesi, ad esempio la Germania, che erano persino riusciti a rispettare i target fiscali dopo anni di gestione prudente delle risorse.
La conseguenza è che non c’è più nessun paese che rispetta la regola del 3% del rapporto deficit/pil. E le previsioni indicano che questi scostamento non sarà rapido a riassorbirsi.
Come si può osservare dal grafico sopra, la Bce prevede che il nostro paese avrà ancora un deficit vicino al 6% del pil anche l’anno prossimo, dopo quello a doppia cifra previsto quest’anno che viene previsto come il più elevato dei paesi dell’area. Forse chi invita a farne ancora ci dovrebbe pensare. La tolleranza dei mercati non durerà per sempre e quando finirà la crisi sanitaria, perché finirà, sarebbe problematico trovarsi di fronte una crisi fiscale.
Questi andamenti ovviamente hanno un effetto diretto sui livelli di debito pubblico, riepilogati nel grafico sotto.
Tolti pochi paesi, con un debito pubblico storicamente basso, otto paesi supereranno la soglia del 100%, e paesi come la Germania, che erano riusciti a furia di cumulare per anni surplus fiscali ad abbattere il debito fino alla soglia del 60% prevista dai trattati, toneranno sopra.
In questa situazione si capisce perché la Bce esortava i paesi dell’area ad elaborare “una risposta vigorosa a livello europeo”. “E importante – sottolinea – che gli Stati membri dell’UE raggiungano un accordo tempestivo sull’energico impegno necessario per dare
sostegno alle proprie economie”. L’alternativa è che ognuno faccia da solo. E noi semplicemente rischiamo di non farcela. Per fortuna la risposta – o almeno una risposta – è arrivata. Speriamo di avere buone orecchie per ascoltare.
Non si ferma l’aumento del debito pubblico “invisibile”
L’ultima relazione annuale di Bankitalia ci consente di fare il punto sugli andamenti di una partita contabile che abbiamo già osservato in passato: il debito “invisibile”. Ossia quelle obbligazioni cui lo stato deve far fronte e che però non sono in chiaro nella contabilità che tecnicamente fa riferimento al debito pubblico, in ossequio alle regole di classificazione decise a livello europeo.
Ciò non vuol dire che questi debiti non esistano, ovviamente. Ma semplicemente che rimangono celati fra le righe del discorso pubblico, pure quando – ed è il caso dei debiti commerciali che lo stato ha nei confronti dei propri fornitori – sono la spia di un profondo malessere economico che molto facilmente può diventare sociale, specie adesso che i morsi della crisi pandemica diverranno via via più visibili.
A differenza del 2018, quando lo stock dei debiti commerciali esibiva una lieve calo, l’anno scorso queste obbligazioni sono lievemente aumentate, arrivando al 2,8% del pil (49,4 miliardi) dal 2,7% del 2018.
Non finisce qui, è in crescita anche un’altra delle voci che fanno parte di questa categoria di debiti: ossia il valore di mercato delle passività nette dei derivati accesi presso il MEF negli anni passati per coprirsi dai rischio di rialzo dei tassi di interesse. Che però sono diminuiti e parecchio. Col risultato che sono aumentati i costi per il governo, passato dall’1,2% all’1,5% del pil nel 2019, per circa 27 miliardi. Di queste obbligazioni solo circa un terzo è incluso nella classificazione statistica del debito pubblico.
Tale circostanza scaturisce dal fatto che questi contratti, in larga parte interest rate swap, prevedono che il Governo italiano paghi un tasso di interesse fisso (pari in media a circa il 4 per cento) e riceva un tasso variabile (tipicamente l’Euribor a sei mesi, attualmente su livelli negativi). Il saldo, quindi, è ampiamente negativo, a livello di flussi.
Dulcis in fundo, ci sono le garanzie rilasciate a favore di soggetti che non appartengono al perimetro dello stato, cresciute, nel 2019, dal 4,3 al 4,9% del pil. Una voce, quest’ultima, destinata a crescere molto a causa della crisi Covid.
Complessivamente, quindi, abbiamo passività non registrate, considerando solo i debiti commerciali e le perdite su derivati, pari al 4,3% del pil che non figurano nella nostra quota di debito pubblico. Questi debiti saranno pure “invisibili” per la contabilità pubblica. Ma i mercati li vedono benissimo.
Cronicario. Si Recovery chi può, gli altri a Fund
Proverbio del 17 luglio Ogni gioia è destinata a chi ha il cuore contento
Numero del giorno: 42,2 Incremento % mensile ordini industria a maggio
Via che lo sapete già: oggi il Consiglio Europeo si dedica anema e core (e soprattutto portafogli) al cosiddetto Recovery Fund, che nella narrativa indigena corrente vuol dire: Europa dacce li sordi aggratis.
E ti credo che ci credi, caro compatriota. Perché l’alternativa che i fenomeni della comunicazione politica ci hanno prospettato è che in mancanza di Recovery, l’Europa va a Fund. Si sono impegnati niente male, a scrivere questa storiella.
Il risultato è che tutti oggi si aspettano un miracolo – tipo convincere il premier olandese Rutto (rectius) a regalare il portafogli al Primo Minestra italiano – che ovviamente non ci sarà perché l’Europa è notoriamente abitata da persone attente ai soldi. Specie a quelli degli altri.
Perché, come ha detto uno dei tanti geni – ovviamente italiano – che oggi si contenderanno l’attenzione fiacca del venerdì sera, “negli anni passati ci hanno detto che quello che andava bene ai ricchi sarebbe andato bene anche ai poveri. Lo sappiamo tutti che non è andata così: da troppi decenni chi nasce povero, resta povero”.
E’ così signora mia. Milioni di statistiche magari direbbero il contrario, ma oggi ci beviamo di tutto per essere Recoveryati. Sennò andiamo a Fund.
Buon week end.
Cronicario. Todos promossos, parte II
Proverbio del 16 luglio Cento saggi hanno la stessa opinione. Lo sciocco la sua
Numero del giorno: 168 Incremento % mensile produzione costruzioni a maggio
Eh, son soddisfazioni. Leggere, dico, che il 99,5% dei maturandi 2020, che poi erano il 94% di quelli che potevano maturarsi, sono maturati davvero. L’avevamo detto, ma meglio ripetersi.
E per giunta questo straordinario risultato è stato raggiunto con una quota di diplomati con voto superiore a 80 (su 100) pari al 50%. Alla faccia del lockdown, che non ha impedito ai nostri pargolotti di nutrire la loro bella intelligenza.
Non so voi, ma io sono fiero del nostro sistema dell’istruzione pubblica. Non solo abbiamo sconfitto la povertà, ma anche la piaga dell’analfabetismo. E poi sforniamo ogni anno una quantità invidiabile di geni, come peraltro testimoniano anche celeberrimi test internazionali.
Che dite? Il grafico dice il contrario? Rigiratelo.
A domani.
Il sistema finanziario che ruota attorno al dollaro Usa
Poiché si tratta di un discorso che dalla Storia conduce alla Cronaca, meglio partire da quest’ultima che ci aiuta a dimensionare la questione, innanzitutto raccontandoci cosa rappresenti il dollaro per il sistema economico e finanziario globale. Il grafico sotto ci dice molto di quello che c’è da sapere.
In sostanza, come scrive la Bis nel suo report che ha ispirato questo approfondimento, “il dollaro Usa gioca un ruolo centrale nel sistema monetario e finanziario internazionale”. E non potrebbe essere diversamente dato che insieme alla lingua inglese, il dominio sulle principali rotte commerciali e l’ordine politico prevalente, gli Stati Uniti denominano la globalizzazione iniziata nel secondo dopoguerra e che fra alti e bassi dura fino a oggi.
Tutto ciò è notorio e non servirebbe tornarci sopra se non fosse che nel tempo questa sorta di sistema solare che ruota attorno alla stella americana è divenuto molto complesso e ha cambiato sostanzialmente pelle dopo la Grande Crisi Finanziaria (GCF) del 2008, quando in qualche modo inizia una nuova attualità che dura fino ad oggi.
Per dirla brevemente, da allora le banche sono meno esposte e quindi più solide, mentre il rischio si è spostato su altri intermediari finanziari. Ne abbiamo parlato più volte, quindi inutile tornarci. Qui semmai serve mostrare come ciò abbia mutato la fisionomia della globalizzazione del dollaro.
La prima cosa che dobbiamo sapere è che il funding in dollari, ossia la fornitura all’ingrosso di questa sorta di materia prima, proprio in conseguenza della GCF, viene sempre più garantita tramite i mercati finanziari piuttosto che dalle banche. Ciò significa in sostanza che girano più obbligazioni che prestiti, rispetto al passato e che quindi è cambiato anche il peso specifico degli intermediari. Meno banche, insomma, a fornire dollari, e più non banche.
All’interno della banche impegnate in queste transazioni, quelle europee hanno ridotto le loro operatività in dollari mentre quelle non europee l’hanno aumentata. Una conseguenza, ipotizza la Bis, derivata sia dall’ambiente di bassi tassi di interesse, che incoraggia la ricerca di rendimenti, sia dai cambiamenti regolamentari avvenuti nell’ultimo decennio.
Ciò che non è cambiata è la sostanziale dipendenza dei mercati dallo strumento dollaro: l’efficienza economica e finanziaria globale, scrivono gli economisti dell Bis, dipende proprio dalla capacità del “sistema” di far fluire agevolmente la liquidità in dollari nel complesso reticolo di condutture rappresentato dai mercati.
Questa è una delle ragioni a fondamento dell’ampio programma di swap che la Fed gestisce da un secolo, ma che ha incrementato nell’ultimo decennio. Ovviamente avere una moneta globale significa anche globalizzare gli shock, e questo è il punto dolente della questione, peraltro costante nella storia.
Ciò che è specifico, di questa globalizzazione della valuta, è innanzitutto la sua dimensione. Non solo relativamente alle quantità monetarie in gioco – che sono esorbitanti – ma anche per la quantità di entità non Usa che vi partecipano, ora nel ruolo di prenditori dagli Usa di dollari o di prestatori di dollari agli Usa.
Quanto al primo punto la Bis calcola che l’ammontare del debito obbligazionario internazionale e dei prestiti transfrontalieri denominati in dollari ammontava a 22,6 trilioni di dollari a fine 2019, pari quindi a circa il 26% del pil mondiale, corrispondendo al 50% del totale di queste voci globalmente.
Quanto alle entità che partecipano al gioco del funding in dollari, oltre alle banche, che sono sia prenditori, che prestatori che semplici intermediari, troviamo istituzioni finanziarie non bancarie (non-bank financial institutions, NBFIs), imprese, (non-financial corporations NFCs), e governi con le loro varie emanazioni.
Ovviamente gli Usa rimangono il principale fornitore e recipiente di flussi transfrontalieri in dollari, ma molte di queste attività si svolgono fuori dai confini Usa e senza il coinvolgimenti di entità Usa. Extra-Usa, insomma, viaggiano migliaia di miliardi messi in circolazione da soggetti non americani che spesso nascondono fragilità importanti per la semplice ragione che non hanno accesso ai vari paracadute istituzionali che gli Usa forniscono ai loro soggetti finanziari. Ad esempio l’accesso ai fondi della Fed.
Da tutto deriva deriva “un network altamente globalizzato e interconnesso” del quale riusciamo appena a fotografare quello alimentato dal sistema bancario che si può vedere dal grafico sotto. Gli istogrammi sopra lo zero rappresentano gli attivi, quelli sotto le passività. I colori identificano la provenienza.
Com’era facile immaginare le banche Usa sono le maggiori prestatrici di dollari ai paesi non Usa (gli istogrammi non gialli) fra i quali primeggiano i centri finanziari off-shore. Al tempo stesso gli Usa sono i maggiori recettori di dollari transfrontalieri, per un importo che supera i 6,1 trilioni (somma di tutti gli istogrammi gialli).
Molta parte del flusso di risorse in dollari, tuttavia, non passa dal sistema bancario americano ma si svolge fra le altre aree geografiche (somma tutti gli istogrammi tranne il giallo) ed è assai più rilevante. Il grafico sotto rappresenta il sistema in tutte le sue connessioni.
Così si osserva la valuta dominante all’opera.
(2/segue)
Puntata precedente: La globalizzazione del dollaro statunitense
Puntata successiva: Le ragioni economiche dell’egemonia del dollaro






























