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I prestiti delle non banche fanno ripartire la giostra del credito

Gli ultimi dati diffusi dalla Bis sulle statistiche bancarie, aggiornati al giugno scorso, segnalano un notevole aumento dei crediti transfrontalieri, cresciuti del 6% su base annua. Un livello che non si vedeva dai tempi antecedenti la grande crisi. Questa espansione di credito ha avuto come maggiore beneficiario il settore finanziario non bancario (Non bank financial institutions, NBFIs), quindi soggetti come hedge fund, fondi pensione, assicurazioni, agenzie di leasing, eccetera. I prestiti a queste entità sono aumentati addirittura del 13%.

A livello geografico si registra una certa eterogeneità fra le regioni. I crediti verso Africa e Medio Oriente sono cresciuti dell’11%. Quelli verso l’Europa emergente sono diminuiti dell’8%. Ma è il trend che è interessante osservare, che diventa particolarmente informativo se incrociamo la lettura dei dati diffusi dalla Bis con l’ultimo rapporto annuale del FSB, il Financial stability forum.

Qui leggiamo che “il sistema finanziario è cresciuto dalla crisi, in particolare il settore finanziario non bancario”, come si può vedere dal grafico sotto.

Questa straordinaria crescita di crediti, che ormai supera di gran lunga i 300 trilioni di dollari, si rispecchia ovviamente in un’altrettanto spettacolare aumento dei debiti che si registra fra gli stati, le imprese e le famiglie. Ciò malgrado le banche abbiano visto diminuire il valore relativo dei loro asset, rispetto al totale degli asset finanziari, pure se il valore assoluto è aumentato.

Ciò in conseguenza del fatto che il grande protagonista della ripresa della giostra del credito è stato il settore finanziario non bancario, ossia lo stesso verso il quale, come vediamo dati dati Bis, si sta indirizzando la crescita maggiore del credito bancario.

Se torniamo alle statistiche Bis, qui osserviamo che l’espansione del credito al settore non bancario – 190 miliardi nel secondo quarto del 2019 – ha pesato “oltre la metà dell’incremento trimestrale dei crediti transfrontalieri”, ed è stato in gran parte guidato “dal credito verso le istituzioni finanziarie non bancarie, aumentato di 172 miliardi”. E’ inoltre interessante sapere che “la maggior parte di questi nuovi prestiti si è diretta verso pochi centri finanziari come le Isole Cayman (37 miliardi di dollari), il Regno Unito (34 miliardi) e il Lussemburgo (24 miliardi)”.

Ma soprattutto la Bis osserva che questo incremento di credito alle NBFIs “è parte di un trend più lungo”. Negli ultimi cinque anni il credito a questo settore è cresciuto al ritmo del 7%, a fronte dell’1% rispetto a tutti i settori, raggiungendo i 7 trilioni alla metà di quest’anno. Le grandi prestatrici sono le banche canadesi, francesi, giapponesi, britanniche e americane. I grandi prenditori sono le NBFIs dei paesi avanzati e dei centri finanziari.

Le economie avanzate hanno cumulato debiti per 21 trilioni alla fine di giugno 2019, i centri finanziari (offshore financial centres, OFC) “appena” 5. Anche il credito ai paesi emergenti risulta molto robusto, pure se molto diversificato a livello geografico, avendo raggiunto i 4,1 trilioni di dollari.

Questi dati vanno inquadrati nel contesto più ampio osservato dal FSB. Nel rapporto annuale si legge ancora che le NBFIs “sono cresciute in molte economie avanzate e particolarmente nell’eurozona e nei paesi emergenti”. Un cambiamento giudicato salutare perché implica una diversificazione delle fonti di prestito. Ma che comunque suscita qualche interrogativo quando si osservi che i prestatori NBFIs sono a loro volta prenditori dalle banche.

Quello che sappiamo con certezza, visto che ce lo ricorda anche il FSB, è che “i prestiti totali come quelli bancari a società e famiglie non finanziarie sono cresciuti in tutte le regioni negli ultimi anni”.

Il che è perfettamente comprensibile, visto che “il costo del credito bancario e dei finanziamenti obbligazionari è rimasto generalmente basso negli ultimi anni, supportato da politiche monetarie eccezionalmente accomodanti”. Abbassare il costo del denaro, forse, favorisce la crescita economica. Ma di sicuro quella dei debiti.

Cronicario: Dieci trilioni di euro, probabilmente

Proverbio dell’8 novembre Non si può ricavare latte da un bufalo maschio

Numero del giorno: 14.000.000 Smartphone venduti nel terzo trimestre 2019

Dunque noi italiani siamo (anche) questi:

Ce lo spiega pazientemente la Consob nel suo ultimo rapporto sulle scelte di investimento delle famiglie. Siamo quelli, dunque, che da un decennio viviamo con una notevole ricchezza che non diminuisce ma neanche aumenta: congelata. E dice che siamo anche questi.

Riepilogo per i meno avvezzi: abbiamo una ricchezza lorda, fra finanziaria e non finanziaria che sta intorno ai 10 trilioni di euro, che sono diecimila miliardi, una buona parte dei quali sono ricchezza finanziaria, buona parte della quale chiusa a doppia mandata nei conti correnti bancari e postali. Sempre per i meno avvezzi. Che uno potrebbe pensare siano pochi, ma è vero il contrario. Perché noi italiani siamo anche questi.

E soprattutto godiamo di ottima stampa, visto che a fronte di quanto riportato dalla Consob (“Tra i concetti attinenti alle abilità di calcolo complementari alla cultura finanziaria, quello di percentuale risulta ampiamente compreso dagli intervistati; viceversa, quasi l’80% del campione non ha familiarità con la nozione di probabilità”) una nota agenzia scrive quest’altro: “Gli intervistati si connotano anche per un basso livello di capacità matematiche di base (numeracy), come si evince dal fatto che il 54% del campione non sia in grado di eseguire un semplice calcolo percentuale”.

Ricapitoliamo di nuovo sempre per i meno avvezzi: siamo ricchi. Abbiamo anche consapevolezza della percentuale di problemi generati dalle nostre possibilità. Probabilmente è così. Ma non sappiamo che significa.

Buon week end.

Cartolina: Le pensioni rischiatutto

Alle tante gioie che l’epoca dello zero lower bound – quella dei tassi rasoterra – ci ha regalato se ne iscrive d’ufficio un’altra ancora poco nota alle cronache ma di sicuro effetto: una vecchiaia piena di emozioni. L’epoca della pensione, intensa come serena prevedibilità, almeno finanziaria, si sta gradualmente trasformando nell’avventurosa ricerca di una prestazione pensionistica stabile che in futuro minaccia di diventare sempre più l’eccezione piuttosto che la regola. Già da tempo molti fondi pensione, che tali prestazioni dovrebbero contribuire ad erogare, hanno sostituito le prestazioni definite con le contribuzioni definite: sai quel che paghi ma non quel che prendi. Adesso si sono anche imbottiti di asset molto rischiosi, dovendo provare a spuntare qualche rendimento. Alla fine i conti li farà il pensionato. Gioca a Rischiatutto e neanche lo sa.

Cronicario: Dalle stelle allo stallo (con vista stalla)

Proverbio del 7 novembre Il denaro sognato non si può spendere

Numero del giorno: 0,4 Crescita % prevista in Germania nel 2019

L’autunno dello scontento europeo oggi prende la forma di un pregevole volume di un qualche duecento pagine che non leggerà mai nessuno ma che verrà molto commentato, come accade per i film che non si sono mai visti o i libri che non si sono mai letti. Quindi guardiamo le figure e facciamoci subito un’idea.

Sulla base di quest’idea, necessariamente provvisoria, saldiamoci addosso una robusta convinzione, travestimento di un pensiero complesso ma sintetico, che potrebbe essere quello che la Commissione Ue ci cuce addosso: “L’economia italiana è in stallo dall’inizio del 2018 e ancora non mostra segnali significativi di ripresa”.

Di conseguenza “il mercato del lavoro è rimasto resiliente di fronte al recente rallentamento economico, ma gli ultimi dati puntano ad un deterioramento”.

Metteteci pure che “il numero dei senza lavoro difficilmente calerà anche a causa del nuovo reddito di cittadinanza che indurrà progressivamente più persone a registrarsi come disoccupate”. Ed avrete il quadro completo.

Ma prima di deprimervi per la trama di questo romanzo minimale sulle sorti infauste della nostra economia, sappiate un’altra cosa che ci dice il commissario economico europeo in carica ma uscente: “Con la crescita dell’Ue a ritmo moderato ed i rischi al ribasso si può arrivare ad uno stallo, senza però dover temere una recessione, che non abbiamo previsto”.

Lo stallo italiano è l’antesignano di quello europeo, potremmo dire. D’altronde siamo italiani. E chi meglio di noi, notoriamente all’avanguardia, è capace di interpretare la vocazione di una penisola, come d’altronde è l’Ue, stretta fra due giganti (Usa e Cina) che si fanno la guerra?

Dalle stelle allo stallo, insomma, con l’aggravante che arrivare alla stalla dei proverbi è solo questione di sfumature, se non di tempo. Ma non diciamolo all’Ue. Mai guastare una sorpresa.

A domani.

I rischi crescenti del debito delle imprese

Basta il buon senso per capire perché un debito elevato possa essere molto problematico per un’azienda. Primo perché bisogna ripagarlo, insieme con gli interessi. Secondo perché, di conseguenza, ciò diminuisce le risorse per gli investimenti o per le assunzioni. E poi per gli effetti che può generare sul circuito bancario – scoraggiando l’attività di prestito – in caso di default. Non a caso il Fmi, nel suo ultimo GFSR, osserva che “il debito corporate ha aggravato gli effetti economici della crisi del debito nell’area dell’euro”. E basta ricordare l’annosa vicenda dei crediti bancari in sofferenza per chiudere il discorso.

Senonché il buon senso non basta quando si è immersi in un gioco economico che ne sembra sprovvisto. Il debito corporate, infatti, non solo è cresciuto, dopo la crisi, ma ha anche peggiorato la sua qualità, minacciando di diventare la peste prossima ventura del sistema finanziario. “Il debito è aumentato – scrive in Fmi – ed è sempre più utilizzato per assunzione di rischi a scopo finanziario”. Ad esempio “per finanziare i dividendi aziendali agli investitori”, oppure “per fusioni e acquisizioni (M&A), in particolare negli Stati Uniti”. Peraltro questi flussi, coccolati dai bassi tassi di interesse, stanno “sempre più fluendo verso i mutuatari più rischiosi”.

Questo spiega perché il Fmi se ne occupi, concludendo che i “debiti a rischio (debiti dovuti da società i cui guadagni non sono sufficienti a coprire i pagamenti di interessi) e i debiti di tipo speculativo sono già elevati in molte grandi economie”. E tutto ciò mentre il rallentamento della crescita ha condotto a una decelerazione delle vendite da parte delle aziende, che certo non giova alla loro solvibilità. Negli Usa, ad esempio, i profitti “per quanto solidi” sono diminuiti quest’anno a fronte di retribuzioni crescenti e aumento del costo degli input, che probabilmente scontano l’inasprimento tariffario.

Da un punto di vista sistemico, tuttavia, è interessante osservare anche da dove le imprese attingano le risorse per i loro prestiti. Perché oltre al normale credito bancario, ciò che si osserva è un altro singolare effetto del costante allentamento monetario. La caduta dei tassi di interesse, che quest’ultimo ha contribuito a determinare, ha indotto altre entità finanziarie, come ad esempio i fondi, in cerca di rendimenti, a rivolgersi al mercato dei bond aziendali. Ciò ha conferito una insolita robustezza alle emissioni, sia di corporate bond che di syndacated loans.

Quindi, in sostanza, il rischio di questi bond si è esteso “contagiando” anche intermediari che sono pressati dalla fame di rendimento, dovendo sostanzialmente soddisfare quella dei sottoscrittori dei loro prodotti finanziari. Tramite loro, perciò, il rischio si è esteso anche ai risparmiatori, che magari non ne hanno alcuna consapevolezza.

A fronte di ciò, alcuni comportamenti delle aziende sono poco rassicuranti. La quota di dividendi pagati a debito, come abbiamo detto, è in crescita come anche l’utilizzo di prestiti per i buyback. E gli Usa guidano questa classifica.

E sempre negli Usa si registra una maggiore espansione dei prestiti alle imprese da parte di entità non bancarie.

Questo scenario, nutrito anche dai tassi bassi, spiega bene perché questi ultimi siano necessari per tenere tutto in piedi. E non è detto che basti. Negli scenari avversi ipotizzati dal Fmi, una crescita più lenta del previsto è capace di mettere in tensione i bilanci aziendali malgrado il livello contenuti dei tassi. Molto dipende dai livello di debito a rischio annidato nel settore.

“In Francia e Spagna – sottolinea il Fmi – il debito a rischio si sta avvicinando ai livelli osservati durante le crisi precedenti; mentre in Cina, nel Regno Unito e negli Stati Uniti, supera questi livelli”. Con l’aggravante che “in Cina e in UK il deterioramento della qualità del credito è guidato principalmente dalle grandi aziende, mentre in Francia e Spagna sia dalle grandi che medie”. In aggregato nelle economie osservate dal Fmi, uno scenario avverso potrebbe far schizzare il debito a rischio a 19 trilioni, ossia il 40% del debito totale del settore corporate.

Ed è in questo frangente che diventa sistemico sapere che questa carta è finita in pancia a chi dovrebbe assicurare alcune prestazioni ai propri sottoscrittori. Si pensi ad esempio a un fondo pensione. In caso di scenario avverso questi soggetti, che hanno un profilo di rischio molto diverso rispetto a una banca che presta di mestiere, potrebbero generare vendite disordinate di asset che contribuirebbero ulteriormente a peggiorare il clima.

Il condizionale è d’obbligo, visto che parliamo di comportamenti ipotetici. Ma è un fatto, come illustra bene il grafico sopra, che l’appetito (al rischio) vien mangiando. C’è da augurarsi di fare una buona digestione.

 

Cronicario: Finalmente arriva un gufo anche alla Bce

Proverbio del 6 novembre Il contadino trema sei mesi per il freddo e sei per la paura

Numero del giorno: 250.000.000 Stima vendite smartphone Huawei nel 2019 (+21%)

Nel giorno il cui il Fmi ci regala una straordinaria perla di saggezza, nel tentativo di strappare l’Europa alla sua rassegnata crescita moscia – chi ha soldi veda di spenderli, chi ha i debiti è meglio che li riduca, ma anche no: questo in grandi linee il ragionamento – non possiamo che salutare con giubilo il tanto atteso arrivo dei gufi anche alla Bce.

Non lo sapevate? Sentite che dice la neo presidente della Bce. Dopo aver sottolineato che lei non si sente né falco né colomba, ha detto: “Spero invece di essere un gufo. Mi piacciono. Sono animali molto saggi”, conclude Madame Lagarde.

Dove prima volavano i Draghi, adesso volteggerà questo splendido animale, dotato di vista acuta e di extratorsione del collo. Cosa potrà andare storto?

A domani.

Matrimonio ferroviario a Duisburg fra Cina e Germania

E’ rimasta confinata fra le righe dei notiziari specializzati la notizia dell’accordo fra i giganti cinesi della Cosco e il porto di Duisburg – Duisport – per investire 110 milioni di dollari sul futuro Duisburg Gateway Terminal. Ossia quello che dovrebbe diventare nelle intenzioni dei soci – 30% cinesi, 30% tedeschi e il resto in parte uguali fra l’operatore intermodale svizzero Hupac e la compagnia olandese HTS Group – il più grande terminal interno di container trasporti via ferrovia fra Cina e Germania.

Qualcuno ricorderà l’importanza di Duisburg per il trasporto ferroviario con la Cina. La cittadina tedesca, che ospita il più grande porto interno europeo, già da tempo è il terminale di un trasporto ferroviario cresciuto intensamente nel corso degli ultimi anni grazie al via vai di merci legate alla produzione automobilistica, anche se non esclusivamente. I sussidi del governo cinese hanno sicuramente incoraggiato questa scommessa e adesso, dopo circa un decennio, pare si voglia alzare la posta in gioco.

I lavori cominceranno l’anno prossimo e dovrebbero concludersi per il 2022, con l’ambizioso obiettivo di più che raddoppiare, portandoli almeno a 100 a settimana, il numero dei treni sulla tratta con la Cina. Un investimento strategico per i cinesi, ma anche per i tedeschi, visto che, come ha spiegato il CEO di Duisport “in questo modo consolidiamo la nostra posizione di leadership nel commercio cinese, creando lavoro, e rafforzando il Nord Reno-Westfalia come location logistica più importante d’Europa”.

Come dato basti ricordare che già il 30% del trasporto merci ferroviario fra Europa e Cina passa per Duisburg, da dove partono ogni settimana una quarantina di treni diretti in almeno una dozzina di cittadine cinesi. Secondo alcune fonti, ciò ha consentito di portare a oltre 324 mila TEU, nel 2018, il volume degli scambi fra Cina ed Europa trasportati su ferro, con la previsione che arrivino a 742 mila entro il 2027, con evidente beneficio per le economie dei territori attraversati, a cominciare da quella della Germania ovviamente.

La convenienza tedesca, insomma, somiglia a quella della Grecia, che da un decennio ha ceduto ai cinesi il controllo del porto del Pireo, vendendo loro il 67% dell’autorità del porto per 420 milioni di dollari. E somiglia pure a quella che sta perseguendo l’Italia, siglando il MOU per la Bri e, più indirettamente, tramite la cessione di asset del porto di Trieste all’Ungheria.

La storia è semplice: i cinesi devono fare arrivare (e partire) le merci dall’Europa occidentale, che sembra aver riscoperto la sua vocazione di penisola euroasiatica, anche per stabilizzare il suo commercio internazionale in fibrillazione a causa dei malumori statunitensi.

C’è un’altra considerazione da fare. I  trasporti terrestri sono ancora una piccola quota dei trasporti totali – oltre il 90% avviene per mare – ma per la Cina è essenziale favorire lo sviluppo di rotte commerciali alternative a quelle marittime, che in un modo o nell’altro ricadono nel pieno controllo degli statunitensi. Tutte le vie cinesi portano in Europa. Meglio se via terra.

 

Nel medio periodo saremo tutti finanziariamente instabili

Poiché nel lungo periodo saremo tutti morti, come ebbe a dire un celebre economista, ci sta, come ha fatto di recente il Fmi, sottolineare che “nel medio termine i rischi per la stabilità finanziaria rimangono elevati”. D’altronde la Global financial stability review viene rilasciata due volte l’anno dal Fondo proprio per renderci edotti circa la natura e la quantità dei rischi che affliggono il nostro sistema finanziario. E ovviamente il lavoro non gli manca. Specie da quando la distensione monetaria ha creato le condizioni ideali per un accumulo di rischi futuri. Ha posticipato la scadenza del redde rationem, abbassandone nel frattempo il costo di gestione.

Preso atto perciò che nel medio periodo ci toccherà in sorte una costante instabilità finanziaria, vale la pena fare un breve elenco dei rischi censiti dal Fmi nella sua rassegna ottobrina, che peraltro cambia poco rispetto a quella di aprile. Di diverso c’è solo che da allora la politica monetaria si è allentata ulteriormente, e quindi i rischi si sono spostati un po’ più in là. Ma certo non sono scomparsi.

Al contrario: i rischi si sono incistati per bene in alcuni intermediari che dovrebbero garantire sicurezza – leggi: le assicurazioni – e che invece, dovendo garantire il pagamento dei propri obblighi contrattuali in un contesto che premia negativamente fra il 15 e i 17 trilioni di obbligazioni (a seconda delle metriche), sono costretti a investire su asset “sempre più rischiosi e illiquidi.

Questo mentre i rischi che conoscevamo già, quelli nutriti nel settore corporate ad esempio, sono cresciuti ulteriormente senza che questo susciti granché preoccupazioni. Le imprese zombie, ossia quelle che non riescono con gli incassi neanche a pagare gli interessi sui debiti, sono in felice aumento.

Come si può osservare dai grafici sopra, il male è comune, pure se non suscita particolare gaudio. E non risparmia ovviamente né i governi né le famiglie.

Nel centinaio abbondante di pagine che compongono il rapporto c’è ovviamente molto di più, e ce ne occuperemo. Ma per adesso contentiamoci di tenere a mente questo: “Lower for longer”. Quindi più basso più a lungo, che non a caso titola il GFSR. Più bassi e più a lungo i tassi, ovviamente. Ma anche la crescita, c’è da temere. Per i rischi invece vale il contrario.

Cronicario: Eravamo al verde, ora siamo al green

Proverbio del 4 novembre L’aceto regalato è più dolce del miele

Numero del giorno: 2.015.000 Meridionali italiani emigrati dal 2000

Sfoglio sconsolato scorci del nuovo rapporto Svimez che da alcuni decenni nutre con materna generosità la depressione umorale dei meridionali, che peraltro data qualche secolo. E stendiamo un velo su quella economica.

D’altronde è noto a tutti che il Meridione è bello perché è triste e abbandonato, specie dai meridionali, che infatti emigrano a rotta di collo come ai primi del Novecento.

Perciò è del tutto logico che Svimez anche quest’anno noti sconsolato che il pil meridionale è sotto quello nazionale e di quello del Nord.

Con conseguenze immaginabili, oltre che visibili.

Facciamola semplice: al Sud, al netto dei vari furboni sconosciuti al fisco che allignano ovunque, la gente è mediamente al verde. Ed è qui che lo Svimez, in versione 2019, ha avuto il suo colpo di genio: fare del Meridione la “piattaforma verde del paese”. “La bioeconomia meridionale si può valutare fra i 50 e i 60 miliardi”, dice ispirato il direttore Svimez. “Il green new deal è un’opportunità di rinascita economica del Mezzogiorno” che può evolvere in “piattaforma green del paese”.

La depressione mi sparisce d’improvviso. Prima ero al verde. Ora sono al green.

A domani.

La contraddizione finanziaria nel cuore della globalizzazione

Una globalizzazione si fonda su alcune caratteristiche che sono sostanziale espressione di un ordine politico. A quelle del nostro tempo appartengono, ad esempio, la lingua inglese e il dollaro, che accompagnano (e denominano) i beni che viaggiano lungo le rotte commerciali – in gran parte marinare – e i servizi che vengono scambiati, sempre più, questi ultimi, lungo rotte digitali. Questi strumenti – perché di strumenti si tratta, per loro natura devono (dovrebbero) favorire i processi di integrazione che la globalizzazione incrementa col suo procedere. Ma cosa succede se invece così non fosse? Se, vale a dire, uno degli strumenti dell’internazionalizzazione si rivelasse potenzialmente capace di danneggiarla?

La domanda è ciò che rimane dopo la lettura di un bel paper di Valentina Bruno e Hyun Song Shi della Bis di Basilea dal titolo assai indicativo: “Dollar exchange rate as a credit supply factor-Evidence from firm-level exports“. Indagine molto interessante, perché condotta a livello micro, ossia laddove i fatti concreti prevalgono sulle congetture, osservando 4,6 milioni di spedizioni di prodotti lungo il mondo suddivisi in diverse categorie.

I risultati dell’osservazione sono molto interessanti. In particolare emerge che “un ampio apprezzamento del dollaro rallenta il commercio internazionale incidendo sulle catene globali del valore, che funzionano ad alta intensità di credito”. Una conclusione che fa a pugni con la convinzione assai diffusa – tipicamente di natura macro – che ci sia un collegamento automatico fra i tassi di cambio e l’andamento delle esportazioni “attraverso il canale della competitività commerciale”.

Secondo questa congettura “un forte dollaro Usa aumenta le esportazioni delle economie non statunitensi” visto che i consumatori Usa avrebbero un maggior poter d’acquisto comparato. E invece “paradossalmente, un dollaro forte può effettivamente servire a smorzare i volumi commerciali, anziché stimolarli”. Una conclusione visibile dal grafico sotto.

Non si tratta, ovviamente, di sostituire una congettura con un’altra. Ma semplicemente di un’occasione per sbirciare più a fondo nei meccanismi che governano la nostra globalizzazione che, come in questo caso, possono risultare sorprendenti e quindi meritevoli di approfondimento.

L’origine di questa singolarità è di tipo finanziario. L’apprezzamento del dollaro, che di solito si associa a una restrizione della disponibilità di credito, genera problemi alle imprese che attingono al sistema bancario per finanziare le loro esportazioni. A seguito di un apprezzamento del dollaro, infatti, le banche che si finanziano all’ingrosso acquistando valuta americana riducono l’offerta di credito assai più di quelle che ne fanno meno uso. A loro volta, le imprese che attingono alle banche del primo tipo per le proprie esigenze di finanziamento subiscono una calo delle esportazioni. Vengono inoltre penalizzate le imprese che “hanno esigenze di capitale circolante più elevate e fanno parte di catene produttive più lunghe”.

Questi in estrema sintesi gli esiti dell’indagine svolta dai due economisti che ha il pregio di condurci all’interno dei micro accadimenti che finiscono col determinare i macro eventi. La nostra globalizzazione, fra le sue varie caratteristiche, ha anche quella di essere articolata lungo catene del valore sempre più lunghe e complesse, che per questa ragione dipendono sostanzialmente dalla loro connotazione finanziaria. E poiché il dollaro denomina gran parte degli scambi internazionali, ossia gli anelli di queste lunga catena del valore, ecco che improvvisamente gli andamenti della valuta diventano non solo una caratteristica di questa globalizzazione, ma anche un determinante del suo andamento.

Chi conosce la storia non si stupirà. E basta ricordare cosa fu del commercio internazionale dopo la fine del sistema di Bretton Woods. Ma senza bisogno di andare troppo lontano, è sufficiente rileggere, alla luce delle conclusioni del paper, le intemerate di Trump sul commercio estero. Gli Usa – e quindi la “loro” globalizzazione – rischiano di essere vittima del loro stesso successo.