Etichettato: metamorfosi dell’economia
Le metamorfosi dell’economia: L’oligopolio dei monopolisti
I mercati dunque, con la loro mitologia così poco conosciuta, vengono indicati come il luogo dove la nostra vicenda economica deve sostanzialmente trovare il suo compimento. Una moderna agorà globale dove il diritto di cittadinanza si esprime nella costituzione materiale del consumo, che infatti ormai viene vissuto come l’atto più eminentemente politico di cui siamo capaci. “Si vota col carrello”, ripetono molti convinti pure di dire cosa arguta.
Peccato che gli stessi ignorino o vivano con indifferenza la circostanza che i mercati somigliano sempre più a circoli chiusi dove a fronte di pochi che fanno il bello e il cattivo tempo ci siamo noi, i cittadini-consumatori, in evidente confronto impari di fronte al quale non possiamo che soccombere. Una caduta dolce, tuttavia, accompagnata dalla pletora di oggetti inutili dei quali ci compiaciamo e con i quali riempiamo il vuoto di una condizione umana ridotta ormai al nostro stomaco. Senza più testa e col cuore inaridito, ci riempiamo la pancia e tiriamo la carretta un giorno via l’altro.
E’ in questa pratica routinaria che il mercato nasconde la sua ulteriore seduzione e le sue pratiche ingannevoli, che una semplice ricognizione servirà appena a tratteggiare, ma che pure dovrebbe bastare a comprendere con quanta prudenza dovremmo considerare quando ci dicono che il mercato è efficiente, che premia il merito, che è il migliore dei mondi – in sostanza – nel quale ci poteva capitare di vivere.
Il mercati, dunque, con la loro mitologia basata sui prezzi perfetti che significa miglior bene al miglior prezzo, e quindi garanzia di produzione efficiente grazie alla concorrenza.
Ai tempi di Smith, come sa chiunque abbia letto il suo apologo sulla fabbrica degli spilli, poteva avere senso pensare che la formazione del prezzo favorisse quei mercati capaci, in virtù della divisione del lavoro e della specializzazione, di essere maggiormente competitivi. In fondo se devo comprare spilli, che mi importa dove li producono? Uno spillo è uno spillo.
Ai tempi di Smith, infatti, le merci venivano considerate, anche per semplificare, sostanzialmente assimilabili. Ciò permise di sviluppare la teoria della perfetta concorrenza, visto che ci può essere competizione fra i produttori solo nella misura in cui i prodotti siano assimilabili. E se c’è concorrenza c’è formazione efficiente dei prezzi, ossia del miracolo che mette d’accordo tutti.
Gli antichi però non erano mica stupidi. Covava nei loro peggiori incubi quello del monopolio, ossia del produttore unico che col suo agire sconsiderato falsava il livello dei prezzi, implicando una remunerazione distorta dei fattori delle produzione e quindi, come in un’eco, la distorsione del meraviglioso equilibrio generale che sempre i mercati avrebbero dovuto assicurare.
Nel tempo il concetto del monopolio si è evoluto e si è raffinato generando anche vigorose reazioni istituzionali nella forma di legislazioni antitrust. Nei vari generi di monopolio che la teoria economia ha analizzato, due forme in particolare, mescolandosi, raccontano bene la nostra realtà: l’oligopolio e la concorrenza monopolistica. Torniamo alla nostra Treccani. L’oligopolio viene definito come una “forma di mercato che si caratterizza per un numero ridotto di imprese che producono un bene omogeneo e che fronteggiano una domanda formata da molti consumatori. L’ingresso di altre imprese è impedito dalla presenza di barriere all’entrata”. La concorrenza monopolistica viene definita come un “mercato che, pur presentando molte caratteristiche in comune con quelli di concorrenza perfetta, come, per esempio, la presenza di un numero elevato di imprese e di consumatori, la conoscenza completa e perfetta di ciò che avviene nel mercato, e la libertà di entrata e di uscita delle imprese, costituiscono tuttavia il luogo di produzione e di scambio di prodotti differenziati, non identici come avviene in concorrenza perfetta. Per i consumatori, i prodotti sono sostituti imperfetti”.
La situazione in cui noi ci troviamo a vivere somiglia invece a un mercato dove pochi producono beni teoricamente omogenei ma in realtà profondamente differenziati. Un oligopolio di monopolisti. Ossia la perfetta nemesi di ciò che la mitologia del mercato mette alla base della sua legittimità istituzionale.
Già Galbraith negli anni ’50 ne La società opulenta notava il sostanziale conformarsi dei mercati in regimi oligopolistici, sottolineando anche nella sua Storia dell’Economia che l’unico mercato che avesse una parvenza di concorrenza perfetta, quello agricolo, era stato praticamente distrutto dalla logica dei sussidi statali che ormai data quasi un secolo. Perché ciò che non si può dire, ma che risulta evidente, è che il mercato tutti lo amano, ma nessuno lo vuole, perché prevale negli operatori il desiderio di sicurezza economica, che motiva l’intervento statale.
Ai giorni nostri, quindi, i mercati si sono conformati secondo una logica oligopolistica, relativamente ai produttori, e in una logica di concorrenza monopolistica, relativamente ai prodotti. Per capirci: nessuno dice che vuol un’automobile. Dice che vuole comprare una particolare automobile. Il bene automobile è omogeneo, quanto alla sua categoria ideale, ma profondamente differenziato quanto alla sua manifestazione reale. Non a caso si investe così tanto in pubblicità. Il prodotto ormai coincide col marchio. L’apparenza dell’oggetto ha divorato la sua sostanza. E poiché ogni marchio è unico, e all’interno del marchio convivono prodotti unici, il nostro mercato somiglia a una concorrenza fra pochi monopolisti che devono investire, per differenziare i prodotti da quelli omogenei per categoria che producono altri, e fidelizzare – come si dice con una brutta parola – il compratore.
Nel nostro mercato, perciò, non è il semplice prodotto fisico l’oggetto dello scambio, ma il suo logo, ossia l’incarnazione di ciò che rappresenta. Non compro un telefono, compro un I Phone o un Samsung. E questo spiega bene perché la guerra sul copyright sia diventata uno degli elementi determinanti dell’evoluzione economica globale.
La personalizzazione dei prodotti è il capolavoro dei mercati e anche il sogno di ogni produttore, che automaticamente diventa un monopolista, con buona pace per Adam Smith, godendone i vantaggi, a cominciare dalla fissazione del prezzo che, in una logica di oligopolio, conduce fatalmente al cartello.
In questa deriva, che chissà quanto piacerebbe a Marx, l’economia di mercato esprime tutta la sua straordinaria potenzialità di generare ricchezza sostanzialmente a vantaggio dei produttori, visto che il consumatore non può godere i benefici della concorrenza classica, ossia il ribassare dei prezzi, mentre i lavoratori vengono messi in concorrenza fra loro per avere un posto, potendo contare su disponibilità sempre meno ampie di impiego. L’oligopolio monopolistico dei produttori, a fronte di una concorrenza dei lavoratori per avere un posto, non può che svolgersi a svantaggio di questi ultimi, come infatti le cronache si premurano di confermarci ogni giorno.
Questo però non è soltanto un problema. A ben vedere è anche un’opportunità.
(14/segue)
Le metamorfosi dell’economia: Il travisamento del lavoro
Cos’è il lavoro, mi chiedo, mentre sfoglio analisi preoccupate sull’evoluzione di questa peculiare espressione dell’agire umano, che ipotizzano un mondo segnato da una crescente disoccupazione tecnologica. Poiché ho imparato che le domande semplici nascondono sovente vicende complesse, ho deciso di cercare una risposta saggiando quella comune, che vado a ripescarmi nel volume dedicato all’economia dall’enciclopedia universale Garzanti aggiornato a una decina di anni fa. Mi sembra il modo più semplice per comprendere come la vulgata definisca il lavoro.
Qui leggo che il lavoro è “attività umana volta alla trasformazione e all’adattamento delle risorse naturali, allo scopo di produrre beni e servizi che soddisfino bisogni individuali e collettivi”. “Oltre a presupporre un’interazione fra uomo e natura, l’attività lavorativa è per eccellenza sociale: essa, cioè, mette normalmente l’uomo che la esegue in rapporto con altri uomini (..)le modalità di prestazione del lavoro e della sua remunerazione hanno caratterizzato le grandi fasi dello sviluppo sociale ed economico (..) la moderna organizzazione capitalistica della produzione comprende un mercato del lavoro ed elaborati meccanismi di determinazione dei salari (..) che assegnano un ruolo alle organizzazioni sindacali”.
Quindi il lavoro ha a che fare con la produzione di qualcosa e presuppone una interazione a livello individuale con la natura e a livello sociale con un altro soggetto, che nel tempo moderno ha generato un mercato e una burocrazia. In sostanza, quando andiamo a lavorare svolgiamo un’attività per qualcuno che ce l’ha commissionata e in cambio della quale riceviamo una retribuzione più o meno istituzionalizzata. Al di fuori di questo schema ormai consolidato non esiste lavoro. Chi non partecipa a questo schema è disoccupato.
Fin qui siamo nella conoscenza comune. Che però solleva nuove questioni. Se il lavoro è “attività umana volta alla trasformazione e all’adattamento delle risorse naturali, allo scopo di produrre beni e servizi che soddisfino bisogni individuali e collettivi”, ciò vorrebbe dire che il lavoro, con tutto ciò che ne consegue, è sempre esistito. La storia invece ci dice che non è così. Ossia, l’uomo ha sempre svolto attività al fine di soddisfare bisogni, ma queste attività sono diventate un lavoro, nel senso per noi comune, solo da pochi secoli. Basterebbe rileggere anche solo La Grande Trasformazione di Polanyi per ricordarlo.
L’importanza del lavoro risalta con piena evidenza nell’opera di Adam Smith, che nel libro primo, al capitolo V, della Ricchezza delle nazioni scrisse che “uno è ricco o povero secondo la quantità di lavoro di cui può disporre o che è in grado di acquistare (..) il valore di ogni merce è dunque uguale alla quantità di lavoro che le consente di avere a disposizione. Il lavoro è quindi la misura reale del valore di scambio di tutte le merci”. Riecheggiando così ciò che aveva scritto qualche tempo prima un altro filosofo, David Hume, nel suo trattato Of commerce: “Tutto al mondo è acquistato col lavoro”. Sempre Smith, nel libro secondo al capitolo terzo inaugurò la celebre distinzione fra lavoro produttivo e improduttivo che per secoli ha dato lavoro agli economisti e ancora oggi segna il nostro dibattito pubblico, collegando il primo all’agricoltura e all’industria e il secondo sostanzialmente ai servizi.
Senonché, le affermazioni di Smith sono quantomeno di seconda mano, se non di terza o quarta. La radice della teoria del lavoro come costituente del valore, infatti risale almeno a un secolo prima. Il primo a “valorizzare” il lavoro, nella sua capacità di trasformare la natura e quindi creare reddito rendendola più di ciò che è fu probabilmente William Petty, l’inventore dell’aritmetica politica. Ma fu un altro filosofo ancora che formulò il principio del valore del lavoro. Un filosofo che ha avuto una notevole quanto misconosciuta influenza sullo sviluppo dell’economia politica sebbene solo di rado venga considerato un economista: John Locke.
Locke parlò ampiamente dell’importanza del lavoro non perché fosse interessato alla costruzione di una teoria del valore, ma perché cercava un fondamento per l’autentico caposaldo della nascente economia capitalista: la proprietà privata. Locke sta alla proprietà privata come Cartesio sta alla metafisica del soggetto. Quest’ultimo dedusse l’Io dal Cogito ergo sum. Locke dedusse la proprietà privata (mIo) dall’Io.
Nel suo Secondo Trattato sul governo, pubblicato anonimo nel 1690, Locke scrisse che “Dio ha dato la terra ai figli degli uomini, l’ha data in comune a tutta l’umanità”, quindi nessuno potrebbe o dovrebbe rivendicarne i frutti. E tuttavia tale principio “divino” deve essere contemperato con un altro principio di altrettanto peso: “Ciascuno ha tuttavia la proprietà della sua persona: su questa nessuno ha diritto alcuno all’infuori di lui”. E’ evidente la derivazione cartesiana.
Il combinato disposto fra i due principi, conduce alla conclusione che “il lavoro del suo corpo e l’opera delle sue mani, possiamo dire, sono propriamente suoi”. Quindi l’essere proprietari di sé conduce alla proprietà di ciò che da sé si produce. “Qualunque cosa dunque egli tolga dallo stato in cui natura l’ha creata e lasciata, a essa incorpora il suo lavoro e vi intesse qualcosa che gli appartiene, e con ciò se l’appropria, tale lavoro essendo infatti indiscutibile proprietà del lavoratore, nessun altro che lui può aver diritto a ciò cui esso è stato incorporato”. In sostanza, il passaggio dal comunismo originario all’individualismo proprietario è una conseguenza del lavoro dell’uomo. E ciò spiega perché si arrivò fatalmente alle teorie di Smith e, più tardi, a quelle di Marx che, rimuovendo l’individualismo proprietario altro non ambiva che tornare al comunismo originario per il tramite dello stato, ossia l’Unico Proprietario che sostituisce Dio nel dispensare i suoi beni comuni. Non a caso la teoria del valore/lavoro è tanto centrale in Marx.
Il lavoro perciò è stato lo strumento filosofico sul quale è stato costruito il principio della proprietà privata. E questo è stato il suo primo travisamento. Se è ovvio che tutto ciò che io compio proviene da me, ciò non implica che tutto ciò che da me proviene sia di mia proprietà. Sennò dovremmo essere proprietari dei nostri figli, per fare un esempio. O di qualunque cosa sulla quale apportiamo un cambiamento, il che oltre ad essere assurdo è anche impossibile. E’ chiaro che Locke aveva uno scopo politico, quando scrisse il Trattato, che qui non serve rilevare. Basterà osservare che col suo scritto interpretava uno spirito emergente nel suo tempo, quello che sosteneva la nascente classe dei nuovi proprietari. Non a caso il ragionamento sul lavoro è inserito in un trattato di politica.
Il secondo travisamento è visibile già nella definizione della nostra garzantina, che dopo questa pur breve ricognizione ha assunto ben altro spessore, laddove afferma che il lavoro deve “produrre beni e servizi che soddisfino bisogni individuali e collettivi”. Il collegamento del lavoro all’attività produttiva è il fondamento della sua organizzazione nel sistema datore di lavoro-lavoratore che siamo abituati a frequentare.
Il problema di questo travisamento non è che sia fonte d’errore, ma che sia incompleto. Definire lavoro solo ciò che produce sostanzialmente reddito taglia fuori dalla categoria del lavoro una parte rilevante delle attività umane che producono un beneficio che la categoria del reddito non riesce a catturare. E questo scritto ne è la prova evidente. Ciò che io scrivo soddisfa sicuramente un bisogno, almeno il mio e forse di qualcuno di voi, e produce sicuramente qualcosa: delle parole e, spero un po’ di conoscenza. Quindi stando alla mia garzantina starei lavorando. Ma ciò che io produco non esprime alcun valore di scambio: nessuno mi dà, nel senso definito da Smith, in cambio altro lavoro sotto la forma di altri beni. Rimane il fatto che questa attività è spiccatamente sociale, come vuole l’enciclopedia, mentre rimane insoddisfatto l’altro requisito fondamentale del lavoro come lo intendiamo: la remunerazione.
Su questo punto, che poi è il punto centrale sul quale si è costruito il conflitto sociale negli ultimi trecento anni, purtroppo i classici hanno poco da dirci, com’è normale che sia: ai loro tempi, come d’altronde ai nostri, era del tutto ovvio collegare un lavoro a una retribuzione, e aspettarsi che la relazione si svolgesse fra due soggetti necessariamente antagonisti: il lavoratore e il datore di lavoro, originando quel conflitto fra lavoro e capitale che ha segnato la storia dell’economia. Da una parte il lavoratore che, evocando Locke e i tantissimi dopo di lui, rivendicava la proprietà di ciò che aveva prodotto. Dall’altra il capitalista che, evocando anche lui Locke, in quanto titolare del capitale, ossia di ciò che primariamente aveva creato col suo lavoro, rivendicava una quota del prodotto di tale lavoro. Per questo l’economia è diventata una lotta fra individui proprietari che si contendono fette di ricchezza. Una guerra costante. Il che sicuramente è un fatto reale. Ma non è tutta la realtà.
Se volessimo riportare il lavoro al suo significato più profondo, dovremmo dire che è lavoro tutto ciò di utile che qualcuno fa per qualcun altro, visto che è la relazione, e non la remunerazione, che connota questa attività. O almeno dovrebbe. In un suo vecchio libro, L’invenzione dell’economia, Serge Latouche ricorda che ai tempi dei romani era uso fra i ceti altolocati svolgere attività liberali, l’avvocatura o la medicina, senza per questo chiedere una remunerazione, che sarebbe stata ritenuta cosa disdicevole. Lo facevano per passatempo, diremmo noi oggi. Ma è evidente che non è così. Per quelle persone lavorare, quindi spendere il loro tempo per gli altri, ossia la risorsa più preziosa, era considerato un dovere sociale, oltre che un piacere personale. Un po’ come è per me scrivere queste cose.
Ciò che dovremmo proporci quindi, è recuperare lo spirito del dovere sociale del lavoro, ossia la consapevolezza che, vivendo in società, occorre fare qualcosa per gli altri, e scavalcare il problema della retribuzione allargando lo schema che siamo abituati a frequentare. Trasformare il dualismo datore di lavoro-lavoratore, che è solo una delle modalità in cui il lavoro si può esprimere, in una relazione più complessa che consenta di separare la prestazione dalla retribuzione.
Detto in parole povere: il lavoro, così come lo abbiamo definito, deve essere retribuito con un qualche potere d’acquisto, perché solo così chi lo esprime può vivere. Ma non è detto che debba essere retribuito da chi comanda il lavoro, per usare la terminologia di Smith, o da chi ne beneficia. Ciò parrà astratto, ma in realtà è molto concreto.
Facciamo qualche esempio. Se io vendo otto ore al giorno del mio tempo a un’impresa che produce barattoli e che mi paga per attaccarvi sopra etichette, il mio salario pagherà il mio tempo e l’impresa sarà proprietaria dei barattoli etichettati. Quindi io faccio qualcosa per un imprenditore che in cambio mi dà del denaro. La narrazione di Locke e dei trecento anni dopo si esaurisce in un fatto sindacale di natura contrattuale.
Se io vendo otto ore al giorno del mio tempo per insegnare a scuola, il beneficiario della mia attività – lo studente – non è lo stesso che mi paga lo stipendio. E questo spiega bene la differenza fra la produzione di un bene per un privato e quella di un servizio pubblico per lo stato. Entrambi oggi (ieri non era così) hanno diritto di cittadinanza nel nostro tempo. Quindi è evidente che il concetto di lavoro con l’invenzione dei servizi pubblici si è evoluto dalla visione smithiana.
Quel che dobbiamo chiederci è se, oltre a queste due, esista un’altra modalità di lavoro che si può immaginare conduca ancora più avanti lo schema già inaugurato dai servizi pubblici. Dove quindi la separazione fra soggetti della prestazione ed erogatore della remunerazione sia ancora più divaricata. Se io passo il mio tempo ad aiutare le vecchiette ad attraversare la strada, farò del bene a un sacco di persone ma nessuno mi pagherà alcunché. Eppure pochi dubiterebbero che faccio un’attività benemerita. Se io passo le mie giornata a dipingere quadri o a coltivare petunie che regalo ai passanti, attività che i classici avrebbero giudicato forse utili, ma di sicuro improduttive e che nessuno mi ha commissionato, ho diritto a essere chiamato lavoratore, e quindi retribuito, oppure no?
Prima di rispondere a questa domanda dobbiamo farcene altre: che tipo di società vogliamo essere? Quest’epoca straordinaria che siamo chiamati a vivere dovrà essere ricordata come quella in cui le macchine hanno definitivamente distrutto il lavoratore, e quindi il lavoro, o quella in cui finalmente il lavoro riscopre, innovandolo, il suo significato?
Ci hanno ripetuto per decenni che il lavoro è un diritto (dimenticando che è anche un dovere) e che bisogna tendere alla piena occupazione. Ma questo significa che chiunque faccia qualcosa di utile per gli altri ha il diritto di farlo e di essere retribuito, oppure solo che dobbiamo avere un datore di lavoro che compri il nostro tempo? Possiamo immaginare (e sostenere economicamente) una società che remuneri chi compie qualcosa di utile per gli altri mettendo tale principio alla base del suo funzionamento?
Chiedersi che tipo di società vogliamo costruire, oggi che viviamo una straordinaria età dell’abbondanza, come ci ricorda in un libro recente Nicola Costantino (Abbondanza, per tutti) è il primo dovere di ognuno di noi. Abbiamo i mezzi e la possibile di restituire al lavoro la sua dignità e la sua importanza, ossia remunerandolo e ricordando la sua vocazione sociale, quale strumento di realizzazione personale e bene comune. Il problema è che dobbiamo evolvere il nostro paradigma economico e ampliare il concetto di lavoro che siamo abituati a frequentare. Esattamente come fece Locke più di trecento anni fa. Trecento anni dovrebbero essere un tempo sufficiente per pensare di cambiare.
Non è poi così difficile immaginare come.
(10/segue)
Le metamorfosi dell’economia: Il tasso di disinteresse
M’interrogo pigramente su una questione che molti giudicherebbero di lana caprina, derubricandola a quello cui somiglia: una curiosità lessicale. Perché, mi domando, il saggio di rendimento del capitale finanziario è stato chiamato interesse? Cosa c’entra l’interesse, che evoca passione, motivazione, attenzione, con un cosa arida come un calcolo?
Poiché alla fine la domanda pare oziosa anche a me, decido di ignorarla. Ma quella, insistente, si ripresenta. Bussa alla porta della mia attenzione, prendendo a pretesto il fatto che, discorrendo di come l’economia stia vivendo la sua metamorfosi più profonda, non possa fare a meno di ragionare su un concetto, il tasso di interesse, che al pari degli altri che abbiamo esaminato – la ricchezza, il valore, la moneta – ha suscitato infinite discussioni, produzioni volumetriche di saggi e persino stigmi religiosi.
Il tasso d’interesse, dunque. Cedo alla curiosità e decido di cercare una risposta.
Non vi stupirà di sapere, conoscendo la mia attitudine alla divagazione, che la ricerca di tale risposta sia partita dall’etimologia. Ripesco da una biblioteca dimenticata il Dizionario etimologico italiano di Francesco Zambaldi, del 1889, che mi sembra vecchio abbastanza per offrirmi una visione remota quanto serve perché l’etimo non sia inquinato dalle distorsioni della modernità.
Qui la voce interesse viene rubricata come una derivazione del verbo essere, nel suo lemma latino esse. “L’infinito esse – leggo – dura nel latino inter-esse, essere fra le cose proprie: quindi stare a cuore: divenne il sinonimo interesse tutto ciò che importa o conviene all’utile, all’onore: poi tornaconto, utilità, affare, negozio, frutto del denaro: il sentimento che sprona a cercare il proprio utile (..)che bada solo al proprio utile e comodo”.
Fiuto un’indizio di risposta, ma ancora non mi basta. Corro sul web a sfogliare pagine più o meno attendibili e trovo un dettaglio che completa il quadro. “L’interesse è ciò che sta in mezzo, è un legame, una giunzione che avvicina qualcuno a qualcosa o a qualcun altro (…). Facile intendere anche l’immagine dell’interesse monetario: passa un certo tempo fra quando il prestito viene dato e quando viene restituito; l’interesse è ciò che (è stabilito) vale quel tempo che sta nel mezzo”.
Provo a farmi un’idea. L’interesse si interpone fra due persone o fra una persona e una cosa. Ha a che fare con l’utilità che traggo da questa interposizione, e nel tempo, per derivazione, ha finito con l’essere misurato dal denaro quando tale interposizione viene mediata da un capitale finanziario utilizzando il tempo come moltiplicatore.
In tal senso, prima ancora della sua valorizzazione monetaria, l’interesse rappresenta un legame fra chi concede il prestito e chi lo prende. Tale legame è la concessione di credito, il più esemplare atto di fiducia (anche economica) che posso compiere. Il debitore ha interesse a prendere a prestito, il creditore ha interesse a dare a prestito. I due interessi hanno motivazioni diverse mentre convergono sull’oggetto dell’interposizione, ossia il capitale. A entrambi interessa una certa somma di denaro. Al creditore perché la rivuole indietro, e maggiorata. Al debitore per le sue ragioni di consumo o investimento.
Questo però rischia di confonderci. Mentre è del tutto evidente quale sia l’oggetto dell’interesse, – il capitale – sul quale calcolo, misurandolo nel tempo, il mio tasso di interesse finanziario/monetario, meno evidenti sono i soggetti che sostanziano l’interesse: il creditore e debitore. L’interesse finanziario, se lo osserviamo da questa angolatura, è la rappresentazione monetaria di un interesse che nasce da una relazione, determinando il prestito e la sua conclusione. Il creditore ha interesse a trovare un debitore e il debitore ha interesse a trovare un creditore. Ancora una volta tendiamo a scambiare il dito – il capitale – con la direzione – l’attivazione di una relazione sociale, che poi viene normata dalle consuetudini.
In tal senso l’affermazione “l’interesse è ciò che (è stabilito) vale quel tempo che sta nel mezzo” che abbiamo visto prima è puramente consuetudinaria e rischia di essere fuorviante. La sostanza della faccenda è che due soggetti effettuano uno scambio, sotto forma di un prestito di denaro, allo scopo di aumentare ognuno la propria ricchezza, ossia la propria utilità. Perché, ricordiamolo, due soggetti non farebbero uno scambio se non vi ravvedessero un utile.
Se la osserviamo da questa angolatura, il tasso di interesse non è altro che la rappresentazione monetaria, lato creditore, dell’incremento di utilità che deriva dalla sua relazione col debitore ed è quello più visibile, perché l’interesse del debitore, ossia il suo incremento di utilità, non è usualmente oggetto di indagine economica. Possiamo avvicinarsi a conoscerlo se magari calcoliamo il tasso di rendimento dell’investimento, che con quel prestito è stato effettuato. Ma è un terreno incerto e non regolabile da un’autorità pubblica, al contrario di quanto accade per l’interesse del creditore. Anche qui, dipende dalle consuetudini. Le società moderne sono molto interessate a conoscere (e regolare) i guadagni del creditore mentre si curano poco di quelli del debitore. Ma non è detto che vada sempre così.
Basteranno un paio di esempi a chiarire. Nel medioevo, quando il prestito a interesse era vietato dalla chiesa cattolica, a Roma era uso camuffare un prestito e il relativo interesse corrisposto, con la creazione di una carica pubblica, non operativa ma puramente onorifica, che veniva assegnata al creditore. In tal modo la retribuzione corrispondente serviva a restituire il capitale e gli interessi maturati. Noi oggi almeno la vedremmo così, perché siamo abituati a pensare che un capitale produca un reddito nella misura di un certo tasso di interesse. Ma forse nel passato il senso economico di questa transazione era assolutamente differente. La dignità di una carica pubblica, ad esempio, poteva essere per il creditore assai più interessante, per le sue ricadute sociali, del semplice tornaconto monetario. La cariche pubbliche venivano vendute, se lo ricordate.
Questo esempio, che ho tratto dal libro di Ignazio Augusto Santangelo (Debito pubblico e crisi finanziarie), mostra l’interesse nella sua forma più pura. Non una semplice remunerazione del tempo durante il quale sono stato privato del mio capitale, ma una relazione fra una persona e un’altra cui corrispondevano diritti e doveri per l’una e per l’altra che possono prevedere anche passaggi di denaro. Due persone in relazione economica condividono un interesse. Sociale, prima ancora che monetario.
Traccia di questo pensiero lo troviamo ancora oggi nei precetti della finanza islamica che vieta formalmente il prestito ad interesse, instaurando una condivisione del rischio fra il prestatore e il prenditore che si sostanzia in una condivisione dell’utile (o della perdite). Un tipo di relazione che Keynes, celiando, stimerebbe ideale, assimilandosi a quella matrimoniale. Ma è proprio in questa relazione che l’interesse assume un senso economico del tutto assente nella versione “secolarizzata” che è invalsa nelle nostre pratiche economiche. Si penserà che ciò sia una raffinata forma di ipocrisia. Ma in realtà questo pensiero è assai diffuso, anche se fuori dalla nostra orbita economica, e ha prodotto un fiorente mercato di strumenti finanziari.
La nostra economia, invece, si basa su un principio opposto, ossia quello del disinteresse. La separazione fra gli agenti economici, di cui lamentava gli esiti nefasti già Sismondi all’inizio del XIX secolo, ha creato un mercato del denaro nel quale sia il creditore che il debitore si limitano a calcolare il proprio ritorno personale obbedendo al principio della capitalizzazione finanziaria e disinteressandosi delle conseguenze sull’altro. Sicché il senso interessante della relazione fra debitore e creditore è stato cancellato dalla quantificazione del tasso di interesse monetario che sarebbe più corretto definire tasso di disinteresse. Il denaro viene scambiato disinteressandosene, e in cambio si richiede una remunerazione sotto la minaccia di conseguenze legali. Creditore e debitore, nel migliore dei casi, si ignorano. Nel peggiore si odiano.
Sono consapevole che tutto ciò vi parrà sommamente astruso, e magari qualcuno si irriterà pensando che faccio filosofia di una cosa terribilmente concreta come il profitto. Ma, vedete, l’economia è filosofia, che poi diventa consuetudine di pensiero e infine tecnica grazie a un lungo percorso di assimilazione istituzionale. E poiché lo scopo di questo libro è contribuire al ripensamento dell’economia, quello che Irving Fisher chiamava “il collegamento fra le idee e le loro applicazioni pratiche”, è necessario ripartire da dove ci siamo messi in cammino, per vedere cosa è successo nel frattempo. Perché poi, infine, la realtà ci presenta il conto.
E non pensate che questo conto sia così difficile da osservare. Anzi è già visibile.
Le cronache del nostro tempo ci hanno mostrato la migliore rappresentazione possibile del nostro tasso di disinteresse: i tassi nominali nelle grandi economie del mondo si sono azzerati e quelli reali in molti casi sono addirittura negativi. Mentre scrivo la zona euro vende circa il trenta per cento delle sue emissioni di bond decennali a tassi negativi e si discute appassionati e atterriti del rialzo del tasso di sconto della banca centrale americana di un quarto di punto percentuale. Questa circostanza non può essere derubricata a curiosità della cronaca, essendo invece un evidente segno della storia. Quale migliore manifestazione della coincidenza fra filosofia e tecnica nella corrispondenza del nostro tasso di disinteresse con l’azzeramento del rendimento del capitale? Se il rendimento del capitale è nullo, che interesse posso trarre dalla mia relazione sociale?
La pratica secolare dell’economia del disinteresse, che ha trovato nell’uomo economico razionale, calcolatore e massimizzante, il suo Sigfrido, ha finito col provocare l’azzeramento del tasso di interesse. E poiché i nostri massimi esperti ci spiegano che il tasso di interesse dipende dall’andamento dell’economia, quindi si abbassa quando l’economia è debole e si rialza quando è forte, dovremmo dedurne che il nostro disinteresse ha finito con l’erodere la basi che rendono forte un’economia: ossia che gli agenti economici abbiano voglia di scambiarsi qualcosa convinti che tale scambio li arricchisca. Che abbiano interesse a fare economia, ossia relazionarsi vicendevolmente con profitto reciproco.
Qualcosa che avevamo e che abbiamo smarrito.
Me ne convinco leggendo un paper recente che la banca centrale del Regno Unito ha rilasciato per spiegare il declino secolare del tasso di interesse, che viene motivato da ragioni tecniche, non essendo negli intenti di una banca centrale fare filosofia. Qui osservo un grafico che misura il tasso di interesse reale del mondo dal 1870 in poi sui bond decennali. I dati dicono che il tasso reale non è mai stato a zero come è accaduto dal 2008 in poi, salvo che per un breve intervallo nel secondo dopoguerra, ed è stato negativo durante la prima e la seconda guerra mondiale, a causa evidentemente dell’inflazione bellica. La guerra d’altronde, non è un buon momento per fare economia, prevalendo il conflitto sulla cooperazione. E’ l’apoteosi del disinteresse.
Così l’interesse ridotto a calcolo, ossia ciò che connota lo spirito del capitalismo insieme all’invidia e alla vanità, per ricordare un bel libro di Geminello Alvi (Capitalismo, verso l’ideale cinese), non ha solo stravolto il senso dell’interesse, ma anche il significato. Ma la parola è rimasta, come un simulacro.
Mi chiedo cosa ci sia capitato. Come siamo arrivati a questo punto. E mi torna in mente Zambaldi: “Divenne il sinonimo interesse tutto ciò che importa o conviene all’utile, all’onore: poi tornaconto, utilità, affare, negozio, frutto del denaro: il sentimento che sprona a cercare il proprio utile (..)che bada solo al proprio utile e comodo”. Ecco cosa è accaduto. Esattamente in quest’ordine. L’etimologia, in fondo, è solo un altro modo di raccontare la storia.
(7/segue)
Le metamorfosi dell’economia: la trasmutazione del denaro
Il tempo è prezioso, come sa chiunque si accorga che gliene è rimasto poco. E’ l’unica risorsa scarsa che dovrebbe avere dignità di pensiero economico. E’ talmente prezioso che a un certo punto è sorta la prassi di scambiarlo con denaro, ossia con ciò che rappresenta, nominandolo, il valore. Senonché, misurare il tempo con la moneta – cos’altro è una retribuzione oraria? – ha finito col trasformare le persone in oggetti economici, per cui è invalsa la consuetudine di equiparare il valore di una persona alla sua ricchezza. Ho tanto perché valgo tanto: quante volte avete sentito o letto espressioni simili?
Poiché il tempo, oltre ad essere prezioso, è anche il moltiplicatore del prodotto, (se in un’ora produco x, in due produco il doppio) capite bene perché già agli albori del capitalismo venne coniato il detto che il tempo è denaro. Un motto semplice che racconta bene l’epopea capitalista. Più tempo dedico alla produzione, più denaro guadagno. Più tempo lascio cumulare un capitale con l’interesse composto, più guadagno.
L’equiparazione fra tempo e denaro, tuttavia, cela alcuni problemi. Fra questi la circostanza che non spiega cosa sia il denaro, fidando troppo sul senso comune.
Purtroppo il denaro sfida il senso comune. Se mettessimo in fila tutti i libri che sono stati scritti sul denaro negli ultimi tre secoli verrebbe fuori una pila che molto facilmente giungerebbe alla luna, senza che ciò sia capace di aiutarci a capire cosa sia questa sostanza misteriosa che alimenta la nostra vita economica. Del denaro sappiamo solo che ce n’è sempre di più e che, ciò malgrado, sembra non bastarci mai.
Sappiamo altresì che il denaro, nella nostra immaginazione, è una perfetta rappresentazione della ricchezza: “Che la ricchezza consista di moneta, o di oro o di argento, è una nozione comune”, scrisse Adam Smith nella sua Ricchezza delle nazioni, “che proviene naturalmente dalla doppia funzione della moneta, come strumento di commercio e come misura di valore”. Quindi la ricchezza consiste della moneta anche per la semplice ragione che può misurarla. Sempre Smith: “Ricchezza e denaro sono, nel linguaggio comune, considerati sinonimi”. Nel linguaggio comune, appunto. Il denaro è come il raffreddore: tutti lo prendono, subendone il contagio, ma pochi sanno perché. Prevale la consuetudine. E’ uso, di conseguenza, equipararlo alla moneta, intendo quella moneta legale regolata da un’autorità pubblica.
Sappiamo pure che la ricchezza è una delle ossessioni più pervicaci dell’umanità, e il denaro di conseguenza, specialmente da quando l’economia ha occupato gran parte della nostra immaginazione. “Troviamo sempre che il grande problema è fare denaro”, dice sempre Smith quasi due secoli e mezzo fa. E a ragione. Il miraggio alchemico della trasmutazione dei metalli vili in oro, che impegnò tanti sapienti scervellati per lunghi secoli, ormai è diventata pratica comune delle nostre società, che creano moneta, quindi denaro, quindi ricchezza, in un fiat per il tramite delle loro banche centrali.
Dovremmo dedurne che siamo diventati più ricchi? Se così fosse il “problema economico”, per usare una vecchia espressione keynesiana, sarebbe risolvibile semplicemente aumentando la quantità di denaro. Ma è evidente che così non è. L’assimilazione fra denaro e ricchezza deriva da una consuetudine storica, di cui ci dà testimonianza Simonde de Sismondi in uno scritto di inizio XIX secolo (I due sistemi di economia politica): “Le parole denaro e ricchezza si erano mescolate in tutte le lingue e lo scopo di tutte le politiche pubbliche e private era stato quello di attirare e accrescere il denaro”.
Meno evidente è il senso profondo dell’idea stessa di denaro che potremmo persino trovare diversa da quella di moneta. Ma per riuscirci, serve un po’ di storia.
Prendo a prestito tre definizioni di moneta riferite a epoche assai diverse fra loro: la metà del XVIII secolo, l’inizio del XX, e oggi. Non sarà certo esaustiva come ricognizione, ma certo aiuterà a dare un’idea di come il concetto di moneta si sia evoluto nel corso dei secoli.
Per il XVIII secolo mi servo del trattato Della Moneta, scritto da Ferdinando Galiani nel 1750 e poi ripubblicato un trentennio dopo, uno dei primi libri dedicati espressamente alla questione monetaria dell’epoca moderna. Nell’esordio, l’abate napoletano spiegò di voler “illustrare la natura e le qualità della moneta, ossia di quei metalli che le nazioni colte come un equivalente d’ogni altra cosa usano di prendere e dare: materia, quanto per la sua utilità gravissima, tanto per l’oscurità che la copre”.
Quindi, per Galiani l’associazione era molto semplice: l’oro era moneta, come poi dirà anche Smith, e quindi la moneta merce, come peraltro teorizzava una scuola di pensiero che trovò in Locke (che di moneta e interesse scrisse poco e alquanto distrattamente) uno dei suoi epigoni sul finire del secolo XVII.
Galiani argomenta che l’oro è moneta in quanto ha un valore di per sé, anteriore quindi al diventare mezzo di scambio. Il che rivela una delle caratteristiche formali che l’economia assegna alla moneta: il suo rappresentare un valore persistente. Ciò che più tardi definirà la moneta come riserva di valore. Ai tempi di Galiani tale valore era insito nella merce. Ai tempi nostri è di derivazione istituzionale, essendo la moneta dematerializzata.
Facciamo un salto di un secolo e mezzo e scorriamo il libro di D.H.Robertson (Money), pubblicato nel 1922 con introduzione di J.M.Keynes, che pochi anni più tardi dedicherà un paio di notevoli volumi proprio alla questione monetaria. Il libro di Robertson in qualche modo sommarizza il lungo dibattito sulla moneta che si era consumato nel corso del secolo d’oro dell’economia politica, ossia il XIX.
Nel paragrafo in cui affronta la questione di come definire la moneta, Robertson ammette che “non c’è un’intesa generale su questo punto”. E perciò risolve, con ammirevole pragmatismo, di considerare moneta “ogni cosa che sia ampiamente accettata come pagamento per beni, o per pagare le proprie obbligazioni”. La moneta come mezzo di scambio, quindi, e implicitamente come misura dello scambio, ossia come unità di conto.
La riflessione teorica, durata decenni, arrivò così a definire la perfetta trinità che qualunque moneta deve incarnare per essere tale: riserva di valore, mezzo di scambio e unità di conto. A tal proposito Robertson fa un’importante sottolineatura: “Non è necessario che ogni cosa usata come mezzo di scambio sia di per sé unità di conto, ma che questa cosa possa essere espressa in qualcosa che sia una unità di conto”. Per farla semplice: posso accettare un assegno di mille euro da un mio debitore, ma quell’assegno non è di per sé una moneta, per quanto soddisfi il requisito di essere accettato. Ciò che è moneta è l’euro, di cui i mille del mio assegno sono un multiplo.
La questione della riserva di valore, che ogni moneta deve assicurare per essere accettata – non accetteremmo mai un pagamento in una moneta che l’indomani perdesse il suo valore di scambio – ne solleva un’altra, ossia quella del valore della moneta stessa. Sempre Robertson lo definisce come “il potere che la moneta assicura alla gente per comprare ciò che desidera”. Ciò evidentemente si collega all’andamento dei prezzi, che sono espressi in moneta. Se il prezzo di un bene aumenta, vuol dire che la mia moneta, rispetto a quel bene, ha perduto valore. Se prima con un euro compravo un arancia e ora mi serve un euro e mezzo, vuol dire che l’euro si è svalutato del 50% rispetto alle arance. Ciò innesca l’epica dell’inflazione nel nostro discorrere economico e le sue conseguenze distributive. Nel nostro caso, l’inflazione provoca un impoverimento del 50% nei detentori di moneta rispetto ai produttori d’arance. Ciò spiega perché la questione del valore della moneta sia assurta all’attenzione dei governanti.
Provo a semplificare: la moneta, secondo questa definizione, è potere d’acquisto, attuale e futuro, al netto dell’inflazione.
E questo ci porta alla nostra terza definizione di moneta, che ho tratto da una recente intervista a Ferdinando Ametrano, esperto di monete virtuali, pubblicata qui. “La moneta è uno strumento di relazione sociale – spiega – su cui si fonda l’economia di scambio. È uno strumento ideato dall’umanità per cooperare con coloro che sono al di fuori dell’economia del dono, caratteristica del nucleo familiare e delle relazioni più strette. Storicamente l’oro si è affermato autonomamente come standard monetario, poi è stato progressivamente rimpiazzato dalle banconote (..). Oggi utilizziamo fiat money (fiat nel senso latino di “fiat lux et lux fuit”), moneta senza valore intrinseco la cui accettabilità è basata su un contratto sociale che ne determina il corso legale. Tutte le democrazie ed economie evolute hanno delegato il governo della moneta e la sua stabilità alla discrezionalità di banche centrali indipendenti, per evitare gli abusi che i governi potrebbero farne”. Questo lo stato della riflessione contemporanea sulla moneta. Ho scelto questa posizione perché mi sembra sufficientemente esaustiva.
Ma l’ho scelta anche perché solleva due punti dirimenti. Il primo: la moneta non è una merce ma uno strumento istituzionale di relazione sociale. Il secondo: la moneta è uno strumento ideato per scambiare con coloro che sono fuori dell’economia del dono.
Poniamoci una domanda: cosa succede a un’economia quando l’economia del dono si espande? Abbiamo visto che l’ipotesi non è peregrina. Al contrario: le nuove tecnologie hanno fatto crescere a un livello senza precedenti le zone franche in cui la moneta (sempre intesa come moneta legale) non svolge più alcun ruolo nonostante interessino ampie porzioni di relazioni sociali. Ciò vuol dire che la moneta non è più in grado di prezzare queste relazioni e, di conseguenza, non è in grado di trasformarle in ricchezza. Che però esiste. Uno scambio che crea valore ma non flusso monetario è la dimostrazione che la moneta non è lo strumento più esatto per misurare la ricchezza.
La seconda questione che dobbiamo sottolineare è l’aspetto relazionale. La moneta non ha valore di per sé ma perché due parti le danno valore. Quindi due persone devono credere che l’oggetto del loro scambio (la moneta) abbia valore, presente e futuro. Se l’economia crea valore grazie alla relazione fra due soggetti, come peraltro notava già Sismondi all’inizio del XIX secolo, se voglio far crescere l’economia, devo incentivare gli scambi, ossia le relazioni fra le persone. La ricchezza che avrò creato, con questo relazionarmi, non deriva dalla moneta, che si limita a rappresentarla. Nel caso dell’economia del dono questa rappresentazione non è neanche è possibile.
Galiani esprime chiaramente questo concetto: “La moneta non è ricchezza, ma immagine sua ed istrumento di raggirarla, dal quale raggiro sebbene accada alcune volte che la vera ricchezza s’accresca, infinite volte più pare che così avvenga e non è vero”. Per poi concludere che “chi ha le cose più utili è più ricco di chi possiede le meno utili”. Quali sono le cose utili? “Le prime sono gli elementi, indi è l’uomo che di tutte le cose è la più utile all’altro uomo, poi sono i generi atti al vitto, indi al vestito, appresso all’abitazione e in ultimo alle comodità meno grandi e all’appagamento dei piaceri secondari dell’uomo. In questa classe sono i metalli: sono dunque utili, ma meno dell’uomo”. I metalli, quindi ciò che per Galiani era la moneta, sono ultimi in ordine di importanza per l’economia sostanziale. “L’oro e l’argento – scrive – non sono degni d’essere dichiarati sovrani del tutto ed arbitri della felicità”. Questo pensiero antico è sorprendentemente contemporaneo.
Ed è un un indizio. Ciò che conta, per l’economia, sono le persone. E poiché queste persone devono essere vive, per avere utilità e senso economici, la vera ricchezza non è la moneta, che solo nomina la ricchezza e in maniera imperfetta come abbiamo visto, ma il tempo, che la sostanzia. In tal senso, il tempo è il vero e unico denaro di cui disponiamo. Un denaro molto diverso dalla semplice moneta.
Questo ci riporta al vecchio detto secondo cui il tempo è denaro. Che necessita però di essere precisato. Chi immagina il denaro come una semplice ipoteca sul tempo futuro, come ha fatto in un bel libro di qualche anno fa Massimo Fini (Il denaro, sterco del demonio) conduce all’estremo la visione protocapitalista e produttivistica di Benjamin Franklin, che coniò nel XVIII secolo tale equivalenza.
Ma il tempo non è denaro perché, producendo nel tempo reddito o imprestandolo, posso tramutare il tempo in denaro. Il tempo è denaro perché l’unico denaro reale di cui dispongo è il tempo. Un denaro che talvolta diventa moneta. Come vedete, le equivalenze a volte nascondono importanti sfumature di significati capaci di stravolgere quelli dell’economia.
Possiamo dirlo anche così: il tempo non è potenzialmente denaro, come lascia intendere il vecchio adagio di Franklin, ma è attualmente denaro. Non potenza, ma atto, direbbe Aristotele. Nasciamo ricchi e moriamo in miseria. Il nostro capitale, di cui siamo naturalmente dotati, è naturalmente destinato a decumularsi, come dovrebbe accadere ad ogni accumulazione. Ogni istante spendiamo tempo. Sta al nostro buon senso economico estrarne utilità, nel senso tratteggiato da Galiani.
In tal senso, la trasmutazione del tempo in denaro ricorda quella alchemica del piombo in oro. I moderni alchimisti hanno il compito di farci transitare dall’età della moneta come esito della produttività del tempo a quella del tempo come rappresentazione della ricchezza. Questa evoluzione è destinata a riempire di senso economico le nostre relazioni sociali. E quindi ad aumentare la nostra utilità.
Rimane il problema di come far corrispondere la ricchezza reale del tempo al valore nominale del denaro, inteso come moneta legale, che abbiamo visto essere null’altro che potere d’acquisto presente e futuro tramite il quale valorizzo una relazione socioeconomica. Detto in parole semplici: come faccio a trasformare la mia ricchezza, che è il tempo, in moneta legale che mi serve per vivere?
La risposta che si è data a questa domanda è: lavorando. Non a caso Smith, ma anche Galiani e altri prima e dopo di loro, individuano il lavoro, che infatti implica il tempo, come la fonte del valore. Ma rispondere a questa domanda non spetta all’analisi economica, ma all’economia politica, ossia alle scelte delle istituzioni. A tal proposito si possono ipotizzare diverse soluzioni. Ma prima occorre ancora dedicare un po’ di tempo all’analisi.
(6/segue)
Le metamorfosi dell’economia: le sovversioni della gratuità
Come tutte le rivoluzioni autentiche, quella che sta sconvolgendo l’economia del nostro tempo è silenziosa ed invasiva. Coinvolge infatti una categoria di pensiero e una prassi – la gratuità – che finora e per le più svariate ragioni, ha avuto scarso diritto di rappresentanza nel dibattere economico.
La fisionomia di questa rivoluzione è difficile da osservare, per la semplice circostanza che non esistono strumenti in grado di rilevarla, malgrado sia ormai evidente a chiunque si occupi di cose economiche. Peraltro essa ha preso slancio proprio in virtù dell’evoluzione tecnologica, che si conferma come il principale driver della metamorfosi della nostra economia.
Un semplice esempio basterà a capire: oggi con un semplice click si possono inviare senza costi informazioni a chiunque. Pensate ai cambiamenti che le e-mail hanno provocato alle nostre consuetudini postali e professionali. Queste informazioni, peraltro, in molta parte sono anch’esse gratuite, essendo sostanzialmente il frutto di una ricombinazione di informazioni già esistenti e reperibili gratuitamente. Ciò pone enormi problemi di copyright e di quantificazione economica. Queste informazioni, che non hanno prezzo, non impattano sul Pil, semplicemente perché il mercato non riconosce loro alcun valore.
In tal senso, la gratuità sta svolgendo un effetto sovversivo sui mercati. Sta creando valori invisibili, perché le contabilità nazionali non sono in grado di rilevarli, che mutano sostanzialmente anche il loro rapporto con i soggetti economici. Inoltre impattano sulla microeconomia dei mercati, sostanzialmente rivoluzionandola. Quindi la sovversione è duplice.
Facciamo un altro esempio. Wikipedia ogni giorno viene consultata da milioni di persone che hanno necessità di sapere qualcosa. Tralasciando di entrare nel merito delle informazioni che rilascia, è utile osservare che tale accesso è completamente gratuito e di fatto concorrenziale con quello, a pagamento, che può offrire una qualsiasi enciclopedia tradizionale. Ciò provoca due cose: la prima è che un soggetto che accede a Wikipedia non svolge, tecnicamente, alcun effetto economico sulla contabilità nazionale. La seconda è che un’enciclopedia tradizionale perde un cliente, e quindi reddito, e si trova costretta a rivoluzionare la sua strategia di vendita se vuole sopravvivere. Deve scendere anch’essa sul terreno della gratuità cercando un modo per estrarre comunque un reddito dai clienti.
Questa contraddizione, per la quale la gratuità sottrae valore ai mercati tradizionali, e insieme crea valore per gli utenti, si manifesta con tutta la sua virulenza, per fare un altro esempio, nel mercato dell’informazione. I media tradizionali sono da anni in una crisi profonda a causa della concorrenza della gratuità dell’informazione disponibile on line. Per i giornali (e i giornalisti) l’effetto sovversivo della gratuità è stato senza precedenti. Oggi un articolo pubblicato on line non ha praticamente nessuno valore economico, anche se viene letto da migliaia di persone, per il semplice fatto che pochissimi sono disposti a pagare per leggerlo. E questa è un’altra caratteristica della prassi che la gratuità ha provocato sulla popolazione digitale. Il consumatore non è più disposto a pagare per ciò che può avere gratis.
Sembra una tautologia, ma se guardiamo bene il significato economico è profondo. I fruitori della rete si aspettano che una certa quantità di servizi o prodotti siano gratuiti – l’informazione ad esempio – e ciò vuol dire che intere filiere produttive sono candidate semplicemente all’estinzione. Se considerate il concetto di informazione nel suo significato più vasto – quindi non solo giornali, ma tutto ciò che viene elaborato e rappresentato in forma scritta o grafica – comprenderete quanti lavori rischiano di diventare incapaci di fornire un reddito, a meno di non aver alle spalle colossi economici.
Ma la sovversione più profonda è stata un’altra. La gratuità ha consentito di esercitare una pulsione remota che mai prima nella società ha avuto modo di manifestarsi a un livello globale così eclatante. Per un venditore che regala qualcosa on line per venderci qualcos’altro, ci sono infiniti contributori che regalano su internet terabyte di dati per il semplice fatto che amano condividere qualcosa. A cominciare da se stessi.
L’economia del dono, oggetto di un vecchio e tuttora attualissimo libro di Marcel Maus (Saggio sul dono. Forma e motivo dello scambio nelle società arcaiche), è diventata una grande protagonista del nostro evo tardo capitalistico, dimostrando ancora una volta l’incapacità dell’uomo economico di rappresentarci. Le nostre radici culturali, insomma, comprese quelle dell’economia come la conosciamo, sono ben anteriori ad Adam Smith.
Purtroppo a questo lato luminoso se ne associa uno terribilmente oscuro.
La peggiore sovversione provocata dalla gratuità digitale, infatti, è profondamente subdola; diabolica, si dovrebbe dire, se oggi parlare non diavolo non fosse così fuori moda. Ciò che è stato sovvertito, infatti, è stato il significato stesso di gratuità. Perché non è per nulla vero che tutto sia gratis.
Pensateci un attimo. Innanzitutto per accedere a questa gratuità dovete pagare. E non mi riferisco a ciò che consumate sulla rete, che è formalmente in gran parte gratis, ma al fatto che per accedere alla rete dovete disporre di un device e di una connessione. Che non sono gratis. Direte che si tratta di poche centinaia di euro l’anno. Però rimane il fatto che sono necessari per garantirvi la sopravvivenza digitale. Se non siete connessi siete digitalmente morti e non avrete accesso a un bel nulla. Se voleste leggere il giornale dovreste andare in edicola. Quindi il costo che paghiamo per il device e la connessione equivale al costo della nostra esistenza digitale. Il bit, per l’uomo digitale, è come la pagnotta per quello analogico.
Mettiamo per ipotesi che qualcuno vi fornisca gratuitamente device e connessione, vi regali il pane. Potremmo dire che a questo punto la rete è gratis?
La risposta è ni. Potremmo dirlo relativamente all’unità di conto – il denaro – che qualcuno generosamente ci fornisce per accedere e usare la rete. Ma non potremmo dirlo relativamente ad altre due variabili, che nell’evo tecnologico sono la più autentica moneta di scambio: il tempo e le informazioni personali.
Cominciamo da queste ultime. Quando navighiamo lasciamo scie di informazioni personali che potentissimi robot algoritmici assemblano e ricombinano trasformando la nostra identità fisica in un alias che ci corrisponde: lo user, per citare un bel libro di qualche anno fa di Frank Schirrmaker (“Ego. Gli inganni del capitalismo“). Credo che saremmo stupiti se guardassimo il nostro user allo specchio. Potremmo persino vergognarcene un po’.
Il problema è che non lo guardiamo noi, ma altri robot, per il quale lo user è il perfetto target commerciale, perché rivela gusti e inclinazioni, preferenze, dati personali e relazionali, e tutto quello che può diventare oggetto delle fantasiose politiche di marketing che orientano i mercati. La nostra navigazione, per dire, influenza anche la visualizzazione dei banner pubblicitari che i vari inserzionisti ci propongono mentre siamo on line e che, di anno in anno, diventa sempre più invasiva.
Ovviamente non c’è solo questo. Ci sono colossi, a cominciare dai social network, che raccolgono i nostri dati e li usano ai propri fini che sono tutt’altro che improntati allo spirito della gratuità. Il business dei dati personali è assai fiorente, a differenza di quello dei giornali.
La questione del tempo è ancora più complessa. In un evo dove prevale il rumore di fondo provocato da un costante ridondanza di informazioni, il tempo che io spendo davanti a un sito corrisponde all’attenzione che il gestore di quel sito mi ha sottratto e che per lui rappresenta una finestra di opportunità per vendermi qualcosa, tramite la pubblicità, o acquisire informazioni su di me, e quindi vendermi in senso stretto. Quindi ciò che di tempo io spendo corrisponde a denaro per la mia controparte.
Mai come nella nostra epoca l’equazione tempo=denaro resa celebra da Benjamin Franklin nel XVIII secolo è stata tanto cogente.
Ciò significa che oggi è vero pure che il denaro è uguale al tempo.
E questa è la sovversione più sorprendente della gratuità.
(5/segue)
Le metamorfosi dell’economia: la nuova ricchezza
Ricordo come un sogno allucinato il tempo della new economy dei primi 2000, quando pletore di prezzolati vollero convincere il mondo che si era all’alba di un’era dove la rivoluzione tecnologica avrebbe reso del tutto superflui concetti antichi come quello secondo il quale un investimento debba generare un reddito per essere ripagato. Già da allora malato d’economia, seguivo col fiatone le scorrerie plurimilionarie di sedicenti aziende che venivano scoperte, quotate, arricchite e poi svuotate allorquando i finanziatori si ricordavano che non basta una buona stampa per avere successo negli affari. Servono i flussi di cassa, e di quelli solo pochissimi ne videro e comunque largamente insufficienti a soddisfare le aspettative degli investitori.
Poi il mondo scoprì che era tutta una bolla, modo educato per non dire che era una truffa, e che la new economy somigliava alla passione per i tulipani dell’Olanda del XVII secolo: una follia. E per uno che ci ha guadagnato – conosco un tale che è riuscito a comprarsi casa con la plusvalenza realizzata in una settimana mettendo tutti i suoi soldi su non so quale e-company che si andava quotando – milioni ci hanno perso, e ancora piangono.
Sicché capirete con quanta prudenza oggi possiamo usare il termine Nuova economia, che peraltro evoca legioni di fantasmi che attraversano tutto il Novecento. Anzi, non possiamo usarlo. Se lo usassimo evocheremmo, ultima della lista, la straordinaria ubriacatura di quindici anni fa e il senso del discorso ne uscirebbe falsato. Tanto più che non ci serve una nuova economia. Quel che ci occorre è una metamorfosi della vecchia, che ampli le nostra vedute fino a includere ciò che è evidente eppure rimane inosservato. La metamorfosi dell’economia, come ho detto altrove, passa per una sostanziale rielaborazione dei significati delle parole dell’economia non da un loro diversa modalità applicativa.
La prima parola che dobbiamo rielaborare è ricchezza. E non è certo un caso se inizio da questa. Adam Smith, che la vulgata accredita come l’iniziatore accademico della teoria economica, scrisse il suo capolavoro nel 1776 e si intitolava proprio La ricchezza delle nazioni. Perché già da allora – ma in realtà assai da prima – era questo lo scopo dichiarato della ricerca economia: l’accumulazione della ricchezza. Che Smith la riferisse alle nazioni era un lascito culturale dei primi economisti, ad esempio i mercantilisti, che cercavano metodi per rendere potenti le nazioni dove vivevano, potendo così quest’ultime proteggere i traffici dei mercanti con la spada dell’esercito. Ma, mutatis mutandis, la ricchezza delle nazioni non era poi così diversa da quella cui potevano aspirare gli individui. Bastava seguire le stesse regole.
Prima di Smith, e basta ricordare l’opera di Thomas Mun, mercante inglese del XVII secolo divenuto poi autore di un libro ormai dimenticato (England’s Treasure by Foreign Trade), la ricchezza di una nazione si diceva dipendesse essenzialmente dalla quantità di metallo prezioso, oro ma soprattutto argento, che un paese riusciva a cumulare grazie al commercio estero. Il denaro per questi primi economisti, come ha spiegato egregiamente Sombart nel suo Il Capitalismo moderno, era una sorta di materia prima capace di alimentare la fornace della produzione. Un driver, diremmo oggi. Ricchezza in atto e produzione in potenza, direbbe un aspirante filosofo.
La mania per i metalli preziosi crebbe notevolmente una volta che questi cominciarono ad affluire copiosi dal nuovo mondo, determinando una notevole crescita dei prezzi, di cui per primo diede spiegazione Jean Bodin nel celebre (quanto poco letto) libro La risposta ai paradossi di Malestroit. Prima di allora la ricchezza era collegata a quella che Verga chiamerà “la roba”: terre, animali, uomini. I ricchi erano innanzitutto possidenti, e per lo più aristocratici. Neanche la rivoluzione mercantile e bancaria dell’Italia del basso medioevo aveva cambiato questa consuetudine. Bisognerà arrivare alla formazione degli stati nazionali perché la teoria mercantilista allarghi la concezione della ricchezza collegandola esplicitamente al metallo prezioso, nel senso che abbiamo visto.
Con Smith l’economia conosce una nuova e determinante evoluzione che dura sostanzialmente fino ai nostri giorni. La ricchezza di una nazione, spiegò Smith, dipendeva essenzialmente dalla sua produzione, derivandosi da essa i redditi della collettività secondo l’equazione che farà più tardi Say con la sua celebre e mai passata di moda legge degli sbocchi. “Il reddito annuale di ogni società – scrive Smith – è sempre esattamente uguale al valore di scambio di tutto il prodotto annuale della sua industria, o meglio si identifica esattamente con il suo valore di scambio. Perciò (..) indirizzare questa industria in modo che il suo prodotto possa avere il massimo valore (..) contribuisce a massimizzare il reddito annuale della società”. E quindi la ricchezza, che perciò dipende principalmente dalla produzione industriale.
Oppure quest’altro passo, preso sempre dal libro di Smith: “E’ la grande moltiplicazione delle produzioni di tutte le differenti arti, in conseguenza della divisione del lavoro, a dar luogo in una società ben governata a quell’universale opulenza che si estende fino alle classi sociali più basse”. Qui troviamo già cenno del principio del lavoro come fonte del valore, anch’esso ereditato dalla tradizione mercantilista, e quindi della ricchezza, ma in quanto capace di trasformare qualcosa in un prodotto. Ossia ciò che è vera ricchezza.
Smith d’altronde scriveva agli albori della rivoluzione industriale e quindi la sua riflessione non poteva che risentirne, essendo il discorso economico null’altro che una rappresentazione dello spirito del tempo.
Il mito della produzione come fonte della ricchezza, però, dura tuttora, ma solo nella rappresentazione stilizzata della realtà: quella delle statistiche e dal dibattito sociale più o meno sensato.
Al contempo però, in consessi più esclusivi, sta crescendo la consapevolezza che l’origine della ricchezza si stia localizzando altrove. L’eredità della vecchia new economy, a parte i debiti che ha lasciato sul suo cammino, consiste sostanzialmente nell’aver diffuso la comprensione che le nuove tecnologie hanno spostato la capacità di creare ricchezza dalla fabbrica dei beni a quella delle idee.
Oggi la fonte della nuova ricchezza è rappresentata da beni immateriali, come i brevetti, le licenze, il copyright. E il fatto che l’Ocse nell’agosto scorso abbia aggiornato un documento saliente in tal senso (Enquiries into intellectuale property’s economy impact) mostra che tale consapevolezza sia ormai matura per traslocare pienamente nel pensiero economico applicato, pur se con tutte le difficoltà che la nostra consuetudine deve affrontare per assimilarle.
Ciò non può che avere conseguenze determinanti, sia sul versante fiscale che su quello occupazionale.
Ma questa è una storia ancora tutta da raccontare.
(2/segue)
Le metamorfosi dell’economia
Ora si potrebbe pensare che questo universo di calcoli astrusi che chiamano economia sia tutto ciò che ci è toccato in sorte nel triste evo in cui ci siamo trovati a vivere. Si potrebbe credere che, volendone ancora discorrere – e vi confesso che sono stanco d’occuparmi di grandezze statistiche combinate in algoritmi – si sia costretti a misurarsi con una sostanziale immobilità di pensiero, che serve solo ai decisori – chiunque essi siano – a motivare le loro scelte, trasformando le ricette economiche in facili slogan. Si potrebbe benissimo convincersi che c’è ben poco da inventare ancora.
Gli ultimi ottant’anni sembrano aver esaurito qualsiasi possibilità di un autentico dibattere d’economia. Ci troviamo ancora a decidere se venga prima la domanda oppure l’offerta. Se la moneta sia esogena o endogena. Se sia il risparmio a provocare l’investimento o il contrario. Se dobbiamo aumentare l’occupazione spendendo di più o spendendo di meno. Si tirano fuori cadaveri da cimiteri, sotto forma di economisti defunti da decenni, e si erigono feticci. Si costruiscono polemiche tessute d’economia per motivare pulsioni più o meno intestinali o terribili mal di testa.
Nel frattempo l’agire economico è stato sostanzialmente delegato alle banche centrali, da cui sembra dipendere il nostro buonumore. Quello dei mercati, che stappano champagne ogni allentamento monetario. E quello dei governi, che si nascondono dietro le loro banche centrali per sfuggire a quello che dovrebbe essere compito di qualsiasi governo: avere un pensiero economico.
Ma se fosse tutto così, allora, a cosa serve scrivere ancora di economia? A chi non sia un feticista importa poco della polemica fra Keynes e von Hayek. E tantomeno di conoscere l’entità del moltiplicatore fiscale o di quello monetario. Alle persone come me e come voi interessa solo una semplice domanda: cosa ha da rispondere l’economia alla domanda di benessere che arriva dal mondo, sviluppato o meno?
Domanda difficile. Si è tentati di rispondere traversando la via della tecnicalità. Per stare meglio abbassiamo i tassi e sviluppiamo gli investimenti e quindi la domanda e blablabla. Il solito tranello mentale che vede nell’aumento ossessivo della produzione la soluzione a qualunque domanda di benessere. Vizio antico, come abbiamo visto, ma che forse proprio per questo dovremmo avere il buonsenso di mettere in discussione.
Ma se abbandoniamo la tecnica e torniamo per un attimo al semplice discorso, saremmo forse in grado di osservare che l’economia autentica, malgrado la tecnica, l’econometria, le polemiche accademiche, continua ad andare avanti. Scorre come un fiume carsico, ma non riesce a sfociare nel mare della discussione pubblica. Ho letto centinaia di scritti, in questi lunghi anni, e ne ho trovato tracce solo episodiche, confinate facilmente fra le trovate di qualche originale e subito glissate dagli accademici.
Eppure l’economia è chiamata a vivere una meravigliosa metamorfosi che solo pochi, purtroppo, auspicano e alla quale ancor meno partecipano, distratti come sono dagli epifenomeni rilevati dalle statistiche e dalle urgenze di un tempo rapido e doloroso.
E tuttavia questo processo evolutivo segnerà la storia economica del nostro tempo, che è chiamato a sanare conflitti e contraddizioni che gli attuali modelli teorici non sono in grado di risolvere per una semplice questione semantica. Perché a costoro sfugge che bisogna restituire un senso nuovo a parole antiche, visto che i vecchi significati ci hanno condotto alla totale mancanza di significato: l’economia contemporanea è tanto sofisticata quanto totalmente insignificante. Non esprime visioni sociali, ma computo. Perciò dobbiamo uscire dall’economia che conosciamo per trovarne una nuova, i cui frammenti sono sparsi fra le righe del discorso sociale.
Detto ciò, ripensare l’economia è sicuramente un lavoro collettivo che coinvolge ognuno di noi, mentre i politici, se ancora hanno un senso, dovrebbero raccogliere questo lavoro e trasformarlo in una visione compiuta. Trasferire il senso rinnovato delle parole in provvedimenti di legge che sostengono i flussi economici ad essi corrispondenti. Perché ogni parola di economia ha conseguenze economiche che devono essere determinate, codificate e assimilate.
Aspettando che ciò accada, e sperando che finisca con l’accadere, è opportuno per quanto possibile fare opera di testimonianza. Raccontare la metamorfosi dell’economia è il miglior modo per affrettarla. Sta ad ognuno di noi fare la sua parte ricordando che le resistenze peggiori al cambiamento arriveranno da coloro che Galbraith chiamava i sostenitori della mentalità tradizionale. E gli economisti e i cultori della materia, salvo rare eccezioni, sono i primi della lista.
(1/segue)
