Categoria: cronicario
Formiche, cicale e italiani
C’è molto di più di quello che sembra dietro quel dato diffuso fa dalla Banca d’Italia secondo il quale il 65% degli italiani non reputa di avere un reddito adeguato alle proprie necessità.
C’è l’evoluzione di un popolo, guidata non dalla genetica ma dall’economia, che ha smesso di essere la formica del mondo e ha tentato senza troppo successo di essere una cicala. Non abbiamo bruciato i risparmi per goderci la vita. Ma solo per tirare avanti.
Il trentennio trascorso regala alle statistiche economiche una popolazione che troverebbe ragionevole risparmiare, ma non ci riesce, e vorrebbe anche consumare, ma non può.
Questo dilemma ancipite è il destino contemporaneo dell’italiano medio.
I dati sull’andamento del risparmio, contenuti in due occasional papers della Banca d’Italia, sono stupefacenti. Il picco di tasso di risparmio le famiglie italiane lo raggiungono nel 1983, quando supera il 27%. Da allora il calo è costante e progressivo.
L’altro picco, stavolta al ribasso, le famiglie italiane lo sperimentano nel 2000, quando il tasso di risparmio scende intorno al 10%. Solo che poi è peggiorato ancora. Dopo una breve ripresa fra il 2001 e il 2002, con l’ingresso dell’euro riparte l’erosione del risparmio che nel 2008, prima quindi della Grande Crisi, è già tornato al livello del 2000, per scendere sotto quota 9% (precisamente l’8,6%) nel 2011.
Per dare un’idea della portata di questo cambiamento nel costume nazionale, vale la pena confrontarci con gli altri. Nel ’95, quando ancora la propensione nostrana al risparmio stava sopra il 20%, eravamo davvero le formiche d’Occidente. Sotto di noi ci stava solo la Germania, che si collocava intorno al 17%, mentre la media euro era intorno al 14%. I paesi anglosassoni, notoriamente poco inclini al risparmio, quotavano circa il 9% (GB) e 5% (Usa).
Questa virtù – ricordiamo che a livello macroeconomico al risparmio corrisponde la capacità di investimento – l’abbiamo perduta negli anni. Nel 2000, primo anno nero del risparmio italiano, la Germania ci supera, ma rimaniamo sopra la media Ue.
Nell’età dell’euro il risparmio italiano cola a picco. La propensione scende a quota 12% nel 2011, al di sotto della media Ue, mentre quella tedesca rimane stabile più o meno al livello del ’95.
Sono i tedeschi ormai le formiche d’Occidente.
Cos’è successo? E’ successo che da un certo punto in poi le curve del reddito lordo e dei consumi si sono divaricate drammaticamente.
Fatto 100 il livello dei redditi e dei consumi nel 1980, fino al 1987 la curva del reddito rimane sopra quella dei consumi. E poiché il risparmio è la differenza fra reddito e consumi, ecco spiegato perché nel 1983 abbiamo raggiunto il picco di risparmio.
Fra il 1987 e il 1992 le curve camminano quasi sovrapposte. Quindi la divaricazione.
Il 1992 si conferma ancora in un’occasione l’anno di svolta della società italiana.
Dal 1992 la curva dei redditi si schiaccia e quella dei consumi si impenna. Diventiamo cicale. Usiamo i risparmi per pagarci i consumi.
Al picco di crescita dei redditi, registrata nel 2007, l’indice misura circa 143, appena il 43% in più rispetto al 1980, mentre la curva dei consumi, sempre nel 2007, supera quota 160. Quei venti punti di differenza fra i due indici spiegano perché sia sprofondato il risparmio.
Dal 2008 al 2011 la curva dei redditi cala molto più drammaticamente rispetto a quella dei consumi. Non siamo più formiche, e l’assottigliamento del risparmio blocca anche i consumi. L’austerità fa il resto. L’indice dei redditi, a fine 2011, scende a 137 (quindi abbiamo perso potere d’acquisto); l’indice dei consumi oscilla sempre intorno a 160. Quasi un inno al vorrei (consumare) ma non posso. E il risparmio continua a calare.
Conclusione: da dieci anni abbiamo smesso di essere formiche, dal 2008 di essere cicale.
Siamo solo italiani.
Cingolati valutari per l’avanzata cinese
Tutto il mondo conosce la capienza delle riserve valutarie cinesi, che a fine 2011 quotavano circa 3.200 miliardi di dollari, in larga parte espresse in valuta estera. Di meno si sa del grande flusso di investimenti esteri che la Repubblica popolare ha disseminato in mezzo mondo.
Eppure il tema è assai rilevante, visto che è chiaro a tutti che le politiche di investimento hanno molto più a che fare con la geopolitica che con la ricerca di rendimenti soddisfacenti. Se un paese investe in un altro, difficilmente lo farà per spuntare solo un buon rendimento. Era già così ai tempi della prima grande globalizzazione, fra il 1870 e il 1914, quando il flusso globale degli investimenti esteri, che era ben poca cosa rispetto ad oggi (circa il 55% del Pil delle maggiori economie, rispetto al 160% raggiunto ai nostri giorni), orientava politiche di alleanze e partnership commerciali.
A fare i conti in tasca agli investitori cinesi ci ha pensato il McKinsey Global Institute che al tema ha dedicato un capitolo del suo corposo rapporto sul futuro della globalizzazione finanziaria presentato qualche giorno fa.
Viene fuori che, sempre fine 2011, il governo cinese aveva asset esteri per circa 1.500 miliardi. Il dato interessante è che la gran parte di questi asset sono detenuti nei paesi sviluppati, mentre la gran parte dei prestiti concessi, circa 838 miliardi di dollari, sono impegnati nei paesi in via di sviluppo.
Quindi i cinesi “comprano” asset nei paesi sviluppati, e prestano risorse ai paesi in via di sviluppo.
Questa strategia a tenaglia ha il doppio vantaggio, da un parte, di assicurarsi partecipazioni in settori strategici dei paesi sviluppati, e di orientare le politiche economiche nei paesi in via di sviluppo.
Per dare un’idea come l’avanzata delle armate cinesi, condotta con carri armati gonfi di dollari, sia cresciuta esponenzialmente negli ultimi anni, basta solo un dato: le aziende cinesi avevano investimenti all’estero per appena 33 miliardi nel 2000. A fine 2011 erano già 364 miliardi, oltre dieci volte tanto.
Interessante anche capire quali siano i paesi destinatari di tanta generosità. Il primo della lista è il Venezuela, che fra il 2005 e il 2011 ha assorbito il 38,5% dei prestiti cinesi. Secondo, il Brasile, con l’11,5%. In questo caso la scelta è facilmente comprensibile, visto che sono paesi esportatori di quelle materie prime di cui la Cina ha un disperato bisogno.
Ma il fatto si fa ancor più curioso se si osserva come la Cina abbia proprio un debole per l’America Latina, che con il 13% del totale dei prestiti riscossi guadagna il secondo posto fra i destinatari dei prestiti cinesi (al primo ci sono i paesi emergenti dell’area asiatica con il 15%).
Dopo il Brasile, infatti, nella classifica c’è l’Argentina, con il 10% del totale dei prestiti cinesi. Poi l’Ecuador (6,3%), il Perù (2,2%), il Messico (1%). Qualcosina è andato anche alle Bahamas (2,2%). Da un punto di vista strategico è come se la Cina avesse piazzato i suoi carri armati di dollari proprio ai confini dell’impero americano.
Il dettaglio non è sfuggito ai tecnici del McKinsey, che infatti notano come il totale degli investimenti cinesi nell’area latinoamericana abbia superato di gran lunga quelli della Banca Mondiale e persino quelli della Banca dello sviluppo Inter-americana. Con un picco, per giunta, proprio a partire dal 2007, quando gli investimenti nell’area aumentano del 350%.
Dopo, con l’11% del totale dei prestiti, viene l’Africa, con preferenza anche qui per i paesi che hanno a che fare con le commodity, petrolio in testa.
Che la strategia cinese corrisponda a un preciso posizionamento geopolitico, lo dimostra anche il confronto con quello che fanno gli altri paesi gonfi di riserve, ad esempio quelli mediorientali. Questi ultimi limitano la loro attività “filantropica” ai paesi vicini, o, al limite al Nord Africa. Un emiro si guarda bene di prestare soldi ai satelliti americani.
Al contrario dei cinesi.
C’era un volta la globalizzazione finanziaria
Siamo a un bivio, evidentemente. Da una parte una fame crescente di risorse da parte di entità pubbliche e private (stati, famiglie, corporation), alle prese con il necessario rifinanziamento del proprio debito, dall’altra una paura crescente di prestare. Il mercato finanziario globale assomiglia, dal 2007 in poi, a una vecchia carriola arrugginita che se pure si carica sulle proprie ruote montagne di dollari di asset, sembra fatichi sempre più a camminare.
Fra il 2007 e il 2012 la crescita di tali asset, quindi degli scambi di capitale che essi sottintendono, è stata di appena l’1,9%, quando fra il 2000 e il 2007 gli asset crescevano al ritmo dell’8,1%, addirittura più di quanto erano cresciuti fra il 1990 e il 2000 (7,8%).
A metà del 2012, scrive il McKinsey Global Institute, che al tema ha dedicato un ampio e approfondito studio, gli asset finanziari globali ammontavano a 225 trilioni di dollari (225.000 miliardi). Tali asset comprendono le capitalizzazioni di borsa, i titoli di debito (bond) statali o aziendali e i prestiti. Nel 1980 erano appena 12 trilioni. Quindi gli asset si sono moltiplicati quasi per venti. Cosa è successo nel frattempo?
Sostanzialmente sono stati liberalizzati i mercati dei capitali. Le politiche reaganiane dell’inizio degli anni ’80 negli Usa, i primi faticosi passi nell’Eurozona per l’unificazione monetaria che culmineranno nello Sme, l’euforia bancaria nella moltiplicazione del credito. Flussi imponenti di capitali iniziano a muoversi da e verso paesi esportatori e importatori, sorretti dal progresso tecnologico, che facilita le transazioni, e dalla generosità dei mercati.
E’ interessante anche vedere come si è evoluta la composione di tali asset. Nel 1990 il totale era già arrivati a quota 56 trilioni, pari al 263% del Pil mondiale dell’epoca. Di questi, 23 trilioni, ossia il 41,1% erano prestiti; 5 trilioni, ossia l’8,9% erano bond corporate; 8 trilioni, ossia il 14,2%, erano bond di istituzioni finanziarie; 9 trilioni, il 16%, erano bond governativi; 11 trilioni, il 19,64%, era il valore della capitalizzazione di borsa.
Al culmine della lunga cavalcata del credito (o debito che dir si voglia), quindi nel 2007, il totale degli asset era praticamente quadruplicato: 206 trilioni di dollari, pari al 355% del Pil mondiale di quell’anno. In pratica la finanza, nel 2007, valeva tre volte e mezzo l’economia reale.
Ma come erano composti questi asset? 50 trilioni, il 24,2% del totale, erano prestiti non cartolarizzati; 21 trilioni, ossia il 10,1% erano bond del settore privato; 39 trilioni, ossia il 18,9% erano bond di istituzioni finanziarie; 32 trilioni, ossia il 15,5% erano bond statali; 64 trilioni, il 31%, era la capitalizzazione globale di borsa.
Quindi fra il 1990 e il 2007 diminuisce notevolmente incidenza dei prestiti, aumenta il peso relativo dei bond corporate e finanziari, rimane stabile la percentuale dei bond sovrani, aumenta la capitalizzazione di borsa.
La crisi cambia radicalmente questo stato di cose. Gli asset, a metà del 2012, arrivano a 225 trilioni, ma la loro incidenza sul Pil mondiale crolla al 312%, il 43% in meno. Muta anche la composizione degli asset. La capitalizzazione di borsa perde 14 trilioni, da 64 a 50, quotandosi al 22,2% del totale, quasi nove punti in meno rispetto al 2007. I bond governativi passano da 32 trilioni a 47, il 20,8% del totale, ossia il 5,3% in più in cinque anni. Aumentano significativamente anche i prestiti non cartolarizzati, che passano da 50 trilioni a 62, il 27,5% del totale, 3,3% in più rispetto al 2007. Rimangono stabili i bond corporate e quelli finanziari.
Quindi la crescita degli asset, durante la crisi, è dovuta all’aumento di debito pubblico e in larga parte privato.
Ma ciò che preoccupa gli analisti è il tasso di crescita degli asset. Nel quinquennio considerato non è andato oltre un anemico 1,9%. E’ la fine di un’epoca?
Mckinsey non si sbilancia. Si limita a osservare che anche il cross-border capital flows, che misura il grado di integrazione nel sistema finanziario globale, è in declino. Nel 1980 tale flusso pesava 0,5 trilioni. Nel 2007 ben 11,8 trilioni, a metà 2012 appena 4,6, e solo grazie al super lavoro delle banche centrali che con la loro generosità lo hanno tirato su dal livello di 1,7 dove era finito nel 2009. In pratica siamo ancora il 60% sotto l’apice pre crisi.
Insomma, il valore degli asset è cresciuto perché stati e famiglie hanno aumentato il proprio livello di indebitamento, grazie al credito facilitato reso possibile dalle banche centrali, ma i flussi di capitale circolano sempre più al rallentatore.
C’è più debito, ma anche più timore che non venga ripagato.
C’era una volta la globalizzazione.
Il mattone italiano è una casa desolata
Per una di quelle cose che succedono, nel giorno il cui il mercato immobiliare americano celebrava i suoi dati migliori dal 2008 è uscito anche il sondaggio congiunturale di Bankitalia sul mercato nostrano delle abitazioni. Si tratta di una di quelle indagini simil-campionarie che la banca centrale svolge ogni trimestre sondando gli umori degli operatori professionali del settore per cercare di capire, da loro che hanno occhi e orecchi sul mercato, l’aria che tira.
Il risultato è desolante. Le rilevazioni, relative all’ultimo trimestre 2012 e raccolte nel gennaio scorso, fotografano aspettative assai pessimistiche, prezzi ancora in calo, tempi di compravendita che ormai sfiorano i nove mesi, vendite congelate. E come se il settore immobiliare italiano stesse aspettando il suo Godot, senza che nessuno sappia bene quando arriverà. La ripresa, di cui tanto si parla, arriverà nel 2015. Forse, però.
Vediamo qualche numero. Nel quarto trimestre 2012 quasi l’80% degli agenti interpellati ha parlato di prezzi in calo (erano il 75% tre mesi prima). E in effetti le tabelle parlano di sconti, rispetto al prezzo di richiesta, che nel 24,6% delle vendite effettuate hanno oscillato fra il 20 e il 30%, e nel 46,3% fra il 10 e il 20%. Se sommiamo il dato, viene fuori che oltre il 70,% delle compravendite ha scontato il prezzo finale in media del 20%, mentre lo sconto medio per il 100% delle compravendite si è attestato al 16%. Quindi i prezzi che vedete sugli annunci potete tranquillamente scontarli in media altrettanto.
Interessante anche il dato sui tempi di vendita. Ormai la media si attesta a 8,5 mesi (dagli 8,2 del trimestre precedente). Forse anche in conseguenza della circostanza che diminuisce la quota di acquirenti che scelgono di accendere un mutuo per comprare l’abitazione. Tale percentuale è scesa dal 59,6%% al 56,2%. Significa che in pratica l’acquisto di una casa, prima o seconda che sia, è sempre più appannaggio di chi già disponga dei capitali necessari, e proprio in virtù del proprio essere liquido, riesce a spuntare dei buoni sconti. Come sempre accade, insomma, i più ricchi fanno sempre gli affari migliori.
Se il presente è desolante, il futuro è quantomeno opaco. Gli agenti che vedono nero sono sempre di più, dal 41,6% al 42,8, mentre il 72,2% degli intervistati è convinto che i prezzi caleranno ancora. I più pessimisti sono gli operatori del Nord-est. Serviranno almeno un paio di anni, dicono gli operatori, prima di tornare a vedere la luce nel tunnel.
Il ciclo immobiliare avverso perciò, iniziato nel lontano 2008, rischia di essere uno dei più lunghi, se non il più lungo in assoluto, dal dopoguerra ad oggi, confermando l’ipotesi che ormai il mattone italiano abbia imboccato la via di un cambiamento storico.
Tale deduzione viene confermata anche dai dati sulle locazioni. Larga parte degli operatori (il 58,1%) ha registrato un ulteriore calo congiunturale sui canoni d’affitto. Chi non ha i soldi per comprare casa deve rivolgersi necessariamente al mercato dell’affitto, ma questa domanda crescente non provoca il prevedibile rialzo dei prezzi delle locazioni, ma il contrario (solo il 2% degli operatori ha affittato con canoni crescenti). Un’anomalia che registra uno stato di cose evidente: i proprietari, pur di fare un po’ di cassa per coprire le spese, affittano pure al ribasso. Questo in pratica vuol dire che i rendimenti del mattone sono destinati a comprimersi ancora di più. Il mattone, quindi, sarà pure un investimento sicuro. Ma di questi tempi solo a perdere.
Il Fondo monetario prevede un biennio in chiaroscuro
L’ultimo rapporto del Fondo monetario sull’economia internazionale, scritto in occasione del meeting dei ministri delle finanze e dei governatori delle banche centrali del G20, che si è tenuto a Mosca la settimana scorsa, è un delicato esercizio di stile. A fronte dei noti squilibri internazionali che hanno provocato, scrive, la peggiore crisi dal dopoguerra, il Fondo non può far di più che affidarsi scaramanticamente al genio dei mercati e cavarsela con il più classico degli espedienti. Una roba tipo: le cose vanno meglio, ma potrebbero peggiorare.
D’altronde, sarebbe ingeneroso chiedere di più alle previsioni economiche. E’ interessante però leggerle perché, al di là di ciò che dicono sul futuro, aiutano a capire lo stato del presente.
A livello sistemico, ormai l’economia si è quadripolarizzata. Gli attori sono gli Stati Uniti, il Giappone, l’Eurozona e i paesi emergenti. Ognuno di questi attori presenta luci e ombre, che si ripercuotono sull’outlook globale. Il Pil del mondo, tuttavia, è previsto in crescita dal 3,2% del 2012 al 3,5% del 2013 e al 4,1% del 2014. Il grosso della fatica, tuttavia, la faranno gli emergenti, la cui crescita è prevista al 5,5% nel 2013 e al 5,9% nel 2014. L’Eurozona dovrà fare i conti con un 2013 in recessione (-0,2%) e un 2014 con un risicato +1%, mentre gli Stati Uniti si prevede spunteranno un +2% quest’anno e un +3% l’anno prossimo. Persino il Giappone è previsto faccia meglio della zona Euro, con un +1,2% quest’anno e un +0,7 il prossimo. L’Italia rimane fanalino di coda, con un -1% quest’anno e un povero +0,5% l’anno prossimo.
Fin qui le buone notizie, chiamiamole così. Perché su questo scenario di crescita col freno a mano – la Cina, tanto per dire si prevede stabile intorno all’8% e l’India intorno al 6% – incombono tali e tante incognite che dovremmo brindare a champagne se tali risultati si verificassero.
A parte le incognite politiche, le elezioni italiane piuttosto che quelle tedesche, che il Fondo non trascura di menzionare, sono le grandi questioni macroeonomiche – che pure politiche sono – a preoccupare gli esperti del Fondo. Non a caso il paper si intitola “Global prospects and policy changelles”. Perché è vero che i mercati finanziari sono alle prese con un mini-boom, ma è vero altresì che ci sono ancora rischi rilevanti di nuovi sconvolgimenti. Perciò è necessario che ognuno faccia i propri compiti a casa.
L’eurozona, ad esempio, dovrebbe procedere speditamente verso una autentica unione economica e monetaria, per dare alla politica monetaria la capacità di trasmettersi davvero all’economia reale. Finora le trovate della Banca centrale sono servite a dare ossigeno ai mercati finanziari, ma tali stimoli si sono trasmessi con estrema lentezza al tessuto produttivo. Da qui la crescita al lumicino.
Se poi andiamo a vedere nel dettaglio, scopriamo che gli squilibri di cui soffre l’eurozona sono tutt’altro che sistemati. Le partite debitorie/creditorie dell’eurosistema delle banche centrali, ad esempio, vedono un costante aumento dei crediti tedeschi a fronte di un pressoché simmetrico aumento dei debiti di Spagna e Italia a cui corrisponde un allargamento dei corrispondenti spread. Da qui l’esortazione del Fondo a risolvere gli squilibri nei settori pubblici e privati e a mettere in campo politiche per aumentare la competività. Che in un’area monetaria unica significa svalutare i fattori della produzione, lavoro in testa.
Se andiamo negli Usa, a fronte di alcuni segnali positivi, come quelli che arrivano dal settore immobiliare che secondo il Fondo “è sano”, rimane aperta la madre di tutte le questioni: quella fiscale. Sui mercati pesa come un macigno l’incognita del tetto del debito e soprattutto quella dell’andamento di tale debito in futuro.
E lo stesso vale per il Giappone. Il varo dei piani di stimolo e la politica monetaria accomodante non potranno sopire a lungo i timori dei mercati. “In generale – scrive il Fondo – i paesi avanzati dovranno ridurre l’incidenza dei fattori connessi all’invecchiamento e alla salute sui propri bilanci”. Facile a dirsi.
Se guardiamo agli emergenti, la loro forza (i crediti) sono basati sulle debolezze degli altri paesi (i debiti), ma a ben vedere c’è il rischio che non si tratti di forza, ma di debolezza ben mascherata. Agli emergenti il Fondo raccomanda di ripensare lo spazio fiscale, per rilancia la domanda interna e gli investimenti, e di tenere gli occhi ben aperti sulla crescita del credito, pompata dagli afflussi netti dai paesi avanzati. Il rischio di bolle, aumentato dalle politiche monetarie espansive dei paesi avanzati, incombe sugli emergenti tanto quanto (se non di più) sugli altri.
La conclusione è quasi sconfortante: “Gli squilibri globali si sono ridotti notevolmente, ma le vecchie sfide sono rimaste senza risposta”. Peraltro, nota il Fondo, molti di questi squilibri si sono corretti solo perché sono crollate le domande interne nei paesi in difficoltà, come è successo in Italia, e perché è aumentata la produttività, grazie al calo del costo del lavoro.
Ciò illustra con chiarezza che la strada è già segnata per metà Europa. Nei paesi in difficoltà, quindi anche il nostro, le politiche di austerità favoriranno l’aggiustamento del mercato del lavoro. Quindi i cittadini avranno salari più bassi per migliorare la competitività. Ciò provocherà minori consumi e meno import, mentre le nostre aziende (cambio permettendo) potranno esportare di più, contribuendo così a correggere gli squilibri con l’estero. A fronte di tale situazione “deflazionaria” nell’Europa del Sud, tuttavia, dovrà irrobustirsi la domanda interna dei paesi emergenti e della Germania, visto che non è pensabile che gli Usa, alle prese con i propri problemi fiscali, ce la facciano a lungo da soli a tirare la carretta della ripresa mondiale né ci si può aspettare granché dal Giappone.
Il biennio in chiaroscuro previsto dal Fmi illustra una cosa: in un sistema quadripolare come quello attuale più che un equilibrio di forze si realizza un equilibrio fra massime debolezze.
Ed è già chiaro chi pagherà il conto.
Spending review? Prima serve la spending preview
Cosa sappiamo del bilancio dello Stato? In tempi in cui si parla ossessivamente di spending review finisce che tutti insistono sulla necessità di tagliare la spesa pubblica, dando per scontato che si sappia come lo Stato spende i suoi soldi. Ma è davvero così? Prima di reclamare un taglio delle spese pubbliche sarebbe meglio perdere qualche ora per conoscerle. Sennò, come si fa a decidere?
Prima di fare una spending review, insomma, serve una chiara spendig preview.
Per contribuire a questa opera di illustrazione, ci siamo serviti di due documenti. Il primo è la relazione sul conto consolidato di cassa delle amministrazioni pubbliche aggiornata al 30 giugno 2012, che monitora l’andamento delle uscite pubbliche nei semestri gennaio-giugno negli anni 2010-12. E poi il Rapporto sulla spesa dello Stato, pubblicato nell’agosto 2012, che fa una ricognizione ancora più ampia, addirittura dagli anni ’90, della contabilità pubblica.
Nei primi dieci anni del Duemila la spesa pubblica italiana, al netto degli interessi sul debito (vero problema nostrano) è stata fra le più basse dei principali paesi europei. Meglio di noi (e figurarsi) ha fatto solo la Germania.
Da 1990 al 2010 sono aumentate in maniera significativa le spese per protezione sociale e servizi generali. Per converso sono diminuite le uscite per gli affari economici, l’abitazione, l’assetto del territorio, le attività ricreative e, in minor misura, quelle relative a istruzione, ordine pubblico e sicurezza e protezione dell’ambiente.
In particolare, sempre dal 1990 al 2010, le prestazioni sociali, quindi il welfare, sono aumentate del 190%, i consumi intermedi del 160%, mentre i redditi dei dipendenti pubblici del 100% e i contributi alla produzione di appena il 30%. Già questi dati illustrano chiaramente cosa è successo in Italia: abbiamo speso per i consumi più che gli investimenti.
Se scendiamo nella concretezza dei numeri, impariamo anche altre cose. Dal 1980 al 2011 la spesa pubblica è decuplicata, passando da circa 85 miliardi a 800, miliardo più miliardo meno. Se da questo totale scorporiamo gli interessi sul debito, si passa dai 75 miliardi del 1980 ai 720 miliardi del 2011, ossia il 45,6% del Pil.
La spesa primaria corrente, nei trent’anni, è aumentata di dieci punti di Pil, arrivando al 42,6%, mentre gli investimenti rosicchiano appena il 3%. Ciò malgrado la spesa primaria italiana, in relazione al Pil, è più bassa di quella di Francia e Gran Bretagna. Chi dice che l’incremento della spesa primaria è un problema europeo non è lontano dal vero.
Interessante anche il confronto negli anni (1995-2010) sulla spesa per funzioni. Diminuisce la spesa per i servizi generali (dal 14,1 all’8,3% del Pil) e aumentano significativamente quella per Sanità (dal 5,3 al 7,6% del Pil) e per la protezione sociale (dal 18,3 al 20,4% del Pil). Quest’ultima voce, nel 2010, è comunque più bassa di quella della Francia (22,3% del Pil) e appena sopra quella tedesca (20,3% del Pil). Non siamo poi così diversi dagli altri.
Ricapitolando, quindi, il grosso di incremento della spesa pubblica se ne va in pensioni, sanità e servizi generali, a cominciare da quello del debito. L’incidenza della spesa per i redditi da lavoro dei dipendenti pubblici, che oggi rappresenta circa il 18,8% delle spese correnti, è diminuita dal 12,2% del Pil del 1990 al 10,8% del 2011. C’è stata una consistente riduzione della spesa per istruzione, per la cura del territorio, delle abitazioni e della difesa civile. Sono crollati gli investimenti.
Si potrebbe anche dire che siamo un paese che vuole bene più ai suoi anziani, ai quali dedica corpose risorse sotto forma di pensioni e assistenza sanitaria frutto delle scelte degli anni ’70, che non agli ultimi arrivati.
Negli ultimi vent’anni l’Italia non è stato un paese per giovani. E a politiche di bilancio inerziali, non lo sarà neanche in futuro.
Se spostiamo la prospettiva sul lato delle entrate impariamo altre cose. Dal 2003 al 2011 le entrate complessive sono cresciute, passando da 419,507 miliardi a 521,742. Le entrate tributarie sono passate da 367,408 miliardi a 452,731, quelle extra-tributarie da 34,150 miliairdi a 65,698. La spesa per interessi ha avuto un picco in alto di 79,869 miliardi nel 2008 e in basso, a 60,964 nel 2004. Nel 2011 la spesa per interessi è arrivata a 73,748 miliardi, ossia il 15,65% della spesa corrente del 2011 (471,5454 miliardi).
L’ammontare della spesa per interessi è stato sempre superiore, dal 2003 ad oggi, a quello della spesa per investimenti, che dai 61,912 miliardi del 2003 è scesa fino ai 47,830 del 2011. Il peso dei debiti, in pratica, schiaccia la possibilità di investire sul futuro. E anche questo è un chiaro indicatore di senescenza.
Dai dati desumiamo che la spesa per i dipendenti pubblici e la spesa per interessi impegnano da sole circa il 34,45% della spese corrente. E non parliamo ancora di pensioni e sanità. Queste ultime sono ricomprese nella voce “trasferimenti correnti ad amministrazioni pubbliche” e nel 2011 valgono 220,795 miliardi (erano 159,535 nel 2003). In pratica tali trasferimenti pesano il 46,74% della spesa corrente.
Ricapitoliamo. Pensioni, sanità, dipendenti pubblici e interessi si sono mangiati, nel 2011, l’81,19% della spesa corrente (che era di 472,320 miliardi), ossia 383,47 miliardi.
In pratica, ciò che residua da questa idrovora sono circa 88 miliardi (dati 2011), sui quali si dovrebbe svolgere qualunque esercizio di spending review. Tenendo conto che per quasi la metà si tratta di poste correttive e compensative.
A meno che non si decida di tagliare su pensioni, sanità e dipendenti pubblici, visto che il debito è un macigno difficilmente erodibile. Ma questo significa mettere in campo politiche che, in qualche modo, tolgano risorse agli anziani per darlee ai giovani. E’ possibile?
Completiamo questa breve preview con un dato molto illuminante estratto dalla relazione di cassa. Nei primi sei mesi del 2012 la spesa per interessi è cresciuta di 3,930 miliardi rispetto al primo semestre 2011. Tanto ci è costata la crisi dello spread.
Questo a uso di chi dice che dello spread ci importa poco.
Le entrate tributarie, sempre nel secondo semestre 2012, sono cresciute di 3,679 miliardi. In pratica neanche coprono i maggiori interessi pagati sul debito.
Questo a uso di chi vuole sapere dove finiscono i soldi delle tasse.
Il mattone dell’Inps segna rosso fisso
La débâcle dell’Immobiliare Nazionale della Previdenza Sociale, secondo o terzo nome dell’Inps, è scritta nei conti e nelle relazioni che li hanno accompagnati. La commissione parlamentare di controllo sugli enti di previdenza e la Corte dei conti, che al patrimonio immobiliare dell’Inps hanno dedicato pagine e approfondimenti, lo dicono a chiare lettere: il mattone dell’Inps vale oltre 1,8 miliardi di euro eppure riesce a spuntare rendimenti negativi. Un altro triste primato della cosa pubblica.
I primi a certificare tale fallimento sono stati i commissari parlamentari. Nelle conclusioni della relazione di fine consiliatura, presentata il 21 dicembre scorso, scrivono che “l’attività svolta ha fatto emergere la necessità di rivedere le modalità di gestione del patrimonio immobiliare, residuato dalle operazioni di cartolarizzazione, i cui risultati insoddisfacenti in alcuni casi piuttosti che garantire dei rendimenti positivi dallo luogo a perdite”. La gestione del patrimonio immobiliare da reddito, aggiungono, “nel consuntivo 2010 ha rilevato entrate per 38,1 milioni e spese per 93,2 milioni, determinando un risultato negativo netto per 55,1 milioni”.
L’altra certificazione arriva dalla Corte dei conti. Nella sua relazione al bilancio 2011, i magistrati notano che le perdite si erano stabilizzate intorno ai 10 milioni di euro nel biennio 2008/2009, poi sono arrivate ai 55 milioni che abbiamo già visto nel 2010 e sono scese a 33,7 milioni nel 2011, con “un aumento sensibile e costante, nel biennio 2010/2011 delle spese di conduzione, ammortamento e costi diversi”.
La circostanza più grave è che il futuro è quantomai incerto. “Dopo i ripetuti solleciti – scrive la Corte – è cessata l’anomala concessione di proroghe dei contratti scaduti per la gestione degli immobili. Le procedure di gara, pervenute ad aggiudicazione nel mese di giugno 2012 risiltano peraltro in contestazione”.
Ma non è tanto la vicenda burocratica, il problema. La questione è strategica. Dopo che nel 2009 l’inps è stata costretta a far rientrare nel proprio patrimonio tutti gli immobili avanzati dal fallimento della cartolarizzazione Scip 2, l’istituto si è trovato a dover gestire una massa di immobili enorme (valore di bilancio 1,8 miliardi) senza avere norme chiare e strumenti operativi.
In pratica, si sono bloccate le dismissioni e sui conti dell’Inps si sono scaricati enormi costi di gestione che hanno portato i conti in negativo Nel 2010 l’Inps provò a fare un fondo immobiliare ad apporto, ma nell’indeterminatezza generale tutto rimase fermo. Le vendite si bloccarono, anche a causa dei numerosi contenzioni sui cosiddetti immobili di pregio, e adesso si parla di nuovo di un fondo immobiliare, anche in seguito alle ultime decisioni del governo sul patrimonio pubblico in tal senso.
Nel frattempo rimane il rosso fisso nella gestione.
Ma neanche questa è una novità. Sin dalla metà degli anni ’90, quando per la prima volta esplose il caso dell’uso allegro degli immobili Inps, si è provato in tutti i modi a farne qualcosa di produttivo. La stagione delle vendite ha raggiunto il culmine con le due Scip di inizio anni 2000 che (ci torneremo un’altra volta) hanno portato più perdite che guadagni ai conti dello Stato, per poi, clamorosamente tornare indietro. Tutto il patrimonio tornò nella pancia dell’Inps.
In pratica dal 2009 siamo tornati al 1995.
Fallita la strategia delle vendite “coatte” rimane solo la carta di un fondo immobiliare per provare a fare cassa. Intanto ci hanno guadagnato i gestori, con le loro ricche commissioni, e pochi inquilini, più o meno illustri, che si sono portati a casa un bel pezzo di patrimonio pubblico a prezzi di realizzo in maniera perfettamente legale.
Adesso, una volta privatizzati i guadagni, rimane solo da socializzare le perdite.
Tanto per cambiare.
Anni ’90, il futuro è alle nostre spalle
La notizia di oggi è che in Italia per il sesto trimestre consecutivo il Pil è stato negativo. L’Istat ha certificato che una situazione del genere non si verificava da vent’anni. In particolare dal periodo compreso fra il ’92 e il ’93. Gli anni orribili della pseudo-transizione italiana. E poiché le previsioni per il 2013 non sono rosee, è probabile che batteremo anche quel record storico.
Per chi non lo ricordasse, il periodo fra il ’92 e il ’93 era quello successivo alla grande crisi valutaria, provocata da un grave sbilancio nella bilancia dei pagamenti, che condusse all’uscita dallo Sme dell’Italia e alla svalutazione della Lira dopo una notevole distruzione di riserve delle Banca d’Italia. Fu varata la famosa finanziaria del governo Amato da 90mila miliardi delle vecchie lire, che mutò l’aspetto della vecchia Italia. Si intervenne sullo sterminato patrimonio pubblico, inaugurando la stagione delle privatizzazioni delle partecipazioni statali, si abolì l’equo canone, si iniziò a modificare la previdenza (in maniera timida, allungando l’età contributiva della pensione minima da 15 a vent’anni) e tante altre misure che magari vedremo nel dettaglio un’altra volta.
Il risultato fu che fra il ’92 e il ’93 cambiò sostanzialmente la distribuzione della ricchezza nel nostro paese, come si può facilmente osservare studiando i rapporti della Banca d’Italia. Prima il 10% delle famiglie più ricche deteneva il 40% della ricchezza nazionale. Dopo il ’93, sempre il 10% più ricco si era accaparrato un altro 5% di ricchezza, arrivando a quota 45%. E da allora non si è spostato di molto.
Altre notizie di questi giorni fanno subodorare che i primi anni ’90 sono lo scenario che l’Italia si appresta ad affrontare, come se davvero il futuro sia alle nostre spalle.
Con alcune aggravanti. Intanto di natura demografica: l’Italia dei primi anni ’90 era molto più giovane di quella di oggi. Se, come allora, oggi l’incidenza della spesa pensionistica sul Pil è di circa il 14%, adesso abbiamo l’aggravante di una quota crescente di anziani a fronte di una quota sparuta di giovani, peraltro ampiamente sotto-occupati, che mette a serio rischio il sistema previdenziale. Poi di natura fiscale: l’incidenza del debito sul Pil è tornato di nuovo proprio al livello del ’92-’93, mentre lo stock di debito pubblico di vent’anni fa era meno della metà di quello che abbiamo raggranellato nel frattempo. E infine di natura valutaria. La svalutazione seguita ai fatti del ’92 condusse a un rapido recupero del deficit del conto corrente estero. Oggi la nostra adesione all’euro non consente neanche questa soluzione. Col risultato che, come insegnano gli economisti, si dovranno svalutare altri fattori produttivi, a cominciare dai salari per finire con i prezzi.
Altri segnali di come il passato non passi, ma anzi si candidi a diventare il futuro, sono arrivati dalla Francia. Sempre nel ’93 la Francia arrivò a toccare pericolosamente la propria banda di oscillazione dello Sme. Allora si decise di allargarle per salvare il sistema monetario europeo, dopo la fuoriuscita di Italia e Gran Bretagna. Oggi la Francia a crescita zero, altra notizia del giorno, fa capire di non essere in grado di rispettare la soglia del 3% del deficit/Pil e subito l’Europa dice che alcuni paesi potranno avere una dilazione dei tempi sui tempi di riequilibrio fiscale. E’ utile ricordare che l’Italia rientrò nello Sme nel ’96, dopo una dura trattativa sul tasso di cambio con la Germania del Marco che mise le basi per il concambio con l’euro, i cui effetti abbiamo visto dal 2002 in poi.
Ultimo segnale. Il candidato premier del Pd Bersani in un’intervista al Financial Times apre la porta alla vendita di parte delle quote di alcune aziende pubbliche italiane, magari cominciando da Eni e Enel. Non saranno i tempi del Britannia (famoso yacht dove la vulgata racconta si sia svolto, sempre in quei tempi, un celebre meeting fra finanzieri per decidere la sorte delle aziende pubbliche italiane), ma chissà, non si può mai sapere. Lo Stato italiano, ce lo ripetono ogni giorno, ha tanta roba da vendere al fine, dicono, di rendere il nostro debito pubblico più sostenibile. Questo malgrado le privatizzazioni degli anni ’90 (e il debito attuale) mostrino esattamente il contrario.
Se il passato insegna qualcosa possiamo persino azzardare una previsione sul futuro che ci aspetta. Alla fine del biennio di fuoco iniziato a gennaio scorso il 10% delle famiglie italiane più ricche metterà le mani su un altro pugno di punti della ricchezza nazionale, sancendo definitivamente la morte della classe media, e alcuni paesi esteri faranno buoni affari.
D’altronde che volete? L’Italia ormai è profondo Sud.
Inps, ovvero l’Istituto nazionale pensione sociale
Ci siamo armati di pazienza e ci siamo letti il monumentale referto della Corte dei Conti sul bilancio 2011 dell’Inps. Una robetta di oltre duemilacinquecento pagine, fra referto e allegati, che illustra con dovizia di particolari lo stato di salute dell’Istituto dopo l’incorporazione dell’Inpdap. Un boccone indigesto che rischia di far saltare i conti già traballanti del colosso della previdenza italiana, alle prese con problemi sistemici rilevanti.
La Corte individua in apertura di referto i profili critici della previdenza italiana. Innanzitutto la longevità della popolazione, che se può far piacere da un lato, dall’altro apre inquietanti interrogativi sulla sostenibilità di lungo termine delle politiche previdenziali (per non parlare di quelle generali del welfare, sanità in testa). Tanto è vero che l’incidenza della spesa pensionista sul Pil rimane sopra il 14%, il doppio della media Ocse.
L’altro fattore critico è lo sviluppo delle varie forme di precarietà “che hanno riflessi sull’adeguatezza delle prestazioni e sulla sostenibilità sociale dell’intero sistema”. Il perché è facilmente intuibile: il lavoro precario genera contribuzione precaria, e di conseguenza rende difficoltoso cumulare la quota di contributi richiesta dalla legge per la pensione, oltre ad assottigliare le risorse generali del sistema.
Poi c’è l’andamento dell’economia. Crescite negative del Pil hanno effetti diretti sui livelli occupazionali e quindi, indirettamente, sulla provvista contributiva necessaria a garantire il flusso delle prestazioni. Il bilancio 2011 si è confrontato con una crescita negativa nel 2012 che si ripeterà anche quest’anno. Se la crescita non riparte i conti dell’Inps cominceranno a scricchiolare pericolosamente.
Last but not the least, l’andamento dei fondi pensione. “Il sistema della previdenza obbligatoria – scrive la Corte – è stato disegnato con il corollario del secondo pilastro, che però ha una modesta quota di adesioni, intorno al 27%”. In pratica, è chiaro a tutti che la previdenza obbligatoria garantirà rendite pensionistiche sempre più basse, più o meno la metà dell’ultima retribuzione. Se fallisce la riforma dei fondi pensione, perché pochi aderiscono, per i futuri pensionati italiani si apre uno scenario se non di povertà quantomeno di ristrettezze.
Aldilà delle questioni sistemiche, il referto analizza anche o stato di salute dell’Istituto. E anche qui non c’è granché da stare allegri: “L’incorporazione dell’Inpdap – scrive la Corte – è destinata a incidere significativamente sui conti generali dell’Inps, che nelle stime previsionali evidenziano pesanti disavanzi e una marcata flessione del netto patrimoniale”.
A tal proposito la Corte rileva preoccupata che il patrimonio netto dell’Istituto è sceso dai 43,6 miliardi di euro del 2010 alla previsione assestata di +25,2 miliardi del 2012. “Le stime assestate dei disavanzi economico e finanziari appaiono suscettibili di condurre all’azzeramento dell’avanzo patrimoniale in un triennio e incidere sulla liquidità indispensabile a garantire la correttezza delle prestazioni”.
Visti nel dettaglio, i conti delle singole gestioni mostrano squilibri difficile da correggere. Dando per scontato che “conserva un ruolo decisivo il finanziamento statale”, si osserva che il saldo delle 40 gestioni amministrate registra una seconda e più pesante perdita dopo quella del 2010: da -1,4 miliardi a -2,3. A mitigare l’emorragia ci pensa il saldo attivo della gestione dei lavoratori parasubordinati (+7,1 miliardi) e quello delle prestazioni temporanee (+2 miliardi). Il netto patrimoniale di queste due gestioni, pari a un attivo di 251,2 miliardi, serve a tenere a galla i passivi patrimoniali di tutte le altre gestioni, negative per 215 miliardi.
Andando ancor più nel dettaglio, vediamo che il saldo attivo delle prestazioni temporanee ripiana, anche se di poco, il grave sbilancio del Fondo pensioni lavoratori dipendenti (deficit patrimoniale a -117,9 miliardi), ossia dove si concentra il grosso dei lavoratori italiani.
Allo stesso modo, gli attivi della gestione dei parasubordinati (i cosiddetti precari) riempie in parte il buco della gestione dei lavoratori autonomi: commercianti, artigiani e agricoltori. In particolare, l’attivo patrimoniale dei subordinati (+71,8 miliardi) rende meno grave la voragine degli altri (-97,3 miliardi).
Per tenere in piedi queste gestioni l’Inps presta gratuitamente (per il lavoro dipendente) i soldi delle gestioni attive a quelle passive. Un po’ come fa con i soldi del Tfr dei lavoratori che non hanno aderito ai fondi pensione, che finiscono praticamente gratis allo Stato “senza idonee garanzie sulla loro destinazione”.
Nei prossimi post approfondiremo alcuni aspetti specifici del bilancio. Intanto si può delineare una prima conclusione: dopo vent’anni di riforme previdenziali siamo tornati a un’incidenza della spesa pensionistica sul Pil uguale, se non peggiore a quella dei primi anni ’90.
Il punto importante, spiegano gli esperti, è la sostenibilità. Ma che vuol dire? Vuol dire che da qui al 2050,a meno di catastrofi, il sistema garantisce il pagamento delle pensioni. Ma quando aumenta la longevità, e quindi col sistema contributivo o aumenta l’età pensionabile o diminuisce la rendita, calano i tassi di sostituzione, e una grossa parte della contabilità previdenziale si salva grazie ai precari, che tipo di pensione erogherà l’Inps a coloro che avranno la fortuna di prenderla? E’ chiaro a tutti che assomiglierà più una pensione di assistenza che di previdenza.
Ma forse la soluzione è più semplice di quanto si pensi. Basta cambiare nome all’Inps. Invece di Istituto nazionale previdenza sociale, nel 2050 si chiamerà Istituto nazionale pensioni sociali.
Nome omen.
L’ottimismo dell’Ocse e il pessimismo della ragione
L’Ocse ha rilasciato il Composite leading indicator, uno strumento di analisi che serve a individuare i punti di svolta delle economia dell’area e a monitorarne i trend. Si tratta di una delle tante palle di vetro che gli analisti costruiscono per provare a scrutare nel futuro, ma in pratica valgono più per l’oggi che per il domani. Quantomeno sono utili indagini di clima. E il clima secondo l’Ocse non volge più al brutto. Ma neanche al bello però.
La schiarita in realtà non è uniforme. Se l’intera area Ocse, nel suo complesso, sembra fuori dal tunnel della grande crisi (l’indice è tornato sopra i 100 punti e sembra orientato al rialzo), rimangono profonde differenze fra le singole regioni, mentre sembrano ancora incagliati i paesi emergenti, specie la Cina.
Se guardiamo ai grafici dell’indicatore notiamo subito la grande differenza fra l’area euro, che sta faticosamente stabilizzandosi (peraltro a un livello di indicatore ben più basso di quello ante-crisi), e gli Stati Uniti. Questi ultimi, sebbene ancora non abbiano raggiunto livelli pre-crisi, mostrano un trend di deciso rialzo e lo stesso accade per la Gran Bretagna. Ma sono gli unici portatori di buone notizie.
In Giappone l’indice mostra una curva quasi piatta, orientata debolmente verso la crescita, proprio come accade in Brasile. Mentre la Cina addirittura mostra un andamento della crescita sotto il trend (indice sotto 100 in calo dal 2010). In Europa la Germania e l’Italia mostrano segni di stabilizzazione, ma anche in questo caso ben al di sotto dei livelli di appena due anni fa (indice ancora sotto 100). In Francia va addirittura peggio: l’andamento della crescita è previsto debole, esattamente come accade per il Canada (curva dell’indice sotto 100 orientata verso il basso).
Se si guarda per macro-aree, le cinque maggiori economie asiatiche sono orientate verso una crescita debole, a differenza dei paesi del Nafta, che mostrano una crescita più robusta.
Le altre due grandi speranze dei Bric, ossia Russia e India, mostrano una curva decisamente orientata al ribasso. In India l’indice è sceso sotto 98, in Russia ci si avvicina. Solo il Brasile mostra segni di crescita (ma l’indice è ancora sotto 100).
Stando così le cose il relativo ottimismo dell’Ocse può facilmente lasciare il posto a un solido pessimismo della ragione. L’economia mondiale sembra attaccata più che mai al carro statunitense che, faticosamente, sta cercando di riportarsi al livello del 2007 (quando l’indice quotava quasi 102). Basterà per tirar fuori dalle sabbie mobili il mondo intero?
Questo l’Ocse non lo dice.
