Categoria: cronicario
Cronicario: Il genio cioccolataio Kinder e quello fiscale del governo
Proverbio del 14 aprile Noi prendiamo in prestito la terra dai nostri figli
Numero del giorno: 232.000.000 Surplus bilancia turistica italiana a gennaio
Confesso: avevo voglia di fare un Cronicario leggero oggi, visto che non solo è venerdì – e ci stava tutto il cazzeggio – ma è pure venerdì santo, che per i senza Dio significa solo ponte lungo, e quindi super cazzeggio.
Per darmi un tono, e rimanere in tema, visto che siamo tutti alle prese con l’uovo pasquale, avevo selezionato notizie del genere.
e per vellicare i bassi istinti di molti anche questa, che – lo confesso – mi ha lasciato a bocca aperta.
Cioé la Germania vince pure sull’export di cioccolata. Improvvisamente ho capito perché l’italiana Ferrero usa il marchio teutonico Kinder. In pratica usiamo il trucco del Parmesan per vendere cioccolata. Anzi, siamo gli antesignani del Parmesan.
Vabbé, insomma, il tono era il solito cazzeggio del venerdì. Ma poiché è venerdì santo, dicevo, mi sono ricordato che in questa ricorrenza si celebra anche la Via Crucis che quand’ero bambino mi spaventava a morte: mi faceva l’effetto di un film horror. Sicché, sempre per rimanere in tema, ho cercato qualcosa che fosse tragica abbastanza e, sfogliando l’ultimo Bollettino di Bankitalia, ho trovato questo:
Non so perché ma i quattro diversi periodi mi hanno fatto venire il mente le stazioni della Via Crucis, col governo a trainare sulla spalle una croce, quella del debito pubblico, che cresce di stazione in stazione, visto che siamo riusciti a peggiorare ogni anno gli obiettivi sia di indebitamento che di avanzo primario. Cioé il contrario di quello che avremmo dovuto fare se fossimo stati coscienziosi.
Poi – sarà il clima pre-resurrezione – mi dico che questa cosa di sottolineare la via crucis fiscale del nostro governo è un chiaro atto di contrizione. In realtà il genio fiscale del governo è paragonabile almeno a quello commerciale della Ferrero: entrambi vendono con italica destrezza dolcezze e buonumore, sotto forma di cacao e zucchero la prima, e di provvidenze il secondo. A pochissimi piace un governo amaro come la cioccolata al 90%, e il fatto che esista questa minoranza, non vuol dire che meriti di essere servita più di tanto: tanto si lamentano comunque. Però gli auguri li faccio pure agli amanti dell’amaro Ne avremo bisogno tutti.
Ci rivediamo dopo pasquetta.
Cronicario: Inflazione e Pil vanno giù, ma l’importante è partecipare
Proverbio del 13 aprile Il sogno non ha testimoni
Numero del giorno: 9.000.000.000 Prima emissione di bond islamici dell’Arabia Saudita
Tranquilli, l’inflazione si rilassa più o meno in sintonia, pure se in ritardo, con l’andamento del petrolio, che adesso sta risalendo ma prima è sceso, giusto in tempo per far distendere un pochino i prezzi e con loro la Bce, che già soffriggeva in salsa tedesca.
E infatti a marzo la Germania ha fatto un +1,6 di inflazione su base annua, che è solo un paio di decimi di punto sopra l’1,4 italiano e addirittura cinque decimi di punto sopra quella francese, che perciò sta al’1,1% e state certi che la Bce ha registrato bene questo dato mentre quello tedesco le è scivolato addosso.
Peraltro laggiù, dopo le Alpi, si vota fra una decina di giorni e Madame Le Pen ancora spauracchia. Figuratevi quanto gli importa dell’inflazione tedesca alla Bce. Il problema semmai è che succederà quando il rialzo del petrolio tornerà a far brillare i prezzi. Ma c’è tempo: in Germania si vota solo a settembre.
Quanto a noi, me la cavo con la auguste parole della Banca D’Italia che ha lanciato il suo Bollettino trimestrale proprio mentre stavo qui a scervellarmi, e per fortuna perché stavo a secco di idee. Qui ne trovo a bizzeffe. A parte l’inflazione, che l’occhiuta via Nazionale fotografa in media all’1,3% sul primo trimestre 2017 “il livello più elevato degli ultimi quattro anni”, a far titolo è il dato previsionale sul pil del primo quarto dell’anno, che viene visto in crescita dello 0,2.
In pratica la metà del primo trimestre 2016.
A questo straordinario risultato hanno contribuito positivamente i servizi, al contrario dell’industria.
E visto che siamo in vena di buone nuove ve ne diamo un’altra: gli scambi internazionali, dai quali notoriamente dipende gran parte del nostro buon umore, sono in espansione. E dovremmo pure essere contenti che nel primo bimestre la disoccupazione sia scesa all’11,7%. Vuol dire che sono aumentate le persone al lavoro? Non la fate troppo facile.
Se aumenta l’occupazione non vuol dire necessariamente che aumenti la partecipazione. Comunque l’Ocse, ha pubblicato il dati sulla partecipazione al lavoro nell’area e i dati evidenziano un miglioramento.
Solo che se guardate ai dati italiani scopriamo che da noi la partecipazione al lavoro sta un bel po’ sotto la media, e siamo pure migliorati: siamo passati dal 55,9% del quarto trimestre 2014 al 57,3 di fine 2016. Non saremo la Germania, che sta sopra il 75%, ma l’importante è partecipare, mica vincere. Se partecipassimo di più sarebbe ancora meglio.
A proposito, oggi l’Ocse ha rilasciato pure la sua survey sul Giappone che mi ha ispirato un pensiero zen: In Giappone l’economia suona come il battito di una mano sola.
Meditate su questi grafici.
E se pensate che il Giappone ha pure un debito pubblico che supera il 200% del Pil, il nostro misero 132,6% censito da Bankitalia in aumento di appena mezzo punto nel 2016, non è altro che il vaticino del migliore dei futuri possibili.
Moriremo giapponesi. O al massimo cinesi.
A domani.
Cronicario: L’Europa ride, l’Opec piange. La Cina è la cura
Proverbio del 12 aprile Le ferite provocate dalle parole non guariscono
Numero del giorno: 29,2 % di consumatori di alcolici fuori pasto in Italia
Siccome alla fine ci dicono che è tutta una questione di soldi, rifatevi gli occhi con gli ultimi conti dei settori istituzionali dell’Eurozona. Mi limito alle famiglie perché in fondo raccontano tutta la storia.
Come vedete non si può dire che viviamo sotto il sole splendente di luglio, ma il freddo dell’inverno è un lontano ricordo. Sempre in media, ovviamente, quindi con un sottofondo di bugia. E’ interessante notare che pure Eurostat ha diffuso i dati del quarto trimestre.
Notate che il tasso di risparmio è lievemente diminuito, mentre quello di investimento è rimasto stabile, all’8,5%. Ciò implica necessariamente, visto che i redditi sono cresciuti, che siano aumentati i consumi, che infatti, e non a caso, hanno guidato la crescita dell’area nel 2016, anno in cui l’EZ ha persino superato gli Usa nella crescita del Pil.
L’Europa insomma può (o almeno dovrebbe) stare allegra. E invece facciamo di tutto per deprimerci, pensando ad esempio alle elezioni francesi, che hanno scatenato i Grandi Cazzeggiatori del cronicario globale. Evito la trappola e scappo in Gran Bretagna, con la scusa che sono usciti gli ultimi dati sul mercato del lavoro, che sono niente male per gli standard Uk.
Ma la notizia più divertente la leggo sul WSJ: “La produzione di petrolio Opec declina, mentre quella di shale Usa aumenta”. Ora non è che servisse essere fenomeni per capire che sarebbe successo. Però a quanto pare sì. Rimane il fatto che la produzione Opec a marzo è vista in calo a fronte di un notevole aumento della scorte.
Che fine farà il prezzo del petrolio? Per ora resiste. Un po’ come fa il commercio internazionale previsto in crescita nel 2017. Semmai è l’Opec che piange. Resisterà con questi tagli? Ah saperlo.
Infine una notizia di colore che di sicuro apprezzeranno gli assai amati lettori di Crusoe, che se ancora non lo conoscete non è mai troppo tardi, che giusto un paio di settimane fa sono stati intrattenuti con il racconto delle meraviglie del settore farmaceutico e della straordinaria crescita della Cina in questa industria. Oggi anche il WSJ se n’è accorto.
L’Europa ride, l’Opec piange. La Cina è la cura.
A domani.
Cronicario: Il denaro non fa la felicità (dei robot)
Proverbio del 10 aprile La pazienza ha radici molto amare e frutti dolcissimi
Numero del giorno: 1,9 Incremento % annuo della produzione industriale italiana
Sarà pure la primavera che s’insinua dolcemente fra gli ormoni, ma tutto d’un tratto gli imprenditori italiani sono diventati ottimisti. Ce lo racconta Bankitalia che ha pubblicato una delle sue rilevazioni secondo la quale molti si aspettano una ripresa degli investimenti in questo fortunato (si fa per dire) 2017.
La tabella qua sopra dice in sostanza che le imprese vedono una domanda più robusta – per lo più di provenienza estera – e perciò pensano di investire di più. E pure se le aspettative di inflazione rimangono bassine, ce n’è abbastanza per celebrare un ritorno di positività fra i nostri capitalisti, che evidentemente non temono le ubbie di Mister T, come invece sarebbe ragionevole fare. Peraltro tanto ottimismo s’intona con le ultime rilevazioni degli indici Oce, secondo i quali l’area è entrata in un clima positivo. E’ primavera, appunto.
Ma la notizia più bella, per noi che siamo di spirito sensibile, ce la regala la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, che ha pubblicato un rapporto e un’analisi che si propongono di rispondere a una domanda che assilla tutti noi più o meno dalla nascita: il denaro fa davvero la felicità?
No davvero seguiteci perché la questione è dirimente. Partendo dal gap di felicità che ancora diversi paesi emergenti patiscono malgrado la crescita economica, la Banca si domanda se il successo in economia sia davvero sufficiente, oltre che necessario, a garantire un livello adeguato di felicità sociale e arriva alla conclusione che no: serve altro. Per essere realizzato un cittadino non ha bisogno solo di un tetto sulla testa, tre pasti al giorno, cure mediche e un paio di scarpe comode. No: gli serve un lavoro. L’effetto della disoccupazione sull’autostima è devastante. Avere denaro ma essere disoccupato – il famoso reddito di cittadinanza – non ci salva dall’infelicità.
Questa pregnante e insospettabile conclusione – una persona deve avere un senso nella vita e oggidì l’unico senso che trova è nel lavoro – fa a pugni con un’altra che sempre più insidia il nostro dibattito pubblico suscitando ansie e preoccupazioni: l’aumento straordinario dei robot.
Addirittura secondo alcuni cervelloni un robot in più ogni mille lavoratori diminuisce la popolazione lavorativa dello 0,18% e i salari dello 0,25%.
Ora, passi pure che i robot ci tolgano il denaro, che in fondo – ci dicono – non fa la felicità degli uomini ma magari quella dei proprietari dei robot sì, ma che facciamo col lavoro? Saremo felici di scoprirlo.
A domani.
Cronicario: Gli europei di successo sono poveri ma sani
Proverbio del 7 aprile La fine del bruco è l’inizio della farfalla
Numero del giorno: 69,93 Percentuale di dollari nelle riserve internazionali
Poveri ma belli, si diceva negli anni ’50, quando De Sica portava al cinema la gioventù italiana di belle speranze, armata di sorriso e buona volontà. Ora che siamo grandicelli e belli non siamo più, al massimo possiamo augurarci di invecchiare consumati dai debiti ma almeno in salute, come pare stia accadendo a greci a ciprioti, avanguardisti del new way of life made in EU: l’esser poveri ma sani.
Non ci crederete, ma Eurostat ci fa notare che sono proprio loro, greci ciprioti, i più disgraziati (economicamente parlando) dell’ultimo lustro a sentirsi meglio. L’85% della popolazione, infatti, dice di godere una buona o molto buona salute. E noi gliene auguriamo ancora di più.
Come mai Eurostat pubblica questa roba? Dovete sapere che oggi è il World Health Day, e quindi il cronicario globale pullula di storie del genere, un’altra delle quali – che ho giudicato imperdibile – la pubblica Ocse.
Il consumo di anti depressivi è raddoppiato dal 2000, sicuramente grazie ad articoli come questo (e al marketing delle compagnie farmaceutiche), ma come vedete noi mediterranei ce la caviamo bene. Siamo ancora sparagnini. In Grecia, per dire, i depressi sono il 4,7% della popolazione, come si premura di farci sapere l’istituto greco di statistica. Al contrario, i ricchi sono un filo più depressi. a dimostrazione del fatto che il denaro non solo non fa la felicità, ma neanche la salute.
Prendete i tedeschi. Oggi il loro istituto di statistica ha rilasciato una sfilza di dati che deprimerebbe chiunque, e probabilmente ha lo stesso effetto anche su di loro, visto che s’impasticcano più di noi. Insomma questo è il succo: surplus del bilancio pubblico, aumento delle esportazioni, aumento della produzione, persino il mercato immobiliare, rimasto stitico per un ventennio, ha iniziato a crescere al ritmo del 6,7% su base annua, più di Londra (5,7) e persino dell’Olanda (6,4). Così almeno ci fa sapere Eurostat, nella sua ultima release sul mercato immobiliare. A livello aggregato nell’eurozona i prezzi sono cresciuti del 4,1%, nell’ultimo quarto 2016 rispetto al quarto 2015. Anche in Italia. Senza il 4 però: solo lo 0,1%, ma va bene così.
Insomma i tedeschi vanno alla grande: cosa potrebbe andare storto?
Giusto questo. Depressi, solitari y final.
Ma siccome è venerdì e voglio chiudere in bellezza una settimana bellissima (per qualcuno di sicuro) vi saluto con i dati sul nostro commercio al dettaglio che a febbraio hanno segnato un robusto calo dell’1% in valore e del 2,4% in volume rispetto a febbraio 2016. Non è che siamo diventati tutti grossisti. E’ che mangiamo meno, fra le altre cose. I prodotti alimentari sono diminuiti in valore dell’1,2% e in volume del 4,8. Ed è proprio questa la buona notizia: lo sanno tutti che mangiare troppo fa male. E dobbiamo invecchiare sani, mica solo poveri.
A lunedì.
Cronicario: L’Ocse scopre che siamo diventati meno tirchi
Proverbio del 6 aprile Viaggiando si trova la saggezza
Numero del giorno: 359.400.000.000 Surplus 2016 di conto corrente eurozona
Non è che ci volesse un genio per capire che più spendi più guadagni: c’è tutta una letteratura per dire, che racconta di squattrinati di buon nome che fanno la bella vita coi soldi degli altri e più spendono e più gliene danno. Ora però che ce lo dice l’Ocse che nell’ultimo quarto del 2016 il pil nell’area è cresciuto dello 0,7% perché abbiamo investito e consumato di più vedrai che qualcuno ci fa un pensierino: corre in banca a scongelare soldi fermi lì da un lustro e magari si regala qualcosa.
E’ interessante osservare che l’export netto nella gran parte dei trimestri osservati non contribuisce più positivamente al pil ma anzi vi grava, a conferma del fatto che l’età mercantilistica dell’eurozona ormai è bella che superata come qualcuno aveva già intravisto un biennio fa. Al contrario è sempre il consumo privato a guidare la ripresa dell’eurozona aiutato (poco) dalla spesa del governo. Ma la vera novità è che sono ripartiti gli investimenti. non solo meno tirchi, ma anche più fiduciosi nel futuro: è difficile accettare due buone notizie insieme.
Si, è proprio lui – intendendo con lui la Bce – che alla fine ha ricomposto il puzzle, almeno relativamente all’Eurozona. E se mai aveste voglia di capire perché, leggetevi questo speech che il Mago di EZ ha rilasciato oggi per spiegare le ragioni del miglioramento e soprattutto delineare le prospettive future.
Qualche assaggio: l’80% di tutti i settori nell’eurozona hanno crescita positiva, sopra la media storica del 73%, e per la prima volta dall’inizio dell’unione monetaria la spesa è aumentata mentre i debiti sono diminuiti. Ossia, dice Supermario, abbiamo speso attingendo al nostro risparmio, non facendo nuovi debiti. E tutto questo è accaduto migliorando anche la posizione dei nostri investimenti esteri.
Vabbé semplifico: siamo cresciuti perché finalmente abbiamo iniziato a spendere i soldi che abbiamo. Vi ricordo che nel 2016 abbiamo fatto 359 miliardi di surplus sulle partite correnti. Pensate quanto cresceremmo se ne spendessimo, per consumi e investimenti, di più. Non gli stati: i cittadini.
Per concludere vi ricordo un paio di cosette. Intanto la Fed che minaccia di diminuire il suo bilancio, che pesa un 4,5 trilioni, miliardo più miliardo meno. Per chi non lo sapesse, il bilancio di presenta così.
E, dulcis in fundo, il ballo di coppia fra Trump e Xi. Restate sintonizzati. E fatevi due risate.
A domani.
Cronicario: La Corte dei Conti non fa sconti e neanche il resto del mondo
Proverbio del 5 aprile Dove c’è un desiderio c’è una via
Numero del giorno: 1.100.000.000.000 Emissione di debito privato nel IQ 2017
Come molti scribacchini appassionati di inchieste e cose dell’economia sono cresciuto a pane e Corte dei Conti e mi ricordo ancora quant’era difficile trovare in giro le pensose ricognizioni contabili di questa strani ragionieri in toga prima dell’avvento di internet. Ma poi è cambiato tutto e ormai non mi perdo più niente di quello che conteggia la Corte che non fa sconti. Infatti, come tutti i ragionieri, questi bravissimi magistrati sono pignoli e vagamente incazzati, almeno quanto sono considerati, e fate voi i conti stavolta. Io vi dico solo che agli alti lai della Corte corrisponde di solito una sostanziale strafottenza da parte dei destinatari. E pure quando la Corte si trasforma in censore, e magari condanna pure qualcuno a risarcire il maltolto o lo sprecato, alla fine il più delle volte si risolve a tarallucci e vino, con qualche spicciolo per l’erario – che tanto alla fine lo sconto arriva – e tanta vanagloria per chi l’ha procurato.
Ho capito: la faccio finita. La prolusione mi serviva perché stamane la Corte senza sconti ha pubblicato un tomo di alcune centinaia di pagine che leggerò religiosamente al fine di tradurvelo dal quale ho estratto intanto questa pregevole rappresentazione del nostro tormento finanziario pubblico.
Ora non è tanto la linea rossa del debito pubblico che mi preoccupa: il debito pubblico fa parte della mia educazione da scribacchino almeno quanto la Corte dei conti. No: a preoccuparmi sono le linee viola e quella verde. Mica me lo ricordavo che nel 1996 pagavamo quasi il 12% del pil di interessi su un debito che era più basso di adesso. Ora siamo intorno al 5% e c’è il QE, che è una cosa straordinaria e prima o poi finirà. Che succederà appena i tassi saliranno? Ed ecco la linea verde. Nel ’96 avevamo un avanzo primario superiore al 4% e pagavamo pure il 12% del pil di interessi sul debito. Ora siamo intorno al 2%. Certo, molto è dipeso dal denominatore – il famoso pil – che è collassato, ma adesso come dovremo uscirne?
La Corte dei conti non fa sconti, ma neanche il resto del mondo. Mentre che ci pensate ricordatevi che “durante la crisi la spesa per previdenza e assistenza è stata la componente più dinamica fra le uscite correnti al netto degli interessi: considerata nella sua sola parte in denaro, il tasso di crescita medio annuo è stato pari nel periodo 2008-2016 al 2,9 per cento a fronte dell’1,7 delle spese correnti primarie” Tatàaa..
La smetto coi Conti perché tanto non la raccontano mai giusta e vi do una piccola notizia che non sapevo di sapere.
Immaginatevi il traffico a Londra all’ora di punta. E mentre ve l’immaginate, visto che si parla di Uk, date uno sguardo a questa release dell’istituto statistico britannico che discetta sul puzzle della produttività. La questione è presto detta: il gap fra la produttività del lavoro UK e quella del resto dei paesi del G7 era del 16% nel 2015.
E per concludere in bellezza, non rimane che la nota mensile sull’economia italiana. Se non altro per sapere che “l’orientamento positivo dei livelli di attività economica per i prossimi mesi è confermato dall’indicatore anticipatore, che registra un’ ulteriore variazione positiva”.
A domani.
Cronicario: Disoccupati o disattivati? Questo è il problema
Proverbio del 3 aprile La vita è un ramo di palma piegato dai venti
Numero del giorno: 9,5 Tasso di disoccupazione nell’EZ a febbraio 2017
Si comincia d’un lunedì svogliato con l’Istat che tira fuori dal cilindro la sua solita statistica sugli occupati in Italia che ognuno interpreta secondo la sua convenienza, tanto quelli che sanno la differenza fra disoccupato e inattivo sono una percentuale pari al tasso di sconto della Bce. I disoccupati sono diminuiti a febbraio perché sono aumentati gli inattivi. E’ un bene o un male?
Ecco appunto, fate voi. Chi guarda solo al calo della disoccupazione non sta a sottilizzare troppo sulla circostanza che possa dipendere dal fatto che molti si sono semplicemente cancellati dalla lista, magari finendo nella zona grigia degli inattivi che alimenta quella ancora più grigia degli scoraggiati. Se ci limitiamo ai numeri, la migliore sintesi è questa :
Disoccupati o disattivati? Questo è il problema. E soprattutto siamo sicuri che molti non siano semplicemente emigrati? Questo è il problema della statistiche: non si sa mai bene di cosa si stia parlando.
Per il resto la nota conferma la crescita dell’occupazione fra gli over 50.
Il calo del lavoro a tempo indeterminato a vantaggio di quello a termine.
E infine il nostro tasso di occupazione, fra i più bassi d’Europa.
Se poi vi chiedete cosa sia il tasso di occupazione, dovete sapere che si misura in rapporto alla forza lavoro, della quale però non fanno parte gli inattivi, che non sono i disoccupati ma neanche gli scoraggiati….
Tutto questo per dirvi che quando leggete Eurostat che magnifica il grande progresso nella lotta alla disoccupazione – siamo ai minimi dal 2009 nell’EZ con il 9,5% e nell’Ue con l’8% – dovreste chiedervi esattamente i perché e i percome, se davvero vi interessa.
Il resto della giornata si segnala per un pregevole intervento del capo della vigilanza di Bankitalia Carmelo Barbagallo che contiene alcune informazioni interessanti sulle nostre banche e su come abbiamo vissuto i peggiori anni della loro vita La prima – ma ce n’eravamo accorti – è che alcune banche hanno affossato le quotazioni di tutte le banche.
La linea verde misura la performance azionaria delle tre migliori banche dal 2007 – osservate che comunque l’indice sta a 60 fatto 100 quello iniziale – la linea rossa quella delle tre peggiori, che sono sprofondate verso lo zero. Il combinato disposto fa un misero 22. In pratica le altre banche italiane – linea gialla – si sono trovate con quotazioni inferiori del 78% rispetto al 2007.
Se guardate agli altri indicatori – tipo il RoE o gli Npl – l’andazzo è similare e per nulla edificante. L’unica nota di soddisfazione è la patrimonializzazione, che è migliorata.
Vi sentite più tranquilli? No?
A domani.
Il nuovo numero di Crusoe: La ragnatela di Undernet. Grazie a @AbatediTheleme per la splendida Chat
Poi ci siamo molto divertiti a fare una Chat scanzonata e vagamente irrispettosa con @AbatediTheleme, che è risultata molto divertente e istruttiva, visto che abbiamo chiacchierato di storia, economia, geopolitica e persino di un pizzico di filosofia, senza pretese oltre a quella di risultare interessanti. Abbiamo selezionato, come di consueto, le notizie imperdibili degli ultimi cinque giorni.
La lettura della settimana è dedicata all’attivazione della Brexit, della quale si è a lungo parlato in questi giorni ma di cui pochi conoscono i passaggi e le procedure. Poi ci sono le principali notizia della settimana e, a chiudere, le nostre notizie invisibili, quelle che trovi solo su Crusoe. Buona lettura.
Ci rivediamo il 7 aprile.
Cronicario: Il bilancione di Bankitalia
Proverbio del 31 marzo A buon pagatore non si chiede garanzia
Numero del giorno: 115.000.000.000 Bond pubblici italiani comprati da Banca Italia nel 2016
E venne in giorno della pompa magna, che dalle parti nostre una volta era il 31 maggio, quando il demi monde della finanza si riuniva in via Nazionale ad ascoltare le compassate allocuzioni del Governatore e non chiedetemi quale, mentre da quest’anno quell’appuntamento che ha deliziato le nostre cronache economiche, ora si è diviso in due, visto che adesso la pompa magna si è sdoppiata: il 31 marzo, quando la Banca d’Italia presenta il suo bilancio, e sempre il 31 maggio, quando presenterà la sua storica relazione annuale, che è un po’ il bilancio dell’economia vista dai suoi piani alti.
In tempi di QE e di post riforma delle quote, finisce pure che il bilancio di Bankitalia contenga alcune notizie utili da conoscere. La prima, che mi sembra assai rilevante, è che nel 2016 Bankitalia ha comprato 115 miliardi di debito pubblico italiano. Il che implica, trattandosi di acquisti sul mercato secondario, che qualcun altro se ne sia liberato e non è difficile immaginare chi.
Il grafico parla chiaro: estero e banche italiane, quindi magari anche banche estere si sono liberate di debito italiano, e sappiamo pure quanto ne hanno venduto trovando accoglienza fra le braccia generose di mamma Bankitalia in versione QE.
La seconda notizia è che il bilancio di via Nazionale è diventato grassottello: a fine 2016 i suoi asset sono arrivati a 774 miliardi e se non sapete che significa leggetevi questo. Nel 2015 erano appena 587. Il bilancione di Bankitalia è un’altra conseguenza dell’Eurozona al tempo del Mago di EZ. E da bravo bilancione
il forziere di Bankitalia ogni tanto tira su dei bei regali per il governo. Nella fattispecie, 3,466 miliardi di trasferimenti in parte tirati giù dall’utile netto di 2,7 – anche questo in gran parte generato dai titoli acquistati per il QE made in Draghi – e in parte per tasse.
Ci sarebbe altro da dirvi, ma è venerdì e come voi mi sono un po’ stancato di stare appresso a queste miserie. In più fa caldo, splende il sole e finalmente ho deciso cosa fare.
Prima però di abbandonarvi ai vostri meritati ozi, vi segnalo quest’altra cosa che non c’è bilancione che possa salvarvi: l’inflazione nel lungo termine.
Vedete cosa è successo all’indice sui prezzi al consumo dal 1997 a oggi? E’ aumentato del 40%, quindi anche l’inflazione è cresciuta altrettanto. Pensateci, quando vi dicono che l’inflazione al 2% è una cosa innocua anzi positiva e insieme vi fanno venire voglia di comprare un titolo a lungo termine “per stare sicuri”. Perché di sicuro c’è solo che vi fregano.
A lunedì.
































































