Categoria: cronicario
Cronicario: A EZ serve il teletrasporto, a OZ il telecomando
Proverbio del 27 gennaio Il sole non dimentica nessun villaggio
Numero del giorno: 27 Serie originali prodotte su YouTube
Vedo questo grafico e finalmente capisco.
Per migliorare la vita del cittadino europeo nell’unione economica più bella del mondo non serve il fiscale compact, l’unione bancaria o quella del mercato dei capitali, né tantomeno l’unione fiscale o peggio ancora gli eurobond, che ogni tanto spuntano come i birilli del bowling e subito spianati. Per risolvere i problemi degli eurodotati basta una cosa semplicissima: il teletrasporto.
Pensateci: è l’unico modo per farci apprezzare le nostre differenze. Col teletrasporto potrei fare la spesa in Spagna, che come vedete dal grafico sopra, costa un 10% in meno della media EZ. Volendo accontentarmi, c’è anche la Macedonia, dove costa tutto la metà. Quindi potrei abitare a Malta o a Cipro, dove l’incidenza della spesa per l’abitazione sul reddito è fra le più basse dell’area, lavorare in Germania, dove gli stipendi crescono sul serio da anni, andare a pranzo a Parigi, cenare in Italia, passare il dopocena a Londra e finire la serata ad Amsterdam. Se fossi un imprenditore potrei prendere a prestito in Germania, investire in Polonia e mettere la residenza fiscale in Bulgaria o in Irlanda. Lo fanno già anche senza teletrasporto? Ah beh vedete: ci stiamo avvicinando.
Ora non venite a dirmi che il teletrasporto non esiste. Neanche l’Ue esisteva. Siamo stati persino capaci di fare l’euro. Son sicuro che spigolando fra le iniziative innovative finanziate da Bruxelles trovo pure questa. E comunque è più facile fare il teletrasporto che gli eurobond nella meravigliosa terra di EZ. E questo spiega perché al momento siamo un po’ depressi.
Anche nella terra di OZ, non è che stiano ‘sta meraviglia. L’istituto di statistica ha rilasciato il dato del Pil del IV trimestre che doveva essere il 2,2% in più e invece s’è fermato all’1,9%.
Questo risultato mesto ha portato gli Usa a chiudere il 2016 con una crescita reale dell’1,6%, in pratica al livello della Germania, a fronte del 2,6% del 2015 che già faceva storcere il naso. Mi figuro Mister T che guance rubizze. Anche perché gli statistici spiegano in plain english, come si dice, che il grosso del danno sulla crescita moscia degli Usa è arrivata dal commercio estero, andato maluccio a causa di un notevole calo dell’export e aumento dell’import, e in parte dalla spesa del governo.
Di buono c’è che il dato del Pil è solo una stima preliminare e la seconda stima più accurata verrà rilasciata il prossimo 28 febbraio. Quindi il nostro Mister T avrà tutto il tempo per le sue sparate da bullo, come quella chissà quanto falsa (siamo nell’epoca delle vere fake news) secondo la quale dagli Usa potrebbe arrivare un dazio del 20% sulle importazioni, per ora dal Messico e poi chissà.
Per la cronaca, mi sembra utile farvi sapere che se gli americani si arrabbiano con tutti quelli con i quali fanno deficit commerciali, sono guai per mezzo mondo, noi compresi. Vi fornisco una short list: Cina, surplus verso Usa nel 2016 319 miliardi di dollari, Giappone, 62, Germania 59, Messico 58, Irlanda 32, Corea del Sud 26, Italia 25, India 23, eccetera eccetera.
Questo grafico misura il deficit commerciale Usa a dicembre
una robetta da 65 miliardi, che su base annua, sempre nel 2016, ha provocato uno sbilancio negativo per oltre 730 miliardi di dollari. Un film che va avanti da qualche decennio, peraltro. Il fatto che adesso ci sia un uomo solo al comando non è detto che basti a risolverlo. Nemmeno se si chiama Mister T. Serve un uomo solo al telecomando.
Buon week end.
Il Cronicario torna mercoledì.
Cronicario: Dopo Brexit nell’UK sono sempre più servizievoli
Proverbio del 26 gennaio Chi pensa bene degli altri avrà sempre un amico
Numero del giorno: 210 Miliardi di export totale della Svizzera nel 2016
Si aspettava il dato provvisorio sul Pil inglese come l’ennesimo giorno del giudizio, visto che la Brexit ha scatenato le tifoserie di mezzo mondo, col risultato che un dato, notoriamente neutro, dice una cosa e il suo contrario a seconda di chi lo spiega. Vi risparmio le minchiate che ho captato sul cronicario globale, perché al vostro Cronicario piacciono solo le sue, e vi do giusto un paio di grafici: il primo che misura la crescita inglese su base annuale
e il secondo su base trimestrale
Ai presbiti basti sapere che su base annuale il Pil è cresciuto del 2,2%, mentre su base trimestrale dello 0,6. Noterete dagli istogrammi che la crescita degli ultimi due anni è piatta come quella degli ultimi tre trimestri. D’altronde sarebbe strano il contrario. La Brexit è ancora ben lungi dallo svolgere i suoi effetti, e chi si aspetta ogni trimestre che l’UK crolli dimostra solo di avere un senso della realtà difficile.
Perché poi l’aspetto interessante della release sul Pil, che non sfugge all’occhio esperto degli statistici dell’Ons è un altro: la crescita del Pil è dominata dai servizi, e indovinate quali. La palma per la sintesi più bella la vince Bloomberg.
Notate che la predominanza dei servizi sul resto dei settori è chiaramente visibile già dal terzo trimestre 2016. Il quarto cambia poco. Ecco, se dobbiamo trarre un insegnamento dalla Brexit è stato che ha reso questi isolani, solitamente scontrosi, estremamente servizievoli col continente. E dovranno esserlo ancora di più in futuro, se non vogliono finire come Atlantide.
Ma in realtà la storia più istruttiva che ho trovato oggi la racconta il WSJ che offre questo grafico pieno di informazioni, per chi le vuole leggere.
Nel 2016 i cinesi hanno importato chip per 228 miliardi di dollari, più del doppio di quanto hanno speso per il petrolio. E questo la dice lunga su quali siano le coordinate della nuova globalizzazione, che però vi racconto sul prossimo numero di Crusoe. Ma dovete abbonarvi per leggerlo, mica sono (sempre) Babbo Natale. Qui dico solo che i cinesi hanno un piano di investimenti da 150 miliardi per l’industria dei semiconduttori che ha fatto imbufalire gli Usa, notoriamente grandi produttori.
E’ una storia fantastica, ma ve la racconto un’altra volta, perché intanto ho incespicato in questa storia di Facebook che copia Snapchat sperando di fare breccia nei ragazzini, che ormai snobbano la storica piattaforma social, divenuta appannaggio dei vecchioni, e così mi sono ricordato che stasera (ora italiana) Alphabet, il contenitore con dentro Google e il resto del gigante informatico tuttologo, presenterà la sua ultima trimestrale. Ovviamente ci farò notte per leggerla, e così spero anche voi, visto che questi signori vogliono cambiare il mondo e ci stanno silenziosamente riuscendo. Trovate tutto qua. E vi prego di notare la raffinatezza dell’indirizzo internet: https://abc.xyz. Che è come dire alfa.omega.
A domani.
Cronicario: Mister T farà piangere l’Istat
Proverbio del 25 gennaio Il fiore non ha davanti né didietro
Numero del giorno: 115 Percentuale sul pil dei debiti delle imprese cinesi di stato
A quelli che si lamentano perché Mister T fa il bullo coi cinesi, i messicani, i fabbricanti di auto, i paesi del pacifico, i richiedenti asilo maomettani, e vedremo chi altri, vorrei ricordare di chi stiamo parlando.
Pronto regia? Ho sbagliato foto? E’ un omonimo. Mannaggia a Google…
Scusate. Ecco l‘autentico Mister T.
Dicevo. A quelli che si lamentano che Mister T fa il bullo, vorrei ricordare che è stato eletto proprio per questo dalla metà più qualcuno dei suoi concittadini. Quindi è con loro che dovreste prendervela più che con lui. Capisco che siano tanti, però vedete, è quel marchingegno, malfunzionante sin dai tempi di Barabba, che si chiama democrazia, che i più forbiti squalificano a oclocrazia ogni volta che perdono le elezioni, sin dai tempi di Polibio. Perciò smettiamola di lamentarci e prepariamoci a prender schiaffoni, perché come si capisce dalla foto (entrambe) il nostro è un attaccabrighe bell’e buono.
Non avrei pensato a tutto questo se in mattinata non fosse uscita l’ultima release Istat sul nostro commercio estero extra Ue che ci dice alcune cosette che dovrebbero farci dormire preoccupati, ora che Mister T abita a Washington. Vi risparmio i dati tendenziale e congiunturali, che tanto lasciano il tempo che trovano. Quel che conta è il succo. E il succo è che nel 2016 l’export ha rallentato, anche se meno dell’import, per lo più a causa del calo delle vendite verso i paesi del Mercosur e dell’Opec. Tutto ciò è conseguenza dell’andamento del prezzo delle materie prime. I paesi esportatori di petrolio hanno speso meno da noi perché hanno incassato meno, noi abbiamo speso meno da loro, e quindi ridotto le importazioni, perché la loro roba era più economica. Tutto questo è terminato nel 2016. E già questo mi turba, visto che il saldo commerciale è l’unica cosa che ci regge in piedi.
Dove il nostro export annuale è andato bene è stato verso il Giappone (+9,6%), la Cina (+6,4) e dulcis in fundo gli Usa (+2,6) che, lo ricordo ai distratti sono il nostro terzo mercato di esportazione dopo la Germania e la Francia e il primo quanto ad attivi commerciali che genera per la nostra economia.
Non so a voi, ma adesso quando sento Trump, che vuole affamare i cinesi e se riesce anche i giapponesi, mi scappa una lacrimuccia. E chissà quanto piangerà l’Istat, fra un semestre.
Per chiudere in bellezza questa lunga parentesi sul commercio estero, vi faccio notare che il Giappone, che dopo la Svizzera è il paese che ci porta più soldi, ha chiuso il 2016 con un attivo commerciale, come non gli capitava da una vita.
Non saranno cattivi come Mister T, ma ci stanno lavorando.
A domani.
Cronicario: Il fantastico mondo dello #Sniffphone
Proverbio del 23 gennaio Non si cava farina da un sacco di carbone
Numero del giorno: -1,1% Calo permessi costruzione residenziali in Italia nel 2016
E allora ditelo che volete essere perculati. Che vi piace questo cosa che uno sgrani il suo rosario di lamentazioni quando vi pensa. Dico a voi, eurofenomeni. Ma veramente state sponsorizzando la nascita dello Sniffphone? Si veramente.
Non ridete: ora vi spiego. L’Ue, convinta da non so quale ricerca scientifica, ha finanziato un progetto per la realizzazione di un sensore che, collegato al vostro smartphone, sarà in grado di dirvi se siete malati semplicemente analizzando il vostro respiro. Quindi niente cipolle e aglio, per cominciare. E poi preparatevi a far le prove perché l’armata Ue conta di infilarvi lo sniff nel telefono già da agosto 2018. E meno male che qualcuno ce l’ha ricordato. Sennò ce la saremmo perduta, questa perla, nel giorno in cui sempre l’Ue, oggi particolarmente prolifica, ha lanciato un altro hashtag oltre a quello dello #SniffPhone: quello dei #SocialRight.
Poco fa si è aperta la conferenza sui diritti sociali dell’Ue, con l’obiettivo di going forward together. Certo, come no. Ancora aspetto di avere il sostegno famigliare alla francese, o il sussidio di disoccupazione alla danese. Ma intanto è bello parlarne, anche perché i fatti, quelli veri, non è che siano tutto questo splendore.
Vi do giusto un paio di notizie. Sempre restando in Europa, Eurostat ci fa sapere che il deficit della zona euro è in crescita all’1,7% nel terzo quarto 2016 e addirittura all’1,9% nell’Ue a 28. Non è che sia un ottimo viatico per i diritti sociali. In compenso scende il debito.
In pratica siamo al 90,1% nel III Q 2016 a fronte del 91,2% del secondo. Ma come vedete dal grafico dentro ci sta il 170% e oltre della Grecia e il 20% scarso del Lussemburgo. Siamo una regione molto unita.
A proposito di Grecia, l’istituto statistico nazionale ci mostra questo splendido risultato ottenuto dal paese.
Con un avanzo primario superiore al 4% del pil la Grecia smetterà di essere la pecora nera dell’eurozona?
Non provo neanche a rispondermi perché nel frattempo ho cambiato continente, sedotto da Fitch che ha rilasciato un outlook deprimente sulla Cina secondo il quale la crescita stabile mostrata dal paese è il viatico ideale per terremotare la stabilità finanziaria nel medio periodo.
Il risultato infatti è stato ottenuto con stimolo fiscale diretto o quasi diretto, tramite le imprese controllate dallo stato, che hanno aumentato gli investimenti del 19,1% nel 2016 al 10,7% dell’anno passato. La Cina continua a fare la Cina, evidentemente, come l’Europa continua a fare l’Europa. Noi lo SniffPhone, loro l’acciaio e il cemento. Questo mentre la Reuters, evidentemente invidiosa, fa i conti in tasca ai cinesi e scopre che hanno sforato il target del deficit. Pare stiano al 3,8% mentre il governo pensava di fermarsi al 3%. Manco fossero nell’eurozona.
Forse dovremmo invitarli.
A domani.
Cronicario: Nel giorno di Mister T mi do all’agricoltura
Proverbio del giorno Il chiodo che sporge va preso a martellate
Numero del giorno: 35% Uomini italiani che hanno letto un libro nell’ultimo anno
Faccio di tutto per sfuggire all’incoronazione di Mister T, che sta tediando il mondo intero – e mi figuro gli Usa – né più e ne meno che un qualunque evento aristocratico, ma è difficile. Dovunque mi giri, trovo lui: l’uomo del giorno.
Non c’è modo di sfuggirgli. Le borse devono ancora sgranchirsi e già si leggono cose del genere, mentre illustri pensatori pontificano sui destini dell’umanità ai tempi di Mister T. Ignoro i giornali che trumpeggiano senza ritegno, e mi rifugio fra le nevi di Davos, dove sono certo qualche illuminato sapiente mi svelerà le profondità del suo pensiero facendomi dimenticare per un attimo la tregenda dell’attualità. Ma niente: sento il fiato di Trump sul collo.
Si parla dell’UK, per dire, e leggo Philip Hammond, cancelliere dello scacchiere, spiegare che il referendum britannico non è stato né anti commercio né anti globalizzazione. Mica come l’elezione di Trump, dice l’omino dei sottotitoli nella mia testa. I soliti inglesi diplomatici mi dico.
Macché: hanno dato di matto pure loro: “La retorica antiglobalizzazione che ha portato Trump al potere negli Usa non è ciò che ha condotto alla Brexit”, dice ancora. Niente populismo, by Jove, siamo inglesi.
Scappo da Davos, poco prima che il collega tedesco di Hammond, Volfango Schäuble, se ne esca con la notizia che ormai i tedeschi crescono perché hanno imparato a spendere i proprio soldi a casa loro e quindi se ne infischiano dei rischi geo-politici, ossia il secondo nome di Trump: Donal Rischio Geopolitico Trump.
Mentre lascio l’augusto consesso, trovo per strada uno studio di Credit Suisse che si domanda se il 2016 sarà ricordato come l’anno che avrà “rotto” la globalizzazione. In particolare da novembre in poi, dice il solito omino dei sottotitoli nella mia testa, oggi particolarmente stronzo. Lo zittisco e vado oltre, ma mi accorgo sconsolato che non c’è davvero dove andare. “Da oggi le azioni del presidente Trump e non le parole determineranno il destino delle relazioni fra Cina e Usa,” dice un cervellone del PIIE, che ha chiaramente studiato e imitato il nostro impareggiabile Mago di EZ.
A proposito che dicono nelle lande basse di Bruxelles e dintorni? Niente: Peter Praet si/ci tormenta chiedendosi se la stagnazione secolare sia la nuova realtà economica, e così finisce che uno ripensa a Trump che ha promesso di rifare l’America Grande. La Commissione Europea ci ricorda che a marzo scade la consultazione sull’Unione dei mercato dei capitali, e finisce che uno pensa a Trump che già ce l’ha. La Bce ripropone le sue previsioni per il primo quarto del 2017, ma l’unica cosa che ispirano è la mestizia, confrontate con le promesse urlate dalla cima della Trump Tower.
Decido perciò ti rifugiarmi in casa e farmi un po’ di fatti nostri. E mi capita fra le mani l’ultimo bollettino di Bankitalia che espone questa roba:
E rivedo Trump, in quella righina sottile dove c’è scritto esportazioni totali, che poi sono l’unica cosa che ci tiene in piedi. E mi ricordo che gli Usa pesano una roba tipo il 20% del nostro export. Non c’è niente da fare: Trump.
Mi deprimo finché non trovo finalmente un’isoletta Trump-free: l’agroalimentare.
Grazie al TEH Ambrosetti scopro che siamo forti, noi italiani, a maneggiare la zappa. Peccato che in tutti questi anni abbiamo sottratto così tante braccia all’agricoltura, mi dico dispiaciuto. Poi, siccome è venerdì, decido di infischiarmene di Trump e organizzarmi per dare il mio personale contributo alla ripresa nazionale. Domani si va in agriturismo.
A lunedì.
Cronicario: Il nostro problema economico è la maleducazione
Proverbio del 18 gennaio Si esagerano i torti del vicino e si tace dei propri
Numero del giorno: 67% Tasso di occupazione nell’area Ocse
E finalmente alle 12.17 capisco qual è il grave problema del nostro paese: il traffico.
No, no scusate, ho sbagliato. Il problema del nostro paese è quello che dice Bankitalia alle 12.17, con questo tweet: “Il livello di cultura finanziaria degli italiani è tra i più bassi riscontrati nelle economie avanzate per adulti e studenti”.
Eccolo qua: siamo economicamente maleducati. Delle capre insomma.
Faccio fatica a comprendere come un paese popolato da analfabeti finanziari abbia cumulato una ricchezza finanziaria che, vado a memoria, vale un 4.000 miliardi di euri, e pure se ho qualche sospetto, sono costretto a riconoscere che Bankitalia ha ragione: l’italiano medio conosce appena le quattro operazioni e arrivato alle divisioni inizia a confondersi. Figuratevi calcolare una percentuale. O capire il collegamento fra rischio e rendimento.
Miracolosamente, siamo anche il paese dove una straordinaria quantità di analfabeti finanziari cumula patrimoni liquidi di minimo decine, se non centinaia, di migliaia di euro, che poi finiscono rapinati dalle banche o dai vari promotori finanziari che, al contrario di loro, sono assai bene educati. Torno a chiedermi come sia possibile. E che succederà se, come auspica Bankitalia e buona parte di noi, saremo tutti educati a calcolare lo yield dopo aver digerito lo spread. Non è che poi diventiamo poveri? O Forse diventano più povere le banche?
Cotante domande durano nella mia testa il tempo che escono i dati sull’occupazione britannica che nel tempo della May(be) (cit.), dell’Hard Brexit (e voglio proprio vederla) e della sterlina che fa su e giù diventano la notizia del giorno. E che notizia. La disoccupazione inglese scende dal 4,8% dal 5,1 di un anno fa mentre il tasso di occupazione sale al 74,5% nel periodo settembre-novembre 2016.
Come si vede dal grafico, che risale al 1976, l’occupazione si è sostanzialmente ripresa nell’ultimo quinquennio. Ma bisogna pure osservare che all’interno degli occupati ci sono 4,77 milioni di self employed, che pesano il 15% degli occupati totali. E vi faccio grazia dei part time. Così son bravi tutti.
Sempre dall’Europa arriva la conferma da Eurostat che l’inflazione sta risalendo. Su base annuale la crescita è stata dell’1,1% a dicembre 2016 rispetto al 2015 e dello 0,6 su novembre 2016. Ma la curva si spiega meglio
Se le differenze fra i singoli paesi vi stupiscono, dovete fare subito un corso accelerato sulle frammentazioni europee.
Poi c’è il dato Usa sull’inflazione che è ancora più interessante.
In pratica l’inflazione per tutti i beni ha raggiunto quella core, ossia al netto di cibo ed energia, superando il 2%. Ciò significa che di fatto il target d’inflazione è praticamente raggiunto e vista l’inclinazione della crescita dei prezzi, la Fed semmai dovrà trovare il modo di non farla salire troppo. E a questo, fra le altre cose, dovrebbero servire i prossimi rialzi dei tassi.
Tutti contenti? ‘Nsomma. Il dato dell’inflazione di dicembre, in crescita dello 0,3% su base mensile, s’incrocia con quello delle retribuzioni orarie che sono cresciute appena dello 0,1% rispetto a novembre, proprio a causa dell’aumento dell’inflazione che si è mangiato il 75% dell’incremento nominale dei guadagni. Su base annuale l’incremento reale orario è stato dello 0,8%. Assai poco eccitante per un paese che basa oltre il 60% del suo pil sulla domanda interna. E vediamo adesso che s’inventa Mister T.
Intanto possiamo osservare che ci troviamo al punto tanto auspicato in cui l’inflazione sale, l’economia ancora zoppica e le banche centrali sono imbottite di asset che diventa sempre più difficile gestire. Fossi in loro comincerei a dar di matto.
Ma per fortuna i banchieri centrali sono beneducati.
Ps Goldman Sach ha comunicato di aver triplicato i suoi profitti nel quarto trimestre 2016 grazie ai ricavi da trading. Capite perché dovete studiare l’economia?
A domani.
Cronicario: Venite a scoprire i cinesi d’Occidente
Proverbio del 13 gennaio Con la carta non si può avvolgere il fuoco
Numero del giorno: 20.000.000.000.000 Prossima soglia debito pubblico Usa
Davvero non sapevate che c’è pure la Cina occidentale? Esattamente come c’è l’America orientale, (e non è il Giappone). E’ tutta colpa dei planisferi, che confondono. Ma a veder bene Usa e Cina sono come come gemelli eterozigoti: non si somigliano per niente, ma condividono la stessa famiglia: quella che si appoggia ai soldi dello stato.
Penserete che il Cronicario esagera come al solito, che estremizza. Ma vi sbagliate: non è il vostro Cronicario ad essere estremista, sono loro estremi, anche geograficamente, e gli estremi, com’è noto, si toccano. Guardate qua.
Questo dato ci dice una cosa semplice: il 62% dei debiti del sistema finanziario americano, quindi banche, fondi e quant’altro, ha alle spalle una garanzia del governo, implicita o esplicita. La differenza è su quanto sia chiaro che ha il governo alle spalle – pensate a Fannie Mae o Freddie Mac – o quanto invece sia nascosto. I più bravi ricorderanno quanto la garanzia pubblica pesi sul mercato immobiliare Usa.
Vi prego di notare che nel 1999, che non è proprio ieri, tale garanzia pesava una decina di punti in meno ma era comunque elevata, siamo oltre il 40%. Quindi non è che no partissero bene, i cinesi occidentali. Ma si può dire con ragionevole accuratezza che la definitiva cinesizzazione d’America è un fatto del XXI secolo, quando le notorie minchiate commesse prima con la bolla dot com e poi con i subprime ha costretto il governo a garantire ogni cosa, pure alcuni fondi monetari.
Esagero? Vi do un altro indizio.
Quelli che vedete (spero) sono i miliardi di dollari che la Federal Reserve gira ogni anno al governo per i profitti che fa comprando titoli del governo Usa, grazie ai vari QE, in un meraviglioso girotondo di miliardi. Notate che nel 2007 erano appena 34 miliardi l’anno, nel 2016 sono stati 92, in calo dai 97 del picco 2015 perché nel frattempo la Fed ha cambiato i suoi piani. Ma è sempre un bell’incassare. Dal governo vengono, i dollaroni, e al governo torneranno.
Ora che avete scoperto che i cinesi stanno pure a Occidente, dovreste voler un po’ più bene a noi europei, che siamo circondati e rischiamo di finire stritolati. Lo sappiamo benissimo, peraltro. Infatti viviamo spaventati: risparmiamo tanto, ma investiamo poco, come ci mostrano gli ultimi dati di Eurostat.
Voi che fareste se foste circondati?
Io un’idea ce l’ho, ma adesso non posso dirvela.
Buon week end.
A lunedì.
Cronicario: Mister T parla e la Germania zitta zitta…
Proverbio del 12 gennaio Meglio accendere una candela che maledire l’oscurità
Numero del giorno: 37,2 Quota degli investimenti diretti Ue allocati negli Usa
C’è chi parla e muove l’aria e chi sta zitto e produce fatti. Non c’è niente da fare: è così da sempre. Da una parte i chiacchieroni, notoriamente rodomonti e ciarloni, per non dire cialtroni, e poi ci sono quelli che ogni giorno zitti zitti portano a casa la pagnotta. Oggi il copione ha due ospiti d’eccezione, da una parte Mister T, che ieri ha tenuto il mondo con l’ansia per il suo primo discorso inter/nazionale, dall’altro la Germania che oggi ha rilasciato i suoi dati sul Pil nel 2016.
Nulla di straordinario, era già ampiamente previsto. Ma quell’1,9% di crescita in un’Europa stracca, che migliora il già dignitoso 1,7 del 2015, fa notizia assai più delle chiacchiere geopolitico/spionistiche dell’uomo biondo, che ha fatto svegliare i mercati senza sorprese e così li ha condannati a un’altra giornata di noia, con i soliti scribacchini già ad incolpare il bellissimo presidente Usa del suo scarso nerbo economico, giudicato responsabile del calo dei mercati asiatici.
Sicché i mercati orfani di colpi di scena americani, si sono dovuti accontentare di quelli europei, che figuratevi la tristezza. E tuttavia qualche colpetto è arrivato, a parte la Germania, è venuta fuori una produzione industriale nell’Ez in crescita a novembre dell’1,5% su base mensile e del 3,2 su base annuale. Guardate che bella come svetta.
E una volta tanto alla festa ci siamo anche noi italiani, che siamo in media su base annua anche se solo a +o,7 su base mensile. Quisquilie e pinzillacchere. Oggi la notizia del giorno è l’Europa, altro che Trump.
O forse no. Fitch ci ricorda benignamente che a marzo 2017 gli Usa raggiungeranno per l’ennesima volta il debt ceiling, che già in passato aveva fatto penare mezzo mondo. Ossia il debito limite che il governo può caricare sullo spalle dei cittadini che, per la cronaca, ammonta a 20,1 trilioni di dollari, che tradotto significa più di ventimila miliardi.
E noi italiani ci spaventiamo per un paio di migliaia miliardi.
Uno dice, peggio per loro, tanto sono americani. Ennò. La cosa è un filo più complicata. La nostra buona salute dipende sostanzialmente dagli americani, e non tanto perché hanno le bombe e ci difendono dai cattivi – quella era l’epoca della guerra fredda – ma perché gli Usa hanno assorbito il 37% degli investimenti diretti europei, come ci fa sapere gentilmente Eurostat.
Ai presbiti faccio notare che quelli in Cina sono appena il 4,2%. Il cuore (e il portafogli) europeo batte per gli Usa, altroché.
A proposito. Che mi combinano i cinesi? Zitti zitti anche loro, mentre il solito Fitch maligna sui loro debiti pubblici in crescita,
che mi fanno? S’infilano nell’11 round di negoziazioni con Giappone, e Corea del Sud per l’FTA, ossia il free trade agreement che si sta svolgendo a Pechino. Che in tempi in cui il protezionismo impera somiglia anche questa a una notizia che leggerete solo sul vostro Cronicario.
E fosse solo questo. McKinsey ci fa sapere che la Cina è di gran lunga la leader dei micropagamenti gestiti con i wallet virtuali, ossia l’anticamera dell’e-commerce che verrà. Un altro ci dice che sempre la Cina ha aumentato del 40% i suoi investimenti diretti nel 2016, in gran parte peraltro in Ue e Usa. E un altro ancora che sempre la Cina sta pensando a una maxi fusione delle sue compagnie di media per creare un “moderno gruppo di media finanziari”.
Insomma: Il secolo asiatico prende forma, con la Cina che somiglia alla Germania, e non si capisce più se sono gli asiatici a copiare l’occidente o se è l’occidente che finirà col copiare loro. Di sicuro l’infittirsi delle relazioni fra i grandi creditori degli Usa è una divertente evoluzione del gioco globale. Aspettiamo solo che facciano l’unione asiatica. Così finalmente nascerà l’asio.
A domani.
Cronicario: Silenzio, parla mister T
Proverbio dell’11 gennaio A buon pagatore non dispiace dar garanzia
Numero del giorno: 850 Metric tons di carne suina importata dai cinesi nel 2015. Primo esportatore la Germania secondo gli Usa.
Silenzio, che parla Mister T. Non subito, più tardi, ma tenetevi pronti e intanto gustatevi Obama che ha parlato per l’ultima volta facendo addormentare i mercati, rimasti lì a fischiettare, annoiati e vagamente impazienti mentre scaldavano le micce che andranno a friggere non appena sua maestà Trump scuoterà la chioma. Ma intanto si sprecano le congetture e gli auspici visto che tutti si sono accorti che le borse si sono ammosciate.
Che ve lo dico a fare: il mondo ha ripreso il solito andazzo depresso, né di qua né di là. Dopo la sbornia di fine anno ora ha mal di testa e serve un tonico. Quindi forza Mister T: stupisci il mondo con i tuoi effetti speciali.
Perché sennò tocca accontentarsi delle tristezze del cronicario globale, che ci racconta casi umani come quello della sterlina, che continua a scendere, sospinta al ribasso dagli eccellenti dati della bilancia commerciale.
Scherzavo. Nel caso vi fosse sfuggito il deficit del commercio inglese a novembre si è allargato da 2,6 miliardi di sterline a 4,2, con l’import a crescere assai più veloce dell’export e la sterlina a scendere ancora più velocemente.
Per fortuna le banche inglesi si stanno preparando al peggio, come ci fa sapere gentilmente la BoE nel suo ultimo quartely bulletin.
Peggio della sterlina, come valuta, ha fatto solo il bitcoin, che oggi ha perso un altro 5% sul dollato scendendo sotto i 900 dollari dopo che aveva illuso mezzo mondo con il rialzo clamoroso di fine anno. Dicono che sia colpa della banca centrale cinese che ha messo sotto occhio alcuni movimenti sospetti, come dicevano ieri che era colpa dei cinesi se saliva, perché compravano bitcoin per aggirare i controlli valutari. Credete quello che più vi piace, il succo è questo.
Se questa vi sembra una moneta, siete maturi per le fiche del poker.
Per far crescere il buonumore tocca affidarsi all’Istat, che ha rilasciato l’ultimo outlook sull’EZ, dove si prevede un aumento del pil dello 0,4% nel quarto trimestre 2016, che però vede un’inflazione in crescita dell’1,5% nei primi due trimestri di quest’anno. Una buona notizia che minaccia di accorciare la vita del QE.
Oppure se siete palati fini, potete avventurarvi in quest’analisi di Bloomberg che fa piazza puliti di alcuni luoghi comuni sull’andamento delle retribuzioni, almeno relativamente al mercato del lavoro britannico.
Il grafico mostra come dal 2007 la retribuzione mediana del livello basso della scala dei redditi sia cresciuta mentre quella dei top earner sia diminuita. Non vi convince? Godetevi Trump.
A domani.
Cronicario: Parte il countdown per Mister T
Proverbio del 10 gennaio Gli dei non possono aiutare chi non coglie le occasioni
Numero del giorno: 7.257 L’indice FTSE 100 al livello più alto in 33 anni
Meno dieci. Tranquilli non è il conto alla rovescia per andare sulla luna. Al massimo andremo a Washington, dove fra una decina scarsi di soli si insedierà Mister T, forse non il più bello ma di sicuro il più pettinato del reame.
E intanto che rullano i tamburi e si decidono i pezzi grossi del governo Usa, quei birichini dei mercati fanno i capricci: prima piangono poi ridono come quei minorenni che sono, ossia sostanzialmente incapaci di intendere ma assai dotati nel volere. E oggi i mercati vogliono lui: Trump. Almeno quanto non vogliono lei.
O almeno così lei dice, lamentando che i banchieri francesi si son rifiutati di incontrarla dopo che aveva chiesto un prestito per la campagna elettorale. Sicché per il noto sillogismo secondo il quale tutti i banchieri sono stronzi, la Le Pen non è una banchiera, quindi la Le Pen non è stronza, possiamo esser sicuri che infinite mani votanti se ne ricorderanno nel segreto dell’urna.
La cosa divertente è che la signora ha detto che sta cercando banche straniere per finanziare la sua campagna elettorale. Quindi una vittoria della Le Pen sarà l’esito di un complotto del capitale straniero per salvare la Francia e distruggere l’Europa.
Ricordatevela questa che viene buona in tante occasioni.
Trump dicevamo. Intanto delizia tutti riempiendo il governo di miliardari, generali e altri simpaticoni. Poi twitta a rotta di collo. Ieri per dire ha pure ringraziato la Fiat per la decisione di investire negli Usa anziché in Messico. Poi, soprattutto, profuma soldi, il che com’è noto ha potere afrodisiaco sui mercati che infatti applaudono, fra alti e bassi, mentre i democratici rosicano. In ogni caso mancano meno di dieci giorni al decollo di Mister T. Sedetevi e godetevi il paesaggio. Si parte lenti, come sulle montagne russe, e poi chissà. Dipende da quanto regge la pettinatura del Mister. I mercati, si sa, si spaventano facilmente.
Intanto però ci sono un paio di notizie dalla periferia del cronicario globale che meritano la nostra attenzione. La prima è il crollo della lira turca, che prosegue e che già ieri il Cronicario vi aveva raccontato. La situazione è questa.
Uno dice: e chissenefrega dei turchi. Epperò sbaglierebbe: la Turchia è molto più di un’economia pesantemente indebitata. E’ un’economia di confine, in tutti i sensi. Dal tentato colpo di stato la lira ha perduto il 24% sul dollaro, e molto del suo indebitamento è proprio in valuta Usa, quindi una svalutazione così forte non è sicuramente un buon viatico per la sua stabilità finanziaria.
La seconda notizia ha un valore sentimentale, quindi preparate i fazzoletti. Yahoo non c’è più. La compagnia che ha accompagnato le prime mail di quelli più vecchi fra noi cambierà nome e si chiamerà Altaba, un’evoluzione nominale che dice tutto del declino della compagnia, passata dallo schiamazzo festoso di Yahoo! al risuonare fesso di questa newco, che finirà divorata da Verizon, uno dei colossi della telefonia Usa che ha comprato per due spicci – si fa per dire sono sempre 4,8 miliardoni – una compagnia che nei tempi buoni valeva più di 100 ed ebbe anche il coraggio di rifiutare, nel 2008, un’offerta da 44 miliardi fatta da Microsoft, che immagino stia ancora festeggiando lo scampato pericolo. Un pezzo grosso degli anni ’90 sparisce. Ma non dovete sorprendervi. Dipende dal fatto che tornano quelli degli ’80.
A domani.




























































