Categoria: cronicario

Urban legend: il calo dei dipendenti pubblici in UK

Poiché viviamo in un’epoca in cui la narrazione è diventata la costituente della realtà piuttosto che la sua semplice rappresentazione, è esercizio utile scovare di tanto in tanto alcune di queste affabulazioni che tanto discorrere suscitano nei nostri estenuati dibattiti collettivi.

Si tratta non tanto di restituire verità alle argomentazioni, ché le nostre narrazioni contemporanee di verità più o meno autentiche sono intrise, bensì di svelare la loro connotazione di autentiche leggende metropolitane, ossia delle versioni coscienti di quello che è stato definito inconscio collettivo. Ciò che pensiamo di sapere essere vero, insomma.

Sicché ogni qual volta me ne capiterà l’occasione approfitterò della vostra pazienza per darvi conto di alcune contro-narrazioni, pur sapendo che tale opera è per sua natura destinata a infrangersi sul cemento armato del pregiudizio, che com’è noto è fieramente restio a qualunque forma di dubbio.

Anche perché, e questo è il peggiore degli esiti della nostra modernità, dove l’informazione è implosa a causa della sua stessa bulimia, c’è così tanto da sapere e da dibattere, che non c’è il tempo, e tantomeno la voglia, di tornare sui propri passi e mettere in discussione ciò che si pensa di sapere essere vero.

La prima delle urban legend che qui voglio narrarvi è quella che riguarda i dipendenti pubblici inglesi, laddove si dice, più o meno questo: il governo ha tagliato i dipendenti pubblici, col sottotitolo che così facendo ha ridotto la spesa pubblica e stimolato l’occupazione. Si parla di 500mila e oltre dipendenti pubblici in meno, forse 800mila. E si dà fiato alle trombe.

Per fortuna esistono gli statistici, che, pure con tutti i difetti che hanno, conservano comunque il pregio di saper far di conto. E infatti figuratevi la mia sorpresa quando mi è capitata fra le mani l’ultima release che l’ONS, l’ufficio statistico britannico, ha rilasciato pochi giorni fa proprio sull’andamento dell’occupazione nel settore pubblico.

Il primo grafico, che rileva l’andamento dell’occupazione pubblica sin dal 1999, mostra una chiara evidenza: dal picco del 2009, quando i dipendenti pubblici avevano superato abbondantemente i sei milioni, nel primo quarto del 2015 i travet britannici sono arrivati a 5 milioni 372 mila “il più basso livello della serie iniziata nel 1999”, nota l’istituto.

Ed ecco la nostra verità sulla quale si costruisce l’urban legend: i dipendenti pubblici erano cresciuti di circa 800 mila unità nel periodo considerato e ora sono tornati quasi al livello di partenza.

Giù applausi liberali al governo.

Ma la realtà è bene annidata nei dettagli, un po’ come il diavolo guastafeste.

Nel 2008 i dipendenti erano circa sei milioni, livello raggiunto fra il 2004 e il 2005, e da quel momento sono rimasti pressoché costanti.

A fine 2008 però arrivò la crisi e il governo dovette farsi carico di nazionalizzare, dipendenti compresi che finirono riclassificati nel pubblico impiego, il Lloyds Banking Group e la Royal Bank of Scotland. E non solo. Sicché la curva si impennò di qualche centinaio di migliaio di unità, circa trecentomila.

Il trend prese un’inclinazione decrescente a partire dal 2010, tornando a sei milioni alla fine 2011. Ma poi accadono nuovi movimenti.

Nel primo quarto del 2012 gli English colleges, che erano considerati nella contabilità pubblica, sono stati spostati al settore privato, ed ecco che, d’improvviso, i dipendenti pubblici diminuiscono.

Sorte simile accade ai dipendenti della Royal Mail plc, ossia il servizio postale, che finiscono riclassificati nel settore privato, determinando un ulteriore abbattimento della curva, nel primo quarto del 2013. Nel primo trimestre del 2014 è il turno dei dipendenti della Lloyds, tornati nel privato, che abbattono il totale fino al livello attuale, che poi è all’incirca quello del 1999, appunto. Rilevo che il totale Lloyd e Royal Mail ha pesato 282 mila lavoratori che da pubblici sono diventati privati.

Ovviamente tali movimenti si riflettono nel trend dell’occupazione privata, che come per magia s’impenna, a partire dal 2010-11.

Ma c’è dell’altro che vale la pena rilevare.

Lo possiamo comprendere osservando l’andamento della curva del settore pubblico nelle sue due componenti dell’occupazione nel governo centrale e dei governi locali.

E qui notiamo una divertente singolarità. L’occupazione pubblica nel settore centrale è aumentata dal 1999, quando era di circa 2,3 milioni di persone. All’inizio del 2012 sfiorava i tre milioni, ossia era al livello del 2008, quando poi, bruscamente crolla a 2,75.

Cos’è successo? Sono arrivati i così tanto commentati licenziamenti? Non proprio. Semplicemente gli English colleges, sono stati riclassificati fra i Non-Profit Institutions Serving Households e quindi assimilati al settore privato.

Per dare un’idea di quanto possa pesare questa riclassificazione, basta sapere, come ci ricorda l’ONS, che “nel primo quarto del 2015 c’è stata una diminuzione di 22.000 unità (0,4%) del PSE (public sector employment) sul IV quarto del 2014 e dell’1,1% sul primo quarto del 2014”. Ma al netto della riclassificazione pubblico/privato il PSE sarebbe diminuito dello 0,2% sull’ultimo quarto e dello 0,8% sul primo quarto del 2014. Come dice il proverbio, non è tutto oro ciò che riluce.

Da lì in poi, peraltro, l’occupazione nel settore centrale è tornata a crescere e adesso è più alta di quanto non fosse a fine 2011,. In particolare, gli occupati nel settore centrale sono aumentati di 31mila unità nell’ultimo anno (1,1%) a causa delle assunzioni nel settore sanitario, decise mentre l’opinione pubblica discettava del governo inglese aveva diminuito i dipendenti pubblici.

A proposito: l’occupazione nel settore sanitario è cresciuta dalle 1,2 milioni di unità del 1999 alle 1,6 milioni del 2015, il 29,5% del totale dei dipendenti del settore pubblico.

Ricordo però che oltre al settore del governo centrale, il sistema della contabilità nazionale inglese inserisce nel PSE anche i dipendenti del governo locale e della public corporation.

L’andamento dell’occupazione nel settore dei governi locali si fa notare perché dal luglio del 2010 intraprende un deciso orientamento ribassista che la fa crollare dai quasi 2,9 milioni a quasi 2,25 nello spazio di un quinquennio, “il livello più basso da quando è iniziata la serie”, nota l’ONS.

Cos’è successo?

Ce lo spiega l’ONS: “C’è uno spostamento di posti di lavoro in corso dal governo locale al governo centrale, come conseguenza della conversione delle scuole statali (maintened schools) in accademie”.

Quello che è successo è che a luglio 2010 è stato approvato l’Academies Act, che ha mutato l’ordinamento scolastico britannico.

Le accademie, infatti, sono classificate nel bilancio del governo centrale (e con loro i dipendenti), mentre le scuole statali sono iscritte nei bilanci dei governi locali. Quindi “una volta che le scuola statali dei governi locali sono diventate accademie, i loro impiegati sono stati trasferiti al governo centrale”.

Ci vuole poco così a raggiungere “il livello più basso della serie” nelle statistiche dell’occupazione dei governi locali.

Per darvi un’idea di quanto abbia pesato questa riclassificazione, osservo che nel primo quarto 2015 14mila unità sono passati dalla contabilità locale a quella centrale e che nel secondo quarto 2012 176mila unità furono allo stesso modo riclassificate ed è previsto che altre 12mila subiranno lo stesso esisto in questo trimestre.

L’ONS sottolinea che prima del secondo trimestre 2012 il settore educativo impiegava il più alto numero di dipendenti pubblici. Ma poi c’è stata una significativa caduta, si parla di centinaia di migliaia di unità, dopo la riclassificazione nel settore privato degli English further education colleges e delle Sixth form college corporations.

Insomma, l’ennesimo miracolo britannico del calo degli occupati pubblici somiglia un po’ al gioco delle tre carte: riclassificazioni statistiche, aziende nazionalizzate che tornano private, e soprattutto ottima narrazione.

Per concludere vale la pena, conti alla mano, vedere quanto tutte operazioni abbiano influito sulla contabilità pubblica del Regno Unito. Per farlo mi servo delle ultime statistiche di finanza pubblica della Banca d’Italia, che in una tabella classifica la spesa per i redditi da lavoro dei vari paesi. Qui leggo che nel 1999, ossia all’inizio della serie ONS, l’UK spendeva il 9,3% del Pil per i suoi dipendenti pubblici.

La spesa cresce costantemente e nel 2008, prima della crisi, è arrivata al 10,6%. Nel 2009, per i motivi che abbiamo visto, schizza all’11,2, e rimane stabile (11,1%) anche l’anno successivo.

Nel 2011, per i motivi che abbiamo visto, la spesa scende al 10,6 e da li intraprende la sua discesa che la porta al 9,5% del 2014, ossia al livello degli anni ’90

Se misuriamo il calo della spesa dal picco del 2009, osserviamo che l’azione del governo inglese ha consentito di risparmiare circa il 15% da allora. Un piccolo miracolo, anche confrontandolo col dato dell’eurozona dove fra il 2009 e il 2014 la spesa è aumenta dello 0,2%, ma anche con la performance italiana, dove tale spesa è diminuita di circa l’8% senza però suscitare tutta ammirazione.

Niente scherzi: sono inglesi.

 

L’India diventa ultima grande speranza dell’Occidente

La frana dei Brics, stremati dalla fragilità del loro successo, ha lasciato sul campo una pletora di illusioni perdute per l’Occidente che con troppa facilità, all’inizio del secolo, aveva contato sulla forza di queste economie.

Si pensava, e in qualche modo si pensa tuttora, che la fame di queste immense popolazioni avrebbe compensato la nostra sazietà, e che i loro sistemi produttivi, assai più economici dei nostri, avrebbero condotto al miracolo di costi di produzioni decrescenti a fronte di una domanda globale resa gagliarda dall’aumento dei loro redditi.

Tale utopia è stata nutrita, prima della crisi, da poderosi investimenti diretti esteri in queste località che, dopo la crisi, sono diventati investimenti di portafoglio e credito bancario, guidati da una cieca fame di rendimento, che ha finito con trasformare questi paesi in depositi di debiti.

Ora che i timori sulla fragilità di una ripresa che si mostra periclitante si sono risvegliati, quelli che furono i Bric sono divenuti da un’opportunità un problema. Salvo uno di questi, secondo quanto ci racconta la Bce nel suo ultimo bollettino economico.

Un riquadro, intitolato “La crescita del ruolo dell’economia indiana”, ci rappresenta come L’India abbia “gradualmente accresciuto il suo ruolo nell’economia globale durante il decennio trascorso”. Tanto è vero che il subcontinente, nel 2014, “si collocava già al terzo posto per dimensioni in termini di parità di potere di acquisto (PPA) a livello mondiale, dopo la Cina e gli Stati Uniti”. E questo, “in un contesto in cui molti osservatori si attendono il protrarsi di una espansione sostenuta, il contributo dell’economia indiana alla crescita mondiale – e quindi la sua importanza per le prospettive dell’area dell’euro – potrebbe aumentare ulteriormente”.

La favola di Bric, insomma, continua ad essere raccontata, fondandosi, tale narrazione, su alcuni dati che sembrano supportarla.

La prima evidenza, che in realtà è una supposizione, è che l’India supererà la Cina per il ritmo di crescita della sua economia già da quest’anno. La nuova Cina, forte di un contesto demografico favorevole e di condizioni macroeconomiche e di policy migliorate, si candida a raggiungere l’8% di crescita del Pil, lasciandosi alle spalle una ormai estenuata Cina (vedi grafico).

A ciò si aggiunga che l’India, già nel 2014, aveva raggiunto un peso considerevole sul Pil mondiale (guarda grafico), a fronte di un peso relativo sulla crescita mondiale secondo solo alla Cina (guarda grafico).

Per contro l’India rappresentava ancora nel 2013 un mercato di esportazione che pesava appena il 2% dell’export europeo a fronte di importazioni che valevano appena il 2,5% dell’import globale. Mentre sul lato degli investimenti diretti esteri, l’India ne attirava, ancora alla fine del 2013, appena l’1% dello stock globale. Considerate inoltre che per far girare la sua economia l’India consumava appena il 5% del totale del consumo energetico globale, a fronte di un 20% registrato dalla Cina.

Insomma, per quanto ancora infante, per il suo peso specifico e la sua capacità di produzione, l’India si candida a diventare la nuova Grande Speranza dell’Occidente, che evidentemente ha sempre bisogno di un mercato di sbocco affollato abbastanza da restituire la speranza ai suoi esportatori e ai suoi delocalizzatori.

Non a caso la Bce nota che già da quest’anno si prevede che la crescita del Pil indiano surclasserà quello cinese, ormai asfittico, per gli standard di quel paese, peraltro gravato da debiti che si candidano a diventare insostenibili.

Al contrario, l’India ha avviato un percorso di risanamento fiscale, con il deficit/pil al 4,1%, con l’inflazione “significativamente diminuita”, nota la Bce, che “dovrebbe rimanere inferiore al 6%” con la banca centrale indiana che ha ridotto i tassi due volte, portandoli al 7,5%, e il deficit del conto corrente, “aiutato” dal calo dei corsi petroliferi, che si è portato dal -4,8% del 2012 al -1,4% del 2014.

Né mancano le riforme, pietanza sempre gradita dagli osservatori internazionali, che hanno riguardato gli investimenti in infrastrutture pubbliche, e soprattutto le prospettive demografiche: “Nel 2030 – scrive la Bce – l’India supererà la Cina, diventando il paese più popoloso e con la più grande forza lavoro del mondo. Per allora la popolazione in età lavorativa dell’India sarà composta da oltre un miliardo di individui, una cifra superiore a quella riferita all’insieme di area dell’euro, Stati Uniti e Indonesia”.

Inoltre, sottolinea ancora, “a differenza della Cina, l’India ha una popolazione in età da lavoro (in percentuale del numero totale di abitanti) che si prevede continui ad aumentare. Di conseguenza, il contributo della manodopera alla crescita potenziale del paese dovrebbe salire gradualmente nel prossimo decennio”.

Guardo preoccupato a questo miliardo di persone in cerca di lavoro e mi domando cosa sarà di noi occidentali, di fronte a questa competizione evidentemente ineguale.

Se, come dice la Bce, “è probabile che l’India assuma una posizione di maggior rilievo nell’economia mondiale”, ciò vorrà dire che qualcun altro dovrà cedere il passo.

Le proiezioni del Fmi, a tal proposito indicano che “nel 2018 il contributo dell’economia indiana a quella globale dovrebbe essere addirittura maggiore rispetto all’insieme dei paesi del G7, pur collocandosi ancora al secondo posto dopo quello della Cina”.

E allora, se è così, non è difficile capire chi saranno gli sconfitti.

 

 

 

 

C’è più di una Grecia nell’eurozona

La crisi greca, comunque andrà a finire, ha rivelato fra le tante un’amara verità: uscire dal cono d’ombra di una crisi economica è affare assai complicato, pure se gli aiuti non mancano, come in effetti non sono mancati.

Ma soprattutto, la crisi greca dovrebbe servirci a ricordare un’altra cosa: non c’è solo la Grecia in una situazione che ormai si è conclamata come irrecuperabile.

Altri paesi, per adesso celati nell’ombra della disattenzione, debbono vedersela con squilibri di entità simili, se non peggiori. E se finora il dibattito pubblico li ignora è solo perché costoro, da bravi studenti, stanno facendo tutto ciò che è necessario per terminare i propri compiti a casa, pure se gli esiti sono ancora incerti. Ma come reagiranno costoro una volta che la vicenda greca arriverà a conclusione?

Se la Grecia verrà in qualche modo graziata dall’Europa, perché non dovrebbero esserlo anche loro? O se invece verrà espulsa, come ha paventato la Banca centrale ellenica praticamente implorando il governo di raggiungere un accordo, cosa impedirà a questi paesi di considerare questa opzione?

Nel frattempo però la loro fatica è divenuta più acre, dovendosela vedere con mercati improvvisamente divenuti volatili e bizzosi, con la Grecia birichina che mena un colpo al cerchio e uno alla botte col resto dell’Europa a far da controcanto, nella migliore tradizione levantina che in qualche modo connota tutta questa vicenda penosa, che svela un’altra amara verità che si preferisce tacere: i debiti, a un certo punto, diventano inesigibili.

Che sia cattiva volontà del debitore od oggettiva impossibilità a onorarli, questi debiti, è materia che si addice alle varie tifoserie, e quindi me ne astengo.

Rimane il fatto che l’eurozona si è svegliata dal suo bel sogno primaverile, cullata com’era dal venticello arioso che spirava dalle alture di Francoforte, e si è trovata di fronte un partner riottoso che suona la tromba della riscossa sapendo di poter contare su una rete di solidarietà inter-europea che mal sopporta il giogo di Bruxelles ed è convinta di poter correre liberamente lungo infinite praterie di crescita solo che glielo si tolga.

Che sia, tale convinzione, perniciosa oppure illuminata, è anch’esso argomento da tifoseria, quindi ne rifuggo volentieri.

Ciò che qui vorrei narrarvi, piuttosto, è ciò che rimane di cinque anni di riequilibrio europeo ora che la crescita sembra tornare a far capolino, con grande sforzo delle nostre popolazioni, e tanto più in queste ore quando la farsesca tragedia greca mette improvvisamente a repentaglio ciò che faticosamente i mercati hanno edificato, su fondamenta forse troppo fragili che non resistono alla paura dei buio che ben conoscono i bambini. Se basta un qualunque staterello a far tremare la borsa di Francoforte, per tacere della nostra, come si dovrebbe dormire tranquilli ben sapendo che all’interno dell’eurozona ce ne sono almeno quattro di stati che oscillano pericolosamente sulla linea dell’abisso?

Mi viene in aiuto, in questa narrazione, un bel box pubblicato nel bollettino di giugno della Bce, dove si riepiloga l’andamento dei current account dei paesi in crisi dell’eurozona. E scorrendolo scopro che la crisi greca non dovrebbe preoccuparci solo per i suoi esiti incerti, che il timoniere della Bce Draghi preannuncia potenzialmente capaci di condurci verso acqua inesplorate, ma per quello che è capace di provocare negli altri paesi dell’area. Che sono, oltre alla Grecia, almeno altri quattro: l’Irlanda, la Spagna, Cipro, il Portogallo e la Slovenia.

Ma poiché è una storia lunga, è meglio raccontarla poco alla volta.

(1/segue)

Leggi la seconda puntata

La bolla del debito privato atterra sulla Cina

La crisi greca oscura il cielo di questa primavera afosa come una grande nube nera carica di cattivi presagi. Così, mentre tutti corrono a cercare riparo, finisce che l’occhio esperto del meteorologo si perde i cumulonembi che si addensano sul cielo d’Oriente. Un po’ perché sono lontani da noi. Un po’ perché nell’ultimo decennio ci siamo abituati a guardare all’Est come certi personaggi delle fiabe, che nel Levante vedevano il ricetto vigoroso dei tormenti del Ponente, dissimulato da imponenti e inesauribili ricchezze.

Economie in potente crescita, e quindi invincibili, all’occhio sprovveduto del lettore distratto di statistiche sul prodotto.

Distratto perché se avesse avuto agio di farci caso, il nostro sprovveduto avrebbe notato che il male dell’Occidente, sotto una forma diversa eppure uguale, si sta addensando anche sopra il cielo grigio che sovrasta Pechino, la capitale millenaria del capitalismo contemporaneo, laddove l’utopia della crescita s’ibrida nel più vieto dei dispotismi, svelando perciò costei la sua più autentica costituzione spirituale.

A tale distrazione non sfugge un’altra caratteristica, che della vigorosa crescita cinese è il doloroso contrappunto: quella del debito. L’ultimo Global Economic prospects della Banca Mondiale dedica ampio spazio alla Cina, e un grafico in particolare rivela una situazione che sarebbe poco saggio non raccontarvi.

Il dato, nudo e crudo, ci dice che il debito del settore privato cinese, diviso fra famiglie e imprese, sfiora ormai il 200% del Pil, cresciuto quasi del doppio nello spazio di un pugno di anni.

Nel 2007, prima quindi della Grande Recessione, famiglie e imprese non cumulavano neanche il 120% del Pil di debiti. Oggi le famiglie sono quasi al 40%, mentre le imprese, che stavano sotto il 100%, ormai svettano verso il 160%.

Come abbiano potuto i cinesi raddoppiare i propri debiti privati in un settennio sarebbe impossibile capirlo, se non ci chiedessimo da dove sono arrivati tutti questi soldi.

La Banca Mondiale nota che “il debito privato è cresciuto rapidamente in alcune economie emergenti negli ultimi cinque anni”, spinto dal denaro a basso costo e dalla liquidità abbondante. Ma ci ricorda pure che in passato “simili accumuli di debito sono stati seguiti da gravi slowdown”.

La Cina non è sfuggita a questa bonanza. E se diamo un’occhiata anche veloce all’ultima Quaterly Review della Bis, che pubblica anche le statistiche bancarie, scopriamo anche perché.

“Gli impieghi transfrontalieri verso la Cina – nota la Bis – sono scesi di circa $51 miliardi nell’ultimo trimestre 2014, portando il tasso di crescita sull’anno precedente al 21%. A fine dicembre 2014 le attività transfrontaliere in
essere verso i residenti cinesi ammontavano a $1 000 miliardi, facendo della Cina l’ottavo maggior paese prenditore a livello mondiale”.

Quindi la Cina è diventata uno dei Grandi Prenditori delle banche d’Occidente, europee e nordamericane, evidentemente rassicurate dai suoi prodigi. Crediti a vista, però, o quasi, visto che gran parte del debito cinese ormai è a breve termine, essendo aumentata tale quota dal 59% di fine 2008 al 78%.

Ma non solo. La Cina attrae anche corposi investimenti di portafoglio, in gran parte dagli Usa, pure se l’esposizione cinese verso la valuta americana è scesa del 15%: dal 54% di fine 2008 al 39% di fine 2014.

Questa montagna di denaro è andata ad alimentare ciò che alimenta di solito: boom borsistici, che ormai preoccupano gli osservatori più attenti, e, soprattutto, boom immobiliari i quali, con i prezzi del mattone che continuano a calare, rischiano di trasformarsi in sboom finanziari. Tanto che la Banca centrale ha dovuto inventare una sua via cinese all’allentamento monetario per provare a tenere liquido il mercato.

Tutto ciò mentre la curva degli investimenti, che sono stati il driver principali del boom delle costruzioni, rimane piatta intorno al 50% del Pil, con i consumi anch’essi piatti, poco sotto e paralleli, a significare delle difficoltà cinesi a trasformare la ricchezza che arriva dall’Occidente in una maggiore domanda per l’estero, sfogandosi infine in pura e semplice inflazione degli asset.

Tutto ciò basta a spiegare perché il generoso Occidente guardi spaventato all’ipotesi di un rallentamento del prospero Oriente. Il timore di un atterraggio brusco dell’economia cinese, il cosiddetto hard landing, “per quanto improbabile”, nota la Banca Mondiale, potrebbe fare esplodere tutte le vulnerabilità della finanza cinese.

In linea di principio, sottolinea ancora, “le autorità hanno sufficienti buffer per ricapitalizzare le banche e le corporation” che dovessero finire nei pasticci, visto che il debito/pil del governo è inferiore al 60%, pure includendo la montagna di debito celata nei bilanci dei veicoli sponsorizzati dai governi locali. Senza contare che i controlli sul conto capitale cinese impedirebbero comunque le fughe dei capitali nazionali.

Ma il problema della Cina non è certo il rischio che possa fallire. Questa montagna di debiti, che fra privato e pubblico cumula oltre il 250% del Pil, rischia semmai di trasformare la Cina nella versione aggiornata della stagnazione giapponese iniziata più di vent’anni fa.

L’esito giapponese del miracolo cinese.

In tal caso gli occidentali potrebbero far accelerare la fuga dei capitali a breve termine “nonostante i controlli sui capitali”, come nota la Banca Mondiale. E senza i capitali a breve forniti da Occidente, cosa ne sarà dei boom cinesi?

Speriamo di non scoprirlo mai.

Dollaro e mattone affossano i paesi emergenti

Scopro, sfogliando l’ultima Quaterly review della Bis, una evidenza che mi lascia di stucco: dal 2007 al 2014 i prezzi reali degli immobili residenziali brasiliani sono cresciuti di oltre il 90%. Questo nel peggiore dei periodi della storia economica contemporanea.

Ma il caso brasiliano ha anche la particolarità di non essere l’unico. A Hong Kong sono cresciuti dell’89%, in India del 52%, in Malaysia del 42% “e ciò malgrado i ripetuti tentativi delle banche centrali di rallentarne la
crescita”.

In Asia fanno eccezione a questo trend la Cina e la Corea, “dove i prezzi si collocavano su livelli grosso modo comparabili a quelli del 2007”, ma in compenso i prezzi sono esplosi anche in altri paesi emergenti. Oltre al Brasile, dove sono praticamente raddoppiati (e parliamo di prezzi reali), c’è anche il Perù, che ha avuto un incremento analogo, e la Colombia, dove sono cresciuti del 50%. Fra gli emergenti fa eccezione la Russia, dove i prezzi nel periodo considerato sono scesi di circa il 30%, peggiore calo fra i paesi del G20, cui segue quello che si è registrato in Italia, dove i prezzi reali sono diminuiti di circa il 25%.

Vale la pena osservare che molti di questi movimenti, sia in ascesa che in discesa, sono stati confermati nel 2014. L’India, ad esempio, nell’ultimo trimestre dell’anno scorso, rispetto all’ultimo trimestre del 2013, ha visto prezzi in crescita per quasi il 10%, superiori addirittura al Regno Unito, che fra le economia avanzate è stata quella che più di tutte ha visto l’immobiliare in crescita. Mentre in Brasile la crescita dei prezzi è stata più contenuta, pochi punti percentuali, ma comunque positiva ancora l’anno scorso.

Russia e Cina hanno guidato i ribassi l’anno scorso, con la Russia al top dei ribassi. Vale la pena osservare che il nostro paese è terzo in questa classifica, visto che ha fatto peggio della Francia e del Giappone, dove i prezzi continuano a scendere (-2%) nonostante le politiche monetarie aggressive della banca centrale.

Per concludere vale la pena notare come nell’area euro l’andamento dell’immobiliare rifletta la forte frammentazione dell’economia nell’eurozona. In Grecia, per dire, dal 2007 i prezzi sono calati del 40%, come anche in Irlanda e Spagna, mentre in Austria e Germania sono cresciuti del 23 e del 7%. Gli unici paesi avanzati dove il mattone ha superato il livello del 2007, sempre secondo le statistiche elaborate dalla Bis, sono il Canada (+17%) e l’Australia (+11%), e poi, in Europa la Norvegia (+20%) e la Svezia e la Svizzera (+30%).

Questa rapida ricognizione sarebbe incompleta se non guardassimo a una delle variabili che in qualche modo ha influenzato l’andamento dei mercati immobiliari nei paesi emergenti dove il mattone è cresciuto di più, ossia la quantità e la qualità della composizione dei loro debiti esteri contratti con le banche.

Un grafico contenuto della review della Bis spiega bene la situazione.

Qui osservo che, sempre il Brasile ha circa il 50% del proprio debito estero a breve termine, il 70% del quale è denominato in dollari americani, al livello del Messico. Mentre la Cina, che pure ha ridotto la sua esposizione in dollari a circa il 40% del debito estero, ha visto crescere notevolmente la quota di debito a breve dal 60 all’80% del totale dell’esposizione bancaria.

L’India, come la Cina, ha notevolmente aumentato la sua esposizione in dollari, che ormai sfiora l’80% del totale dei suoi prestiti, quasi la metà dei quali a breve termine. E infine la Russia è esposta il dollari per circa il 70% del debito estero, il 40% a breve termine.

Tutto ciò rende questi paesi estramamente sensibili ai cambiamenti valutari americani. E il mattone, che in fondo è un sottostante, di conseguenza.

 

Il mini euro rilancia l’export tedesco extra Ue

Ci sono almeno tre punti interessanti da osservare nella release dell’istituto statistico tedesco che monitora il commercio estero della Germania.

Il primo, e più evidente, è il boom delle esportazioni tedesche, che malgrado un ragguardevole aumento delle importazioni, ad aprile 2015 ha toccato un +7,5% rispetto ad aprile 2014 e un +5,9% nel primo quadrimestre 2015 rispetto allo stesso periodo 2014.

Il secondo punto è che la crescita più ragguardevole si è avuta nei paesi fuori dalla zona euro, sia quelli europei della Ue che quelli cosiddetti terzi.

Nei paesi dell’euro, la crescita dell’export tedesco è stata rispettivamente del 3,3% e 3,1% rispettivamente nel confronto aprile 2015/aprile 2014 e primo quadrimestre 2015/primo quadrimestre 2014. Mentre l’export nei paesi Ue ma non aderenti all’euro è cresciuto è cresciuto rispettivamente del 6,6 e 7,1%.

Nei paesi terzi l’incremento è stato ancora più marcato: l’11,8% sui mesi e il 7,9% sul quadrimestre. Ciò lascia supporre che la svalutazione dell’euro nei confronti delle valute estere abbia lavorato bene per l’export tedesco. Il che dovrebbe crearci qualche interrogativo sulla vulgata che vuole il governo tedesco poco accomodante verso le politiche monetarie allentate della Bce.

Il terzo punto interessante è l’aumento del peso delle rendite sull’economia tedesca, che possiamo osservare guardano al reddito primario del conto corrente della bilancia dei pagamenti. Tendenza che non è esagerato definire storica, visto che ormai va avanti da quando è scoppiata la crisi.

In particolare, i redditi primari, sempre nel quadrimestre, sono passati dal 20,8 miliardi a 22,3, un incremento di oltre il 6%, persino superiore all’aumento di valore registrato nell’export complessivo di merci, passato dai 371,7 miliardi del primo quadimestre 2014 ai 393,9 del 2015.

Altresì è molto istruttivo osservare l’andamento delle importazioni.

Così come è successo nel nostro paese, dove le importazioni sono aumentate, anche in Germania l’import totale è cresciuto del 2,8 ad aprile 2015 e del 2,1 nel quadrimestre. Ma la crescita delle esportazioni è stata decisamente più forte, tanto da più compensare quella dell’import. Il saldo nel quadrimestre, infatti, è passato dai 64,9 miliardi del 2015 agli 80,7 del 2015.

Anche sul conto delle importazioni è visibile l’effetto della svalutazione dell’euro. L’import nel quadrimestre dagli altri paesi dell’eurozona è aumentato appena dell’1,1%, mentre quello dagli altri paesi Ue dell’1,4. Rispetto ai paesi terzi l’import, sempre nel periodo considerato, è cresciuto del 3,7%.

Il risultato di questi movimenti è che il current account tedesco è passato dall’attivo di 66,4 miliardi del primo quadrimestre 2014 ai 79,4 del 2015. Un incremento di oltre il 19%, malgrado sia i servizi che i redditi secondari tedeschi, ossia le altre partite del conto corrente, abbiano registrato un deficit complessivo di quasi 28 miliardi.

Insomma: la Germania continuare a macinare record.

Chissà come la prenderanno gli americani, che non perdono occasione per ricordarglielo.

L’economia ai tempi dello Zero Lower Bound: il congelamento dei debiti

“Un tasso di sconto a zero, o meno, non ha senso economico”, scrive la Banca Mondiale nel suo ultimo Global Economic prospects, mentre discorre dei tanti benefici, e degli altrettanti malefici, cui l’economia deve far fronte nell’epoca dello Zero Lower Bound.

Tempo estraneo alla storia, come la stessa Banca Mondiale sottolinea, rammentando che neanche nei terribili anni ’30 i tassi a breve scesero in territorio negativo, e solo di tanto in tanto, nelle vicende successive è capitato che sulle scadenze brevi i tassi siano diventati negativi.

Stavolta invece la storia ha bussato alla nostra porta. Una grande quantità di paesi, e segnatamente in Europa, pagano tassi negativi sui loro bond pubblici nelle scadenze medio-brevi e questa tendenza, ammesso che mai finirà, potrebbe impattare notevolmente sui nostri costumi economici. Anzi, sulla costituente stessa della nostra economia.

Quest’ultima si basa su un principio assai semplice: la relazione fra il tempo e il tasso di interesse. Per questo la Banca Mondiale scrive che un tasso di sconto zero non ha senso economico.

Qualcuno potrebbe pensare che sto facendo filosofia. Ma non c’è nulla di più concreto della matematica finanziaria a dimostrare che non è così.

Tutte le relazioni economiche che prevedono il dare e il prendere a prestito, dalle quali poi dipendono molte variabili macroeconomiche, si basano sulla matematica finanziaria. E in tutte le formule della matematica finanziaria, che calcolano montanti, sconto, valori attuali, il tasso di interesse è ciò che collega il capitale al tempo, determinando l’ammontare del primo al variare del secondo.

Ciò vuol dire che se il tasso di interesse si annulla, si annulla anche il tempo. Rimane solo il capitale, eterno, costante e congelato in un non luogo economico. Un’entità priva di senso.

Un esempio aiuterà a chiarire.

Mettiamo di avere un debito da diecimila euro che scade fra un anno. Il debitore decide di liberarsi di questo debito, quindi corre in banca e chiede al suo intermediario di calcolare il valore attuale del suo debito, ossia il valore che oggi ha il suo debito, non quello che avrà fra un anno, ossia diecimila euro.

Per calcolare il nostro valore attuale, il nostro banchiere deve usare la formula del valore attuale commerciale, che dice che il valore attuale di un capitale è uguale al capitale finale moltiplicato la differenza fra 100 e il prodotto del tasso per il tempo, il tutto diviso 100. Per gli amanti delle formule, potremmo scriverla così:

VA = [C (100 – rt)]/ 100.

Nel nostro esempio t è uguale a uno, mentre r, nell’età dello Zero Lower Bound, è praticamente zero. Azzerandosi il prodotto fra tempo e tasso, l’operazione produce che il valore attuale del capitale futuro è uguale al capitale futuro. Quindi se volessi estinguere il mio debito oggi pagherei la stessa somma che pagherei fra un anno.

Voi che fareste?

Capite bene che tale circostanza ha conseguenze sul modo con il quale ognuno di noi concepisce le relazioni economiche. Se non ho nessun vantaggio a pagare anticipatamente i miei debiti, perché mai dovrei farlo?

Se dal nostro microlivello economico andiamo a vedere il comportamento di alcuni intermediari, il discorso ha ulteriori implicazioni.

La Banca mondiale parla di “anomalie nella valutazione dei rendimenti e dei flussi dei pagamenti”, utilizzando una formulazione invero astrusa per sottolineare un problema terribilmente concreto.

“Quando il tasso di interesse si avvicina a zero – sottolinea – il calcolo del valore attuale di un flusso di pagamenti diventa sempre più sensibile al tasso di sconto. Infatti il valore attuale di un qualunque flusso di pagamenti può diventare arbitrariamente grande scegliendo un tasso di sconto basso abbastanza”. Al limite zero che abbiamo visto il valore attuale coincide col capitale futuro.

Ciò può generare “contenziosi di negoziazione sul fair value di un regolamento legale. E poiché un tasso zero o inferiore non ha senso economico, un prolungato periodo di tassi di interessi negativi potrebbe creare grandi ambiguità nella valutazione degli asset o dei debiti”.

Problema concretissimo, quindi.

Pensate agli assicuratori. Cosa sarebbe dei loro requisiti patrimoniali se calcolassero il valore attuale dei loro debiti utilizzando un tasso zero?

Semplicemente scoprirebbero oggi di avere un sacco di debiti in più, e ciò potrebbe rendere necessario, ai fini regolamentari, di aumentare i propri requisiti di solvibilità.

Ciò spiega bene perché i regolatori abbiano già sollevato diversi allarmi sul settore assicurativo europeo.

Ma l’evoluzione più sorprendente dell’epoca dello zero lower bound forse dobbiamo ancora scoprirla.

(3/segue)

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L’exit comedy della Fed: i rischi Emergenti dell’eurozona

Se smettessimo per un attimo di preoccuparci della Grecia forse sarebbe più agevole notare che i rischi per l’eurozona non arrivano (o almeno non solo) da questo piccolo e rumoroso stato balcanico. Anche perché l’esperienza e il buon senso lasciano immaginare che in qualche modo la Grecia troverà un accordo con i suoi creditori, che magari servirà solo a dilazionare il momento del redde rationem, ma che intanto spingerà fuori dall’uscio il rischio che insidia l’area monetaria.

Senonché talvolta ciò che esce dalla porta rientra dalla finestra e una lettura anche frettolosa dell’ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria pubblicato a maggio scorso dalla Bce lo mostra con chiarezza. Il problema è che questi rischi non sono visibili come quello greco, e come tali non hanno dignità di grande stampa. E tuttavia covano silenziosi,  a riprova di come il garbuglio che è diventato l’economia globale sfugga a tanti finché non sia ormai troppo tardi.

Ci preoccupiamo della Grecia, quindi, ma non del fatto che il Portogallo (vedi grafico) ha un sistema bancario pesantemente esposto nei confronti dell’Angola, un piccolo stato africano di cui pensiamo di poterci disinteressare solo perché è lontano da noi, trascurando di notare quanto e come siano fitti i legami fra le economie, e per le vie più traverse.

Così come non ci preoccupiamo della Spagna, che al momento sembra di nuovo un campione dell’eurozona, perché ha fatto i suoi compiti a casa, una volta che il suo sistema bancario è finito sotto salvataggio, trascurando però di osservare come il sistema bancario spagnolo sia altresì parecchio esposto nei confronti, ad esempio del Venezuela (vedi grafico) e vi risparmio il Brasile.

E figuriamoci se ci preoccupiamo della Francia, fiscalmente periclitante e col conto corrente in riserva da tempo, ma comunque robusta, grazie soprattutto al suo sistema bancario. Che però risulta essere fra i più esposti nei confronti delle compagnie energetiche, sempre dei paesi emergenti.

E il punto è proprio questo. Cos’hanno in comune l’Angola e il Venezuela? Sono paesi produttori di petrolio.

Un altro grafico della Bce ci mostra con chiarezza quanti danni fiscali questi paesi produttori possono subire qualora i corsi petroliferi non tornino a sostenere i loro debiti esteri, in gran parte peraltro denominati in valuta straniera, e per lo più in dollari.

E ricordo pure che un recente studio della Bis ha ipotizzato che sia stato proprio il gran debito contratto dalle compagnie energetiche a far collassare i corsi del petrolio.

Quindi, come il classico gatto che si morde la coda, i paesi emergenti produttori, e le loro compagnie energetiche, hanno disseminato una montagna di debiti nelle pance dei nostri bei paesi europei, che adesso devono augurare una buona salute a questi debitori, per non trovarsi in casa un rischio Emergenti assai più grave, perché insidioso, di quello greco.

Rischio che peraltro deve molto agli esiti della politica monetaria americana. Il rischio per i paesi emergenti dal rialzo dei tassi Usa è praticamente una costante nella reportistica internazionale. Meno osservato è come questo rischio di contagio sia assai più facile si trasmetta all’Europa molto prima che agli Stati Uniti.

Sarà per questo che il Fmi ha chiesto alla Fed di aspettare un attimo prima di alzare i tassi. Almeno fino al 2016.

Per ora.

(2/segue)

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La prudenza del Fmi e l’exit comedy della Fed

Leggo divertito che il Fmi ha fatto sfoggio di grande prudenza suggerendo alla Fed di aspettare il 2016 prima di iniziare ad alzare i tassi, e mi convinco, una volta di più, che tanto è stato facile per la banca centrale americana quintuplicare i suoi asset e azzerare i tassi, tanto sarà difficile tornare alla normalità.

Peraltro il suggerimento del Fmi arriva proprio mentre la Fed deve fare i conti con un certo raffreddamento all’interno del FOMC della banca centrale Usa della passione per l’exit strategy, che già ai tempi del taper tantrum ha fatto i suoi danni, suscitando non poche preoccupazioni fra gli osservatori.

I banchieri americani, infatti, sembrano divenuti improvvisamente consapevoli che un rialzo dei tassi potrebbe essere causa di conseguenza indesiderate sull’ancora fragile ripresa globale.

Se a ciò aggiungente il deludente risultato del primo trimestre del Pil americano, rivisto in ribasso al -0,7% dopo una prima stima positiva per lo 0,2, capirete bene che l’exit strategy americana, timorosa di finire in exit tragedy, ormai si avvia a diventare un exit comedy, laddove il copione cela la sostanza del problema: i tassi bassi e i vari QE sono diventati la trappola nella quale le economie internazionali si sono infilate, sottovalutando le difficoltà di uscirne, e per giunta replicando un copione, quello delle svalutazioni competitive, che non andava in scena dagli anni ’30. A tal punto che l’età dello Zero lower bound potrebbe non essere un semplice incidente della storia, ma un suo tornante inaspettato.

Detto ciò, la questione diventa ancora più interessante se osserviamo il problema dei tassi americani non soltanto dal lato degli effetti, ampiamente previsti, che un loro rialzo può avere sulle economie emergenti che, lo ricordo, hanno debiti per trilioni denominati in dollari, ma notiamo che il contagio può avvenire su diversi canali, dei quali è interessante osservarne almeno due.

Il primo, insospettabile, è il ribasso dei corsi petroliferi, che aldilà dei benefici evidenti sul portafogli delle famiglie consumatrici e sulle bollette energetiche degli stati importatori, ne ha uno meno gradevole sull’equilibrio fiscale dei paesi esportatori.

Il secondo, che in qualche modo deriva dal primo, è l’effetto che una perturbazione economica dei paesi emergenti ha sull’Europa, prima ancora che sugli Stati Uniti, e sull’eurozona in particolare, il cui sistema bancario rimane seriamente esposto nei confronti di questi paesi, e per giunta delle loro compagnie petrolifere, ossia quelle che più patiscono il ribasso del petrolio.

Non è un caso che tali timori siano contenuti nell’ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria che la Banca centrale europea ha rilasciato nel mese di maggio.

Leggendolo ne traggo un convincimento che mi lascia di stucco: l’eurozona non dovrebbe più di tanto preoccuparsi della tenzone greca, ormai giunta al suo epilogo più o meno prevedibile.

Dovrebbe preoccuparsi dell’Angola.

(1/segue)

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