Etichettato: Cina
La pace impossibile fra debitori e creditori
Salgo su una macchina del tempo, gentilmente messa a disposizione dal Fmi, e mi ritrovo nel 2012, a scrutare dall’alto di una statistica le due armate dei debitori e dei creditori globali ergersi l’una di fronte all’altra come colossi e le immagino a guardarsi in cagnesco, sospettando ogni sorta d’intrigo, odiandosi persino, pur sapendosi indispensabili ognuna per l’altra.
Mi chiedo come mai il totale delle posizioni nette degli investimenti esteri dei creditori conteggiate raggiunga il 16% del pil mondiale, mentre quella dei debitori superi il 18%, ma non ho il tempo di approfondire perché la vertigine di queste commensurabili, e insensate, quantità di denaro è meno importante della loro titolarità. Sapere chi sono, i debitori e i creditori, aiuta molto più a comprendere il problema che non la semplice quantificazione del dare e dell’avere.
Nel 2012 il Giappone da solo sommava più del 4% di questi crediti, che sommati a quelli di Cina e Germania, porta le NIIP di questi tre paesi a più della metà del totale. Il resto se lo dividono la Svizzera, Hong Kong, l’Arabia Saudita, Singapore e la Norvegia, mentre la voce “altri” totalizza un altro 2% circa.
Lato debitori, la parte del leone la fanno gli Stati Uniti, con circa il 6% del pil mondiale di NIIP negativa, quasi alla pari col gruppo “altri”.
Dopo gli Usa la palma di peggiore situazione estera ce l’ha la Spagna, seguita dal Brasile, a sua volta molto esposto verso la Spagna. Poi ci sono l’Australia, la Francia, l’Italia, il Messico e la Turchia.
A fronte di questi due aggregati, si verificano situazioni di singoli paesi che soffrono di squilibri rilevanti, relativamente alla dimensione della loro economia. Fra i creditori, il caso più eclatante è quello di Hong Kong, la cui NIIP è positiva per oltre il 250% del pil, mentre Singapore sta poco sotto, un filo sopra la Svizzera. L’Arabia Saudita sta intonro al 100%, mentre nella classifica a due cifre troviamo il Giappone, il Belgio, l’Olanda, la Germania e la Cina. Positivi, ma assai meno eclatanti, le posizioni nette di Russia, Malesia e Corea del Sud.
Fra i debitori primeggia la Spagna, con una NIIP negativa per quasi il 100% del Pil, peggio persino della Polonia e della Turchia. Gli Stati Uniti, sempre nel 2012, avevano un deficit di circa il 15% del Pil, migliore di quello dell’Italia, ma peggiore di quello di Thailandia, Francia, Canada e India.
Risalgo sulla mia macchina del tempo e faccio un salto nel 2013. Ma solo per scoprire che gli squilibri sono peggiorati. Gli attivi sono aumentati a Hong Kong, a Singapore, in Giappone, in Germania e in Cina. I passivi sono peggiorati in Spagna e in Polonia, in Messico e in Brasile, negli Stati Uniti e in Italia, e sono migliorati solo di poco in Turchia e in Australia. Questi ultimi due, nel corso del 2013, hanno subito notevoli svalutazioni, e questo certo li ha aiutati.
Nell’eurozona, peggio della Spagna, hanno fatto solo Grecia, Portogallo e Irlanda che però, nota il Fmi, hanno invertito il trend al contrario di quanto accaduto per gli iberici che dovranno migliorare significativamente il conto corrente per riuscire nell’impresa. Per la cronaca, i tre che hanno “svoltato” stavano fra il 110 e il 120% del Pil di NIIP negativa.
Lato creditori osservo che i trend sono cambiati anche qui di poco. Certo, Hong Kong non registra più il 350% del pil di NIIP positiva com’era nel 2007, ma sta più vicina a 300 che a 250. La Cina è stabile e il Giappone ha pure guadagnato qualche punto percentuale. Anche i grandi creditori dell’eurozona sono stabili: Germania, Olanda e Belgio, esattamente come la Svizzera.
Poiché è irragionevole attendersi grandi cambiamenti nello spazio di un solo anno (e non c’è da augurarseli, atteso che implicherebbero sconvolgimenti gravi), m’imbarco di nuovo sulla mia macchina del tempo e arrivo fino al 2019, dove arrivano le proiezioni del Fmi.
Scopro che, fra i debitori più gravi, sempre ammesso che continui la correzione in atto, l’Irlanda dovrebbe arrivare a una NIIP negativa pari al 40% del suo pil, più o meno al livello del 2007 prima della crisi. Per allora Grecia e Portogallo dovrebbero essere ancora con un -80% del Pil di NIIP e la Spagna dovrebbe essere a -60%, a livello della Turchia, che si prevede peggiorerà, come anche l’Australia.
Fra i creditori, Hong Kong dovrebbe “fermarsi” a una NIIP positiva per il 200% del Pil Cina e Giappone si prevedono stabili al livello attuale, mentre la Germania si prevede migliorerà significativamente superando il Giappone. Quindi anche nel 2019 i magnifici tre, Cina, Giappone e Germania, continueranno a pesare più della metà della massa creditoria globale.
Stanco e un po’ deluso, abbandono la mia macchina del tempo, ormai inutile. Capisco che siamo destinati a invecchiare, a meno di capovolgimenti globali, in questa condizione, dove grandi creditori e grandi debitori, sempre gli stessi, tengono in scacco il mondo con i loro crediti/debiti irredimibili che generano enormi quantità di capitale fittizio.
Queste partite, che mai troveranno la pace del pagamento, sono destinate al contrario a creare tensioni e fibrillazioni, imponderabili, ma, di sicuro, potenzialmente catastrofiche, con ciò negandosi il fine autentico della finanza (dal latino: finis), ossia dilazionare i debiti in vista del pagamento, e trasformandola invece in una diabolica macchina che tali debiti rende infintamente commerciabili e sostenibili.
I due colossi continueranno a guardarsi in cagnesco.
La pace fra loro è assolutamente impossibile.
La Cina prepara la sua prossima crisi bancaria
Perché nessuno possa dire di non esser stato avvertito, una pletora di istituzioni finanziarie ha ripetuto quello che sanno ormai tutti mentre fanno finta di non saperlo: il sistema finanziario cinese sta scricchiolando pericolosamente.
Si può fingere ancora di non sentire il rumore sinistro che ne deriva, come fanno gli investitori esteri che ancora nell’ultimo trimestre del 2013 hanno dirottato prestiti bancari per oltre 80 miliardi di dollari in Cina. O si può pretendere che la Cina sia invulnerabile, contando sulla mole delle sue riserve e dei suoi attivi commerciali, come sembrano auspicare i tanti attratti dal finto miracolo economico cinese.
Si può, ma se si avesse memoria si guarderebbe a un tempo assai vicino al nostro che al nostro somiglia assai pericolosamente.
Vi faccio qualche esempio.
Parte 1: “La crisi finanziaria ha anche messo in evidenza la fragilità del sistema finanziario cinese. Negli ultimi anni era divenuta sempre più manifesta la presenza di crediti in sofferenza nei portafogli delle principali banche statali (…). Sono stati inolte formulati programmi per la ristrutturazione delle banche e per un rafforzamento della normativa prudenziale”.
Parte 2: “I crediti verso i veicoli governativi locali sono cresciuti rapidamente negli anni recenti fino a 19 trilioni di yuan e alcune analisi suggeriscono che circa la metà di questi crediti siano non performing”.
Parte 3: “La rapidissima crescita ha creato un clima di continua espansione della domanda, favorendo uno straordinario aumento del rapporto credito bancario/PIL che non trova equivalenti nella recente storia dei paesi industriali”.
Parte 4: “Il settore delle banche commerciali in Cina è diventato molto grande, con un totale di asset che eccede il 200% del Pil, un livello che spesso presagisce crisi finanziarie”.
Parte 5: “Una causa di fragilità del sistema finanziario cinese sta nel fatto che le precedenti politiche di prestiti amministrati hanno lasciato un retaggio di crediti in sofferenza.Alcune banche hanno assunto esposizioni eccessive, nell’aspettativa implicita di un sostegno ufficiale qualora fossero subentrate difficoltà”.
Parte 6: “Il rischio di una crisi sistemica del sistema finanziario cinese dipedenderà dalla risposta dell’autorità”.
Bene, il gioco è semplice: alcune di queste frasi sono tratte dai rapporti annuale della BIS (l’italiana Bri) del 1997 e del 1998. Altre dal recente outolook sull’economia internazionale rilasciato dal’Ocse pochi giorni fa che, guarda caso, dedica un approfondimento proprio al periclitante sistema finanziario cinese. Ricorderte che pochi giorni fa anche il Fmi si era occupato della Cina, e in particolare del suo crescente sistema bancario ombra.
Credo sia inutile stare a sottolineare chi abbia detto cosa e quando: il succo è che la Cina si è di nuovo infilata nel tunnel di una probabile crisi bancaria, esattamente come era successo nella seconda metà degli anni ’90, quando il paese sperimentò un afflusso record di capitali esteri, con un sistema bancario sostanzialmente in bilico.
Gli studiosi delle cineserie ricorderanno che il governo, nella prima metà degli anni ’90, aveva creato le prime banche commerciali separandole da quelle più propriamente di sistema. Era caduto il muro e anche i mandarini cinesi volevano darsi un’aria di novità. Dimenticando però che le sedicenti banche commerciali avevano ereditato una mole di crediti più o meno inesigibili concessi ai tempi dei prestiti amministrati. E senza considerare che pure se formalmente commerciali, le banche rimanevano di proprietà pubblica, e quindi braccio finanziario delle politiche del partito.
Venne fuori, anche in conseguenza dello scoppio della crisi asiatica del ’97, che un buon 15% degli attivi di queste banche aveva crediti più o meno inesigibili. Il governo dovette intervenire e ricapitalizzare. Furono anche varate restrizioni regolamentari per evitare che la crisi si ripetesse, e per qualche anno il giocattolo si rimise in piedi.
Ma poi è arrivato un nuovo diluvio di soldi, nel primi dieci anni del XXI secolo. La Cina si è trovata nuovamente a dover gestire incredibili afflussi di capitali e una crescita al 10%, proprio come nel ’97, e la sensazione, assai perniciosa, di essere invincibile.
Per eludere le regole che disciplinavano il credito, le banche hanno replicato la lezione americana: ed ecco l’esplosione dello shadow banking. L’Ocse stima che il valore che muove il sistema bancario ombra oscilli fra il 44 e il 69% a fine 2012.
Le banche hanno portato fuori bilancio prestiti che non avrebbero potuto concedere ad entità privi dei requisiti prudenziali minimi. E per farlo hanno usato dei veicoli a loro non direttamente riconducibili. Al contempo, i destinatari di questi prestiti, per lo più entità finanziarie, si prendevano l’incarico di gestire i soldi dei cinesi ricchi, garantendo loro rendimenti più elevati dei normali depositi bancari. I famosi Wealth management product (WMPs) già oggetto delle amorevoli attenzioni del Fmi.
I soldi dei ricchi cinesi, remunerati a tassi più alti dei depositi bancari, sono finiti poi in mano ai famigerati Local Government financing Vehicles (LGFVs), ossia entità espressione dei governi locali, ai quali i regolamenti governativi hanno reso molto difficile prendere a prestito dalle banche. Perciò le banche hanno iniziato a prestar loro indirettamente tramite le banche ombra. Ed è ripartito il bengodi.
Oggi come negli anni ’90, i cinesi si sono accorti che una quota significativa di questi crediti concessi sono assai difficili da esigere. E parliamo di circa 19 trilioni di yuan di prestiti, pari al 37% del Pil a fine 2012.
Ricapitolo: le banche cinesi sono pesantemente esposte, anche se tramite le loro entità ombra, verso i veicoli finanziari dei governi locali. E, come se non fosse già pericoloso, sono anche molto esposte verso l’immobiliare. Questa esposizione pesa complessivamente circa il 30% del totale dei loro prestiti.
A proposito: gli asset totali del sistema bancario “ufficiale” cinese sono passati dai 53,1 trilioni di yuan del 2007 ai 151,4 del 2013, quindi sono triplicati, mentre il loro peso in relazione al Pil è passato dal 119,8% al 266%. Ciò nonostante, le banche esibiscono requisiti patrimoniali in ordine, capaci quindi di accollarsi le eventuali perdite delle loro banche ombra. Sempre che, è così non sembra che sia, i bilanci bancari cinesi incorporino con trasparenza l’esposizione fuori bilancio.
Come vedete, sembriamo tornati agli anni ’90. Il sistema è più sofisticato, appaiono nuove sigle, ma il succo rimane sempre lo stesso: un sistema bancario caracollante, peraltro fortemente dipendente dall’andamento dei corsi immobiliare, che semina rischi in giro per l’Asia. E per fortuna che finora i legami finanziari della Cina sono ancora tenui. Dovremmo ricordarci, come lavorano le banche cinesi, ogni volta che leggiamo di qualcuno che auspica l’apertura del conto capitale della Repubblica popolare.
Ma questo non vuol dire che una crisi bancaria cinese non avrebbe conseguenze sul resto del mondo. “Il rischio di ricadute finanziarie e commerciali internazionali potrebbe essere più grande di quanto previsto dai soli collegamenti diretti”, scrive oggi l’Ocse. Perché è vero che il sistema bancario cinese è ancora poco integrato con quello internazionale, ma “una turbolenza finanziaria in Cina può indebolire il sentiment degli investitori internazionali con conseguenze negative anche per la stabilità finanziaria degli altri paesi emergenti”.
In particolare sottolinea l’Ocse, il contagio “può passare da Hong Kong, dove grandi compagnie cinese e banche hanno presenze significative nel mercato azionario”, per non parlare dell’effetto indotto dai legami commerciali.
Perché nessuno possa dire che mai avrebbe immaginato sarebbe successo, ricordatevi di questa situazione una volta che l’America inizierà ad alzare i tassi, come fece nel 1994 dando il via a una catastrofe planetaria che cominciò dal Messico e colpì tutti i paesi emergenti.
Una crisi bancaria cinese non sarà certo la fine del mondo.
Ma la fine di un mondo di sicuro sì.
Il drago capitalista assedia la Grande Muraglia cinese
Nella grande confusione di significati che accompagna di solito il termine “mercato del capitale”, spesso viene trascurato il suo senso più evidente: ossia fare mercato del capitale. Quindi vendere e comprare il capitale secondo la legge della domanda e dell’offerta.
I misteriosi mercati dei capitali, perciò, non sono altro che sofisticate bancarelle dove si può comprare o vendere denaro, sotto forma di strumenti finanziari (depositi, titoli, eccetera).
I misteriosi mercati finanziari, quindi, non sono altro che compravendite di denaro.
Il presupposto filosofico che rende possibile la vendita di denaro è che esso sia una merce, al pari delle altre merci che si scambiano in un contesto di un’economia di mercato.
Ciò serve a sottolineare una cosa che spesso si confonde: il mercato dei capitali è una modalità dell’economia di mercato. Quindi il capitalismo (inteso come mercato dei capitali) NON è l’economia di mercato, ma una sua derivata sui generis che trova la sua ragion d’essere in un pensiero molto concreto. Ossia che il denaro, in quanto tale, abbia un valore intrinseco. Che sia quindi riserva di valore, e che perciò meriti di essere remunerato tramite il meccanismo dell’interesse.
Ciò provoca che il mercato del capitale sia in qualche modo “alternativo” al mercato dei beni. Se investo su un’obbligazione, perché magari più liquida e remunerativa, non investo su un negozio di gelati, per essere chiari. La famosa distanza fra finanza ed economia reale.
Perché questa noiosa premessa? Sennò non si capisce perché la Cina sia diventata la Grande Speranza del mercato del capitale. La Cina, con i suoi tassi di crescita e la sua economia gigantesca, potrebbe dare una dimensione al mercato dei capitali mai vista prima nella storia. Un’enorme torta fatta e imbottita di denaro.
Perciò il drago capitalista, potente e attraente come vuole la tradizione cinese, marcia a tappe forzate verso il gigante asiatico. Di fronte a sé, tuttavia, si erge la Grande Muraglia: i controlli di capitale, che la Cina tiene ancora ben serrati.
Ma la muraglia lentamente si sta erodendo. Gli stessi cinesi hanno voglia di entrare a far parte, una volta per tutte, nel grande gioco della finanza globale, del capitale liberamente circolante, che fa la gioia (e le crisi) delle economie avanzate da più di trent’anni.
Sarà per questo che la Bank of England ha dedicato alla questione un breve saggio nel suo ultimo Quaterly review intitolato “Bringing down the Great Wall? Global implications of capital account liberalisation in China”.
Il great wall, (la Grande Muraglia), altro non è che il controllo del conto capitale cinese. Una volta messo da parte si potrà (semplificando) denominare in renmimbi asset finanziari e renderli liberamente commerciabili su tutte le piazze del mondo. A cominciare da quella di Londra, manco a dirlo. Che già si è portata avanti, ma non è l’unica. Anche i tedeschi si stanno attrezzando per l’affare del secolo.
Ma per adesso questi controlli rendono pressoché impossibile per i residenti cinesi comprare o vendere asset all’estero e ai cittadini esteri comprare o venderer asset cinesi. Una bella scocciatura, per il nostro drago.
Che lo sia davvero, l’affare del secolo, è scritto nei numeri. Secondo la BoE tale liberalizzazione, cui seguirebbe l’internalizzazione del renminbi, avrebbe un grande impatto nel sistema finanziario globale (sempre la bancarella di cui sopra, ndr). La posizione lorda degli investimenti internazionali cinesi potrebbe crescere dal 5 al 30% del Pil mondiale entro il 2025″.
Che poi significa che il mondo sarebbe molto più cinese di quanto lo sia oggi.
Le autorità cinesi, ricorda la BoE, hanno confermato anche di recente di essere intenzionate a proseguire nel lento cammino di liberalizzazione dei capitali intrapreso a piccoli passi negli anni scorsi con l’apertura di alcune piazze off shore dove si può contrattare qualche strumento finanziario denominato in renminbi con diverse restrizioni e per lo più per transazioni correnti o a fini di riserva. Ma sono bruscolini. “A fronte di di un 10% di quota del Pil mondiale e un 9% di quota del commercio globale, la Cina ha meno del 3% di quota di asset/debiti all’estero. Il sistema bancario cinese è il più grande nel mondo per asset totali, ma è anche uno dei più concentrati sul mercato domestico e ancora poco usato per le transazione fuori dalla Cina”.
I passi più rilevanti, insomma, devono essere ancora fatti e potrebbero condurre “a una crescita più bilanciata e sostenibile in Cina e aiutare a riequilibrare la domanda globale”.
Ma perché allora, vi chiederete, non li fanno subito questi passi?
Il problema è che il drago capitalista è una bestia pericolosa. Seppure seduce con la sua promessa di potenza, altrettanto rischia di farvi finire in cenere qualora dovesse digerire male. Per nulla piacevole avere sul collo il fiato del drago.
“La storia di altri paesi – scrive la BoE – suggerisce che gli episodi di liberalizzazione del conto capitale possa essere accompagnata da rischi per le economie domestiche e la stabilità finanziaria, che potrebbero avere impatti sul sistema finanziario globale”.
Basta ricordare cosa è successo dal 2008 in poi nello splendido mondo delle economie con i capitali liberi per capire di cosa parla la BoE.
Nel caso della Cina, poi, ci sarebbe l’aggravante sistemica di un’economia che si candida ad essere la seconda del mondo. Aprire il conto capitale della Cina comporterebbe esporla ai marosi della fiducia, che noi tutti conosciamo bene, e al potenziale destabilizzante dei capitali esteri, che per adesso entrano in Cina quasi esclusivamente come investimenti diretti, peraltro assai bene remunerati, visto che la Cina vive il curioso paradosso di essere il più grande creditore del mondo con un saldo negativo sul lato dei redditi della bilancia dei pagamenti.
E tuttavia, nota la BoE “dalla grande crisi del 2008 c’è stato un rilassamento nei controlli in alcune aree”.
La seduzione del drago è inevitabile, e non è certo un caso che se ne occupi la BoE, portabandiera del più grande centro finanziario del mondo.
Purtroppo, nota la BoE, “il governo non ha ancora pubblicato una road map di questo processo”, anche è se probabile che “ci vorrà almeno un decennio”.
Nel 2024, dunque, il processo potrebbe essere completo. E la Cina diventare l’America asiatica, “una forza di stabilità e di crescita non solo per la Cina stessa ma il sistema monetario e finanziario internazionale”.
Manco a farlo apposta, il 2024, nel calendario cinese, è l’anno del Drago.
I Brics preparano il governo ombra
C’è un pizzico di megalomania e tanta buona volontà nelle dichiarazioni d’intenti dei cinque paesi – i famosi Brics – che oggi e domani si vedranno in Sudafrica, a Durban, per discutere delle sorti magnifiche e progressive del mondo a venire. Un mondo nel quale, manco a dirlo, Brasile, Russia, Cina, India e Sudafrica giocheranno un ruolo sempre più importante. Se non altro per il loro peso demografico.
Qualche numero aiuterà a capire. Il prodotto interno lordo dei Brics rappresenta il 21% del Pil mondiale. I Brics occupano il 26 per cento della superfice del pianeta e totalizzano il 42% della popolazione mondiale.
Qualche giorno fa i giornali russi riportavano le roboanti dichiarazioni di Putin, secondo il quale “è necessario trasformare i paesi in via di sviluppo nel nuovo centro di influenza euroatlantica”. Il piano prevede di creare anche un’alternativa alla Banca Mondiale e al Fondo Monetario Internazionale. L’istituto, che prenderà il nome di Banca dello Sviluppo, sarà un centro nevralgico per la raccolta delle informazioni e delle analisi della situazione economica attuale che sarà dunque un’alternativa agli esistenti rapporti forniti da FMI e BM, analisi, fa sapere il premier che potrebbero anche discostarsi da quelli fino ad ora conosciuti. Per completare l’opera Putin vuole regalare all’Occidente anche una nuova agenzia di rating. In pratica un occhio “indipendente” sul mondo dell’economia.
Quale sia il disegno è chiaro: fare dei Brics una specie di G5.
Replicare in piccolo il sistema di potere che ha consentito ai vincitori della seconda guerra mondiale di restare in sella per 60 anni, istituendo anche una sorta di governo ombra del sistema finanziario, può anche essere una trovata interessante, in un mondo che ormai tutti dicono multipolare, ma sconta un problema di fondo: la fragilità dei suoi partecipanti.
Una fragilità che è innanzitutto finanziaria. Se guardiamo alla posizione netta sull’estero dei cinque Brics, servendoci delle statistiche del Fondo monetario internazionale, scopriamo che il Brasile, nel 2011, aveva un debito netto con l’estero pari al 33,12% del Pil; la Russia, sempre nel 2011, ha realizzato un saldo netto positivo pari al 7,97% del Pil, ma fino al 2008 era negativo per l’11,47%, segno di una situazione finanziaria sempre troppo esposta alle turbolenze e alla connotazione energy-based del proprio export. La Cina mantiene un saldo netto positivo per il 23,71% (dato 2011) del Pil, ma ben lontano dal 32% del 2008 e in costante calo dal allora. L’India ha visto il suo saldo negativo ampliarsi dal 5,9% del Pil del 2007 al 12,4 del 2011. Quanto al Sudafrica, il saldo è stato sempre negativo con una punta del 23% nel 2007 fino al 6,7985 del 2011.
Questo se si guardano solo i conti esteri.
Che tale fragilità sia ben nota ai cinque Brics lo dimostrano i primi atti che dovrebbero essere firmati in questo meeting. Banca mondiale ombra a parte, uno dei primi incontri previsti è quello fra le autorità brasiliani e quelle cinesi per regolamentare le transazioni effettuate non più in dollari, ma nelle rispettive monete. Il che la dice lunga sullo spirito dell’iniziativa: mettere d’assedio il principale strumento grazie al quale viene esercitata l’egemonia euroatlantica: il sistema monetario internazionale basato sul dollaro fluttuante.
Che i primi tentativi in tal senso vengano effettuati da Brasile e Cina non deve stupire, visti i rapporti sempre più intensi fra i due paesi. Un esempio basterà a chiarire: il volume degli scambi tra il Brasile e gli altri Brics è quasi raddoppiato in quattro anni: nel 2008, era di 48 miliardi di dollari e nel 2012 è stato di 95 miliardi di dollari. E la Cina è diventata lo scorso anno il primo partner commerciale del Brasile, scavalcando gli Stati Uniti. Ma i saldi netti esteri dimostrano come tale intensa attività di scambi sia fortemente sbilanciata.
Aldilà di come finirà il meeting di Durban, è evidente che due diverse visioni del mondo stanno emergendo e finiranno per contendersi l’egemonia globale. La prima, quella che Putin chiama euroatlantica, è destinata a confrontarsi con la visione emergente, quella eurasiatica, visto il peso relativo di Russia, Cina e India nei Brics.
Non è un caso che l’Europa stia in mezzo.
Il silenzioso tramonto di Cindia
I segnali si vedono, chiari e forti, ma non se ne parla, come se la grancassa suonata in tutti questi anni abbia provocato una forma di pudicizia negli osservatori, che oggi voltano lo sguardo di fronte alla luce del tramonto dei due giganti d’Oriente, ossia Cina e India.
Eppure il destino di Cindia dovrebbe riguardarci, visto che sulla magnifiche sorti progressive del sub continente e della terra di mezzo i paesi ricchi hanno investito massicce dosi di ottimismo. O forse è proprio per questo che oggi, schiacciato dalla crisi e spaventato dal futuro, l’uomo d’occidente diventa pudico e guarda altrove.
Vediamoli questi segnali, dunque.
L’ultimo in ordine d’arrivo è l’analisi del Composite leading indicator point elaborato dall’Ocse, ossia l’indice che misura e anticipa il momento di ripartenza (o di stasi) di un’economia. L’indice parte da una base 100, superata la quale inizia la stagione di crescita.
Gli unici paesi che nel 2012 hanno superato questa linea sono stati il Giappone, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, ossia quelli che stanno sperimentando notevoli allentamenti monetari. Il campione d’europa, ossia la Germania, ha registrato una crescita costante dell’indice, che quotava 98,7 nel settemebre 2012 e agennaio 2013 era già a 99,6, ma non sta ancora in ripresa. Persino l’Italia è migliorata, da 99 a 99,3, mentre la Francia è stabile a 99,5. Dati che fanno concludere all’Ocse che questi paesi sono alle prese con una ripresa già iniziata o in via di partenza, per la gioia di tutti.
Il discorso cambia quando andiamo a vedere i risultati dell’indice per India e Cina. L’indice per l’India quotava 98 a settembre 2012 e adesso è scivolato a 97,2, e la curva che ne raffigura l’andamento vira con decisione verso il basso. L’Ocse parla di crescita che va giù. Di poco diversa la situazione della Cina che, partita da un indice a 99,5 nel settembre 2012 è scivolata a 99 nel gennaio 2013. Una situazione che l’Ocse definisce di crescita moderata.
Stando così le cose si potrebbe pensare a una congiuntura sfavorevole, ma limitata nel tempo. Perciò ci siamo andati a leggere l’outlook 2013, sempre dell’Ocse, per l’intera regione del Sud Est asiatico pubblicato di recente, dove i tecnici hanno monitorato le economie dell’area con previsioni fino al 2017. Lo scenario che viene fuori non è rassicurante.
Relativamente alla Cina, la stagione della crescita a due cifre, quella fra il 2000 e il 2007 sembra ormai alle spalle. Per il quinquennio 2013-2017 l’Ocse stima un Pil medio intorno all’8%, che se è comunque un grosso risultato rispetto alle anemiche economie occidentali, è un chiaro segnale di rallentamento.
Lo stesso vale per l’India. Fra il 2000 e il 2007 la crescita media è stata del 7,1%. Per i prossimi cinque anni si andrà di poco sopra il 6%.
In comune i due giganti hanno che le previsioni preconizzano un rallentamento della domanda di beni dall’esterno. Ciò vuol dire che tutte le economie dell’area, nella quale Cindia fa la parte del leone, dovranno fare i conti negli anni a venire con un calo dell’export destinato a cambiare il volto delle loro economie export-led.
La crisi d’Occidente, insomma, fa venire meno i consumi e quindi le importazione dall’estero, ed è giocoforza che a pagarne il prezzo più salato siano le economie che sui consumi insaziabili dei paesi ricchi hanno costruito le loro fortune.
L’Ocse prevede infatti che i driver della crescita nell’area del Sud Est asiatico saranno sempre più i consumi interni, e gli investimenti, piuttosto che la domanda di beni dall’esterno.
In particolare, l’Ocse stima che i governi dell’area dovranno sempre più investire sui welfare locali e sulle infrastrutture, da un parte, mentre la crescita di ricchezza garantirà una crescita dei consumi interni, e quindi della importazioni.
Tale cambiamento, che non è esagerato definire epocale, dovrà fare i conti con le enormi disparità che ancora si annidano in questi grandi paesi, dove la crescita della classe media, ormai irrefrenabile, contribuirà sempre più a squilibrare le bilance dei pagamenti, con conseguenze dirette sulla crescita del Pil.
Sempre che i governi riescano a sanare alcune inefficienza strutturali che riguardano la capacità di riscuotere le imposte, il flusso dei capitali esteri e la gestione delle tuttora corposa “dollarizzazione” degli scambi interni, che falsa notevolmente il monitoraggio dell’inflazione.
Su questo scenario grava l’incognita del fuuro dell’America. Se la crescita ripartirà al galoppo negli Usa, anche i paesi asiatici non potranno che giovarsene, ma è evidente che ormai non potranno sottrarsi alla necessità di irrobustire la propria domanda interna per garantirsi lo sviluppo.
Una lezione che Cindia sembra aver compreso.
A differenza di quanto accade in Europa.
Cingolati valutari per l’avanzata cinese
Tutto il mondo conosce la capienza delle riserve valutarie cinesi, che a fine 2011 quotavano circa 3.200 miliardi di dollari, in larga parte espresse in valuta estera. Di meno si sa del grande flusso di investimenti esteri che la Repubblica popolare ha disseminato in mezzo mondo.
Eppure il tema è assai rilevante, visto che è chiaro a tutti che le politiche di investimento hanno molto più a che fare con la geopolitica che con la ricerca di rendimenti soddisfacenti. Se un paese investe in un altro, difficilmente lo farà per spuntare solo un buon rendimento. Era già così ai tempi della prima grande globalizzazione, fra il 1870 e il 1914, quando il flusso globale degli investimenti esteri, che era ben poca cosa rispetto ad oggi (circa il 55% del Pil delle maggiori economie, rispetto al 160% raggiunto ai nostri giorni), orientava politiche di alleanze e partnership commerciali.
A fare i conti in tasca agli investitori cinesi ci ha pensato il McKinsey Global Institute che al tema ha dedicato un capitolo del suo corposo rapporto sul futuro della globalizzazione finanziaria presentato qualche giorno fa.
Viene fuori che, sempre fine 2011, il governo cinese aveva asset esteri per circa 1.500 miliardi. Il dato interessante è che la gran parte di questi asset sono detenuti nei paesi sviluppati, mentre la gran parte dei prestiti concessi, circa 838 miliardi di dollari, sono impegnati nei paesi in via di sviluppo.
Quindi i cinesi “comprano” asset nei paesi sviluppati, e prestano risorse ai paesi in via di sviluppo.
Questa strategia a tenaglia ha il doppio vantaggio, da un parte, di assicurarsi partecipazioni in settori strategici dei paesi sviluppati, e di orientare le politiche economiche nei paesi in via di sviluppo.
Per dare un’idea come l’avanzata delle armate cinesi, condotta con carri armati gonfi di dollari, sia cresciuta esponenzialmente negli ultimi anni, basta solo un dato: le aziende cinesi avevano investimenti all’estero per appena 33 miliardi nel 2000. A fine 2011 erano già 364 miliardi, oltre dieci volte tanto.
Interessante anche capire quali siano i paesi destinatari di tanta generosità. Il primo della lista è il Venezuela, che fra il 2005 e il 2011 ha assorbito il 38,5% dei prestiti cinesi. Secondo, il Brasile, con l’11,5%. In questo caso la scelta è facilmente comprensibile, visto che sono paesi esportatori di quelle materie prime di cui la Cina ha un disperato bisogno.
Ma il fatto si fa ancor più curioso se si osserva come la Cina abbia proprio un debole per l’America Latina, che con il 13% del totale dei prestiti riscossi guadagna il secondo posto fra i destinatari dei prestiti cinesi (al primo ci sono i paesi emergenti dell’area asiatica con il 15%).
Dopo il Brasile, infatti, nella classifica c’è l’Argentina, con il 10% del totale dei prestiti cinesi. Poi l’Ecuador (6,3%), il Perù (2,2%), il Messico (1%). Qualcosina è andato anche alle Bahamas (2,2%). Da un punto di vista strategico è come se la Cina avesse piazzato i suoi carri armati di dollari proprio ai confini dell’impero americano.
Il dettaglio non è sfuggito ai tecnici del McKinsey, che infatti notano come il totale degli investimenti cinesi nell’area latinoamericana abbia superato di gran lunga quelli della Banca Mondiale e persino quelli della Banca dello sviluppo Inter-americana. Con un picco, per giunta, proprio a partire dal 2007, quando gli investimenti nell’area aumentano del 350%.
Dopo, con l’11% del totale dei prestiti, viene l’Africa, con preferenza anche qui per i paesi che hanno a che fare con le commodity, petrolio in testa.
Che la strategia cinese corrisponda a un preciso posizionamento geopolitico, lo dimostra anche il confronto con quello che fanno gli altri paesi gonfi di riserve, ad esempio quelli mediorientali. Questi ultimi limitano la loro attività “filantropica” ai paesi vicini, o, al limite al Nord Africa. Un emiro si guarda bene di prestare soldi ai satelliti americani.
Al contrario dei cinesi.
Il Fondo monetario prevede un biennio in chiaroscuro
L’ultimo rapporto del Fondo monetario sull’economia internazionale, scritto in occasione del meeting dei ministri delle finanze e dei governatori delle banche centrali del G20, che si è tenuto a Mosca la settimana scorsa, è un delicato esercizio di stile. A fronte dei noti squilibri internazionali che hanno provocato, scrive, la peggiore crisi dal dopoguerra, il Fondo non può far di più che affidarsi scaramanticamente al genio dei mercati e cavarsela con il più classico degli espedienti. Una roba tipo: le cose vanno meglio, ma potrebbero peggiorare.
D’altronde, sarebbe ingeneroso chiedere di più alle previsioni economiche. E’ interessante però leggerle perché, al di là di ciò che dicono sul futuro, aiutano a capire lo stato del presente.
A livello sistemico, ormai l’economia si è quadripolarizzata. Gli attori sono gli Stati Uniti, il Giappone, l’Eurozona e i paesi emergenti. Ognuno di questi attori presenta luci e ombre, che si ripercuotono sull’outlook globale. Il Pil del mondo, tuttavia, è previsto in crescita dal 3,2% del 2012 al 3,5% del 2013 e al 4,1% del 2014. Il grosso della fatica, tuttavia, la faranno gli emergenti, la cui crescita è prevista al 5,5% nel 2013 e al 5,9% nel 2014. L’Eurozona dovrà fare i conti con un 2013 in recessione (-0,2%) e un 2014 con un risicato +1%, mentre gli Stati Uniti si prevede spunteranno un +2% quest’anno e un +3% l’anno prossimo. Persino il Giappone è previsto faccia meglio della zona Euro, con un +1,2% quest’anno e un +0,7 il prossimo. L’Italia rimane fanalino di coda, con un -1% quest’anno e un povero +0,5% l’anno prossimo.
Fin qui le buone notizie, chiamiamole così. Perché su questo scenario di crescita col freno a mano – la Cina, tanto per dire si prevede stabile intorno all’8% e l’India intorno al 6% – incombono tali e tante incognite che dovremmo brindare a champagne se tali risultati si verificassero.
A parte le incognite politiche, le elezioni italiane piuttosto che quelle tedesche, che il Fondo non trascura di menzionare, sono le grandi questioni macroeonomiche – che pure politiche sono – a preoccupare gli esperti del Fondo. Non a caso il paper si intitola “Global prospects and policy changelles”. Perché è vero che i mercati finanziari sono alle prese con un mini-boom, ma è vero altresì che ci sono ancora rischi rilevanti di nuovi sconvolgimenti. Perciò è necessario che ognuno faccia i propri compiti a casa.
L’eurozona, ad esempio, dovrebbe procedere speditamente verso una autentica unione economica e monetaria, per dare alla politica monetaria la capacità di trasmettersi davvero all’economia reale. Finora le trovate della Banca centrale sono servite a dare ossigeno ai mercati finanziari, ma tali stimoli si sono trasmessi con estrema lentezza al tessuto produttivo. Da qui la crescita al lumicino.
Se poi andiamo a vedere nel dettaglio, scopriamo che gli squilibri di cui soffre l’eurozona sono tutt’altro che sistemati. Le partite debitorie/creditorie dell’eurosistema delle banche centrali, ad esempio, vedono un costante aumento dei crediti tedeschi a fronte di un pressoché simmetrico aumento dei debiti di Spagna e Italia a cui corrisponde un allargamento dei corrispondenti spread. Da qui l’esortazione del Fondo a risolvere gli squilibri nei settori pubblici e privati e a mettere in campo politiche per aumentare la competività. Che in un’area monetaria unica significa svalutare i fattori della produzione, lavoro in testa.
Se andiamo negli Usa, a fronte di alcuni segnali positivi, come quelli che arrivano dal settore immobiliare che secondo il Fondo “è sano”, rimane aperta la madre di tutte le questioni: quella fiscale. Sui mercati pesa come un macigno l’incognita del tetto del debito e soprattutto quella dell’andamento di tale debito in futuro.
E lo stesso vale per il Giappone. Il varo dei piani di stimolo e la politica monetaria accomodante non potranno sopire a lungo i timori dei mercati. “In generale – scrive il Fondo – i paesi avanzati dovranno ridurre l’incidenza dei fattori connessi all’invecchiamento e alla salute sui propri bilanci”. Facile a dirsi.
Se guardiamo agli emergenti, la loro forza (i crediti) sono basati sulle debolezze degli altri paesi (i debiti), ma a ben vedere c’è il rischio che non si tratti di forza, ma di debolezza ben mascherata. Agli emergenti il Fondo raccomanda di ripensare lo spazio fiscale, per rilancia la domanda interna e gli investimenti, e di tenere gli occhi ben aperti sulla crescita del credito, pompata dagli afflussi netti dai paesi avanzati. Il rischio di bolle, aumentato dalle politiche monetarie espansive dei paesi avanzati, incombe sugli emergenti tanto quanto (se non di più) sugli altri.
La conclusione è quasi sconfortante: “Gli squilibri globali si sono ridotti notevolmente, ma le vecchie sfide sono rimaste senza risposta”. Peraltro, nota il Fondo, molti di questi squilibri si sono corretti solo perché sono crollate le domande interne nei paesi in difficoltà, come è successo in Italia, e perché è aumentata la produttività, grazie al calo del costo del lavoro.
Ciò illustra con chiarezza che la strada è già segnata per metà Europa. Nei paesi in difficoltà, quindi anche il nostro, le politiche di austerità favoriranno l’aggiustamento del mercato del lavoro. Quindi i cittadini avranno salari più bassi per migliorare la competitività. Ciò provocherà minori consumi e meno import, mentre le nostre aziende (cambio permettendo) potranno esportare di più, contribuendo così a correggere gli squilibri con l’estero. A fronte di tale situazione “deflazionaria” nell’Europa del Sud, tuttavia, dovrà irrobustirsi la domanda interna dei paesi emergenti e della Germania, visto che non è pensabile che gli Usa, alle prese con i propri problemi fiscali, ce la facciano a lungo da soli a tirare la carretta della ripresa mondiale né ci si può aspettare granché dal Giappone.
Il biennio in chiaroscuro previsto dal Fmi illustra una cosa: in un sistema quadripolare come quello attuale più che un equilibrio di forze si realizza un equilibrio fra massime debolezze.
Ed è già chiaro chi pagherà il conto.
Caccia grossa alle riserve cinesi
Ci siamo già occupati del fenomeno del boom di riserve accumulate dai paesi emergenti in concomitanza con l’esplosione degli asset finanziari nei paesi cosiddetti ricchi. Quello che non sapevamo, ma che abbiamo scoperto leggendo un interessante paper diffuso pochi giorni fa dal Nber, è che gli accademici stanno già ragionando su come tale stock di riserve possa influenzare il futuro del sistema monetario.
Il titolo stesso dello studio è assai eloquente: Il futuro della liquidità internazionale e il ruolo della Cina. Prima di addentrarci nel dettagli, vale la pena anticipare una conclusione. Lo status di potenza creditrice raggiunto dalla Cina nell’ultimo decennio ha condotto il Paese a diventare un serio candidato al ruolo di pietra angolare del sistema finanziario globale. O, per dirla in altro modo, i debiti dell’Occidente rischiano di consegnare all’Oriente copia delle chiavi del futuro. Questo suggerisce la teoria economica. In pratica la partita sarà assai più politica, come dimostra l’annuncio dell’avvio dei dialoghi per creare uno spazio economico-commerciale fra Usa e Ue fatto prima da Obama e poi da Barroso proprio poche ore fa.
Il paper riepiloga un simposio tenutosi a Pechino fra il 30 ottobre e il primo novembre 2011, quindi alcuni dati sono un po’ obsoleti. Ma il succo non cambia. Secondo l’autore dello studio, Alan M.Taylor, il mondo rischia una terza crisi monetaria, sul modello di quanto accadde nel 1930, quando la sterlinà abbandonò il gold standard, e nel 1971, quando gli Usa sganciarono il dollaro dall’oro. Ciò anche perché la notevole integrazione finanziaria raggiunta, che purtroppo si è scoperta essere associata con una grande turbolenza, sta facendo crescere in maniera esponenziale la domanda di riserve. Ed è proprio questa domanda che rischia di far collassare l’equilibrio monetario attuale basato sul dollaro.
Il punto di partenza è il cosiddetto paradosso di Triffin, dal nome dell’economista che l’ha formulato nel 1960. Ossia la circostanza che se la moneta di uno Stato viene usata come valuta di riserva mondiale, lo Stato in questione dovrà fornire agli altri stati moneta sufficiente per soddisfare la loro domanda di valuta di riserva, causando quindi un deficit della bilancia dei pagamenti, in particolare sul conto corrente. Se la domanda di riserva cresce esponenzialmente, in pratica, rischia di saltare il banco. Può accadere che gli altri stati non abbiano più voglia di sostenere gli squilibri della bilancia dei pagamenti dello stato-moneta con la conseguenza di una crisi valutaria prima e sistemico-monetaria poi. E’ già successo, e potrà succedere, nota Taylor.
La prima questione è misurare la domanda di riserve. Dal 1990 al 2010 (tempo monitorato dalla ricerca) il rapporto Riserve/Pil nei paesi avanzati si è attestato intorno al 4%. Nei paesi emergenti tale rapporto è schizzato al 20%: il quintuplo. In valori assoluti, lo stock di riserve globali è passato dai 200 miliardi di dollari a circa 12.000: si è moltiplicato per 60. Da dove è arrivato tutto questo denaro? E soprattutto, dove è finito?
Cominciamo dalla seconda domanda. La lettura dei grafici pubblicati nello studio mostra con chiarezza che fino a metà 2005 lo stock di riserve dei paesi emergenti era più basso di quello dei paesi sviluppati. Poi avviene il sorpasso. Da quel momento la curva schizza in alto e continua a crescere, salvo una breve flessione fra il 2008 e il 2009.
Quindi sono i paesi emergenti a mettere fieno in cascina per i più svariati motivi, ma sostanzialmente per una buona ragione: anni e anni di crisi hanno insegnato agli emergenti che è meglio non fidarsi. Avere riserve da spendere aiuta eccome in caso di crisi valutaria o di aumento dell’import, cosa che di solito accade quando un paese si sviluppa ai tassi dei Bric. A tale conclusione è giunto di recente anche il Fmi (ne abbiamo parlato nel post Il capitalismo finisce in riserva).
Sapere da dove vengono questi soldi è ancora più facile. Dal 1990 in poi, quindi dopo la caduta del muro di Berlino, il livello di attività e passività in valuta in relazione al Pil dei paesi sviluppati è cresciuto a ritmi straordinari. Tale rapporto quotava poco più di 1,5 nel 1990 e ormai ha superato quota 5. Quindi i soldi arrivano da qui, dai Grandi Consumatori.
Il grafico successivo racconta un’altra storia interessante. La domanda di riserve detenute dai quattro Bric si impenna verticalmente fra il 2009 e inizio 2011. La paura della Grande Crisi la fa quasi raddoppiare. In pratica i Bric si riempiono di dollari proprio mentre l’America ne stampa a più non posso per allentare la morsa del credit crunch. Ciò che provoca la crisi (lo squilibrio della bilancia dei pagamenti americana) allo stesso tempo la nutre. Di nuovo il paradosso di Triffin. Tale asimmetria, alla lunga, potrebbe generale un “dollari panic” disastroso, per l’America, ma anche per i Bric che vederebbero evaporare il valore di quanto hanno a riserva.
Come se ne esce? Lo studio vede un paio di scenari. Uno, chiamiamolo autarchico, in cui gli squilibri esteri si risolvono nel modo più traumatico. Un controllo più fitto sui movimenti di capitale, e quindi sulla finanza per come si intende oggi, capace sostanzialmente di far crollare il rischio di turbolenze, farebbe diminuire la fame di riserve, ma al costo di “esternalità negative” capaci di riportare l’orologio del commercio internazionale indietro agli anni ’30. Questo dice lo studioso.
O sennò bisogna fare in modo che la Cina entri nel grande gioco, infilando la sua moneta (rectius le sue riserve) nel grande calderone. Serve una riforma del sistema monetario internazionale nella quale, sostanzialemente, la Cina ceda riserve in cambio di posizione, con il Fmi nel ruolo di grande ciambellano. Perché è partita la caccia proprio alle riserve cinesi? Facile rispondere anche a questo. Nel 2000 le riserve cinesi erano poche centinaia di miliardi di dollari, ora sfiorano i 4.000 miliardi, quando la Russia, che è la seconda per riserve, non arriva a 500.
La morale della storia è che per mantenere lo status quo e insieme sciogliere il paradosso di Triffin gli americani dovranno diventare un po’ cinesi e i cinesi dovranno diventare più americani.
Casualmente l’Europa si trova proprio in mezzo.
L’ottimismo dell’Ocse e il pessimismo della ragione
L’Ocse ha rilasciato il Composite leading indicator, uno strumento di analisi che serve a individuare i punti di svolta delle economia dell’area e a monitorarne i trend. Si tratta di una delle tante palle di vetro che gli analisti costruiscono per provare a scrutare nel futuro, ma in pratica valgono più per l’oggi che per il domani. Quantomeno sono utili indagini di clima. E il clima secondo l’Ocse non volge più al brutto. Ma neanche al bello però.
La schiarita in realtà non è uniforme. Se l’intera area Ocse, nel suo complesso, sembra fuori dal tunnel della grande crisi (l’indice è tornato sopra i 100 punti e sembra orientato al rialzo), rimangono profonde differenze fra le singole regioni, mentre sembrano ancora incagliati i paesi emergenti, specie la Cina.
Se guardiamo ai grafici dell’indicatore notiamo subito la grande differenza fra l’area euro, che sta faticosamente stabilizzandosi (peraltro a un livello di indicatore ben più basso di quello ante-crisi), e gli Stati Uniti. Questi ultimi, sebbene ancora non abbiano raggiunto livelli pre-crisi, mostrano un trend di deciso rialzo e lo stesso accade per la Gran Bretagna. Ma sono gli unici portatori di buone notizie.
In Giappone l’indice mostra una curva quasi piatta, orientata debolmente verso la crescita, proprio come accade in Brasile. Mentre la Cina addirittura mostra un andamento della crescita sotto il trend (indice sotto 100 in calo dal 2010). In Europa la Germania e l’Italia mostrano segni di stabilizzazione, ma anche in questo caso ben al di sotto dei livelli di appena due anni fa (indice ancora sotto 100). In Francia va addirittura peggio: l’andamento della crescita è previsto debole, esattamente come accade per il Canada (curva dell’indice sotto 100 orientata verso il basso).
Se si guarda per macro-aree, le cinque maggiori economie asiatiche sono orientate verso una crescita debole, a differenza dei paesi del Nafta, che mostrano una crescita più robusta.
Le altre due grandi speranze dei Bric, ossia Russia e India, mostrano una curva decisamente orientata al ribasso. In India l’indice è sceso sotto 98, in Russia ci si avvicina. Solo il Brasile mostra segni di crescita (ma l’indice è ancora sotto 100).
Stando così le cose il relativo ottimismo dell’Ocse può facilmente lasciare il posto a un solido pessimismo della ragione. L’economia mondiale sembra attaccata più che mai al carro statunitense che, faticosamente, sta cercando di riportarsi al livello del 2007 (quando l’indice quotava quasi 102). Basterà per tirar fuori dalle sabbie mobili il mondo intero?
Questo l’Ocse non lo dice.
Cercasi India disperatamente
Sapete tutti di Cindia, fortunata crasi giornalistica di Cina e India, ossia la pangea economica a venire destinata a cambiare le sorti del pianeta. Si che lo sapete. Non passa semestre che qualcuno non vi dica che il pendolo del mondo si è spostato a Oriente, nel magico ed esotico mondo delle tigri asiatiche, del dragone cinese e, last but not the least, del pachiderma indiano.
Fedeli alla consegna che ci siamo dati di rimuovere un po’ di mitologia sui Bric e i loro satelliti, siamo andati a vedere le carte, approfittando dell’ultimo staff report sull’India rilasciato dal Fondo monetario internazionale. Un centinaio di pagine che fotografano lo stato generale del subcontinente e che ci auguriamo leggano tutti i seguaci dell’Oriente, se non altro perché sorga in loro il sospetto che l’India che dicono arriverà si basa sugli auspici assai più che sui fondamentali.
Il Fondo esordisce dicendo che l’economia indiana è andata rallentando significativamente dopo la rapida ripresa post crisi del 2008. E le previsioni parlano di crescita col freno a mano tirato anche per i prossimi anni a causa di alcune ragioni interne.
In cifre, il fondo nota che nel 2012 la crescita è stata del 6,5% ( era l’8,4 fra 2010/11 e il 10% nel 2006) e si prevede scenderà al 5,4 quest’anno per poi tornare al 6% nel 2013. Ciò a fronte di una produzione industriale crollata dagli 8,2 punti del 2011 ai 2,9 dell’anno scorso.
Nel periodo 2004-2011 la crescita media dell’India era stata dell8,3%, trainata, da bravo Bric, dall’export. Ma tanta fortuna ha generato un aumento della domanda interna di cibo, elettricità, acciaio e trasporti, e in generale di infrastrutture, di fronte alla quale il Paese si è trovato drammaticamente impreparato, come si è visto, nota il Fondo, nel blackout del luglio 2012 che ha spento mezza India.
Servono quindi investimenti robusti per stare al passo dell’India che dovrebbe germinare Cindia. Il problema è che, pure se si riuscisse a far decollare gli investimenti (l’India gareggia con l’Italia per scandali e corruzione), bisognerebbe tenere conto degli ampi deficit fiscali, che ancora affliggono il Paese, e dell’inflazione a due cifre. “Una risposta comune alla bassa crescita – scrive il Fondo – è adottare politiche fiscali controcicliche”, ossia espandere la spesa pubblica. “Ma tali politiche – nota ancora – sono inappropriate per l’India. L’alta inflazione comporta che ci sia solo un piccolo spazio per tagliare i tassi, mentre il deficit fiscale, previsto all’8,7% del Pil nel 2013, mostra che sia prioritario controllare la spesa pubblica piuttosto che espanderla”.
Il quadro macroeconomico, d’altronde, non è semplice. Le esportazioni crescono più delle importazioni (309 mld di dollari previsti nel 2013 a fronte di 499 mld di import) e il saldo corrente della bilancia dei pagamenti è in costante rosso (-78 mld previsto per il 2013 e il 2014). C’è un deficit fiscale (con un debito estero in crescita costante, dal 18,7% del Pil del 2011 al 20,4 e 21,7 dei due anni successivi), l’inflazione è alta, più o meno sopra il 10%, e i bond a dieci anni pagano in media, nel 2012, l’8,2%. Ciò spiega perché il Fondo parli di “vulnerabilità esternea causa del deterioramento della bilancia dei pagamenti”. Questo a fronte di un rapporto debito/Pil intorno al 66%.
Che fare allora? Il Fondo auspica un consolidamento fiscale unito a un controllo dell’inflazione per rafforzare la posizione sull’estero. Allo stesso tempo che si rimuovano gli ostacoli strutturali agli investimenti, affrontando i problemi connessi all’energia (il governo sta pensando di togliere i sussidi ai carburanti) e alle materie prime. Poi servirebbero riforme per l’agricoltura, la scuola, il mercato del lavoro, la sanità, per ridurre i rischi finanziari e promuovere la solidità delle banche pubbliche.
Cercasi India disperatamente.
