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Debito pubblico? Quello privato è peggio
Nella pubblicistica economica l’argomento del debito pubblico è quello che ha più fortuna. Ogni giorno leggiamo fiumi di parole che ammaniscono sui rischi di dissesto per le contabilità pubbliche dei paesi occidentali, con il nostro debito pubblico che campeggia in bella evidenza come esempio da non seguire. Economisti e giornalisti ci avvisano dei rischi connessi al deficit, ci riempiono di chiacchiere sugli sbilanci fra debito e Pil, ci raccontano l’altalena dello spread.
All’ombra di questo dibattito, intanto, cresce senza sosta un’altra componente del debito, quella privata, che i più accorti sanno bene essere la vera mina vagante del sistema finanziario internazionale (insieme al debito estero, ma questa è un’altra storia), visto che l’aumento dell’indebitamento privato, sia esso relativo alle istituzioni finanziarie sia quello delle famiglie, componente quest’ultima assai più destabilizzante, può facilmente condurre a una crisi sistemica. Una banca si può sempre nazionalizzare (aumentando il debito pubblico). Una famiglia no. E quando la gran parte delle famiglie di un paese è sovraindebitata, i rischi per l’equilibrio generale si fanno assai più pronunciati.
Per questa ragione ci siamo letti un illiminante paper della Banca d’Italia (Household over-indebtedness: definition and measurement with Italian data) che analizza lo stato di salute del debito delle famiglie italiane, che purtroppo ha il limite di essere scritto con dati aggiornati al 2010, quindi non tiene conto del peggioramento generale registrato negli ultimi due anni.
E tuttavia ce n’è abbastanza per drizzare le antenne. Il punto più rilevante è che fra il 2006 e il 2010, in Italia, tutti gli indicatori che misurano il sovra-indebitamento sono cresciuti. Rispetto al passato il dato è molto rilevante. L’Italia, infatti, è un paese con un livello di indebitamento mediamente assai più contenuto rispetto ad altri paesi europei. Ma è vero altresì che nell’arco di un ventennio la quota di debito sul reddito lordo è passata da una media di poco più del 20% a oltre il 70.
Un altro dato rilevante è che, sempre fra il 2006 e il 2010, si è ridotta la quota di debito derivante da investimenti, tipicamente quello di un mutuo, mentre è aumentata la quota di debito per consumo (o credito al consumo che dir si voglia).
L’accelerazione della crisi, poi, ha fatto peggiorare tutti gli indicatori classici, come il debt-to-income ratio, ossia il rapporto fra debito e reddito, o il repayment-to-income, ossia la capacità di ripagare il debito. L’analisi della Banca d’Italia, tuttavia, è andata in profondità creando una serie di indici empirici basati anche su interviste al campione interessato.
Ma il risultato cambia poco: l’indebitamento delle famiglie italiane è cresciuto negli anni, e di conseguenza, è aumentata la percentuale delle famiglie che si possono considerare, alla luce di una serie di indicatori, sovraindebitate.
Uno studio del 2007 fatto su scala europea (quindi prima della crisi) valutava tale numero, per le famiglie italiane, intorno al 10%.
Le nuove risultanze della Banca d’Italia stimano che tale numero sia più basso: fra il 3 e l’8% a seconda dell’indicatore considerato. Ma tali percentuali contengono alcune informazioni rilevanti.
Per il 70% delle famiglie sovra-indebitate con una fascia di reddito bassa, ad esempio, l’ammontare complessivo del debito non supera i 20.000 euro. Può derivarne un problema sociale, notano i tecnici, ma non tale da turbare l’equilibrio sistemico.
Che vuol dire? Ad esempio che c’è un 6,2% di famiglie che, dopo aver pagato i debiti ogni mese, sprofonda sotto la soglia di povertà e un altro 1,15% di famiglie che sono in arretrato di almeno tre mesi sui pagamenti dei propri debiti. Questo non provoca turbamenti al sistema finanziario internazionale (perché comune i debiti vengono pagati), ma al sistema sociale sì.
Se però cambiamo indicatore e prendiamo quello che misura il debt-burden, ossia la relazione fra l’ammontare totale del debito e gli oneri ad esso connessi, viene fuori che il 70% delle famiglie sovraindebitate ha un debito sulle spalle di circa 100.000 euro, questo sì pericoloso per il sistema anche se magari riguarda solo un piccolo campione di famiglie. Ma all’epoca della crisi dei subprime americani, lo ricorderete, bastarono una manciata di default familiari per polverizzare la fiducia.
Al di là degli indicatori statistici, rimane il fatto che il 29,83% del totale delle famiglie riportano di avere “difficoltà o grandi difficoltà” per arrivare alla fine del mese.
Questo nel 2010.
Oggi sono di sicuro di più.
Formiche, cicale e italiani
C’è molto di più di quello che sembra dietro quel dato diffuso fa dalla Banca d’Italia secondo il quale il 65% degli italiani non reputa di avere un reddito adeguato alle proprie necessità.
C’è l’evoluzione di un popolo, guidata non dalla genetica ma dall’economia, che ha smesso di essere la formica del mondo e ha tentato senza troppo successo di essere una cicala. Non abbiamo bruciato i risparmi per goderci la vita. Ma solo per tirare avanti.
Il trentennio trascorso regala alle statistiche economiche una popolazione che troverebbe ragionevole risparmiare, ma non ci riesce, e vorrebbe anche consumare, ma non può.
Questo dilemma ancipite è il destino contemporaneo dell’italiano medio.
I dati sull’andamento del risparmio, contenuti in due occasional papers della Banca d’Italia, sono stupefacenti. Il picco di tasso di risparmio le famiglie italiane lo raggiungono nel 1983, quando supera il 27%. Da allora il calo è costante e progressivo.
L’altro picco, stavolta al ribasso, le famiglie italiane lo sperimentano nel 2000, quando il tasso di risparmio scende intorno al 10%. Solo che poi è peggiorato ancora. Dopo una breve ripresa fra il 2001 e il 2002, con l’ingresso dell’euro riparte l’erosione del risparmio che nel 2008, prima quindi della Grande Crisi, è già tornato al livello del 2000, per scendere sotto quota 9% (precisamente l’8,6%) nel 2011.
Per dare un’idea della portata di questo cambiamento nel costume nazionale, vale la pena confrontarci con gli altri. Nel ’95, quando ancora la propensione nostrana al risparmio stava sopra il 20%, eravamo davvero le formiche d’Occidente. Sotto di noi ci stava solo la Germania, che si collocava intorno al 17%, mentre la media euro era intorno al 14%. I paesi anglosassoni, notoriamente poco inclini al risparmio, quotavano circa il 9% (GB) e 5% (Usa).
Questa virtù – ricordiamo che a livello macroeconomico al risparmio corrisponde la capacità di investimento – l’abbiamo perduta negli anni. Nel 2000, primo anno nero del risparmio italiano, la Germania ci supera, ma rimaniamo sopra la media Ue.
Nell’età dell’euro il risparmio italiano cola a picco. La propensione scende a quota 12% nel 2011, al di sotto della media Ue, mentre quella tedesca rimane stabile più o meno al livello del ’95.
Sono i tedeschi ormai le formiche d’Occidente.
Cos’è successo? E’ successo che da un certo punto in poi le curve del reddito lordo e dei consumi si sono divaricate drammaticamente.
Fatto 100 il livello dei redditi e dei consumi nel 1980, fino al 1987 la curva del reddito rimane sopra quella dei consumi. E poiché il risparmio è la differenza fra reddito e consumi, ecco spiegato perché nel 1983 abbiamo raggiunto il picco di risparmio.
Fra il 1987 e il 1992 le curve camminano quasi sovrapposte. Quindi la divaricazione.
Il 1992 si conferma ancora in un’occasione l’anno di svolta della società italiana.
Dal 1992 la curva dei redditi si schiaccia e quella dei consumi si impenna. Diventiamo cicale. Usiamo i risparmi per pagarci i consumi.
Al picco di crescita dei redditi, registrata nel 2007, l’indice misura circa 143, appena il 43% in più rispetto al 1980, mentre la curva dei consumi, sempre nel 2007, supera quota 160. Quei venti punti di differenza fra i due indici spiegano perché sia sprofondato il risparmio.
Dal 2008 al 2011 la curva dei redditi cala molto più drammaticamente rispetto a quella dei consumi. Non siamo più formiche, e l’assottigliamento del risparmio blocca anche i consumi. L’austerità fa il resto. L’indice dei redditi, a fine 2011, scende a 137 (quindi abbiamo perso potere d’acquisto); l’indice dei consumi oscilla sempre intorno a 160. Quasi un inno al vorrei (consumare) ma non posso. E il risparmio continua a calare.
Conclusione: da dieci anni abbiamo smesso di essere formiche, dal 2008 di essere cicale.
Siamo solo italiani.
L’odissea ventennale del mattone pubblico
Sono il convitato di pietra di ogni discussione pubblica. Il Moloch che campeggia rassicurante sulle pagine dei giornali ogni volta che si parla di risanamento dello Stato. Rappresentano, insieme al cosiddetto patrimonio mobiliare, la ricchezza pubblica italiana calcificata da svariati decenni fra le pieghe del bilancio statale.
Sono gli immobili dello Stato.
Fateci caso: ogni volta che si parla di abbattere il debito pubblico, spuntano loro. Succede dagli anni ’90, e purtroppo l’esperienza sembra aver insegnato poco, visto che ancora l’argomento è gettonatissimo malgrado i guadagni siano stati assai al di sotto delle aspettative (e dei valori presunti) e presto bruciati dall’idrovora statale.
Quello che è rimasto di un ventennio di odissea, durante la quale il mattone pubblico ha attraversato qualunque prova degna di Ulisse, è un groviglio di norme più o meno confuse, una sterminata messe di metri quadrati pubblici ancora improduttivi, quando non direttamente a perdere, e una privatizzazione dei guadagni (a favore di pochissimi) associata alla consueta socializzazione delle perdite.
Capirete che sentire di nuovo parlare di “valorizzazione” degli immobili pubblici è quantomeno inquietante.
Cominciamo dalla domanda più semplice. Esattamente, quanti sono questi immobili? Anche qui, si potrebbero scrivere i classici fiumi di inchiostro. Noi abbiamo scelto una fonte (speriamo) attendibile, ossia l’indagine conoscitiva svolta dalla commissione finanza della Camera nei primi mesi del 2011 e terminata nel luglio dello stesso anno con una relazione di appena 24 pagine.
Qui troviamo solo una parte della risposta, ma è più che sufficiente per capire di che cifre stiamo parlando. Ossia quella relativa al patrimonio immobiliare dove lavorano i dipendenti pubblici o svolgono la propria attività le varie amministrazioni dello Stato.
Una buona parte di questo patrimonio è di proprietà. In particolare si tratta di 543.000 unità immobiliari di proprietà dello Stato equivalenti a oltre 222 milioni di metri quadrati, a cui si aggiungono 776.000 terreni, che equivalgono a 13 miliardi di metri quadrati.
Il dato interessante è che nel 92% dei casi le amministrazioni dello Stato usano immobili di cui sono proprietarie e solo nel 2% dei casi usano immobili messi a disposizione da altre amministrazioni (statali anch’esse). Poi ci sono diverse occupazioni senza titolo (lo Stato abusivo di se stesso) e per circa 2.000 immobili non è nota la data di scadenza delle locazioni.
Interessante vedere le destinazioni d’uso. Il 72% hanno finalità istituzionali, il 10% per fini residenziali, in gran parte relativi agli immobili degli enti di previdenza o dei comuni. Nulla dice la relazione del restante 18%. Quanto ai terreni, il 96% è utilizzato dai proprietari, cioé lo Stato, mentre la proprietà per circa il 98% è in mano ai comuni.
Questa gigantesca mano morta ha un valore importante, e questo spiega il costante pensierino che ci dedicano i soliti noti. Secondo stime effettuate dal ministero dell’economia e delle finanze, le unità immobiliari dovrebbero valere fra il 239 e i 319 miliardi di euro, i terreni fra gli 11 e i 49. Si va quindi da un minimo di 250 a a un massimo di 368 miliardi, tutto compreso.
A fronte di tutto ciò, lo Stato spende per affitti fra gli 800 e gli 850 milioni l’anno. Un raro caso di grande proprietario che paga degli affitti.
Questa montagna di ricchezza virtuale porta con sé la spiacevole controindicazione che questi immobili, come abbiamo visto, servono in larga parte alle amministrazioni dello Stato. Chi parla di valorizzazioni degli immobili pubblici, quindi, dovrebbe tenerne conto. Detto in soldoni: posso pure vendere una sede dell’Inps o di un ministero per spuntare qualche euro, ma poi quegli uffici dove li metto?
Anche qua, un breve viaggio nella storia recente aiuta. Fra il 2004 e il 2005 le sempiterne “esigenze straordinarie di finanza pubblica” costrinsero il governo dell’epoca a varare due fondi comuni di investimento immobiliare, ossia il Fondo immobili pubblici e il fondo patrimonio 1, dove furono conferiti a prezzi davvero convenienti 428 immobili pubblici utilizzate da amministrazioni dello Stato. Queste ultime furono costrette a siglare contratti di 9+9 anni, ai canoni dell’epoca (quando il mercato era ancora in pieno boom) per continuare ad abitare dove avevano sempre abitato gratis, andando così ad alimentare il capitolo delle locazioni passive.
In questo modo il mattone pubblico esce dalla porta, si privatizza, con ampia gioia di banche e sottoscrittori del fondo, e rientra dalla finestra, sotto forma di affitto a caro prezzo con canone garantito dallo Stato, che giosamente paga.
Se poi andiamo a vedere cosa sia successo con le mitiche cartolarizzazioni Scip 1 e Scip 2 risalenti al 2001, la sostanza non cambia. Gli enti previdenziali si disfarono con poco guadagno e grandi spese di parte del loro patrimonio immobiliare. La Scip 1 finì bene, nel senso che si completarono le vendite. La Scip 2 finì male. Dopo aver tentato per anni di vendere tutti i 6,8 miliardi di beni cartolarizzati, lo Stato si dovette rassegnare a retrocedere all’Inps tutto l’invenduto, gravando i già traballanti conti immobiliari dell’istituto con una grossa fetta di mattone dal valore di circa 1,8 miliardi. La conseguenza è che adesso i rendimenti immobiliari dell’Inps sono negativi.
Stavolta, il mattone pubblico, uscito dalla porta, rientra dal portone. E lo Stato, anche qui, gioiosamente paga.
Come si vede, la storia non cambia. Dopo una lunga odissea, proprio come Ulisse il mattone pubblico torna a Itaca.
Rectius: Italia
Cingolati valutari per l’avanzata cinese
Tutto il mondo conosce la capienza delle riserve valutarie cinesi, che a fine 2011 quotavano circa 3.200 miliardi di dollari, in larga parte espresse in valuta estera. Di meno si sa del grande flusso di investimenti esteri che la Repubblica popolare ha disseminato in mezzo mondo.
Eppure il tema è assai rilevante, visto che è chiaro a tutti che le politiche di investimento hanno molto più a che fare con la geopolitica che con la ricerca di rendimenti soddisfacenti. Se un paese investe in un altro, difficilmente lo farà per spuntare solo un buon rendimento. Era già così ai tempi della prima grande globalizzazione, fra il 1870 e il 1914, quando il flusso globale degli investimenti esteri, che era ben poca cosa rispetto ad oggi (circa il 55% del Pil delle maggiori economie, rispetto al 160% raggiunto ai nostri giorni), orientava politiche di alleanze e partnership commerciali.
A fare i conti in tasca agli investitori cinesi ci ha pensato il McKinsey Global Institute che al tema ha dedicato un capitolo del suo corposo rapporto sul futuro della globalizzazione finanziaria presentato qualche giorno fa.
Viene fuori che, sempre fine 2011, il governo cinese aveva asset esteri per circa 1.500 miliardi. Il dato interessante è che la gran parte di questi asset sono detenuti nei paesi sviluppati, mentre la gran parte dei prestiti concessi, circa 838 miliardi di dollari, sono impegnati nei paesi in via di sviluppo.
Quindi i cinesi “comprano” asset nei paesi sviluppati, e prestano risorse ai paesi in via di sviluppo.
Questa strategia a tenaglia ha il doppio vantaggio, da un parte, di assicurarsi partecipazioni in settori strategici dei paesi sviluppati, e di orientare le politiche economiche nei paesi in via di sviluppo.
Per dare un’idea come l’avanzata delle armate cinesi, condotta con carri armati gonfi di dollari, sia cresciuta esponenzialmente negli ultimi anni, basta solo un dato: le aziende cinesi avevano investimenti all’estero per appena 33 miliardi nel 2000. A fine 2011 erano già 364 miliardi, oltre dieci volte tanto.
Interessante anche capire quali siano i paesi destinatari di tanta generosità. Il primo della lista è il Venezuela, che fra il 2005 e il 2011 ha assorbito il 38,5% dei prestiti cinesi. Secondo, il Brasile, con l’11,5%. In questo caso la scelta è facilmente comprensibile, visto che sono paesi esportatori di quelle materie prime di cui la Cina ha un disperato bisogno.
Ma il fatto si fa ancor più curioso se si osserva come la Cina abbia proprio un debole per l’America Latina, che con il 13% del totale dei prestiti riscossi guadagna il secondo posto fra i destinatari dei prestiti cinesi (al primo ci sono i paesi emergenti dell’area asiatica con il 15%).
Dopo il Brasile, infatti, nella classifica c’è l’Argentina, con il 10% del totale dei prestiti cinesi. Poi l’Ecuador (6,3%), il Perù (2,2%), il Messico (1%). Qualcosina è andato anche alle Bahamas (2,2%). Da un punto di vista strategico è come se la Cina avesse piazzato i suoi carri armati di dollari proprio ai confini dell’impero americano.
Il dettaglio non è sfuggito ai tecnici del McKinsey, che infatti notano come il totale degli investimenti cinesi nell’area latinoamericana abbia superato di gran lunga quelli della Banca Mondiale e persino quelli della Banca dello sviluppo Inter-americana. Con un picco, per giunta, proprio a partire dal 2007, quando gli investimenti nell’area aumentano del 350%.
Dopo, con l’11% del totale dei prestiti, viene l’Africa, con preferenza anche qui per i paesi che hanno a che fare con le commodity, petrolio in testa.
Che la strategia cinese corrisponda a un preciso posizionamento geopolitico, lo dimostra anche il confronto con quello che fanno gli altri paesi gonfi di riserve, ad esempio quelli mediorientali. Questi ultimi limitano la loro attività “filantropica” ai paesi vicini, o, al limite al Nord Africa. Un emiro si guarda bene di prestare soldi ai satelliti americani.
Al contrario dei cinesi.
C’era un volta la globalizzazione finanziaria
Siamo a un bivio, evidentemente. Da una parte una fame crescente di risorse da parte di entità pubbliche e private (stati, famiglie, corporation), alle prese con il necessario rifinanziamento del proprio debito, dall’altra una paura crescente di prestare. Il mercato finanziario globale assomiglia, dal 2007 in poi, a una vecchia carriola arrugginita che se pure si carica sulle proprie ruote montagne di dollari di asset, sembra fatichi sempre più a camminare.
Fra il 2007 e il 2012 la crescita di tali asset, quindi degli scambi di capitale che essi sottintendono, è stata di appena l’1,9%, quando fra il 2000 e il 2007 gli asset crescevano al ritmo dell’8,1%, addirittura più di quanto erano cresciuti fra il 1990 e il 2000 (7,8%).
A metà del 2012, scrive il McKinsey Global Institute, che al tema ha dedicato un ampio e approfondito studio, gli asset finanziari globali ammontavano a 225 trilioni di dollari (225.000 miliardi). Tali asset comprendono le capitalizzazioni di borsa, i titoli di debito (bond) statali o aziendali e i prestiti. Nel 1980 erano appena 12 trilioni. Quindi gli asset si sono moltiplicati quasi per venti. Cosa è successo nel frattempo?
Sostanzialmente sono stati liberalizzati i mercati dei capitali. Le politiche reaganiane dell’inizio degli anni ’80 negli Usa, i primi faticosi passi nell’Eurozona per l’unificazione monetaria che culmineranno nello Sme, l’euforia bancaria nella moltiplicazione del credito. Flussi imponenti di capitali iniziano a muoversi da e verso paesi esportatori e importatori, sorretti dal progresso tecnologico, che facilita le transazioni, e dalla generosità dei mercati.
E’ interessante anche vedere come si è evoluta la composione di tali asset. Nel 1990 il totale era già arrivati a quota 56 trilioni, pari al 263% del Pil mondiale dell’epoca. Di questi, 23 trilioni, ossia il 41,1% erano prestiti; 5 trilioni, ossia l’8,9% erano bond corporate; 8 trilioni, ossia il 14,2%, erano bond di istituzioni finanziarie; 9 trilioni, il 16%, erano bond governativi; 11 trilioni, il 19,64%, era il valore della capitalizzazione di borsa.
Al culmine della lunga cavalcata del credito (o debito che dir si voglia), quindi nel 2007, il totale degli asset era praticamente quadruplicato: 206 trilioni di dollari, pari al 355% del Pil mondiale di quell’anno. In pratica la finanza, nel 2007, valeva tre volte e mezzo l’economia reale.
Ma come erano composti questi asset? 50 trilioni, il 24,2% del totale, erano prestiti non cartolarizzati; 21 trilioni, ossia il 10,1% erano bond del settore privato; 39 trilioni, ossia il 18,9% erano bond di istituzioni finanziarie; 32 trilioni, ossia il 15,5% erano bond statali; 64 trilioni, il 31%, era la capitalizzazione globale di borsa.
Quindi fra il 1990 e il 2007 diminuisce notevolmente incidenza dei prestiti, aumenta il peso relativo dei bond corporate e finanziari, rimane stabile la percentuale dei bond sovrani, aumenta la capitalizzazione di borsa.
La crisi cambia radicalmente questo stato di cose. Gli asset, a metà del 2012, arrivano a 225 trilioni, ma la loro incidenza sul Pil mondiale crolla al 312%, il 43% in meno. Muta anche la composizione degli asset. La capitalizzazione di borsa perde 14 trilioni, da 64 a 50, quotandosi al 22,2% del totale, quasi nove punti in meno rispetto al 2007. I bond governativi passano da 32 trilioni a 47, il 20,8% del totale, ossia il 5,3% in più in cinque anni. Aumentano significativamente anche i prestiti non cartolarizzati, che passano da 50 trilioni a 62, il 27,5% del totale, 3,3% in più rispetto al 2007. Rimangono stabili i bond corporate e quelli finanziari.
Quindi la crescita degli asset, durante la crisi, è dovuta all’aumento di debito pubblico e in larga parte privato.
Ma ciò che preoccupa gli analisti è il tasso di crescita degli asset. Nel quinquennio considerato non è andato oltre un anemico 1,9%. E’ la fine di un’epoca?
Mckinsey non si sbilancia. Si limita a osservare che anche il cross-border capital flows, che misura il grado di integrazione nel sistema finanziario globale, è in declino. Nel 1980 tale flusso pesava 0,5 trilioni. Nel 2007 ben 11,8 trilioni, a metà 2012 appena 4,6, e solo grazie al super lavoro delle banche centrali che con la loro generosità lo hanno tirato su dal livello di 1,7 dove era finito nel 2009. In pratica siamo ancora il 60% sotto l’apice pre crisi.
Insomma, il valore degli asset è cresciuto perché stati e famiglie hanno aumentato il proprio livello di indebitamento, grazie al credito facilitato reso possibile dalle banche centrali, ma i flussi di capitale circolano sempre più al rallentatore.
C’è più debito, ma anche più timore che non venga ripagato.
C’era una volta la globalizzazione.
I debiti di guerra del XXI secolo
Il debito dei paesi ricchi, che ha iniziato a camminare a metà degli anni ’70, ormai corre. Una corsa che ogni anno deve essere sostenuta da gigantesche emissioni globali di bond sovrani. Almeno 10,9 trilioni di dollari nel 2013 secondo l’Ocse, che al tema dei prestiti agli stati ha dedicato un recentissimo outlook dove, fra le altre cose, è contenuto un grafico che illustra l’andamento del debito pubblico/pil delle economie avanzate dal 1880 ai nostri giorni.
Seguendo questa curva capiamo che la corsa forsennata del debito dura senza sosta ormai da decenni senza che nessuno sappia bene come e quando si riuscirà a tirare il fiato. Agli albori del XXI° secolo sembra ci sia un arretramento, ma è solo una rincorsa. Dal 2001 la curva s’impenna vertiginosamente, diventa ripidissima e sale verso quota 80%. Ancora una breve flessione, a metà del primo decennio, e poi, dal 2007 un’impennata ancora più ripida, irreferenabile. Nel 2012 la vetta è praticamente raggiunta.
I paesi ricchi sono riusciti a tornare dov’erano alla fine della seconda guerra mondiale: al 120% del debito sul pil.
All’epoca il deleveraging fu rapido e traumatico, lo si vede chiaramente osservando la curva. L’iperinflazione post bellica riportò la curva del debito/pil dal 120% al 40% in pochissimi anni. Dai primi anni ’50, la curva del debito scende ulteriormente, arrivando a poco più del 20% nei primi anni ’60, l’epoca del boom. Un po’ come accade oggi alle economie emergenti.
Nel decennio successivo la curva del debito torna a salire, tocca un picco vicino al 40% e poi si riabbassa. Gli shock petroliferi e l’inflazione che ne seguì consentono agli stati di pagare le prime cambiali siglate per garantirsi la pace sociale promuovendo il welfare.
Ma la nostra guerra, quella che oggi ci presenta il conto, comincia da lì in poi.
E che sia una guerra, combattuta con le armi della politica, dell’opinione pubblica, dell’economia, ormai è noto a tutti. Il fatto stesso che gli stati debbano cercare ogni anno oltre 10.000 miliardi di dollari per saziare la propria fame di debito ne è la conferma. In una situazione di risorse scarse, o comunque non illimitate, la lotta per la sostenibilità dei bilanci pubblici è di per sé una lotta per la sopravvivenza. Specie quando riguarda stati ricchi, abituati a vivere da decenni ben al di sopra delle proprie possibilità, con opinioni pubbliche molto civili e altrettanto viziate.
L’outlook Ocse esamina anche le diverse strategie messe in campo dagli Stati per assorbire questo debito monstre. Dedica ampio spazio alla crisi dell’euro, e rivela alcune curiosità come quella che la Fed, solo nel 2011, ha comprato oltre il 60% del debito emesso dal Tesoro Usa. Un po’ come faceva l’Italia prima del divorzio con la Banca d’Italia del 1981.
Ma anche i bilanci delle banche centrali hanno un limite. A parte la Fed, il cui bilancio è sostanzialmente quadruplicato dal 2008 al 2012 proprio per sostenere la fame di debito del Tesoro, anche le banche centrali non americane hanno visto crescere le proprie riserve di titoli di debito Usa. Nel 2007 detenevano poco più del 15% dei Treasury in circolazione, nel 2012 avevano superato abbondantemenre il 40%.
Questo per dire che far rallentare la corsa del debito non sarà facile, né indolore. La storia ci mostra con chiarezza che a picchi elevati di indebitamento sono seguiti rapidi crolli, con tutto il loro portato di depressione e caos economico. E’ successo dopo la prima guerra mondiale. E’ successo dopo la sbornia dei ruggenti anni venti con la crisi del ’29. E’ successo con ancora maggiore evidenza dopo il 1945. E potrebbe succedere anche per i debiti della guerra per il benessere, combattuta nell’ultimo quarto del XX secolo per transitare le società occidentali dal warfare al welfare.
Finita una guerra, può sempre cominciarne un’altra.
Il mattone italiano è una casa desolata
Per una di quelle cose che succedono, nel giorno il cui il mercato immobiliare americano celebrava i suoi dati migliori dal 2008 è uscito anche il sondaggio congiunturale di Bankitalia sul mercato nostrano delle abitazioni. Si tratta di una di quelle indagini simil-campionarie che la banca centrale svolge ogni trimestre sondando gli umori degli operatori professionali del settore per cercare di capire, da loro che hanno occhi e orecchi sul mercato, l’aria che tira.
Il risultato è desolante. Le rilevazioni, relative all’ultimo trimestre 2012 e raccolte nel gennaio scorso, fotografano aspettative assai pessimistiche, prezzi ancora in calo, tempi di compravendita che ormai sfiorano i nove mesi, vendite congelate. E come se il settore immobiliare italiano stesse aspettando il suo Godot, senza che nessuno sappia bene quando arriverà. La ripresa, di cui tanto si parla, arriverà nel 2015. Forse, però.
Vediamo qualche numero. Nel quarto trimestre 2012 quasi l’80% degli agenti interpellati ha parlato di prezzi in calo (erano il 75% tre mesi prima). E in effetti le tabelle parlano di sconti, rispetto al prezzo di richiesta, che nel 24,6% delle vendite effettuate hanno oscillato fra il 20 e il 30%, e nel 46,3% fra il 10 e il 20%. Se sommiamo il dato, viene fuori che oltre il 70,% delle compravendite ha scontato il prezzo finale in media del 20%, mentre lo sconto medio per il 100% delle compravendite si è attestato al 16%. Quindi i prezzi che vedete sugli annunci potete tranquillamente scontarli in media altrettanto.
Interessante anche il dato sui tempi di vendita. Ormai la media si attesta a 8,5 mesi (dagli 8,2 del trimestre precedente). Forse anche in conseguenza della circostanza che diminuisce la quota di acquirenti che scelgono di accendere un mutuo per comprare l’abitazione. Tale percentuale è scesa dal 59,6%% al 56,2%. Significa che in pratica l’acquisto di una casa, prima o seconda che sia, è sempre più appannaggio di chi già disponga dei capitali necessari, e proprio in virtù del proprio essere liquido, riesce a spuntare dei buoni sconti. Come sempre accade, insomma, i più ricchi fanno sempre gli affari migliori.
Se il presente è desolante, il futuro è quantomeno opaco. Gli agenti che vedono nero sono sempre di più, dal 41,6% al 42,8, mentre il 72,2% degli intervistati è convinto che i prezzi caleranno ancora. I più pessimisti sono gli operatori del Nord-est. Serviranno almeno un paio di anni, dicono gli operatori, prima di tornare a vedere la luce nel tunnel.
Il ciclo immobiliare avverso perciò, iniziato nel lontano 2008, rischia di essere uno dei più lunghi, se non il più lungo in assoluto, dal dopoguerra ad oggi, confermando l’ipotesi che ormai il mattone italiano abbia imboccato la via di un cambiamento storico.
Tale deduzione viene confermata anche dai dati sulle locazioni. Larga parte degli operatori (il 58,1%) ha registrato un ulteriore calo congiunturale sui canoni d’affitto. Chi non ha i soldi per comprare casa deve rivolgersi necessariamente al mercato dell’affitto, ma questa domanda crescente non provoca il prevedibile rialzo dei prezzi delle locazioni, ma il contrario (solo il 2% degli operatori ha affittato con canoni crescenti). Un’anomalia che registra uno stato di cose evidente: i proprietari, pur di fare un po’ di cassa per coprire le spese, affittano pure al ribasso. Questo in pratica vuol dire che i rendimenti del mattone sono destinati a comprimersi ancora di più. Il mattone, quindi, sarà pure un investimento sicuro. Ma di questi tempi solo a perdere.
Il ricatto dello spread e il modello giapponese
Con il voto del 25 febbraio l’Italia ha imboccato definitivamente il suo personale tornante della storia che più volte abbiamo preconizzato su questo blog. Poiché il futuro è denso di incognite, dovremmo ricordarci alcune cose per non perdere definitivamente la bussola.
1) La posizione patrimoniale sull’estero dell’Italia, secondo i dati diffusi da Bankitalia il 21 febbraio scorso, risultava, alla fine del terzo trimestre 2012 negativa per 351,7 miliardi, il 22,4% del Pil;
2) Il debito estero complessivo, secondo i dati di Bankitalia del settembre 2012, ammonta a oltre 1.883 miliardi, una buona parte del quale, pari a circa 695 miliardi, è debito delle amministrazioni pubbliche. Ossia la quota di debito che collochiamo all’estero per finanziare il nostro debito pubblico. Il resto è debito nei confronti di autorità monetarie, istituzioni finanziarie e investimenti diretti;
3) Il debito pubblico complessivo delle amministrazione centrali, quindi senza considerare quello degli enti locali e territoriali, al dicembre 2012 era di circa 1.881 miliardi;
4) Dai dati di Bankitalia desumiamo che il 36,94% del nostro debito pubblico viene collocato all’estero: è lì che si annidano in gran parte le turbolenze dello spread.
5) A fine 2011 (dati Bankitalia) la ricchezza finanziaria delle famiglie italiane, ossia il nostro risparmio, era di circa 3.200 miliardi, in calo del 3,4% sul 2010. Se a questa cifra sottraiamo le passività, 900 miliardi (in aumento del 2,1% sul 2010), la ricchezza finanziaria netta a livello macro arriva a circa 2.300 miliardi;
6) Si calcola che circa l’11% del debito pubblico italiano sia direttamente in mano alle famiglie. Quindi 100 e passa miliardi.
Stando così le cose, dovremmo ricordarci che ogni aumento di spread ha un’influensa diretta sul costo del debito, che si ripercuote anche sugli anni a venire. L’unica soluzione per frenare il ricatto dei mercati internazionali, giustamente preoccupati dell’andamento dei loro investimenti, è capire che abbiamo i soldi per ricomprarci almeno il nostro debito estero che incide sul debito pubblico.
Se vogliamo liberarci dal ricatto dello spread dobbiamo pagare il conto. E comprarci il diritto a decidere il nostro futuro. Chi teme che così facendo si possa andare incontro alla temibile deflazione che affligge il Giappone dovrebbe notare che la recessione italiana è in corso da anni. In deflazione, praticamente, ci siamo già. Con l’aggravante che tale circostanza non riguarda il livello generale dei prezzi, che anzi crescono più della media Ue, ma i fattori produttivi e il prodotto finale. Che è peggio.
In pratica dobbiamo adottare una soluzione alla giapponese. Il Giappone ha un rapporto debito/Pil che si avvia a superare il 240%, che rimane sostenibile perché la quasi totalità del debito è in mano ai residenti. Il Giappone ha anche una moneta sovrana e una banca centrale, che può liberamente acquistare debito pubblico. E questo è un vantaggio che noi non abbiamo. Ma ne abbiamo altri.
Abbiamo alle spalle una ricchezza patrimoniale e finanziaria fra le più alte del mondo, che quota otto volte il reddito, e un livello di indebitamento medio (circa il 70% del reddito) che è il più basso fra i paesi avanzati.
E’ il momento utilizzare questi vantaggi.
Prima che sia troppo tardi.
Il Fondo monetario prevede un biennio in chiaroscuro
L’ultimo rapporto del Fondo monetario sull’economia internazionale, scritto in occasione del meeting dei ministri delle finanze e dei governatori delle banche centrali del G20, che si è tenuto a Mosca la settimana scorsa, è un delicato esercizio di stile. A fronte dei noti squilibri internazionali che hanno provocato, scrive, la peggiore crisi dal dopoguerra, il Fondo non può far di più che affidarsi scaramanticamente al genio dei mercati e cavarsela con il più classico degli espedienti. Una roba tipo: le cose vanno meglio, ma potrebbero peggiorare.
D’altronde, sarebbe ingeneroso chiedere di più alle previsioni economiche. E’ interessante però leggerle perché, al di là di ciò che dicono sul futuro, aiutano a capire lo stato del presente.
A livello sistemico, ormai l’economia si è quadripolarizzata. Gli attori sono gli Stati Uniti, il Giappone, l’Eurozona e i paesi emergenti. Ognuno di questi attori presenta luci e ombre, che si ripercuotono sull’outlook globale. Il Pil del mondo, tuttavia, è previsto in crescita dal 3,2% del 2012 al 3,5% del 2013 e al 4,1% del 2014. Il grosso della fatica, tuttavia, la faranno gli emergenti, la cui crescita è prevista al 5,5% nel 2013 e al 5,9% nel 2014. L’Eurozona dovrà fare i conti con un 2013 in recessione (-0,2%) e un 2014 con un risicato +1%, mentre gli Stati Uniti si prevede spunteranno un +2% quest’anno e un +3% l’anno prossimo. Persino il Giappone è previsto faccia meglio della zona Euro, con un +1,2% quest’anno e un +0,7 il prossimo. L’Italia rimane fanalino di coda, con un -1% quest’anno e un povero +0,5% l’anno prossimo.
Fin qui le buone notizie, chiamiamole così. Perché su questo scenario di crescita col freno a mano – la Cina, tanto per dire si prevede stabile intorno all’8% e l’India intorno al 6% – incombono tali e tante incognite che dovremmo brindare a champagne se tali risultati si verificassero.
A parte le incognite politiche, le elezioni italiane piuttosto che quelle tedesche, che il Fondo non trascura di menzionare, sono le grandi questioni macroeonomiche – che pure politiche sono – a preoccupare gli esperti del Fondo. Non a caso il paper si intitola “Global prospects and policy changelles”. Perché è vero che i mercati finanziari sono alle prese con un mini-boom, ma è vero altresì che ci sono ancora rischi rilevanti di nuovi sconvolgimenti. Perciò è necessario che ognuno faccia i propri compiti a casa.
L’eurozona, ad esempio, dovrebbe procedere speditamente verso una autentica unione economica e monetaria, per dare alla politica monetaria la capacità di trasmettersi davvero all’economia reale. Finora le trovate della Banca centrale sono servite a dare ossigeno ai mercati finanziari, ma tali stimoli si sono trasmessi con estrema lentezza al tessuto produttivo. Da qui la crescita al lumicino.
Se poi andiamo a vedere nel dettaglio, scopriamo che gli squilibri di cui soffre l’eurozona sono tutt’altro che sistemati. Le partite debitorie/creditorie dell’eurosistema delle banche centrali, ad esempio, vedono un costante aumento dei crediti tedeschi a fronte di un pressoché simmetrico aumento dei debiti di Spagna e Italia a cui corrisponde un allargamento dei corrispondenti spread. Da qui l’esortazione del Fondo a risolvere gli squilibri nei settori pubblici e privati e a mettere in campo politiche per aumentare la competività. Che in un’area monetaria unica significa svalutare i fattori della produzione, lavoro in testa.
Se andiamo negli Usa, a fronte di alcuni segnali positivi, come quelli che arrivano dal settore immobiliare che secondo il Fondo “è sano”, rimane aperta la madre di tutte le questioni: quella fiscale. Sui mercati pesa come un macigno l’incognita del tetto del debito e soprattutto quella dell’andamento di tale debito in futuro.
E lo stesso vale per il Giappone. Il varo dei piani di stimolo e la politica monetaria accomodante non potranno sopire a lungo i timori dei mercati. “In generale – scrive il Fondo – i paesi avanzati dovranno ridurre l’incidenza dei fattori connessi all’invecchiamento e alla salute sui propri bilanci”. Facile a dirsi.
Se guardiamo agli emergenti, la loro forza (i crediti) sono basati sulle debolezze degli altri paesi (i debiti), ma a ben vedere c’è il rischio che non si tratti di forza, ma di debolezza ben mascherata. Agli emergenti il Fondo raccomanda di ripensare lo spazio fiscale, per rilancia la domanda interna e gli investimenti, e di tenere gli occhi ben aperti sulla crescita del credito, pompata dagli afflussi netti dai paesi avanzati. Il rischio di bolle, aumentato dalle politiche monetarie espansive dei paesi avanzati, incombe sugli emergenti tanto quanto (se non di più) sugli altri.
La conclusione è quasi sconfortante: “Gli squilibri globali si sono ridotti notevolmente, ma le vecchie sfide sono rimaste senza risposta”. Peraltro, nota il Fondo, molti di questi squilibri si sono corretti solo perché sono crollate le domande interne nei paesi in difficoltà, come è successo in Italia, e perché è aumentata la produttività, grazie al calo del costo del lavoro.
Ciò illustra con chiarezza che la strada è già segnata per metà Europa. Nei paesi in difficoltà, quindi anche il nostro, le politiche di austerità favoriranno l’aggiustamento del mercato del lavoro. Quindi i cittadini avranno salari più bassi per migliorare la competitività. Ciò provocherà minori consumi e meno import, mentre le nostre aziende (cambio permettendo) potranno esportare di più, contribuendo così a correggere gli squilibri con l’estero. A fronte di tale situazione “deflazionaria” nell’Europa del Sud, tuttavia, dovrà irrobustirsi la domanda interna dei paesi emergenti e della Germania, visto che non è pensabile che gli Usa, alle prese con i propri problemi fiscali, ce la facciano a lungo da soli a tirare la carretta della ripresa mondiale né ci si può aspettare granché dal Giappone.
Il biennio in chiaroscuro previsto dal Fmi illustra una cosa: in un sistema quadripolare come quello attuale più che un equilibrio di forze si realizza un equilibrio fra massime debolezze.
Ed è già chiaro chi pagherà il conto.
Spending review? Prima serve la spending preview
Cosa sappiamo del bilancio dello Stato? In tempi in cui si parla ossessivamente di spending review finisce che tutti insistono sulla necessità di tagliare la spesa pubblica, dando per scontato che si sappia come lo Stato spende i suoi soldi. Ma è davvero così? Prima di reclamare un taglio delle spese pubbliche sarebbe meglio perdere qualche ora per conoscerle. Sennò, come si fa a decidere?
Prima di fare una spending review, insomma, serve una chiara spendig preview.
Per contribuire a questa opera di illustrazione, ci siamo serviti di due documenti. Il primo è la relazione sul conto consolidato di cassa delle amministrazioni pubbliche aggiornata al 30 giugno 2012, che monitora l’andamento delle uscite pubbliche nei semestri gennaio-giugno negli anni 2010-12. E poi il Rapporto sulla spesa dello Stato, pubblicato nell’agosto 2012, che fa una ricognizione ancora più ampia, addirittura dagli anni ’90, della contabilità pubblica.
Nei primi dieci anni del Duemila la spesa pubblica italiana, al netto degli interessi sul debito (vero problema nostrano) è stata fra le più basse dei principali paesi europei. Meglio di noi (e figurarsi) ha fatto solo la Germania.
Da 1990 al 2010 sono aumentate in maniera significativa le spese per protezione sociale e servizi generali. Per converso sono diminuite le uscite per gli affari economici, l’abitazione, l’assetto del territorio, le attività ricreative e, in minor misura, quelle relative a istruzione, ordine pubblico e sicurezza e protezione dell’ambiente.
In particolare, sempre dal 1990 al 2010, le prestazioni sociali, quindi il welfare, sono aumentate del 190%, i consumi intermedi del 160%, mentre i redditi dei dipendenti pubblici del 100% e i contributi alla produzione di appena il 30%. Già questi dati illustrano chiaramente cosa è successo in Italia: abbiamo speso per i consumi più che gli investimenti.
Se scendiamo nella concretezza dei numeri, impariamo anche altre cose. Dal 1980 al 2011 la spesa pubblica è decuplicata, passando da circa 85 miliardi a 800, miliardo più miliardo meno. Se da questo totale scorporiamo gli interessi sul debito, si passa dai 75 miliardi del 1980 ai 720 miliardi del 2011, ossia il 45,6% del Pil.
La spesa primaria corrente, nei trent’anni, è aumentata di dieci punti di Pil, arrivando al 42,6%, mentre gli investimenti rosicchiano appena il 3%. Ciò malgrado la spesa primaria italiana, in relazione al Pil, è più bassa di quella di Francia e Gran Bretagna. Chi dice che l’incremento della spesa primaria è un problema europeo non è lontano dal vero.
Interessante anche il confronto negli anni (1995-2010) sulla spesa per funzioni. Diminuisce la spesa per i servizi generali (dal 14,1 all’8,3% del Pil) e aumentano significativamente quella per Sanità (dal 5,3 al 7,6% del Pil) e per la protezione sociale (dal 18,3 al 20,4% del Pil). Quest’ultima voce, nel 2010, è comunque più bassa di quella della Francia (22,3% del Pil) e appena sopra quella tedesca (20,3% del Pil). Non siamo poi così diversi dagli altri.
Ricapitolando, quindi, il grosso di incremento della spesa pubblica se ne va in pensioni, sanità e servizi generali, a cominciare da quello del debito. L’incidenza della spesa per i redditi da lavoro dei dipendenti pubblici, che oggi rappresenta circa il 18,8% delle spese correnti, è diminuita dal 12,2% del Pil del 1990 al 10,8% del 2011. C’è stata una consistente riduzione della spesa per istruzione, per la cura del territorio, delle abitazioni e della difesa civile. Sono crollati gli investimenti.
Si potrebbe anche dire che siamo un paese che vuole bene più ai suoi anziani, ai quali dedica corpose risorse sotto forma di pensioni e assistenza sanitaria frutto delle scelte degli anni ’70, che non agli ultimi arrivati.
Negli ultimi vent’anni l’Italia non è stato un paese per giovani. E a politiche di bilancio inerziali, non lo sarà neanche in futuro.
Se spostiamo la prospettiva sul lato delle entrate impariamo altre cose. Dal 2003 al 2011 le entrate complessive sono cresciute, passando da 419,507 miliardi a 521,742. Le entrate tributarie sono passate da 367,408 miliardi a 452,731, quelle extra-tributarie da 34,150 miliairdi a 65,698. La spesa per interessi ha avuto un picco in alto di 79,869 miliardi nel 2008 e in basso, a 60,964 nel 2004. Nel 2011 la spesa per interessi è arrivata a 73,748 miliardi, ossia il 15,65% della spesa corrente del 2011 (471,5454 miliardi).
L’ammontare della spesa per interessi è stato sempre superiore, dal 2003 ad oggi, a quello della spesa per investimenti, che dai 61,912 miliardi del 2003 è scesa fino ai 47,830 del 2011. Il peso dei debiti, in pratica, schiaccia la possibilità di investire sul futuro. E anche questo è un chiaro indicatore di senescenza.
Dai dati desumiamo che la spesa per i dipendenti pubblici e la spesa per interessi impegnano da sole circa il 34,45% della spese corrente. E non parliamo ancora di pensioni e sanità. Queste ultime sono ricomprese nella voce “trasferimenti correnti ad amministrazioni pubbliche” e nel 2011 valgono 220,795 miliardi (erano 159,535 nel 2003). In pratica tali trasferimenti pesano il 46,74% della spesa corrente.
Ricapitoliamo. Pensioni, sanità, dipendenti pubblici e interessi si sono mangiati, nel 2011, l’81,19% della spesa corrente (che era di 472,320 miliardi), ossia 383,47 miliardi.
In pratica, ciò che residua da questa idrovora sono circa 88 miliardi (dati 2011), sui quali si dovrebbe svolgere qualunque esercizio di spending review. Tenendo conto che per quasi la metà si tratta di poste correttive e compensative.
A meno che non si decida di tagliare su pensioni, sanità e dipendenti pubblici, visto che il debito è un macigno difficilmente erodibile. Ma questo significa mettere in campo politiche che, in qualche modo, tolgano risorse agli anziani per darlee ai giovani. E’ possibile?
Completiamo questa breve preview con un dato molto illuminante estratto dalla relazione di cassa. Nei primi sei mesi del 2012 la spesa per interessi è cresciuta di 3,930 miliardi rispetto al primo semestre 2011. Tanto ci è costata la crisi dello spread.
Questo a uso di chi dice che dello spread ci importa poco.
Le entrate tributarie, sempre nel secondo semestre 2012, sono cresciute di 3,679 miliardi. In pratica neanche coprono i maggiori interessi pagati sul debito.
Questo a uso di chi vuole sapere dove finiscono i soldi delle tasse.
