Etichettato: maurizio sgroi
Il mattone dell’Inps segna rosso fisso
La débâcle dell’Immobiliare Nazionale della Previdenza Sociale, secondo o terzo nome dell’Inps, è scritta nei conti e nelle relazioni che li hanno accompagnati. La commissione parlamentare di controllo sugli enti di previdenza e la Corte dei conti, che al patrimonio immobiliare dell’Inps hanno dedicato pagine e approfondimenti, lo dicono a chiare lettere: il mattone dell’Inps vale oltre 1,8 miliardi di euro eppure riesce a spuntare rendimenti negativi. Un altro triste primato della cosa pubblica.
I primi a certificare tale fallimento sono stati i commissari parlamentari. Nelle conclusioni della relazione di fine consiliatura, presentata il 21 dicembre scorso, scrivono che “l’attività svolta ha fatto emergere la necessità di rivedere le modalità di gestione del patrimonio immobiliare, residuato dalle operazioni di cartolarizzazione, i cui risultati insoddisfacenti in alcuni casi piuttosti che garantire dei rendimenti positivi dallo luogo a perdite”. La gestione del patrimonio immobiliare da reddito, aggiungono, “nel consuntivo 2010 ha rilevato entrate per 38,1 milioni e spese per 93,2 milioni, determinando un risultato negativo netto per 55,1 milioni”.
L’altra certificazione arriva dalla Corte dei conti. Nella sua relazione al bilancio 2011, i magistrati notano che le perdite si erano stabilizzate intorno ai 10 milioni di euro nel biennio 2008/2009, poi sono arrivate ai 55 milioni che abbiamo già visto nel 2010 e sono scese a 33,7 milioni nel 2011, con “un aumento sensibile e costante, nel biennio 2010/2011 delle spese di conduzione, ammortamento e costi diversi”.
La circostanza più grave è che il futuro è quantomai incerto. “Dopo i ripetuti solleciti – scrive la Corte – è cessata l’anomala concessione di proroghe dei contratti scaduti per la gestione degli immobili. Le procedure di gara, pervenute ad aggiudicazione nel mese di giugno 2012 risiltano peraltro in contestazione”.
Ma non è tanto la vicenda burocratica, il problema. La questione è strategica. Dopo che nel 2009 l’inps è stata costretta a far rientrare nel proprio patrimonio tutti gli immobili avanzati dal fallimento della cartolarizzazione Scip 2, l’istituto si è trovato a dover gestire una massa di immobili enorme (valore di bilancio 1,8 miliardi) senza avere norme chiare e strumenti operativi.
In pratica, si sono bloccate le dismissioni e sui conti dell’Inps si sono scaricati enormi costi di gestione che hanno portato i conti in negativo Nel 2010 l’Inps provò a fare un fondo immobiliare ad apporto, ma nell’indeterminatezza generale tutto rimase fermo. Le vendite si bloccarono, anche a causa dei numerosi contenzioni sui cosiddetti immobili di pregio, e adesso si parla di nuovo di un fondo immobiliare, anche in seguito alle ultime decisioni del governo sul patrimonio pubblico in tal senso.
Nel frattempo rimane il rosso fisso nella gestione.
Ma neanche questa è una novità. Sin dalla metà degli anni ’90, quando per la prima volta esplose il caso dell’uso allegro degli immobili Inps, si è provato in tutti i modi a farne qualcosa di produttivo. La stagione delle vendite ha raggiunto il culmine con le due Scip di inizio anni 2000 che (ci torneremo un’altra volta) hanno portato più perdite che guadagni ai conti dello Stato, per poi, clamorosamente tornare indietro. Tutto il patrimonio tornò nella pancia dell’Inps.
In pratica dal 2009 siamo tornati al 1995.
Fallita la strategia delle vendite “coatte” rimane solo la carta di un fondo immobiliare per provare a fare cassa. Intanto ci hanno guadagnato i gestori, con le loro ricche commissioni, e pochi inquilini, più o meno illustri, che si sono portati a casa un bel pezzo di patrimonio pubblico a prezzi di realizzo in maniera perfettamente legale.
Adesso, una volta privatizzati i guadagni, rimane solo da socializzare le perdite.
Tanto per cambiare.
La parallasse franco-tedesca
C’è una costante nella vulgata politico-economica-giornalistica sui fatti più o meno recenti dell’Europa: l’esistenza di un asse franco-tedesco. In questa narrazione i paesi forti dell’Europa avrebbero stretto un patto per soggiogare i paesi del Sud, imponendo prima l’euro e poi il futuro politico dell’eurozona. La premessa logica di tale impostazione è che entrambi ci abbiano guadagnato, sennò che asse sarebbe?
Ma è davvero così? Chiediamo conforto alle statistiche del Fondo Monetario e scorriamo i dati relativi a Francia e Germania degli ultimi anni. Abbiamo già visto l’andamento del debito estero dei francesi, che tutto pare tranne che sia migliorato nell’ultimo decennio. E abbiamo anche visto lo stato di salute della contabilità pubblica della Francia, alle prese con un incidenza crescente del debito sul Pil e con un deficit di difficile contenimento. Adesso guardiamo a un altro indicatore, ossia il volume delle esportazioni e delle importazioni e il relativo saldo della bilancia dei pagamenti.
Nel 2001, prima quindi dell’arrivo della menota unica, la Francia aveva un saldo attivo di 23,533 miliardi di dollari, l’1,756% del Pil. L’anno dopo il saldo si era già ridotto a 18,164 mld (1,274% Pil), e di anno in anno è peggiorato. Nel 2005, ben prima quindi della grande crisi, il saldo era negativo per 10,375 miliardi. Nel 2008 raggiunge il picco di -49,632 miliardi.
Il crollo delle importazioni seguito alla crisi del 2008 migliora il saldo del conto corrente, che infatti nel 2009 si colloca a -35,016 miliardi. Ma nel 2011 il buco ha toccato un nuovo record negativo: -54,169 miliardi di dollari. Da lì è ripartito un trend decrescente, che nel 2012 ha ridotto il deficit a 44,755 miliardi e il Fmi prevede continuerà a decrescere fino ai -8,398 previsti per il 2017, ciò a fronte di un import e di un export che si prevedono crescenti.
I conti della Germani raccontano una storia diversa. Nel 2001 il saldo corrente era quasi zero (anzi era negativo per un decina di milioni di euro). Nel 2002, con l’arrivo dell’euro, il saldo esplode, segnando un +40,298 miliardi, che diventano 45,827 nel 2003 e ben 127,275 miliardi nel 2004. L’apice del saldo positivo si tocca nel 2007, quando il saldo arriva a 247,967 miliardi (la Francia era a -25,931 miliardi). Alla faccia dell’asse.
Negli anni della crisi il saldo tedesco cala, ma si mantiene ampiamente positivo. Nel 2008 scende a 226,105 miliardi e da lì simuove al ribasso, raggiungendo i 203 miliardi di fine 2011, divenuti 183,827 nel 2012. Le previsioni assestano il saldo attivo tedesco intorno ai 150 miliardi di euro da qui al 2017, quindi sempre più o meno sopra il 4% del Pil teutonico.
Se poi guardiamo alla contabilità pubblica, mentre i francesi sono alle prese con un rapporto crescente fra debito e Pil, i tedeschi hanno un andamento ben differente. Dopo aver toccato il picco dell’82,394% nel 2010 (era il 59,142 nel 2001), tale indicatore ha iniziato a flettere, ed è previsto arriverà al 73,701% nel 2017, mentre la Francia, correzioni permettendo, dovrebbe fermarsi all’86,457%, sempre nel 2017.
Per farla semplice, il ritratto che viene fuori è che da una parte ci sia la Germania, grande creditore dei paesi europei (Francia compresa) e la Francia, grande debitore (anche della Germania). Come possano un creditore e un debitore fare asse è perlomeno misterioso, visto che è del tutto ovvio che abbiano interessi contrapposti. Un debitore ha tutto l’interesse a inflazionare il debito (Francia), mentre un creditore (Germania) ha tutto l’interesse a deflazionare per conservare il valore reale dei propri crediti.
Chi parla di asse franco-tedesco, perciò, dovrebbe spostare il proprio punto di vista per avere una migliore rappresentazione della realtà. Scoprirebbe che non c’è nessun asse franco-tedesco.
Semmai è una parallasse.
Debito francese: piace alla gente che piace
Il debito francese è molto popolare nel mondo. I nostri cugini d’Oltralpe, infatti, hanno il poco invidiabile primato del rapporto debito estero/Pil più alto del mondo. Ben più alto del nostro. E tutto questo senza che lo spread faccia una piega. Quasi un mistero macroeonomico. In passato altri paesi,anche importanti, hanno subito devastante crisi valutarie per esposizioni estere assai meno significative.
I dati parlano chiaro. A fine 2011, secondo i dati della Banca mondiale, lo stock di debito accumulato dai francesi superava i 5.000 miliardi di dollari: il 180% del Pil. E la situazione non è migliorata nel 2012. Nelle ultime rilevazioni della World Bank, il debito estero francese ha chiuso a 5.014 miliardi di dollari il 2012 dopo un picco di 5.130 nel primo quarto e un calo a 4.853 nel secondo. A guidare la salita dell’esposizione estera è stato il settore pubblico, passato dai circa 1.373 miliardi di fine 2011 ai 1.496 miliardi di fine 2012, mentre l’esposizione delle banche francesi è più o meno stabile a circa 2.178 miliardi.
Giusto per la cronaca, al secondo posto della classifica dei paesi più indebitati con l’estero c’è la Germania, che a fine 2011 aveva uno stock di debito estero pari a circa 5.338 miliardi di dollari (il 160% del Pil), poi c’è l’Italia (2.350 miliardi di dollari, 120% del Pil) e poi gli Stati Uniti (15.508 miliardi, più o meno il 110% del Pil).
Ma torniamo ai nostri amici francesi. L’aumento registrato nel corso del tempo del debito estero, in larga parte spinto dalle amministrazioni pubbliche, ha avuto un impatto sul rapporto debito pubblico/Pil che a fine 2011 aveva già superato il 96% e nel 2012 ha toccato un nuovo record a causa della crescita zero, da un parte, e dell’aumento di stock (2.613 miliardi nel terzo quarto 2012), dall’altra.
Eppure la Francia non soffre di mal di spread.
Se guardiamo gli aggregati negli ultimi anni, vediamo che il debito estero è cresciuto dai 3.817 miliardi del 2006 ai 5.014 del 2012, ossia più o meno il 30% in sette anni. Questo mentre il debito pubblico ha aumentato l’incidenza sul Pil dal 75,5% del 2008 al 96,2% di fine 2011, il 25% in quattro anni. In pratica la crisi finanziaria ha riguardato sia il bilancio dello stato che la bilancia dei pagamenti.
Eppure lo spread francese è assente dalla scena pubblica (poche decine di punti dal bund sono una non notizia).
Allora uno guarda altre variabili. Tipo il rapporto deficit/Pil. Mentre il bilancio italiano, foraggiato dai notevoli incrementi fiscali, si avvia faticosamente verso un pareggio di bilancio nel 2013, quello francese era previsto arrivasse al fatidico 3% del Pil per quest’anno (5,7% nel 2011), ma il governo ha già sussurrato che forse non ce la farà.
Ma lo spread non si è mosso.
Lasciamo da parte la contabilità pubblica e parliamo di produttività, allora. I dati della Banca Mondiale dicono che la Francia ha un indice di produttività pari a 85,3. Il nostro è 85,2. Non può essere che un decimale di produttività in più valga 200 punti di spread. Anche perché la Francia ha un costo del lavoro parecchio elevato (116,4 indice World Bank). In più i francesi si portano appresso un’armata di dipendenti pubblici e hanno un livello di spesa pubblica pari più o meno al 50% del Pil (noi siamo al 45%). Tutta roba che farebbe inorridire i commentatori italiani (che però in media non si occupano della Francia): quelli che lo spread è colpa della spesa pubblica e della produttività bassa e del costo del lavoro, ecceter eccetera.
La logica economica, di fronte a queste evidenze, non può che cedere il passo (d’altronde si chiama economia politica non a caso). C’è solo una spiegazione per motivare l’apparente robustezza della fragilissima Francia. Il debito francese, a differenza del nostro, piace.
Specie alla gente che piace.
Il mattone italiano nel tornante della storia
La storia del nostro mercato immobiliare è cambiata nel 2005, dopo quasi cinquant’anni. Un bel grafico, frutto di una corposa elaborazione del Cresme, pubblicato nell’ultimo rapporto sul mercato delle costruzioni, racconta come si sia evoluto il mattone italiano sin dal 1958, e tratteggia uno scenario epocale per gli anni che abbiamo di fronte. Ossia che per la prima volta nel nostro Paese diminuiranno i proprietari e aumenteranno gli inquilini.
Il grafico in questione mette insieme quattro curve che misurano, rispettivamente, l’andamento del reddito familiare netto, il prezzo delle abitazioni, i canoni di locazione e la spesa delle famiglie per consumi. Fatta 100 la base nel 1958, l’andamento del reddito è stato sempre crescente, con un picco di oltre 300 raggiunto nel 1988, quando ha iniziato a declinare. Anche la curva dei prezzi immobiliari ha avuto un incremento crescente, seppure con un ciclo di rialzi/ribassi più pronunciato. Ma la curva del reddito è stata sempre sopra quella dei prezzi immobiliari. Ciò vuol dire che le famiglie hanno avuto sempre a disposizione una quota di risparmio, in alcuni momenti anche significativa, da investire sul mattone.
Le due curve si toccano per la prima volta intorno al 1992. I prezzi del mattone erano al picco di un trend di crescita iniziato a metà degli anni ’80 (che poi darà inizio a un ciclo ribassista), mentre i redditi seguivano il loro trend di calo iniziato nel 1988 (indice poco sopra 275).
Il calo del settore immobiliare dei primi anni ’90 fece risalire ampiamente la curva del reddito sopra quella dei prezzi, sebbene l’andamento del reddito fosse sostanzialmente piatto (anzi leggermente in calo fino al ’95), ma già dal 1997 la curva immobiliare riprese a crescere: una galoppata irrefrenabile.
Il sorpasso arriva proprio nel 2005. La curva del costo del mattone, spinta da un aumento dei prezzi reali delle compravendite (+48% al 2007, da ’96) e delle locazioni (+39% al 2005) supera quella dei redditi (+12%) che peraltro devono fare i conti con un forte arresto (-7,6%) nei cinque anni successivi. Nelle grandi città il sorpasso arriva prima: nel 2002: l’età dell’euro. La curva dei prezzi supera quota 350 nel 2008 (ora siamo poco sotto 300).
Tale circostanza viene aggravata dal fatto che la crescita dei consumi delle famiglie non si arresta. Una crescita che “già alla fine degli anni ’90 – scrive il Cresme – sta salendo oltre la capacità della crescita reddituale”.
Il combinato disposto fra aumento consumi, aumento dei prezzi immobiliari e calo del reddito provoca che per una parte rilevante della popolazione, quel 30% che a fine 2011 non aveva case di proprietà, sia molto difficile comprare casa. Non avendo capacità di risparmio è praticamente impossibile mettere da parte quella provvista minima da affiancare a un mutuo (sempre che le banche lo concedano).
Dal 2009 i prezzi hanno iniziato una fase di calo e solo a fine 2011 la curva del reddito è risalita appena sopra quella del corso del mattone, ma rimane ancora abbondantemente al di sotto del livello necessario a coprire i consumi. Ai livelli attuali di reddito l’unico mercato accessibile è quello delle locazioni, la cui curva, infatti, negli ultimi anni segue un andamento pressoché parallelo a quello dei redditi.
Alcune altre notazioni servono a illustrare che siamo davvero a un tornante della storia. La percentuale del reddito destinato all’investimento, a fine 2011, era arriva sotto quota 150 (indice base 100, 1958), al livello dei primi anni ’70. In quegli anni il 51% delle famiglie aveva casa di proprietà, mentre il 43% viveva in affitto. Ma si veniva da un decennio di grande crescita dei redditi (+51% fra 1958 e il 1969).
La distribuzione proprietari/locatari cresce negli anni successivi sempre a favore dei proprietari. Alla fine del periodo 1969-78 le famiglie proprietarie sono il 53%, quelle in affitto il 41. Nel periodo successivo, 1978-1986, si arriva a oltre il 60% di proprietari e al 31% di locatari. Fra il 1986 e il 1996 si arriva al 65% di proprietari e al 24% dei locatari, mentre nel periodo finale (1996-2011) si arriva al 70% di proprietari e al 20% di locatari.
Ci sono voluti 50 anni per portare i proprietari dal 50 al 70% delle famiglie, e per far scendere i locatari dal 43% al 20. Ma adesso, col crollo delle compravendite e dei prezzi, tuttora in corso, e a fronte dell’impossibilità di disporre di risparmi da investimento, la cosa più logica, a meno che i prezzi del mattone non cadano drammaticamente o (improbabile) che aumentino i redditi, è che diminuiscano i proprietari e aumentino i locatari. Che si inverta il ciclo.
Per la prima volta, dopo più di 50 anni.
L’insostenibile leggerezza della sostenibilità previdenziale
Fra le tante paroline magiche che popolano il nostro discorso pubblico, merita una menzione speciale il motto “sostenibilità”. Usualmente questa parola accompagna qualunque ragionamento che abbia a che fare con i debiti. Un debito è sostenibile quando possiamo permetterci di tenercelo sul groppone per un tempo più o meno lungo. Ed è tanto più sostenibile, quanto più noi siamo credibili. Quando si parla di pensioni, ad esempio, la sostenibilità è riferita alla capacità del sistema previdenziale di onorare i suoi impegni nel tempo. Quindi pagare le pensioni.
Ciò spiega perché il governo, nell’ultima riforma delle pensioni, abbia indicato la sostenibilità, addirittura per i prossimi 50 anni, fra i requisiti cui hanno dovuto adeguarsi le casse di previdenza private. Bilanci tecnico-attuari alla mano, le casse hanno dovuto dimostrare di essere in grado di pagare le pensioni fino al 2060 o giù di lì. Poi i ministeri vigilanti li hanno valutati e hanno concluso, nel novembre scorso, che sì: le casse private hanno una previdenza sostenibile.
Ciò ha evitato loro la tagliola del contributivo secco e del contributo di solidarietà previsto nel decreto Salva Italia (quello che decise l’ennesima riforma delle pensioni) per le casse che non soddisfacevano questo requisito. Tutti contenti, paura finita.
Senonché, come si dice, il diavolo si nasconde nei dettagli. O, nel nostro caso, nei requisiti fissati dalla legge per ottenere il bollino blu della “sostenibilità”. Uno di questi, per esempio, è che il rendimento del patrimonio della cassa, sia mobiliare che immobiliare, sia fissato in via prudenziale al 3% l’anno. Poi ci sono l’andamento del Pil, il rapporto fra iscritti e contributori, quindi l’andamento del mercato occupazionale, e la variabile demografica.
Dovrebbe essere chiaro a tutti che previsioni a così lungo termine su aspetti macroeconomici tanto rilevanti sono di per sé un azzardo. Per questo esistono gli attuari che, sulla base delle informazioni disponibili al momento, elaborano modelli matematico-statistici per redigere i bilanci tecnici. Quello che non è chiaro a tutti è che questi bilanci attuari non regalano certezze, ma solide probabilità.
In pratica, per compilarli, si usa quell’approccio stocastico che ha creato disastri inenarrabili nel settore finanziario. Ricordate le famose obbligazioni tripla A con dentro i mutui immobiliari? Bene, la valutazione delle agenzie di rating, in base alla quale si emetteva il merito di credito, era legata a un calcolo delle probabilità, ossia quella che una controparte facesse default. Più bassa era questa probabilità, più era alto il merito di credito.
Dovrebbe essere chiaro a tutti che il futuro non lo conosce nessuno. Eppure questi modelli probabilistici dissimulano tale incertezza con l’estrema sofisticazione, per cui è facile cascarci. Quello che non è chiaro a tutti è che la risposta più onesta alla domanda “è sostenibile il nostro sistema previdenziale da qui a 50 anni” è: forse.
O, meglio ancora: speriamo.
Già, perché c’è molta speranza nel sussumere un rendimento implicito di un patrimonio al 3% da qui a 50 anni, senza peraltro che la normativa abbia previsto la verifica a posteriori di tale ipotesi. La conseguenza è che nel successivo bilancio tecnico-attuariale si potranno utilizzare tali ipotesi di rendimento anche quando, alla prova dei fatti, si sono rivelate infondate. In tal modo si crea una realtà futura virtuale basata su tassi di rendimento che la realtà reale ha smentito.
Qual è la conseguenza? Che in pratica si creano aspettative previdenziali di un certo livello che poi si trasformano in diritti acquisiti immodificabili per gli iscritti alla cassa. Se tali aspettative, poi, non vengono coperti dai rendimenti previsti, come in passato è quasi sempre successo, la Cassa rischia il dissesto. E finisce che deve intervenire lo Stato.
E qui si apre il secondo capitolo. L’intervento dello Stato non fa altro che aumentare il deficit previdenziale, che è già un fardello non indifferente. La previdenza pubblica, secondo l’ultima relazione pubblicata dalla commissione bicamerale di controllo sugli enti previdenziali il 21 dicembre scorso, ha un indice di copertura di circa il 73,07%.
Inps, Inpdap, Ipost ed Enpals (peraltro ormai tutti unificati dopo la riforma Fornero) hanno generato nel 2010 un flusso di entrate contributive di 207,874 miliardi di euro, a fronte di prestazioni pensionistiche per 284,459. Quindi lo Stato ha dovuto integrare la differenza con fondi propri (76,585 miliardi). E purtroppo tale deficit è aumentato nei due anni successivi.
Stando così le cose, il deficit previdenziale finisce con l’avere effetti diretti sul deficit pubblico. Attaccando con leggerezza l’etichetta di sostenibilità ai conti previdenziali si rischia di rendere insostenibile (rectius non credibile) il bilancio dello Stato.
Ciò spiega perché la riforma delle pensioni sia tanto piaciuta ai nostri creditori internazionali. E spiega pure perché puntare sulla sostenibilità previdenziale giovi così tanto alla causa della credibilità dei nostri conti pubblici. Figuratevi che panico se le ipotesi tecniche messe nel bilancio attuario delle Casse private (che hanno una lunga storia problematica alle spalle) finiranno con l’essere smentite dai fatti. Dovremmo sommare il deficit previdenziale privato a quello pubblico. Già ci immaginiamo lo spread. Come minimo servirebbe un’altra riforma delle pensioni.
Peraltro è già successo. Negli ultimi vent’anni ci sono state una quindicina di sedicenti riforme delle pensioni, e ogni volta esperti, economisti, giornalisti, ci dicevano, salvo poi essere smentiti dai fatti, che il nostro era il sistema previdenziale più sostenibile del mondo.
E lo dicevano con la consueta, insostenibile, leggerezza.
Anni ’90, il futuro è alle nostre spalle
La notizia di oggi è che in Italia per il sesto trimestre consecutivo il Pil è stato negativo. L’Istat ha certificato che una situazione del genere non si verificava da vent’anni. In particolare dal periodo compreso fra il ’92 e il ’93. Gli anni orribili della pseudo-transizione italiana. E poiché le previsioni per il 2013 non sono rosee, è probabile che batteremo anche quel record storico.
Per chi non lo ricordasse, il periodo fra il ’92 e il ’93 era quello successivo alla grande crisi valutaria, provocata da un grave sbilancio nella bilancia dei pagamenti, che condusse all’uscita dallo Sme dell’Italia e alla svalutazione della Lira dopo una notevole distruzione di riserve delle Banca d’Italia. Fu varata la famosa finanziaria del governo Amato da 90mila miliardi delle vecchie lire, che mutò l’aspetto della vecchia Italia. Si intervenne sullo sterminato patrimonio pubblico, inaugurando la stagione delle privatizzazioni delle partecipazioni statali, si abolì l’equo canone, si iniziò a modificare la previdenza (in maniera timida, allungando l’età contributiva della pensione minima da 15 a vent’anni) e tante altre misure che magari vedremo nel dettaglio un’altra volta.
Il risultato fu che fra il ’92 e il ’93 cambiò sostanzialmente la distribuzione della ricchezza nel nostro paese, come si può facilmente osservare studiando i rapporti della Banca d’Italia. Prima il 10% delle famiglie più ricche deteneva il 40% della ricchezza nazionale. Dopo il ’93, sempre il 10% più ricco si era accaparrato un altro 5% di ricchezza, arrivando a quota 45%. E da allora non si è spostato di molto.
Altre notizie di questi giorni fanno subodorare che i primi anni ’90 sono lo scenario che l’Italia si appresta ad affrontare, come se davvero il futuro sia alle nostre spalle.
Con alcune aggravanti. Intanto di natura demografica: l’Italia dei primi anni ’90 era molto più giovane di quella di oggi. Se, come allora, oggi l’incidenza della spesa pensionistica sul Pil è di circa il 14%, adesso abbiamo l’aggravante di una quota crescente di anziani a fronte di una quota sparuta di giovani, peraltro ampiamente sotto-occupati, che mette a serio rischio il sistema previdenziale. Poi di natura fiscale: l’incidenza del debito sul Pil è tornato di nuovo proprio al livello del ’92-’93, mentre lo stock di debito pubblico di vent’anni fa era meno della metà di quello che abbiamo raggranellato nel frattempo. E infine di natura valutaria. La svalutazione seguita ai fatti del ’92 condusse a un rapido recupero del deficit del conto corrente estero. Oggi la nostra adesione all’euro non consente neanche questa soluzione. Col risultato che, come insegnano gli economisti, si dovranno svalutare altri fattori produttivi, a cominciare dai salari per finire con i prezzi.
Altri segnali di come il passato non passi, ma anzi si candidi a diventare il futuro, sono arrivati dalla Francia. Sempre nel ’93 la Francia arrivò a toccare pericolosamente la propria banda di oscillazione dello Sme. Allora si decise di allargarle per salvare il sistema monetario europeo, dopo la fuoriuscita di Italia e Gran Bretagna. Oggi la Francia a crescita zero, altra notizia del giorno, fa capire di non essere in grado di rispettare la soglia del 3% del deficit/Pil e subito l’Europa dice che alcuni paesi potranno avere una dilazione dei tempi sui tempi di riequilibrio fiscale. E’ utile ricordare che l’Italia rientrò nello Sme nel ’96, dopo una dura trattativa sul tasso di cambio con la Germania del Marco che mise le basi per il concambio con l’euro, i cui effetti abbiamo visto dal 2002 in poi.
Ultimo segnale. Il candidato premier del Pd Bersani in un’intervista al Financial Times apre la porta alla vendita di parte delle quote di alcune aziende pubbliche italiane, magari cominciando da Eni e Enel. Non saranno i tempi del Britannia (famoso yacht dove la vulgata racconta si sia svolto, sempre in quei tempi, un celebre meeting fra finanzieri per decidere la sorte delle aziende pubbliche italiane), ma chissà, non si può mai sapere. Lo Stato italiano, ce lo ripetono ogni giorno, ha tanta roba da vendere al fine, dicono, di rendere il nostro debito pubblico più sostenibile. Questo malgrado le privatizzazioni degli anni ’90 (e il debito attuale) mostrino esattamente il contrario.
Se il passato insegna qualcosa possiamo persino azzardare una previsione sul futuro che ci aspetta. Alla fine del biennio di fuoco iniziato a gennaio scorso il 10% delle famiglie italiane più ricche metterà le mani su un altro pugno di punti della ricchezza nazionale, sancendo definitivamente la morte della classe media, e alcuni paesi esteri faranno buoni affari.
D’altronde che volete? L’Italia ormai è profondo Sud.
Caccia grossa alle riserve cinesi
Ci siamo già occupati del fenomeno del boom di riserve accumulate dai paesi emergenti in concomitanza con l’esplosione degli asset finanziari nei paesi cosiddetti ricchi. Quello che non sapevamo, ma che abbiamo scoperto leggendo un interessante paper diffuso pochi giorni fa dal Nber, è che gli accademici stanno già ragionando su come tale stock di riserve possa influenzare il futuro del sistema monetario.
Il titolo stesso dello studio è assai eloquente: Il futuro della liquidità internazionale e il ruolo della Cina. Prima di addentrarci nel dettagli, vale la pena anticipare una conclusione. Lo status di potenza creditrice raggiunto dalla Cina nell’ultimo decennio ha condotto il Paese a diventare un serio candidato al ruolo di pietra angolare del sistema finanziario globale. O, per dirla in altro modo, i debiti dell’Occidente rischiano di consegnare all’Oriente copia delle chiavi del futuro. Questo suggerisce la teoria economica. In pratica la partita sarà assai più politica, come dimostra l’annuncio dell’avvio dei dialoghi per creare uno spazio economico-commerciale fra Usa e Ue fatto prima da Obama e poi da Barroso proprio poche ore fa.
Il paper riepiloga un simposio tenutosi a Pechino fra il 30 ottobre e il primo novembre 2011, quindi alcuni dati sono un po’ obsoleti. Ma il succo non cambia. Secondo l’autore dello studio, Alan M.Taylor, il mondo rischia una terza crisi monetaria, sul modello di quanto accadde nel 1930, quando la sterlinà abbandonò il gold standard, e nel 1971, quando gli Usa sganciarono il dollaro dall’oro. Ciò anche perché la notevole integrazione finanziaria raggiunta, che purtroppo si è scoperta essere associata con una grande turbolenza, sta facendo crescere in maniera esponenziale la domanda di riserve. Ed è proprio questa domanda che rischia di far collassare l’equilibrio monetario attuale basato sul dollaro.
Il punto di partenza è il cosiddetto paradosso di Triffin, dal nome dell’economista che l’ha formulato nel 1960. Ossia la circostanza che se la moneta di uno Stato viene usata come valuta di riserva mondiale, lo Stato in questione dovrà fornire agli altri stati moneta sufficiente per soddisfare la loro domanda di valuta di riserva, causando quindi un deficit della bilancia dei pagamenti, in particolare sul conto corrente. Se la domanda di riserva cresce esponenzialmente, in pratica, rischia di saltare il banco. Può accadere che gli altri stati non abbiano più voglia di sostenere gli squilibri della bilancia dei pagamenti dello stato-moneta con la conseguenza di una crisi valutaria prima e sistemico-monetaria poi. E’ già successo, e potrà succedere, nota Taylor.
La prima questione è misurare la domanda di riserve. Dal 1990 al 2010 (tempo monitorato dalla ricerca) il rapporto Riserve/Pil nei paesi avanzati si è attestato intorno al 4%. Nei paesi emergenti tale rapporto è schizzato al 20%: il quintuplo. In valori assoluti, lo stock di riserve globali è passato dai 200 miliardi di dollari a circa 12.000: si è moltiplicato per 60. Da dove è arrivato tutto questo denaro? E soprattutto, dove è finito?
Cominciamo dalla seconda domanda. La lettura dei grafici pubblicati nello studio mostra con chiarezza che fino a metà 2005 lo stock di riserve dei paesi emergenti era più basso di quello dei paesi sviluppati. Poi avviene il sorpasso. Da quel momento la curva schizza in alto e continua a crescere, salvo una breve flessione fra il 2008 e il 2009.
Quindi sono i paesi emergenti a mettere fieno in cascina per i più svariati motivi, ma sostanzialmente per una buona ragione: anni e anni di crisi hanno insegnato agli emergenti che è meglio non fidarsi. Avere riserve da spendere aiuta eccome in caso di crisi valutaria o di aumento dell’import, cosa che di solito accade quando un paese si sviluppa ai tassi dei Bric. A tale conclusione è giunto di recente anche il Fmi (ne abbiamo parlato nel post Il capitalismo finisce in riserva).
Sapere da dove vengono questi soldi è ancora più facile. Dal 1990 in poi, quindi dopo la caduta del muro di Berlino, il livello di attività e passività in valuta in relazione al Pil dei paesi sviluppati è cresciuto a ritmi straordinari. Tale rapporto quotava poco più di 1,5 nel 1990 e ormai ha superato quota 5. Quindi i soldi arrivano da qui, dai Grandi Consumatori.
Il grafico successivo racconta un’altra storia interessante. La domanda di riserve detenute dai quattro Bric si impenna verticalmente fra il 2009 e inizio 2011. La paura della Grande Crisi la fa quasi raddoppiare. In pratica i Bric si riempiono di dollari proprio mentre l’America ne stampa a più non posso per allentare la morsa del credit crunch. Ciò che provoca la crisi (lo squilibrio della bilancia dei pagamenti americana) allo stesso tempo la nutre. Di nuovo il paradosso di Triffin. Tale asimmetria, alla lunga, potrebbe generale un “dollari panic” disastroso, per l’America, ma anche per i Bric che vederebbero evaporare il valore di quanto hanno a riserva.
Come se ne esce? Lo studio vede un paio di scenari. Uno, chiamiamolo autarchico, in cui gli squilibri esteri si risolvono nel modo più traumatico. Un controllo più fitto sui movimenti di capitale, e quindi sulla finanza per come si intende oggi, capace sostanzialmente di far crollare il rischio di turbolenze, farebbe diminuire la fame di riserve, ma al costo di “esternalità negative” capaci di riportare l’orologio del commercio internazionale indietro agli anni ’30. Questo dice lo studioso.
O sennò bisogna fare in modo che la Cina entri nel grande gioco, infilando la sua moneta (rectius le sue riserve) nel grande calderone. Serve una riforma del sistema monetario internazionale nella quale, sostanzialemente, la Cina ceda riserve in cambio di posizione, con il Fmi nel ruolo di grande ciambellano. Perché è partita la caccia proprio alle riserve cinesi? Facile rispondere anche a questo. Nel 2000 le riserve cinesi erano poche centinaia di miliardi di dollari, ora sfiorano i 4.000 miliardi, quando la Russia, che è la seconda per riserve, non arriva a 500.
La morale della storia è che per mantenere lo status quo e insieme sciogliere il paradosso di Triffin gli americani dovranno diventare un po’ cinesi e i cinesi dovranno diventare più americani.
Casualmente l’Europa si trova proprio in mezzo.
Inps, ovvero l’Istituto nazionale pensione sociale
Ci siamo armati di pazienza e ci siamo letti il monumentale referto della Corte dei Conti sul bilancio 2011 dell’Inps. Una robetta di oltre duemilacinquecento pagine, fra referto e allegati, che illustra con dovizia di particolari lo stato di salute dell’Istituto dopo l’incorporazione dell’Inpdap. Un boccone indigesto che rischia di far saltare i conti già traballanti del colosso della previdenza italiana, alle prese con problemi sistemici rilevanti.
La Corte individua in apertura di referto i profili critici della previdenza italiana. Innanzitutto la longevità della popolazione, che se può far piacere da un lato, dall’altro apre inquietanti interrogativi sulla sostenibilità di lungo termine delle politiche previdenziali (per non parlare di quelle generali del welfare, sanità in testa). Tanto è vero che l’incidenza della spesa pensionista sul Pil rimane sopra il 14%, il doppio della media Ocse.
L’altro fattore critico è lo sviluppo delle varie forme di precarietà “che hanno riflessi sull’adeguatezza delle prestazioni e sulla sostenibilità sociale dell’intero sistema”. Il perché è facilmente intuibile: il lavoro precario genera contribuzione precaria, e di conseguenza rende difficoltoso cumulare la quota di contributi richiesta dalla legge per la pensione, oltre ad assottigliare le risorse generali del sistema.
Poi c’è l’andamento dell’economia. Crescite negative del Pil hanno effetti diretti sui livelli occupazionali e quindi, indirettamente, sulla provvista contributiva necessaria a garantire il flusso delle prestazioni. Il bilancio 2011 si è confrontato con una crescita negativa nel 2012 che si ripeterà anche quest’anno. Se la crescita non riparte i conti dell’Inps cominceranno a scricchiolare pericolosamente.
Last but not the least, l’andamento dei fondi pensione. “Il sistema della previdenza obbligatoria – scrive la Corte – è stato disegnato con il corollario del secondo pilastro, che però ha una modesta quota di adesioni, intorno al 27%”. In pratica, è chiaro a tutti che la previdenza obbligatoria garantirà rendite pensionistiche sempre più basse, più o meno la metà dell’ultima retribuzione. Se fallisce la riforma dei fondi pensione, perché pochi aderiscono, per i futuri pensionati italiani si apre uno scenario se non di povertà quantomeno di ristrettezze.
Aldilà delle questioni sistemiche, il referto analizza anche o stato di salute dell’Istituto. E anche qui non c’è granché da stare allegri: “L’incorporazione dell’Inpdap – scrive la Corte – è destinata a incidere significativamente sui conti generali dell’Inps, che nelle stime previsionali evidenziano pesanti disavanzi e una marcata flessione del netto patrimoniale”.
A tal proposito la Corte rileva preoccupata che il patrimonio netto dell’Istituto è sceso dai 43,6 miliardi di euro del 2010 alla previsione assestata di +25,2 miliardi del 2012. “Le stime assestate dei disavanzi economico e finanziari appaiono suscettibili di condurre all’azzeramento dell’avanzo patrimoniale in un triennio e incidere sulla liquidità indispensabile a garantire la correttezza delle prestazioni”.
Visti nel dettaglio, i conti delle singole gestioni mostrano squilibri difficile da correggere. Dando per scontato che “conserva un ruolo decisivo il finanziamento statale”, si osserva che il saldo delle 40 gestioni amministrate registra una seconda e più pesante perdita dopo quella del 2010: da -1,4 miliardi a -2,3. A mitigare l’emorragia ci pensa il saldo attivo della gestione dei lavoratori parasubordinati (+7,1 miliardi) e quello delle prestazioni temporanee (+2 miliardi). Il netto patrimoniale di queste due gestioni, pari a un attivo di 251,2 miliardi, serve a tenere a galla i passivi patrimoniali di tutte le altre gestioni, negative per 215 miliardi.
Andando ancor più nel dettaglio, vediamo che il saldo attivo delle prestazioni temporanee ripiana, anche se di poco, il grave sbilancio del Fondo pensioni lavoratori dipendenti (deficit patrimoniale a -117,9 miliardi), ossia dove si concentra il grosso dei lavoratori italiani.
Allo stesso modo, gli attivi della gestione dei parasubordinati (i cosiddetti precari) riempie in parte il buco della gestione dei lavoratori autonomi: commercianti, artigiani e agricoltori. In particolare, l’attivo patrimoniale dei subordinati (+71,8 miliardi) rende meno grave la voragine degli altri (-97,3 miliardi).
Per tenere in piedi queste gestioni l’Inps presta gratuitamente (per il lavoro dipendente) i soldi delle gestioni attive a quelle passive. Un po’ come fa con i soldi del Tfr dei lavoratori che non hanno aderito ai fondi pensione, che finiscono praticamente gratis allo Stato “senza idonee garanzie sulla loro destinazione”.
Nei prossimi post approfondiremo alcuni aspetti specifici del bilancio. Intanto si può delineare una prima conclusione: dopo vent’anni di riforme previdenziali siamo tornati a un’incidenza della spesa pensionistica sul Pil uguale, se non peggiore a quella dei primi anni ’90.
Il punto importante, spiegano gli esperti, è la sostenibilità. Ma che vuol dire? Vuol dire che da qui al 2050,a meno di catastrofi, il sistema garantisce il pagamento delle pensioni. Ma quando aumenta la longevità, e quindi col sistema contributivo o aumenta l’età pensionabile o diminuisce la rendita, calano i tassi di sostituzione, e una grossa parte della contabilità previdenziale si salva grazie ai precari, che tipo di pensione erogherà l’Inps a coloro che avranno la fortuna di prenderla? E’ chiaro a tutti che assomiglierà più una pensione di assistenza che di previdenza.
Ma forse la soluzione è più semplice di quanto si pensi. Basta cambiare nome all’Inps. Invece di Istituto nazionale previdenza sociale, nel 2050 si chiamerà Istituto nazionale pensioni sociali.
Nome omen.
L’ottimismo dell’Ocse e il pessimismo della ragione
L’Ocse ha rilasciato il Composite leading indicator, uno strumento di analisi che serve a individuare i punti di svolta delle economia dell’area e a monitorarne i trend. Si tratta di una delle tante palle di vetro che gli analisti costruiscono per provare a scrutare nel futuro, ma in pratica valgono più per l’oggi che per il domani. Quantomeno sono utili indagini di clima. E il clima secondo l’Ocse non volge più al brutto. Ma neanche al bello però.
La schiarita in realtà non è uniforme. Se l’intera area Ocse, nel suo complesso, sembra fuori dal tunnel della grande crisi (l’indice è tornato sopra i 100 punti e sembra orientato al rialzo), rimangono profonde differenze fra le singole regioni, mentre sembrano ancora incagliati i paesi emergenti, specie la Cina.
Se guardiamo ai grafici dell’indicatore notiamo subito la grande differenza fra l’area euro, che sta faticosamente stabilizzandosi (peraltro a un livello di indicatore ben più basso di quello ante-crisi), e gli Stati Uniti. Questi ultimi, sebbene ancora non abbiano raggiunto livelli pre-crisi, mostrano un trend di deciso rialzo e lo stesso accade per la Gran Bretagna. Ma sono gli unici portatori di buone notizie.
In Giappone l’indice mostra una curva quasi piatta, orientata debolmente verso la crescita, proprio come accade in Brasile. Mentre la Cina addirittura mostra un andamento della crescita sotto il trend (indice sotto 100 in calo dal 2010). In Europa la Germania e l’Italia mostrano segni di stabilizzazione, ma anche in questo caso ben al di sotto dei livelli di appena due anni fa (indice ancora sotto 100). In Francia va addirittura peggio: l’andamento della crescita è previsto debole, esattamente come accade per il Canada (curva dell’indice sotto 100 orientata verso il basso).
Se si guarda per macro-aree, le cinque maggiori economie asiatiche sono orientate verso una crescita debole, a differenza dei paesi del Nafta, che mostrano una crescita più robusta.
Le altre due grandi speranze dei Bric, ossia Russia e India, mostrano una curva decisamente orientata al ribasso. In India l’indice è sceso sotto 98, in Russia ci si avvicina. Solo il Brasile mostra segni di crescita (ma l’indice è ancora sotto 100).
Stando così le cose il relativo ottimismo dell’Ocse può facilmente lasciare il posto a un solido pessimismo della ragione. L’economia mondiale sembra attaccata più che mai al carro statunitense che, faticosamente, sta cercando di riportarsi al livello del 2007 (quando l’indice quotava quasi 102). Basterà per tirar fuori dalle sabbie mobili il mondo intero?
Questo l’Ocse non lo dice.
La questione peninsulare
C’è molto da imparare a leggere l’ultimo rapporto sul reddito disponibile delle famiglie pubblicato di recente dall’Istat, e ancora di più a scorrere le serie che raccontano la storia del reddito italiano sin dal ’95.
Cominciamo dalla voce più robusta del reddito disponibile, ossia la quota che deriva dal lavoro dipendente. Tale quota pesava il 55,9% nel 1995. Nel 2011 è arrivata al 61,5%. L’andamento nei 15 e passa anni considerati è stato più o meno crescente. Ha rallentato a fine anni ’90 e poi è cresciuta con regolarità dal 2003 in poi raggiungendo il picco del 61,7% nel 2010. In pratica siamo sempre più un paese di impiegati e sempre meno di imprenditori.
Tale sospetto si rafforza se guardiamo l’andamento del reddito misto, ossia del flusso che rappresenta la quota del risultato economico dell’impresa destinato alle famiglie produttrici. Nel 1995 tale voce pesava il 22,7% del reddito disponibile e da questa quota si è sposta di pochi decimali in più o meno fino al 2005, quando per la prima volta è scesa al 21,6%. Il calo è proseguito negli anni successivi fino al 20,5% del 2011, in leggera ripresa dopo il picco di ribasso del 20,3% del 2010.
Un altro indicatore molto interessante è quello relativo all’andamento delle imposte correnti. Nel 1995 pesavano il 14,7% del reddito. Nel 2000 erano già arrivate al 17,2%. Calano leggermente a partire dal 2001 (16,3%) per arrivare al 15,4% nel 2005. Nel 2006 si era già tornati al 16,2, per arrivare al 17,6 del 2010 e al lieve calo del 17,3% l’anno successivo.
Quindi l’incremento della quota di reddito riservata al lavoro dipendente è in rapporto di correlazione diretta (ed è anche facile capire il motivo) con l’andamento di quello del peso delle imposte (i redditi da lavoro dipendente sono gli unici che danno soddisfazione al fisco) e in rapporto di correlazione inversa con quella dei redditi misti.
Altra voce eloquente è quella delle prestazioni sociali, ossia i trasferimenti correnti corrisposti alle famiglie per, genericamente, la sicurezza sociale. Quindi il Welfare.
Tali passaggi di denaro pesavano il 24,5% del reddito nel 1995. Nel 1999 erano già il 26,4%. Calano lievemente fino al 2002 e poi riprendono a correre. Sono il 26,7% nel 2003, il 26,9 nel 2006, il 28,2% nel 2008 e superano stabilmente il 30% dal 2009 in poi.
Quindi una quota robusta del reddito disponibile viene originata dal lavoro dipendente e dal Welfare. E questa situazione, pure nelle differenze regionali, spesso sorprendenti (capita che la Sardegna abbia avuto una crescita percentuale del reddito disponibile per abitante fra il 2008 e il 2011 del 2,1%, più alta di Bolzano) accomuna tutto il paese.
Siamo un paese che campa di stipendi e di assistenza, dove la ricchezza prodotta dal redditi da capitale è crollata dal 27,3% del reddito del 1995 al misero 17% del 2011 e sopravvive a fatica una certa ricchezza immobiliare, anche questa falcidiata.
L’Italia si è meridionalizzata.
Ormai è esplosa la questione peninsulare.
