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Cercasi India disperatamente

Sapete tutti di Cindia, fortunata crasi giornalistica di Cina e India, ossia la pangea economica a venire destinata a cambiare le sorti del pianeta. Si che lo sapete. Non passa semestre che qualcuno non vi dica che il pendolo del mondo si è spostato a Oriente, nel magico ed esotico mondo delle tigri asiatiche, del dragone cinese e, last but not the least, del pachiderma indiano.

Fedeli alla consegna che ci siamo dati di rimuovere un po’ di mitologia sui Bric e i loro satelliti, siamo andati a vedere le carte, approfittando dell’ultimo staff report sull’India rilasciato dal Fondo monetario internazionale. Un centinaio di pagine che fotografano lo stato generale del subcontinente e che ci auguriamo leggano tutti i seguaci dell’Oriente, se non altro perché sorga in loro il sospetto che l’India che dicono arriverà si basa sugli auspici assai più che sui fondamentali.

Il Fondo esordisce dicendo che l’economia indiana è andata rallentando significativamente dopo la rapida ripresa post crisi del 2008. E le previsioni parlano di crescita col freno a mano tirato anche per i prossimi anni a causa di alcune ragioni interne.

In cifre, il fondo nota che nel 2012 la crescita è stata del 6,5% ( era l’8,4 fra 2010/11 e il 10% nel 2006) e si prevede scenderà al 5,4 quest’anno per poi tornare al 6% nel 2013. Ciò a fronte di una produzione industriale crollata dagli 8,2 punti del 2011 ai 2,9 dell’anno scorso.

Nel periodo 2004-2011 la crescita media dell’India era stata dell8,3%, trainata, da bravo Bric, dall’export. Ma tanta fortuna ha generato un aumento della domanda interna  di cibo, elettricità, acciaio e trasporti, e in generale di infrastrutture, di fronte alla quale il Paese si è trovato drammaticamente impreparato, come si è visto, nota il Fondo, nel blackout del luglio 2012 che ha spento mezza India.

Servono quindi investimenti robusti per stare al passo dell’India che dovrebbe germinare Cindia. Il problema è che, pure se si riuscisse a far decollare gli investimenti (l’India gareggia con l’Italia per scandali e corruzione), bisognerebbe tenere conto degli ampi deficit fiscali, che ancora affliggono il Paese, e dell’inflazione a due cifre. “Una risposta comune alla bassa crescita – scrive il Fondo – è adottare politiche fiscali controcicliche”, ossia espandere la spesa pubblica. “Ma tali politiche – nota ancora – sono inappropriate per l’India. L’alta inflazione comporta che ci sia solo un piccolo spazio per tagliare i tassi, mentre il deficit fiscale, previsto all’8,7% del Pil nel 2013, mostra che sia prioritario controllare la spesa pubblica piuttosto che espanderla”.

Il quadro macroeconomico, d’altronde, non è semplice. Le esportazioni crescono più delle importazioni (309 mld di dollari previsti nel 2013 a fronte di 499 mld di import) e il saldo corrente della bilancia dei pagamenti è in costante rosso (-78 mld previsto per il 2013 e il 2014). C’è un deficit fiscale (con un debito estero in crescita costante, dal 18,7% del Pil del 2011 al 20,4 e 21,7 dei due anni successivi), l’inflazione è alta, più o meno sopra il 10%, e i bond a dieci anni pagano in media, nel 2012, l’8,2%.  Ciò spiega perché il Fondo parli di “vulnerabilità esternea causa del deterioramento della bilancia dei pagamenti”. Questo a fronte di un rapporto debito/Pil intorno al 66%.

Che fare allora?  Il Fondo auspica un consolidamento fiscale unito a un controllo dell’inflazione per rafforzare la posizione sull’estero. Allo stesso tempo che si rimuovano gli ostacoli strutturali agli investimenti, affrontando i problemi connessi all’energia (il governo sta pensando di togliere i sussidi ai carburanti) e alle materie prime. Poi servirebbero riforme per l’agricoltura, la scuola, il mercato del lavoro, la sanità, per ridurre i rischi finanziari e promuovere la solidità delle banche pubbliche.

Cercasi India disperatamente.

Il lato nascosto della corsa all’oro

La fame d’oro sembra insaziabile. Solo nel dicembre scorso la Cina ha importato oltre 25 tonnellate d’oro da Hong Kong. L’India non è da meno. Insieme alla Cina quotano il 52% della domanda d’oro globale nel mondo. Oro che, lo ricordiamo, viene richiesto per gioielleria, investimento o dalle banche centrali per aumentare le riserve. Ormai tutte queste voci corrono. La domanda d’oro della Cina, per dirne una, è cresciuta dalle 200 tonnellate del 2001 a quasi 600 tonnellate l’anno nel 2010. E una quota robusta di tale domanda è andata a finire fra le riserve della banca centrale.

Nel 1999, infatti, le riserve d’oro della banca centrale Cinese erano di 395 tonnellate. Dieci anni dopo erano quasi triplicate: 1.054 tonnellate. A fronte di questo incremento, le statistiche più accreditate, mostrano che la Svizzera è stata la più grande venditrice netta d’oro nel decennio, passando dalle 2.590 tonnellate di riserve auree del 1999 alle circa 1.040 del 2009. Venditori netto d’oro sono state anche la Banca centrale olandese, da 982 tonnellate a 612 e la Bce, da 747 a 536 tonnellate. La Francia non è stata da meno, passando da 3.024 tonnellate a 2.487. Stabili invece l’Italia, che ha conservato le sue 2.451 tonnellate, la Germania (da 3.468 a 3,412 tonnellate), il Fondo monetario internazionale (fermo a 3.217 tonnellate) e gli Stati Uniti che hanno appena scalfito le loro 8.138 tonnellate del 1999 arrivando alle 8.133 tonnellate del 2009.

Tiriamo le somme. Fra il 1999 e il 2009 tre grandi banche centrali hanno venduto 2.131 tonnellate d’oro. La Cina ne ha comprate ( da loro o da altri non lo sappiamo) 659. Ne mancano all’appello 1.472. Chi le ha comprate?

E qui il terreno si fa scivoloso. Ma non è irragionevole supporre che abbiano fatto il pieno i Bric, ossia i paesi emergenti, grazie agli imponenti attivi commerciali realizzati nella prima parte degli anni Duemila.

Se guardiamo ai dati delle riserve auree nel 2012, notiamo altre cose. Le riserve degli Stati Uniti sono aumentate, passando da 8.133 a 8.965 tonnellate (+827 tonn, circa +10%), quelle tedesche pure: da 3.412 a 3.743 (+331 tonn, circa +10%), e anche quelle italiane sono cresciute: da 2.451 tonnellate a 2.702 (+251 tonn, circa +10%). La Francia, nel triennio considerato, è risalita, passando da 2.487 tonnellate a 2.648 (+161 tonn. +6,5%). Quindi il paese più indebitato del mondo ha aumentato le proprie riserve auree, tenute ferme per anni, proprio nel periodo in cui dava inizio al quantitative easing. E molti altri lo hanno imitato. La Svizzera è tornata a comprare oro, arrivando nel 2012 a 1.146 tonnellate (+106 tonn, +10% circa). La Germania, nel 2012, è arrivata a 3.743 tonnellate, (+331 tonn, +circa 10%). Persino la Bce ha comprato, nei tempi della crisi, passando da 536 a 553 tonnellate (+17 tonn. +3% circa). L’unico che ha venduto oro è stato il Fmi, che scende a 3.101 tonnellate da 3.217.

Interessante il dato della Russia, che negli ultimi cinque anni ha più che raddoppiato le sue riserve portandole a 960 tonnellate di cui 439 acquisite solo nel 2011 (con l’oro al top) e ha venduto qualcosa nell’aprile scorso. Di recente Mosca ha fatto sapere che è intenzionata a riprendere gli acquisti. Come anche la Cina.

La Cina è cresciuta ancora, arrivando a 1.161 tonnellate (+107 tonn, +10% circa). In cambio vendono dollari. Ed è pure comprensibile. Basta considerare che le mille e passa tonnellate di oro in mano alla Cina pesano sul totale delle riserve della banca centrale meno del 2%.

Il gigante di Cinese è imbottito di carta, mentre la ricchezza aurea è tuttora saldamente concentrata nei paesi ricchi.

La sindrome cinese è diffusa nei cosiddetti paesi emergenti. Ne troviamo le tracce in Russia, dove il peso dell’oro sul totale delle riserve è inferiore al 10%, in India (614 tonnellate ne 2012, il 9,6% del totale delle riserve) e persino a Taiwan (465 tonnellate di oro, il 5,9% delle riserve).

Al contrario, negli Usa, ma anche in Germania, in Italia e in Francia l’oro pesa oltre il 70% sul totale delle riserve. Solo la Svizzera, fra i paesi europei, sta intorno al 15%.

Utile osservare che la domanda d’oro ha accelerato durante la crisi finanziaria. Mentre le banche centrali stampavano monete, compravano lingotti, dovendo subire la concorrenza dei paesi emergenti, Russia, Cina e India in testa, oltre a quella del mercato della gioielleria, anch’esso in costante crescita anche per fini di investimento.

La caccia all’oro, insomma, non risparmia nessuno. Né i paesi ricchi, che gonfiano le riserve con solido metallo, né i paesi emergenti, che cercano disperatamente di fare la stessa cosa ma con poche probabilità di riuscire. 

S’intravede la nostalgia di un vecchio sistema monetario.

I futuri pensionati si preoccupano, ma non abbastanza

Chi dice che sulla questione previdenziale nel nostro Paese ci sia una diffusa incosapevolezza è male informato. Una recente indagine del Censis, commissionata dalla Covip, la commissione che vigila sui fondi pensione, dimostra tutto il contrario.

I lavoratori italiani non si aspettano granché dal proprio futuro pensionistico. Sanno già che la loro pensione sarà bassa e che non potranno lasciare il lavoro se non in età avanzata. Quello che stupisce, leggendo i dati della rilevazione, è che sembrano rassegnati al loro futuro di sostanziale povertà. Tutt’al più sperano di cavarsela.

L’indagine campionaria è stata fatta ascoltando 2.400 lavoratori, equamente suddivisi fra il settore pubblico, privato e autonomo. Il 45,8% è convinto la la sua sarà una vecchiaia di ristrettezze, e solo l’8,2% è covinto che potrà godersi un po’ di serenità grazie ai redditi previdenziali. Il 24,5% si accontenterà di “togliersi qualche sfizio”.

Vediamo perché. La soglia media di pensione che il campione di aspetta di ricevere sarà pari al 55% dell’ultimo stipendio. Questo, mentre si aspetta di lavorare oltre i 70 anni il 14,5% dei dipendenti pubblici, a fronte del 23,4% dei privati e del 33,8% degli autonomi. Il Censis calcola che solo il 23,5% dei lavoratori andrà in pensione all’età desiderata. Quindi più vecchi e più poveri. Con l’aggravante che l’84% è convinto che le regole cambieranno ancora in futuro, presumibilmente in peggio.

In più, il 34,1% teme sopra ogni altra cosa di perdere il lavoro e di non riuscire quindi a maturare la contribuzione per prendere la pensione, sebbene bassa e in tarda età. Percentuale alla quale bisognerebbe aggiungere quel 24,9% che, a causa della precarietà, è seriamente a rischio di contribuzione. Per costoro, in caso non riescano a raggiungere la quota contributiva prevista per andare in pensione, rimarrà solo la pensione di vecchiaia, l’attuale pensione sociale. Ovviamente tale paura si concentra nella fascia più giovane del campione, i soggetti fino a 34 anni.

Interessante anche leggere come tali soggetti pensano di affrontare una vecchiaia siffatta. I dipendenti pubblici pensano di salvarsi grazie ai propri risparmi (45,4%) e al proprio patrimonio immobiliare (17,3%); per i privati tali percentuali passano rispettivamente al 38,1% e al 18%; per gli autonomi al 41,5% e al 21,4%.

In totale (e in media) il 58,6% del campione riserva alla propria ricchezza privata (risparmi+mattone) il compito di difendersi dalla miseria senile, a fronte di un 16,5% che si affida ai fondi pensione. Il che fa sorridere: in un paese dove il Censis e la Covip stimano 11 milioni di analfabeti finanziari, viene fuori che il 58,6% dei lavoratori conta di cavarsela in vecchiaia investendo in finanza o nel mattone. Ma fa anche riflettere: questi lavoratori contano di riuscire a poter contare su una quota significativa di risparmi e di patrimonio, malgrado i redditi reali medi non crescano da anni.

Ma questa forse è solo un’eredità culturale, più che un calcolo economico razionale. Per 50 anni il popolo italiano ha imparato che si andava in pensione con l’80-100% dell’ultimo stipendio e con una liquidazione, con la quale comprava titoli di stato al 10-15% (ignorando la tassa dell’inflazione) o si comprava una casa. Questi redditi integrativi assicuravano un livello di vita, anche perché si andava in pensione giovani, spesso superiore a quello di fine carriera.

Speriamo che non servano altri 50 anni per capire che non è più così.

Volevo una casetta in Canada

Sembrava immune dal contagio il gigante canadese, come se i grandi laghi e le foreste lo mettessero al riparo dagli scossoni della crisi globale. Poi sono arrivati i soliti guastafeste di Moody’s che hanno declassato sei grosse banche del Paese. Una smacco niente male per uno Stato che presenta una bilancio pubblico invidiabile (debito/Pil di poco superiore all’80%) e un livello generale di crescita prevista intorno al 2% quest’anno, in leggero calo dal 2,6% del 2011 (1,9% nel 2012) e del 2,7% del 2014.

Ma poiché non vi vive solo di bilanci pubblici, ecco che i signori del rating individuano in due variabili macro altrettanto importanti (se non di più) la causa della fragilità del Canada: il livello di indebitamento delle famiglie, giunto al record del 165% del reddito, e le quotazioni del mercato immobiliare “cresciute – dice l’agenzia – del 20% dal 2007”. Quindi mentre in tutto il mondo i prezzi del mattone scendevano, in Canada accadeva il contrario. Perché?

Che il mattone sia un problema in Canada, è fatto notorio. Nella sua recente rilevazione sullo stato globale del settore, l’Economist ha calcolato che il price to income canadese, quindi lo spread fra il livello dei redditi e le quotazioni immobiliari quoti 34 punti (in Italia è 12). Significa che i prezzi dovrebbero scendere del 34% per essere allineati al livello generale dei redditi. Questi ultimi, nota Moody’s, sono cresciuti meno dell’indebitamento. E ciò spiega perché le famiglie canadesi siano passate dal 137% di debiti sul reddito del 2007 al 165% del 2012.

Evidentemente i rincari immobiliari si sono scaricati sui debiti delle famiglie, probabilmente via mutuo. Ma l’aumento dell’indebitamento è anche una conseguenza diretta dell’aumento dei consumi interni, probabilment grazie ai crediti concessi alle famiglie, che hanno contribuito non poco al buon andamento del Pil, rapidamente in ripresa dopo il -2,8% del 2009. Infatti i consumi privati, in contrazione di 2,1 punti nel 2009, esplodono a +4,5 nel 2010 per arriva a 3 punti nel 2011.

Da qui la debolezza delle banche, esposte alle intemperanze del ciclo immobiliare e all’asfissia finanziaria delle famiglie che però, malgrado tutto, rimangono fra le più ricche del pianeta, appena sotto quelle americane con una ricchezza netta pari a 5,5 volte il reddito (in Italia tale rapporto quota 8). Tanto che si era parlato del Canada come di un’isola felice: un’economia sostenuta da un buon export, bassa inflazione (circa 1% con previsione di arrivare al 2 entro metà del 2014) buoni conti pubblici, prospettive positive grazie alle politiche energetiche e agli investimenti sulla tecnologia estrattiva. Qualcuno ricorderà che l’Iea ha previsto che entro il 2030 Usa e Canada diventeranno esportatori netti di petrolio grazie ai ritrovati tecnici (scisti bituminosi e quant’altro).

Per capire però se il miracolo canadese è davvero un miracolo, vale la pena leggere un capitolo dell’ultimo World economic Outlook del Fmi dedicato proprio alla battaglia vinta del Canada contro il quasi fallimento a partire dal 1995. Erano almeno dieci anni che il Canada tentava di risanare i propri conti pubblici, quasi in dissesto a partire dal 1980 a causa di alti deficit e politiche monetarie sballate.

Nell’85 il governo in carica si propose di abbassare il rapporto debito/pil al 65% con la solita ricetta di aumenti di tasse e tagli di spesa che portarono il bilancio pubblico in avanzo primario nel 1989. Ma il miglioramento del deficit non ebbe grandi impatti sul debito (un po’ come accade oggi da noi). In più nel 1990-91 arrivò una pesante recessione che si mangiò il risanamento fece schizzare al 102% il debito/Pil. Vale la pena sottolineare che una delle misure decise nell’85 fu quella di varare una supertassa per i redditi più alti e procedere ad ampie privatizzazioni. Tanto per dire che tutto il mondo è paese.

Nel ’95 il Canada mise in campo alcune riforme strutturali per risolvere gli squilibri di bilancio, fra le quali si segnalano lo spostamento di parte della fiscalità dallo stato centrale ai territori e una politica monetaria più rilassata, con tassi bassi e svalutazione. Il debito si ridusse di 35 punti sul Pil. La spesa per interessi calò dal 10% del Pil del ’95 al 7% nel 2000.

Ma la differenza la fece il contesto internazionale. I partner commerciali del Canada, Usa in testa, conobbero una notevole ripresa a partire dal ’91. Ne beneficiarono i conti con l’estero, complice anche un indebolimento del cambio: l’export aumentò di 3 punti sul Pil ogni anno fra il ’93 e il 2000. Malgrado la crescita del Pil rimanesse relativamente più bassa rispetto ad altri paesi avanzati, il risanamento si compì.

Contestualmente tuttavia il debito delle famiglie passò dal 114% del 1999 al 165% di oggi. In pratica il debito delle famiglie è aumentato del 44% in dodici anni, mentre il debito pubblico scendeva del 35%. Questo tanto per dire che ci sono molti modi per risanare i conti pubblici.

Il futuro è incerto. Le previsioni registrano un modesto aumento dei consumi interni per i prossimi anni, dovendo anche fare i conti con un settore immobiliare sopravvalutato. Quindi l’unica speranza per tenere in ordine i conti sono le esportazioni, in un momento peraltro in cui la torta del commercio internazionale deve confrontarsi con una guerra valutaria ormai dichiarata.

Insomma, una casetta in Canada è ancora un buon asset.

Ma non per molto.

AfFondo immobiliare

Perché in un momento in cui il mercato ristagna, i prezzi si prevedono in calo e gli investitori esteri fuggono, i fondi italiani hanno aumentato del 50% gli investimenti?

E’ accaduto fra il 2009 e il 2012, secondo un rapporto preparato da Bnp Paribas real estate, quando gli investimenti dei fondi italiani immobiliari nel settore passano dal 26 al 39%. Questo mentre il mercato si contrae e i prezzi si congelano.

Per rispondere alla domanda, serve innanzitutto spiegare cosa siano e cosa facciano i fondi immobiliari. Si tratta di organismi di rispamio collettivo (Oicr) amministrati da società di gestione di risparmio che in pratica rilevano beni immobiliari allo scopo di amministrarli (con l’affitto o la vendita). Per raccogliere le risorse necessarie al loro funzionamento, e quindi anche “ripagare” i beni immobiliari che finiscono nel loro portafoglio, i fondi emettono quote a investitori che lucrano sulle remunerazioni di tali quote e sulla loro liquidazione una volta che il fondo cessa la sua attività.

Il funzionamento è molto semplice. Mettiamo che io sia un’istituzione che disponga di un patrimonio immobiliare e non sappia o non voglia gestirlo direttamente. Posso conferire tale patrimonio a un fondo che, emettendo quote, mi fa avere una contropartita liquida immediata, di solito a sconto rispetto al prezzo di conferimento. Il fondo poi si incaricherà di gestire questo patrimonio rimborsando le quote ai sottoscrittori una volta venduti tutti i beni.

I fondi nascono in Italia nel ’94 ma hanno iniziato a farsi vedere solo alla fine degli anni ’90, quando venne la fregola di privatizzare il patrimonio immobiliare degli enti previdenziali e, più tardi, dello Stato. Pompati dal credito bancario di quegli anni, i primi fondi immobiliari italiani misero radici nei primi anni del 2000 e da lì in poi si sono sviluppati con costante gradualità. Un rapporto della Banca d’Italia del 2009 nota curiosamente che “nonostante la crisi finanziaria, nel 2008 sono divenuti operativi 56 nuovi fondi immobiliari, arrivando a 228 a fine anno”.

Per sapere cosa è successo dopo fine 2009, leggiamo un altro studio, stavolta di Scenari immobiliari, che fotografa lo stato dell’industria dei fondi a maggio 2012. “L’industria dei fondi italiani ha continuato la propria crescita anche nel corso del 2011”, scrive Scenari Immobiliari. A fine 2011 i fondi operativi erano 312 e il patrimonio immobiliare detenuto direttamente era passato dai 40,6 miliardi del 2009 (a fronte dei 34,7 mld del 2008) a 46,4 mld a fine 2011, con una prospettiva di arrivare a 47,8 nel corso del 2012.

Quindi la crisi immobiliare, contro ogni logica apparente, fa da propellente all’industria dei fondi.

Ma in realtà una logica c’è. Per trovarla basta scrutare la composizione azionaria di gran parte di questi fondi. Grandi sponsor, diretti o indiretti, di questi strumenti sono come si può immaginare le banche e alcune assicurazioni che fanno accordi con soggetti specializzati nel settore delreal estate. Le stesse banche e assicurazioni che hanno grandi patrimoni immobiliari e la necessità di metterli a reddito, se non di liquidarli.

Le banche e le assicurazioni sono grandi sottoscrittori di quote di fondi immobiliari, delle società di gestione, se non direttamente loro promotori. Quindi, in un momento in cui i prezzi calano e c’è una crisi del credito aumentare gli investimenti sui fondi può essere un metodo efficace per le banche e le assicurazioni per gestire lo “sgonfiamento” ordinato della bolla che si è venuta a creare negli ultimi dieci anni sui corsi immobiliari. Oltre che un espediente per trarre valore immediato dal proprio patrimonio rimasto incagliato nella crisi sperando che nel tempo di gestione del fondo (di solito almeno dieci anni) il mercato si riprenda.

Insomma, dovendo raschiare il barile del mattone, le banche trovano il Fondo (vedi post omonimo).

Mi sono convinto che tale scenario abbia un senso leggendo un trafiletto pubblicato sul Sole 24 Ore il 25 gennaio. Si raccontava di un imprenditore bisognoso di credito, a cui una banca aveva proposto la concessione di un fido per alcune centinaia di migliaia di euro in cambio della sottoscrizione di quote a un fondo immobiliare della banca stessa. Lo sport preferito delle banche, ossia prestare soldi a se stesse per il tramite di questo o quel soggetto, sia esso una persona fisica o giuridica, non è passato di moda. Anzi.

Siamo in pieno afFondo immobiliare.

Che fine farà il risparmio italiano?

A un certo punto dobbiamo scegliere. Decidere a chi dare i nostri soldi, pochi o tanti che siano. Di fronte a noi abbiamo due bocche gigantesche spalancate che attendono di essere saziate: lo Stato, affamato da un debito più che trentennale, e la finanza privata, stremata da anni di giochi di prestigio (il caso Mps è solo l’ultimo di una serie lunghissima) e in debito di capitalizzazione.

Questi due enormi Moloch stanno lì pronti a ingurgitare due generazioni di risparmio italiano. Lo Stato per il tramite della sua classe politica, che promette tutto e il suo contrario mentre tenta di vendere le sue obbligazioni pubbliche, e i privati grazie ai buoni uffici dei suoi piazzisti, tramite i quali tenta di vendere le sue obbligazioni corporate. E noi, ogni giorno, scegliamo, magari senza comprendere che in tempi di democrazia economica, la scelta a chi dare i nostri soldi è una scelta essenzialmente politica.

Sarebbe bello se compissimo l’evoluzione più naturale in una democrazia matura: votare, per il tramite dei nostri soldi, l’idea politica che più ci piace. E non parlo dei partiti, ma dei progetti. Se finanziassimo con i nostri soldi progetti pubblici per il tramite di obbligazioni di lungo periodo dedicate e strutturate in modo da garantire un rendimento pari al tasso Bce e uno sconto fiscale pari allo spread con il Btp ordinario. Chi sottoscrive tali obbligazione ha di sicuro un’adesione assai più convinta al progetto sotteso (una nuova ferrovia piuttosto che una riforma del mercato del lavoro) di quanto mai potrà riservare a un qualunque partito. Questo perché il voto in cabina elettorale non ha riflessi diretti sul nostro portafoglio (salvo le note distorsioni clientelari). Il voto “obbligazionario” ne ha, eccome.

Per capire come sia giunto a tale fantasia, bisogna guardare alcune cifre e alle cronache. A fine 2011 (dati Bankitalia) la ricchezza finanziaria delle famiglie italiane, ossia il nostro risparmio, era di circa 3.200 miliardi, in calo del 3,4% sul 2010. Se a questa cifra sottraiamo le passività, 900 miliardi (in aumento del 2,1% sul 2010), la ricchezza finanziaria netta a livello macro arriva a circa 2.300 miliardi. Questa è la torta.

Notate che osservando l’andamento della ricchezza dal 1995 a oggi, si vede con chiarezza che l’incremento della ricchezza derivante da attività reali è andato a scapito della ricchezza finanziaria, cresciuta quindi assai meno rispetto al mattone e, soprattutto, ai debiti.

La torta, quindi, vale 2.300 miliardi e sta diminuendo nel tempo, a causa dei debiti e dell’andamento erratico dei mercati finanziari che oggi danno e domani tolgono, quasi sempre con saldi negativi per tanti e grossi guadagni per pochi. Tant’è vero che in Italia la ricchezza è sempre più concentrata.

Di fronte a una torta di 2.300 miliardi nel 2011 abbiamo un mercato obbligazionario bancario che quota 873 miliardi e un mercato obbligazionario delle aziende corporate di 90 miliardi.Quindi la ricchezza al netto di questi prestiti già concessi arriva a 1.343 miliardi. L’idrovora privata succhia alle famiglie (in cambio di rendimenti più o meno rischiosi) 963 miliardi.

Il resto della torta, 1.343 miliardi, se lo contendono i depositi bancari, il risparmio gestito e assicurativo e lo Stato. A fine 2011, il 46% dei circa 1.600 euro di debito pubblico in circolazione (quota che non include il debito delle amministrazioni locali) era collocato all’estero, quindi 736 miliardi. Il debito pubblico italiano in mano ad italiani (famiglie, ma anche banche, assicurazioni, fondi eccetera) quotava 864 miliardi. Si calcola che di questa somma circa l’11% sia direttamente in mano alle famiglie. Quindi circa 95 miliardi.

Ricapitoliamo. Le famiglie italiane hanno investito 963 miliardi in obbligazioni private e 95 miliardi (meno di un decimo) in obbligazioni pubbliche. Il mercato obbligazionario pubblico e privato assorbe 1.058 miliardi. Quindi dal totale della ricchezza netta di 2.300 miliardi residuano 1.242 miliardi sparsi fra depositi, assicurazioni e quant’altro la finanza italiane ed estera offra sul mercato. Numeri che dimostrano una chiara inclinazione delle famiglie italiane a prestare soldi al privato piuttosto che al pubblico, in virtù dei più alti rendimenti. Ignorando peraltro come una rendimento più alto sia sempre associato a un rischio più elevato.

E qui entrano in gioco le cronache. L’elenco delle malversazione dei privati sulla pelle del risparmio italiano contende il primato solo alle malversazioni consumate ai danni dei soldi pubblici. Eppure gli italiani continuano, immagino per mancanza di alternative, a foraggiare l’idrovora privata.

Eppure un’alternativa è possibile. Se si accetta l’idea che lo scopo di un investimento non sia il massimo profitto, ma la massima utilità, un investitore potrebbe scegliere di guadagnare meno interessi attivi monetari in cambio di un interesse più elevato. Accettare un’obbligazione con un tasso più basso in cambio di uno sconto fiscale, ad esempio, che consentirebbe di avere più soldi in tasca per far ripartire i consumi e anche di realizzare progetti che altrimenti non sarebbero mai realizzati. Il tutto accoppiato con una revisione reale della spesa pubblica per placare l’idrovora del bilancio dello Stato. Si avvererebbe il miracolo preconizzato dal presidente Bce Draghi a Davos: “Vorrei vedere un taglio dei costi di governo, una calo delle tasse e una gestione degli investimenti per infrastrutture”.

Ma affinché tale miracolo si compia serve un balzo, che dobbiamo compiere tutti, innanzitutto culturale. Un’evoluzione mentale. Occorre uno scatto d’ingegno per mettere davvero a frutto la ricchezza delle nostre famiglie.

Siamo ancora in una posizione invidiabile (abbiamo debiti per il 70% del reddito e una buona ricchezza netta), ma non durerà per sempre. I vari fiscal compact, le turbolenze finanziarie, la crisi del lavoro e la svalutazione del mattone prosciugheranno molto presto la nostra ricchezza, malgrado tutti i nostri disperati tentativi di metterla al sicuro. Per inseguire un capital gain rischiamo di perdere il nostro futuro.

E invece è il momento di comprarcelo.

Le banche vendono casa, ma chi compra?

Ho vissuto una piacevole sensazione di déjà vu mentre scorrevo un articolo pubblicato sull’inserto Casa del Sole 24 ore intitolato “Le banche fanno cassa vendendo il mattone”, dove si racconta del tentativo degli istituti italiani di liberarsi di grosse quantità di beni immobiliari rimasti incagliati.

Infatti mi è tornato in mente un altro articolo, pubblicato sempre sul Sole 24 ore nel lontano 10 agosto 2002, titolato stavolta “Le banche rilanciano il ballo del mattone”. Al di là dei toni, frizzante e ottimista quello del 2002, dimesso e preoccupato quello del 2013, il succo è lo stesso: le banche italiane stanno cercando di liberarsi di quote cospicue di beni immobiliari, come se negli ultimi 11 anni non fosse cambiato nulla. Salvo la domanda: chi compra?

Nel 2002 la risposta era facile. Il mondo bancario aveva di che sorridere: tassi bassi e fiducia alle stelle favorirono una notevole quantità di spin off dei loro patrimoni immobiliari che generarono per gli istituti enormi plusvalenze e fecero schizzare alle stelle l’ottimismo (e i valori). L’euforia generò, letteralmente, una miriade di operatori sponsorizzati dalle stesse banche che si buttarono con voracità sul mercato lucrando riccamente altre grosse plusvalenze grazie a compravendite istantanee, mentre il carico debitorio sulle famiglie, sempre grazie al credito “gratis”, aumentava a due cifre.

Sappiamo com’è finita: nel 2008 la crisi americana si è abbattuta come uno tsunami su mattone italiano. Le banche hanno chiuso i rubinetti, i prezzi si sono congelati, la domanda è crollata, l’offerta è rimasta appesa. Molti istituti di credito si sono viste restituire le case che tanto allegramente avevano venduto a debito, perché i debitori non erano più in grado di pagare il mutuo (o il fido) e adesso il loro portafoglio immobiliare si è di nuovo gonfiato. Chiaro che vogliano liberarsene.

Ma siccome l’aria è cambiata, la buona volontà non  basta più. Anche perché sul tappeto c’è un altro grande proprietario – lo Stato – che da anni promette di vendere il suo, di patrimonio immobiliare, malgrado il pregresso (ne parleremo un’altra volta) abbia mostrato che lo Stato, già pessimo proprietario, si è rivelato un venditore ancora peggiore.

Per di più i prezzi sono previsti in calo, il credito è stitico e la fiducia ancora al lumicino. Se lo Stato e le banche (per non parlare delle assicurazioni) mettessero davvero sul tappeto i loro patrimoni immobiliari rischierebbero di far crollare i prezzi, con relativo nocumento per i loro attivi patrimoniali.

Chiaro che per il momento le banche si accontentino di mettere on line le proprie offerte (lo fa anche il Demanio, peraltro) come un qualunque agente immobiliare. Si mira al privato italiano, anche piccolo, almeno per il residenziale, sognando il grande investitore istituzionale, magari estero.

Ma è proprio quest’ultimo che latita. Sempre sul Sole 24 leggiamo di uno studio di Bnp Paribas secondo il quale la quota di investimenti esteri sul mattone italiano è ai minimi storici. Nel 2012 le transazioni si sono bloccate a quota 1,7 miliardi di euro, il 60% in meno dei 4,3 miliardi del 2011, quando erano già in crisi profonda. Pensate che nel 2007, prima dello sboom, si era raggiunto il picco di 7,552 miliardi di euro di acquisti dall’estero.

Un’altro dato citato nell’articolo fa riflettere. Nel triennio 2009-2012 sono cresciuti gli investimenti dei fondi immobiliari italiani, dal 26 al 39%, mentre i fondi esteri, quelli tedeschi in testa, sono fuggiti via (dal 17 al 4%). Il mattone raschia il barile e trova il Fondo, abbiamo scritto qualche giorno fa (vedi post).

Quello che non sapevamo, perché non disponevamo dello studio Bnp Paribas, era che fossero fondi italiani. E solo loro. Persino le società immobiliari, le assicurazioni e i fondi pensione italiani hanno ridotto la loro esposizione, dal 9% del totale degli investimenti ad appena l’1%. Gli unici che ancora investono sul mattone italiano sono i privati e le società corporate. Da qui gli annunci immobiliari delle banche.

Quello che invece sapevamo, anche senza aver letto lo studi di Bnp Paribas (vedi post Un mattone s’aggira per l’Europa), era che il mercato tedesco è quello più attrattivo per chi vuole investire sul mattone. Lo conferma la fuga dei fondi tedeschi dall’Italia, che di sicuro trovano più conveniente investire a casa loro, visti i prezzi, e la crescita degli investiment in questo paese, arrivata nel 2012 a quota 44,7 miliardi, il 9% in più rispetto all’anno precedente. A Berlino la crescita annua è stata addirittura del 65%.

Insomma, la Germania non solo rastrella denaro per i suoi titoli a costo zero (per non dire negativo) ma si rivela anche il mercato più attrattivo per gli investimenti immobiliari, visto che i prezzi reali non crescono da dieci anni. Peggio di noi va solo Madrid.

Ma anche questo lo sapevamo: se si osserva la crescita dei prezzi immobiliari dal 1975 al 2012 si vede che la bolla italiana (indice 100 nel 1975, 1.750 nel 2008) è seconda solo a quella spagnola (indice 100 nel 1975, 4.000 nel 2008). 

Quindi le banche italiane vendono casa, ma non sanno come fare. Il timore è che sperino in un miracolo.

La condizione ideale per combinare guai.

Colonialismo 2.0

E’ un arma potente il denaro, assai più del fucile. E soprattutto assai più efficace, perché invece dell’oppressione contrabbanda la libertà e invece del saccheggio promette l’opulenza. Inoltre, provoca dipendenza: il più potente degli strumenti di dominio.

Negli ultimi decenni i paesi ricchi hanno dispensato denaro con grande generosità ai cosiddetti paesi in via di sviluppo, diventati oggi paesi emergenti, sospinti da buone intenzioni (si dice) che forse dissimulano una cattiva coscienza. La storia economica ci mostra come a grandi trasferimenti di capitale dal centro alla periferia finanziaria siano seguiti quasi sempre gravi squilibri nei paesi “beneficiati”. Viene il dubbio che tale storia sia divenuta una prassi cinica, la riedizione di una forma di dominio dei paesi ricchi su quelli poveri, differente da quella dei vecchi imperi coloniali, ma altrettanto invasiva. La sua versione aggiornata.

Il colonialismo 2.0.

Il sospetto mi è venuto ieri leggendo l’ultima research note dell’Institute of international finance intitolata “Capital flows to Emerging Market economies” che in una trentina di pagine fotografa lo stato dell’arte dell’andamento dei flussi finanziari affluiti fra il 1982 e il 2012 (con previsione 2013-14) dal mercato dei capitali (quindi dai paesi ricchi) alle economie emergenti.

Il succo è che per i prossimi due anni si prevede un aumento dei flussi in entrata in questi paesi, grazie ad alcuni condizioni macroeconomiche che funzionano da acceleratore: dalle politiche ultraespansive messe in campo da Usa e Giappone alla maggiore propensione al rischio. Ma attenzione, dice l’Istituto: l’inversione di tali politiche espansive potrebbe generare in questi paesi un’ondata di deflussi altrettanto potenti, tali da destabilizzarli.

Più interessante andare nel dettaglio. La prima impennata di prestiti ai paesi emergenti si registra nel corso degli anni ’90. Ad aprire i rubinetti furono il Giappone, le cui banche, imbottite di attivi, iniziarono a elargire credito ai paesi vicini. Poi nel 1993 ci si misero pure gli americani. Nel settemebre ’92 la Fed abbassò i tassi al 3% e li tenne a quel livello per un anno. Fra il 1990 e il 1994 i prestiti ai paesi emergenti passarono da meno di 200 miliardi di dollari complessivi a quasi 800, quasi il quadruplo.

Ad aprile ’94 la Fed iniziò a innalzare i tassi fino ad arrivare al 6% nel giugno ’95. I prestiti esteri crollarono poco sopra i 400 miliardi, e scoppiò la crisi messicana che si estese come una peste a metà America Latina. Intanto in Giappone le banche entravano in crisi e iniziava una pesante deflazione. I capitali venivano richiamati in patria. Dal 1997 in poi esplode la crisi delle tigri asiatiche, con default a catena che arrivano fino in Russia. Tutte queste crisi richiesero l’intervento del Fmi.

Il deleveraging estero dura fino al 2002, quando il livello di prestiti torna al livello del 1982, circa 400 mld di dollari. Poi il boom. In cinque anni, quindi nel 2007, i prestiti raggiungono il picco storico sfiorando i 1.300 miliardi di dollari. Sono gli anni dell’invenzione dei Bric (ne abbiamo già parlato in un post precedente). In percentuale sul Pil di questi paesi, tale quota di prestiti arriva all’8%.

Poi arriva la crisi subprime. E ripartono i deflussi. Lo stock di prestiti si dimezza in un anno, sia in valore assoluto (si arriva a circa 700 miliardi) sia in relazione al Pil (4%). La crisi fa ripartire i rubinetti del credito. Le banche centrali abbassano i tassi quasi  a zero in Usa e Giappone, e il miracolo si ripete.

Nel 2010 lo stock di prestiti risale a 1.100 miliardi, circa il 7% del Pil e rimane più o meno stabile fra il 2011 e il 2012, mentre si prevede salirà fino a 1.150 miliardi nel 2014 (il 10% in meno rispetto al 2007).

L’Institute of international finance non può fare a meno di rilevare l’insegnamento della storia e infatti nel suo report scrive a chiare lettere che se la Fed dovesse tornare a politiche restrittive potrebbero innescarsi meccanismi di rientro da questi debiti “esportati” con conseguenze funeste per i paesi che finora ne hanno beneficiato. Esattamente come è già accaduto. L’unica differenza fra oggi e ieri, è che dal 2002 la Cina si è aggiunta al paniere di paesi che esportano capitali, (quindi Usa, Giappone, Ue e paesi produttori di petrolio) e questo aggiunge un altro attore potenzialmente destabilizzante al quadro generale. Un’altra cinghia di trasmissione di crisi potenziali.

Ora uno potrebbe dire: che male c’è se i paesi ricchi prestano e investono sui paesi poveri? Una risposta si può leggere sulla curva dei tassi di interesse dei titoli di stato. Nelle economie mature i tassi sono crollati da una media intorno al 3% del 2008 a quasi zero. Nei paesi emergenti da circa l’8% a una media del 6%. Quindi ci sono almeno sei punti di spread fra un investimento in obbligazioni americane o giapponese, e l’equivalente di un’economia emergente, che quindi attrae capitale, specie in un periodo in cui si è mitigata l’avversione al rischio, e riconfigura la sua fisionomia economica sulla base dei flussi finanziari che riceve. Un paese si abitua a vivere al di sopra delle proprie possibilità. Si assuefà al denaro, ne diventa dipendente e perciò diventa fragile dal punto di vista finanziario. Questo mentre le economie mature stampano denaro in quantità, forti del loro status geopolitico, o accumulano riserve enormi dentro le loro banche centrali o i fondi sovrani. Una mole di denaro che può facilmente trasformarsi in un’arma di distruzione di massa.

Non è un caso che il Brasile, qualche tempo fa, abbia messo una tassa sugli acquisti di obbligazioni dall’estero e che abbia duramente polemizzato con gli americani accusandoli di manipolare i tassi a fini speculativi. Il carry trade, così si chiama questa attività, è un’enorme fonte di guadagno per chi specula sui tassi. Il fatto che tali guadagni siano fatti sulle spalle dei bilanci pubblici dei paesi emergenti (che dovranno pagare salati interessi per questi crediti) è una simpatica controindicazione. Come anche il fatto che gli investimenti diretti generino costanti deflussi dalle bilance dei pagamenti dei paesi destinatari.

Ce c’è abbastanza per sospettare che la generosità dei paesi ricchi sia una forma di neocolonialismo? Nel dubbio osserviamo che ormai si prefigura una chiara ripartizione delle aree di influenza a livello globale a seconda di chi siano i prestatori e i debitori, com’era a fine XIX secolo nel mercato dei bond. Lo studio, ad esempio, cita il caso di come i paesi esportatori di petrolio siano focalizzati sull’economia dell’Africa e alcuni paesi del Medio Oriente. E che gli squilibri futuri, se ci saranno, minacciano i debitori assai più dei creditori. A meno che non entri in crisi il modello finanziario globale.

A quel punto il colonialismo 2.0 potrebbe riservare sorprese.

Il mattone raschia il barile e trova il Fondo

La settimana scorsa L’Economist ha pubblicato un articolo sulla situazione globale del mercato immobiliare che ci dice alcune cose rilevanti. Per quel che ci riguarda, il settimanale inglese ha calcolato che il “price to income”, ossia lo squilibrio fra il livello generali dei prezzi immobiliari nel nostro paese e quello del reddito quota 12. Vuol dire che c’è un disequilibrio del 12%, quindi i prezzi dovrebbero in media scendere altrettanto per allinearsi al potere d’acquisto degli italiani.

L’indicatore evidenza un dato che si può leggere da due diversi punti di vista: da un lato misura la crescita eccessiva del livello dei corsi immobiliari, dall’altro il decremento reale del reddito, calato costantemente negli ultimi anni per arrivare, secondo le stime più recenti, al livello del 1986. Il combinato disposto porta a una considerazione inquietante: i prezzi in Italia caleranno ancora, complice una situazione creditizia ancora tesa.

Per capire quali siano le cifre in gioco, basta ricordare che secondo l’ultimo rapporto sulla ricchezza delle famiglie italiane, le attività reali nel nostro paese pesano 5.978 miliardi, di cui circa l’84% (5.021 miliardi) sono rappresentati dalle abitazioni. Se davvero i prezzi si allineassero ai redditi reali disponibili, si brucerebbe una ricchezza pari a 602 miliardi. Questo solo per le famiglie. Pensate a cosa accadrebbe ai patrimoni delle istituzioni finanziarie (banche, assicurazione, fondi pensione).

Quanto è probabile questo scenario? Prima di rispondere a questa domanda, dovremmo chiederci come siamo arrivati fino a questo punto.

Una prima risposta la troviamo sulla relazione annuale della Banca d’Italia del 2007, dove viene illustrata la crescita reale dei prezzi delle abitazioni dal 1996 al 2007. Fatto 100 l’indice base (1996) si vede con chiarezza che in Italia i prezzi sono schizzati alle stelle a partire dal 2002 (prima l’indice era fermo su base 100) , quando c’è stato il passaggio lira/euro. Da quel momento in poi l’indice è cresciuto a un ritmo di 10 punti l’anno fino ad arrivare a 150 nel 2007, lo stesso livello degli Stati Uniti. Nello stesso arco di tempo l’indice è arrivato a 260 nel Regno Unito, a 220 in Spagna, poco sotto in Francia. Segno inverso in Giappone e in Germania, dove indice è sceso costantemente fino a quota 70. Quindi qui l’indice dei prezzi è calato in termini reali di circa il 30% in dieci anni.

Se si allunga l’arco di tempo (periodo 1997-2012) e si usa l’indice dei prezzi calcolato dall’Economist, si vede che a fine 2008 l’indice italiano quotava 200 a fronte dei 100 del 1997, sempre sotto Francia (250), Spagna (280) e Gb (310), ma bel al di sopra di Germania (indice fermo a 100) e Giappone (80). Dal 2008 al 2012 i prezzi sono calati dovunque, tranne un leggero apprezzamento in Germania, mentre in Giappone si arriva quasi a 50.

Ancora più illuminante, il confronto, se si fa partire il periodo dal 1975. Fatta 100 la base, l’Italia è seconda solo alla Spagna per incremento dei valori immobiliari. L’indice arriva a quotare 1.750 nel 2008, più o meno al livello della Gran Bretagna (ora siamo intorno a 1.500). La Spagna quell’anno aveva raggiunto quota 4.000 (3000 nel 2012).

Nel lungo periodo, quindi, i prezzi delle abitazioni italiane hanno avuto la crescita più elevata, dopo la Spagna. La bolla italiana, perciò, è di vecchia data. Basti considerare che dal 1975 l’indice americano è passato da 100 ad appena 500, quello francese da 100 a 1.000, quello tedesco da 100 a 250, quello Giappone poco sotto.

Stando così le cose, e stante l’attuale insoddisfacente livello dei redditi, lo sgonfiamento della bolla storica italiana sembra nelle cose.

Senonché abbiamo già visto cosa significherebbe per le famiglie italiane. In pratica un impoverimento generazionale.

Sarà per questo che da qualche tempo i policy maker italiani declinano costantemente la parolina magica “fondo immobiliare” ogni volta che ragionano sulla destinazione dell’enorme patrimonio immobiliare pubblico. Senonché diversi studi mostrano con chiarezza (ne parleremo in un prossimo post) una cosa evidente: l’andamento dei fondi immobiliari, nelle varie forme consentite dalla normativa, è strettamente correlata all’andamento del mercato. I fondi hanno l’unico vantaggio di rendere momentaneamente liquida (o quasi) pezzi di ricchezza letteralmente immobilizzata. E basta. Quindi possono aiutare nel breve, ma non nel medio-lungo, a meno che non cambino le condizioni monetarie e creditizie del Paese e non riparta il mercato.

Insomma, a voler raschiare il barile del mattone si arriva al Fondo. Ma non è detto che basterà.

I fantastici 4 Bric (à Brac)

Nel campionario delle idee suggestive del decennio passato  dovremmo trovare un posto d’onore ai Bric, i fantastici 4.

Si era agli inizi del nuovo secolo quando un economista, Jim O’ Neill, finito poi a fare ricerca alla Goldman Sachs, profetizzò che i quattro fantastici Bric, ossai Brasile, Russia, India e Cina, si candidavano decisamente a diventare il motore della crescita globale. Addirittura il loro Pil, da lì al 2050, avrebbe superato quello delle economia sviluppate.

A distanza di una decina d’anni è un buon esercizio intellettuale dare corso alla fantasia di O’Neill, andando a vedere un po’ di numeri, anche perché nel frattempo i Bric (insieme ai Piigs, ma questa è un’altra storia), sono diventati uno dei luoghi comuni più ricorrenti nella letteratura economica, e non solo per i giornalisti. La Banca d’Italia, per dirne una, dedica ormai dal 2006 un capitolo fisso della sua corposa relazione annuale ai Bric, definiti pudicamente “le principali economie emergenti”.

Prima di esaminarli, è utile una premessa. Nel 2001, quando O’Neill scrisse il famoso studio, si usciva da una sbornia durata quasi un decennio durante il quale l’economia americana era cresciuta come mai nella sua storia, in presenza di inflazione bassa e conti pubblici in avanzo primario. La locomotiva Usa sembrava inarrestabile, meglio persino del Giappone degli anni ’80 (che intanto si era impantanato nella deflazione). Senonché persino un ciclo decennale prima o poi si inverte. Lo scoppio della bolla di Internet, fra il 2000 e il 2001 fece frenare gli Usa. Si pose la domanda da un milione di dollari: chi trainerà l’economia nei prossimi decenni?

Ed ecco spuntare all’orizzonte i fantastici 4. Fattori demografici, uniti ad alcuni dati macroeconomici, fecero preconizzare al nostro bravo economista che il tramonto dell’Occidente economico fosse ormai alle porte. Non subito, certo: da lì a un quarantennio. Però intanto chi aveva buoni orecchi poteva intendere, e magari fare una capatina in quei mercati, sia azionari che obbligazionari. Di sicuro c’era da guadagnarci a investire in Paesi, come il Brasile, reduce da un decennio terribile (gli anni ’90) fatto di crisi valutarie e prestiti internazionali, esattamente come la Russia (in default nel ’98), quindi con notevoli spread da lucrare, mentre Cina e India crescevano da tempo impetuosamente (grazie alla straordinaria domanda privata americana). Infatti molti ci guadagnarono e continuano a guadagnarci.

Fino al 2007 la cavalcata dei Bric, in effetti, prosegue senza riposo. Alla crescita debole delle aree avanzate, fa da contraltare quella dei fantastici 4. Negli Usa, nel 2007, il Pil cresce solo del 2,2%? Niente paura, la Cina è cresciuta dell11,9, l’India del 9,2, Brasile e Russia del 5,4 e dell8,1. Ma poiché le percentuali dicono solo una parte della verità, è utile ricordare che che il 2,2% di crescita americana del 2007 (circa 300 mld a prezzi correnti a fronte di un Pil di oltre 12.600 mld) corrisponde al 10% del Pil cinese dello stesso anno (sempre a prezzi correnti).  

Quando si magnifica delle cavalcate del Pil dei Bric, infatti, bisognerebbe sempre ricordare il punto di partenza. A fine 2010 (prezzi correnti) i quattro Bric insieme producevano un Pil di circa 9.200 miliardi, circa due terzi dei 12.500 del Pil Usa.

Senza dubbio la loro crescita è stata notevole. Basta considerare che nel 2000, sempre a prezzi correnti, il totale del loro Pil era di 2.142 miliardi, meno di un quarto degli 8.800 miliardi di Pil Usa. Ma tale crescita è stata accompagnata da alta inflazione e basata in larghissima parte sulle esportazioni, manifatturiere e di servizi per Cina e India, di prodotti petroliferi e metallici o agricoli, per Russia e Brasile.

Quindi, sebbene la domanda interna abbia iniziato a giocare un ruolo nei quattro Bric, e con essa gli investimenti, si tratta ancora di economie profondamente legate al ciclo economico estero, come d’altronde dimostrano il grande accumulo di riserve valutarie e l’afflusso di capitale estero. Nel 2007, per dirne una, il Brasile fu costretto a mettere un’imposta sugli investimenti esteri in titoli di stato, visto che aveva tassi di sconto all’11,75% ed era diventato il paradiso del carry trade.

Se ne ha la prova leggendo i dati del 2008. Le avvisaglie della crisi finanziaria americana del 2007 fanno rallentare tutti e quattro i Bric. L’export cala, mentre i mercati interni sono alle prese con la classica inflazione da domanda, che in Cina arriva al 6%, in India all’8,3, in Brasile al 5,7, in Russia al 14,1%. Tutti in notevole aumento. Per di più peggiorano i saldi di conto corrente della bilancia commerciale e anche i saldi di bilancio pubblico. Tanto che la Cina, per compensare il calo della domanda estera, decide di varare un piano di stimolo (come i giapponesi di oggi) e di allentare il credito.

Nel 2009 l’interscambio commerciale dei Bric, ossia la somma algebrica fra export e import, diventa addirittura negativo per la prima volta dal ’95. Merito degli incentivi pubblici che hanno fatto salire i consumi interni e gli investimenti. Ma anche i debiti pubblici. In Cina il deficit pubblico è arrivato al 3% del Pil dopo anni di pareggi. In India l’inflazione arriva a un picco del 16%, sospinta dalla speculazione sui prezzi agricoli, e il disavanzi pubblico ha superato il 10,5% del Pil. In Brasile è entrato addirittura in recessione (-0,2). La Russia ancora peggio: sprofonda del 7,9%.

I dati del 2010 vedono la ripresa della crescita, ma India e Brasile mantengono un deficit del conto corrente e tutti e quattro i Bric deficit pubblici. E tutti quattro sono alle prese con l’inflazione. La Cina con quotazioni crescenti del mercato immobiliare, l’India con quelle dei beni agricoli (ma quelli del gasolio rimangono amministrati), il Brasile con l’eccedenza dell’import sull’export che constringe la banca centrale a portare i tassi al 12%. In Russia l’inflazione quasi raddoppia (dal 5,5% al 9,6%).

Nel 2011 in Cina l’export rallenta e accelera l’import, con la conseguenza che il contributo alle esportazione sul Pil diventa negativo (-0,5 punti). Era già successo nel 2009. I prodotto interno rallenta in tutti e quattro i Bric, marcatamente in Brasile (dal 7,5 al 2,7%), meno negli altri. L’inflazione continua a crescere (salvo in India, dove cala dal 12 all’8,6%), calano i saldi di conto corrente (negativi quelli di India e Brasile) e migliorano i disavanzi pubblici.

I problemi di fondo non non mutati: la Cina ha poca domanda interna, la Russia dipende troppo dall’export di beni energetici, L’India ha una debolezza strutturale di bilancio pubblico, il Brasile è volatile. Sono davvero loro il futuro dell’economia mondiale?

Letto a ritroso lo studio di O’Neill strappa qualche sorriso. Ma non bisogna essere ingenerosi. Coniando l’acronimo dei Bric il capo economista di GS ha messo in vetrina i fantastici 4, e di sicuro ha giovato loro assai più di quanto li abbia danneggiati.

Oggi si può dire che si tratta di 4 fantastici Bric à Brac.