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Un Mattone s’aggira per l’Europa

Da dove ripartirà la crescita? Gli Stati uniti hanno puntato decisamente verso politiche espansionistiche, sostenuti dalla Banca centrale (con primi timidi segnali di successo), e il Giappone farà lo stesso. L’Europa invece, almeno finora, sembra puntare sul consolidamento del sistema produttivo e sull’aggiustamento fiscale, con tutta la necessaria austerità che da ciò consegue, lasciando intendere di voler puntare sull’export assai più che sui consumi interni.

Ma non è detto che vada a finire così. I principali paesi europei dispongono ancora di notevoli riserve di valore che attendono di essere impiegate in maniera profittevole. Quello che manca, forse, è solo una buona occasione.

Alcuni dati, tratti dall’esame della ricchezza delle famiglie di Francia, Germania Regno Unito e Italia nel periodo 1999-2010, suggeriscono questa osservazione.

Cominciamo dalla ricchezza netta. Nel 1999 la ricchezza netta delle famiglie italiane era pari a 5,95 volte il reddito disponibile. Quindi a un reddito mettiamo di 100 euro l’anno, corripondeva una ricchezza netta (somma di attività reale e finanziarie meno i debiti) di 595 euro. Meglio di noi stavano solo gli inglesi, dove tale indice era a quota 7,69. Dopo di noi si collocavano la Francia e la Germania. Nel 2010 la riccehzza netta italiana quotava 7,95 volte il reddito, la GB 8,23, la Francia 8,12 mentre non si dispone al momento di un dato per la Germania. Di sicuro l’Italia ha perso posizioni.

Il dato si fa più interessante se si scompone la ricchezza netta nelle sue componenti reali e finanziarie e si considerano i debiti. Nel 1999 il mattone italiano quotava 3,8 volte il reddito disponibile, il portafoglio finanziario 2,51. I debiti erano il 36% del reddito. Il mattone inglese quotava 3,59 volte il reddito, il portafoglio 5,24, i debiti erano il 114% del reddito. Il mattone francese quotava 3,32 volte il reddito, il portafoglio 2,94, i debiti erano il 72% del reddito. Il mattone tedesco quotava 3,87 volte il reddito, il portafoglio 2,69, i debiti il 115% del reddito.

Nel 2010 il mattone italiano valeva 4,99 il reddito, quello britannico 5,23 e quello francese 5,95. L’ultimo dato disponibile sul mattone tedesco risale al 2008, quando veniva quotato 4,37 volte il reddito, molto al di sotto dei valori degli altri tre stati nello stesso anno. Quindi si può ragiovenolmente presumere che tale tendenza sia stata ribadita anche nel 2010.

A confermare questa stima, in assenza di dati precisi, l’incidenza degli investimenti in costruzioni sul Pil dei singoli stati. In Germania tale dato è in calo costante dal ’94 (circa il 15%) con un picco di calo nel 2005 (l’anno in cui tutti gli altri mercati tiravano)  quando arriva sotto il 10%. Per fare un paragone con la Francia, nel 2005 tale quota del Pil era circa il 13% e l’Italia era intorno all’11%. Quindi la Germania ha deflazionato il mercato immobiliare, a differenza degli altri stati europei considerati (pensate che in Spagna nel 2005 il mattone pesava oltre il 20% del Pil).

Altro dato interessante, l’indebitamento. Quello italiano è quasi raddoppiato (dal 36 al 71%) nel periodo 1999-2010, quello inglese è passato dal 114 al 165% del reddito, quello francese dal 72 al 99%, quello tedesco, caso unico in Europa, è diminuito, dal 115 al 98%.

Quindi abbiamo un mercato immobiliare “freddo” (quello tedesco), dove si è investito poco (e quindi i prezzi sono rimasti stabili nel tempo), e una riserva di potenziale di indebitamento (quello italiano, ma anche quello tedesco e francese) che potrebbe indirizzarsi verso il mattone tedesco, visto che gli altri sono ancora troppo cari. Visto che il nostro è un mercato unico, niente di più facile che questi flussi finiscano con l’incontrarsi.

Alcuni dati sembrano confermare questa tendenza. Nell’aprile scorso l’Ifo di Monaco ha rilevato che gli investimenti reali nelle costruzioni, caduti del 25% dal 1994 al 2009, nel 2010 sono cresciuti del 2.2 % e nel 2011 addirittura del 5.8 %. I permessi di costruzione per i condomini nel 2011 sono saliti del 42.4 % rispetto all’anno precedente.

Gli esperti hanno interpretato tale tendenza come la conferma che banche e assicurazioni tedesche non si fidano più a investire sull’estero (causa crisi euro) ma preferiscono indirizzare gli investimenti sul mattone di casa, il famoso porto sicuro. E lo stesso potrebbero fare i cittadini tedeschi, visto che i loro titoli pubblici rendono zero, hanno meno debiti di prima e il loro portafoglio finanziario sebbene quoti solo 2,97 volte il reddito (in Italia è 3,67, ma i redditi sono più bassi di quelli tedeschi) è di sicuro ben nutrito. Molti potrebbero valutare più conveniente comprare che vivere in affitto. Mettiamoci pure che il mattone tedesco attira anche molti investitori europei, ansiosi di mettere al sicuro i propri risparmi (nel 2012, per colmo d’ironia, c’è il boom di italiani che comprano casa in Germania).

Insomma: l’immobiliare potrebbe tornare a far sorridere l’economia europea, rilanciando investimenti e consumi. Il mattone in crisi che si aggira per l’Europa ormai dal 2007 potrebbe mettere radici a Berlino.

Tanto per cambiare.

Dall’età dell’oro all’età Loro (passando per l’euro)

In tempi elettorali ragionare sulla ricchezza di un Paese conduce di rado a qualcosa di buono, specie in tempi di crisi. Si offrono strumenti a chi soffia sul vecchio conflitto di classe o a quelli che offrono soluzioni a gettone per questioni complesse come la ridistribuzione del reddito o del carico fiscale. E tuttavia chi voglia capire come stiamo oggi non può prescindere dal guardarsi indietro e vedere come stavamo. E l’analisi della ricchezza è un indicatore sociale assai eloquente, a volerlo leggere.

Perciò ci siamo armati di pazienza e ci siamo andati a ripescare alcuni quaderni della Banca d’Italia che parlano della ricchezza delle famiglie italiane ricavandone alcune indicazioni assai istruttive.

Cominciamo dalla fine. Da fine 2011, per essere precisi. La ricchezza totale delle famiglie viene calcolata in 8.619 miliardi di euro, il 62,8% in attività reali (immobili e altro), pari a 5.978 mld, il 37,2% (3.541 mld) in attività finanziarie (depositi, titoli e altro). Le passività, quindi i debiti, erano 900 miliardi, ossia il 9,5% del totale della ricchezza. La ricchezza è in calo del 5,8% dal 2007, quando ha toccato il suo picco (sempre a prezzi 2011) di 9.151 mld.

Rispetto al passato le attività reali sono cresciute a scapito di quelle finanziarie. Quindi il valore crescente del mattone si è mangiato quello della finanza. A fine 2011, nota Bankitalia, “il livello di ricchezza è simile a quello di fine anni ’90”, con l’avvertenza che nel frattempo le famiglie sono aumentate di 5 milioni di unità e si sono “ristrette”: da 2,9 a 2,5 individui per nucleo.

Ultimo dato utile per capire come stiamo, l’indice di distribuzione della ricchezza: l’indice Gini. Quest’ultimo oscilla fra 0 e 1, quindi fra minima concentrazione e massima concentrazione. Nel 2011 quest’indicatore misurava 0,624 in crescita dallo 0,62 del 2010 e dallo 0,61 del 2008. Nell’ultimo triennio, quindi si è avuta un’ulteriore concentrazione di ricchezza nel 10% delle famiglie che detiene il 45,9% della ricchezza complessiva (era il 44,3% nel 2008). Chi ha soldi non risente della crisi, ma anzi se ne avvantaggia.

Anche qui, Bankitalia nota che il valore 0,62 è in linea con i valori di fine anni ’90. Quindi chi dice che l’introduzione dell’euro abbia favorito la concentrazione della ricchezza dice una corbelleria.

Vero è però che non siamo sempre stati così. Solo che bisogna fare un bel passo indietro. Addirittura all’inizio degli anni ’90. Praticamente l’età dell’oro del ceto medio italiano.

Per capire come eravamo, fra il 1990 e il 1992, basti sapere che l’indice Gini quotava 0,59 e la quota di ricchezza posseduta dal 10% delle famiglie più ricche era intorno al 40%. Il cambiamento, che si è annunciato come culturale, si è declinato con l’economia è ha finito col diventare sociale, si è consumato fra il 1991 e il 1993.  Sono gli anni delle grandi privatizzazioni, delle superfinanziarie, della crisi valutaria.

A fine ’93 L’indice di Gini è schizzato a 0,63 e il 10% delle famiglie più ricche deteneva già 45% della ricchezza totale. Un aumento impressionante di nuovi ricchi. Dall’età dell’oro del ceto medio all’età Loro (dei ricchi).

Per converso la quota di ricchezza detenuta dal 50% delle famiglie meno abbienti crolla da poco più dell’11% del ’91  a poco sopra l’8%. Si crea spazio per la categoria dei nuovi poveri che inizia a fagocitare il ceto medio.

In pratica fra il 1993 e oggi non è cambiato niente, né a livello di concentrazione della ricchezza, né al livello della quota destinata al 10% più ricco. Questo è il nostro ventennio perduto.

O meglio qualcosa è successo. La ricchezza totale è cresciuta costantemente, e con essa i debiti delle famiglie. E la variabile  indipendente della ricchezza, il driver direbbero gli economisti, è stato il mattone. I guadagni degli investimenti finanziari infatti, scrive ancora la Banca d’Italia, sono stati positivi fino al 2000 e negativi per il decennio successivo. Ciò, malgrado la cospicua quota di ricchezza che le famiglie hanno girato negli anni a banche, assicurazioni, fondi e quant’altro. Basti pensare che fino alla seconda metà degli anni ’90 le famiglie investivano in titoli pubblici il 14% della loro ricchezza finanziaria. Nel 2011 tale quota era crollata al 5,2%.

Al contrario il mattone è andato a gonfie vele dal 2000 fino al 2008. E quindi entra in gioco l’euro. Nel ’97 (valori correnti 2011) la ricchezza immobiliare era valutata in circa 3.000 miliardi. Nel 2002, quindi dopo l’ingresso dell’euro che fa impennare i valori immobiliari, è già schizzata quasi a quota 4.000 e da lì sale progressivamente fino a sfiorare i 6.000 miliardi circa del 2011. Fatta 100 la ricchezza immobiliare del 1995, a fine 2011 tale indice è schizzato a 220. La famosa bolla che non c’è ma che si vede.

A tale arricchimento immobiliare ha corrisposto il triplicarsi dell’indebitamento delle famiglie che nel ’95 era di poco superiore al 20% del reddito e nel 2010 sfiorava quotava il 71%. In pratica le famiglie si sono pagate, indebitandosi, l’aumento dei corsi immobiliari. Un affare per chi ha grandi patrimoni immobiliari, che ha lucrato dell’aumento dei corsi, ma non certo per i piccoli proprietari. Ne ha fatto le spese il risparmio netto, crollato da circa il 3% della ricchezza netta del ’96 a meno dell’1% nel 2011, complice anche una crescita insoddisfacente del reddito da lavoro.

Ci fermiamo qui perché crediamo sia necessario digerire tutte queste cifre, rimandando a un altro post il confronto internazionale fra l’andamento della ricchezza italiana e quella di altri paesi.

Per il momento si può trarre una conclusione. Nel 1991 eravamo un paese in cui le famiglie erano poco indebitate, mediamente benestanti (l’accesso al mercato immobiliare era molto più facile di adesso) e la distribuzione della ricchezza era più equa.

Oggi non più.

Cina: la tigre e il micione

Si fa un gran parlare di Cina, però se ne sa sempre troppo poco. Ci si immagina orde di formiche operaie che producono a rotta di collo e a basso prezzo merci che inondano i nostri mercati, cieli pieni di smog, come la Londra dell’800, grattacieli che si ergono sfidando la supremazia americana. Si prefigura per la Cina un futuro radioso, di supremazia. Il ruggito della Tigre dell’Est spaventa l’Occidente, che infatti blandisce il suo grande creditore esibendosi in continui porta a porta da piazzista: vendiamo titoli di stato, aziende, pezzi di territorio.

Ma poi che sappiamo davvero della Cina? Il documento più aggiornato disponibile lo ha redatto pochi giorni fa la Banca Mondiale (Gobal Economic prospect 2013) e vale la pena leggerlo perché si scoprono tante cose.

I dati macroeonomici, per esempio, con tanto di proiezioni fino al 2015, che minano seriamente alcuni luoghi comuni. A cominciare da quello della crescita infinita. Il Pil cinese, calcolato a prezzi di mercato del 2005, è in calo costante dal 2010, quando ha toccato il suo picco di crescita del +10,41%. Poi è sceso al 9,32% nel 2011 e al 7.94% stimato nel 2012. Nel 2013 è previsto al 8,37%, 8,04 nel 2014 e al 7,87 nel 2015. Se poi si applica il deflatore del Pil, si scopre che una parte sostanziosa dei 10 trilioni di dollari circa di Pil a valore nominale previsti per la Cina nel 2015 (nel 2012 il Pil nominale è di quasi 8.300 miliardi) se li mangia l’inflazione. La tigre corre, e i prezzi con lei. A cominciare da quelli del settore immobiliare, che preoccupano notevolmente il governo.

Il secondo luogo comune riguarda la potenza dell’export cinese. Nel 2010 il rapporto fra l’attivo del saldo del conto corrente della bilancia commerciale e il Pil era pari a 4,01. Già nel 2011 tale rapporto è crollato a 2,76, per scendere ancora a 2,34 nel 2012. Nel 2013 è previsto ancora in calo a 2,28, così come nel 2014 (1,95) per avere un lieve ripresa nel 2015 (2,01). Il digiuno dell’Occidente, se continuerà, rischia di affamare la tigre.

Il terzo luogo comune (alimentato anche dalle autorità cinesi) è che i consumi interni e gli investimenti cinesi compenseranno il calo dell’export. Le previsioni della Banca Mondiale dicono tutt’altro. Il contributo dei consumi privati alla crescita del Pil è previsto in calo dai 3,3 punti del 2011 ai 3,1 punti del 2015. Altresì la spesa pubblica, che è prevista in calo dagli 1,3 punti a 1,2. Ancora peggio va agli investimenti fissi. Dal picco di 8,9 punti registrato nel 2009, questa voce macroeconomica è in calo costante anno dopo anni, fino ad arrivare a 2,3 nel 2015. La tigre, a casa sua, finora sonnecchia.

L’ultimo luogo comune è che i cinesi esportino, ma non importino nulla. La quota dell’import sul Pil passa dai 22,3 punti del 2009 ai 31,4 previsti nel 2015, mentre l’export passa dai 26,7 punti del 2009 ai 34,1. Quindi l’export continuerà ad avere un ruolo importantissimo per l’economia cinese, ma l’import avrà un ruolo sempre maggiore, con conseguenze relative sulla bilancia commerciale. La tigre scopre gli ozi occidentali, s’ingrassa e diventa pigra.

Peraltro, la tigre invecchia maluccio. Le prospettive demografiche per il colosso asiatico non sono le migliori. Secondo il World Population Prospects and the Global Economic Outlook, report pubblicato nel 2011 dall’American Enterprise Institute, la Cina dovrà affrontare “tempeste demografiche” che rischiano di far scricchiolare le previsioni di una crescita di 7 punti l’anno di Pil fino al 2030.

Secondo gli studiosi, la forza lavoro del paese, già entro il 2015, raggiungerà il suo picco, poi comincerà a calare. Gli over 65 raddoppieranno da qui al 2030 (da 120 milioni a 240), senza che la Cina abbia un welfare paragonabile al vicino Giappone. Poi c’è la circostanza che la politica del figlio unico, con preferenza per un maschio, ha reso le donne scarse. Nel 2030 si stima che i trentenni impossibilitati a sposarsi per mancanza di controparte saranno il 25%. In più molti saranno figli unici di figli unici, quindi senza alcuna forma di protezione familiare. La tigre invecchia male e da sola.

Se guardiamo questi numeri, la tigre dell’est somiglia a un micio cresciuto troppo, che anziché ruggire dovrà imparare a fare le fusa a quelli che oggi spaventa.

Più che una tigre, un micione.

Ue, Usa e Giappone: l’orso, il cavallo e il somaro

La giornata comincia con due notizie che ormai non lo sono neanche più. Il presidente delle Fed Bernanke ha ripetuto di non aver nessuna intenzione di abbandonare le misure non convenzionali adottate per sostenere la ripresa americana, aggiungendo che “c’è molto da fare”. Evidentemente gli 85 miliardi di dollari al mese (fra acquisto di obbligazioni garantite dal mattone e di bond pubblici) che la Fed garantisce al sistema finanziario Usa non bastano. Il cavallo americano dovrà bere almeno fino a quando la disoccupazione non scenderà.

La seconda notizia riguarda il Giappone. La banca centrale ha ripetuto che continuerà a perseguire una politica “aggressiva”, visto che export e produzioni industriale sono in calo e il nuovo premier Abe ha annunciato armi non convenzionali contro l’annosa deflazione, fra stimoli fiscali e target inflazionistici da raggiungere. Peraltro la BoJ ha anche tagliato le stime di crescita per otto delle nove regioni economiche monitorate. Il somaro giapponese dovrà convincersi a diventare un cavallo a suon di sganassoni monetari.

Due non notizie, quindi, che hanno soltanto lo scopo di mandare chiari segnali agli investitori. Infatti in America il mercato immobiliare è in crescita per la prima volta dal 2008 (+6,6% in Florida nel 2012) e si torna a riparlare di imminente boom di borsa. Quanto al Giappone lo Yen ha toccato il minimo sull’oro dal 1980. Questo tanto per dire che le parole hanno sempre conseguenze.

La terza notizia è arrivata dall’Ocse. Nell’ultimo quarto del 2012 il Pil dell’area è cresciuto dello 0,3%, trainato per due terzi dai consumi privati, e per un terzo dalle esportazioni. Con una importante notazione: i campioni dell’export sono Francia, Germania, Italia e Gran Bretagna; i campioni dei consumi, sia pubblici che privati, sono gli americani. In Giappone sono crollati sia i consumi che l’export. All’interno dei paesi europei considerati, si segnala la buona performance dell’export italiano (+0,6 punti), la migliore fra i paesi europei in termini percentuali, del tutto oscurata dal crollo dei consumi (-0,6 punti). Siamo una via di mezzo fra la Germania (per l’export) e il Giappone (per i consumi interni).

Ma un po’ tutti gli stati europei hanno un passo simile. Con l’eccezione della Gran Bretagna, “rappresentante” europea della politica espansiva giappo-americana. La GB ha avuto un incremento dei consumi privati assimilabile a quello americano, e lo stesso vale per la spesa pubblica. La Germania ha visto un leggero aumento dei consumi privati (da 0,1 a 0,2 punti fra il secondo e il terzo quarto), mentre la spesa pubblica ha fornito un modesto 0,1 (dopo lo 0 del secondo quarto). In Francia i consumi privati sono cresciuti di 0,1 punti e la spesa pubblica altrettanto. In Italia, al crollo dei consumi privati (-0,6) si è aggiunto il calo della spesa pubblica (-0,1). L’immagine complessiva che viene fuori dall’Europa (continentale) è quella di orso in letargo che aspetta la primavera e intanto consuma il grasso in eccesso o mangiuncchia quello che trova (l’export).

Il problema è che la primavera in Europa, continuando così, sorgerà solo quando spunterà l’estate in America, visto l’andamento dei consumi privati e della spesa pubblica.

I giapponesi invece hanno già detto che serviranno almeno tre anni per battere la deflazione. D’altronde la loro economia è basata sull’export, e l’Europa si avvia pericolosamente a somigliarle, dovendo peraltro competere con la tigre cinese, il quarto animale della nostra storiella di cui ci occuperemo un’altra volta.

Può farcela il cavallo americano, abbondantemente abbeverato dalla Fed, a trainare la carretta del mondo ancora una volta, o rischia di finire schiantato (per non dire annegato) dalla troppa liquidità? Negli anni ’90 abbiamo già visto il cavallo giapponese diventare un somaro. Cosa impedisce agli Usa di fare la stessa fine? La risposta a questa domanda scomoda categorie che appartengono alla politica, più che all’economia, le cui cosiddette leggi hanno un grado di elasticità direttamente proporzionale al potere dei soggetti ai quali si rivolgono.

Il futuro è quantomai incerto anche per i giapponesi. In un recente report S&P ha riconosciuto che il processo reflazionario è partito in Giappone (reflazione=moderata nuova inflazione successiva alla deflazione innescata dalla iniezione di una maggior quantità di moneta), ma sul paese gravano notevoli ostacoli. A cominciare dall’esorbitante debito pubblico  e dai problemi di export. Il somaro giapponese, gravato da debito pubblico e avanzo commerciale in calo, rischia di schiantarsi ancor prima di muovere un passo se produzione industriale e consumi interni non ripartono. Per questo il governo ha varato misure di stimolo. Ma fra i motivi di scetticismo di S&P c’è anche la circostanza che il Giappone c’è già passato, senza successo, da politiche reflazionistiche, lungo i primi anni 2000.

L’orso europeo intanto si gode il suo letargo, appena infastidito dai rumori delle folle di cittadini del sud Europa infuriati. La bufera valutaria innescata da Giappone e Usa per il momento non lo inquieta (l’euro è ancora lontano dai massimi di 1,46 sul dollaro di un anno fa) e ha ancora abbastanza grasso addosso da predicare l’austerità (la contrazione tedesca di fine 2012 non preoccupa finora la Germania).

Il retropensiero è che il lavoro sporco (inflazionare il debito e, in generale, i vari mercati, dai titoli alle commodity) lo faranno gli altri.

Mattone, la bolla non c’è ma si vede

Qualche giorno fa l’Istat ha certificato l’ennesimo calo delle quotazioni del mattone italiano nel 2012. Il dato aggregato parla di un calo dei prezzi del 3,2% che si accoppia aun calo delle compravendite del 23,6% sul residenziale (25% il commerciale). Il combinato disposto ha riacceso il timore che il mattone italiano balli  sull’orlo di un burrone, anche perché le aspettative del settore delle nuove costruzioni, che ha un peso specifico rilevante nell’immobiliare italiano, continuano ad essere scoraggianti.

Lo stesso giorno che l’Istat certificava la deflazione in corso nei valori immobiliari, un’associazione di consumatori affermava che i prezzi sono ancora troppo alti, visto che per una famiglia di reddito medio è del tutto proibitivo, specie nelle grandi città, riuscire a comprare una casa: prezzi ancora troppo elevati, da una parte, e ritrosia delle banche a concedere credito dall’altra. Senonché la gran parte degli osservatori dice che in Italia, a differenza di quanto è accaduto in Spagna, Irlanda o negli stessi Usa, non esiste una bolla del mercato immobiliare.

Chi ha ragione? Anche qui, bisogna intendersi su cosa si intenda per bolla. La definizione che abbiamo estratto da Wikipedia dice che “la bolla immobiliare  è caratterizzata da un rapido aumento dei prezzi immobiliari che si portano a livelli insostenibili in rapporto ai redditi medi o ad altri parametri”.

Guardiamo i dati. Ci viene in aiuto uno studio di Bankitalia del 2009 intitolato “L’andamento del mercato immobiliare italiano e i riflessi sul sistema finanziario”, che per quanto datato (gli ultimi dati fanno riferimento al 2008), illustra con grande chiarezza cosa sia successo sul mercato negli ultimi anni.

Intanto l’incidenza del mattone sul Pil italiano, pari al 19,5%, più di Germania e Gran Bretagna (circa 18%), meno che in Francia e Spagna (circa 25%) e Irlanda (28%). Poi il peso degli immobili nel portafogli delle famiglie italiane. A fine 2008 il mattone in mano alle famiglie quotata 4.700 miliardi, il 61% delle attività complessive, pari a circa quattro volte il reddito disponibile, contro il 2,5 della Francia e il 3,1 della Germania.

E veniamo ai prezzi. Fatti 100 i prezzi del 2005, si vede che nel 2000 tale indice quotava 70, per arrivare a 120 nel 2008. Quindi dal 2000 l’indice è cresciuto di 50 punti, un incremento pari in media al 72%. Se si guarda agli incrementi per macroaree, si nota che i prezzi sono pressoché raddoppiati fra il 2000 e il 2008 nel centro Italia. Più o meno quanto è successo a livello nazionale in Spagna. Nel confronto internazionale si vede che la crescita dei prezzi in Italia è stata poco superiore alla media Ue, ma se si va a vedere la crescita per macroaree, viene fuori che l’impennata dei prezzi i alcune zone è assimilabile a quanto accaduto in Francia, Gran Bretagna e Danimarca. Evidentemente nel caso italiano, per calcolare la media dell’aumento dei prezzi vale la regola del pollo di Trilussa. Come dire la bolla c’è, ma distribuita qui e là. Perciò non si vede.

Un riscontro a quest’affermazione viene dall’analisi dei dati finanziari. Abbiamo detto che nel 2008 la ricchezza immobiliare delle famiglie era stimata in 4.700 miliardi. A fine 2011 (ultima relazione Bankitalia su ricchezza famiglie) le attività reali delle famiglie venivano stimate in 5.978 miliardi, l’84% delle quali (5.021 mld) sono abitazioni, circa 200 mila euro a famiglia, 65 mld in più rispetto al 2010, pari a un incremento dell1,3%, assai meno del 5,6% medio annuo registrato nel quidicennio 1995-2010. In particolare, fatta 100 la ricchezza in abitazioni delle famiglie nel 1995, l’indice è cresciuto costantemente fino a quotare oltre 220 nel 2010 per poi sostanzialmente stabilizzarsi sullo stesso livello fra 2011 e 2012.

Quindi le quotazioni (dalle quali dipendono i valori del patrimonio) sono più che raddoppiate in quindici anni.

E i redditi? Non c’è bisogno dell’Istat per sapere che di certo non sono raddoppiati, anzi hanno subito una sostanziale riduzione reale dopo l’introduzione dell’euro nel 2002. Tuttavia se ci andiamo a vedere la serie storica Istat (disponibile dal 1999 in poi) vediamo che a inizio 1999 le famiglie totali avevano redditi lordi disponibili per 195 miliardi, che sono diventati 276 a fine 2011: un incremento di circa il 43%.

Se ne deduce che il livello del reddito non ha seguito l’andamento dei corsi immobiliari. Tanto è vero che la Banca d’Italia scrive che le famiglie hanno sostenuto il proprio livello di consumi attingendo alla ricchezza immobiliare, “in un contesto di debolezza del reddito disponibile”. Ciò spiega bene perché negli ultimi due anni siano crollate le compravendite, ma i prezzi siano ancora stabili. In un contesto di “debolezza dei redditi” le famiglie ci pensano due volte prima di “svendere” la loro riserva di valore.

Un ultimo dato. Nel rapporto del 2009 Bankitalia scrive che i finanziamenti al mercato immobiliare (famiglie e imprese) del sistema creditizio pesano 550 miliardi, un terzo degli impieghi totali a fronte del 20% del 2000: il 13% in più in otto anni. Le banche italiane, perciò, sono notevolmente esposte sul mattone.

In queste condizioni le bolle, anche quando ci sono, è meglio non vederle.

Le nuove pensioni, ovvero l’eutanasia del rentier

Ogni tanto mi capita di incontrare un vecchio amico o un ex collega giunto felicemente all’età della pensione. I più fortunati, quelli che godono di buona salute, mente lucida, buone relazioni e una rendita pensionistica decente mi sembrano letteralmente il ritratto della felicità. “Finalmente posso fare quello che mi pare”, è la cosa che gli sento dire più spesso. E il primo pensiero che mi ispira è un benevolo “beato te”, insieme all’augurio di un post-pensionamento più felice e lungo possibile. Il secondo è che quelli come lui appartengono a un genere in via d’estinzione. Ossia coloro che vanno in pensione a un’età in cui non si sia del tutto decrepiti e con una rendita (ad avercela) che non sia di sussistenza.

Tecnicamente il pensionato vive di rendita. Come i rentier di una volta ha accumulato un capitale, frutto del suo lavoro, e lo ha investito in un titolo permanente garantito dallo Stato: il bond previdenziale. Tale investimento produce una rendita che una volta veniva calcolata con un sistema assai vantaggioso per l’investitore (il retributivo) e adesso molto meno (il contributivo). A differenza dei grandi rentier di un tempo, che potevano contare su vasti patrimoni come d’altronde quelli di oggi, il pensionato assomiglia più al piccolo rentier di un secolo fa, quando i sistemi previdenziali erano ancora agli albori, che comprava un titolo permanente a tasso fisso dallo Stato dopo aver faticosamente risparmiato una vita e viveva dell’interesse, potendo contare su un sistema di prezzi alquanto stabile, almeno fino alla prima guerra mondiale, quando tutto crollò.

Il sogno di vivere di rendita, tuttavia, non è mai tramontato. E non è un caso che una delle grandi conquiste del XX secolo sia stata l’estensione di un diritto (campare di rendita, ossia fare quello che ci pare), una volta riservato solo alle élites e ai borghesi più o meno grandi. E poco importa che le pensioni pubbliche fossero una trovata della Germania di  Bismarck per assicurarsi vita natural durante la fedeltà dei dipendenti pubblici. Una volta che le pensioni si estesero in tutti i paesi sviluppati, si è persa persino la memoria del retropensiero quasi reazionario che le aveva originate.

Poi arrivò Keynes che nel suo libro “La Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta” del 1936, sviluppando pensieri già contenuti in uno scritto di dieci anni prima intitolato “Laissez faire and communism”, auspicò l’eutanasia del rentier come rimedio alla scarsità del capitale e quindi al freno dello sviluppo dell’economia. Una volta che i rentier si fossero estinti, per il semplice fatto che non viene reso più conveniente detenere capitale improduttivo, la situazione generale del sistema economico non poteva che giovarsene.

Con la nuova riforma delle pensioni, maturata negli ultimi vent’anni, l’eutanasia del pensionato/rentier è diventato una realtà. Almeno per gran parte dei futuri pensionati, che con molta fatica riusciranno a vivere di rendita con le loro pensioni. Sempre che riescano ad averne una.

Se guardiamo al caso italiano, il bilancio dell’Inps ci dice con chiarezza che l’equilibrio generale della previdenza pubblica viene sostanzialmente garantito dalla gestione positiva del fondo dei lavoratori parasubordinati. Quindi i precari. La normativa invece ci dice che, in media, coloro che andranno in pensione dopo 40 anni di contributi o 66 anni di età, avranno una rendita, agli attuali tassi di sostituzione, pari a circa il 50-60% dell’ultimo stipendio. Questo ad oggi, visto che la normativa prevede revisioni periodiche di tali tassi e un sostanziale allungamento dell’età pensionabile, talché chi oggi si trova nel mezzo della propria vita rischia seriamente di non poter lasciare il lavoro prima dei 70 anni. Peggio ancora va ai più giovani, che a furia di lavori trimestrali una volta sì e una no rischiano di non riuscire mai a raggiungere la quota magica dei 40 anni di contributi e potranno lasciare il lavoro solo per vecchiaia, con una rendita miserrima.

A livello globale la questione non si discosta di molto. Organismi internazionali  come l’Ocse e il Fmi non risparmiano allarmi sulla sostenibilità dei sistemi pensionistici, complici il basso tasso di natalità e la risicata crescita economica. Lo stesso fanno le banche centrali. Anche perché gli attuari calcolano che da qui al 2040 la speranza di vita dei pensionati si allungherà sino a 88 anni per gli uomini e a 92 anni per le donne. L’eutanasia del pensionato/rentier, di conseguenza, sarà “keynesianamente” vissuta come una dolorosa necessità per garantire la sostenibilità di quei bilanci pubblici cresciuti nei decenni anche in nome di politiche keynesiane. A volta la storia economica coltiva un perfido senso dell’ironia.

Rimane la questione di cosa farne di questa pletora di anziani a mezza pensione da qui a trent’anni. Nel primo dopoguerra, quando l’eutanasia del rentier non era ancora stata ancora teorizzata ma praticata grazie all’iperinflazione, si videro intere masse di popolazione letteralmente alla fame. Dopodiché ci fu un’altra guerra.

Sta a vedere che stavolta al fronte ci andranno le pantere grigie.

Patrimoniale? Meglio un prestito “spintaneo”

Nell’estate del 2007, in appendice a un libro che stavo terminando, scrissi un capitolo che si intitolava “Ripatrimonializziamo la società”. Il succo di quel capitolo era che per il nostro Paese era sostanzialmente impossibile rientrare dal debito usando la logica dell’avanzo primario. Servivano, pensavo all’epoca, misure straordinarie.

Sei anni dopo sono cambiate alcune cose:

1) Lo stock di debito pubblico accumulato era di circa 1.600 miliardi di euro nel 2007 (circa il 106% del Pil). Oggi abbiamo superato i 2.000 (120% del Pil, più o meno);

2) All’epoca la parola patrimoniale era totalmente (o quasi) assente dal dibattito pubblico. Oggi se fate una ricerca su Google news vengono fuori centinaia di record e sono state elaborate decine di proposte per operazioni straordinarie per abbattere il debito;

3) il nuovo governo qualcosa dovrà fare, visto i vincoli stringenti che si impone il fiscal compact e l’ineludibilità di alcune riforme strutturali, che inevitabilmente costano.

In questi sei anni sono cambiate tante cose e non sono più convinto che, stante il contesto attuale, la patrimoniale sia ancora un’idea valida. Non almeno nelle forme classiche alle quali si pensa di solito. L’idea che mi sono fatta è che sia più utile, e meno conflittuale dal punto di vista sociale, mobilitare la corposa quota di risparmio privato che ancora esiste in Italia per indirizzarlo verso progetti specifici, senza che però che i risparmiatori siano vessati, ma anzi premiati. Un prestito allo Stato che sia spontaneo e non obbligato. Al limite “spintaneo”.

In sostanza, dovremmo farci dei project bond nostrani.

Prima di spiegare meglio cosa intendo, serve una premessa. In tempi in cui la pressione fiscale è alta com’è adesso da noi, credo sia più razionale dal punto di vista economico per il singolo individuo puntare non su maggiori ricavi (che vengono ipertassati), ma su meno spese (quindi meno tasse, grazie ad esempio a uno sgravio). Quindi se il governo mi propone un titolo di stato a un tasso basso, mettiamo equivalente al tasso di sconto, ma mi compensa lo spread fra il mio rendimento e quello di un titolo di stato normale con uno sgravio fiscale almeno equivalente che valga per l’intera durata dell’obbligazione, come investitore non ci perdo nulla. Anziché incassare un cedola mettiamo di cento euro (sulla quale peraltro pago una ritenuta), ne incasso una di 30, e godo di una deduzione fiscale di 70. Finisce pure che ci guadagno.

Al di là dell’esempio, che è tecnicamente semplicistico, quel che conta è il principio. La domanda che dobbiamo porci è: se lo Stato mi proponesse uno scambio che prevede meno tasse (e quindi più reddito disponibile in tasca per me) in cambio di un prestito a lungo termine, accetterei o no?

Personalmente me la sono posta qualche giorno fa, quando mi sono trovato a decidere cosa fare del misero gruzzoletto che tengo da conto per le emergenze, e che quindi voglio solo difendere dall’inflazione avendo smesso da tempo di pensare che possa crescere. Apro il solito conto deposito? Mi compro un Bot o un Btp? O magari un Bund? I tassi sono in calo, e quindi è già difficile riuscire a recuperare il potere d’acquisto che si perde ogni anno. Se potessi impiegarlo in qualcosa di utile per il Paese (che non sia alimentare semplicemente il Moloch della Spesa Pubblica), che magari mi consente di pagare meno tasse ogni mese, e quindi avere qualche euro in più per i consumi, credo che ci penserei sopra molto accuratamente.

Faccio due esempi. Nei mesi scorsi sono finite sul tappeto un paio di questioni sociali di peso, per le quali si stenta a trovare una soluzione. La questione degli esodati e quella della riforma del mercato del lavoro. La prima ha richiesto, e richiederà in futuro, risorse ingenti per essere risolta. La seconda pure di più. Quando il Parlamento provò a riesumare le pensioni di anzianità, lo ricorderete, con un emendamento in commissione, la Ragioneria dello Stato fece due conti e bloccò il tutto: servivano almeno 10 miliardi per cominciare. Per capire quanto potrebbe costare la riforma del lavoro, guardiamo al caso tedesco. Fra il 2000 e il 2005 la Germania, ha visto crescere il suo debito sul Pil dell’8,3%. gli economisti calcolano che la Germania abbia speso circa 90 miliardi di euro (da qui l’aumento del debito) per politiche attive di sostegno nei confronti delle imprese e del lavoro. In pratica la Germania ha finanziato a debito la famosa flexsecurity, che poi le ha consentito, nel giro di pochi anni, di avere un mercato del lavoro efficiente e un sistema produttivo assai più performante di prima, con grande giovamento per l’export.

Torniamo a noi. Se il governo proponesse dei project bond alle condizioni che ho detto prima per finanziare una revisione della riforma delle pensioni e del mercato del lavoro, sareste interessati a considerare la proposta? Probabilmente tale domanda se la porrebbero anche molti pensionandi, o molti lavoratori che magari pure loro, come il sottoscritto, hanno qualche miseria da parte per le emergenze e non sanno più cosa farne. Magari l’idea di investire su qualcosa che li riguarda potrebbe persino interessargli. E potrebbe anche interessare gli imprenditori, e persino quei ricchi che molti esecrano ma che probabilmente sono meno cattivi di quanto si pensi, purché non li si spinga a fuggire in Svizzera (visto che sono gli unici che possono permetterselo).

Ovvio che quest’idea ha come premessa che lo Stato si comporti seriamente. Che i soldi raccolti finiscano in un capitolo di bilancio creato alla bisogna e non nel mare (magna) magnum del bilancio pubblico.

Ovvia anche un’altra cosa, per creare i nostri project bond serve un’inversione culturale. Capire che lo scopo dell’investimento non è il massimo profitto, ma la massima utilità (e non sempre le due cose coincidono). Swappare tasse e prestiti segnerebbe un’evoluzione nel nostro comportamento economico credo senza precedenti.

Una volta tanto potremmo dar prova di quella qualità che molti ci riconoscono, ma che scarseggia nel dibattito politico: la fantasia.

Un debito è per sempre

La verità che non si può dire, ma al limite sussurrare, è che i nostri debiti siamo destinati a non pagarli. Ciò non vuol dire che ci saranno rimessi. Tutt’altro. Li pagheremo cari, sia come società sia come individui, in ratei annuali permanenti.

Gli scenari di raffinati analisti proiettano già il debito degli stati fino al 2060, e lo immaginano in costante crescita, sempre sull’orlo della bancarotta, mai redimibile. Ormai gli economisti non pensano più a come liberarsi del debito, ma a come renderlo sostenibile. Ossia finanziabile. E poco importa da dove arriveranno i soldi.

L’ipoteca del nostro debito, che non a caso è insieme pubblico e privato, è ormai la declinazione economica di uno stato storico e psicologico. Riguarda le società ricche, che hanno voluto e vogliono vivere al di sopra delle proprie possibilità, e riguarda gli individui, che hanno voluto e vogliono sempre di più. Tale fardello è destinato a segnare il nostro futuro, dove la parola sacrificio, svuotata del suo portato simbolico e spirituale, verrà sillabata dalla gran parte dei bambini poco dopo aver imparato a dire mamma e papà. Nascono già indebitati, cresceranno e moriranno indebitati. Questo nel migliore dei casi, perché vorrà dire che gli stati saranno riusciti ad avere credito. Ma a che prezzo?

I dati aggregati fanno tremare le vene dei polsi anche ai più volenterosi. A fine 2011 la somma degli stock di debito di Eurozona, Stati Uniti e Giappone superava abbondantemente i 36.000 miliardi di dollari (e non parliamo dei debiti dei privati). L’Eurozona, secondo Eurostat, a fine 2011 veleggiava verso l’87,2% del Pil. Poco più di 10.000 miliardi di dollari di debiti, di cui circa un quarto sono italiani. E la tendenza è al rialzo. I giapponesi stanno per varare l’ennesimo piano di stimolo della loro storia – a debito – per rianimare la loro economia. Gli americani, dopo essersi impelagati col fiscal cliff stanno seriamente discutendo dell’opportunità di far coniare una banconota da mille miliardi di dollari per consentire al Tesoro di infischiarsene del tetto del debito. Entrambi stampano moneta come se nulla fosse. Monetizzano il debito, come si dice.

L’Europa si interroga e prende tempo. Di fronte alla politica, divisa fra chi vuole imitare il Giappone e gli Usa e chi i tedeschi, si erge la voce unica della Banca centrale. “E’ ormai evidente- ha ammonito di recente il presidente Mario Draghi – che la posizione debitoria di molti governi non era sostenibile e che la governance dell’euro vada migliorata. Concordo sul fatto che ci sia un duro prezzo da pagare, ma è inevitabile. Ho sempre detto che l’unico modo per mitigare l’impatto di questo consolidamento fiscale, che provocherà una contrazione nel breve periodo, è mettere mano alle riforme strutturali per migliorare la competitività e l’export, al fine di creare lavoro e crescita”. In pratica Draghi dice all’Europa di fare quello che ha fatto la Germania negli ultimi dieci anni, e puntare sull’export per rilanciare l’economia (con tutto quel che ne segue per mercato di lavoro, spesa pubblica, etc).

Ma il debito? Anche qui, in Europa, nessuno pensa di poterlo ripagare. La grande operazione che si è consumata nel corso del 2012, e di cui Draghi è stato l’alfiere, ha avuto come scopo di renderlo sostenibile. Leggi credibile. Leggi vendibile.

Quindi i debiti sono destinati a crescere, e la dipendenza dai nostri creditori pure. E poiché un debito corrisponde a un’obbligazione, a un dovere, è chiaro a tutti che ad ogni aumento del debito corrisponde una diminizione della nostra libertà. Questo è il prezzo che stiamo pagando, e che pagheremo anche in futuro.

Saremo liberi di indebitarci (fiché avremo credito). E basta.

Il mattone scricchiola, le pensioni tremano

La crisi finirà da dove è cominciata: dal settore immobiliare. Se e quando il mercato si riprenderà – se ne sono avute recenti avvisaglie negli Stati Uniti – allora potremo dire che la paura del grande crollo sarà archiviata. Almeno fino al prossimo scossone.

Per dare un’idea di quanto sia concreta quest’affermazione basta scorrere uno studio recente della JP Morgan Asset Management, di cui fa menzione il Financial Times, nel quale si rileva che il 43% degli investitori istituzionali del mondo ha già notevolmente investito sull’immobiliare. Si calcola che tali investitori gestiscano in totale asset per 7.800 miliardi di dollari. E secondo gli esperti la quota di investimenti diretti sul mattone è destinata a raddoppiare nei prossimi dieci anni. E i prezzi seguiranno (sempre che il credito rimanga facile).

Stando così le cose, vale la pena andarsi a rileggere un rapporto pubblicato qualche mese fa da Tre-Tamburini real estate con Cordea Savills per capire come l’andamento del settore immobiliare, e del suo mercato derivato dei fondi immobiliari, impatti sul sistema previdenziale italiano. Abbiamo già visto, in un post precedente, quanto pesi l’esposizione in titoli di stato italiani dei vari fondi pensione italiani. Adesso crediamo sia utile vedere come e quanto le diverse casse di previdenza, pubbliche e private, siano esposte sul mercato immobiliare, per compredere come gli scricchiolii del mattone rischino di far tremare l’intero sistema della previdenza.

Alcuni dati. Lo studio calcola in circa 20 miliardi di euro il patrimonio immobiliare di assicurazioni e fondazioni bancarie italiane. A questi si devono aggiungere altri 23,4 miliardi di patrimonio in pancia alle casse di previdenza, 18,8 dei quali in investimenti diretti, quindi proprietà vere e proprie, e 4,6 miliardi investiti in fondi immobiliari. Tale somma equivale al 21,25% del totale del patrimonio delle casse. Numeri che bastano a comprendere perché quanto l’andamento del mattone abbia un’influenza diretta sulla redditività (e sul patrimonio) di queste entità.

In dettaglio, la previdenza obbligatoria, privata e pubblica, detiene 19,7 miliardi di mattone, i fondi pensione 3,7 miliardi. I 4,6 miliardi investiti in fondi immobiliari dalla previdenza italiana pesano circa il 10% del totale del mercato dei fondi immobiliari (circa 50 miliardi). I18,8 miliardi di investimenti diretti equivalgono al 42% del patrimonio immobiliare dello Stato, valutato in 55,6 miliardi.

Inps e Inail detengono circa sei miliardi di patrimonio, il che porta al 49,8% l’esposizione della previdenza pubblica ai capricci dell’immobiliare. Circa 3,5 miliardi di questo patrimonio è messo (o dovrebbe essere) a reddito, il resto è patrimonio strumentale. Di questi 3,5 miliardi a reddito, 1,3 miliardi sono beni derivanti dalle ex cartolarizzazioni, sostanzialmente fallite.

Se guardiamo ai rendimenti, c’è poco da entusiasmarsi. Pure nella grande varietà di strumenti utilizzati per calcolarli, si evince che le varie casse spuntano rendimenti oscillanti fra l’1 e il 3% dal proprio patrimonio, a fronte di rendimenti di mercato che variano fra il 5 e il 7%.

La previdenza italiana, quindi, è pesantemente esposta nel mattone italiano, addirittura più delle assicurazioni, ma ne ricava ben poco. In caso di crisi prolungata del mercato, le cose non potrebbero che peggiorare.

La soluzione immaginata per sbloccare questo patrimonio incagliato è quella dei fondi immobiliari che, in teoria, dovrebbe gestire con maggiore efficienza i beni. Ma sempre che il mercato tiri, sennò l’unica valorizzazione che le casse otterrebbero sarebbe quella una tantum del trasferimento a prezzi correnti dei beni (valutati al costo storico) al fondo.

Ce n’è abbastanza per paventare un rischio pensioni? I più pessimisti direbbero di sì.

C’è da sperare che ci vengano in soccorso gli investitori internazionali, di sicuro incoraggiati dalla liquidità a basso costo. E se JP Morgan ha visto giusto, il raddoppio degli investimenti degli istituzionali in dieci anni condurrà senza dubbio ad un aumento dei prezzi.

Ma attenzione però. Kiyohiko G. Nishimura, vice governatore della Banca del Giappone, ha pochi giorni fa lanciato un monito: le bolle immobiliari sono da tempo riconosciute come un rischio per l’economia. Si è visto proprio in Giappone a fine anni ’80, e poi, più di recente negli Usa.

Non vorremmo rivederlo di nuovo.

2013, l’onda lunga della liquidità fa trionfare gli inflazionisti

Sarà perché c’è il 13 di mezzo, ma l’anno che è arrivato si candida ad essere uno dei più fortunati per il mercato finanziario dall’inizio della Grande Crisi del 2007. Una serie di dati e alcune semplici considerazioni, inducono a credere che il 2013 sarà un anno di snodo nella grande tenzone che oppone il partito degli inflazionisti, guidato dai due big come Stati Uniti e Giappone, a quello dei deflazionisti, dove ormai (e chissà per quanto, visto che a settembre si vota) è rimasta solo la Germania con il suo piccolo portato di Nord-Europa. Mettiamoci pure che i mercati mordono il freno ormai da sei anni. Sono affamati e, per loro fortuna, la liquidità non è mai stata così abbondante e così a buon mercato.

L’ultima ciliegina sulla torta è arrivata pochi giorni fa, con la decisione di alleggerire le regole di Basilea per le banche. Le borse hanno reagito con un plauso (ossia rialzo) arrivando a battere record storici, come quello turco, che proprio lunedì 7 gennaio ha battuto il suo massimo di sempre, mentre pochi giorni fa la borsa americana rivedeva il livello del dicembre 2007. Si capisce perché in un recente report Goldman Sachs dica che il peggio è passato descrivendo il 2013 come un anno di transizione verso una nuova Europa più integrata.

Fa riflettere un altro dato. Nel 2012 le 88 banche centrali monitorate dal sito Central Bank hanno tagliato il costo del denato 127 volte a fronte di 31 operazioni di rialzo dei tassi. Il leit motiv è sempre lo stesso: la crisi contribuisce a tenere l’inflazione bassa, per cui non c’è da preoccuparsi del costo del denaro. Quello che la Fed ripete ormai da anni, e che il Giappone, che sta preparando un piano da cinque trilioni di yen da iniettare sul mercato, pratica da oltre un ventennio con risultati da classica trappola della liquidità. Sempre lunedì 7, la banca centrale rumena, che aveva abbassato il tasso di 75 punti nel 2012, ha deciso di tenerli fermi al 5,25%, con la premessa che garantirà adeguata liquidità alle banche. 

Questa settimana capiremo meglio se la tendenza delle banche centrali a rilassare ancora di più l’accesso al credito sarà confermata. Se, vale a dire, l’onda lunga della liquidità che ha iniziato a montare già all’indomani della crisi si infrangerà sul 2013 provocando un innalzamento generale dei corsi, azionari, ma anche immobiliari e delle commodity.

Il 10 gennaio, infatti, sono attese le decisioni sui tassi da parte della Banca centrale europea e della banca centrale inglese. La prima aveva già fatto filtrare nei mesi scorsi (anche questo fatto senza precedenti) che molti componenti del board avevano chiesto di portare i tassi allo 0,5% dallo 0,75 attuale. Ma sarà anche interessante vedere cosa faranno la banca centrale thailandese (tassi scesi da 3% al 2,75 in un anno) e quella polacca (dal 4,75 al 4,25) il 9 gennaio, o quella indonesiana (dal 6 al 5,75%) il 10, o quella kenyota (dal 18% all’11 sempre in un anno) e persino quella del Mozambico (dal 15 al 9,5%). Per non parlare di quella della Corea del Sud, che in un anno ha tagliato i tassi dal 3,25 al 2,75, e dovrà decidere cosa fare l’11 prossimo. Osservare il comportamento delle diverse banche centrali, insomma, fornirà indicazioni significative sulle aspettative di liquidità per i prossimi 12-24 mesi.  

Un calo generalizzato del costo del denaro, unito all’allentamento dei collaterali, implica con ragionevole certezza un aumento generalizzato dei prezzi non appena si riaccenda il motore della crescita. Spingere la crescita con l’allentamento monetario porta con sé la fastidiosa controindicazione che la crescita ristagna non appena si toglie la benzina del credito/debito facile (come insegna il caso giapponese). Ma nessuno ha intenzione di chiudere i rubinetti.

Il motivo è presto detto: il partito degli inflazionisti si avvia ormai ad avere la maggioranza assoluta, per non dire l’unanimità, potendo contare anche sul sostegno di grandi masse di popolazioni stanche di stringere la cinghia. Quando i debiti crescono a dismisura, l’unico modo per (non) pagarli è fare aumentare l’inflazione. Il prezzo lo pagheranno i titolari di redditi fissi e di rendite. E i grandi creditori.

Ma, come insegna la storia, se ne accorgeranno quando sarà troppo tardi.