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La moneta digitale, ovvero il futuro del central banking
Poiché molto si è parlato della recente allocuzione del governatore della Fed Jerome Powell che in qualche modo ha preso atto del cambiamento della realtà e quindi delle regole che guideranno le politiche della banca centrale statunitense – meno preoccupazione per l’inflazione e più per l’occupazione a voler sintetizzare brutalmente – vale la pena sottolineare che questo ripensamento è molto più di un semplice atto d’indirizzo politico. Rivela infatti, pur senza parlarne affatto, che l’inflazione è un fenomeno troppo complesso perché se ne possa occupare una banca centrale, nemmeno se è quella globale. O, per dirla diversamente, che non esiste, aldilà della letteratura, un rapporto di causazione fra l’azione della banca centrale e l’inflazione in un contesto di economia globalizzata come quello in cui viviamo oggi.
I fatti ne danno chiara testimonianza. La Fed, come anche la Bce per tacere della BoJ, da parecchio tempo fa ciò che è necessario e anche più per far rialzare l’inflazione, senza che ciò serva a riportarla vicino al quel 2% che per buona parte degli anni ’90 rese felici gli economisti e i banchieri, corifei dell’età della Grande Moderazione che a molti sembrava il degno coronamento del brusco percorso di disintossicazione dall’inflazione, iniziata da Volcker nei primi Ottanta del XX secolo, che per tutti i Settanta, approfondendo una tendenza iniziata già dai Cinquanta, aveva occupato i pensieri e le preoccupazioni dei policy maker.
Ma oggi, dice Powell, il mondo è cambiato. E quindi anche l’inflazione, che non è più il problema, e quindi neanche la soluzione – nel senso che gonfiare la crescita nominale aiutava a sostenere i debiti – perché l’economia gira a intensità più lenta come mostra l’andamento del tasso naturale di interesse.
Inutile sottolineare quanto la visione di Powell sia condizionata dalla narrazione della stagnazione secolare. Il punto è che l’aumento dell’occupazione non è servito a far rialzare l’inflazione, col che è venuta meno, o quantomeno si è affievolita, la capacità predittiva della curva di Phillips, uno dei tanti punti fermi del central banking della seconda metà del XX secolo. E questo spiega perché la Fed abbia finito col darsi come obiettivo non più un’inflazione del 2%, ma un’inflazione media del 2%, che in pratica vuol dire puntare anche a un’inflazione più alta per un periodo di tempo indeterminato.
Questa dichiarazione di intenti, che sembra vagamente surreale visto che finora la Fed non è riuscita a centrare il target del 2%, fa capire ciò che non si può dire ma che risulta ovvio: non è tanto l’inflazione ad aver perduto peso, ma la capacità di azione della banca centrale di agire sull’inflazione. Ma se è così, è ovvio che venga questionato uno dei capisaldi del lavoro di queste entità. Che fare quindi?
Non è esagerato dire che le banche centrali stanno attraversando una crisi di crescita, e quindi di senso. In un momento in cui i populisti chiedono a gran voce di far tornare il controllo del denaro sotto l’egida dei governi, e in cui aleggia molto spaventoso il fantasma della fiscal dominance, da un lato, e del fintech, che minaccia di sabotare il sistema dei pagamenti, dall’altro, le banche centrali devono affrettarsi a rivedere i textbook che hanno guidato finora la loro azione e darsi una missione più ambiziosa, capace di rimetterle al centro della scena. E cosa c’è di meglio dell’idea, ormai a portata di mano grazie alla tecnologia, di una moneta digitale di banca centrale? Il sacro graal dei banchieri centrali somiglia sempre più a un’app. Proviamo a vedere cosa ci sia dentro.
(1/segue)
Seconda puntata: La rivoluzione della moneta digitale del sistema dei pagamenti
Ripartire è un po’ morire: il Reboot ai tempi della pandemia
Bentrovati. Finita l’estate, ci troviamo con lo sconforto di dover vivere un autunno col fiato sospeso dentro una mascherina, dopo aver passato i mesi caldi a scambiarci felicemente sospiri. Ormai dimenticati, peraltro: annichiliti dall’onda montante dei contagi che ci ricorda che l’emergenza non è alle nostre spalle, ma davanti ai nostri occhi. Spettacolo per nulla incoraggiate, specie da quando abbiamo rivisto i nostri figli tornare finalmente nelle scuole.
Il problema è chiaro: dobbiamo convivere malgrado tutte le difficoltà del caso – e l’esempio della scuola basta a ricordarlo – con una malattia virale che aggrava lo stato febbricitante delle nostre società, già ammalate dal conflitto fra istanze potenzialmente infinite – frutto della bulimia dei diritti – e risorse che per natura sono scarse. Il tutto dovendo persino recuperare parecchi punti di prodotto interno, che significano lavoro e ricchezza per società che già lamentavano di non averne abbastanza.
Perciò bisogna (ri)partire, pure se significa un po’ morire – e lo diciamo facendo gli scongiuri – ossia risicare di più per rosicare qualcosina, come insegnano i proverbi. Vale per noi, ma anche per il resto del mondo dove, ognuno a suo modo, fa i conti con il trade off – concetto caro agli economisti – fra le esigenze della macchina economica e quelle della difesa della salute pubblica. D’altronde: si muore anche restando fermi, e questo dovremmo ricordarcelo tutti.
Al netto dei vari ottimismi e pessimismi che come in ogni situazione popolano la scena, possiamo svolgere un sano esercizio di realismo provando ad elencare in maniera disincantata alcuni dei passaggi fondamentali che nei prossimi mesi alimenteranno le nostre cronache, e quindi anche il nostro blog che da oggi riapre i battenti per la sua nuova stagione dedicata ovviamente proprio al Reboot della nostre società.
Cominciamo dal giardino di casa, ovviamente. Non tanto per ovvie ragioni di amor patrio, così tanto di moda di recente, ma per l’antico insegnamento volterriano che suggerisce di tenere in ordine il proprio orto, prima di volgere altrove lo sguardo. E quanto a questo di ragioni di ottimismo, malgrado gli sforzi di contrastare l’italianissima consuetudine al lamento, se ne vedono poche.
Facciamola breve: l’illusione che stiamo covando persino con una certa tignosità, è che i denari europei del Recovery fund saranno il viatico delle nostra meritatissima felicità futura. Detto altrimenti: i nostri problemi derivano dalla mancanza di soldi, manco fossimo un paese emergente, invece della settima o ottava economia del pianeta.
Questo misurare in denaro la nostra capacità di stare al mondo – ossia che basti avere più soldi, magari in cambio di nulla, per raddrizzare il legno storto del nostro stare insieme – è molto triste. Illusione pericolosa, peraltro, perché prosegue e approfondisce la tendenza che ha guidato nel tempo il cumulare dei nostri debiti pubblici a cui non ha corrisposto certo un nostro avvicinarsi al paradiso.
Al contrario. E chi pensa che oggi saremo in grado di spendere decine di miliardi in pochi anni, dopo che ci segnaliamo per la nostra incapacità a spendere i fondi europei, forse dovrebbe iniziare a pensare che non tutto si risolve iniettando denaro, ma iniziando a cambiare noi stessi. Vaste programme, mi rendo conto. Perciò inutile da perseguire. Specie quando il mercato politico offre agitatori a un tanto al chilo che promettono prebende che semplicemente aggravano la nostra percezione fallace della realtà.
Il dibattito su Recovery fund, perciò, lungi dal diventare una riflessione su di noi, diverrà l’ennesimo pretesto per faide e furberie. Speriamo almeno di cavarne migliori infrastrutture, ma chissà. Più probabile che spenderemo (forse) queste risorse e rimarremo ugualmente infelici, visto che ciò che fa naturalmente aumentare la produttività – leggi istruzione, giustizia civile efficace, ambiente fiscale amichevole – nel nostro paese cede facilmente il passo al miraggio dei moltiplicatori keynesiani e della spesa corrente. Roba facile da titolare sui giornali e sui social, a differenza del resto, che richiede persino una certa applicazione costante. Esercizio che ormai abbiamo dimenticato.
Ciò per dire che aldilà di una certa retorica patriottica – anch’essa molto di moda oggidì – che chiede a gran voce più stato ovunque (e quindi più soldi pubblici) – ormai non si contano più i dossier nei quali è impegnata la CdP – non c’è da coltivare molte illusioni sulla possibilità che il nostro paese intraprenda una strada diversa dal passato solo perché è arrivato il Recovery fund.
Ma questo non vuol dire che non cambierà nulla, almeno intorno a noi. La nascita delle obbligazioni comuni europee, che alimentano il Recovery fund, è un passo importante del processo di integrazione europeo dal quale molto dipendiamo. E non tanto in ragione di una logica di “vincolo esterno”, come per anni è stato predicato, ma per una semplice questione di prossimità geografica, storica, politica e, dulcis in fundo, economica.
Da quest’ultima, quindi dall’integrazione economica, è iniziata la strada percorsa dall’Europa per provare a diventare qualcosa di più di un’espressione geografica. E il lancio del Recovery fund dimostra che l’Europa ha tutte le carte in regola per continuare a farlo. L’economia non è mai stato un problema per l’Europa, proprio perché l’Europa si è fatta (si sta facendo) risolvendo problemi economici. Si pensi alle origini: alla CECA, che poi diventerà la CEE, l’Ue e quindi l’Unione monetaria, cui seguirà quella bancaria e del mercato dei capitali. E’ un percorso assolutamente coerente.
Il problema è che camminando all’incontrario come i gamberi – l’Europa come processo che dall’economia porti alla politica, costruendo una nuova storia continentale che sia coerente con la geografia – oggi siamo arrivati a un bivio che l’evoluzione internazionale della globalizzazione rende vieppiù evidente. L’Europa ha dimostrato di saper affrontare le sfide economiche. Sarà in grado di affrontare quelle politiche? Proprio oggi la la presidente dell’Unione Europea Ursula von der Leyen, nel suo primo discorso sullo stato dell’Unione – simpatica imitazione di quello tradizionale negli Usa – ha esortato i paesi europei a costruire una “unione della sanità”, via “potabile” per iniziare a percorrere il sentiero della condivisione fiscale, che passa anche dai “salari minimi che tutti nell’Unione devono avere”, come ha ribadito la presidente. Ma siamo sempre nell’orbita dell’economia interna, mentre è chiaro a tutti che per avere una proiezione politica internazionale – o geopolitica se preferite – serve ben altro. Serve la capacità di disporre della forza e la determinazione ad usarla.
Ne avremo un saggio nei prossimi giorni, quando l’Ue dovrà trovare una posizione comune da tenere nei confronti della Turchia, che per tutta l’estate ha continuato a mostrare i muscoli nel Mediterraneo Orientale, inducendo la Francia – e la Grecia -a far la voce grossa, e la Germania, già in tensione con la Russia (che ha fatto capire di volere partecipare al gioco turco nel Mediterraneo) per il caso Navalny, a mediare.
Decidere cosa fare con la Turchia, ormai chiaramente impegnata nella sua missione di ricordare la mondo il suo passato tramite l’uso spregiudicato del presente, non è cosa da poco. Coinvolge non solo la storia dell’Europa – mamma li turchi, per non parlare di greci e persiani – ma soprattutto la geografia, visto che dalla Turchia passano molte rotte che conducono merci (energia) e persone in Europa.
Serve quindi una politica che tenga nella giusta considerazione ancora la ragione economica, avendo chiaro non solo la prossimità, nelle varie declinazioni che abbiamo visto, ma anche la complessità del ruolo giocato dalla Turchia nell’ambito della globalizzazione emergente, ma anche in quello della globalizzazione vigente, ossia di marca statunitense.
Detta semplicemente, Ankara, in un contesto di disimpegno americano da questa parte del mondo, può essere utilizzata da Washington in funzione di contenimento dei russi, se non fosse che intanto i russi e i turchi sembra sia piacciano sempre più. E lasciamo da parte la variabile cinese per non complicare troppo il quadro regionale, anche perché nel frattempo un altro mare, quello Cinese Meridionale, si segnala per una recrudescenza di tensione che ci ricorda quante linee di faglia si stiano lentamente approfondendo all’allargarsi della politiche di potenza. Pensate al Caspio, e basterà a completare il quadro. Ricordando pure che questo quadro potrebbe cambiare cornice una volta che le elezioni americane di novembre avranno fatto il loro corso. Questo mentre Trump porta a casa un’intesa fra Israele, gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrain di notevole portata, visto che scompagina il fronte Mediorientale, spiazzando la Turchia e il Qatar.
Può bastare come promemoria, per cominciare un nuovo viaggio insieme. A patto di ricordare che, Covid o no, questi processi proseguiranno. Meglio perciò rassegnarsi a prenderli per mano.
Buon inizio di stagione.
Il difficile puzzle delle retribuzioni post-covid in Italia
Passata l’estate – e augurandoci una normalità che vada stabilizzandosi – finiremo col dover fare i conti con una delle questioni più annose del nostro paese: quella dell’andamento delle retribuzioni, che gli ultimi dati Istat fotografano come sostanzialmente stagnanti.
Il dibattito infinito sul livello di salari e stipendi in Italia, che oscilla fra i nostalgici che ancora li sognano come variabili indipendenti e i freddi calcolatori della produttività come stella polare delle retribuzioni, dovrà trovare una composizione in una formula che sia socialmente accettabile, visto che per i lavoratori il salario verrà inevitabilmente percepito come lo strumento per rilanciare la domanda dopo la crisi Covid, mentre i datori remeranno in senso contrario, portando a pretesto le proprie difficoltà. La pandemia, da questo punto di vista, non può che esacerbare lo storico conflitto fra capitale e lavoro.
Questa tendenza naturale troverà peraltro ampiamente di che esercitarsi, visto che, come ci ricorda molto opportunamente Istat nel suo Rapporto annuale, “a fine aprile erano in attesa di rinnovo circa otto dipendenti su dieci: quasi i tre quarti dei dipendenti del settore privato (rispettivamente il 72 e l’82 per cento dei dipendenti dell’industria e dei servizi) e tutti i pubblici dipendenti. Nel corso di quest’anno il contratto scadrà per un altro 6 per cento dei dipendenti”.
Gli ultimi aggiornamenti sottolineano che fra aprile e giugno su questo fronte non si è registrato alcun progresso, salvo la scadenza del contratto dei tessili, che si è aggiunto al lungo elenco di contratti, 52 compresi quelli della Pubblica Amministrazione, in cerca di autore. Si calcola che ormai 10,2 milioni di dipendenti, pari all’82,4% del totale, siano in attesa di rinnovo, quando erano circa la metà a giugno 2019 (il 42%).
In sostanza, una grandissima parte dei lavoratori dipendenti si troverà a discutere col sistema delle imprese delle retribuzioni future, avendo alle spalle non soltanto una dinamica passata alquanto moderata, che solo l’inflazione rasoterra ha consentito di trasformare in una crescita del potere d’acquisto – il 2% fra il 2014 e il 2019, con retribuzioni reale in crescita dello 0,7% – ma la tragedia Covid che ha spezzato le gambe a molto del nostro sistema produttivo.
Uno scenario poco rassicurante: da una parte milioni di lavoratori che si aspettano un salario capace di sostenere i loro consumi, dall’altra datori di lavoro in condizioni chissò quanto salutari. Il tutto dovendo fare i conti con rinnovi contrattuali che, in alcuni casi, si trascinano da anni.
Un quadro che non è certo dei migliori. Peraltro, i primi esiti osservabili della crisi Covid sulle retribuzioni incorporano, per la prima volta nella serie storica, un calo tendenziale, nel primo trimestre del 2020, delle retribuzioni pro-capite dello 0,3%. Il che, pur trattandosi solo di un dato di breve periodo, è di per sé un segnale di come le cose potrebbero evolvere anche nei trimestri successivi.
A ciò si aggiunga che è facile vengano al pettine alcuni nodi, come ad esempio quello che ha caratterizzato l’ultimo quinquennio di rinnovi contrattuali, ossia una certa eterogeneità nell’evoluzione delle retribuzioni nominali, che ha premiato alcuni settori – in testa l’industria con crescita di quasi il 7% – e penalizzato altre.
Questo, in un mercato del lavoro dove ancora esistono profonde differenze. Quelle di genere, ad esempio, con le donne a guadagnare in media il 7,4% in meno. O quelle di età – i giovani 15-29enni guadagnano l’11% in meno della retribuzione mediana – o quelle di contrattualizzazione: i lavoratori a tempo determinato – che in un mercato del lavoro funzionante dovrebbero guadagnare di più visto che hanno meno garanzie, si trovano ad avere retribuzioni inferiori del 9% rispetto alla mediana, con differenze rispetto ai lavoratori con contratto stabile che sfiorano il 14%.
Altresì rilevante è il peso della eterogeneità territoriale: le imprese del Mezzogiorno erogano salari orari inferiori del 7% rispetto alla mediana nazionale con un differenziale retributivo Nord-Sud pari al 13,1%. I salari differenziati ci stanno già, insomma.
Questo puzzle, confuso, divisivo e duale, è ciò di cui si troveranno di fronte i policy maker in autunno, avendo alle spalle ciò che sappiamo. L’idea che possa venirne fuori qualcosa di buono suona vagamente ottimistica. Nella migliore delle ipotesi alcune tendenze – segnatamente quella del rallentamento salariale – potranno stabilizzarsi, anche se è più probabile che nel medio termine tendano ad approfondirsi. Per tutte le altre non ci sarà il tempo di occuparsene. E probabilmente neanche la voglia.
Cartolina. Anno 2020 fuga bancaria dagli Emergenti
I prestiti bancari ai paesi emergenti continuano a declinare anche in questo 2020, per il quale è ovvio incolpare la pandemia. Rimane il dubbio su cosa abbia determinato questo trend negli anni precedenti. Due cose però le possiamo sapere. La prima è che quasi i due terzi delle erogazioni a questi paesi arrivano dalle banche di cinque paesi, ossia Stati Uniti, Gran Bretagna, Spagna, Giappone e Francia. E poi che la fuga non è stata della stessa intensità per tutte le aree emergenti osservate. I paesi dell’Asia e del Pacifico oscillano in brutali saliscendi, quelli latinoamericani vivacchiano, quelli africani e medio-orientali sono stabili mentre quelli dell’Europa emergente sono da tempo ridotti al lumicino. Le due cose ce ne dicono una terza: la fuga dagli emergenti non dipende dalla paura. Ma dalla convenienza.
La lunga marcia dello Yuan digitale si avvicina alla svolta
Le ultime notizie che arrivano dal fronte cinese, relativamente allo sviluppo di una moneta digitale di banca centrale, rendono necessario fermarsi un attimo per provare a capire le implicazioni dell’ardimentosa sperimentazione cinese che può provocare un piccolo terremoto non solo in tutto l’universo fintech, ma anche nel gioco valutario globale.
E’ facile comprendere perché. Anche se solo per “gioco”, nel senso che l’esperimento cinese riguarda al momento solo quattro città, sono già in partita 20 grandi aziende cinesi e quattro grandi banche statali che funzionano da cinghia di trasmissione della banca centrale cinese. Il tutto riguarda decine di milioni di persone, che sono chiamate a sperimentare la fungibilità di un sistema di pagamento cashless, usando una tecnologia statale di pagamento elettronico con dentro una moneta statale. Una rivoluzione, né più né meno.
Conviene fare un passo indietro per ricordare di cosa stiamo parlando. Dello yuan digitale ci siamo già occupati osservandone per grandi linee il modo di funzionamento – semplificando: un sistema a due livelli, il primo fra banca centrale e banche commerciali, il secondo fra queste ultimi e gli utilizzatori – seguendo le notizia apparse nei mesi scorsi cui hanno fatto seguito alcune allocuzioni da parte dei responsabili della banca centrale cinese. In particolare, nell’aprile scorso la banca centrale cinese spiegò che erano in corso dei semplici test che riguardavano quattro città che si stavano svolgendo senza interferire con la normalità delle transazioni e con i mercati finanziari.
Il messaggio, insomma, era chiaro: volare basso. Anche perché un mondo terrorizzato dalla pandemia non è il migliore di quelli possibili per parlare di cose complicate, mentre lo è sicuramente per farle progredire silenziosamente.
E così arriviamo a oggi. La sperimentazione è divenuta una cosa estremamente seria e adesso molti osservatori si cominciano a chiedere – meglio tardi che mai – se la Cina non abbia finito per essere l’avanguardia di uno sviluppo al quale i paesi avanzati iniziano solo di recente a giudicare come possibile, come dimostrano i tanti studi che si stanno moltiplicando sul tema, promossi anche dalla Banca dei Regolamenti internazionali.
Alcuni dettagli che emergono dalle cronache ci aiutano a capire la portata dell’innovazione. Nella quattro città oggetto della sperimentazione – Shenzhen, Suzhou, Chengdu, and Xiong’an – a maggio una parte della retribuzione sarebbe stata versata in yuan digitali. Ciò aveva come presupposto che le banche coinvolte nella sperimentazione avessero convertito parte dei loro depositi presso la banca centrale in valuta digitale – sostituendo quindi nella M0 le banconote con lo yuan virtuale – oltre ad aver sviluppato e testato i wallet necessari per far circolare questa valuta in un sistema di pagamenti alternativo. Ciò ha reso possibile accreditare parte della retribuzione sul conto corrente in denaro virtuale.
Ma l’aspetto più interessante, che probabilmente si andrà a definire, riguarderà proprio coloro che non hanno conto corrente. Il futuro sono i pagamenti mobili utilizzando un credito diverso da quello bancario. Magari quello telefonico. Sarà un caso, ma nel consorzio di grandi gruppi che partecipano alla sperimentazione troviamo, oltre alle banche – Industrial and Commercial Bank of China (ICBC), China Construction Bank, Agricultural Bank of China, and Bank of China – tre compagnie telefoniche: China Telecom, China Mobile, and China Unicom, insieme all’onnipresente Huawei.
I giganti hi tech ovviamente, fanno parte del gioco, e non potrebbe essere diversamente. Vuoi perché gestiscono già applicazioni proprietarie di moneta elettronica con sistema di pagamento, come Alipay a WeChat, vuoi perché hanno già centinaia di milioni di dati sugli user che utilizzano questi sistemi, che è assolutamente necessario mettere a sistema nello schema del Digital Currency Electronic Payment (DCEP).
Chiaro che un sistema siffatto generi qualche preoccupazione. Non solo per chi teme per la privacy, definitivamente sotto gli occhi dello stato che tramite una valuta virtuale potrà tracciare ogni movimento, ma anche per chi si domanda come questa innovazione, una volta che sarà digerita e diverrà comune, impatterà sul sistema monetario internazionale.
I cinesi non saranno ovviamente gli unici a mettere in circolazione una moneta digitale di banca centrale. Ma potrebbero essere i primi. E visto il loro peso specifico sull’economia internazionale, sarà un primato pesante.
I debiti in dollari fuori dagli Usa fanno 13 (trilioni) come nel 2008
Ora che abbiamo iniziato ad avventurarci nei complessi meccanismi che regolano la globalizzazione del dollaro, e abbiamo accennato all’importanza e al significato delle linee di swap aperte dalla Fed, siamo in grado di apprezzare meglio un ottimo resoconto pubblicato dalla Bis di Basilea che monitora l’andamento del funding in dollari nelle imminenze della crisi Covid e gli stress che ne sono conseguiti. Un’occasione per osservare il funzionamento del sistema in “tempo reale” e soprattutto per provare ad indovinarne le fragilità nascoste, che non attendono che la prossima crisi per manifestarsi.
Conviene cominciare da un dato che risulterà suggestivo: la quantità di debiti denominati in dollari di soggetto che americani non sono, che ormai ha raggiunto il livello di prima della crisi del 2008, pari a circa 13 trilioni.
La somiglianza del dato, tuttavia, nasconde alcuni cambiamenti profondi intercorsi nell’ultimo decennio, il più evidente dei quali è chiaramente osservabile nella parte sinistra del grafico: il contributo della Cina alla “fame” internazionale di dollari, cresciuto notevolmente dai primi anni Dieci del XXI secolo. Pechino, quindi, è stato uno dei soggetti che più hanno contribuito a usare il dollaro per denominare i propri debiti. Teniamolo a mente.
Ricordiamoci pure che a questo progresso hanno contribuito le banche giapponesi e britanniche, che alla fine del 2019 avevano insieme due trilioni di debiti in dollari, mentre quelle canadesi, francesi, svizzere, cinesi e tedesche superavano ognuna i mille miliardi. Non solo: “Banche di diverse economie emergenti – scrive la Bis – in particolare di Cina,
Russia, Turchia e Taipei cinese – negli ultimi anni sono diventati importanti prenditori in dollari”. Cina, Russia e Turchia, lo abbiamo visto, tendono da una parte a disfarsi di dollari, ma dall’altra sono “costrette” dalla fisionomia dei mercati finanziari, a procacciarsene parecchi.
Il problema è che questi prenditori internazionali di dollari prendono a prestito in America solo il 22% di questa montagna di dollari tramite banche affiliate negli Usa. Il restante 78%, pari a circa 10 trilioni, sta fuori dal perimetro Usa. E fra le giurisdizioni che sono fuori dalle linee di swap con la Fed, c’è quella cinese dove abitano banche con un trilioni di debiti in dollari.
Questa ingente quantità di valuta americana detenuta da debitori esteri è stata una delle ragioni che ha costretto la Fed ad attivare le proprie linee di swap durante il momento peggiore della crisi Covid, ossia nel marzo scorso, quando molti soggetti finanziari si sono trovati improvvisamente a corto di dollari. L’accordo di swap già esistente, che la Fed ha firmato con 14 banche centrali, è stato affiancato anche a un dollar repo facility per altre autorità monetarie non comprese negli accordi di swap. La Fed insomma ha capito che doveva interpretare in maniera piuttosto estensiva il suo ruolo di banca centrale universale. In particolare per impedire che le passività di breve termine in scadenza originassero crisi finanziarie.
Questo ruolo di fornitore di liquidità di ultima istanza della Fed, che ormai cammina a braccetto con quello di compratore, ha consentito ai mercati di affrontare la tempesta e trovare un nuovo equilibrio. Ma certo non è stato indolore. Non tutti i 13 trilioni di debito non Usa denominato in dollari erano in scadenza, ovviamente. Ma la scomparsa della liquidità – lo abbiamo visto anche in passato – avrebbe potuto facilmente generare una vendita disordinata di asset che avrebbe ulteriormente aggravato la crisi dei mercati nel momento peggiore.
La fornitura di liquidità tramite swap della Fed è servita proprio ad evitare questo. Il picco si è raggiunto a maggio, quando sulle linee di swap viaggiavano per 449 miliardi, e da quel momento in poi ha cominciato a declinare. Per la cronaca, vale la pena ricordare che all’epoca della grande crisi finanziaria gli swap arrivarono a “tirare” ben 583 miliardi. Pericolo scampato quindi? Forse.
Ci sono un paio di questioni che suggeriscono di mantenere elevato il livello di attenzione. Da una parte ci sono gli evidenti rischi che la situazione finanziaria possa nuovamente degradarsi a causa di un riaccendersi della crisi sanitaria. Dall’altro rimane il rischio che il problema della liquidità si sposti dalle banche alle imprese, specie nei paesi emergenti. Circostanza che diventerebbe non più semplicemente possibile ma probabile se gli investitori esteri dovessero continuare a generare deflussi. A quel punto la Fed potrebbe fare bene poco. A meno che non cominci anche a comprare debito corporate cinese.
L’inevitabile spopolamento dell’Italia
Forse le previsioni citate dalla rivista The Lancet – che ipotizza 30 milioni di abitanti in Italia nel 2100 – sono esagerate. Ma anche se ci limitiamo a prendere in esame quelle contenute nell’ultimo Rapporto annuale Istat sul nostro paese – 53,8 milioni di abitati al 2065 – il trend rimane ampiamente confermato: l’Italia è alle prese ormai da anni con un processo di calo demografico che non è esagerato chiamare spopolamento.
Il punto qui non è tanto ragionare sulle cause, che sono tante e profonde, molto più di quanto credano certi teorici del sussidio come rimedio ad ogni male. La questione è partire da questo trend, che non è un dato ma ci somiglia parecchio, e iniziare a pensare a come sarà l’Italia fra 50 anni, con più anziani che giovani. Compito della politica, senza dubbio. Avendocene una. Ma al quale può contribuire chiunque abbia a cuore questo paese. Meno di quelli che pensate, sicuramente.
Prima di lanciare un concorso di idee per l’Italia coi capelli bianchi e con sempre più spazio – una specie di ospizio a cielo aperto – è bene irrobustirsi con i dati che mostrano come tale esito sia semplicemente ineludibile. Inutile stare qui a pensare a rimedi: non si può fermare una slavina con le mani: la popolazione diminuirà. Per la semplice ragione che non solo le donne italiane fanno pochi figli – la speranza è che arrivino a 1,54 a fronte dell’1,30 scarso di oggi entro il 2065 – ma soprattutto perché, e questo è un fatto che non si può cambiare, diminuiscono costantemente le donne in età fertile. Una conseguenza di decenni di tassi di natalità sotto la soglia di sostituzione.
Chi contasse sul contributo dell’immigrazione, per invertire il trend, dovrebbe ricredersi. Primo perché il successo di certi partiti che fanno la faccia dura contro gli immigrati dovrebbe suscitare qualche domanda sulla nostra reale volontà di accoglierli. Secondo perché le proiezioni Istat incorporano già un contributo netto medio annuo di 165 mila immigrati “che riusciranno solo in parte ad arginare il declino demografico”. Peraltro gli immigrati, una volta che diventino avvezzi alle nostre consuetudini, riducono anch’essi la natalità. Sarà colpa dell’aria o dell’acqua, chissà.
Poiché lo spopolamento è ineludibile, possiamo persino provare a immaginarne gli effetti sulla società. Da qui al 2065 il prezzo più alto lo pagherà la popolazione attiva, quella che dovrebbe lavorare, ossia compresa fra i 15 e i 64 anni che scenderà dall’attuale 64% al 55%, mentre gli under 15 diminuiranno di appena l’1%, portandosi dal 13 al 12%. Ciò implica che i nove punti persi dalla popolazione attiva e il punto perso dai più giovani si trasferirà nella classi più attempate. Gli over 65, infatti, passeranno dal 23 al 33%. Più di uno su tre. Gente che vorrà una pensione e un’assistenza sanitaria.
Se agli over 65 sommiamo gli under 14, abbiamo che complessivamente il 45% della popolazione sarà dipendente dal 55% della popolazione attiva. Che sarebbe sostenibile se tutta la popolazione attiva lavorasse, e ovviamente così non è. Lo scenario più realistico, al contrario, è di una minoranza sempre più risicata di lavoratori – oggi sono circa 23 milioni su 60 milioni di abitanti – che dovrà occuparsi di una stragrande maggioranza di inoccupati.
Il nostro concorso di idee per l’Italia del 2065 possiamo farlo partire da qui.
Istruzione e reddito: il binomio che l’Italia ha dimenticato
L’ultimo Rapporto annuale Istat, fra le tante suggestioni che offre, ne sottolinea una non abbastanza ribadita in un paese come il nostro, peraltro reduce da un rovinoso lockdown delle scuole del quale ancora non si indovina la fine: il rapporto strettissimo che lega la qualità dell’istruzione al livello del reddito.
Sembra una cosa ovvia, ma non lo è. Molti trascurano di osservare come il clamoroso fallimento della nostra istruzione pubblica, che divora moltissime risorse ma ancora non riesce ad esprimere la qualità (e la quantità) di istruzione diffusa di cui abbiamo bisogno è una delle cause del livello asfittico della nostra capacità produttiva e quindi dei redditi che essa è capace di esprimere. Peggio ancora, non siamo ancora nemmeno riusciti a far capire ciò che sanno tutti: un livello adeguato di istruzione è il miglior viatico possibile – a meno che non si sogni di fare la velina o il calciatore – per garantirsi un livello adeguato di reddito.
Quanto al primo aspetto, i dati Istat lasciano poco spazio all’immaginazione. Ancora nel 2019 l’Italia contava solo il 62,1% di persone di età compresa fra i 25 e i 64 anni in possesso di un diploma secondario, a fronte di una media dell’Ue a 27 – esclusa l’UK – del 78,4%. Siamo migliorati di 13,5 punti, rispetto a un quindicennio fa. Il è sicuramente positivo, pure se suona alquanto sconcertante che settant’anni di istruzione pubblica non è bastata a portarci a livello dei paesi europei più avanzati.
Si più pensare che questo divario dipenda in buona parte dall’anagrafe, ossia dalla numero elevato di anziani che – storicamente – sono in media meno istruiti. Ma i dati ci dicono che in Europa l’84% dei giovani 30-34enni hanno un diploma. Da noi meno del 75%. E se guardiamo all’istruzione universitaria, poi, il quadro è persino più scoraggiante: i 30-34enni con titoli universitari nel nostro paese sono il 27,6% contro il 40,3% per l’Ue27. Siamo gli ultimi nell’Unione insieme alla Bulgaria.
Il dato aggregato riferito all’Italia nasconde molte differenze regionali, ovviamente. e questo vale non solo per le quantità di titoli di studio, ma anche per la qualità di questi titoli. L’incidenza dei laureati è alta in Emilia Romagna, Lazio, Lombardia e Friuli, bassa in Sicilia, Puglia e Calabria, dove rimane ancora elevata la dispersione scolastica.
Quanto alla qualità, i test di Pisa rappresentano un livello medio di conoscenze non particolarmente esaltante, per non dire deprimente.
La media italiana mostra che fra fra il 20 e il 30% degli studenti hanno difficoltà con l’Italiano, la matematica e le scienze, e le differenze regionali disegnano un quadro persino peggiore, con intere regioni dove le competenze scolastiche sono ampiamente insufficienti.
Questa situazione impatta ovviamente sulle prospettive di impiego. Istat ci ricorda che i “tassi d’occupazione degli adulti tra i 25 e 64 anni con titolo universitario sono,
in Italia e nell’Ue27, più elevati di quasi 30 punti rispetto a quelli con al più la licenza media: di questi, circa 10 punti percentuali rispetto ai possessori di diploma secondario superiore, che a loro volta hanno tassi d’occupazione più elevati di quasi 20 punti percentuali rispetto a chi è meno istruito”.
Questo non vuol dire che chi si laurea trova subito un lavoro sicuro e remunerativo, come si diceva una volta. Ma che una buona istruzione è uno strumento efficace per avere le carte in regola e provarci.
Il contrario consegna i giovani alla nullafacenza o ai lavori meno remunerativi: i diplomati hanno un reddito superiore del 34% a chi ha al più la licenza media, e la laurea conferisce un premio aggiuntivo di un ulteriore 37%. A meno che non si diventi calciatori, appunto.
Scomode verità nascoste dietro lo Smart Working
Ciò che tutti sanno, ma che si tende a dimenticare, è che la scelta dello Smart Working è derivata dall’esigenza di contrastare la pandemia non certo da una improvvisa e miracolosa maturazione del nostro mercato del lavoro. Detto altrimenti, milioni di persone sono state chiuse in casa ben sapendo che non potevano davvero lavorare, pure se sarebbero comunque state pagate normalmente.
Molti hanno voluto raccontare, magari credendoci, che lavorare da casa avrebbe favorito il cambiamento della nostra società. Il nuovo miracolo italiano si sarebbe nutrito di tecnologia e lavoratori “remotizzati”, con la vita professionale ridotta a una chat. E per un attimo questa narrazione ha acceso anche molti entusiasmi.
Poi qualcuno ha iniziato a ragionare. Lo smart working è la perfetta confusione fra pubblico e privato. E’ sostanzialmente privilegio di una minoranza. Conviene molto ai datori di lavoro – che risparmiano sui costi fissi – e meno a chi lavora sul serio, che scopre improvvisamente di lavorare molto più di prima: senza orari.
Ciò non vuol dire che sia un’idea sbagliata. Al contrario: se ben ponderata può dimostrarsi molto utile. Ma significa solo che spacciare lo smart working per la panacea di tutti i mali delle economie avanzate è semplicemente una storiella da lockdown.
Quindi è arrivata l’Istat. Il suo rapporto annuale propone alcuni dati che partono da una semplice considerazione statistica. Lo smart working ha come presupposto “ontologico” non soltanto la disponibilità di reti digitali efficienti e device di ultima generazione, ma richiede anche una competenza che non deve solo essere posseduta, ma anche ampiamente coltivata.
Quanto a quest’ultima, i dati Eurostat sono un’ottimo promemoria. Noi italiani siamo nella parte bassa della classifica.
Notate che l’universo rappresentato fa riferimento solo alla popolazione in età di lavoro. Sono quindi esclusi gli anziani che ovviamente sono in parte comprensibilmente digiuni di tecnologia. Sapere che quasi il 40% di questa popolazione in Italia ha competenze basse o inesistenti illumina di una luce nuova la retorica sullo smart working che ha funestato – e continua ancora a funestare – il nostro dibattito pubblico.
Diciamolo meglio: quel 34% di persone che ha un livello alto di competenze informatiche, al quale per pura carità di patria potremmo sommare quel 27% con competenze di base, sono le persone alle quali possiamo affidarci per fare smart working. Ma poi bisognerebbe vedere come, dove e quando sono occupate. E questa è tutta un’altra storia.
L’indagine Istat sulla forza lavoro del 2019 mostra che quell’anno solo lo 0,8% degli occupati (184 mila persone) ha usato la propria abitazione come luogo di lavoro, il 2,7% (629 mila persone) come luogo secondario e il 2,2% (524 mila) come luogo occasionale. “Complessivamente quindi – sottolinea Istat – emerge come meno del 6% degli occupati fosse immediatamente preparato a lavorare da remoto”. Difficile che questa situazione sia cambiata dopo il lockdown.
Se a ciò si aggiunge che i lavoratori casalinghi sono usualmente indipendenti, con titolo di studio elevato, impiegati per lo più nei comparti dei servizi, informazione e comunicazione, servizi alle imprese e nell’istruzione, ecco che il nostro identikit sugli smart worker si raffina: minoranze qualificate, per le quali “va evidenziato il rischio che il confine tra tempi di lavoro e tempi di vita diventi labile e, dunque, il lavoro risulti invasivo”.
Chi ha fatto o fa davvero smart working – la famosa minoranza silenziosa a fronte di una maggioranza che ne parla – lo sa bene, ma è meglio ricordarlo usando le parole dell’Istat: “Circa il 40 per cento di chi lavora da casa (luogo principale o secondario) dichiara di essere stato contattato al di fuori dell’orario di lavoro almeno tre volte da superiori o colleghi nei due mesi precedenti e la quota arriva quasi al 50 per cento tra chi usa la casa come luogo di lavoro occasionale. Inoltre, viene richiesto di fornire una risposta tempestiva anche se al di fuori dell’orario di lavoro al 26,1 e al 20,9 per cento di chi lavora a casa come luogo principale e secondario e al 33 per cento di chi lavora a casa occasionalmente”.
Se poi guardiamo al tipo di contrattualizzazione usata di solito dagli smart worker, scopriamo anche un’altra scomoda verità: “Solo in un numero limitato di casi il lavoro da casa è formalizzato: l’8,2 per cento di chi lavora a casa ha un contratto di telelavoro (lo 0,2 per cento del totale dei dipendenti) e il 20,2 per cento un accordo di smart working (0,5 per cento del totale), per un totale di circa 116 mila persone. In entrambi i casi gli istituti sono riservati quasi esclusivamente ai lavoratori a tempo indeterminato, in gran parte (circa il 73 per cento) nel settore dei servizi”.
Istat ha stimato anche il grado di fattibilità da remoto delle varie professioni, arrivando alla conclusione che circa 8,2 milioni di persone potrebbero svolgere il proprio lavoro da casa, pari al 35,7% degli occupati. Percentuale curiosamente simile a quella dei lavoratori dotati di competenze informatiche avanzate.
Il dato degli 8,2 milioni di potenziali smart worker, deve essere però corretto al ribasso. “Escludendo alcune professioni per le quali si può considerare che il lavoro da remoto sia preferibile solo in situazioni di emergenza (ad esempio gli insegnanti nei cicli di istruzione primaria e secondaria), si individuerebbero circa 7 milioni di occupati che potrebbero lavorare a distanza: 4,1 milioni tra le professioni che richiedono supervisione e 2,0 milioni tra quelle ad elevata autonomia”. I settori rimangono i soliti: informazione e comunicazione, attività finanziarie e assicurative, servizi alle imprese.
Possiamo anche immaginare, basandoci sui dati riscontrati statisticamente, una specie di fenotipo dello smart worker. In dettaglio: “Le professioni che potrebbero essere svolte con modalità remota riguardano una quota maggiore di occupate (37,9 per cento contro 33,4 per cento degli occupati), di ultracinquantenni (37,6 per cento contro 29,5 per cento dei giovani occupati), del Centro-Nord (37 per cento contro il 28,8 per cento del Mezzogiorno), di laureati (64,2 per cento contro 37,4 per cento dei diplomati e 9,4 per cento degli occupati che hanno raggiunto l’obbligo scolastico)”. E così l’identikit si perfeziona: lo smart worker è più probabilmente donna, di una certa età, residente nel Centro-Nord e laureata.
Da tutto ciò possiamo trarre una conclusione molto semplice. Impostare una società sullo smart working significa non solo poter disporre di reti e device efficienti, ma anche di tanti lavori e di lavoratori smart. E noi, purtroppo, siamo carenti. Negli uni come negli altri.
Le banche reggono l’urto, ma fino a quando?
Parla di Banche, Claudio Borio, capo del dipartimento economico della Bis di Basilea, mentre presenta il nuovo rapporto annuale che la banca elvetica propone alla comunità economica e finanziaria mentre il mondo è ancora alle prese con l’emergenza sanitaria, che inevitabilmente è la grande protagonista del testo.
Parla di banche, Claudio Borio, ma non trascura di ricordare che l’esperienza di questa metà 2020 conferma l’attualità di certi moniti che lo stesso economista ha più volte ripetuto in questi anni senza troppo successo. Non perché fossero fallaci o irragionevoli. Ma perché, semplicemente, nessuno può fermare il mare con le mani. Specie quando salgono le onde.
Anche oggi che le onde somigliano a uno tsunami, vale la pena ricordare con Borio che aver dato fondo a ogni risorsa di spazio, fiscale e monetario, per contrastare l’emergenza Covid non dovrebbe esimerci da riconquistare questo spazio perduto “con pazienza e prospettiva di lungo termine”.
Vaste programme, direbbe qualcuno. La pazienza non è virtù comune, ai tempi in cui primeggiano i social network dei commentatori seriali che discettano di ogni cosa senza saperne nulla. Quanto alla prospettiva di lungo termine, certe discussioni – anche in casa nostra – tutto sembrano testimoniare salvo che la capacità di guardare lontano.
E tuttavia, per i pochi che hanno pazienza e provano a indovinare il tempo che verrà, vale la pena ricordare che “né la politica monetaria né la politica fiscale possono, da sole, generare insieme una crescita sostenibile e la stabilità finanziaria. Solo una sapiente combinazione di politiche monetarie, fiscali e prudenziali, sostenuta da riforme strutturali di cui abbiamo davvero bisogno, può farlo”. Questo perché nessuno dica domani che non eravamo stati avvertiti.
Ma se parliamo di banche, e ci limitiamo a osservare come si siano comportati gli intermediari durante la pandemia, scopriamo alcune informazioni utili da conoscere. Se non altro perché confermano la conclusione di Borio: servono buffer – cuscinetti, riserve, salvagenti, traducete come volete – per affrontare i torbidi economici. Ossia serve risparmiare quando il tempo è buono per spendere quando s’incattivisce. E non serve essere economisti per capirlo, basta aver letto qualche buona favola.
E le banche, come anche pochi governi (quello tedesco, non a caso fra i più prodighi oggi), negli anni passati dalla Grande Crisi Finanziaria (GCF) hanno imparato a costruire questi buffer che oggi sono stati in buona parte impiegati, anche a seguito del pressante invito delle autorità di regolazione a usare queste riserve per non far mancare il credito nel momenti più bui del lockdown, che ha strozzato le economie di tutto il mondo. Il risultato si può osservare dal grafico sotto.
Le banche, insomma, non hanno lesinato l’ossigeno – a differenza di quanto accadde durante la GCF – nel momento in cui l’organismo economico più ne abbisognava, e lo hanno fatto potendo contare su quelle risorse che le policy internazionali avevano imposto loro di costruire. Unico effettivo successo delle politiche del decennio, a ben vedere, visto che nel frattempo i debiti, a cominciare da quelli degli istituti di emissione, sono aumentati significativamente e oggi minacciano di andare ancora peggio.
Rimane la questione: fino a quando le banche possono bruciare il loro fieno in cascina, pure in presenza di garanzie pubbliche? Molto ovviamente dipenderà dalla durata della crisi. E gli scenari possono anche risultare molto avversi.
Questo i mercati lo sanno. E poiché le banche per una serie di ragioni che abbiamo anche in parte osservato, sono sempre meno profittevoli,
ecco che si intravedono i primi risultati di questa prodigalità indotta con la solita logica dell’emergenza, che caratterizza meglio di ogni altra la nostra epoca.
Perché tutto si tiene com’è ovvio. E i mercati sono poco pazienti. Ci mettono poco a far di conto e iniziano a prezzare al ribasso le banche che, se la crisi continua, si troveranno di fronte al solito dilemma che da oltre un decennio affligge le banche centrali e da sempre i governi: dare priorità all’emergenza, o lavorare per impedirne di future?
La risposta, qualunque sia, è sbagliata. Dobbiamo cambiare la domanda.















