Etichettato: the walking debt

A Gibuti, crocevia degli scambi globali, fra i due litiganti gode la Cina

Se in fin dei conti fosse solo una questione di interessi economici potremmo prestar fede al ministro delle finanze di Gibuti, Moussa Dawaleh, che di recente ha spiegato con parole assai chiare la ragione per la quale il piccolo stato incistato sopra il Corno D’Africa, al centro di rotte commerciali strategiche innanzitutto per il traffico di risorse energetiche, ha visto espandersi massicciamente la presenza di capitale cinese nei suoi investimenti infrastrutturali, ambiziosi quanto rilevanti. Osservare quello che sta succedendo laggiù ci consente di completare la breve ricognizione che abbiamo fatto in questi giorni discorrendo di alcuni snodi strategici della complessa partita che si sta giocando nel quadrante euroasiatico col pretesto di alcuni investimenti portuali, segnatamente a Gwadar, in Pakistan, e a Chabahar, in Iran.

Gibuti, quindi. “Non non diamo esclusive a nessuno – ha detto il ministro africano -. Non si tratta di opporre la Cina all’Occidente. Se riuscirò a ottenere dall’Occidente le stesse condizioni che sto ottenendo da Eximbank (istituzione cinese, ndr), sarò più che felice. Se posso ottenere di meglio di quello che la Cina ci offre, sarò ancora più felice. Non devo solo trattare con un partner. Ma per adesso è la Cina quella che rischia. Forse alcuni amici non sono felici di sentirlo, ma questa è la realtà”. Questione puramente economica, quindi. La Cina presta a Gibuti i denari di cui abbisogna per nutrire la sua fame di infrastrutture, più che comprensibile per un’economia che secondo alcune stime ricava il 70% della sua produzione dal trasporto di merci e quindi dalla logistica, e tanto basta. Se l’Ue, l’America, o i rissosi paesi che ruotano attorno al Corno D’Africa vorranno o sapranno fare di meglio, tanto meglio per Gibuti. Fine della storia.

Ma che non sia così semplice – che non si tratti solo di traffico di denaro ma di influenza politica – lo si capisce anche solo osservando il ritaglio di mondo dove gravita Gibuti che ha la ventura di affacciarsi sullo stretto di Bab el Mandeb, assai noto agli osservatori di cose energetiche per la semplice ragione che ci passano le petroliere (e non solo) destinate a passare il canale di Suez.

Ai quelli meno addentro basterà sapere che ogni giorno quasi cinque milioni di barili passano da qui, circa il 5% del petrolio trasportato per mare (dati 2016) proprio di fronte allo Yemen dove da anni deflagra un conflitto sanguinoso e dimenticato. Circa 1,5 milioni di barili, prodotti in gran parte in Arabia Saudita, Kuwait, Emirati Arabi e Oman, vengono trasportati da Ain Sukhna sul Mar Rosso a Sidi Kerir sul Mediterraneo nel nord dell’Egitto attraverso l’oleodotto Sumed. La maggior parte delle importazioni europee di petrolio greggio dal Medio Oriente arriva attraverso questo oleodotto. Oltre ad essere una via di transito fondamentale per il petrolio, lo stretto di Bab-el-Mandeb, che sbocca sul Golfo di Aden, è anche fondamentale per le raffinerie del Mar Rosso dell’Arabia Saudita, che sono in gran parte rifornite di greggio prodotto nella regione orientale del Golfo Persico. Raffinerie che adesso, come abbiamo visto, i Sauditi vogliono installare anche a Gwadar,

Tutto questo basta a spiegare perché le vicende di Gibuti stiano molto a cuore al mondo mediorientale. Non solo all’Arabia Saudita e non solo per questioni di petrolio. Nel febbraio scorso è scaduta la concessione che Gibuti aveva rilasciato nel 2006 alla DP World, una compagnia pubblica di Dubai posseduta dallo stato, che lavora come operatore portuale e che in tutto questo tempo ha gestito il container terminal di Gibuti di Doraleh (Doraleh container terminal, DCT), che si trova proprio vicino allo stretto di Bab al Mandeb. Notizia che sarebbe rimasta confinata nella nicchia degli specialisti se non fosse che, poco dopo l’interruzione unilaterale della partnership, il posto della compagnia degli Emirati Arabi Uniti è stato preso da una compagnia cinese, la China Merchants Port Holdings (CMPH), la stessa compagnia che gestisce un porto che lo Sri Lanka ha ceduto alla Cina come pagamento di debiti rimasti insoluti.

La scelta della compagnia cinese come operatore della DCT si spiega anche con la circostanza che la CMPH ha pagato 185 milioni di dollari e possiede il 23,5% della Port de Djibouti SA (PDSA), la compagnia che gestisce il porto di Gibuti che è a sua volta la maggiore azionista della DCT. I cinesi, peraltro, sono notevolmente impegnati economicamente in altre iniziative che coinvolgono Gibuti, fra i quali lo sviluppo infrastrutturale di una zona di libero scambio, il nuovo porto multiservizi e persino una ferrovia che collega Gibuti con l’Etiopia, in particolare con Addis Abeba, costata centinaia di milioni che nessun altro finanziatore voleva spendere per dotare l’area di un collegamento considerato strategico per quanto dispendioso. La Cina ha investito anche per finanziare un acquedotto. Complessivamente per i vari progetti che ha in corso di sviluppo a Gibuti si calcola che la Cina abbia investito tramite le sue varie entità quasi due miliardi di dollari che si aggiungono ai già corposi investimenti che la Cina ha fatto in Africa negli ultimi anni.

Il fatto rilevante è che l’ascesa cinese a Gibuti si inserisce in uno scenario assai complesso dove si confrontano antiche rivalità che coinvolgono i paesi arabi dell’area. Basta ricordare il duro confronto che oppone dal 2017 quattro stati che insistono nell’area – Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi e Bahrein – con il Qatar, accusato di terrorismo, che si è aggravata dopo che quest’ultimo si è avvicinato all’Iran, storico avversario dei Sauditi. La tensione è salita fino al punto che di recente il Qatar ha annunciato la sua uscita dall’Opec dopo una permanenza di decenni motivando la decisione con la scelta di concentrare i propri sforzi produttivi sul gas. Con la conseguenza che Qatar e Arabia Saudita si trovano a esser avversari e a dover condividere una porzione di territorio – la via marittima che collega il Mar Rosso ai mercati europei e al Nord America diventata sempre più instabile. Se all’equazione si aggiunge la Turchia, che è una buona amica del Qatar, che investe massicciamente in Somalia e gioca un ruolo di importanza crescente nell’equilibrio della regione (si pensi alla crisi siriana), ecco che lo scenario diventa improvvisamente favorevole all’arrivo di un terzo che si inserisca a vantaggio proprio fra i litiganti. La Cina appunto.

Il piccolo Gibuti e la grande Cina sembra il titolo di una storia destinata a finire male per gli africani, che molti osservatori temono possano finire nella trappola del debito. Ossia la tagliola finanziaria nascosta dietro la Belt and Road initiative di Pechino che i detrattori dei cinesi usano come argomento costante nelle loro analisi. Prestare ai paesi bisognosi e poi obbligarli a cedere qualcosa. Accuse che Pechino ha sempre respinto con sdegno. Ma lo scenario di Gibuti è molto composito, come si vede, e anche i paesi occidentali fanno la loro parte. La posizione geografica del piccolo stato africano spiega perché al suo interno ospiti basi militari americane, francesi, saudite, giapponesi e, ovviamente cinesi. C’è persino l’unica base militare italiana all’estero. Tutti questi mondi convivono nello spazio ristretto e instabile di uno staterello costiero che insiste lungo una grande arteria della globalizzazione. Questo piccolo miracolo – finché dura – mostra che il piccolo Gibuti forse ha il talento di avere tanti amici, come diceva il suo ministro del dell’economia e di riuscire persino a convincerli a finanziare le sue manie di grandezza. Ma dovrebbe ricordare il proverbio che insegna a temere gli amici assai più dei nemici. E dovrebbe farlo in fretta.

Cronicario: Uscire dalla Brexit? Let May be

Proverbio del 16 gennaio Non tagliare ciò che può legare

Numero del giorno: 1,2 Tasso % inflazione al consumo in Italia nel 2018

A questo punto dovrebbe esser chiaro che Theresa May gareggia con Churchull quanto a capacità di leadership.  Ormai ha persino svaporato la nostalgia della mitica Lady di Ferro. E lo ha fatto indossando i panni, assai più consoni ai tempi, di Lady di Gomma. D’altronde quella aveva a che fare coi minatori dello Yorkshire. Questa al massimo con quelli di Bitcoin.

Robetta digitale, insomma, ma per la quale serve flessibilità, capacità di adattamento e memoria cortissima. Smanettare la politica come fosse Snapchat. Tutte qualità che la nostra eroica prima ministra possiede a profusione, inducendo i suoi detrattori a equivocare. Costoro scambiano per inconcludenza la sua raffinatissima capacità di non far concludere nulla agli altri.

Dote preziosissima nella Gran Bretagna del 2019 dove è chiaro a tutti che nessuno sa cosa fare, ma lo fa con grande convinzione. Come lei, appunto. Lady G, che ormai nel nostro cuore da rotocalco ha superato persino la mitica Lady D – sfido chiunque a governare l’Uk con le scarpette della May –

ha gioco facile con la plebaglia assiepata in Parlamento che ieri, bocciando il suo piano di intesa con l’Ue, le ha regalato una straordinaria vittoria. Nessuno capisce perché non si sia ancora dimessa perché a tutti sfugge che questo è il viatico che condurrà all’esito che tutti vogliono anche se dicono il contrario.

Per questo lei dice che non si dimetterà, mentre si parla già di un nuovo referendum. Perché mai dovrebbe dimettersi dopo un successo del genere? E poi, se si dimettesse, come farebbe l’UK a evitare di fare l’ennesima minchiata? State sereni, cari, fortunati, cugini britannici. Tutto andrà bene, per voi e per noi. Let May be.

A domani.

 

Matrimonio petrolifero a Gwadar fra Cina e Sauditi

Per comprendere l’importanza strategica del recente annuncio saudita di un investimento da 10 miliardi di dollari per la realizzazione di una raffineria della Saudi Aramco nel porto pakistano di Gwadar, basta ricordare che il porto è stato costruito con capitali cinesi col fine molto ambizioso di diventare uno snodo nevralgico del commercio internazionale, e poi guardare una mappa dell’area.

In sostanza i Sauditi, costruendo una raffineria in Pakistan contribuiscono al progetto cinese di costruire un corridoio di trasporto, innanzitutto dedicato alle risorse energetiche, alternativo a quello classico che ruota attorno all’affollatissimo Stretto di Malacca, e che ha indotto Pechino a sponsorizzare con decine di miliardi il China-Pakistan Economic Corridor (CPEC). Il significato di questo progetto si può facilmente intuire osservando quest’altra mappa.

In sostanza il petrolio Saudita, che naviga lungo il Mar Rosso o il Golfo Persico, dove secondo alcune stime passa il 40% del traffico petrolifero che viaggia per mare, può essere raffinato in Pakistan e da lì trasportato via terra nella città cinese di Kashgar, al confine con la regione dello Xinjiang. Si parla già di un possibile oleodotto fra le due città, che richiederebbe altri dieci miliardi di investimenti per trasportare un milione di barili al giorno. Considerando gli attuali consumi cinesi, pari a circa dieci milioni di barili, per Pechino sarebbe un passaggio importante per stabilizzare le proprie forniture energetiche che per circa il 50% dipendono proprio dal Medio Oriente. Non a caso le cronache riportano degli insistenti tentativi cinesi di portare avanti il progetto del corridoio pakistano anche migliorando le relazioni diplomatiche con il vicino Afghanistan, a spese dell’influenza americana.

Aldilà dell’importanza per gli approvvigionamenti petroliferi cinesi, la decisione Saudita segna un importante passo in avanti della politica della monarchia non solo nei confronti dei cinesi, che mettono a fuoco la loro vocazione di partner strategico per gli arabi, ma anche del Pakistan. I Sauditi si rafforzano in una regione difficilissima dove si confrontano anche diverse influenze politiche come quella rappresentata icasticamente dal porto di Chabahar, che dista meno di 100 chilometri da Gwadar ma che insiste sul territorio iraniano e si propone di collegare l’Asia centrale col mare passando per l’Afghanistan.

Un progetto sponsorizzato dall’India, che però non ha certo la capacità di investimento della Cina, e che tuttavia va inquadrato nel più ampio disegno strategico che si sta delineando nell’Indo-Pacifico. Non a caso di recente il segretario Usa ha esentato l’India da alcune delle sanzioni previste per chi fa affari con l’Iran proprio per consentire lo sviluppo del porto. Un gioco al quale anche la Russia ha dimostrato di voler partecipare, visto che ha annunciato un investimento da 3 miliardi di dollari per lo sviluppo dell’International North-South Transport Corridor (INSTC) che dovrebbe trovare proprio nel porto iraniano lo sbocco sul Golfo Di Aden.

Il Grande gioco dell nuove rotte commerciali, insomma, sembra destinato a arricchirsi sospinto dal traffico di merci fra Oriente e Occidente, rallentato dalla crisi ma destinato naturalmente a crescere. I padroni dei grandi corridoi e le zone che si agitano intorno ai punti di snodo, potranno sfruttare il loro vantaggio competitivo, come sempre è stato nella storia. E questo spiega bene il fiorire di iniziative infrastrutturali, particolarmente intenso da quando la Cina, mostrando di esser pronta a giocare un ruolo internazionale, ha presentato al mondo la sua Belt and road initiative della quale il corridoio pakistano è una delle declinazioni, spingendo i paesi che ruotano intorno all’economia dell’Eurasia – Russia in testa – e i paesi egemoni – gli Usa – a farsi carico di una sorta di controproposta.

Alla fine del gioco sarà possibile conoscere il vincitore. La storia ci insegna che di solito i padroni delle rotte sono anche quelli del commercio. Quando gli antichi romani penetrarono nel Mar Rosso, dopo la conquista dell’Egitto, e lo discesero fino all’Oceano Indiano, per gli stati Arabi meridionali, fino ad allora fiorenti, fu la fine. I romani impararono a navigare usando i monsoni e divennero i padroni dei mari orientali fino all’India e insieme delle rotte terrestri. Queste rotte furono il coronamento dell’impero universale e le fondamenta delle ricchezze che affluirono a Roma dall’Oriente. Se si ricorda questo insegnamento si capisce perché il mondo guardi con preoccupazione alla Bri cinese. E perché l’investimento Saudita nel porto pakistano non potrà che turbare gli Usa.

La crescita zero della mobilità sociale italiana

In un contesto economico che, come abbiamo visto, assegna alle eredità un ruolo crescente nella formazione della ricchezza, diventa sempre più importante capire se e come funziona l’ascensore sociale all’interno di un paese che, per chi ereditiere non è, rappresenta l’unico modo per migliorare la propria situazione. In sostanza si tratta di capire se le opportunità che si offrono riescono a bilanciare una condizione di partenza svantaggiata, visto che è parecchio illusorio pensare che ci possa essere una reale eguaglianza delle opportunità. Nel nostro mondo al massimo possiamo ambire a costruire una società che premi, offrendo le giuste opportunità, chi si impegna con tenacia per raggiungere i propri obiettivi. E anche questo, purtroppo, spesso si rivela vagamente illusorio. Specie in Italia almeno, viene da dire leggendo un bel paper diffuso qualche tempo fa dalla Banca d’Italia.

Già il titolo – Istruzione, reddito e ricchezza: la persistenza tra generazioni in Italia – ci dice tutto quello che c’è da sapere. Ossia che l’Italia si colloca “nel novero dei paesi con una persistenza intergenerazionale delle condizioni economiche relativamente alta”. Per giunta “in anni recenti questo fenomeno mostra una tendenza all’aumento”, con il risultato che “variabili che non sono oggetto di scelta da parte degli individui spiegano il loro successo economico in una misura più ampia che in passato”. Potremmo dirla più semplicemente concludendo che chi nasce povero in Italia, per reddito, istruzione e ricchezza, ha maggiori probabilità di rimanere povero, e di trasmettere questa “caratteristica” ai suoi figli per una serie di ragioni che sono le stesse per le quali chi nasce ricco ha maggiori probabilità di rimanerlo.

Fin troppo facile, in un contesto siffatto, dar ragione ai tanti aspiranti Robin Hood che suggeriscono di togliere ai ricchi per dare ai poveri. Ciò implica un pregiudizio discutibile. Ossia che la persistenza dei ricchi provochi la persistenza dei poveri. Ma il problema forse risiede nel fatto che un paese non riesce a mettere in moto il famoso ascensore sociale per la semplice ragione che la sua economia non crea opportunità di miglioramento. Le due cose evidentemente sono collegate: un paese con una forte componente ereditaria della ricchezza, dell’istruzione e del reddito è evidentemente conservatore. Ciò significa che fa più fatica a innovare e quindi a creare opportunità nuove e migliori. Per dirla con le parole di Bankitalia, “la mobilità delle condizioni economiche tra generazioni è una caratteristica fondamentale per una società. La possibilità di conseguire un miglioramento delle condizioni di vita costituisce un potente incentivo allo sviluppo delle proprie capacità, all’innovazione, all’impegno nel lavoro; ne trae beneficio non solo il singolo individuo, ma anche l’intera collettività, che può avvantaggiarsi di una più robusta crescita dell’economia”.

Se poi vi appassiona il tema dell’eguaglianza, è giusto ricordare che “la mobilità intergenerazionale costituisce inoltre un elemento cruciale in termini di uguaglianza”. Di conseguenza “una società che registri possibilità di successo economico significativamente superiori in funzione delle fortune dei propri avi tende a generare scontento ed è fonte di possibili tensioni nella parte di popolazione svantaggiata”.

L’analisi di Bankitalia, che prende in esame un ventennio di rilevazioni, ci consente di apprezzare fino a che punto nel nostro paese le condizioni di partenza condizionino quelle di arrivo. E purtroppo le conclusioni sono poco rassicuranti. Le stime, infatti, “mostrano una elevata persistenza intergenerazionale nei livelli di istruzione”, con buona pace per l’enorme sforzo profuso dall’istruzione pubblica proprio per offrire a tutti almeno pari opportunità. E la musica cambia poco se guardiamo alla stima dell’elastici dei redditi da lavoro, che “collocano l’Italia nel novero dei paesi a bassa mobilità intergenerazionale, confermando i risultati di precedenti studi”. Peggio ancora, l’analisi restituisce “l’immagine di una società che tende a divenire meno mobile degli anni più recenti”. “Anche per la ricchezza – aggiunge Bankitalia – si riscontrano valori che collocano l’Italia tra i paesi avanzati con livelli relativamente elevati di persistenza intergenerazionale; come per l’istruzione e il reddito, si riscontra una tendenza all’aumento della ereditarietà delle condizioni economiche in termini di ricchezza”.

Alla crescita economica rarefatta, cui si associa una sostanziale decrescita demografica, insomma, si aggiunge anche l’azzeramento tendenziale della mobilità sociale. Pensare che basti  un nuovo Robin Hood per invertire questa situazione è una pietosa illusione che gioverà ai propagandisti, non certo a chi è dotato di buon senso. Anche al netto dei inevitabili caveat contenuti nello studio, rimane la circostanza che c’è una “forte dipendenza degli esiti economici degli individui dalla caratteristiche della famiglia di origine e dalle loro condizioni di partenza”. Fra quelli che non nascono bene, insomma, uno su mille ce la fa. E non è detto che rimanga in Italia.

Il lungo declino del dollaro che accompagna l’alba dello yuan

Meglio di ogni altra, un’immagine estratta dal paper della Bis che ha motivato questo miniserie, racconta del profondo cambiamento del gioco valutario intervenuto sotto i nostri occhi negli ultimi cinquant’anni. Quella che era il monarca assoluto dell’Occidente – il dollaro – oggi è divenuto un monarca costituzionale assediato da un parlamento rumoroso che sgomita per rosicchiare spazi vitali. Non servono troppe parole, basta osservare.

Sono moltissime le considerazioni che potremmo fare basandoci sulle informazioni illustrate in questa rappresentazione delle zone valutarie. A cominciare dalle evidenze più visibili – il costante diminuire dell’area del dollaro – alle curiosità meno appariscenti, come l’ingresso del Brasile nell’area valutaria dello yen dopo decenni di stabile influenza del dollaro. E altre ancora. La Germania stabilmente nell’area del dollaro nel 1968, e poi nel 1985 ormai stabilmente nell’area di influenza della sua moneta, che poi diventerà l’euro, che in quell’anno faceva già capolino in Africa e in Argentina. L’Australia che  esce dall’orbita della Sterlina – negli anni ’70 l’area della sterlina smette semplicemente di esistere come zona valutaria – ed entra in un limbo dove pallida si intravede l’influenza del dollaro che cede il passo alla valuta europea. La Russia notevolmente ancorata al dollaro nel 2001 e oggi pressoché fuori da quell’orbita. Il Canada, che dopo decenni di ancoraggio al dollaro vede far capolino l’euro. L’Africa, dove ormai un puzzle valutario ha sostituito la sostanziale monocromia del 1968. La Cina, infine, ancora molto dipendente dal dollaro, ma assai meno rispetto al 2001.

Ed è proprio la Cina, l’ultima arrivata, ad offrire gli spunti più interessanti di osservazione. Emittente di una valuta ancora inconvertibile, scambiabile solo su alcune piazza finanziarie, la Cina ha iniziato nel 2015, con l’avvio delle riforme monetarie la sua lunga strada per diventare una key currency, per usare la definizione del paper Bis. Diventare una valuta chiave, però, non è una cosa che si improvvisa. E soprattutto non se ne conoscono gli esiti se non a posteriori. La domanda è semplice: quali effetti avrà, sulla geografia che abbiamo visto sopra, l’emersione dello yuan come valuta chiave? La risposta non lo è affatto. “Troppo presto per dirlo”, scrivono gli autori dello studio. Al momento “i movimenti dello yuan sono ancora collegati a quelli del dollaro”. La quota di scambi sul mercato valutario è ancora contenuta – circa l 4% del totale – inferiore persino a quelli dello yen (22%) e della sterlina (13%).

Ma il paper tenta una risposta, basandosi sui tassi di cambio degli anni 2015-17, nell’ipotesi che lo yuan sia già una valuta chiave e quindi sia capace di interferire sui movimenti delle altre valute stimando anche in che misura esse varino rispetto al dollaro, l’euro e lo yen. Se tali tali movimenti esistono – e quindi esiste una relazione più stabile fra la valuta cinese e le altre rispetto a quella che queste ultime hanno con le altre valute chiave – allora anche i conti correnti e la posizione degli investimenti di questi paesi vengono sottratti alle zone del dollaro e dell’euro e “assegnate” a quella dello yuan. Sulla base di queste premesse si arriva alla conclusione rappresentata da quest’altro grafico.

Anche qui, l’osservazione del grafico può condurre a diverse considerazioni. Il paper ce ne propone alcune. Nel 2017, ad esempio, la quota di pil della renminbi zone (RZ) è del 30% del totale. Poi che “la RZ si costituisce a scapito della dollar zone (DZ -20%) più che dell’euro zone (EZ -5%). “Questa evidenza – sottolinea il paper – indica che un mondo diseguale bipolare sta cedendo il passo a un mondo diseguale ma tripolare”. Secondo le proiezioni del FMI i diversi tassi di crescita condurranno la RZ alla parità con la DZ entro il 2023. Ciò significa che la DZ svilupperà deficit correnti crescenti, all’estendersi della RZ. L’emergere dello yuan, per dirla con semplicità genera effetti finanziari destabilizzanti sulla DZ.

Altre considerazioni possiamo trarle da soli. Ad esempio osservando la geografia dell’influenza cinese, che significa quindi influenza geopolitica. Notate l’Australia, già notevolmente sotto l’influenza cinese. La Russia, che con la Cina scambia importanti risorse energetiche. E poi l’Africa, divenuta ormai un porto cinese. La Turchia e, dulcis in fundo l’America Latina che sembra bene inserita nell’area a valuta cinese. L’emergere dello yuan non farà dimagrire solo la DZ e quindi l’influenza degli Usa nella finanza internazionale. Sarà un segnale chiarissimo anche per la politica internazionale. Il tripolarismo non rimarrà solo un affare monetario.

(3/fine)

Puntata precedente: La zona del dollaro “annulla” gli squilibri globali

Cronicario: Evviva gli inattivi di cittadinanza

Proverbio del 9 gennaio Cadi sette volte? Rialzati per l’ottava

Numero del giorno: 7,9 Disoccupazione % nell’Eurozona a novembre

Prima che nazionalizzino anche Carige come Mps – oggi un qualche sottosegretario l’ha inclusa nel novero delle cose possibili – la qualcosa segnerebbe definitivamente la metamorfosi del governo del cambiamento in governo del cambiamento di idea, lasciate che gli italiani vengano al Cronicario con la notizia più bella di una giornata già bellissima, come ormai capita regolarmente da quando è servizio permanente effettivo il cazzeggio al potere.

Siete pronti? Eccola qua: a novembre 2018, ci dice l’Istat, sono finalmente aumentati gli inattivi di ben 26 mila unità rispetto a ottobre.

Una notizia meravigliosa per almeno tre motivi. Primo: meno persone cercano lavoro, avendo persino rinunciato a iscriversi alle liste. Risultato: cala la disoccupazione.

Secondo motivo: quelli che ancora vanno al lavoro perché ne trovano uno sono sempre più gli ultracinquantenni, mentre i giovani, doverosamente cincischiano.

E’ giusto così: lasciare più tempo ai giovani per maturare la loro vocazione.

Terzo motivo: l’aumento degli inattivi, meglio se giovanili, casca a fagiolo, visto che adesso si prepara il reddito di parannanza. Meno disoccupati e più giovani inattivi, ma col reddito. Sembrava impossibile eppure…

A domani.

Il gioco a zona delle valute globali

Via via che la marea globalista si ritira, risucchiata dall’attrazione gravitazionale della rinata idea nazionale celata dai vari sovranismi, dai fondali dell’economia internazionale emerge la trama nascosta che per oltre mezzo secolo ha retto – e regge ancora – l’architettura della nostra attualità. E scoprendosi, questa meravigliosa rappresentazione dell’ingegno umano e della sua capacità di darsi ordini spontanei, rivela la squisitezza dei fraintendimenti che hanno consentito alla cronaca di divenire storia al punto che oggi, per colmo di paradosso, possiamo contemplarne i lineamenti quasi che fossero vestigia del passato invece che di un presente rimasto tale per pura inerzia, perché lo spirito, che pure si esalta nello slancio dell’invenzione, procede nella realtà col tempo della natura non con quello dell’immaginazione. C’è un tempo per immaginare e un altro per vedere ciò che si è immaginato, ammesso che si concreti in realtà. E non sempre fra questi due tempi c’è sincronia.

E’ in questa zona grigia fra l’immaginare e l’essere che si annidano i fraintendimenti. Di solito si riconoscono perché sono frutto di idee semplici attaccate sulla realtà come figurine sopra un album. Concetti che stilizzano i fatti e saziano la nostra fame di comprensione. Salvo che poi, nel tempo, i felici disegnatori di queste immagini che ricordano dettagliatamente la fisionomia di ciò che hanno ritratto e quindi la riconoscono imperfetta sebbene utile, lasciano il posto a coloro che non ricordano, perché non hanno esperienza dei fatti. Costoro usano le idee mescolandole nell’alambicco della logica, che in economia ormai vuol dire matematica, e ne tirano fuori nuove figurine. Immagini sfocate di immagini, che restituiscono ben poco del soggetto, come ben sa chi abbia provato a fotografare una foto. Questo processo di semplificazione genera idee ancora più elementari, che oggi devono entrare nell’economia di un social network, per essere diffuse rapidamente e senza pensarci troppo. E tuttavia queste immagini rimangono potenti e guidano il nostro discorso pubblico, che nasce falso e finisce bugiardo, e giocoforza.

Senza bisogno di andare ancora più lontano – bighellonare fra i pensieri è più che riprovevole nell’epoca degli algoritmi sulla leggibilità dei post – potremmo concludere questo post, che si propone di illustrare un notevole paper della Bis sulle complessità nascoste nel gioco valutario internazionale, con la vecchia battuta che all’epoca di Nixon un segretario al Tesoro Usa rivolse ai suoi interlocutori europei che lamentavano gli andamenti della valuta statunitense e la fine del sistema di Bretton Woods. “Il dollaro è la nostra valuta e un vostro problema”, disse con rara efficacia squisitamente texana il nostro ormai defunto uomo politico, con ciò anticipando – sapendolo con l’istinto del carnivoro – un pensiero assai più strutturato che le teste d’uovo dell’accademia, notoriamente erbivore, hanno iniziato a formalizzare solo quarant’anni dopo. Il pensiero, vale a dire, che alcune valute sono di chi le emette, ma tutti devono farci i conti.

Se è così, ha poco senso osservare gli squilibri di conto corrente del paese che emette una valuta chiave. Bisogna guardare nell’insieme dei paesi che a tale valuta fanno riferimento. E non solo perché espressamente ad essa collegati – pensate ad esempio ai peg al dollaro – ma perché ad essa si ispirano nelle scelte di consumo e di investimento. Le valute chiave, insomma, e il dollaro sopra ogni altra per evidenti motivi, giocano a zona. Proprio come nel calcio, creano aree di influenza con presidi a difesa.

L’esempio più chiaro, illustrato nel paper, è quello della sterlina britannica dopo la storica svalutazione decisa nel 1931 che mise fine al disperato tentativo iniziato nel 1925 di restaurare il gold standard alla parità dell’anteguerra. Un costoso tentativo di far finta che la guerra non fosse mai accaduta. Primo delle tante nostalgie inconcludenti del tragico ventennio economico fra la prima e la seconda guerra mondiale. La svalutazione della sterlina, che segnò l’inizio del tramonto della valuta britannica originò l’area della sterlina che durò fino agli anni ’70, quando ormai la supremazia internazionale della sterlina era un pallido ricordo, alla quale partecipavano l’Australia, l’India, il Portogallo, la Svezia e la Nuova Zelanda. Questi paesi prendevano a prestito in sterline, tenevano riserve in sterline e facevano investimenti in sterline. Perciò l’equilibrio del conto corrente della sterlina era garantito dall’intera area della sterlina, non solo dall’UK. Un meccanismo che chiunque abbia letto Marcello De Cecco sa bene essere un retaggio di un sistema più antico.

Insomma: le valute chiave sono naturalmente transnazionali. Quindi guardare a loro sfogliando l’album di figurine dell’economia del libro di testo genera straordinari fraintendimenti. Tipo quello che si può esser sovrani da un punto di vista monetario, pur non emettendo valute chiave. Peggio ancora: impedisce di capire il presente che mai come prima nella storia recente chiede di essere compreso. E per questo serve innanzitutto pazienza. E buona volontà.

(1/segue)

Seconda puntata: La zona del dollaro “annulla” gli squilibrio globali

L’irresistibile ascesa degli ereditieri

Una interessante ricognizione della Banca di Francia ci ricorda una delle caratteristiche più rilevanti del nostro tempo che, al netto di svariati problemi metodologici e dell’abusato ricorso alla categoria della diseguaglianza, racconta meglio di altri la nostra economia: il peso crescente delle eredità. Nei paesi dell’Occidente ricco, quindi innanzitutto Usa ed Europa, l’importanza relativa delle eredità nella composizione della ricchezza è in crescita costante da un trentennio, con ciò alimentando la sensazione alquanto diffusa che i patrimoni siano destinati ad auto-perpetuarsi. La qualcosa, in un contesto di crescita sotto tono viene percepita come una sostanziale ingiustizia sociale, o per lo meno così viene raccontata.

Non è questa la sede per discorrere di tali percezioni, che sovente si fondano su malesseri che abitano in profondità inaccessibili all’analisi economica, la quale al più rappresenta un pretesto moderno per la loro esternazione. Però vale la pena osservare il grafico prodotto dalla BdF che comunica alcune informazioni, utili pure al lordo delle notevoli complicazioni metodologiche nascoste dietro la semplicità delle curve che lo studio ha il buon senso di palesare.

Queste ultime comunicano un pensiero facilissimo da comprendere, e peraltro anche a fondamento delle nostre tante recriminazioni: il peso specifico delle eredità, negli Usa come in Europa (ormai sempre più “americana”) cresce da quasi quarant’anni. In Europa ormai siamo tornati al livello degli anni ’50 e siamo sempre più vicino agli Usa, dove pure se non ha ancora raggiunto il picco degli anni ’30 – al culmine della crisi le disuguaglianza tendono ad aumentare come è noto – è comunque assai rilevante.

Il pattern cambia poco se guardiamo ai singoli paesi europei. Il peso specifico delle eredità è diminuito fino agli anni ’70 per poi risalire più o meno bruscamente. Notate che nel Regno unito, dove la struttura socio-economica è maggiormente rigida, è stato sempre superiore al 50%.

Aldilà dei notevoli caveat che bisogna ricordare per leggere correttamente questi dati, l’aspetto che bisogna sottolineare è quello collegato ai tanti parametri nascosti dietro queste curve. “Infatti – scrivono gli autori dell’analisi –  la quota di eredità sulla ricchezza dipende da numerosi parametri economici e demografici (tassi di mortalità, motivi di risparmio e trasmissione, ecc.), che possono variare. Anche la crescita economica svolge un ruolo importante in quanto tassi di crescita inferiori portano a quote di successione più elevate”.

Insomma, al netto dei furori redistributivi che sovente producono analisi siffatte, sarebbe saggio – leggendole – tener conto che la ricchezza dipende anche da come cresce demograficamente una società. Un paese che fa pochi figli, come è il nostro, tende a concentrare su pochi eredi grandi quantità di ricchezza. Pensate al caso limite di due coppie genitori di figli unici che insieme generano un unico erede. Quest’ultimo si troverà dotato non solo della ricchezza dei suoi quattro nonni, ma anche di quella prodotta dai suoi genitori. Cosa succederà al suo patrimonio se morirà senza aver generato figli? State pur certi che molti si fanno questa domanda.

Cronicario: E tanti auguri a Babbo Sovrano

Proverbio del 21 dicembre Solo i grandi saggi riconoscono di avere grandi difetti

Numero del giorno: 38,8 Percentuale di 18-74 italiani che ha fatto formazione nel 2017

Caro Babbo Natale,

sai bene che è tradizione del Cronicario chiudere l’anno scrivendoti una letterina che aggiungerai al pacco di scarabocchi illeggibili vergati dalle manine smaniose di milioni di bambini sparsi per il globo. Orbene, adesso che il 2018 si conclude posso dirti con certezza, caro Babbo Natale, che è proprio questo il problema. Mi spiego. Il nostro paese sta vivendo una meravigliosa rivoluzione SovranEsta che ha partorito (per ora ma il meglio deve ancora venire) il governo del cambiamento che pure se un po’ ammaccato sotto Natale, a causa del cambiamento della manovra del popolo, rimane l’espressione più genuina del sentimento popolare che come tu sai bene si esalta nel periodo natalizio. Peraltro, non ti sarà sfuggito che il governo del cambiamento in qualche modo ha pure pensato di rubarti il mestiere.

E qui veniamo al punto. Mi spiace dirtelo, ma nell’Italia SovranEsta sta maturando una decisione grave che ti riguarda. Ed è anche colpa tua. Non puoi continuare ad andare il giro per il mondo a distribuire pacchi come fossi Amazon. Sei troppo globalista. Ti sospetto di cosmopolitismo e persino di conoscenze ambigue, tipo quel Soros (di sicuro l’hai incontrato quand’era bambino). Risulta chiaro a tutti, poi, che sei in combutta con le multinazionali del regalo, e che incoraggi una certa spinta turboliberista per non dire ordoliberale che neanche il tuo pseudo-ecologismo – sfido chiunque a dire che le renne sono a emissioni zero – riesce a celare.

Insomma, te la dico come mi viene: noi abbiamo bisogno di un Babbo natale tutto nostro. Un Babbo Sovrano. Uno superfigo, capace di far entrare nel suo sacco di Natale i 23 miliardi che dobbiamo mettere da parte nel 2019 per pagare, nel 2020, le clausole di salvaguardia dell’Iva. Servirà pure un sacco col sottofondo, visto che i miliardi diventeranno 29 l’anno dopo, a dimostrazione della grandezza del pacco che ci hanno rifilato i nostri amici del cambiamento con l’applauso dell’Ue. Ma stai tranquillo, non faremo grossi cambiamenti. E’ importante cambiare nella continuità (l’avrai sentita, penso). E il nostro governo de cambiamento è la migliore rassicurazione che potevi avere. Da 2,40 a 2,04 di deficit, per dire: non se n’è accorto nessuno. Per fortuna, tua e nostra, il rosso e il bianco li porti già addosso. Aggiungiamo un po’ di verde, è il gioco è fatto.

Neanche si nota no? L’Europa non si incazza e non traumatizziamo i piccoli. Possiamo anche riciclare i vecchi costumi senza neanche dover spendere, sennò ci salta il 2,04 di deficit. Sennò chi li sente quelli del reddito di cittadinanza e di quota 100? Devi capirli, caro Babbo Natale: sono i tuoi fan più sfegatati. E col verdolino addosso alle prossime elezioni, che già s’intravedono, voteranno di sicuro per te. Non vedo l’ora.

Buon Natale dal Cronicario.

Ci rivediamo nel 2019.