Categoria: Annali

Quel treno polacco che porta i cinesi sul Baltico

Solo la nostra infinita distrazione, pressata dalla proliferazione del futile purché sia trendy, può averci condotto a trascurare un piccolo evento che si è consumato nel profondo nord dell’Europa solo alcuni giorni fa e che per fortuna ha avuto un qualche testimone: la cerimonia di inaugurazione del primo Euro-China Train (ECT) che ha come terminale il porto di Gdansk, infrastruttura polacca che si affaccia romanticamente sul Baltico.

L’arrivo del treno cinese sul Baltico, mare che ha alle spalle una lunga tradizione di commercio e lotte regionali per il suo controllo, è una di quelle storie che dovrebbe campeggiare in evidenza nella ormai infinita sequela di cronache che la hybris globalizzante dei cinesi sta scrivendo sulle coste della penisola europea. Ma l’opinione pubblica europea si è contentata di notare lo sbarco dei cinesi in Grecia, ai tempi dell’acquisizione del porto del Pireo, divenuto poco dopo un gioiello della logistica portuale. E poi si è distratta. Dando per acquisita la volontà di connettersi sempre più alla penisola europea, si trascura però di osservare come queste connessioni sorgano ormai sempre più frequentemente. Col risultato che vivremo gli esiti senza aver neanche capito come siano arrivati.

Sicché il nuovo collegamento ECT è finito sulle cronache meno appariscenti, e tuttavia sostanziali per chi si occupa di queste storie per la semplice ragione che tiene una contabilità. E adempiendo alla loro routine questi soggetti si sono accorti di una semplice caratteristica: un viaggio in treno dalla Cina alla Polonia, ossia il cuore delle catene globali di produzioni che trovano in Germania l’anello di partenza, dura una dozzina di giorni a fronte del mese e mezzo circa che impiega una nave. E tanto basta perché la cosa diventi improvvisamente interessante.

La nuova tratta, che avrà una cadenza settimanale a partire dal prossimo gennaio, nasce dalla collaborazione fra l’autorità portuale di Gdansk, DCT Gdansk terminal container, di recente acquistato dalla PSA international di Singapore, gruppo globale di operatori portuali, e Adampol, gruppo polacco che è l’operatore logistico e l’amministratore del percorso. Gli animatori del progetto sono convinti che il treno cinese avrà un notevole effetto sugli scambi fra la Cina e la penisola scandinava, oltre che con la Gran Bretagna, essendo la spedizione verso il porto polacco anche competitiva rispetto al trasporto verso il porto di Amburgo.

Gli operatori polacchi sono convinti che la loro iniziativa trasformerà il porto di Gdansk nel terminale principale del Baltico. E d’altronde non ci avrebbero investito se non lo credessero veramente. A noi osservatori basta sottolineare che la Cina, tramite la Polonia, ha un nuovo collegamento in Europa che insiste su un mare assolutamente strategico della penisola europa. Un collegamento terrestre che i polacchi si sono affrettati a definire un “Belt and Road rail link”. Con ciò confermando che la BRI cinese ormai è divenuta sostanzialmente un marchio. Uno dei marchi della globalizzazione che verrà.

 

Cronicario: La commissione sulle banche è inutile. Quindi perfetta

Proverbio del 18 dicembre Vivi in modo da non far male a nessuno

Numero del giorno: 0,2 Tasso % inflazione su base annua in Italia a Ottobre

Giuro che oggi volevo stare zitto. Mi preparavo a gustarmi l’ozio pre-natalizio, che è persino meglio di quello natalizio, quando d’improvviso un ex ministro dell’economia, indimenticato perché indimenticabile, se n’è uscito con la seguente perla di saggezza: “La commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche non ha senso. Secondo me questi non hanno capito che la vigilanza la fa la Bce, la Banca d’Italia la fa sulle banche cantonali”.

Ora: sicuramente l’ex ministro indimenticabile avrà ragione – si è mai visto, dico, un ministro dell’economia avere torto, specie quando diventa ex? -, ma al nostro illustre sfugge un dettaglio insignificante. Per lui, ma non per chi deve votarla, questa commissione.

Ecco, questo è il clima. Uno così di sicuro raccoglie applausi. Chi vota la commissione raccoglie voti, ossia la versione edulcorata degli applausi. Metteteci pure che molto facilmente le passerelle delle audizioni della commissione, che sarà sicuramente guidata dal presidente che tiene famiglia di bancari, regaleranno tonnellate di titoli ai giornali, e quindi daranno nuovo lavoro agli stessi politici che hanno voluto la commissione, che dovranno sforzarsi di farcisi vedere dentro. Una faticaccia, signori miei. Ma è così che gira il pil in Italia.

Il fatto poi che, come dice l’illustre, la commissione sia sostanzialmente inutile ai fini pratici – che dovrebbero essere quelli di evitare nuovi salvataggi – non la rende insensata. Al contrario: la rende perfetta.

A domani.

 

La Russia benedice l’autostrada “cinese” della BRI

Chi osserva il livello crescente di cooperazione fra Russia e Cina nella tessitura della globalizzazione prossima ventura, non si sarà stupito nell’apprendere, nel giugno scorso, del lancio dell’ambizioso progetto della Meridiana Highway, un’autostrada che dovrebbe connettere il confine russo col Kazakistan con quello bielorusso, saldando sostanzialmente l’Asia centrale con l’Europa e la Cina.

L’estate scorsa le cronache riportavano del via libera di Mosca all’ambizioso progetto che si propone di realizzare un’autostrada di 2.000 chilometri in una delle zone più remote del pianeta, che ha il pregio però di essere tornata strategica dopo il lancio della BRI cinese, che come abbiamo visto si propone di reinterpretare in chiave contemporanea l’esperimento euroasiatico riuscito ai mongoli nel XIII secolo, con la Russia nel ruolo di connettore.

Non è difficile immaginare che il capitale cinese sarà più che benvenuto in questa impresa, che si calcola ultramiliardaria. Le prime stime parlano di almeno dieci miliardi di dollari di costo e di dodici anni per raggiungere il punto di pareggio. E riportano anche delle perplessità di alcuni investitori, che devono comunque considerare il rischio politico implicito in territorio complicati come quelli del centro Asia, esposti come sono ai capricci dei loro governanti.

E tuttavia c’è da scommetterci che tutte queste perplessità verranno superate dall’ovvia constatazione che chiunque può fare osservando il valore specifico di quest’opera nel contesto globale, come illustra bene il grafico sotto.

Quest’autostrada, unendosi alla rete già esistente, potrebbe realizzare il collegamento terrestre più corto fra Amburgo e Shanghai, in perfetto stile BRI.

Si tratta di un lavoro lungo, ovviamente: almeno 12-14 anni, con tutti i rischi del caso. Ma d’altronde il progetto della BRI non è certo di breve periodo. La globalizzazione euroasiatica richiederà tempo, ma sembra ormai avviata. Sempre che la collaborazione fra Cina e Russia duri. Il che non è necessariamente detto.

Cronicario: Caro Babbo Natale, regalami un evasore fiscale

Proverbio del 17 dicembre Un ospite lieto non grava su nessuno

Numero del giorno: 4,3 Incremento % export italiano a ottobre su base annua

Caro Babbo Natale,

visto che anche quest’anno mi costringono a scriverti una letterina, volevo dirti che invece dei soliti regali – trenini, monopattini, videogiochi, torrone – che aumentano l’inquinamento e il riscaldamento globale (me lo ha detto mio cugino che è amico di Greta), vorrei qualcosa di diverso, che magari non ti aspetti.

Ci ho pensato mentre sbirciavo di nascosto il giornale che mio papà si era dimenticato di portar via, con ciò facendomi scoprire un mondo incredibile che noi bambini neanche immaginiamo. Ho letto ad esempio la storia di quel tizio finito agli arresti domiciliari, che dovrebbe significare che è in punizione a casa. Anche a me succede, anche se sono un bravo bambino. Però lui ha 63 anni e quindi è un po’ strano. Ma la cosa più strana è che questo signore, residente in Svizzera, aveva 120 case di proprietà, quindi non ho capito esattamente in quale casa lo avessero messo in punizione. Ma poco male. Tanto queste case erano tutte “finemente arredate”, e lui, prima della punizione, girava con auto di lusso e aveva nel salvadanaio diciassette milioni in contanti che non scrivo a numero perché non so con quanti zeri di preciso si scriva.

Soprattutto vorrei capire, caro Babbo Natale, perché questo signore la cui “storia criminale partendo dai primi anni ’90, quando cominciava a collezionare i primi precedenti penali per reati contro la pubblica amministrazione, il patrimonio e per evasione fiscale” e pur “evidenziando una raffinata e ostinata capacità delinquenziale” sia finito in punizione così tardi mentre a me basta prendere un brutto voto. Soprattutto non capisco come facesse ad avere tutti questi soldi mentre diceva di avere solo un normale stipendio come mamma e papà. Dicono fosse un evasore. E sarà per questo.

Pensavo di chiedere ai miei, ma mi è caduto l’occhio su un’altra storia. Di un tale che gli hanno sequestrato 400 milioni perché aveva fatto cattiverie in giro per il mondo con il gioco d’azzardo, che immagino siano giochi pericolosi. Che li faccio anch’io, insomma. Ma mica ho tutti questi soldi!! Dicono che anche lui fosse un evasore.

Allora ho capito che non potevo chiedere una spiegazione a mamma e papà, che sempre insistono sul fatto che devo studiare e andare bene a scuola: ho sfogliato tutto il giornale e non ho trovato nessuna storia di uno che si è comprato 120 case andando bene a scuola.

Perciò caro Babbo Natale ho deciso: da grande voglio fare anche io l’evasore, qualunque cosa significhi. A proposito: non è che potresti farmene trovare uno sotto l’albero? Magari m’insegna. Grazie.

A domani.

La “stretta” di Hormuz rischia di strozzare l’Asia

L’ultimo World Energy Outlook diffuso dall’IEA è un’ottima occasione per provare a indovinare come le vicissitudini del mercato energetico, come sempre complesse e decisamente sistemiche, siano capaci di modificare la fisionomia del mondo come lo conosciamo. Quest’ultimo ha la tendenza a raffigurarsi sempre uguale a se stesso, salvo poi, di tanto in tanto, svelarsi – di solito a causa di una qualche frana – molto diverso da come ce lo immaginavamo, con ciò terremotando le nostre consuetudini di pensiero, che hanno la disdicevole tendenza a privilegiare l’ozio. Per non dir l’ovvio.

Si fatica ad esempio a immaginare come sarà il mondo di domani – quello che vedremo fra un decennio – con l’America sempre più impegnata nell’interpretare un ruolo estremamente significativo: quello di primo paese produttore di petrolio e gas, sopra l’Arabia Saudita – già da ora – e poi anche delle Russia, a partire dal 2025.

Notate come all’ascesa produttiva statunitense corrisponda una decremento del ruolo dei produttori internazionali, l’Opec quindi e malgrado l’aggiunta della Russia, generando un duplice ordine di problemi che riguardano già la geografia dell’offerta – con gli effetti macroeconomici sui soggetti che la abitano – e quella della domanda. Tutto ciò si può indovinare osservando il grafico sotto.

Se prendiamo come riferimento lo scenario stated policy – quindi allo stato attuale delle nostre conoscenze – osserviamo che la domanda di petrolio supererà il 100 milioni di barili al giorno nel prossimo decennio per rimanere sostanzialmente stabile in quello successivo. Ma ciò che cambierà sarà la composizione interna di questa domanda. A un calo della domanda dei paesi avanzati, Usa e Europa in testa, farà da contraltare l’aumento dei consumi dei paesi emergenti, con quelli asiatici a guidare la classifica. In particolare questi ultimi vedranno la loro domanda crescere dai 32 milioni di barili/giorno attuali ai 39 milioni del 2040. E anche l’Africa, quasi raddoppierà – dai 4 milioni ai 7 del 2040, la sua domanda.

Ciò significa in sostanza che la sicurezza energetica sarà molto più un problema asiatico che occidentale, in un mondo dove la potenza egemone è anche la prima produttrice di risorse energetiche.

Questa situazione va a impattare in una geografica degli scambi petroliferi ancora – questa sì – legata alle rotte tradizionali, fra le quali primeggia quella che passa per lo stretto di Hormuz, celebre collo di bottiglia tornato d’attualità dopo gli attentati subiti dagli impianti petrolieri sauditi nel settembre scorso.

Dallo stretto passa, secondo alcune stime, un terzo del petrolio trasportato via mare e che in buona parte prende la rotta verso l’Asia, Cina in testa. Sempre l’IEA nel suo WEO sottolinea proprio questo punto osservando che “il mondo dipende ancora fortemente dall’approvvigionamento di petrolio dal Medio Oriente”.

La regione mediorientale, infatti, “rimane di gran lunga il maggiore fornitore netto di petrolio ai mercati mondiali, nonché un importante esportatore di GNL. Ciò significa che una delle rotte commerciali più trafficate del mondo, lo Stretto di Hormuz, mantiene la sua posizione di arteria cruciale per il commercio globale di energia. In particolare per i paesi asiatici come Cina, India, Giappone e Corea che fanno molto affidamento sul carburante importato”. Nello scenario si prevede che l’80% del commercio internazionale di petrolio, nel 2040, finirà in Asia, “spinto in gran parte dal raddoppio delle esigenze di importazione dell’India”.

La criticità dello stretto di Hormuz sono talmente note che nel tempo alcune monarchie del Golfo hanno tentato di sviluppare percorsi alternativi via terra. L’Arabia Saudita si è garantita uno sbocco verso il Mar Rosso con la East-West Pipeline, detta anche Petroline che corre da Abqaiq, a sud di Dahran a Yanbu, alle coste del Mar Rosso. Ha una capacita’ di trasporto di 4,8 milioni di barili a giorno, circa la meta’ della produzione petrolifera del regno. In caso di crisi puo’ essere potenziata per garantire un flusso maggiore.

Gli Emirati Arabi hanno lanciato da tempo un oleodotto che porta a Fujairah nel golfo dell’Oman con l’obiettivo di raggiungere gli 1,8 milioni barili a giorno pari a circa il 70% della produzione complessiva. Ma probabilmente il progetto più ambizioso è il rifacimento dell’oleodotto che collega il Kurdistan iracheno con il confine turno, la Kirkuk-Ceyhan oil pipeline.

Proprio quest’opera è stata al centro di recenti colloqui fra autorità irachene e turche. L’opera vorrebbe portare ad almeno un milioni di barili giornalieri la quantità di greggio trasportabile, a fronte dei 300 mila che l’attuale infrastruttura è capace di trasportare. E chiaramente l’idea piace molto alla Turchia, che rafforzerebbe così il suo ruolo di hub del trasporto petrolifero.

La Turchia, infatti, pur non essendo un esportatore di petrolio funge da importante snodo di transito per i greggi stranieri con il porto di Ceyhan, dove viene caricato il petrolio trasportato sui gasdotti Baku-Tbilisi-Ceyhan e Kirkuk-Ceyhan. Si stima che nel 2019 siano stati trasportati oltre 1,1 milioni di barili al giorno sono stati esportati da Ceyhan attraverso queste due infrastrutture.

Pur ipotizzando che tutte e tre queste linee di carico funzionino a pieno regime, non si riuscirebbe tuttavia a compensare i volumi di traffico che “devono” passare dallo Stretto, che rischia perciò di strangolare l’Asia qualora per una qualche ragione fosse ostacolata la navigazione.

A questo si aggiunga un’altra considerazione. L’indebolimento del peso specifico dei produttori tradizionali toglie a questi ultimi risorse fiscali nel momento in cui ne avranno disperatamente bisogno, dovendo portare avanti i progetti di trasformazione economica necessari a far diminuire la loro dipendenza dalla produzione di risorse energetiche.

In sostanza, il gioco del petrolio, come possiamo provare a immaginare guardando le previsioni, sembra orientarsi tutto a vantaggio della potenza egemone – gli Usa – divenuti centrali non solo per la quantità di produzione ma anche per il sostanziale controllo delle rotte marittime, stretti compresi, e a svantaggio delle potenze emergenti. La Cina, innanzitutto, la cui sicurezza energetica dipende in larga parte dai trasporti marittimi, e la Russia, che rischia di veder diminuire il suo peso specifico sul mercato e quindi le sue entrate fiscali.

Su questo scenario, inoltre, pesano diverse incognite. E questo forse è il rischio maggiore.

La Fed riapre i rubinetti: l’anno nuovo potrebbe regalare un QE4 agli Usa

Una bella analisi pubblicata da Credit Suisse pone sul tappeto delle eventualità una circostanza sulla quale nessuno avrebbe scommesso prima del settembre, quando si registrarono notevoli torbidi sul mercato dei repo. Ossia che la Fed possa riprendere gli acquisti di asset lanciando un quarto round di QE, ipotizzando che l’intervento possa avvenire addirittura entro la fine dell’anno.

In effetti la settimana scorsa la banca centrale ha dovuto nuovamente annunciare alcune misure che fanno il paio con quelle decise dopo l’emergenza del settembre scorso, quando il mercato dei repo entrò in fibrillazione a cause di alcune ragioni tecniche che abbiamo già esaminato. Ma evidentemente non è ancora bastato. Secondo quando riportato dal Financial Times da qui a fine anno la Fed metterà sul piatto almeno mezzo trilioni di dollari per provare a evitare una carenza di liquidità a fine anno, quando una serie di questioni legate ai requisiti di capitale potrebbe generare un’altra crisi come quella di settembre.

Insomma: la liquidità negli Usa continua a rimanere scarsa, malgrado, proprio in conseguenza dei disordini di settembre sul mercato monetario, la Fed abbia annunciato che avrebbe immesso liquidità al ritmo di 60 miliardi al mese fino ai primi mesi del prossimo anno. Una mossa necessaria per evitare che la carenza di liquidità , determinata dal prosciugarsi delle riserve delle principali banche americane che garantiscono il funzionamento dei repo, finiscano col danneggiare gravemente uno dei segmenti più sensibili e complessi del mercato finanziario statunitense, che ha chiari impatti su quello globale.

All’essiccarsi delle riserve hanno contributo vari fattori, che sono stati analizzati compiutamente nell’ultima rassegna trimestrale della Bri, la banca dei regolamenti internazione di Basilea, che proprio al mercato dei repo Usa ha dedicato un approfondimento molto istruttivo. Fra le altre cose è emerso che a peggiorare la carenza di liquidità ha contribuito la notevole richiesta di fondi arrivata dal Tesoro Usa, che dopo la rimozione del debt ceiling ha iniziato a collocare titoli di stato incrementando il saldo del suo conto presso la Fed e così contribuendo al drenaggio di liquidi dal sistema finanziario.

Quest’evento, tutto sommato circostanziale, si è sommato a quello sostanziale determinato dalla decisione della Fed, che ormai data due anni, di far dimagrire il proprio bilancio, con ciò riducendo naturalmente la quantità di riserve disponibili per le banche. Queste ultime, infatti, quando cedono titoli alla banca centrale, nell’ambito delle operazione di quantitative easing, ricevono in cambio riserve mentre la banca centrale aumenta il suo bilancio sul lato degli asset. Quando la Fed riduce il bilancio, si verifica il movimento inverso. La liquidità viene drenata dai mercati.

Il problema è che la lunga consuetudine al QE, unita a vari cambiamenti regolamentari e alla “sete” di fondi del governo, potrebbe aver cambiato in maniera strutturale la domanda di liquidità nel mercato monetario, di fatto aumentando la pressione sulle banche che agiscono su questo mercato. Anche perché ormai la parte preponderante di questo lavoro lo fanno quattro grandi branche sulle quali si è scaricata la domanda crescente di liquidità che ha condotto all’impennata dei tassi repo di settembre, mitigata con speciali iniezioni di liquidità da parte della Fed.

L’analisi del Credit Suisse aggiunge un altro tassello allo scenario. Ossia la circostanza che la Fed possa essere costretta a rivedere drasticamente le sue scelte di politiche monetaria. Dopo aver tagliato di nuovo i tassi, e quindi interrotto il loro percorso di normalizzazione, la Fed potrebbe rivedere anche la decisione di interrompere il QE. Potrebbe esserci quindi un QE4, magari presentato con una diversa formula per renderlo “politicamente” digeribile. Ma a questo punto faremmo meglio a chiamarlo QI: quantitative infinite.

 

Dal QE al QI: il futuro della politica monetaria

Non ha riservato molte sorprese la prima uscita di Christine Lagarde nel ruolo che fu di Mario Draghi alla Bce. Lagarde ha ripetuto che non vuole essere né falco né colomba, ma un saggio gufo, capace di trovare la sintesi fra posizioni diverse. E questa saggezza si manifesta innanzitutto conservando quanto fatto in precedenza. A cominciare dalle misure di politica monetaria, che rimangono immutate, sia per il livello dei tassi che per quello degli acquisti di asset. Ormai è chiaro che la politica monetaria dell’eurozona rimarrà accomodante abbastanza a lungo da far maturare molte cedole. D’altronde l’inflazione è ancora sotto gli obiettivi.

Lagarde ha pure ribadito quello che ormai è un mantra: “I governi che hanno spazio di bilancio dovrebbero essere pronti ad agire in maniera efficace e tempestiva”, al contrario di quelli che non ce l’hanno che dovrebbero usare la prudenza. E questo lascia intendere che la politica monetaria abbia dato praticamente tutto quello che poteva al ciclo economico. Se l’economia langue, e con essa l’inflazione, dipende da ragioni che nessuna manovra monetaria da sola può risolvere perché sono politiche – ad esempio la guerra commerciale fra Usa e Cina o le elezioni britanniche che decideranno il futuro della Brexit – o strutturali.

Senonché, aspettando il Godot della politica fiscale, insieme a quell’altro delle “riforme strutturali”, qualcosa bisogna pur farla. E Lagarde ce lo ricorda quando dice, ad esempio, che “l’accomodamento monetario è ancora necessario”. Ancora un mantra. Per capire se arriveranno novità, bisognerà aspettare la strategic review – quella della Bce non è cambiata dal 2003 – che Lagarde ha intenzione di cominciare a gennaio e concludere nel corso del 2020.

Nel frattempo bisognerà gestire i “side effect”, ossia gli effetti inaspettati (e indesiderati) di queste politiche monetarie, sui quali Lagarde assicura che l’attenzione rimane alta. I banchieri sono consapevoli che il prezzo che l’economia paga all’accomodamento monetario è alto, ma rimangono convinti che i risultati paghino e che non esistano rischi di “giapponesizzazione” dell’eurozona, che comunque rallenta.

Ma il problema dei “side effect” e della difficoltà a normalizzare la politica monetaria non è solo dell’eurozona. La Fed è stata costretta nuovamente a tagliare i tassi negli ultimi mesi, malgrado avesse avviato il ciclo del rialzo, e ben presto potrebbe essere costretta a rivedere anche la decisione di interrompere il quantitative easing (QE), come ipotizza Zoltan Pozsar, in un’analisi scritta per il Credit Suisse. Ciò per una serie di ragioni tecniche, legate alle scadenze di fine anno, che potrebbero costringere la Fed a intervenire sulla scia di quanto deciso nell’ottobre scorso, quando fu lanciato un piano mensile di acquisti da 60 miliardi di titoli del Tesoro, durata almeno fino ai primi mesi del 2020, che non è un QE perché questi acquisti sono concentrati sui repo overnight. Ossia il settore dove si era verificato, nella seconda metà di settembre, un picco di tassi che aveva fatto temere gli operatori circa la capacità della Fed di tenere stabile il mercato monetario.

Una serie di fattori hanno concorso a quest’esito. La circostanza, innanzitutto, che la Fed abbia dimagrito il suo bilancio, a causa della fine del QE, per centinaia di miliardi, riducendo di conseguenza le riserve in eccesso che le grandi banche utilizzano per i prestiti repo. Poi il fatto che il Tesoro sia tornato a chieder fondi alle stesse banche che alimentano i repo. Conseguenza: la liquidità è diventata scarsa e i tassi overnight sono andati alle stelle, costringendo la banca centrale a metterci una toppa. Si è ripetuto, insomma, il copione che vediamo all’opera da anni: i mercati chiamano, le banche centrali rispondono. Il problema non si risolve, ma viene “annacquato”, letteralmente.

Il punto è che il QE ormai è endemico nel new normal della politica monetaria, proprio come i tassi rasoterra. Forse dovremmo chiamarlo QI. Dove I non sta per intelligente. Sta per infinito.

Cartolina: Il pensionamento della pensione

Nel mondo coi capelli bianchi che verrà ci saranno, in media, 60 ultra 65enni ogni 100 persone in età lavorativa, con situazioni vagamente surreali, come quella coreana – non era facile far peggio del Giappone – dove le pantere grigie saranno addirittura 90 su 100. Noi italiani saremo poco distanti con 80, insieme con greci e spagnoli, a dimostrazione dello strano destino comune che si prepara per mediterranei e asiatici. Come si possa riuscire a garantire una previdenza dignitosa a quest’esercito è argomento che soltanto la nostra mancanza di prospettiva riesce a relegare ai margini del dibattito pubblico. Salvo pochi specialisti, che suonano da anni allarmi inascoltati, nessuno si preoccupa di quel che sarà fra quarant’anni. Eppure basterebbe osservare la distanza fra il rapporto anziani/lavoratori nel 1980, che sembra ieri, e quello nel 2060, che è dopodomani. Capiremmo che è la stessa differenza che c’è fra la pensione  e il pensionamento delle pensione.

Cosa ci insegna la bufera autunnale sul mercato dei repo Usa

Ormai sepolta nelle cronache, che tanto infiammano quanto poi vengono dimenticate, la vicenda dei torbidi vissuti dal mercato dei repo statunitensi ha ispirato un bell’approfondimento pubblicato nell’ultimo Quarterly review della Bis che vale la fatica della lettura perché ci insegna alcune cose che è sempre meglio ricordare. Una su tutte: gli stregoni monetari, ossia i manovratori della moneta, per quanto possano darsi un tono rimangono comunque degli apprendisti che a stento conoscono le forze che pure sono capaci di scatenare.

Il mercato, in sostanza, è un organismo che nessuno può conoscere e tantomeno pensare di guidare. Si può provare a delinearne la fisionomia – a questo servono le regole – o un governo può intervenirvi come agente economico – esprimendo una qualche domanda – ma ciò che accadrà in conseguenza dell’uno o dell’altro agire è del tutto imprevedibile. Si può comprenderlo – e con molta difficoltà – solo a posteriori.

Il mercato monetario, dove si collocano i repo (i nostri pronti contro termine) non fa eccezione. Ma prima di proseguire è meglio ricordare di cosa stiamo parlando, cominciando dalle definizioni. I repo sono transazioni collateralizzate a breve termine, di solito overnight, che prevedono lo scambio di denaro per titoli, di solito bond governativi, fra operatori finanziari. Chi ha bisogno di un prestito consegna a un titolo a un soggetto in cambio di denaro con l’impegno a riprendersi il titolo alla scadenza del prestito restituendo il denaro maggiorato del tasso di interesse che viene determinato sul mercato dei repo.

Questo mondo, invisibile ai più, dove, nel solo mercato americano, si calcolano scambi giornalieri che quotano un trilione di dollari, è stato terremotato nella metà del settembre scorso quando il secured overnight funding rate (SOFR), ossia il tasso di riferimento per i repo overnight, che si solito fluttua all’interno di un range compreso fra i 10 e i 20 punti base ha avuto un picco di 700 punti base, il 17 settembre, esibendo una preoccupante volatilità che denotava grossi problemi sul fronte della liquidità.

Le analisi non sono mancate e tuttavia ancora oggi le cause di questa scossa non sono state completamente chiarite. E’ chiarissima invece la soluzione che è stata trovata: la Fed ha accettato di acquistare 60 miliardi al mese di titoli di stato Usa per garantire liquidità al mercato dei repo. Una sorta di mini QE. Questo dopo che per giorni aveva dovuto fornire miliardi di dollari di denaro liquido per spegnere l’incendio che stava divampando sul questo delicatissimo segmento finanziario. La Fed ha pompato soldi e l’incendio si è spento, replicando il solito copione che ormai va in scena da anni quando c’è un problema finanziario.

Ma se il problema è stato determinato dalla mancanza di liquidità, diventa interessate comprendere come funzioni la liquidità negli Usa. Ed è qui che l’analisi degli economisti della Bis diventa utile. “I mercati dei repo statunitensi attualmente dipendono fortemente da quattro banche come prestatori marginali”, scrivono gli analisti, sottolineando come “man mano che la composizione delle loro attività liquide si orientava maggiormente verso i Treasury statunitensi, la loro abilità nel fornire finanziamenti a breve termine nei mercati repo si è ridotta”. Molto semplice perciò: un cartello di banche ha spostato i fondi dai prestiti repo ai prestiti al governo, con ciò determinando un drenaggio di liquidità che ha richiesto il soccorso della banca centrale.

Per completare la ricostruzione c’è da sapere che se dal lato dell’offerta sono mancate le risorse, la domande di repo è rimasta robusta. “C’è stato un aumento della domanda di finanziamenti da parte degli istituti con leva finanziaria (ad es. hedge funds)”, aggiungono. Ma ciò che è più interessante sapere è che “lo stress potrebbe essere stato in parte amplificato dagli effetti di isteresi causati dal lungo periodo di abbondanti riserve, a causa degli acquisti di attività su vasta scala della Federal Reserve”. Quindi le politiche della Fed hanno contributo a generare che il problema che poi la Fed ha dovuto risolvere.

Il discorso si fa ancora più interessante se si approfondisce. Partiamo dal grafico sotto.

Il primo grafico a sinistra mostra l’andamento declinante delle riserve bancarie presso la banca centrale e insieme la quantità di Treasury. Noterete che al declinare delle prime – a seguito della cessazione della politica di QE della Fed – sono aumentati i secondi. Gli altri due grafici fotografano efficacemente il peso specifico della prime quattro banche americane sia nella forniture netta di risorse per i repo, sia nella domanda di titoli pubblici. E’ ovvio che i due impieghi sono concorrenti, in un mondo di risorse scarse.

La Bis ci ricorda che la composizione degli asset liquidi della banche americane è molto mutata dalla Grande Crisi. Gli asset purchase della Fed, ossia il QE, ha ridotto la disponibilità di titoli pubblici, fra il 2008 e il 2014, gonfiando al contempo le riserve delle banche che venivano remunerate al tasso federale sulle riserve in eccesso, il Fed’s interest on excess reserves (IOER).

Questa situazione, come si vede dal grafico, inizia a mutare dall’ottobre 2017, quando la Fed chiude i rubinetti e ferma il QE. Di conseguenza le banche (le quattro grandi banche in particolare) tornano a cumulare bond pubblici. La quantità di titoli Usa presso le banche quasi triplica fra il 2013 e il secondo quarto del 2019.

A questo punto però succede qualcos’altro, evidentemente non previsto. I tassi repo hanno cominciato a salire sopra il tasso IOER e le banche, che come ognuno cercano il profitto, mentre fino ad allora fornivano garanzie reali, ossia collaterale nella forma di bond alla banca centrale, si sono trasformate in fornitrici nette di fondi per la domanda di repo. Si calcola che alla fine di giugno 2019 le quattro banche principali avessero generato prestiti netti sul mercato repo per 300 miliardi.

Al tempo stesso però le stesse banche sono diventate grandi accumulatrici di titoli pubblici. Si calcola che nel secondo quarto del 2019 avessero in pancia più del 50% del totale dei Treasury detenuti dalle banche Usa, a fronte del 90% detenuto dalle 30 banche più grandi. Il grafico sotto (pannello di sinistra) illustra questa situazione e ci dice anche dell’altro.

Ricapitoliamo: le prime quattro banche Usa sono diventate insieme i principali fornitori del mercato repo e i principali detentori di titoli pubblici. Impieghi, come abbiamo visto concorrenti. Fra i due litiganti, poi, si è infilato anche un terzo incomodo, ossia il governo. Il pannello centrale misura il drenaggio di fondi che il TGA, ossia il Treasury General Account, quindi il saldo del Tesoro presso la Banca centrale, ha generato sul mercato finanziario, contribuendo a diminuire le disponibilità liquide delle banche. Ciò è accaduto perché nell’agosto scorso è stato rimosso il debt ceiling e questo ha spinto “il Tesoro Usa a ricostruire rapidamente i suoi saldi di cassa in calo”.

Fra il 14 agosto e il 17 settembre, giorno del picco del tasso repo, il Tesoro ha risucchiato più di 120 miliardi di riserve, la metà dei quali nell’ultima settimana di questo periodo. “Per fare un paragone – scrivono gli economisti della Bis – la Fed ha asciugato le riserve bancarie per cinque volte questo valore, ma lo ha fatto in quasi due anni”. La voracità del Tesoro, insomma, potrebbe aver determinato la crisi finanziaria, come la classica goccia che fa traboccare il vaso. Perché le risorse sono scarse, anche se sei l’America.

E così arriviamo alla conclusione. “Dal 17 settembre, la Federal Reserve ha adottato varie misure per fornire più riserve e alleviare la pressione sul mercato dei repo. Ha ulteriormente annunciato l’11 ottobre acquisto di buoni del tesoro ad un ritmo iniziale di 60 miliardi per al mese per compensare l’aumento delle passività non riservate (ad es. il TGA). Queste operazioni in corso hanno calmato i mercati”. Perché anche se le risorse sono scarse, sei sempre l’America.

Morale della storia: il manovratore della moneta, ossia la banca centrale, ha determinato le condizioni ideali per far sorgere il problema, prima allargando i bilanci e poi restringendoli. Le banche commerciali, che vogliono guadagnare, hanno predisposto la miccia che ha finito con l’accendersi appena è arrivato il governo. E il mercato ha fatto boom, costringendo la banca centrale a farsene carico.

Il gioco può ricominciare. Nessuno sa dove ci sarà la prossima crisi. Ma tutti sanno che ci sarà. E questo è l’insegnamento principale dell’autunno del repo americano.

Cronicario: Ciabbiamo il capitale umano fragile

Proverbio dell’11 dicembre Non puoi aprire un libro senza imparare qualcosa

Numero del giorno: 166.000.000 Bambini non registrati alla nascita secondo Unicef

Ora mi dovete spiegare, voi cervelloni che sapete tutto, come sia possibile che noi essendo la sesta, settima o magari ottava potenza mondiale, con un pil che lèvati, e per non parlare dei soldi che teniamo nascosti sotto il materasso…

ora dico: com’è possibile che noi, quelli di cui sopra, abbiamo un problema di capitale umano?

Ora mica lo dico io, eh. Lo dice il Cnel, mitologica creatura costituzionale che oggi ha pubblicato un pregevolissimo rapporto sul lavoro in Italia dove si leggono perle come quella secondo la quale l’analisi “mette in luce la fragilità del capitale umano del paese, il vero grande gap dell’Italia”.

La nostra forza lavoro “non è più competitiva rispetto alle stesse categorie di altri Paesi”. E sapete perché? Perché abbiamo “bassi livelli di istruzione terziaria rispetto alla media OCSE, prospettive di occupazione per i laureati tra i 25 ed i 35 anni inferiori a quelle dei diplomati dei corsi di studio professionali di istruzione secondaria superiore”. E soprattutto abbiamo i NEET, i giovani che non studiano e non lavorano, il 28,9% in Italia, quasi il doppio rispetto alla media europea)

Dulcis in fundo, abbiamo un  “elevato numero di low skilled”, cioé persone poco qualificate (circa 11 milioni per il 52% uomini, concentrati nelle fasce d’età più avanzata)”. E siccome il totale fa la somma, ecco il meraviglioso risultato: abbiamo un capitale fisico robusto, ma non basta a farci star bene. E adesso sappiamo anche perché: ciabbiamo il capitale umano fragile.

A domani.