Categoria: Annali
Il nuovo numero di Crusoe: L’età dell’acciaio. Grazie a @ThManfredi per la splendida Chat
Dopo aver impiegato le ultime settimane a raccontare le mille sfaccettature dell’economia digitale, la grande protagonista della nuova globalizzazione del XXI secolo, questa settimana Crusoe ti racconta di un’economia assai più concreta e visibile: l’economia dell’acciaio. Nel mondo è in corso un conflitto sotterraneo, perché usualmente poco osservato, e tuttavia fragoroso, che coinvolge cifre impressionanti e ha notevoli risvolti geopolitici, tanto che in seno all’Ocse è stato istituito un Comitato che si occupa di monitorare uno dei problemi più scottanti del nostro tempo, l’aumento della capacità produttiva delle acciaierie che, oltre ad avere una notevole ricaduta ambientale, provoca notevole esternalità in un mondo in cui la crisi economica ha notevolmente ridotto la domanda di acciaio, che è uno dei componenti principali di settori importanti per la crescita come le costruzioni e i trasporti.
Di crescita, e in particolare dei nostri problemi di crescita, abbiamo parlato nella Chat con Thomas Manfredi (@ThManfredi), un excursus appassionante sulle principali questioni aperte del nostro tempo a 360 gradi. Parliamo euro sì euro no, di America nel tempo di Trump, di Europa, al tempo delle elezioni, di Cina e di paesi emergenti.
Imperdibile, come al solito, la selezione delle notizie della settimana.
La lettura consigliata di questa settimana è dedicata al libro bianco sul futuro dell’Europa presentato nei giorni scorsi dalla Commissione Ue, che può sembrare ambizioso, nel tempo della rinascita dei nazionalismi, e proprio per questo merita di essere conosciuto.
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Cartolina: Il paese dei solitari
Ci sarà un giorno un paese lontano, ma poi neanche tanto, dove nel 2035 abiteranno quasi 43 milioni di famiglie, un numero grandissimo che evoca eserciti, esodi, e, a fianco di questa moltitudine, un’avanguardia di schiamazzatori: i bambini, ossia il futuro. Senonché 19 milioni di queste famiglie saranno composte da una persona sola, e altri 15 milioni da due. Le famiglie di tre persone, quindi con un figlio, saranno solo 4 milioni, esattamente come quelle con più di tre persone. Ciò vuol dire che il peso di sostenere il futuro di questo paese lontano ricadrà su una minoranza sparuta di famiglie. E siccome è molto difficile che ce la faccia, questa minoranza, il destino di questo paese, la cui potenza economica oggi stupisce il mondo, sarà quello di un paese di solitari: ricchi di denaro ma poveri di futuro. Un paese stanco. Il destino della Germania.
Le conseguenze non intenzionali delle rigidità salariali
Poiché rimane il lavoro il tema principale della riflessione economica contemporanea – vuoi perché lo vediamo minacciato da macchine sempre più intelligenti, vuoi perché giudicato il fattore di costo che più di altri scoraggia gli investimenti – è buona prassi dedicare un po’ di tempo a sfogliare la letteratura di genere per individuare elementi che consentano di vedere con maggior chiarezza quanto ci sia di vero nelle allocuzioni di chi predica maggiore flessibilità in cambio di più lavoro o in quelle contrarie, che solleticano le folle dai tempi del salario variabile indipendente.
Alcune informazioni interessanti le ricavo dall’ultimo bollettino economico pubblicato a gennaio dalla Bce, che ospita un approfondimento dedicato alla questione “Adeguamenti salariali e occupazione in Europa”, sul quale leggo i risultati estratti dall’indagine Wage dynamics network (WDN), un consesso di ricercatori formato da economisti della Bce e delle banche centrali nazionali. L’indagine, fa riferimento al periodo 2010-13, e si propone di verificare a livello microeconomico le risultanze di alcune ricerche macroeconomiche secondo le quali gli aspetti istituzionali – tipicamente la contrattazione collettiva – che influiscono sui livelli salariali sono usualmente associati a rigidità verso il basso delle retribuzioni che, in caso di crisi, possono peggiorare drasticamente la disoccupazione.
L’indagine del WDN, estendosi al livello micro, fa riferimento, a livello di singola impresa, alle condizioni economiche e agli accordi retributivi in 25 stati membri dell’Ue, nel periodo peggiore della crisi del debito sovrano. La prima risultanza che merita attenzione è che la crisi non è stata uguale per tutte le imprese. “Il 44% delle imprese – spiega la Bce – ha registrato una diminuzione della domanda, mentre il 32% ha dichiarato che la domanda è aumentata”. Come era prevedibile “la quota di imprese che ha ridotto i posti di lavoro o i salari è significativamente superiore fra le aziende per le quali la domanda si è ridotta: il 43 per cento di queste imprese ha ridotto il personale e il 14 per cento i salari di base”. Da ciò – ossia dalla minore percentuale di cali salariali rispetto alla perdita di posti di lavoro – la Bce deduce che esistano rigidità verso il basso delle retribuzioni: “Un quarto delle imprese interpellate dichiaravano di aver congelato i salari nominali”. “I congelamenti salariali rappresentano un chiaro indizio di rigidità al ribasso – sottolinea la Bce -, poiché segnalano che, anche quando le condizioni economiche lo giustificherebbero, le imprese si astengono dall’abbassare i salari per evitare eventuali tensioni”. In questo quadro, “gli accordi di retribuzione collettiva ricoprono un ruolo di primo piano”.
La seconda informazione interessante è che “la quota di lavoratori interessati
da un accordo di retribuzione collettiva nei paesi dell’area dell’euro, pari in media a
quasi il 75 per cento, è molto più elevata di quella dei paesi esterni all’area dell’euro, pari a quasi il 30 per cento”. Alcuni paesi dell’eurozona – Italia, Francia, Spagna, Belgio e Paesi Bassi, sono sopra la media dell’area. L’Italia, in particolare, è il paese (vedi grafico) che mostra il livello più elevato in Europa di lavoratori interessati a contrattazione collettiva, che sfiora il 100%. All’estremo opposto ci sta l’Irlanda con meno del 10%. Cosa comporta? “La contrattazione collettiva riduce la probabilità di adeguamenti al ribasso dei salari. Quanto più elevata è presso l’impresa la quota di dipendenti interessati da accordi di retribuzione collettivi, tanto minore è la probabilità di una riduzione dei salari e tanto maggiore quella di un loro aumento”, oltre al fatto che “nei paesi dove la quota di lavoratori interessati da accordi di retribuzione collettivi è più elevata le rigidità al ribasso dei salari nominali sono maggiori”. La Bce, tuttavia, ricorda che altri fattori possono concorrere alle rigidità salariali, non ultima la circostanza che i datori del lavoro possano temere le conseguenze negative di un taglio delle retribuzioni sulla motivazione dei dipendenti e sulla loro produttività.
Le stime econometriche, però, ci dicono anche altro. A cominciare dal fatto che “le rigidità dei salari producono un effetto negativo sull’occupazione”, argomentazione familiare ai giorni nostri come quella secondo cui “le probabilità di un aumento dell’occupazione è maggiore quando i salari diminuiscono”. Ciò implica anche il contrario, ossia che “in caso di aumento dei salari cresce la probabilità di un calo dell’occupazione”.
Da ciò la Bce deduce che “le rigidità salariali in Europa durante il periodo 2010-13 si sono associate a un andamento più negativo dell’occupazione”. In parte ciò è dovuto agli accordi collettivi – e il caso italiano in tal senso è una situazione di maggior rischio – e poi al fatto che è assai più probabile che i salari aumentino in caso di un aumento della domanda piuttosto che diminuiscano in caso di un suo calo. “I risultati – sottolinea – evidenziano un effetto negativo delle rigidità al ribasso dei salari sull’occupazione a livello di singola impresa”.
La Bce, ricordando che la contrattazione collettiva “sembra contribuire
alle rigidità verso il basso dei salari” e che queste ultime possono esacerbare la perdita di posti di lavoro durante le recessioni, evidenzia che durante la crisi alcuni paesi hanno riformato i mercati del lavoro per promuovere gli accordi salariali a livello di impresa piuttosto che di categoria. “Altri risultati dell’indagine – conclude – mostrano che riforme analoghe della contrattazione collettiva hanno consentito alle imprese di adeguare più facilmente le retribuzioni. Di conseguenza, l’attuazione di ulteriori riforme in tal senso ha il potenziale di portare beneficio ai paesi dell’area dell’euro ed eventualmente limitare la perdita di posti di lavoro durante le recessioni future”. La qualcosa è molto facile da dire, a prescindere dalla circostanza che sia vero o no. Ma è molto difficile da fare. E non è indolore.
I consigli del Maître: Il Moloch delle borse e gli attivi fiscali tedeschi
Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio con gli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.
Borsa a stelle&strisce. Un grafico molto interessante diffuso da Credit Suisse racconta come sia cambiato drasticamente il mercato borsistico mondiale dal 1899 al 2016. Oltre un secolo di storia che illustra due mondi assolutamente diversi.
Nel 1899 la capitalizzazione globale di borsa era sostanzialmente multipolare. Il Regno Unito aveva il peso relativo maggiore, ma tutto sommato contenuto, pari a un quarto del totale, mentre Usa, Germania e Francia stavano fra l’11,5 a il 15%. Il mondo era interconnesso anche allora, ma il peso dei mercati borsistici era equilibrato. Oggi gli Usa primeggiano col 53% della capitalizzazione globale. La Germania supera di poco il 3% proprio come la Francia, e l’UK sta poco sopra il 6%. La leadership Usa, a differenza di quella britannica, è quantitativa. La Cina supera di poco il 2%. I mercati Usa orientano gli altri per una semplice questione di peso specifico. Ci si potrebbe chiedere come mai la Borsa Usa sia cresciuta così tanto e grazie a quali capitali. Un giorno o l’altro questa storia la racconteremo.
Hacker d’Italia (e d’impresa). Una recente ricerca di Banca d’Italia ha accertato che il fenomeno dell’hacking è molto diffuso nel nostro paese, e che anzi moltissime imprese sono a rischio attacchi, malgrado spandano parecchi soldi per difendersi. Appena l’1,5% delle imprese monitorate non ricorre a misura di protezione informatica, tutte le altre sì. E ciò malgrado il 30,3% del totale delle imprese, che impiegano il 35,6% dei dipendenti del settore privato hanno denunciato di esser state oggetto di malevole intenzioni da parte degli hacker fra il settembre 2015 e il settembre 2016. Se questi dati vengono aggiustati tenendo conto della scarsa volontà di denunciare gli attacchi o dell’incapacità di riconoscerli, questa percentuale sale rispettivamente, al 45,2 e al 56%. In pratica oltre un’impresa su due è a rischio, che lo sappia o no. “E il rischio potrebbe essere ancora più elevato”, avvisano i ricercatori.
Gli “utili” del governo tedesco Potremmo chiamarlo il miracolo della crescita nel suo avverarsi. Perché è innanzitutto la crescita del prodotto, e quindi delle tasse pagate, compresi i contributi sociali, a rendere possibile che il bilancio del settore pubblico tedesco sia in attivo per il terzo anno consecutivo, per un importo che sfiora i 24 miliardi di dollari, lo 0,8% del pil, al livello degli utili di JP Morgan nel 2015. Merito della crescita, perciò, ma anche della buona amministrazione della cosa pubblica. I tedeschi stanno lentamente avvicinandosi all’obbiettivo che avevano annunciato diverso tempo fa: portare il debito pubblico al 60% del Pil. E l’unico modo per riuscire è facendo in modo che gli incassi fiscali superino le spese. Qualcuno dirà che l’avanzo di bilancio pubblico, che di fatto sottrae risorse alla collettività senza restituirle è una forma di austerità. E, da un punto di vista contabile, potrebbe pure avere ragione. Rimane il fatto che nel 2016, anno in cui il surplus ha battuto ogni record dai tempi della riunificazione, si è connotato per una robusta spesa del governo. Hanno risparmiato di più spendendo insieme di più. E questo è un altro miracolo tedesco.
Caro mattone. La Bis, la Banca dei regolamenti internazionali che da Basilea monitora, fra le altre cose, la stabilità finanziaria internazionale, ha rilasciato le statistiche relative al terzo trimestre 2016 del settore immobiliare globale in settimana piena di notizie sul mattone. La situazione è estremamente diversificata. A fronte di prezzi in crescita del 13% in Canada – il paese ha i prezzi tirati al rialzo ormai da diverso tempo, sul versante opposto abbiamo il Brasile che perde più del 20%. L’Italia fra poco sotto lo zero, mostrando i prezzi una tendenza ancora debole, come peraltro ha confermato seppure con toni più positivi l’ultimo sondaggio congiunturale di Bankitalia sui beni immobiliari.
Anche Fitch ha rilasciato un outlook sottolineando la rischiosità della crescita dei prezzi in alcuni paesi dove i valori continuano a salire malgrado gli sforzi dei governi di frenarli. Fra gli altri viene citato il caso cinese, dove i prezzi, in alcune città, sono cresciuti nell’ordine del 25%. Il problema del mattone è che quando colpisce è troppo tardi.
La Chat di Crusoe con @certainregard: Il peccato originale dell’eurozona
Questa settimana Crusoe (C) si è piacevolmente intrattenuto con roundmidnight (R) @certainregard
C. Buongiorno. Vorrei cominciare la nostra Chat con un paio di notizie che arrivano dall’Europa. La prima riguarda la Grecia, di cui ha discusso l’Eurogruppo. La seconda il dato sui prezzi alla produzione tedeschi, cresciuti del 2,4% a gennaio 2017 su base annua. Cominciamo dalla Grecia: cosa ti aspetti succeda con l’ennesimo capitolo di questa vicenda?
R. La situazione greca denuncia l’incompletezza strutturale originaria dell’eurozona. L’eurozona, a differenza degli Stati Uniti, nasce con un alto indebitamento degli Stati membri, con un alto grado di bancarizzazione e con un forte legame tra debito degli Stati e attivo della banche. La malattia dell’uno diventa la malattia dell’altro e viceversa. In questo contesto, finché non si sarà spezzato questo legame (e non sarà stato adottato un framework per la ristrutturazione del debito pubblico), le istituzioni europee sono costrette ad intervenire per salvare entrambi, trovandosi costrette, nel contempo, a fare la faccia feroce per limitare l’azzardo morale e l’eccessiva espansione dei deficit pubblici, rendendo ancora più forti le voci contrarie all’Unione europea.
Nel caso della Grecia vi è un interesse comune: da un lato (quello delle istituzioni europee) a dimostrare l’irreversibilità dell’euro e dall’altro (quello della Grecia) a non uscire dall’euro. Il debito greco è ormai in gran parte in mano alle istituzioni europee e la spesa per interessi, in percentuale al PIL, è sostanzialmente pari a quella di altri paesi periferici dell’eurozona. Il problema del debito greco, quindi, è più un problema che riguarda l’eventualità di un futuro (seppure ancora remoto) accesso autonomo ai mercati, senza il sostegno delle istituzioni europee. In quel caso, chiaramente, i tassi di mercati applicati ad uno stock di debito così elevato, determinerebbero una situazione insostenibile. E’ però impossibile che le istituzioni europee possano accettare un taglio del debito, perché significherebbe violare un principio cardine, quello del divieto di finanziamento dei paesi membri, con la creazione di un precedente pericoloso. Ritengo, quindi, che alla fine si troverà una soluzione già sperimentata: ridurre ulteriormente (con più azioni) il peso degli interessi lasciando maggior margini al bilancio statale greco. La Grecia, però, soffre degli stessi problemi italici: non si sta dimostrando capace a riformare veramente il paese, cancellando rendite e ingiustizie e valorizzando merito ed efficienza. E questo non potrà che continuare a far pagare la crisi agli strati della popolazione più deboli, con tutte le tensioni del caso e il riproporsi delle stesse problematiche nel tempo.
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Cronicario: Toc toc, sono il Caropetrolio
Proverbio del 27 febbraio Ciò che l’occhio ha visto, il cuore non dimentica
Numero del giorno: 130,7 Valore in miliardi di euro dell’export agrolimentare Ue
Toc toc, sono il Caropetrolio – non tanto perché mi volete bene ma perché sono caro di prezzo – posso entrare? E come no: accomodati. Anzi già da un pezzo ti sei accomodato se dobbiamo dar credito a quei burloni del Csp, che sta per Centro studi promotor, che hanno rilasciato un pregevole comunicato secondo il quale a gennaio “sulle spalle degli automobilisti è arrivata la stangata del rincaro dei carburanti”.
Sulle spalle ormai lussate degli automobilisti ci si potrebbe comporre opere in endecasillabi, ma tutto sommato potremmo pure infischiarcene se i consumi di carburanti sono aumentati dello 0,4% a fronte di una spesa del 12,7%. Una robetta da mezzo miliardo in più su un costo assolutamente ragguardevole di 3,6 miliardi, riferito a gennaio 2016, a fronte dei quasi 4,1 di gennaio 2017. Spesa mensile: notate bene.
Senonché il fatto è che “la forte crescita dei prezzi dei carburanti ha avuto un impatto sulla dinamica complessiva dei prezzi al consumo che in gennaio hanno fatto registrare un incremento dell’1% sullo stesso mese del 2016”. Toc toc, sono l’inflazione: posso entrare. Si certo, ancora un attimo per favore che finisco di mettere a posto.
Questo a casa, mentre fuori il bussare discreto del Caropetrolio provoca un’altra conseguenza poco desiderabile nei confronti dei Paesi extra Ue, con i quali commerciamo a rotta di collo beni energetici. Proprio oggi l’Istat ha rilasciato i dati di dicembre. E che viene fuori?
Che è quasi raddoppiato il deficit commerciale, che a gennaio 2017 è arrivato a -889 milioni a fronte dei dei -486 milioni di gennaio 2016, quando il Caropetrolio stava ancora a Caroamico. Tutto questo in conseguenza di un forte aumento delle esportazioni cui è seguito un altrettanto robusto aumento delle importazioni. Vabbé leggetevi da soli la nota Istat che io non ho voglia. Qui ci basta rilevare che la pacchia delle bolletta energetica cheap sta finendo. E un anno se ne va (cit.).
Cambio argomento perché per finire questo lunedì di fine mese, vorrei rappresentarvi due bellissimi grafici, estratti dal cronicario globale, che raccontano una storia edificante. Questo è il primo:
I sostanza i pendolari Usa hanno bisogno di sempre più tempo per andare al lavoro. E questo almeno dal 1980. E non si capisce se ciò dipenda dal fatto che vanno più piano o più lontano. In compenso il secondo grafico ci dice un’altra cosa:
la produttività Usa post crisi non si riprende. Non solo i lavoratori vanno più piano (o più lontano) ma non producono nemmeno sano. Vatti a fidare dei proverbi.
A domani.
L’economia dell’Intelligenza artificiale
La prima macchina intelligente sarà anche l’ultima macchina creata dall’uomo, scrisse qualcuno tanti anni fa, evocando timori millenaristici che poi tanta fiction ha reso popolari. E tuttavia ciò non ha avuto il minimo effetto dissuasivo sulla ricerca del nostro moderno sacro graal: l’intelligenza artificiale. Moderno, poi, per modo di dire, estrinsecandosi la modernità in null’altro che nei mezzi tramite i quali questa ricerca viene condotta. Ma se guardiamo ai fini, agli esiti che si propone di raggiungere, il robot intelligente del XXI secolo non è poi così diverso dall’homunculus degli alchimisti: rappresenta la sfida dell’uomo alla natura, o a Dio per chi ci crede, nella forma della creazione di un essere intelligente che sia servo dell’uomo al fine di liberarlo da ciò che non vuole più fare. E poi cosa farà quest’uomo finalmente libero?
Questa domanda sembra relegata al piano inferiore delle questioni sociali. Salvo quando si ricorda che un uomo improvvisamente non più schiavo di dover fare un lavoro sgradevole, perché al suo posto ci sarà una macchina, dovrà comunque avere un reddito da consumare, perché sennò nessuno pagherà l’energia per la macchina che produce per lui. Ed è qui che l’economia fa capolino. Ma se guardiamo meglio, tutto il mito dell’intelligenza artificiale è permeato dall’economia. “L’intelligenza artificiale (AI, ndr) dovrebbe essere benvenuta per i suoi benefici economici potenziali,”, recita un rapporto presentato dalla Casa Bianca nel dicembre scorso (“Artificial intelligence, automation and the economy”).
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Il nuovo numero di Crusoe: Economia dell’intelligenza artificiale. Grazie a @certainregard per la splendida Chat
Si parla tanto di Uber, meno del fatto che Google ha fatto causa a Uber per un presunto furto di progetti sull’auto che si guida da sola. Si parla tanto dei benefici del progresso tecnico, meno della circostanza che questo progresso genere effetti molto difficili da prevedere di regresso, innanzitutto nei posti di lavoro. E il grande protagonista di questi cambiamenti non è un’app, ma una tecnologia sul crinale di una svolta clamorosa: l’intelligenza artificiale. Questa settimana Crusoe presenta un paper pubblicato dalla Casa Bianca a dicembre scorso, che tenta un’analisi e una rappresentazione dei benefici e i costi economici che covano dietro questo straordinario progresso, a metà fra scienza e fantascienza quanto agli esiti, ma già ben delineato negli effetti potenziali che potrà generare nei mercati del lavoro finendo l’opera di marginalizzazione ed espulsione di quei lavoratori – i cosiddetti low skilled – che già hanno pagato un caro prezzo al processo di globalizzazione negli ultimi venti anni.
La Chat di questa settimana con @certainregard è stata lunga e appassionante, piena di informazioni, analisi e visioni informate dei prossimi mesi, con qualche suggerimento utile per la scelte economiche di tutti i giorni. La lettura consigliata e sul sondaggio congiunturale di Bankitalia sul mercato delle abitazioni, ottimo indicatore del clima che si respira dietro il mattone. Chiude il numero la solita selezione di “notizie invisibili”, quelle che trovi solo su Crusoe.
Ci rivediamo il 3 marzo.
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Cartolina: Cara globalizzazione (statistica)
Nulla è più relativo del dato economico. Dietro ognuno c’è un pensiero, una tecnica, una disposizione statale. Il numero economico è sfuggente, solitamente incompreso. Quindi accade, e di frequente, che i dati cambino non perché siano mutate le quantità – tre mele sono sempre tre mele non importa chi le conti – ma perché sono cambiati gli occhi di chi guarda, come ci racconta questa storia. L’amministrazione cinese State Administration of Foreign Exchange, SAFE, ha deciso di migliorare la qualità e la trasparenza delle statistiche del debito estero cinese (dal che deduco che prima i dati fossero scadenti e opachi) aderendo agli standard internazionali, gli Special data dissemination standard (SDDS). Un altro passetto della Cina verso la globalizzazione, stavolta statistica. La revisione ha classificato come debito estero ciò che prima non era, sicché il paese d’improvviso ha scoperto di averne assai più, sia a lungo che a breve termine. Nel 2014 i debiti quotavano 1,8 trilioni di dollari, 1.800 miliardi, l’85% in più di quanto non fossero prima della revisione. Il 70% era a breve termine. Ovviamente è tutta la struttura del debito a esser peggiorata. I rapporti debito/GNI e quello fra debito/esportazioni sono arrivati al 17,2 e al 64% dal 9,3 e 34,8%. Somigliare agli altri costa molto caro.
Uber, i tassisti e l’auto che si guida da sola
La cronaca ci riporta di nuovo delle agitazioni dei tassisti per vicende politiche legate a Uber, la piattaforma di sharing che i conducenti delle auto pubbliche hanno eletto a nemico pubblico numero uno. Su questa vicenda le opinioni sono le più disparate e difficilmente ognuno le cambierà. Quindi può essere interessante spostare il punto di vista, magari ampliandolo un po’.
La rivoluzione di Uber, e in generale di tutta la sharing economy, deriva dal progresso tecnologico, quindi dallo sviluppo delle tecnologie di comunicazioni, delle reti e della potenza di calcolo delle macchine. Questa evoluzione è la stessa che sta producendo ricerche avanzatissime sull’intelligenza artificiale, che proprio nell’automotive vede uno dei suoi principali campi di applicazione, come accade anche nelle nuove tecnologia di trasmissioni mobili: le reti a 5G. Nell’arco di un quinquennio si stima che i device connessi a reti a 5G saranno milioni e questo incoraggerà lo sviluppo di tecnologie per auto intelligenti, ossia capaci di guidarsi da sole che già da tempo attirano l’attenzione di giganti come Google, impegnato in un progetto auto “intelligente”. Proprio in questi giorni, peraltro, si è parlato del primo trattore senza guidatore, mentre nel trasporto su ferro i sistemi driveless sono ormai molto diffusi. Il problema dei tassisti, perciò, è lo stesso che nell’arco di qualche anno avranno in generale i conducenti di diversi veicoli, non solo taxi. E non dipende da Uber, ma dallo sviluppo tecnologico, di cui Uber è solo una declinazione circostanziale.
Una interessante simulazione, contenuta in uno studio sull’intelligenza artificiale diffuso nel dicembre scorso dalla Casa Bianca stima che una quota di posti di lavoro compresa fra i 2,2 e i 3,1 milioni nel settore dei trasporti potrà essere seriamente minacciato dallo sviluppo delle tecnologie di automazione dei veicoli (automated vehicles, AVs). Questa stime, come tutte quelle di questo genere, vanno prese con le pinze, poiché non considerano i posti di lavoro che le nuove tecnologie creeranno in sostituzione più o meno parziale di quelli distrutti, e che questi cambiamenti impiegheranno anni a verificarsi. E tuttavia sarebbe poco saggio sottovalutarli. Le tecnologie AVs, piaccia o no, sono il futuro.
Questa tabella riepiloga il loro impatto sui lavoratori Usa impegnati nel settore dei trasporti censiti dalle statistiche nel 2015. Come si può osservare si parla di un settore che impiega quasi quattro milioni di persone negli Usa, che si connotano per una paga oraria inferiore ai 20 dollari. In tal senso, lo sviluppo di queste tecnologie provoca esternalità che colpiscono innanzitutto i lavoratori con i redditi più bassi, i low skilled, come vengono definiti. Costoro, se è pur vero che godono, in quanto consumatori, dei vantaggi che lo sviluppo tecnologico sta portando sul versate dei costi di molti beni e servizi, sono comunque quelli maggiormente sotto pressione sul versante dei redditi e lo saranno ancor di più in futuro. Parliamo di milioni di persone. Sarebbe poco saggio ignorarle.












