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La bomba a tempo del debito pubblico Usa
All’ombra delle cronache, veloci e superficiali, la bomba a tempo del debito del governo Usa, continua a bruciare la sua miccia, che è ancora lunga per fortuna loro e nostra. Ma brucia. E che sia preoccupante, questa combustione, lo testimonia l’attenzione con la quale l’epopea di questa mostruosità contabile viene monitorata – e per evidenti ragioni – da osservatori assai più competenti di me, che pure sospetto qualcosa.
Troppo lungo e sicuramente stucchevole sarebbe riprodurre qui la mole di analisi sul debito pubblico Usa prodotte in questi anni, anche perché dicono tutte più o meno la stessa cosa: i debiti del governo crescono a rotta di collo e sono bene inseriti lungo un percorso di insostenibilità, con conseguenze che possiamo immaginare. E soprattutto concordano sul punto dolente: uscire fuori da questa situazione è molto difficile. Tutte le strade che si può immaginare di percorrere spuntano in un vicolo cieco, rappresentando infine il debito pubblico Usa la perfetta epitome del nostro tempo cresciuto tanto e male, e in costante debito – questo sì – di resa dei conti. Col risultato che, a furia di posporlo questo redde rationem, viviamo un bad equilibrium dove imperano l’incertezza – che oggi si chiama volatilità – e l’insicurezza, che oggi si chiama bassa crescita.
Affinché non pensiate che queste riflessioni siano frutto esclusivo della mia fantasia, mi sembra opportuno mettervi a parte di un articolo pubblicato di recente sull’economic quaterly della Fed di Richmond, che di sicuro giudicherete attendibile, se non altro perché è scritto in casa. Il succo sta in un paio di grafici, il primo che riporta le previsioni di entrate e uscita del bilancio pubblico a norme vigenti e a norme che si prevede saranno vigenti secondo l’attuale intonazione del dibattito politico. Il secondo invece fotografa l’andamento del debito pubblico dal 1940 e con una doppia proiezione, la prima riferita alla legislazione vigente, e la seconda a quella sotto le leggi che si presume saranno approvate a breve.
Per apprezzare questi grafici, tuttavia, serve un supplemento di informazioni. La prima cosa che dobbiamo sapere è che il debito a cui si fa riferimento nell’analisi è il cosiddetto debt held by the public, ossia principalmente quello rappresentato dai Treasury esistenti compresi quelli detenuti dalla Fed. Quindi non è l’intero debito pubblico. Dentro non ci sono i debiti, per esempio di Fannie Mae e Freddie Mac, e di altre entità federali. Inoltre, parliamo di debiti esistenti, non potenziali, che, come abbiamo visto, rappresentano un’altra bella partita.
La seconda informazione è che dal tempo a cui i grafici sono riferiti, la situazione è peggiorata. Il debito è aumentato sia in valore assoluto, che in relazione al Pil. Quindi in qualche modo la situazione sta evolvendo più rapidamente di quanto i dati raccolti nell’analisi lasciano immaginare, avvicinandosi sempre più alla soglia psicologica del 109% del Pil, ossia quanto era il debito nel 1946, alla fine della guerra (nel terzo trimestre 2015 si era intorno al 72%) ed è anche facile capire perché.
Per svolgere i loro ragionamenti, gli autori hanno fatto riferimento alle previsioni del Congressional Budget Office (CBO), l’ente giudicato “non partisan” che svolge le previsioni di bilancio di lungo termine. Ed è proprio il lungo termine il problema. Questioni innanzitutto demografiche, più invecchiamento significa più pensioni e più spesa sanitaria, e quindi spesa pubblica in aumento, ma anche più strettamente politiche – la riluttanza a tagliare le spese e aumentare le tasse – rendono l’equibrilio fiscale Usa materia da equilibristi e gli spazi di manovra della politica monetaria sono ormai sono ridotti al lumicino. Se la politica della Fed ha consentito di portare la spesa per gli interessi sul debito al livello più basso dalla seconda guerra mondiale, tutte le altre spese del bilancio federale sono previste in aumento.
Tutto ciò pone il problema di come sostenere la credibilità di un bilancio siffatto, atteso che gli Usa non sono un paese come tutti gli altri, visto il ruolo che svolge il loro debito, sotto forma di moneta e di obbligazione di stato, nel sistema finanziario internazionale. Ossia: i creditori degli americani possono pure continuare a farsi piacere i dollari e i Treasury, in mancanza di alternative, ma certo questo non è un buon viatico per la stabilità internazionale.
Lo studio fa una rapida ricognizione dei sistemi classici con i quali si può abbattere un debito statale, a cominciare da quello più facile: l’inflazione. Ma i calcoli degli autori lasciano capire che è una strada senza uscita. E’ stato calcolato che per abbattere il debito pubblico del secondo dopoguerra dal 97,2% del Pil al 16,9 ci sono voluti 30 anni e che solo il 20% di questa riduzione è dipesa dall’inflazione.
Più di recente è stato calcolato che un’inflazione del 4% per almeno 10 anni servirebbe ad abbattere l’enorme montagna di debito cumulato da 2008-9 in poi di appena il 25%. Se l’inflazione arrivasse al 18% ma per solo due o tre anni, la stessa montagna diminuirebbe fra il 3 e l’8%. Ma immaginate cosa significherebbe un’inflazione del genere a livello sociale, politico e internazionale: tanta spesa per poca resa. “Ciò suggerisce che l’inflazione non è una strada percorribile per ridurre un debito di questo livello”.
Che fare allora: la soluzione, scrivono, non può arrivare dalla politica monetaria, ma deve arrivare dall’autorità fiscale. Mamma banca centrale, insomma, può fare poco. Serve l’intervento di papà governo, chiamato ad adottare decisioni difficili. Spegnere la miccia che sta bruciando sotto la bomba del debito pubblico americano e farlo anche in fretta, vista la velocità alla quale procede: il debito rischia di triplicare nell’arco di un quindicennio.
Il problema è che mamma e papà hanno cresciuto figli viziati.
E adesso questi rampolli sono pure diventati vecchi.
Le onde del listino rafforzano il destino del bail in
Perché sia chiaro a chi pensa che così non sia, diciamolo subito: il tanto contestato bail in è qui per rimanere. Le norme che prevedono che azionisti e alcuni obbligazionisti siano i primi a pagare lo scotto di un fallimento bancario magari non sono scritte sulla pietra, quindi potranno pure essere emendate, ma non è in discussione il principio che le ha animate, ossia che lo stato non debba più farsi carico dei bail out, quindi di salvataggi con denaro pubblico a spese dei contribuenti. Il costo dei fallimenti bancari lo pagheranno per primi investitori e alcuni creditori delle banche.
Chi dovesse dubitarne farebbe bene a leggersi l’ultimo intervento di Danièle Nouy, capo del meccanismo di sorveglianza unico che agisce in seno alla Bce, ossia del primo pilastro della nostra Unione bancaria europea. La Nouy ha parlato al Bank capital forum di Londra lo scorso 23 febbraio illustrando le linee guida che la vigilanza bancaria europea ha fissato per il 2016, che minaccia di essere un anno terribile per le banche dell’eurozona. E non tanto perché la loro situazione patrimoniale non sia migliorata, in questi lunghi e tormentati anni, ma perché scontano due grandi problemi strutturali: da un lato le sofferenze, che affliggono molti colossi del credito, dall’altro il contesto di tassi bassi che rende il business bancario un affare sempre più difficile e spinge le banche a cercare rendimenti laddove sono più rischiosi. Col risultato che la redditività degli istituti è ancora poco soddisfacente, esponendo le banche ai capricci delle borse, particolarmente turbolenti in questo inizio d’anno. Le onde del listino, insomma, disegnano un destino complicato per le banche europee. E ciò spiega le preoccupazioni della vigilanza.
La Nouy ha buon gioco a ricordare che la ricerca di rendimento ha condotto le banche su un terreno rischioso, esponendole a brusche inversione di tendenze che potrebbero riverberarsi sui settori meno liquidi del mercato obbligazionario e quindi provocare alle banche tensioni ancora peggiori di quelle che già vivono relativamente alla redditività. La strada maestra, di conseguenza, dovrebbe essere quella di cambiare modello di business, rendendosi sempre meno dipendenti dal margine di interesse e insieme, migliorando i costi laddove sia possibile. Insomma, anche le banche dovranno affrontare le loro riforme strutturali.
“Per sintetizzare – spiega – bisogna aumentare la redditività. Tutte le banche sentono il vento avverso che deriva dalla bassa crescita economica e dai bassi tassi di interesse. Tutte devono trovare una strada per fare i conti con queste circostanze”.
E qui veniamo al punto. Le pratiche regolatorie adottate all’indomani della crisi hanno contribuito a rafforzare la struttura patrimoniale delle banche – dice la banchiera francese – ma ciò malgrado “la regolazione non può prevenire integralmente la possibilità che una singola banca possa fallire”, anche perché “il rischio di fallimento è inerente in un’economia di mercato ben funzionante e non dovremmo provare a cambiare questa cosa”. “Quello che dobbiamo fare – sottolinea – è evitare che il fallimento di una singola banca destabilizzi l’intero sistema finanziario, e poi dobbiamo assicurarci che il costo del fallimento sia sostenuto da coloro che per primi si sono assunti il rischio all’inizio, e cioé azionisti e creditori. Dobbiamo lasciare il problema del “too big to fail” e dei bail out alle nostre spalle”.
A questi fini “il nuovo regime del bail in è un incentivo per gli investitori ad esercitare la disciplina di mercato sulle banche, che è infatti uno degli effetti desiderati della sua applicazione” oltre a quelli di “aumentare la stabilità finanziaria e proteggere i contribuenti che hanno dovuto sostenere troppo spesso con le loro tasse i fallimenti bancari”.
Di fronte a una Weltanschauung di così autorevole provenienza – ricordo che la vigilanza bancaria europea ha sostituito quelle nazionali per le grandi banche – i tanti che vagheggiano di riforma o addirittura abolizione delle nuove regole sui fallimenti bancari dovrebbero riconoscere che è un po’ troppo tardi per pensare di tornare indietro e che forse un maggiore approfondimento andava fatto, nelle sedi opportune, prima che le norme entrassero in vigore. A livello nazionale si possono immaginare soluzioni che diluiscano gli effetti dei bail in solo per le banche fuori dalla vigilanza europea e solo sotto precise condizioni.
Uscire dai meccanismi del bail in, e quindi sostanzialmente dall’Unione bancaria, non è meno complicato che uscire dalla moneta unica. Anzi, per certi versi è pure più difficile. E’ facile a dirsi però. E a molti tanto basta.
I giovani inglesi tornano a vivere con mamma e papà
Se qualcuno avesse dubbi su chi stia pagando il costo della crisi dovrebbe leggere una interessante release dell’ONS, l’istituto di statistica britannico, che si domanda come mai i giovani tornino sempre più in massa a vivere con i loro genitori. Notizia meritevole di essere approfondita, poiché succede in quell’UK dove si dice la ripresa sia robusta ed effettiva. E sarà sicuramente vero, ma è solo una parte della verità.
All’ombra delle statistiche sul Pil, infatti, fioriscono mutazioni sociali rilevanti, che riguardano il mercato del lavoro, quello immobiliare e, infine, quelle che sono le costituenti autentiche del benessere, ossia la possibilità di avere una casa, da mangiare, da vestirsi, e magari spingere questi lussi fino a farsi una famiglia.
In questo contesto la constatazione che prima della crisi un giovane 20-34enne su cinque vivesse con i genitori, mentre adesso succede a uno su quattro non è di quelle che passano inosservate. E se sarà sicuramente vero che una parte di questo cambiamento si spiega con l’evoluzione demografica in corso, per cui ci si sposa più tardi e si fanno figli più tardi, certo è curioso osservare come questa evoluzione sia avvenuta d’improvviso, come si può osservare agevolmente in questo grafico.
La cruda statistica la racconta così: il numero dei giovani che vive con i genitori non è mai stato così alto, almeno da quando sono iniziate queste rilevazioni, ossia dal 1996, quando erano 2,7 milioni a fronte dei 3,3 del 2015, quindi 618mila in più. Non siamo ai livelli italiani, ma il percorso sembra ben avviato.
Se si segmenta la coorte nei suoi sottoinsiemi, scopriamo che circa la metà dei 20-24enni vive con i genitori, a fronte di un quinto dei 25-29enni e di un decimo dei 30-34enni. Ma ciò che fa comprendere come questa evoluzione sia motivata dal mercato più che dalle tendenze demografiche è l’analisi di un’altra variabile contenuta nello studio: il numero dei proprietari. La percentuale di giovani fra i 25 e i 29 anni proprietari, infatti, è diminuita dal 55% al 30% fra il 1996 e il 2015, mentre per i 30-34enni dal 68% al 46%. Il tutto ovviamente a vantaggio del mercato degli affitti che ha subitono “un notevole incremento sin dagli anni 2000”. In soldoni, molti hanno scoperto di non potersi più permettere una casa di proprietà. E il fatto che tutto ciò accade in un’economia frizzante come quella inglese dovrebbe suscitare più d’un pensierino a ognuno di noi. Ovviamente il ricorso all’affitto è stato ancora più ampio per i 20-24enni, che per il 90% abitano così, a conferma del fatto che la questione è direttamente correlata al livello del reddito. Nel 1996, per dire, i proprietari di casa di questa classe di età erano il 30% della coorte. Ora sono appena il 10.
Ovviamente la questione del reddito è direttamente collegata con quella dei prezzi, che in UK sono cresciuti notevolmente e non smettono ancora. Fra il 1971 e il 1999 la somma necessaria per comprare per la prima volta una casa con un mutuo oscillava fra le due-tre volte il reddito annuale. Dopo il 2000, sottolinea l’ONS, si è raggiunto nel 2004 il picco di 4,5 e da lì non ci sono stati più cambiamenti, visto che il calo dei prezzi dopo i 2008 è stato ampiamente recuperato.
Ovviamente questo è un dato medio. Se lo guardiamo relativamente alle coorti, scopriamo che per un 22-29enne il prezzo mediano di una abitazione pesa 11 volte il suo reddito annuale, che diventano nove per un primo compratore. Tutto ciò con l’aggravante che “mentre i prezzi delle case aumentavano, non c’è stata una crescita equivalente dei redditi. Nel 2013, infatti, i redditi reali, quindi aggiustati per l’inflazione, per i ventenni erano il 12% più bassi di quelli del 2009. E per giunta proprio a quest’età si osserva il più alto tasso di disoccupazione.
Non stupisce perciò che ci sia stato un crollo dei mutui erogati per il primo acquisto di casa, che erano in media 486 l’anno fra il 1980 e il 2002 e sono arrivati a meno di 200 mila nel 2009. Malgrado un pacchetto di aiuti stanziato alla bisogna, siamo ancora intorno ai 300 mila.
Se aveste dubbi su chi si sia scaricato il costo della crisi, e anche della ripresa, è sufficiente sapere questo.
Le metamorfosi dell’economia: La fine dell’Egonomia
Come sia accaduto che l’economia, che è arte dell’amministrazione di risorse scarse, sia divenuta (pseudo)scienza della massimizzazione dell’utilità personale in un tripudio di egoismo materialistico è questione misteriosa che appassionerà di sicuro gli storici del pensiero e dello spirito, ma che qui poco rileva. Ciò che qui importa è partire da dove siamo – ovvero un’economia divenuta egonomia – per capire dove potremmo andare se davvero volessimo cambiare.
Prima di andare oltre, perciò, prendiamoci un momento e rimettiamo insieme le fila del discorso che abbiamo tessuto finora. Proviamo a tratteggiare i lineamenti del nuovo paradigma che si potrebbe mettere alla base del nostro vivere sociale e in armonia col quale riformulare i concetti economici che ordinano la nostra esistenza.
Se l’unica risorsa scarsa che abbiamo è il tempo, in quanto mortali, è evidente che la vita che ci rimane da vivere è insieme la costituente del nostro capitale e di conseguenza la moneta con la quale siamo chiamati a transare le nostre relazioni economiche con gli altri. Tutto ciò origina la nostra metamorfosi da economia intesa come gestione di beni (ormai non più) scarsi a economia intesa come gestione del tempo. Per parafrasare un vecchio scritto di Keynes, l’economista dovrebbe smetterla di occuparsi di come produrre il più possibile – per quello sono sufficienti dei bravi periti aziendali – e iniziare a riflettere su come impiegare meglio il tempo per quello che autenticamente ci riguarda, ossia il nostro benessere.
L’economia del tempo come vedremo, è profondamente diversa da quella dei beni. Tanto la seconda collega l’utilità alla quantità di beni di cui riesco a conquistare la proprietà, tanto la prima punta l’attenzione sulla qualità del tempo che mi resta da vivere, e quindi privilegia il possesso dei beni alla loro proprietà. E prima che mi tacciate di fantasie new age, preciso subito che la qualità della vita dipende anche dalla quantità di beni materiali di cui possiamo disporre, mentre la quantità di beni di cui possiamo disporre non è detto ci assicuri una buona qualità della vita. Molto dipende anche da come mi procuro questi beni.
In questa apparente contraddizione risiede il mistero della nostra soggettività, che si articola in una dimensione relazionale che l’economia dei beni – fortemente soggettivista – tende a sovraccaricare fino a trasformare il pensare economico in un’ossessione egonomica, dove il soggetto viene trasformato nell’onniproprietario, accumulatore compulsivo e cieco, impoverendone così la sostanza umana. Il famoso e malconosciuto uomo economico, ossia soggetto razionale massimizzatore dell’utilità. Un egonomista.
L’egonomista è costantemente ossessionato dalla ricchezza e dall’accumulazione e vive in costante guerra con qualcuno, schiavo di una logica acquisitiva che funziona come un gioco a somma zero. E’ un essere a-sociale, se non addirittura anti-sociale, avendo smarrito la connessione con gli altri che invece anima qualunque attività autenticamente economica, come gli antichi sapevano bene.
Non a caso la relazione principe che l’economia dei beni ha instaurato è quella fra debitori e creditori, ossia un rapporto regolato dai contratti e garantito dalla forza dello stato. Un rapporto antico quanto l’uomo, quello fra debitore e creditore, ma che la storia ha profondamente modificato rendendo il debito un bene come gli altri, da vendere e comprare, totalmente distaccato dalle persone che ci stanno dietro. Oggi i debiti si cartolarizzano.
Così anche la relazione fra debitore e creditore, notevolmente ricca di significato, nel tempo, ha finito con l’erodersi divenendo una povera rappresentazione di quello che doveva e poteva essere, ossia uno scambio di tempo presente con tempo futuro, il che presuppone fiducia dell’uno verso l’altro che sola sostanzia qualunque tipo di ricchezza economica. Di conseguenza anche il denaro, che nomina il debito, è diventato una merce come le altre. Un bene che si compra e si vende e dal quale bisogna sempre estrarre la massima utilità.
Diversamente soggettivista, l’economia del tempo non si basa sull’accumulazione, che in fondo è il travestimento del desiderio di immortalità che l’uomo cova quale antidoto contro la paura della morte, ma si basa su un ordinato decumulo, che vuol dire accettazione della fine del tempo, e quindi della morte. Nell’economia del tempo non ha senso cumulare capitali mentre ha senso impiegarli per fare qualcosa per e con gli altri. Perché nella redistribuzione del capitale – che è tempo futuro attualizzato – non si esprime altro che la nostra capacità di entrare in relazione con altri. L’avaro che tesoreggia, non a caso, viene sempre raffigurato come un solitario nei racconti dei poeti.
Diversamente soggettivista, l’economia del tempo individua come fonte di arricchimento socio-economico il tempo utilmente condiviso con altri, essendo l’altro, infine, il naturale compimento della nostra individualità. Ogni relazione economica infatti non è altro che una relazione. L’economia del tempo, perciò, giudica il lavoro come diritto dell’individuo a una sua compiuta espressione personale, ma nella relazione: lavorare significa fare qualcosa di utile per qualcun altro. A fronte del diritto individuale al lavoro, per conseguenza, esiste il dovere sociale di lavorare, così come a fronte di un retribuzione dignitosa, esiste il dovere di erogare una prestazione opportuna.
In questo riportare l’egonomia verso l’economia – che Aristotele definiva cura e custodia della casa, ossia del luogo dove viviamo, e quindi per estensione il mondo – dobbiamo tenere conto necessariamente delle strutture istituzionali che la storia ha edificato e dell’eredità culturale che siamo chiamati a gestire. Non si tratta di fare rivoluzioni, ma di perseguire un’evoluzione.
Questa evoluzione immagina uno stato che smetta di imboccare scorciatoie e inizi a fare quello che ci aspetti faccia uno stato evoluto: proteggere i cittadini e far pagare loro le tasse, studiando i modi più intelligenti per favorirne il benessere, evitando però di pensare di doverlo procurare. Il disastro delle contabilità pubbliche è lastricato di buone intenzioni e da molta cattiva coscienza.
Questa evoluzione immagina poi un settore privato che smetta di credere di esser lo stato, paghi le tasse e produca al meglio delle sue possibilità beni e servizi per averne profitto, che in fondo è quello che la storia gli ha detto di fare. E soprattutto occorre che smetta di credere di essere il luogo d’elezione dell’economia. Non tutto è né può essere mercato, visto che il peso dei mercati nell’economia del nostro tempo è relativamente basso.
Queste evoluzione, perciò, immagina l’affermarsi di un consorzio di persone libere capace di ergersi fra i due Moloch – lo stato e il mercato – che finora hanno tenuto in ceppi i cittadini utilizzando in modo dispotico lo strumento del denaro come surrogato dell’economia. Non più vaso di coccio fra i due vasi di ferro, questo consorzio, ma collante osmotico capace di servire entrambi senza esserne schiavo.
Dire che il mercato è importante ma non è l’unica cosa importante nell’economia di una società, vuol dire pure, riferendosi al lavoro, che aveva ragione Polanyi, quando diceva che il lavoro non dovrebbe essere un mercato. Ma poiché un mercato del lavoro esiste, questa evoluzione immagina che il lavoro possa anche essere oggetto di meccanismi di mercato, ma altresì che non debba essere il mercato l’unico luogo unico in cui fiorisce il lavoro. Il lavoro abita nelle persone per servire le persone, non nel mercato. Nel mercato si vende, se uno lo desidera. Ma nessuno deve essere costretto a vendere il proprio lavoro semplicemente per vivere. Spezzare le catene del lavoro cosiddetto subordinato è un dovere per chiunque abbia a cuore la libertà dell’individuo.
Ma soprattutto questa evoluzione immagina ognuno di noi finalmente libero dall’egonomia, rappresentazione economicistica dell’ossessione narcisistica di sé. Occorre tornare a occuparsi della propria casa – che è una casa comune – ma anche di chi ci abita. Quindi pensare a sé, ma sempre in rapporto con gli altri. Imparare di nuovo a custodire e condividere. Finirla con l’egonomia.
Tornare a fare economia.
(15/segue)
I nuovi subprime Usa: gli studenti
L’ammaestramento più efficace dell’educazione americana – quello dell’indebitamento compulsivo – trova il suo esito più logico nell’andamento del debito studentesco, che non solo cresce senza sosta, ma esibisce dei tassi d’insolvenza che avrebbero fatto arrossire i vecchi mutuatari subprime. Quasi che la debt jungens statunitense si avvii a incarnare la nuova categoria di coloro i quali saranno chiamati a portare sul capo la colpa del prossimo caos finanziario. Caos generazionale stavolta, come peraltro è logico che debba essere, visto che potremmo raccontare la crisi del nostro tempo come lo scontro di due diversi modelli sociali che trovano nella demografia – e quindi nelle generazioni – la linea di faglia e di confine, con la prima di queste generazioni provvista di tutto, e quindi prodiga del superfluo, e la seconda al contrario provvista solo del proprio diritto/dovere a farsene carico.
Tale dramma è visibile nella contabilità del debito americano, che la Fed di New York fotografa con la sua notoria sollecitudine, come peraltro potremmo leggerla altrove: nei discorsi dei sociologi da bar, nelle semplificazioni giornalistiche – esemplare la distinzione fra baby boombers e millenials, con in mezzo una generazione X a far da spartiacque e collante – nei conflitti fra nonni milionari e ancora in odore di accumulo e nipoti disoccupati ma addestrati a un’ozio dolce e griffato. Ma poiché di debito qui si discorre, è opportuno narrare l’epopea del debito privato americano che come un faro guida la nostra traversata davvero oceanica non tanto verso una terra promessa, quanto verso una promessa di liberazione che, se mai arriverà, non potrà che passare attraverso un redde rationem di cui adesso si iniziano a delineare i contorni.
E la prima circostanza che salta all’occhio, osservando il grafico interattivo messo a disposizione dalla Fed, è che ormai le famiglie Usa, quanto a debiti, sono ormai quasi al livello del quarto trimestre del 2008, quando il mondo iniziò a terminare, ma solo per ritrovarsi di nuovo dov’era al termine di questo terminare.
All’epoca il debito per l’housing raggiungeva i 9,96 trilioni e quello non housing i 2,71 trilioni. Un totale di 12,68 trilioni di dollari di debiti, vicino quindi al 12,12 trilioni registrati nel quarto trimestre del 2015, il che racconta esemplarmente l’epopea di questo settennio disgraziato che finisce con appena un 4,4% in meno di debiti rispetto al 2008 al costo di un allentamento monetario e di un impegno pubblico che mai si erano visti prima.
Di diverso, da allora, c’è soltanto la composizione di questi debiti. L’housing non supera gli 8,74 trilioni, mentre il resto svetta verso i 3,36 trilioni, a un livello mai osservato negli anni recenti. Segno evidente che l’immobiliare suscita ancora qualche residuo pentimento – e quindi una certa prudenza – che però le altre modalità di indebitamento hanno in qualche modo compensato. Detto in altro modo: gli americani – forse – sono più prudenti quando si tratta di chiedere un mutuo (o magari i debiti per i mutui pesano meno perché sono diminuiti i tassi), ma nel frattempo hanno riscoperto l’antica abitudine a largheggiare quando si tratta di tutto il resto.
Ed è in questo largheggiare – che potremmo anche leggere come prova dell’incrollabile fiducia che il popolo ancora nutre verso il sogno americano, e per questo ammirarli persino, con un pizzico di benevola invidia – che il debito studentesco gioca la sua partita da protagonista.
Due numeri raccontano tutta la storia. Il primo ci dice che il 10% del totale dei debiti privati sono debiti studenteschi, quindi parliamo di oltre 1,2 trilioni di dollari. Il secondo ci dice che l’11,5% di questo aggregato era in ritardo di oltre 90 giorni o addirittura in default alla fine del 2015. E un grafico mostra con chiarezza che è l’unica categoria di prestiti ad avere questi livelli di sofferenza. Per dire, ai tempi dei mutui subprime i default o le sofferenze sui mutui non arrivarono neanche a metà di quelli attuali degli studenti. Anzi, i prestiti agli studenti sono gli unici ad avere sofferenze in crescita e sarebbe strano stupirsi del contrario: gli studenti, con i loro prestiti, si sono fatti carico dello spostamento della linea di faglia che ha generato il terremoto del 2008. Essi, in qualche modo, hanno compensato il de-leveraging degli adulti aumentando il loro indebitamento, visto che un universo rutilante come quello statunitense è impensabile possa sopravvivere al proprio successo se l’aggregato del consumo non rimane stabile. E’ così dai primi anni ’50, quando i consumi Usa esplosero, e non è più cambiato da allora.
Si può osservare questo spostamento di carico del peso del debito da un altro grafico e notare un’altra curiosa evoluzione dell’odissea americana. Qui si può notare che un peso importante del debito totale si è spostato dalla classe dei 30-40enni a quella degli ultra 50enni, con la conseguenza che si è allungata l’età dove si concentra il picco dei debiti, prima intorno ai 40, ora intorno ai 50. Il che, considerando come tale evoluzione sia avvenuta fra il 2003 e il 2015 può essere semplicemente un effetto del trascinamento di debiti che sono invecchiati con i loro detentori. Ma in ogni caso rimane il fatto: sembra che vecchi e bambini si siano fatti carico di gran parte dell’aumento più recente del debito negli Usa. Prima vecchi e bambini, dicono i marinai per scampare ai naufragi. Anche i finanzieri a quanto pare.
Il QE prosciuga le riserve valutarie degli emergenti
Mi trovo a leggere un’analisi molto interessante che individua una tendenza tutto sommato logica. Quella vale a dire secondo la quale l’allentamento monetario messo in campo dalle banche centrali di mezzo mondo ha generato una forza uguale e contraria che sta conducendo a un costante restringimento delle riserve valutarie, che ormai dura dal luglio del 2014. Ossia da quando il petrolio quotava oltre 106 dollari al barile, individuandosi perciò una relazione, che sarebbe esagerato definire correlazione, fra i due eventi.
Anche perché i due paesi che primeggiano nella classifica dei detentori di riserve, Cina e Arabia Saudita, sono gli stessi che più di tutti hanno patito un assottigliarsi delle loro riserve, principalmente in ragione della necessità di mantenere stabile il loro rapporto col dollaro Usa, da un lato, e salvaguardare i propri equilibri interni, dall’altro.
E sarà pure un caso, ma il declino delle riserve valutarie inizia proprio col declino del prezzo del petrolio. In poco più di un anno, infatti, l’aggregato delle riserve è sceso da 12,7 trilioni di luglio 2014 a poco più di 11,5 trilioni del dicembre scorso, mentre i prezzi del greggio crollavano da 105 dollari a meno di 40.
Ma l’aspetto interessante è un altro, ossia osservare come i comportamenti delle banche centrali, intervenuti nel frattempo, abbiano cercato di fronteggiare gli andamenti macroeconomici e scoprire che, a conti fatti, ciò che hanno ottenuto è stato neutralizzarsi a vicenda. Non a caso l’autore parla di “Global quantitative tightening” (QT) a fronte del più noto quantitative easing (QE) che da oltre sette anni va in scena nelle economia avanzate.
Un grafico, basato sull’andamento degli asset delle banche centrali, fotografa questa divertente situazione. La linea nera, che monitora il saldo degli asset mostra con chiarezza che alla fine del 2015 le azioni espansive delle banche centrali, principalmente giapponese ed europea, venivano compensate fino ad annullarsi da quelle delle banche dei paesi emergenti. Ciò avrebbe provocato effetti visibili sui mercati, che hanno iniziato a contrarsi, invertendosi tale tendenza una volta che i saldi netti della liquidità delle banche centrali sono tornati positivi.
Pure ammettendo che una correlazione non implichi un rapporto di causazione, come rileva l’autore dell’analisi, è tuttavia ragionevole individuare nei cicli di politica monetaria anche una delle ragioni dell’andamento dei prezzi del petrolio, che quindi potrebbero essere spiegati anch’essi come una conseguenza del QT, ossia come reazione delle banche centrali emergenti al QE della banche centrali dei paesi avanzati.
Le cronache più recenti sembrano supportare questa ipotesi di studio. Il rimbalzo dei mercati fa il paio con quello del petrolio, da una parte, e con ulteriori manovre di espansione, annunciate o attese, da parte delle banche centrali. Ciò non vuol dire che i problemi che stanno sotto questa situazione siano stati risolti. Ma solo che si prova a far ripartire un altro giro di giostra.
Finché dura…
Il Fmi tira la giacchetta alla Germania (e agli Usa)
E così, dopo l’Ocse, anche il Fmi lancia il suo grido di dolore invocando fa le altre cose un utilizzo adeguato da parte dei governi dello spazio fiscale – ovviamente per chi ne dispone – per rilanciare gli investimenti pubblici e dare un calcione al meccanismo impallato della crescita.
Ovviamente la ricetta del Fmi è più complessa di così. Nella ventina di pagine che compongono il nuovo Global prospects and policy challenges preparato per il G20 il Fondo monetario esplora tutto l’armamentario delle politiche possibili, sia dal lato della domanda che dell’offerta, per far comprendere ai suoi interlocutori che è richiesto, oltre all’impegno delle banche centrali, che a quanto pare saranno “costrette” a mantenere i tassi bassi da qui all’eternità, anche quello dei governi che si dovranno decidere a mettere in campo quelle benedette riforme di cui si parla, con scarso successo, da un’infinità di tempo. Oltre ad aprire il portafogli per stimolare gli investimenti pubblici.
In questo contesto, il riferimento alla necessità di investimenti pubblici come uno dei driver dello sviluppo segue di poco quello relativo alle politiche monetarie che “devono rimanere accomodanti dove l’inflazione è ancora sotto il livello del target”. Quindi praticamente in tutte le economie avanzate. Subito dopo, al punto dieci del documento, viene sottolineato che “per evitare di affidarsi troppo alla politica monetaria, una politica fiscale di breve termine deve supportare la ripresa, dove appropriata e dove esiste uno spazio fiscale, puntando sugli investimenti”.
Su chi siano i destinatari di questa esortazione, ci sono pochi dubbi, almeno relativamente all’eurozona. “Nell’area euro – osserva – i paesi con spazio fiscale dovrebbero fare di più per supportare la crescita, per esempio attraverso investimenti infrastrutture in Germania”. Non solo, certo. L’eurozona viene anche invitata ad espandere i suoi schemi normativi per favorire investimenti pubblici e privati che “aumenterebbero la crescita nel breve e nel medio termine, provocando effetti positivi su tutta la regione”.
L’esortazione del Fmi alla Germania è contenuta appena in un inciso, ma ha un profondo valore politico, come è evidente a chi ricorda le polemiche di qualche anno fa fra Usa e Germania incentrate proprio sull’ampia disponibilità che i tedeschi hanno accumulato in questi anni. Ma la cosa divertente è che un’esortazione analoga è riferita anche agli Usa, la cui situazione fiscale è tutt’altro che buona. A tal proposito il Fmi invita il paese a trovare un rapido accordo su “un credibile piano di medio termine di riduzione del deficit” per ritagliarsi uno spazio fiscale da destinare a investimenti in infrastrutture.
E così, sia che i soldi da investire ci siano, sia che si debba trovarli, il messaggio è chiaro: gli stati devono aprire il borsellino e stimolare gli investimenti, anche se rimane strategico “aumentare il prodotto tramite le riforme strutturali”.
Spendere e riformare, contando sulla bonomia delle banche centrali che tengono a zero il costo del denaro. La ricetta del Fmi è tutta qua. In fondo è stata sempre questa. Il che non vuol dire che sia quella giusta.
Si prepara la prossima socializzazione delle perdite
Ciò che la crisi ormai più che settennale ha mostrato con chiarezza è l’inconsistenza della finzione teorica che vuole stato e mercato entità separate e quasi antagoniste. Le grandi protagoniste del post-crisi sono state, e non a caso, le banche centrali, ossia le entità che incarnano compiutamente il connubio stato/mercato che nei fatti decide le sorti dell’economia. E infatti ancora oggi, mentre la paura di un nuovo crash viene ogni giorno alimentata dalle cronache di borsa, tutti gli sguardi tornano a volgersi verso la Fed e la Bce, alle quali si chiede di trovare soluzioni a un avvitamento che essere stesse hanno contribuito a provocare.
Mentre tutto ciò accade, le cronache riportano del grande aumento di debito pubblico registrato in pressoché tutte le contabilità nazionali, in conseguenza dei guasti del 2008, mentre sorvolano ancora pudiche su ciò che potrebbe accadere ai bilanci nazionali da oggi in poi, visto che nel tentativo di rassicurare la bestia costantemente affamata e impaurita dei mercati gli stati hanno finito col farsi carico di gran parte dei rischi che gli stessi mercati hanno lasciato crescere in questi anni tormentati sotto l’occhio benigno delle banche centrali.
Il problema insomma non è solo quanto hanno dovuto spendere gli stati per socializzare le perdite del sistema finanziario privato – pure se questi debiti hanno reso estremamente difficile gestire il proprio spazio fiscale – ma quanto potrebbe costare a noi tutti un altro armageddon in stile 2008, visto che nel frattempo sempre gli stati si sono incaricati di accendere pesantissime garanzie, implicite ed esplicite, sulle contabilità degli intermediari finanziari. Con un’aggravante: nessuno sa se il costo di queste garanzie potremo davvero permettercelo, nel caso vengano richieste.
Il caso degli Usa, in tal senso, è icastico. Secondo l’ultima rilevazione del Bailout barometer della Fed di Richmond, infatti, il livello di garanzie pubbliche, implicite o esplicite, sul sistema finanziario americano ha ormai raggiunto la quota di quasi il 61% del totale nel 2014, in crescita esagerata dal comunque già notevole 43-45% del 1999. Ciò significa in pratica che quasi due terzi dei debiti privati del sistema finanziario Usa sono in qualche modo garantite dal governo, con tutte le conseguenze che ciò provoca sulla propensione al rischi di questi intermediari e sulla probabilità di bai out prossimi venturi, come la stessa Fed rileva.
Peraltro, non parliamo di bruscolini. Una tabella calcola in oltre 26 trilioni di dollari il valore di queste garanzie, pari al 60,7% dei 43 trilioni totali di debiti che il sistema finanziario americano ha cumulato a fine 2014. “Quando i creditori si aspettano di essere protetti dalle perdite – scrivono gli autori – tendono a sovrainvestire sulle attività più rischiose, rendendo le crisi finanziarie e i bail out come quelli avvenuti fra il 2007 e il 2008 più probabili”. Quindi “ridurre il safety net finanziario è essenziale per ripristinare la market discipline e raggiungere una maggiore stabilità finanziaria”. Anche qui si consuma l’ennesimo paradosso del nostro tempo confuso. Da una parte di dice che bisogna ridurre i rischi, dall’altro il governo li protegge con la sua garanzia. A conti fatti, il governo americano ha concesso garanzie esplicite per oltre 15 trilioni di euro al sistema finanziario, ossia quasi quanto il suo prodotto interno, e altri 11 trilioni sono implicite. Con un governo così attivo alle spalle è assai facile privatizzare i guadagni. Delle perdite eventuali si occuperà la band bank di Washington.
Se dagli Usa ci spostiamo in Europa, la musica cambia poco, almeno in linea di principio. Un anno fa Eurostat ha rilasciato la sua prima ricognizione sulle cosiddette “contingen liabilities”, ossia le garanzie dei governi collegate a partnership pubblico/privato registrate fuori dai bilanci statali e i debiti delle entità controllate dal governo (public corporation). Questi debiti vengono chiamati “contingent” perché sono debiti potenziali e non attuali. E tuttavia la ricognizione è utile perché permette di osservare a quali livello tali debiti potenziali sono cresciuti in Europa proprio negli anni in cui l’Europa sviluppava le sue politiche di austerità. Nella tabella che riepiloga la situazione dei singoli stati europei si può osservare che le garanzie del governo vanno dal 35% del Pil dell’Austria, passando per il 18,22 della Germania, poco sotto il 18,44% della Spagna, fino al quasi zero della Slovacchia. Ma accanto a queste perdite potenziali ce ne stanno altre. Mentre appaiono poco rilevanti quella collegate a partnership pubblico/privato, che impegnano poche risorse, di ben altro tenore appaiono le liabilities collegate alle entità controllate dal governo.
Qui primeggiano la Germania e l’Olanda. La prima ha debiti potenziali per oltre il 126% del Pil, relativi in gran parte ai depositi delle banche controllate dallo stato, così come anche il 107% di debiti potenziali dell’Olanda. Si osserva perciò il paradosso per il quale i paesi fra i più virtuosi dell’eurozona sono quelli maggiormente esposti sul versante bancario, proprio in virtù de rapporto incestuoso fra banca e stato, dimostrazione evidente di come la teoria nulla abbia a che vedere con la pratica quotidiana.
Di fronte a questa situazione ci si può solo augurare che tali perdite potenziali non divengano reali. Perché sennò – e lo abbiamo già visto dal 2008 in poi – il costo di queste perdite dovrà essere necessariamente socializzato. Indovinate chi verrà chiamato a pagarlo.
Le metamorfosi dell’economia: L’oligopolio dei monopolisti
I mercati dunque, con la loro mitologia così poco conosciuta, vengono indicati come il luogo dove la nostra vicenda economica deve sostanzialmente trovare il suo compimento. Una moderna agorà globale dove il diritto di cittadinanza si esprime nella costituzione materiale del consumo, che infatti ormai viene vissuto come l’atto più eminentemente politico di cui siamo capaci. “Si vota col carrello”, ripetono molti convinti pure di dire cosa arguta.
Peccato che gli stessi ignorino o vivano con indifferenza la circostanza che i mercati somigliano sempre più a circoli chiusi dove a fronte di pochi che fanno il bello e il cattivo tempo ci siamo noi, i cittadini-consumatori, in evidente confronto impari di fronte al quale non possiamo che soccombere. Una caduta dolce, tuttavia, accompagnata dalla pletora di oggetti inutili dei quali ci compiaciamo e con i quali riempiamo il vuoto di una condizione umana ridotta ormai al nostro stomaco. Senza più testa e col cuore inaridito, ci riempiamo la pancia e tiriamo la carretta un giorno via l’altro.
E’ in questa pratica routinaria che il mercato nasconde la sua ulteriore seduzione e le sue pratiche ingannevoli, che una semplice ricognizione servirà appena a tratteggiare, ma che pure dovrebbe bastare a comprendere con quanta prudenza dovremmo considerare quando ci dicono che il mercato è efficiente, che premia il merito, che è il migliore dei mondi – in sostanza – nel quale ci poteva capitare di vivere.
Il mercati, dunque, con la loro mitologia basata sui prezzi perfetti che significa miglior bene al miglior prezzo, e quindi garanzia di produzione efficiente grazie alla concorrenza.
Ai tempi di Smith, come sa chiunque abbia letto il suo apologo sulla fabbrica degli spilli, poteva avere senso pensare che la formazione del prezzo favorisse quei mercati capaci, in virtù della divisione del lavoro e della specializzazione, di essere maggiormente competitivi. In fondo se devo comprare spilli, che mi importa dove li producono? Uno spillo è uno spillo.
Ai tempi di Smith, infatti, le merci venivano considerate, anche per semplificare, sostanzialmente assimilabili. Ciò permise di sviluppare la teoria della perfetta concorrenza, visto che ci può essere competizione fra i produttori solo nella misura in cui i prodotti siano assimilabili. E se c’è concorrenza c’è formazione efficiente dei prezzi, ossia del miracolo che mette d’accordo tutti.
Gli antichi però non erano mica stupidi. Covava nei loro peggiori incubi quello del monopolio, ossia del produttore unico che col suo agire sconsiderato falsava il livello dei prezzi, implicando una remunerazione distorta dei fattori delle produzione e quindi, come in un’eco, la distorsione del meraviglioso equilibrio generale che sempre i mercati avrebbero dovuto assicurare.
Nel tempo il concetto del monopolio si è evoluto e si è raffinato generando anche vigorose reazioni istituzionali nella forma di legislazioni antitrust. Nei vari generi di monopolio che la teoria economia ha analizzato, due forme in particolare, mescolandosi, raccontano bene la nostra realtà: l’oligopolio e la concorrenza monopolistica. Torniamo alla nostra Treccani. L’oligopolio viene definito come una “forma di mercato che si caratterizza per un numero ridotto di imprese che producono un bene omogeneo e che fronteggiano una domanda formata da molti consumatori. L’ingresso di altre imprese è impedito dalla presenza di barriere all’entrata”. La concorrenza monopolistica viene definita come un “mercato che, pur presentando molte caratteristiche in comune con quelli di concorrenza perfetta, come, per esempio, la presenza di un numero elevato di imprese e di consumatori, la conoscenza completa e perfetta di ciò che avviene nel mercato, e la libertà di entrata e di uscita delle imprese, costituiscono tuttavia il luogo di produzione e di scambio di prodotti differenziati, non identici come avviene in concorrenza perfetta. Per i consumatori, i prodotti sono sostituti imperfetti”.
La situazione in cui noi ci troviamo a vivere somiglia invece a un mercato dove pochi producono beni teoricamente omogenei ma in realtà profondamente differenziati. Un oligopolio di monopolisti. Ossia la perfetta nemesi di ciò che la mitologia del mercato mette alla base della sua legittimità istituzionale.
Già Galbraith negli anni ’50 ne La società opulenta notava il sostanziale conformarsi dei mercati in regimi oligopolistici, sottolineando anche nella sua Storia dell’Economia che l’unico mercato che avesse una parvenza di concorrenza perfetta, quello agricolo, era stato praticamente distrutto dalla logica dei sussidi statali che ormai data quasi un secolo. Perché ciò che non si può dire, ma che risulta evidente, è che il mercato tutti lo amano, ma nessuno lo vuole, perché prevale negli operatori il desiderio di sicurezza economica, che motiva l’intervento statale.
Ai giorni nostri, quindi, i mercati si sono conformati secondo una logica oligopolistica, relativamente ai produttori, e in una logica di concorrenza monopolistica, relativamente ai prodotti. Per capirci: nessuno dice che vuol un’automobile. Dice che vuole comprare una particolare automobile. Il bene automobile è omogeneo, quanto alla sua categoria ideale, ma profondamente differenziato quanto alla sua manifestazione reale. Non a caso si investe così tanto in pubblicità. Il prodotto ormai coincide col marchio. L’apparenza dell’oggetto ha divorato la sua sostanza. E poiché ogni marchio è unico, e all’interno del marchio convivono prodotti unici, il nostro mercato somiglia a una concorrenza fra pochi monopolisti che devono investire, per differenziare i prodotti da quelli omogenei per categoria che producono altri, e fidelizzare – come si dice con una brutta parola – il compratore.
Nel nostro mercato, perciò, non è il semplice prodotto fisico l’oggetto dello scambio, ma il suo logo, ossia l’incarnazione di ciò che rappresenta. Non compro un telefono, compro un I Phone o un Samsung. E questo spiega bene perché la guerra sul copyright sia diventata uno degli elementi determinanti dell’evoluzione economica globale.
La personalizzazione dei prodotti è il capolavoro dei mercati e anche il sogno di ogni produttore, che automaticamente diventa un monopolista, con buona pace per Adam Smith, godendone i vantaggi, a cominciare dalla fissazione del prezzo che, in una logica di oligopolio, conduce fatalmente al cartello.
In questa deriva, che chissà quanto piacerebbe a Marx, l’economia di mercato esprime tutta la sua straordinaria potenzialità di generare ricchezza sostanzialmente a vantaggio dei produttori, visto che il consumatore non può godere i benefici della concorrenza classica, ossia il ribassare dei prezzi, mentre i lavoratori vengono messi in concorrenza fra loro per avere un posto, potendo contare su disponibilità sempre meno ampie di impiego. L’oligopolio monopolistico dei produttori, a fronte di una concorrenza dei lavoratori per avere un posto, non può che svolgersi a svantaggio di questi ultimi, come infatti le cronache si premurano di confermarci ogni giorno.
Questo però non è soltanto un problema. A ben vedere è anche un’opportunità.
(14/segue)
I banchieri inglesi “vedono” il bluff di Brexit
Quando ci sarà un referendum nel Regno Unito sull’uscita dall’Ue una cosa potremmo darla per acquisita: il voto dei banchieri. Costoro hanno tutto da perderci a tirarsi fuori dall’Unione proprio adesso che si sta delineando il progetto della CMU (capital market union) che promette di segnare la terza rivoluzione istituzionale europea dopo quella dell’unione monetaria e quella bancaria.
Perciò, quando si voterà per questo referendum, dovremmo ricordarci ciò che scrisse maggio 2015 la BoE Nella sua risposta al progetto di CMU elaborato dalla commissione: “La BoE supporta con decisione l’iniziativa della CMU”, spiegando nelle successive 45 pagine i perché e i percome – con alcuni caveat – aderire a una unione dei capitali gioverebbe alla stabilità finanziaria e quindi alla crescita nei domini di Sua Maestà, ma in generale nell’intera Ue, pure se, ovviamente, i primi interessano più dei secondi.
Per capirne le ragioni, vale la pena leggere un pregevole speech di qualche giorno fa dove Dame Clara Furse, membro indipendente del Financial policy Committee della BoE si interroga se la dimensione globale, riferita ai mercati finanziari, sia ancora un bene (A changing world; is global still good?). La risposta, che ci si poteva aspettare, è un fragoroso sì. Globale in finanza non solo è bello, ma è anche auspicabile, perché significa più efficienza sui costi, sulla regolazione, sull’expertise di chi ci lavora.
La nostra esperta ci ricorda alcuni aspetti che servono a centrare il problema. Il primo è noto a molti, ma non nella sua fisionomia precisa: il Regno Unito è da decenni, per non dire secoli, un centro finanziario internazionale che oggi si stima gestisca 6 trilioni di asset, 4,5 dei quali sono di provenienza estera. Questa industria dà lavoro, si stima, ad almeno un milione di persone e genera un notevole valore aggiunto alla produzione nazionale. Nulla insomma che il Regno Unito si possa permettere di perdere. Specie quando oltre i confini si agitano campioni ormai consolidati, come la piazza di New York, che pure se maggiormente orientata sul mercato domestico è comunque un concorrente di tutto rispetto, è la tigre asiatica di Hong Kong. Questo per dire che quando i banchieri votano non sono soltanto i pochi fortunati miliardari della city o i banchieri centrali, E’ l’indotto.
Un’altra informazione interessante, che poi motiva il titolo dell’intervento, si trova in un dato: siamo ancora in un contesto di de-globalizzazione finanziaria. “I flussi di capitale transfrontalieri – spiega – guidati dalla contrazione dell’attività bancaria internazionale sono ancora in calo. Quindi sembra il tempo giusto per considerare i benefici per i mercati globali che derivano dai centri finanziari”. Per la cronaca, secondo una ricognizione che risale al 2014, tali flussi sarebbero intorno all’1,6% del Pil mondiale, a fronte del picco del 16% – dieci volte tanto – del 2007. Una contrazione che ha particolarmente colpito le banche britanniche.
Nel suo discorso la nostra banchiera compie anche una interessante ricognizione storica che parte dalla Venezia rinascimentale, passando per l’Olanda del XVII secolo e l’UK del XIX per far comprendere come un centro finanziario nasca spesso sull’onda di una predominanza politica, ma tenda a conservare il suo ruolo anche quando – come nel caso dell’UK – tale predominanza viene meno. A meno che, certo, non vengono compiuti degi errori a livello istituzionale. Come esempio più vicino a noi viene citato quello della nascita del mercato dell’eurodollaro che fra gi anni ’50 e soprattutto nei ’60 si consolidò a Londra in seguito a scelte avventate della politica statunitense.
Ciò non vuole che una volta acquisito il rango di centro finanziario non possa perdersi. E’ successo a Venezia e ad Amsterdam, può succedere anche a Londra, avverte: “Le scelte politiche e istituzionali contano”.
E poiché contano, “le istituzioni devono rimanere vigili per evitare gli shock, inclusi quelli che possono derivare dall’ambiente geopolitico e macroeconomico”. E che Brexit potrebbe segnare uno shock, pochi dovrebbero dubitarne.
Ovviamente la questione non viene minimamente esplorata. Al contrario, si fa esplicito riferimento all’altra: quella cella CMU. “Al livello europeo la proposta della commissione Ue di una CMU – dice – ha il potenziale di realizzare vasti benefici di integrazione finanziaria lungo l’Europa. Se la proposta della Commissione superasse alcuni impedimenti notati dalla BoE nella sua risposta di maggio, senza dubbio potrebbe ridurre il costo dei finanziamenti all’economia reale e questo in un ambiente dove il costo marginale dei finanziamento è cresciuto sarebbe senza dubbio benvenuto”.
Poiché non è credibile che l’UK esca dall’Ue ma entri nella CMU, viene il sospetto che sia questo più di altre sia il vero oggetto del contendere. Il bluff di Brexit sedurrà pure l’opinione pubblica britannica. Ma i banchieri hanno tutta l’intenzione di andare a vedere.
